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Oroscopo 2019: a ogni segno la sua dose di cultura

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Il tanto atteso Natale è arrivato ed è già passato, ma le feste continuano e ora siamo tutti presi dall’organizzazione della famigerata notte di San Silvestro.

La notte tra il 31 dicembre e il primo gennaio è il momento in cui facciamo sia il bilancio dell’anno appena trascorso sia la lista dei buoni propositi. Siamo infatti tutti proiettati verso il 2019 e siamo anche molto curiosi rispetto a ciò che ci riserverà il nostro futuro. Forse è per questo che tutti, ma proprio tutti, diamo una sbirciatina al nostro oroscopo annuale.

Rob Brezsny, autore, musicista e astrologo americano, ha pubblicato il suo oroscopo (che trovate di seguito) e noi Culturini ci siamo lasciati liberamente ispirare dalle sue parole per dedicare a ogni segno una canzone, un libro e una serie tv.

Ecco l’oroscopo culturale!

ARIETE

“Sospetto che nel 2019 sarai capace di conciliare la tua tendenza a creare stabilità con il bisogno di esplorare e l’aspirazione a una maggiore libertà. Come potrebbe manifestarsi questa insolita confluenza? Forse viaggerai per ritrovare le tue radici ancestrali. Forse un alleato o un’influenza remota ti aiuteranno a sentirti più a tuo agio nel mondo. O forse consoliderai le tue fondamenta, e questo ti darà il coraggio e l’ispirazione per superare un limite. Hai qualche idea?”

 

Libro: Cherly Strayed – Wild

Canzone: Oasis – All Around the world

Serie TV: Vikings

Ragnar Lothbrok di Vikings: quando un personaggio carismatico impone il passato sul piccolo schermo

TORO  

“Un’eclissi totale di Sole si verifica in media ogni diciotto mesi. Ma con quale frequenza è visibile da un punto specifico del pianeta? Solitamente una volta ogni 375 anni. Per chi vive in Cile e in Argentina, questo momento magico arriverà il 2 luglio 2019, ma sono convinto che nel corso del prossimo anno tutti i Tori del mondo vivranno un numero superiore al solito di esperienze rare e meravigliose di altro tipo. Non saranno eclissi, ma interventi divini, miracoli misteriosi, epifanie catalitiche, novità inattese e momenti di grazia straordinari. Preparati ad assaporare più meraviglie di quelle a cui sei abituato”

Libro: Daniel Mendelsohn – Un’odissea. Un padre, un figlio e un’epopea

Canzone: Pink Floyd – Eclipse

Serie TV: 12 monkeys

GEMELLI 

“‘Il mondo è pieno di persone che hanno smesso di ascoltarsi’, scriveva lo storico delle religioni Joseph Campbell. È fondamentale che tu non sia una di quelle persone. Il 2019 dovrà essere l’Anno dell’ascolto di te stesso. Questo significa che dovrai prestare particolare attenzione alle tue sensazioni, ai tuoi desideri inconsci e alla voce timida e tranquilla che è al cuore del tuo destino. Se lo farai, scoprirai che ho ragione a dire che sei più intelligente di quanto pensi”.

Libro: Francesco D’Isa – La stanza di Therese

Serie TV: In Treatment

Canzone: Ex Otago – La nostra pelle

 

CANCRO

“Jackson Pollock è considerato il pioniere del dripping, la tecnica pittorica che consiste nel lasciar sgocciolare o lanciare il colore sulla tela stesa a terra. Ma pochi sanno che l’idea di cimentarsi in quello che sarebbe diventato il suo stile inconfondibile gli venne andando a una mostra di Janet Sobel, che era stata la prima a usare questa tecnica. Te lo dico, Cancerino, perché penso che il 2019 sarà l’anno in cui gli aspetti della tua vita alla Janet Sobel riceveranno la giusta attenzione. Godrai finalmente della stima che meriti. Otterrai i riconoscimenti che aspetti da tempo, e in una forma che ti sorprenderà”.

Libro: Raquel Jaramillo – Wonder

Canzone: Rihanna – Diamonds

Serie TV: Narcos

Narcos 3, quando la cocaina diventa un affare internazionale

LEONE 

“In linea d’aria il Wyoming dista circa 1.500 chilometri dall’oceano Pacifico e quasi duemila dal golfo del Messico, che fa parte dell’oceano Atlantico. La cosa più sorprendente è che nell’angolo nordoccidentale del Wyoming c’è un torrente, il North Two Ocean Creek, che si divide in due rami, uno dei quali sfocia nell’oceano Pacifico e l’altro nel golfo del Messico. Quindi, in teoria, un pesce intraprendente potrebbe nuotare da un oceano all’altro. Ti propongo il North Two Ocean Creek come metafora per il 2019. Sarà il simbolo del punto di svolta in cui ti trovi. Potrai partire per un viaggio epico in una delle due direzioni”.

Libro: Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore

Canzone: Desireless – Voyage Voyage

Serie TV: Il Trono di Spade

Il Trono di Spade stagione 7 arriva in home video, da non perdere

 

VERGINE 

“Sono arrivato alla conclusione che frenare il perfezionismo sarà uno dei tuoi compiti chiave per il 2019. A questo scopo, ti offro le osservazioni di alcune persone sagge che hanno riflettuto sull’argomento. 1) “La perfezione è nemica del bene”, Voltaire. 2) “La perfezione è un bastone che colpisce il possibile”, Rebecca Solnit. 3) “Il perfezionismo è l’espressione più alta della paura”, Elizabeth Gilbert. 4) “Niente è meno efficiente del perfezionismo”, Elizabeth Gilbert. 5) “È meglio vivere la propria vita in modo imperfetto che imitare perfettamente quella di qualcun altro”, Elizabeth Gilbert”.

Libro: Francesco Piccolo – La separazione del maschio

Serie TV: La Casa di Carta

Canzone: Planet Funk – Inhuman Perfection

https://www.youtube.com/watch?v=hbeguMUctbg

BILANCIA

“Nel 1682 Pëtr Alekseevič Romanov, noto come Pietro il Grande, diventò coreggente della Russia a dieci anni. La sorellastra Sofia, che ne aveva 24, fece scavare una nicchia sul retro del doppio trono per nascondersi alle sue spalle e sussurrargli qualche consiglio mentre discuteva di questioni politiche con i suoi alleati. Mi piacerebbe che nel 2019 ti organizzassi in un modo simile. C’è qualche saggio confidente, mentore o aiutante dei cui consigli avresti bisogno? Cercalo”.

Libro: Osho – Una vertigine chiamata vita

Serie TV: The Tudors

Canzone: Francesco Guccini – Cirano

SCORPIONE 

“Sulla cassa del violino ci sono due fori a forma di f ai lati delle corde per permettere al suono che si produce all’interno dello strumento di proiettarsi all’esterno. Circa mille anni fa, nel primo antenato del violino moderno, quei fori erano tondi. Poi presero la forma di una mezzaluna, di una c e infine di una f. Qual era il motivo di questi cambiamenti? Le analisi scientifiche dimostrano che la forma attuale consente l’uscita di una maggiore quantità di aria producendo quindi un suono più potente. Secondo la mia analisi, il 2019 sarà il momento giusto per aggiornare il tuo equivalente metaforico del passaggio dai fori a forma di c a quelli a forma di f. Questa piccola modifica ti permetterà di avere più forza e risonanza”.

Libro: Alain De Botton – Il piacere di soffrire

Canzone: David Bowie – Changes

Serie TV: Stranger Things

Strangers Things 2 si tinge di Resident Evil

SAGITTARIO

“La cantautrice Sia, del Sagittario, ha ottenuto nove nomination ai Grammy e guadagnato circa venti milioni di dollari. Ha composto canzoni per star come Beyoncé, Rihanna e Flo Rida. Ma ha collezionato anche qualche fallimento. Grandi artiste come Adele e Shakira le hanno commissionato canzoni che poi non hanno voluto cantare. Nel 2016 Sia si è vendicata incidendo un album, che ha venduto più di due milioni di copie, in cui eseguiva molti di quei pezzi rifiutati. Sai anche tu cosa significa veder ignorati, scartati o criticati i tuoi doni o talenti, Sagittario? Se è così i prossimi mesi saranno il periodo ideale per usarli a tuo vantaggio, come ha fatto Sia”.

Libro: Alessandro D’Avenia – L’arte di essere fragili

Serie TV: Vinyl

Canzone: Roxette – Dressed for success

CAPRICORNO 

“Le nuvole bianche e vaporose chiamate cumuli in genere pesano un centinaio di tonnellate. I più scuri e tempestosi cumulonembi ne pesano cinquantamila, circa cinquecento volte di più, perché contengono molta più acqua. Cosa è meglio, un vaporoso cumulo o un tempestoso cumulonembo? Nessuno dei due naturalmente. A volte preferiamo i primi perché non oscurano il cielo e non portano pioggia, ma i secondi sono una benedizione, una grande fonte di umidità e un regalo per tutto quello che cresce sulla Terra. Te lo dico perché sospetto che il tuo 2019 sarà metaforicamente più simile a un cumulonembo che a un cumulo”.

Libro: Federica Tuzi – Più veloce dell’ombra

Canzone: Caparezza – Nell’acqua

Serie TV: The Mist

The Mist, la serie tv tratta dal romanzo di Stephen King

ACQUARIO 

“Cent’anni fa la maggior parte degli astronomi pensava che nell’universo ci fosse una sola galassia, la nostra Via Lattea. Altri modelli dell’universo erano considerati quasi un’eresia. Ma negli anni venti del novecento le ricerche dell’astronomo Edwin Hubble dimostrarono l’esistenza di molte altre galassie. Oggi si calcola che ce ne siano almeno quattrocento miliardi. Mi chiedo quali altre possibilità oggi inimmaginabili saranno evidenti agli occhi dei nostri discendenti tra cent’anni. E mi chiedo anche quali verità oggi imprevedibili appariranno chiare ai tuoi occhi entro la fine del 2019. Secondo me, saranno di più che in qualsiasi altro anno della tua vita”.

Libro: Lois Lowry – Il donatore

Serie TV: Dottor Who

Canzone: Rem – Discoverer

PESCI 

“La scrittrice Elizabeth Gilbert offre questo consiglio a chi vorrebbe avere un rapporto più stretto con l’Essere supremo: “Cerca Dio come un uomo con la testa in fiamme cerca l’acqua”. Allargando questo concetto, potremmo applicarlo alla tua ricerca di qualsiasi esperienza che migliori la vita. Se credi veramente che una particolare avventura, un rapporto o un cambiamento sia fondamentale per raggiungere il tuo obiettivo più grande, non basterà essere moderatamente entusiasta. Dovrai cercare di realizzare il tuo più grande desiderio con lo stesso impegno con cui una persona con la testa in fiamme cerca l’acqua. Il 2019 sarà l’anno ideale per prendere atto di questa necessità”.

Libro:Ashlee Vance – Elon Musk. Tesla, SpaceX e la sfida per un futuro fantastico

Canzone: Bob Marley – Redemption Song

Serie TV: Young Pope

The Young Pope, Jude Law è il Papa più scorretto dell’anno

Valeria de Bari, Federica Crisci e Alessia Pizzi

Enrico Montesano è un Rugantino troppo “stagionato”

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Enrico Montesano torna a interpretare Rugantino al Teatro Sistina di Roma, affiancato da Serena Autieri nei panni di Rosetta.

Sono passati esattamente 40 anni da quando l’attore indossò i panni del romano ruspante più famoso della storia del teatro: e gli anni che passano, mi duole dirlo, si sentono. Montesano è un attore con la A maiuscola, ma interpretare Rugantino a 70 anni non è stata una buona idea. Soprattutto se Rosetta viene interpretata da una quarantenne straripante come Serena Autieri.

Purtroppo la coppia sul palco non regge. Dalla Autieri onestamente mi aspettavo di più a livello recitativo. A livello canoro ne ho sempre apprezzato le doti, che però non risultano adatte allo spettacolo. Manca nell’interpretazione dell’attrice quel cipiglio romanesco che la predecessora Alida Chelli era riuscita a regalare al pubblico. Accade, quindi, che se Enrico Montesano compensa a livello attoriale, i due risultano scoordinati anche a livello canoro perché la voce squillante dell’Autieri cozza con il filo di voce del partner.

Molto più riuscita la coppia Mastro Titta – Eusebia, interpretata magistralmente da Antonello Fassari ed Edy Angelillo: il loro equilibrio offre uno splendido esempio di performance. Bravo anche Matteo Montalto, che con la sua voce, ha tirato su il tono dello spettacolo.

Che dire, quindi, di questo Rugantino 2018? Belli i costumi, belle le coreografie, belle ovviamente le canzoni e, mi preme dirlo, meravigliosa la scenografia in movimento. Ma come da romana mi emoziona sempre ascoltare Ciumachella dé Trastevere e Roma nun fa la stupida stasera, da giornalista devo ammettere che mi aspettavo qualcosa di più, prima di tutto un po’ di onestà. Ok riproporre al pubblico dei cult con attori DOC se sono ancora in vita (purtroppo questo non è stato possibile per Alida Chelli, scomparsa nel 2012), ma bisogna anche avere la consapevolezza dei propri limiti ed evitare forzature sul palco, perché per quanto la commedia sia una storia finta, il pubblico non s’inganna mai.

Alessia Pizzi

Scacchi e follia. Un legame letterario analizzato da Angelo Germino

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Follia e gioco degli scacchi. Questo il tema centrale del bel saggio di Angelo Germino che analizza tre capolavori della letteratura, uniti dal filo rosso degli scacchi e del delirio.

Un saggio agevole che ha anche il merito di farci riscoprire tre insuperabili classici.

Quando mi è stato proposto di recensire il libro di Angelo Germino Scacchi matti, analisi di tre folli deliri nel Gioco dei Re, ho subito detto di sì. Il mondo degli scacchi mi affascina da sempre, da quando bambino ricevevo da mio nonno i primi rudimenti su una delle creazioni umane più sorprendenti, che definirla un gioco è decisamente riduttivo.

Vedere quelle trentadue statuette distribuite con logica ferrea sulla scacchiera, rappresentava per me, poco più che bambino, un fascinoso mistero.

Nel corso dei secoli questa nobile arte è stata variamente interpretata.

Simulazione della guerra, metafora del rapporto amoroso, gioco spietato, sfida perenne.

Qualsiasi sia  la visione, una cosa è certa gli scacchi affascinano e da sempre.

Specie la letteratura.

«Se durante il medioevo -come ricorda Germino- letteratura e scacchi erano associati al corteggiamento o all’amore, nel Novecento essi si associano alla follia.»

Eccoci arrivati al quid straordinario di questo piccolo libro, edito da Santelli Editore: il misterioso legame fra gli scacchi e la follia attraverso la lettura di tre celebri romanzi, in cui il mondo degli scacchi è il protagonista assoluto.

Tre libri in cui gli autori, come ricorda nella prefazione Giorgia Di Nardo Fasoli, «mettono in scena tre cortocircuiti tra la vita e il gioco: gli scacchi inizialmente appaiono come il simbolo e l’incarnazione di una via di salvezza, una difesa dal reale, ma successivamente e rovinosamente, questo mondo d’ordine e regole diventa una ragnatela che non permette più nessuna mossa.»

Si tratta nell’ordine di La difesa di Lužin di Vladimir Nabokov; di Murphy di Samuel Beckett e, infine, del capolavoro di Stefan Zweig La novella degli scacchi.

Tre libri scritti da autori che amavano il gioco degli scacchi, affascinati da quella rigorosa logica che, incontrollata, poteva condurre a un’inevitabile follia.

Opere in cui gli autori, sempre secondo Giorgia Di Nardo Fasoli, «decidono di mettere in scena il lato oscuro di tale gioco, la capacità d’affascinare e stregare la mente umana, di assorbire così tanto il pensiero da inibire tutte le altre facoltà mentali.»

Il primo di questi tre romanzi incentrati sul mondo degli scacchi e preso in esame da Germino è La difesa di Lužin Vladimir Nabokov.

L’autore di Lolita era un appassionato giocatore degli scacchi, al punto da esserne addirittura rammaricato.

In Parla, ricordo, opera autobiografica scritta nel 1967, Nabokov ammette: «nel corso dei miei vent’anni d’esilio ho dedicato un’enorme quantità di tempo alla composizione di problemi scacchistici […]. Il mio solo rammarico oggi è che negli anni più vitali e prolifici della mia vita, la manipolazione maniacale delle figure intagliate o delle loro proiezioni mentali, abbia inghiottito tanta parte del tempo che avrei potuto dedicare all’avventura verbale.»

La trama di La difesa di Lužin ruota tutto intorno all’ossessione del giovane Lužin per gli scacchi.

Una passione distorta che lo porta a isolarsi dal mondo che lo circonda, a vivere solo in funzione degli scacchi.

La vita reale per Lužin era fatta di pedine da muovere sulla scacchiera; di strategie ogni volta nuove da creare, di partite da vincere, di avversari da battere.

Fuori da quelle sessantaquattro caselle bianche e nere nulla ha senso per Lužin, nulla davvero esiste.

La terribile sublimazione di questo malato legame fra Lužin e gli scacchi arriva con la finale di un torneo.

La resa dei conti, in cui la necessità di trovare una difesa alla strategia dell’avversario porta Lužin a convincersi «che una perversa combinazione di mosse sia stata ordita dalla vita contro di lui e che debba escogitare una resistenza per non soccombervi.»

Non meno diverso e malato è il rapporto fra gli scacchi e il protagonista del secondo romanzo analizzato da Germino nel suo bello e agevole saggio.

Si tratta di Murphy di Samuel Beckett, «una delle opere più elaborate e travagliate che -come ricorda Germino- l’autore partorisce tra il 1934 ed il 1937, interrotta numerose volte a cause di un’altalenante instabilità psichica.»

Il romanzo, che «può definirsi una caleidoscopica Comédie Humaine della psichiatria» ruota tutto intorno al protagonista, Murphy, solipsista depresso che, verso la fine del romanzo, gioca un’epica partita a scacchi con il signor Endon.

Si tratta di un paziente del Magdalen Mental Mercyseat, dove Murphy viene assunto come infermiere al posto dell’amico Ticklepenny, licenziatosi per paura che il contatto con gli internati lo potesse condurre alla follia.

Endon è « il più carino e docile rimbambito di tutto l’istituto» un luogo, il manicomio, che per Murphy, «è percepito come una chiesa, dove si sente in comunione con i suoi consanguinei, gli internati appartenenti al “piccolo mondo” da lui costantemente ricercato.»

Il terzo e ultimo capolavoro letterario esaminato in questo bel saggio è  La novella degli scacchi di Stefan Zweig.

Non si tratta come negli altri casi di un romanzo, bensì di un racconto che Zweig scrisse nel 1941, pochi mesi prima di suicidarsi, nel pieno della seconda guerra mondiale e dell’incubo nazista.

Nella Novella degli scacchi la componente angosciosa è largamente presente, una sorta di marchio indelebile.

«Un racconto raffinato ma dal tono decisamente drammatico, -lo definì lo stesso Zweig- una metafora della distruzione della civiltà europea da parte dei nazisti.»

Tema centrale del racconto sono chiaramente gli scacchi, mondo a cui l’autore di Nel mondo di ieri si appassionò negli anni in cui visse a Petropolis. Gli scacchi, come ricordò anni dopo la prima moglie, erano per Zweig l’unica vera distrazione dal lavoro.

La trama è semplice. A bordo di una nave da crociera il dott. B. e il signor Czentovič, giocano una drammatica partita a scacchi, come nel capolavoro di Ingmar Bergman, Il Settimo sigillo. 

Intorno alla scacchiera si sfidano due persone profondamente diverse.

Il dottor B. è dotto, elegante, rappresentante, come ricorda Germino, della «cultura del vecchio mondo, colta e raffinata» di quell’età d’oro di matrice Ottocentesca, a un passo dal definitivo tramonto.

L’altro, invece, nonostante sia il campione mondiale in carica, è un uomo rozzo, arrogante e profondamente venale, espressione  di quel mondo che si sta sfrontatamente affermando.

Non si tratta di una semplice partita ma di una vera e propria resa dei conti con la vita. Una sfida fra due uomini diversi ma uniti dal mistero e da due esistenze avvolte in una enigmatica nebbia.

Il merito di Germino, in questo agilissimo saggio, corredato oltretutto di un’importante bibliografia, non è solo quello di aver analizzato il legame fra gli scacchi e la follia, ma anche quello di aver proposto ai lettori tre straordinarie opere letterarie.

Scacchi matti, analisi di tre folli deliri nel Gioco dei Re, fa riscoprire il fascino incorrotto di tre pietre miliari della letteratura mondiale, tre opere unite dal labile filo della follia, che si perde all’infinito fra sessantaquattro caselle bianche e nere, metafora unica della vita.

Maurizio Carvigno

Operazione P.I.C., un libro per gli amanti del giallo

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Operazione P.I.C. Un mistero nelle isole partenopee è un giallo avvincente che ha il pregio di mostrare il lato più “cerebrale” delle indagini, attraverso le riflessioni e le risoluzioni della brillante psicologa Rossella Spargo e del tenace socio-antropologo Arcos Mele, detective inconsueti e dai metodi originali ma estremamente efficaci.

I due protagonisti riusciranno, attraverso grande intelligenza e intuito, e un’alchimia più forte di qualunque avversità, ad agire nell’ombra e ad aiutare le forze dell’ordine nel delicato compito di smascherare una complessa organizzazione settaria, radicata fin nelle più alte sfere del potere e dell’informazione.

«[…] Trascorse l’intera giornata ascoltando notiziari radiofonici, guardando telegiornali di ogni rete televisiva possibile, compresi quelli di divulgazione online. La quantità, ma soprattutto la qualità delle informazioni e dei dettagli in suo possesso non aumentò. Al contrario fu resa ancor più caotica e fuorviante dai mezzi busti, coadiuvati da esperti d’ogni genere, comodamente seduti su poltroncine o bordi di scrivanie, più attenti ad autoglorificarsi e stupire, piuttosto che informare».

Operazione P.I.C. Un mistero nelle isole partenopee è un romanzo giallo scritto con intelligenza e cognizione di causa. L’autore, Achi, conduce il lettore in una serie di intrighi e macchinazioni rivelando una profonda conoscenza della materia trattata: dalle procedure di indagine, ai sistemi giuridici, fino ai meccanismi psicologici utilizzati dalle organizzazioni settarie per controllare i propri adepti. I protagonisti Rossella Spargo e Arcos Mele si trovano immersi fino al collo in una vicenda pericolosa e ingarbugliata, occultata da numerosi strati di corruzione e connivenza.

Senza mai arrendersi, e grazie al loro forte legame, anche se ancora in via di definizione, si improvviseranno detective pur non avendone i permessi, conducendo le indagini per una serie di omicidi misteriosi e inquietanti.

Achi accompagna i due protagonisti in un mondo di apparenze e inganni, denunciando poteri corrotti, una giustizia spesso inefficiente e un sistema di informazione pilotato e interessato all’autocelebrazione piuttosto che alla diffusione della verità. Nella cornice delle isole partenopee di Procida, Ischia e Capri, e con la fascinazione di simboli esoterici e religiosi, il romanzo procede con ritmo serrato e con uno stile originale e colto, portando alla luce una realtà celata allo sguardo degli onesti cittadini, inconsapevoli di essere parte di un meccanismo malato. E in Operazione P.I.C. Un mistero nelle isole partenopee la corruzione della società italiana trova una metafora nell’organizzazione a piramide rovesciata della setta de I figli di Skotos, che “possiede una base composta da una ridotta oligarchia, simile alla punta di una piramide, sulla quale si erge e sorregge l’intera organizzazione”. In quest’ottica Achi non solo costruisce una storia avvincente e intelligente che intrattiene e mantiene la tensione dalla prima all’ultima pagina, ma propone anche una riflessione sentita sulla società odierna, sui suoi vertici del potere, sullo sciacallaggio dei mezzi di comunicazione e sulla loro sudditanza a questi pochi, influenti eletti, che reggono malamente le sorti di una piramide posta in un equilibrio sempre più precario.

TRAMA:

In una calda e limpida estate nel Golfo di Napoli, la vita delle isole di Procida, Ischia e Capri è macchiata dall’assassinio di tre preti. Trovare il vero colpevole sembra un’impresa impossibile per una giustizia italiana troppo spesso preda della corruzione e condizionata dalla macchina dell’informazione, intenta a creare scoop piuttosto che rincorrere la verità. Due ricercatori, la psicologa Rossella Spargo e il socio-antropologo Arcos Mele, si ritrovano a indagare sull’accaduto. In questa loro ricerca della verità, ricca di suspense, azione e indizi, riusciranno a portare alla luce una realtà sconvolgente, svelando, grazie alle loro deduzioni e alla profonda intesa che li lega, cosa si nasconde dietro quegli omicidi. Le rivelazioni però non finiscono qui, perché questo romanzo ci aiuta a indagare anche i sentimenti, mostrando la difficoltà di amare superando le convenzioni sociali e il coraggio necessario per seguire il proprio cuore.

BIOGRAFIA:

Achi nasce a Napoli nel 1971. Quello di Operazione P.I.C – Un Mistero nelle isole Partenopee non è un esordio: i trascorsi letterari di questo scrittore risalgono a molti anni fa. L’autore è un personaggio dal carattere e dalle idee singolari, difficili da ridurre al “così si fa perché così si deve fare”. Questo si rispecchia nel suo stile di scrittura, ritenuto ben oltre sopra le righe, ma anche nella caratterizzazione dei personaggi e nelle vicende attraverso le quali si dispiega la narrazione dei suoi scritti. Resta convinto che le notizie da pettegolezzo biografico nulla possano aggiungere o togliere alla qualità di un’opera. Sostiene, per esempio, che a nessuno interessi il fatto che sia stato l’ultimo allievo di Zietta Liù, che oggi nessuno conosce, ma grande scrittrice e giornalista italiana. Per lui è stata una straordinaria guida nel teatro.

Per Achi ciò che conta davvero è l’interesse reale di una porzione di pubblico verso il suo particolare stile – definito da qualcuno “di un’altra epoca” – e il suo indecifrabile modo di essere. Per quanto riguarda il suo ultimo libro Operazione P.I.C. – Un mistero nelle isole Partenopee (& MyBook, 2018), Achi deve la pubblicazione alla lungimiranza di una persona, Il signor M.P. che, dopo aver seguito le sue travagliate vicende letterarie, ha pensato che meritasse almeno una reale e ultima possibilità. Con & MyBook ha pubblicato anche due racconti scaricabili gratuitamente: Scarlett e La forza di Essere. Achi sostiene che chi è veramente interessato a qualcuno o a qualcosa lo possa dimostrare solo attraverso i fatti; non a caso, questo suo tentativo di interessare i lettori ha come tema principale il mistero, a partire dalla sua identità e dal suo aspetto; ha infatti appositamente disseminato una serie di indizi e testi online per permettere a chiunque di risalire ai suoi trascorsi, che coinvolgono anche nomi altisonanti del mondo televisivo italiano. Per restare in linea con questa idea è stata realizzata anche una sorta di “indagine online”, alla quale può partecipare chiunque in modo assolutamente gratuito. Attraverso una serie di enigmi, indizi e depistaggi, chi decide di partecipare dovrà cercare qualcuno che è scomparso, per poterlo liberare. L’indagine condurrà a un premio per l’investigatore.

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Aquaman, in fondo al mar è pieno di meraviglie

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Sicuramente non è un film di supereroi come gli altri, questo Aquaman. Partiamo dalle ovvietà.

O meglio, lo è nella sua struttura e nella sua trama, nel percorso che affida al protagonista tutto muscoli e battute sagaci. Quella del Re di Atlantide è la storia classica presa di peso dai fumetti – soprattutto i più recenti – e quella ancora più canonica dell’eroe riluttante che, attraverso incontri, scontri, avventure e conoscenze (possibilmente amorose), abbraccia la sua missione per compiere il proprio destino.

Fin qui, tutto nella norma. E allora perché è impossibile definire Aquaman un classico cinefumetto, e anzi, è addirittura difficile catalogarlo in un genere? Perché il regista James Wan, uno che scorrendo la sua filmografia sa benissimo come compiacere i gusti del pubblico di massa, gli costruisce e confeziona attorno una cornice che più spettacolare e assurda, nel senso positivo del termine, non si poteva immaginare.

La vicenda iperclassica di Aquaman è immersa non solo nelle profondità dell’oceano, ma in un continuo andirivieni di eventi, scenari, personaggi e conflitti. Il vorticoso crescendo del film, a sua volta, è dilatato in una furiosa catena di colori, rumori, costumi e meraviglie da far girare la testa. Più che un film, Aquaman è letteralmente una gigantesca macchina che fagocita tutto ciò che crea col solo fine di creare spettacolo, senza filtri e, soprattutto, senza limiti. Più che un film di supereroi, allora, Aquaman diventa appunto un enorme film di stampo fantasy in cui Wan riesce a mettere tutto il concepibile, creando e giocando in due ore e venti minuti con mondi e personaggi che avrebbero avuto senso in due o tre film, semmai.

La cosa però più assurda di Aquaman è però il suo vero paradosso: tutti quelli finora descritti non sono difetti, ma pregi.

Veri pregi, perché la visione di Aquaman non solo si approccia con la consapevolezza di assistere ad un giocattolone, ma perché il primo a saperlo e a sfruttarne le potenzialità al 100% è proprio Wan stesso.

Tutto in Aquaman è volutamente esagerato e spinto al massimo. Tutto è onnivoro spettacolo che non deve mai far distogliere allo spettatore lo sguardo dallo schermo. Ogni momento, ogni scena deve essere un inarrestabile giro sulle montagne russe. Non bisogna mai lasciare il tempo di farsi domande, di chiedersi “ma l’approfondimento?” perché l’attimo successivo deve nuovamente stupire. Anzi, deve sopraffare nella maniera più sensorialmente completa possibile.

Passando dalle battaglie tra fantastiche creature marine alle fughe nel caldo deserto che non conosce gocce d’acqua, attraverso scenari da film di guerra fino a toccare addirittura l’horror, Wan nel film stesso cambia continuamente registro e stile, aspettative e ambizioni. Non le proporzioni, che non possono mai diminuire. Ne esce fuori un kolossal autentico, magari non epico ma certamente spettacolare, che ha l’esagitata urgenza di evolvere sempre e stupire sempre. Cannibalizzando tutto ciò che possa apparire vagamente delicato, ovviamente.

Sorprende Aquaman, perché è niente di ciò che qualcuno poteva aspettarsi. E, pur essendo così esagerato, così dannatamente e fieramente kitsch, convince al tempo stesso, perché non poteva essere altro, non poteva appiattirsi sul rischio del generico. Quasi non poteva fare altrimenti, perché il suo protagonista è l’unico che permette tali escursioni nella follia e meno serietà possibile, e qualsiasi tocco di realismo avrebbe addirittura stonato. Non poteva calmarsi, perché ci avrebbe dato tempo di vedere l’assurdo e quindi lasciando solo il ridicolo. Invece così, senza frenare mai, ci spinge con estremo gusto ai confini del grande cinema d’intrattenimento.

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Emanuele D’Aniello

Sandra Bullock è la “dea bendata” di Bird Box

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In Cecità José Saramago raccontava la storia di un Paese colpito da un’improvvisa cecità bianca che avrebbe distrutto le basi della convivenza civile. In Bird Box Susanne Bier arruola Sandra Bullock come eroina in un mondo dove una presenza invisibile genera l’incontrollabile istinto di suicidarsi a chiunque la guardi.

Malorie, questo il nome della protagonista, è incinta. Uno stato sicuramente di fragilità nell’immaginario comune, che viene assolutamente sventato da un film che agisce su due livelli: uno ambientato nel passato, e quindi nel momento in cui scoppia il cataclisma, e l’altro, nel presente, dove Malorie è madre di due bambini di cinque anni.

La sua missione nel presente è quella di attraversare un fiume nella nuova modalità di sopravvivenza all’esterno: con gli occhi bendati. Infatti, nella nuova realtà, solo al chiuso si possono tenere gli occhi aperti senza rischiare di morire. Unici compagni di viaggio del trio sono tre pappagalli che aiutano le persone a percepire l’arrivo del pericolo.

Cos’è quindi Bird Box, oltre all’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Josh Malerman? Un film horror, un film psicologico, un film distopico? Forse è tutte e tre le cose, fatto sta che ha senza dubbio una delle trame più avvincenti del momento. Bird Box non è solo un film di suspense, però. È un film che parla principalmente di sentimenti, il che potrebbe far sorridere al pensiero della durezza apparente della protagonista e del suo antagonista, Douglas, interpretato da John Malkovich. Come spesso accade durante le catastrofi l’essere umano deve tirare fuori la propria essenza. I più fragili sanno di essere deboli, mentre i più forti discutono per il comando e i menefreghisti… scappano.

Non sappiamo bene cosa vedano le persone prima di morire: sicuramente questa forza oscura agisce sulle debolezze, arrecando all’anima di chi la osserva uno sconforto tale da causare il suicidio.

Questo legame tra suicidio e natura mi ha ricordato il film E Venne il giorno, dove erano le piante a stimolare la voglia di uccidersi negli esseri umani. Sicuramente nella pellicola della regista danese c’è la voglia di mostrare anche una morale, in perfetto stile Saramago, senza dare troppo una spiegazione. Nella società dell’apparenza in cui viviamo ridurre l’essere umano a quattro sensi può sicuramente indurre a svilupparne un sesto, quello dell’empatia. La fiducia in Bird Box è una componente fondamentale per sopravvivere. Fiducia nel proprio istinto e fiducia tra le parti.

Distribuito dal 21 dicembre 2018 da Netflix in tutto il mondo, Bird Box ha tutte le carte in tavola per far parlare di sé. Sandra Bullock ancora una volta si conferma un’ottima attrice, specialmente nel ruolo di donna guerriera. Certo, mostrarla incinta a 54 anni (età anagrafica) ai miei occhi è risultato un po’ forzato, ma sicuramente è l’interprete giusta per il ruolo. Una sorta di “dea bendata” diciamo. La storia, come ho detto in precedenza, ricorda altri libri e altri film, ma è piacevole da guardare nel complesso e ha comunque le sue particolarità.

Alessia Pizzi

L’eterna lotta fra il potere e l’arte. Augusto contro Ovidio

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Sul palco del teatro Eliseo è andato in scena il secondo dei quattro appuntamenti di Personaggi e protagonisti: incontri con la storia. Ad essere giudicato questa volta è stato nientedimeno che Augusto, il primo imperatore di Roma.

Dopo Karl Marx a essere processato, nel bel format di Elisa Greco, è stato il Divo Augusto, il primo imperatore di Roma.

A portare alla sbarra il fondatore del più grande impero della storia, è il poeta  Publio Ovidio Nasone, che fu condannato da Augusto alla relegatio, nella sperduta e gelida Tomi, per aver con la sola forza dei suoi versi, minato la politica moralizzatrice e conservatrice promossa da Augusto.

Proprio quella sorta di confino, è stato il centro di tutto il processo che ha preso vita, lo scorso 5 dicembre, sul palco dell’Eliseo.

A presiedere la giuria, un perfetto e imperturbabile Giuseppe Ayala, già presente in precedenti edizioni di  Personaggi e protagonisti: incontri con la storia.

L’ex magistrato e politico italiano ha dovuto faticare e non poco per contenere la vis polemica dell’imputato Augusto, interpretato dall’ex Presidente della Camera dei Deputati, Pierferdinando Casini e la logorrea di Ovidio Publio Nasone, a cui ha dato voce un simpaticissimo Francesco Rutelli.

Oltre ai due protagonisti, anche l’accusa e la difesa.

La prima sostenuta dal Pubblico ministero, interpretata dal sostituto procuratore del tribunale di Roma, Antonia Giammaria. La seconda, invece, dalla  bravissima Cristina Rossello, avvocato ed europarlamentare.

Un dibattimento serrato che ha riproposto sul palcoscenico dell’Eliseo, l’annosa lotta fra potere e arte, fra legge e libertà d’espressione, un tema ancora oggi attualissimo.

A perorare la causa di Augusto e Ovidio, due testimoni d’eccezione. Per l’imperatore la stessa moglie Livia, interpretata dalla bravissima giornalista Annalisa Bruchi che, fedele all’iconografia classica della consorte imperiale, si è presentata avvolta da un casto velo rosso.

Per Ovidio, invece, Giulia Minore, (interpretata da Nathania Zevi) la nipote di Augusto, figlia di Giulia Maggiore che, al pari della madre, pagò con l’esilio l’essere invisa all’illustre avo.

A supporto delle rispettive posizioni anche due periti d’eccezione.

Per l’accusa l’archeologa Elena Francesca Ghedini, espertissima di Ovidio, suo il bellissimo libro Il poeta del mito, edito Carocci.

Rilevante anche il perito della difesa, il direttore del Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci di Milano Fiorenzo Galli.

A fare da sfondo a questo processo vecchio di duemila anni, ma ancora straordinariamente attuale, meravigliose immagini.

Si tratta di alcuni frame provenienti dalla bellissima mostra su Ovidio. Amori, miti e altre storie, curata dalla stessa professoressa Ghedini e visitabile presso Le Scuderie del Quirinale a Roma fino al prossimo 20 gennaio.

Imperdibile la contrapposizione dialettica fra Augusto/Casini e Ovidio/Rutelli, con quest’ultimo che strappa più di una risata nella gremita sala dell’Eliseo, ogni qual volta ricorda i giorni trascorsi nella gelida e lontanissima Tomi, in Romania circondato da uomini bruti e donne pelosissime.

A rendere ancora più suggestivo questo processo, la lettura di brani dello stesso Ovidio, ad opera di Giulia Salvo, tratti, dall’Ars Amatoria e dai Trista, l’ultima opera scritta dal poeta originario di Sulmona proprio nel periodo della relegatio.

Alla fine è stato come sempre il pubblico a dover decidere, esprimendo l’inappellabile verdetto con i fatidici bigliettini di colore rosso o blu.

Avrà condannato o, invece, assolto colui che ereditò una Roma di mattoni lasciandola di luccicanti marmi?

Il responso è stato implacabile.

A poco è servita la strenua difesa di Augusto, che inutilmente ha cercato di sottolineare come quella condanna fosse organica al suo processo di moralizzazione e che l’attacco agli dei perpetrato da Ovidio, specie nella sua opera più famosa, Le Metamorfosi, fosse pericoloso per la stabilità di Roma, da poco uscita da decenni di terribili lotte intestine.

Vana, anche, la partecipata perorazione di Livia, che ha provato a difendere l’imperiale marito dall’accusa di essere stato un ipocrita, sostenendo da una parte la moralità e dall’altra sposando una donna, Livia per l’appunto, già coniugata e con un figlio.

Il pubblico ha sentenziato la condanna per il primo imperatore di Roma, responsabile di aver recluso Ovidio e la sua poesia.

Alla fine, almeno nel grembo dell’Eliseo, e non poteva essere altrimenti, l’arte ha prevalso sul potere, la cultura sulle rigide regole.

L’appuntamento con Personaggi e protagonisti: incontri con la storia è per il prossimo anno. L’11 febbraio, infatti, a sedere al banco degli impuntati sarà Evita Peron e anche in quel caso, nonostante tutto e tutti, a decidere sarà solo e soltanto il pubblico.

(Le foto dello spettacolo sono di Federica Di Benedetto)

Maurizio Carvigno

In esclusiva regionale per il teatro Le muse di Ancona arriva Priscilla!

Dal 3 al 6 gennaio sarà in scena Priscilla, La Regina del Deserto al teatro Le Muse di Ancona

Tratto dall’omonimo film cult “Le Avventure di Priscilla La Regina del Deserto” – vincitore di un Premio Oscar e del Grand Prix Du Publique al Festival di Cannes – Priscilla è una travolgente avventura “on the road” di tre amici che, a bordo di un vecchio bus rosa soprannominato Priscilla, partono per un viaggio attraverso il deserto australiano alla ricerca di amore e amicizia, finendo per trovare molto di più di quanto avessero mai immaginato! Un musical sfavillante con oltre 500 magnifici costumi, una sceneggiatura esilarante ed una intramontabile colonna sonora che include 25 strepitosi successi internazionali, tra cui “I Will Survive”; “Finally”; “It’s Raining Men” e “Go West”.

Priscilla Queen Of The Desert the Musical, è il musical australiano di maggior successo di tutti i tempi, visto da più di 3 milioni di spettatori. In Italia Priscilla La Regina del Deserto ha già registrato 350.000 spettatori.

In attesa di vederlo di persona anche noi di CulturaMente, anticipiamo alcuni dei commenti più autorevoli:

Vanity Fair: “Vedere Priscilla, la regina del deserto è come tornare arricchiti da un viaggio. Nessuno spettacolo più di Priscilla ci fa riflettere oggi sulle maschere che siamo costretti ad indossare per vivere. Ma non hai il tempo di intristirti perché di colpo Gloria Gaynor riprende a cantare, e cominci così a battere le mani, a commuoverti e a ridere in una catarsi leggera che ti riempe il cuore. È la magia del musical. E Priscilla è un grande musical.” 

Oggi“Un’apoteosi di costumi e colori. Ecco lo show che ha sedotto il mondo. Sale la febbre di Priscilla.”

La Gazzetta dello Sport: “Il divertimento è assicurato, tra un tripudio di piume, parrucche e hit anni 70-80: la trasgressione c’è, ma è in formato famiglia.” 

 

Insomma, noi di CulturaMente non mancheremo senza dubbio… e voi?

 

DAL 3 AL 6 GENNAIO_MUSE esclusiva regionale
FUORI ABBONAMENTO SABATO 5 GENNAIO ORE 17

di Stephan Elliot e Allan Scott
regia originale Simon Phillips
regia italiana di Matteo Gastaldo

 

La Redazione

The Affair: le insostenibili conseguenze dell’amore molesto

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Creata a quattro mani da Hagai Levi e Sarah Treem per Showtime, The Affair ha per sottotitolo Una relazione pericolosa. Quello di cui racconta è infatti un amore, il più banale e clandestino, che investe come un’onda le vite di famiglie già lacerate, spezzate, nascoste dietro la maschera del perbenismo di provincia o dei sorrisi a colazione.

Composta da quattro stagioni in attesa della quinta – l’ultima – la serie si è aggiudicata due Golden Globe nel 2015 e uno nel 2016. Ha visto rinascere dalle ceneri talenti inchiodati a un passato ingombrante, consacrando, d’altra parte, interpreti già destinati al firmamento delle celebrità.

Ne segna tanti di punti di svolta The Affair, inserendosi con grande agio nel novero di una narrativa seriale che, da qualche anno, è in pieno stato di grazia. Lo fa servendosi – appunto – di un cast di prim’ordine, di una tecnica narrativa svecchiata e riplasmata, di un plot basilare che rivela, in ogni sfumatura, tutta la sua grandezza. A cominciare dagli spazi che occupa.

È stato Marc Augé a ribattezzare “non-luoghi” quegli angoli di mondo sottratti alla storia, all’identità, alle relazioni – e non nell’accezione precapitalistica del termine. “Non luoghi” sono hall e stanze d’albergo, supermercati, stazioni ferroviarie e aeroportuali. Spazi di transito, in cui si è se stessi nell’invisibilità, con un documento a testimoniare il proprio passaggio. La propria esistenza. Non può nascere incontro nei “non luoghi”, gli individui si sfiorano senza mai toccarsi e l’interazione – qualora prevista – è un amore all’ultimo sguardo di benjaminiana memoria.

the affair

La Montauk di The Affair – quella della prima stagione – è un tripudio di diner e camere d’albergo con la moquette alle pareti.

Solo che qui l’amore mancato si trasforma in un uragano, divelle case con solide fondamenta, distrugge stabilità inattaccabili ed equilibri precari. I “non luoghi” mutano in luoghi, e assorbono l’anima dei protagonisti, ne succhiano la linfa che li rende vivi e al contempo li piega. E non c’è teoria di Augé che tenga dinnanzi alle imponderabili conseguenze dell’amore.

Il primo incontro tra Noah (Dominic West) e Alison (Ruth Wilson) avviene infatti in una tavola calda, il Lobster Roll, dove lei lavora come cameriera. Lui ha ambizioni da scrittore, un sorriso da uomo piacente e una moglie ricchissima (Maura Tierney) che gli ha dato quattro figli. Si reca a Montauk a casa dei suoceri, benestanti e snob con le porte aperte al successo, forse anche al suo. Lei invece è una squattrinata ragazza in crisi, con un marito bello ma gelido (Joshua Jackson), irrigidito nel cuore dalla perdita di un figlio che ha spezzato le loro vite. Noah ha tutto e Alison invece non ha niente.

È alla luce di questo che la frase da lei pronunciata ha il sapore inquietante del tragico presentimento: Welcome to the end of the world.

Perché la fine del mondo, per Noah ed Alison, è veramente vicina e si consuma, nel suo punto d’origine, tra i tavoli laccati di un diner negli Hamptons. I due possiedono gli strumenti per arginarla, voltarsi dall’altra parte e sottrarsi allo schianto, ma non ce la fanno. Cadono, e all’inizio è un caos da cui nasce una stella che danza tra le spiagge selvagge e gli hotel affittati per l’amore nascosto. Ma già la cattura, il rapimento dei sensi, segue due strade diverse se a raccontarlo è lei, oppure lui.

The affair
Cole e Alison

Ed è qui la grande genialità di The Affair, che riscrive le regole della narrazione giocando col tempo. Attingendo a quei flashback padroneggiati da Kurosawa in Rashomon mischiati alla verbosità di Scene da un matrimonio di Bergman.

La storia di Alison e Noah è infatti rievocata andando indietro nella memoria, sollecitata questa, a sua volta, da zelanti commissari di polizia. È un interrogatorio, difatti, a permettere di rievocare tutto, dal principio di paradiso sino allo scoppio dell’apocalisse. E i ricordi dell’uno e dell’altra si fanno nitidi ma sbavati, si sovrappongono e cozzano per differenze macro o microscopiche che mettono l’osservatore dinnanzi ai misteri della mente umana.

Chi mente? Chi gioca? Chi ammette la realtà dinnanzi alla giustizia e, soprattutto, dinnanzi a se stesso?

Le testimonianze dei due conducono lo spettatore lungo il languido sentiero dell’itinerario amoroso, che si spoglia della “semplice” aegritudo amoris di Cappellano per seguire – in ossequio ai tempi – il percorso tracciato dai Frammenti di Barthes. Alla «cattura» segue la «dolcezza dell’inizio, il tempo dell’idillio». Poi arriva il «“seguito”». Ovvero «La sequela di sofferenze, dolori, angosce, sconforti, rancori, impacci e tranelli» che conducono al «decadimento» che coinvolge l’altro, se stessi, e l’intero incontro di anime. È l’atavica tempesta dell’amore, che quando è the affair investe anche terze e quarte parti, fa strage di sicurezza e finisce per incancrenire ferite che non rimargineranno mai.

The affair
Alison e Noah

Il crimine da cui scaturisce l’indagine finisce per essere così il punto di non ritorno di un percorso pericoloso, ma funge al contempo da espediente per illustrare le conseguenze di una passione che scuote memoria e realtà, percezione e vissuto.

Nelle stagioni successive, che non a caso chiudono un cerchio, la narrazione si sfalda per seguire anche i punti di vista di Helen e Cole, i coniugi traditi e devastati di riflesso dall’onda della passione cieca. E le emanazioni memoriali si moltiplicano, stratificandosi fino a non distinguere più tra sogno e reale, passato e presente. Noah scriverà persino un libro sul suo amore con Alison, rompendo ancora di più gli equilibri di una situazione precaria e confondendo – volutamente o forse no – il sentimento vissuto con la pagina scritta.

C’è tanto di quel lavoro complesso in The Affair che un solo sguardo non esaurirebbe nemmeno metà dei suoi frammenti di storia. Vi è l’idea di letteratura come apprendistato alla vita, la meta narrazione che si intreccia con le teorie del tempo filmico e l’antropologia dei mondi contemporanei, colta nelle abitudini di vita quotidiana cui non si fa nemmeno caso.

Ma soprattutto ci sono le conseguenze dell’amore. La sua forza straripante che si porta dietro pezzi di anima e ossa, equilibri mentali saltati e lacerti di vita che si cerca di rimettere in piedi. Una forza che fa poi a brandelli il sentimento stesso, vissuto, consumato, e poi spolpato. Finché non resta che qualche svogliata carezza, nella rinnovata convinzione di dover ricominciare daccapo.

 

Ginevra Amadio

 

Riferimenti bibliografici

Augé M., Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, Elèuthera, 2008.

Barthes R., Frammenti di un discorso amoroso, Torino, Einaudi, 2001.

Benjamin W., Di alcuni motivi in Baudelaire, in Angelus Novus, Torino, Einaudi, 1962.

Busni S., L’amore ai tempi della Complex Tv, “Fata Morgana Web”, 11 novembre 2017.

Cappellano A., De Amore, Milano, SE, 2017.

Compagnon A., Il demone della teoria, Torino, Einaudi, 1998.

Sallustio S., The Affair, la recensione della terza stagione, “Anonima cinefili”, 2018.

 

Pissarro: lettere al figlio su arte e anarchia riedite da Elèuthera

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Elèuthera ripubblica l’epistolario di Camille Pissarro, le sue lettere inviate al figlio Lucien contenenti le sue idee su arte e anarchia.

Ho sempre amato Camille Pissarro. Fra i pittori impressionisti è il mio preferito. La sua pennellata mi ha colpito quando, visitando anni fa il Musée D’Orsay, decisi che fra gli impressionisti lui e Alfred Sisley erano i miei preferiti. Quando poi ho scoperto, leggendo le sue lettere al figlio, le sue idee sulla politica, l’arte e la società l’ho apprezzato ancora di più. Non mi affascina più solo il pittore ma anche l’uomo, Camille, è diventato ai miei occhi straordinario.

Le lettere fanno emergere un uomo dai valori politici molto forti; un uomo che lavorava alacremente per mantenere la sua numerosa famiglia; un padre affettuoso e un pittore che non avrebbe mai svenduto la sua cifra artistica.

Nelle sue lettere, che coprono un arco temporale di un ventennio (dal 1883 al 1903), Camille Pissarro espone al figlio Lucien, anch’egli artista, specializzatosi nell’incisione, i suoi più intimi pensieri.2

Leggiamo i suoi consigli dispensati al figlio sull’arte, su come migliorarsi e gli incoraggiamenti circa i progressi raggiunti. Traiamo scambi di opinioni circa gli avvenimenti politici coevi. Riusciamo a ricostruire il quadro storico in cui Pissarro vive, gli intellettuali con cui entra in contatto, le sue opinioni su di essi e il dispiacere provato per la morte di un collega stimatissimo come Manet.

Queste lettere sono la perfetta ricostruzione storica della Belle Époque, periodo artisticamente, politicamente e culturalmente in pieno fermento.

Le numerose mostre a cui Pissarro ha partecipato, i mercanti d’arte con cui ha lavorato, le difficoltà incontrate nella realizzazione dei suoi quadri en plein air e nella vendita degli stessi. Queste lettere ci offrono tutti i retroscena della vita di un grande pittore come Pissarro.

Nelle lettere, mezzo privato di comunicazione nel quale ci intromettiamo grazie a questo libro, emergono le opinioni di Camille Pissarro circa l’Affaire Dreyfus e l’affermarsi di ideali reazionari e antisemiti. Le sue posizioni anarchiche e antiborghesi. Possiamo leggere le sue intime opinioni riguardanti i suoi colleghi: la sua profonda stima nei confronti di Cèzanne, Alfred Sisley e Goya; e la sua avversione per Gauguin, reo di essersi allontanato dalla natura per Pissarro fondamentale. Natura che è sempre stata il soggetto della sua pittura e che Camille ha sempre ricercato nei suoi numerosi viaggi. Leggiamo dell’evoluzione artistica di Camille, avvicinatosi per un periodo ai Neoimpressionisti ma poi tornato all’impressionismo. Leggiamo schiette opinioni circa altri artisti e nuove correnti artistiche tipiche della confidenza fatta in privato. Sappiamo che detesta Gauguin, i neoromantici e chiunque si allontani dalla natura, unico soggetto degno di arte secondo Pissarro.

Queste lettere sono il modo più bello per avvicinarsi a Camille Pissarro, e per conoscerlo come artista e soprattutto come persona. Questo libro, curato da Eva Civolani e Antonietta Gabellini per Elèuthera, è uno splendido esempio di arte nella storia e di storie sull’arte narrate in prima persona da uno dei protagonisti di spicco dell’impressionismo francese.

Francesca Blasi

La Befana vien di notte, proviamo a digerire il cinecarbone

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La Befana vien di notte e ti porta il carbone se sei stato cattivo, questa frase la sentivo spesso da bambino. Non so voi, ma a me onestamente quel carbone di zucchero non è mai piaciuto. Figuratevi ora, un po’ più grandicello, come è dover digerire pure il cinecarbone.

E questo termine indecente non l’ho coniato io, premetto. Lo ha scelto lo sceneggiatore Nicola Guaglianone per descrivere il suo nuovo lavoro La Befana vien di notte, diretto da Michele Soavi. I riferimenti del film saranno pure altri – a quelli ci arriviamo tra poco – ma tale definizione si avvicina, involontariamente, al risultato qualitativo finale: il cinepanettone.

Attenzione però, non siamo davvero dalle parti del cinepanettone, La Befana vien di notte ha ben altra dignità e ispirazione. Il problema è che tutte le cose buone, appunto, rimangono ancorate alle ispirazioni, alle idee, alla volontà iniziale. Il prodotto finale, invece, è uno scarso e raffazzonato tentativo di mischiare il fantasy al teen movie, che la confezione italiana peggiora vivamente.

I riferimenti, come anticipato prima, nascono dai film con i ragazzi e per i ragazzi tipici del cinema americano anni ’80. Ma farli cozzare con il mondo creato dal personaggio di Stefano Fresi, una macchietta che più ridicola e fastidiosa è difficile immaginare, creano un contrasto di toni del quale le prime vittime siamo noi spettatori.

Più che un film, infatti, La Befana vien di notte è un pastrocchio di pessima fattura. L’esperienza di Michele Soavi non basta quando davanti abbiamo il cartoonesco del villain – mi addolora ripeterlo ancora ma non posso farne a meno – alquanto inutile, dialoghi risibili messi in bocca ai pur volonterosi bambini, e zero approfondimento di storia e personaggi.

La trama va dritta e lineare come tutti possono aspettarsi. I personaggi sembrano solo l’abbozzo di personaggi sotto ogni aspetto. Il villain parte da una premessa banalissima ed è totalmente privo di tridimensionalità. I bambini improvvisamente sentono il trasporto incredibile nel salvare la loro insegnante dal pericolo senza che il film perda tempo nel creare un qualsiasi legame emotivo tra alunni e maestra. La Befana, eccoci all’ipotetica protagonista, non sfrutta mai le caratteristiche della tradizione cui il film accenna nel primo atto. Per dire, non consegna nemmeno il carbone…

Siamo in prima linea a sostenere il cinema italiano quando torna al genere, o prova a fare prodotti diversi dal solito. Ma quasi sempre delude il nostro sostegno, appiattendosi sul banale. Quasi ogni aspetto narrativo di La Befana vien di notte sembra la prima bozza di una sceneggiatura, che non è andata oltre l’idea. Ogni effetto visivo è abbandonato a se stesso, ad esempio un ormai famigerato inseguimento aereo tra villain e Befana in cui non succede assolutamente nulla.

Questa visione però un pregio lo ha: mi ha fatto rivalutare il vecchio infantile carbone di zucchero. Penso di digerirlo molto più quello rispetto a questo film.

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Emanuele D’Aniello

Dieci canzoni di Buon Natale: la playlist su Spotify

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Natale sta arrivando ed è impossibile non accorgersene. Le città sono addobbate a festa; a Roma l’abete è arrivato in Piazza Venezia e, come da tradizione, è già finito nel mirino dei social che lo hanno soprannominato #spezzacchio; a Milano la cupola della galleria sarà illuminata con oltre 50.000 led.

Ma non è finita qui! Come succede ogni Santo Natale siamo stati invasi dalle stesse canzoni a tema che ci perseguiteranno ogni dicembre fino alla fine dei nostri giorni. I suddetti brani sono onnipresenti: ce li propinano in radio, nei negozi, nei programmi televisivi e come colonna sonora delle pubblicità.

Quindi perché non dovremmo proporveli anche noi di CulturaMente? Ecco la playlist delle dieci canzoni, con cui ci assillano, che tutti abbiamo imparato a memoria, volenti o nolenti.

All together now, All together now, All together now!

Top10 delle canzoni natalizie

Mariah Carey – All I Want For Christmas Is You

I don’t want a lot for Christmas
There is just one thing I need
I don’t care about the presents
Underneath the Christmas tree
I just want you for my own
More than you could ever know
Make my wish come true
All I want for Christmas is you
 

Wham! – Last Christmas

Last Christmas, I gave you my heart
But the very next day you gave it away
This year, to save me from tears
I’ll give it to someone special

Bobby Helms – Jingle bell rock

Jingle bell, jingle bell, jingle bell rock
Jingle bells swing and jingle bells ring
Snowin’ and blowin’ up bushels of fun
Now the jingle hop has begun

Michael Bublé – Santa Claus Is Coming To Town

You better watch out
You better not cry
Better not pout
I’m telling you why
Santa Claus is coming to town

John Lennon – Happy Xmas (War Is Over)

So this is Xmas 
And what have you done 
Another year over 
And a new one just begun 
And so this is Xmas

I hope you have fun 
The near and the dear one 
The old and the young

Dean Martin – Let it Snow!

Oh, the weather outside is frightful
But the fire is so delightful
And since we’ve no place to go
Let it snow, let it snow, let it snow

The Ronettes – Sleigh Ride

Just hear those sleigh bells jingle-ing, ring-ting tingle-ing, too
Come on, it’s lovely weather for a sleigh ride together with you
Outside the snow is falling and friends are calling “yoo hoo”
Come on, it’s lovely weather for a sleigh ride together with you

Joy To The World

Joy to the world, the Lord is come
Let earth receive her King
Let every heart prepare Him room
And Heaven and nature sing
And Heaven and nature sing
And Heaven, and Heaven, and nature sing

Frank Sinatra – White Christmas

I’m dreaming of a white Christmas
Just like the ones I used to know
Where the treetops glisten and children listen
To hear sleigh bells in the snow

Celine Dion – Silent Night

Silent night, holy night
All is calm and all is bright
Round yon virgin, mother and child
Holy infant, so tender and mild
Sleep in heavenly peace, ooh
Sleep, sleep in heaven, heavenly peace

Ascolta la playlist su Spotify

Valeria de Bari

La playlist di Natale alternativa

Se non ce la fai più, sparati questa playlist di Natale alternativa!

Nelle tue mani, ecco come la musica può salvare la vita

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Ecco come la musica può salvare la vita: arriva nelle sale il film “Nelle tue mani”, un incontro d’ amore, passioni, sogni e diversità.

Era da tanto che cercavate un film che parlasse d’amore, passioni, sogni, diversità e al tempo stesso che non fosse troppo “smielato”, o artefatto? E allora “Nelle tue mani” è proprio quello che fa per voi. Potrete gustarvi questo piccolo capolavoro della filmografia francese, in Italia, a partire dal 27 dicembre in tutte le sale. Un gran bel film di natale e non, da vedere in compagnia della persona che amate, con i vostri amici, o con la famiglia. Struggente e al tempo stesso, così vicino ai fatti della vita comune.

Parla di noi, sognatori, che non riusciamo a smettere di farci castelli in aria e con un lieto fine:  le passioni ripagano sempre.

La trama affronta le vicissitudini di un giovane ragazzo di periferia Mathieu Malinski, che si arrangia e se la cava nella vita con dei lavoretti, non troppo puliti, proprio come accade oggi giorno a tanti ragazzi che non vivono nella città; infatti col suo gruppo di amici ruba a destra e manca, per portare i soldi a casa.

Il giovane ragazzo, non ancora diventato uomo, ma non più adolescente, che si trova, quindi a scontrarsi coi primi problemi che la vita gli pone davanti, è interpretato da un incredibile Jules Benchetrit.

Nel suo cammino incontrerà chi davvero crede in lui, il direttore del conservatorio di Parigi, Pierre Geithner, interpretato da Lambert Wilson. Il giovane ragazzo, dovrà però anche confrontarsi con un’altra figura, non a lui troppo amica “La Contessa”, così soprannominata per la sua severità con gli alunni, la maestra di piano del conservatorio, che ogni anno sceglie e prepara solo gli alunni ritenuti più “meritevoli”, per essere poi presentati ad un concorso nazionale. É interpretata da una straordinaria Kristin Scott Thomas.

Immagini tratte dal film

Mathieu quasi tutti i pomeriggi, si metteva a suonare un piano abbandonato alla stazione metro di Parigi e il direttore del conservatorio lo osservava incantato, fino a che un giorno trova il coraggio di fermarlo, tanto non ha più nulla da perdere e gli consegna il suo biglietto da visita. Mathieu si considera diverso da quel mondo, che non ha niente a che fare con i quartieri malfamati e il disagio in cui vive da anni, ma non sa che il suo grande dono, trasmessogli dal nonno lo porterà molto lontano…

Così un giorno, quando viene arrestato, il direttore gli propone di scontare la pena con dei lavori socialmente utili nel suo conservatorio… inizia qui il suo grande viaggio nella musica, ricco di passioni e nell’amore.

Si innamorerà di una giovane studentessa altolocata e di colore, molto diversa da lui, il bianco e nero, quasi come a ricordare lo strepitoso contrasto dei tasti del pianoforte, così diversi eppure così simili, tra mille difficoltà ma con una sola passione in comune: la musica. La voglia di amare e di amarsi ce la farà a portarli lontano? Riusciranno a sconfiggere le mille vicissitudini che la vita gli mette davanti, di continuo? Lo scoprirete solo vedendo questo affascinante e commovente film.

E anche voi non particolarmente amanti dei film francesi, ricchi al solito, di un senso dell’humor del tutto discutibile, in questo film commedia-drammatico-romantica e  dovrete rivedere parecchi vostri punti di vista.

Tanti sono i temi affrontati nella pellicola, da quello della paura nel rilevare le proprie fragilità all’altro, all’umanità, il rigore.

Diciamo, che, in conclusione i tre protagonisti della storia si salvano a vicenda: ciascuno dona all’altro la propria benedizione.

Mathieu impara finalmente a rispettare le regole e cresce, Pierre, che ha un vissuto doloroso si libera finalmente del suo peso e riesce ad essere felice e la contessa, per la prima volta nella sua vita: riesce a riconoscere i suoi limiti e non solo, li racconta e si apre con qualcuno, il giovane ragazzo, così diverso da lei, ma di cui alla fine è costretta a riconoscere un estremo talento, anche se non vorrebbe e nel quale vede una dote che a lei è mancata, tanta anima.

Trailer ufficiale del film “Nelle tue mani”, uscita 27 dicembre 2018.

SCHEDA TECNICA:

TITOLO ORIGINALE: Au bout des doigts
DATA USCITA: 27 dicembre 2018
GENERE: Commedia
ANNO: 2018
REGIA: Ludovic Bernard
ATTORI: Jules Benchetrit, Lambert Wilson, Kristin Scott Thomas, Karidja Touré, André Marcon, Michel Jonasz, Elsa Lepoivre, Samen Télesphore Teunou
PAESE: Francia
DURATA: 105 Min
DISTRIBUZIONE: Cinema Distribuzione

Frasi da ricordare nel film:

Mathieu: “Non so come fai”. Pierre: “Ho fiducia”.

Contessa: “É il battito del cuore a dar ritmo alla vita”.

Nonno di Mathieu: “E ricorda: la sola persona a cui devi qualcosa sei TU, soltanto TU.

 

Alessandra Santini

Incollatevi al divano. Torna Narcos!

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Netflix conferma con un video speciale la seconda stagione di Narcos: Messico, la cui prima stagione è uscita lo scorso novembre.

 

Lo avevamo detto infatti che La serie tv Narcos, sarebbe tornata entro la fine dell’anno!

 

Narcos: Messico arriva su Netflix entro la fine del 2018

E poi non dite che non ve lo avevamo detto! 🙂

Narcos: Messico racconta le origini della moderna guerra della droga messicana, andando dritto alle sue radici. Il conflitto inizia in un momento storico in cui i trafficanti di droga messicani erano una disorganizzata confederazione di coltivatori e commercianti e segue la successiva affermazione del cartello di Guadalajara negli anni Ottanta, quando Félix Gallardo (Diego Luna) prende il comando, riunendo tutti i trafficanti e costruendo un impero. Quando l’agente della DEA Kiki Camarena (Michael Peña) si trasferisce con la moglie e il giovane figlio dalla California a Guadalajara per assumere il suo nuovo incarico, capisce rapidamente che il suo ruolo sarà molto più complicato di quanto potesse immaginare.

Già Narcos ci aveva entusiasmato parecchio. Ve lo ricordate, vero?

Narcos 3, quando la cocaina diventa un affare internazionale

 

Narcos: Messico è prodotto da Gaumont Television per Netflix. Eric Newman è sceneggiatore e produttore esecutivo. José Padilha, Doug Miro e Carlo Bernard sono i produttori esecutivi.

Redazione

Franko B. a Milano: così tranquillo non l’avete mai visto. O forse no

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Franko B. è a Milano con una mostra in via Cola di Rienzo, presso Nonostante Marras. Presenta i suoi “ragazzi perduti”, statuine di ceramica calme solo in apparenza

Franko B. espone a Milano, negli spazi di Nonostante Marras, la mostra Lost boys e altre storie. I “ragazzi perduti” sono un centinaio di statuine in ceramica colorate, alcune appese alle pareti, altre in bacheca, disposte in una cornice quasi surreale. L’esposizione, infatti, si trova nella boutique di Antonio Marras, in mezzo a borse e abiti di sartoria, in soluzione di continuità; su un lato della sala, la mostra di Franko B. si prende la sua parte, discreta ma non troppo.
Se non siete mai passati da Nonostante Marras, in via Cola di Rienzo a Milano, in fondo a via Savona, dovete proprio andarci per i ragazzi perduti. Curata da Francesca Alfano Miglietti, l’esposizione sembrerà meno sconvolgente delle performances a cui Franko B. aveva abituato il suo pubblico: ma è solo la prima impressione. A guardarle bene, queste statuine ceramica non sono placide figure.

Franko B. a Milano: grande occasione

Franko B. è ricordato da molti per esibizioni artistiche scioccanti, durante le quali mette in mostra le debolezze dell’uomo con un segno forte ed evidente: il suo sangue. Nato a Milano nel 1960, cresciuto artisticamente a Londra, negli ambienti dell’anarko punk, Franko non è un semplice provocatore: lavora spesso sul corpo e sulla materia, ma viene definito da Francesca Alfano Miglietti uno sperimentatore, “esatto contrario dell’artista monocorde e ripetitivo”.
Franko B. è oggi professore di Scultura all’Accademia delle Belle Arti di Torino. Lost boys e altre storie è un lavoro sulla ceramica, con colori quasi delicati come il rosa e l’azzurro: le figure, però, sono tutt’altro che fiabesche. Si coprono la faccia con le mani, si chinano, a volte sono mutilati. Che cosa sono quei segni rossi sul corpo? Anche nei lost boys si ritrova la croce greca, icona ricorrente per Franko B.? Che fa quel cane nero che volta le spalle al ragazzo?

Nonostante Marras: dopo Porta Genova, dopo tutto

Per visitare la mostra di Franko B. attraversate la zona Sud di Milano, nei pressi di viale Papininiano, Sant’Agostino e Porta Genova. Potete raggiungere a piedi via Cola di Rienzo da via Savona, oppure arrivare dalla zona di Lorenteggio e viale Misurata. Attraverserete strade e stradine e, entrati al civico 8, vi darà respiro uno di quei cortili della vecchia Milano, con giardino interno e un verde che reclama il suo spazio.
Entrando nella boutique, vi sembrerà di immergervi in un mondo senza tempo: un allestimento dal vago spirito retrò, la moda dello stilista Antonio Marras, le statuine di Franko B. Sarà difficile uscire dalla boutique e ritornare nell’atmosfera, non sempre così artistica, della città.
La mostra Lost boys e altre storie si visita fino al 31 gennaio 2019. A ingresso libero, da lunedì al sabato dalle 10 alle 19 e la domenica dalle 12 alle 19.

Claudia Silivestro

Il gioco più effervescente del Natale? Il Cervellone Champions Quiz

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Come nella migliore tradizione natalizia, i giochi di società fanno parte delle consuetudini classiche della festa più amata ma adesso c’è Il Cervellone Champions Quiz; un modo nuovo di divertirsi e scoprire le curiosità del Natale nel mondo.

Come si chiama l’evento natalizio più popolare in Messico? Quali sono gli ingredienti base del torrone? E come si dice Natale in spagnolo? Come si festeggia il Capodanno in Cina? Con che ritualità si saluta l’anno nuovo in Africa?

Domande di questo genere sono la quintessenza dei contest tematici del campionato nazionale Il Cervellone Champions Quiz dedicati al Natale e al Capodanno, Christmas Time e Bye Bye 2018, che si svolgeranno tra il 17 e il 30 dicembre nei locali di intrattenimento che aderiscono all’iniziativa in tutta Italia. Noi di CulturaMente siamo letteralmente impazziti!

Il Cervellone Champions Quiz è destinato a un pubblico trasversale di ragazzi e adulti, uomini e donne, lavoratori e studenti. Il gioco invita i partecipanti a ragionare, squadra per squadra, sulle risposte corrette in una gara di lucidità, sangue freddo e tempismo per accumulare i punti necessari per vincere l’evento e tentare di aggiudicarsi il montepremi da 15.000 euro messo in palio.

Ogni manche conta 15 domande multimediali interattive, inclusi quiz testuali, giochi fotografici, test basati su file audio e video. Le squadre coinvolte, grazie a una pratica pulsantiera wireless di ultima generazione, potranno rispondere a ciascuna domanda in pochi secondi, visualizzando subito il risultato e l’aggiornamento del punteggio.

I punteggi ottenuti da ciascuna squadra saranno valevoli per la classifica nazionale del Cervellone Champions Quiz, campionato che nella sola scorsa edizione ha visto la partecipazione straordinaria di 140 squadre da tutta Italia!

Tra i premi ci sono anche: buoni acquisto Unieuro, Mediaworld o Carrefour, biglietti per la Sardegna, viaggi in nave a Barcellona e altri ancora.

I contest Christmas Time e Bye Bye 2018 fanno parte della piattaforma esclusiva e crossmediale WiContest, ideata da Planet Multimedia Srl, leader nel settore dell’edutainment e dell’enterteinment.

Sfruttando al massimo la creatività e gli strumenti multimediali, l’azienda realizza i progetti culturali e di intrattenimento per unire le persone che hanno passioni e interessi comuni, dalle grandi imprese ai piccoli gruppi di amici. WiContest dà l’opportunità ai propri player di partecipare ai contest di vaste tematiche disponibili all’interno della piattaforma o creati ad hoc. Migliaia di persone possono interagire in tempo reale durante le sfide online tramite App e in eventi live.

Tra le altre gare studiate per “divertirsi imparando” c’è High School Game, una sfida che coinvolge i ragazzi delle scuole in attività formative tramite un entusiasmante processo di gamification, sfruttando il linguaggio del web che consente una comunicazione “al passo con i tempi”, rivolta ai giovani: diretta, efficace, grazie all’utilizzo di tablet, smartphone e PC.

Sempre indirizzato al mondo della scuola c’è Travel Game, una proposta per gli istituti scolastici che vogliono offrire ai loro studianti viaggi d’istruzione che privilegino attività sia didattiche sia ludiche, visite guidate tra in Spagna e in Grecia, utilizzando tecnologie digitali e multimediali all’avanguardia.

Ecco una selezione di locali che hanno aderito all’iniziativa in diverse città italiane:

– ROMA (Lunedì) – Angeli Rock – Ostiense 193 b/c

– MILANO (Sabato)  – Pioltello – Via Pordenone 1

– FIRENZE (Giovedì) -Trinker Haus – Via Aretina 133/135

– BOLOGNA (Lunedì)  – Pio la torre 11

– BOLOGNA (Lunedì)  – San Lazzaro di Savena – Via Speranza 1

– RIMINI (Lunedì) – Bounty – Via La Strada 6

– GENOVA (Giovedì) – Trattoria Paradiso – Via Guglielmo Oberdan 4r

– PADOVA (Venerdì) – America Graffiti – Via Udine 8

– TORINO (Venerdì) – Mucca Pazza – Via traforo di Pino Torinese

Il regolamento e la lista dei locali aderenti è consultabile su www.wicontest.com

Per informazioni: info@wicontest.com

Antonia Rizzo

E se il tempo delle mele non finisse mai? L’amore secondo Michela Andreozzi

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Dreams are my reality, the only kind of real fantasy cantava Richard Sanderson nella celebre scena de Il tempo delle mele, dove una giovanissina Sophie Marceau veniva romanticamente “incuffiata” dal ragazzo che le piaceva durante una festa.

Erano gli anni Ottanta, quelli delle spalline e dei calzini con i rombi, ricorda Michela Andreozzi, in scena con il suo nuovo one woman show al teatro della Cometa di Roma, fino al 6 gennaio.

“L’amore al tempo delle mele” , appunto, è un piacevole viaggio in cui Michela è la nostra CiceronA. Sempre elegantemente irriverente e preziosamente versatile, specialmente nel declinare le proprie abilità artistiche. Sottobraccio con l’attrice riviviamo i primi amori, i primi NO, le litigate con mamma e papà, e tutto quello che caratterizza l’adolescenza, dalla tenera leggerezza di un bacio alla depressione cronica davanti a un telefono che non squilla.

michela andreozzi - teatro della cometa

Michela Andreozzi ricorda, ci fa ricordare, e insieme istruisce: davvero stiamo parlando solo dei ragazzi degli anni Ottanta?

Che la generazione d’appartenenza sia X, Y o Z, le problematiche sono sempre le stesse. Ma, soprattutto, è proprio vero che dopo l’adolescenza diventiamo delle mele mature o, di fronte alle emozioni della vita, il nostro cuore viene sopraffatto come quello di un adolescente?

Tra canzoni, simpaticissimi sketch col maestro Alessandro Greggia, che accompagna dal vivo Michela, il pubblico ride ma soprattutto partecipa allo spettacolo. Chiede delucidazioni sulle tipologie di bacio – avete mai sentito parlare di quello bruschettato? – ascolta i consigli della sessuologa di Cioè, la dottoressa Lilli Bata, rispolvera l’imbarazzo del gioco della bottiglia e confessa quale tipo di diario usava a scuola, da Snoopy a Naj-Oleari.

Come sempre i sorrisi offerti da Michela alleggeriscono il cuore lanciando un’acuta riflessione. Lo spettacolo scritto dall’attrice insieme a Paola Tiziana Cruciani (che ha curato anche la regia) e Giorgio Scarselli è perfetto per passare una serata in allegria.

Una, nessuna, centomila Michela Andreozzi per “ragionar d’amore”

 

Alessia Pizzi

Anni ’80: dieci canzoni straniere per raccontare il decennio

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Ci sono periodi storici che, nonostante l’inesorabile passare del tempo, restano impressi nella memoria e nel cuore di chi li ha vissuti. Quando pensiamo agli anni ’80 ci vengono subito in mente le spalline imbottite, i capelli cotonati, i colori fluo, i blue jeans a vita alta.

Sono gli anni delle giacche sgargianti, dei fuseaux (che oggi chiamiamo leggings), dei colori accesi, degli scaldamuscoli, dei polsini, degli accessori esageratamente grandi.

Quando ricordiamo gli anni ’80 non possiamo fare a meno di pensare a Madonna, l’icona di stile che ha meglio rappresentato la moda di quel decennio, con i suoi look estrosi fatti di pantaloni stretch, gonne a palloncino, jeans sdruciti, collane con le croci e guanti a rete. E lei, Madonna Louise Veronica Ciccone, non è stata solo un’icona della moda, ma anche e soprattutto della musica anni ’80.

Ripercorriamo con una playlist quindi questo decennio esagerato e immergiamoci nella nostalgia anni Ottanta!

Top10 delle canzoni straniere anni Ottanta

1980 Blondie – Call me

Pubblicato nel febbraio 1980, Call Me è il più grande successo del gruppo. Il brano è posizionato al 289esimo posto nella lista delle 500 migliori canzoni secondo la rivista Rolling Stone.

1981 Depeche Mode – Just can’t get enough

Tratto da Speak and Spell, album d’esordio dei Depeche Mode, il singolo ha una melodia ossessiva e una forma di scrittura ripetitiva come quella di una filastrocca. “Just can’t get enough” è semplicemente impossibile da dimenticare.

1982 The Clash – Should I stay or should I go

Should I Stay or Should I Go è un singolo dell’album Combat Rock. Scritta da Mick Jones nel 1981 è l’unica canzone del gruppo che ha raggiunto la prima posizione delle classifiche, ma nel 1991, ben nove anni dopo la pubblicazione dell’album.

1983 Eurythmics – Sweet Dreams

Sweet Dreams (Are Made of This) è l’unica canzone degli Eurythmics che ha raggiunto la vetta delle classifiche negli Stati Uniti. Entrato nella lista delle 500 migliori canzoni redatta dalla rivista Rolling Stone, il brano è stato reinterpretato da Marilyn Manson, per il suo album Smells Like Children.

1984 Madonna – Like a Virgin

Il brano che Madonna dedicò “a tutte le vergini del mondo” fu un successo istantaneo. Con questo singolo, il primo di una lunga serie di provocazioni, la giovane Madonna iniziò nel 1984 un’ascesa fulminea che la porterà a essere riconosciuta a livello mondiale come regina indiscussa del pop.

1985 Dead Or Alive – You Spin Me Round

I Dead or Alive sono conosciuti da molti grazie a You spin me round, canzone talmente famosa da aver fatto includere la band nella categoria degli “one hit wonders”, cioè degli artisti resi popolari da un’unica e sola canzone. In realtà i Dead or Alive hanno portato ben dieci singoli nella top 75 britannica.

1986  David Bowie – Absolute Beginners

Absolute Beginners è una canzone del 1986 scritta e interpretata da David Bowie per il film omonimo diretto da Julien Temple. Il singolo  arrivò al secondo posto nel Regno Unito e al primo nella classifica europea Eurochart Hot 100 Singles.

1987 The Smiths – Girlfriend In A Coma

Girlfriend in a Coma, primo singolo estratto dall’album d’addio degli Smiths, Strangeways, Here We Come, è la canzone più famosa band e forse anche la più controversa. All’uscita del singolo Radio 1 della BBC decise di non trasmetterla. La storia della canzone è già nel titolo: un ragazzo è al capezzale della sua fidanzata in coma.

1988 U2 – Desire

Estratto come singolo dall’album Rattle and Hum è il  primo brano del gruppo a raggiungere la vetta della classifica inglese.

Recentemente gli U2 hanno eseguito dal vivo Desire campionando la voce di Donald Trump. La frase “Yeah she’s a promise / in the year of election / Sister, I can’t let you go / I’m like a preacher stealing hearts”, ovvero: “È una promessa in periodo di elezioni. Sorella, non posso lasciarti andare. Sono come un predicatore che ruba cuori”, sarà sembrata perfetta alla band da far pronunciare alla voce del presidente degli States.

1989 The Cure – Lullaby

Lulluby è la canzone più famosa di Disintegration. Il singolo è ispirato alla vita di un Robert Smith bambino, che subiva le raccapriccianti ninne nanne che gli cantava suo padre. Ha dichiarato: “Ne ha sempre inventate un sacco e avevano tutte dei finali orribili. Qualcosa tipo: ‘Dormi piccolo mio o non ti sveglierai mai più’…”

Ascolta la playlist su Spotify

Valeria de Bari

Hit parade anni Ottanta: canzoni straniere

Vuoi ascoltare le hit straniere più in voga negli anni Ottanta? Ecco la playlist che fa per te!

Le canzoni degli anime giapponesi anni 80′

Sei appassionato/a di cartoni animati giapponesi e vuoi ascoltare le canzoni più famose degli anni Ottanta? Prova la nostra playlist!

Rock e delicatezza: le due anime della cantautrice AmbraMarie

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[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]It’s a Long Way to the Top If You Wanna Rock ‘n’ Roll è tatuato sul mio fianco. È il secondo tatuaggio che ho fatto nella mia vita. A 20 anni, rappresentava già la consapevolezza di dover essere caparbia.[/dt_quote]

Così si descrive AmbraMarie, cantante e speaker di Radiofreccia, con la quale ho avuto il piacere di fare una “chiacchierata”.

Dal 2004 ha una band composta da 5 elementi (compresa lei) con la quale gira l’Italia tenendo concerti. Ha un’anima hippie, per sua stessa ammissione, un po’ selvaggia. Mi dice che in un’altra vita vorrebbe rinascere nei panni di Grace Slick dei Jefferson Airplane. Ha anche una tribute band chiamata, Surrealistic Pillow, con la quale si diverte a reinterpretare canzoni di culto degli anni ’60-’70.

AmbraMarie, la vostra band si è formata nel 2004 ed eravate molto giovani. Com’è il tuo rapporto con i tuoi musicisti?

Musicalmente abbiamo tutti gusti che si uniscono, ma sono anche molto diversi. Il batterista è più metal, o elettronico. Mighell e quello più hard rock e funky, io sono quella un po’ più acustica e intimista. Ci compensiamo.

Li ho conosciuti che ero molto piccola ed il segreto se così si può chiamare è stato uniformarmi al branco e diventare un “lupo” anch’io, pertanto all’interno della band sono asessuata. Non sono donna, non sono uomo, sono Ambra e questo è il nostro equilibrio. Io sono un componente della band. Non ho dovuto trasformarmi in un maschio per poter essere sulla loro lunghezza d’onda. Semplicemente siamo noi 4 da sempre e siamo come si suol dire “la famiglia che scegli”. Sono dei fratelli maggiori, che mi danno cure ed attenzione e mi proteggono. Sono persone delle quali mi fido ciecamente.

A proposito della tua voce, così profonda. Passi da tonalità molto basse ad acuti notevoli. È solo un dono di natura o ci hai lavorato su?

Sono nata con questa voce e quando ero piccola il timbro era ancora più scuro*, nel tempo si è un po’ schiarita. Ho iniziato a studiare canto a 9 anni. Ho sempre cantato così, ma,  ho anche studiato. Finito il liceo, mi dividevo tra il lavoro da barista e quello di cantante. In realtà avrei voluto fare lettere, perché,  è l’ambito che mi è sempre piaciuto. Ma, visto che la mia priorità era fare la cantante ho scelto la musica, la band. È sicuramente un dono di natura, ho avuto culo. Come merito ho quello di avere la pazienza, la testa dura e la perseveranza.

ambramarie

Componi tu i testi delle canzoni?

I testi li scrivo io insieme al nostro bassista Raffaele D’Abbrusco. Ma, fondamentalmente il nostro è un lavoro d’insieme. Uno arriva con un riff. Io con un testo, una strofa, un ritornello. Ci confrontiamo e vediamo come stanno insieme. Molti testi e molte tematiche nascono da me.

Hai partecipato alla seconda edizione di X Factor nel 2009. Sicuramente ti ha dato uno slancio iniziale,  e dopo?

Dopo X Factor ti apre molte possibilità che e allo stesso tempo si richiudono come un vortice. Dieci anni dopo mi rendo conto che sia cambiato molto come programma, è più cool, c’è la giuria giusta, c’è un’attenzione diversa anche da parte dei giornali e dell’opinione pubblica. Anni fa, invece, se partecipavi, eri il classico sfigato che si svegliava una mattina, non sapeva cosa fare e tentava un provino; Si pensava che dietro non ci fosse necessariamente studio, preparazione o del valore, della sostanza. È un programma in cui ci si esibisce prevalentemente su cover, ma anche i Rolling Stones hanno cominciato facendo cover. Quello che non ho mai amato di X Factor è che essendo un programma tv è tutto infiocchettato. Io sono sempre stata un po’ selvatica ed ero abbastanza stranita in quell’ambiente. Però sai a 20 anni ti butti nelle cose senza star lì a pensarci troppo.

Con il senno di poi lo rifaresti?

Dieci anni dopo ti dico che non lo rifarei, a quest’età, perché nel frattempo cambiano tante cose. Capisci qual’è il tuo habitat, il posto in cui ti senti a tuo agio. Tutto sommato X Factor mi ha aperto molte molte strade, mi ha dato la possibilità di fare una marea di concerti con la mia band.  In generale il  mio obiettivo è stato quello di circondarmi di persone che fossero realmente interessate a me, non solo nei tre mesi successivi al marasma televisivo. L’interesse cala molto velocemente, non appena inizia l’edizione dopo, e tu sei già carne da macello. È così un po’ per tutti i programmi di quel genere ed è lo stesso anche per Sanremo.

Mi ha un po’ ferita, nel tempo, dover dimostrare sempre qualcosa di più, proprio perché arrivavo da un talent. Questa cosa è un po’ difficoltosa. Come se chi non è passato da lì abbia più talento. Bisognerebbe ascoltare la musica al di là dei pregiudizi.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Ho raggiunto una visibilità che è servita per avviarmi per poter fare la musicista come mestiere e non più come passatempo: perché la musica viene sempre vista così come una passione che non è necessariamente retribuita, solo che con la passione non ci mangiamo. Questo si fa fatica a capirlo.[/dt_quote]

Uscita da X Factor mi sono ripromessa di decidere in autonomia, ovviamente, con un sacco di difficoltà. Fare le cose da soli è molto più tosto perché a livello pratico ti serve il danaro, serve dedicarsi completamente, tutti i giorni, a questo tuo pensiero e a questa voglia di fare delle cose. Poi se vieni da famiglie benestanti magari qualcosa la combini, se invece vieni da famiglie umili come le nostre devi rimboccarti le maniche, pagarti gli studi, pagarti la promo ecc.  Io ho sempre voluto  fare le mie canzoni, con la mia band. Ho detto dei “no” che possono, con senno di poi, essere stati stupidi, ma, ho sempre scelto la libertà nella musica. È un discorso complesso quello che sta dietro all’autoproduzione, però quantomeno ti da la libertà, che per noi era ed è più importante di qualsiasi altra cosa.

Non ti sei buttata nel mainstream e non sei legata a etichette e major?

Ho avuto un passato con un’etichetta, quando avevo 14 anni. Ero giovanissima, e non sapevo bene neanche cosa mi stesse succedendo. Ho fatto una canzone che oggi mi fa schifo, si chiamava “Via da te”.  Non c’entra niente con me, non mi piace, non la voglio cantare. Però all’epoca mi sono ritrovata ad aver firmato un contratto e dovevo cantarla. Di questa cosa ho sofferto negli anni e da quel momento ho detto a me stessa “mai più”. Dopo quell’esperienza discografica mi sono detta “ti sei scottata, non farlo succedere mai più, perché fa male”.

Ho notato che nonostante tu sia una donna solare, sorridente, allegra, le tue canzoni sono molto malinconiche. Da dove è nata l’ispirazione per i testi del secondo album?

Sì, sono una persona molto allegra e giocosa. Allo stesso tempo, sono sempre stata affascinata da Leopardi e dal pessimismo cosmico. E questa parte di me, infinitamente malinconica, non m’ha mai abbandonata. Sono sempre stata così, anche da piccola. Allora ero affascinata da Leopardi, mi piaceva, ma non capivo il perché. Adesso lo capisco e comprendo tutto quello che leggevo.

L’ultimo disco è molto personale, alla base dei testi c’è un distacco forte, vissuto da due persone all’interno di questa band, lo si legge tra le righe delle canzoni.  Se c’è qualcosa di più allegro e positivo, come “DI RE, DRAGHI E DAME” è stato scritto dal chitarrista Mighell Vanelli. Tutto il resto è stato scritto da me e Raffaele D’Abrusco (bassista). Il concetto della diversità è sempre affrontato nei nostri discorsi perché la diversità è una ricchezza ed è brutto quando gli altri cercano di appiattirla e negarla solo perché spaventa. Proprio per questo a volte creiamo delle “bolle” in cui viviamo con persone simili a noi, tutte diverse tra loro ma che si comprendono. Ognuno è un mondo a sé ed è questo il bello.

La canzone “Diversa” per esempio l’ha scritta Raffaele, che ha la capacità di scrivere dei testi in cui mi rivedo perfettamente, perché mi conosce talmente bene da anticipare, a volte i miei pensieri. “Sarai troppo vecchia, quando il giorno prima eri troppo giovane, inesperta e fragile” cita il testo . Ed è proprio questa chiave della canzone. O sei troppo giovane, o improvvisamente sei vecchia e la tua consapevolezza può far paura, almeno per le donne è un po’ così.

Se dovessi scegliere una band  o un cantante?

I Radiohead, incarnato precisamente il mio mood, quello che mi smuove qualcosa dentro e anche un’evoluzione artistica che invidio tantissimo, partendo dal primo disco all’ultimo, c’è un mondo in mezzo. Sono geniali.

Mi dici la top five dei tuoi cantanti preferiti?

Uno dei miei artisti preferiti e Damien Rice. Ho tatuato sulla mia pelle “delicate”, perché ho avuto la fortuna di sentirla cantare da lui sulla spiaggia dopo il concerto. Eravamo una ventina. Ci ha chiesto: “cosa volete sentire?” E io ho balbettato “Delicate”, perché è la mia canzone preferita e sul palco non l’aveva fatta. E lui me l’ha cantata! Qualche giorno dopo me lo sono tatuato.

Eddie Vedder, è personaggio positivo incredibile, nonostante il suo tormento. É una di quelle persone che ti fa pensare che tutto è possibile. Quando lo vedi dal vivo dici, vorrei essere come te!

Freddy Mercury;  Skinn, infatti Post Orgasmic Chill è stato il disco che mi ha fatto capire che volevo fare la cantante; Feist mi piace moltissimo, ha quel modo di cantare che trovo incantevole. Delicata, di classe, non amo le urlatrici. Lei nel panorama moderno è una delle mie preferite; e poi Cat Power, Pj Harvey, Janis Joplin. Non bastano cinque dita, sono tanti in realtà.

Grazie AmbraMarie.

Silvia Bilenchi

La potenza eterna del comico e l’attualità de Le Rane

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Le rane di Ficarra e Picone non delude neanche il teatro delle Muse di Ancona, dove resterà in scena fino a domenica 23 dicembre.

Con Le Rane, Ficarra e Picone riportano sul palco una commedia di Aristofane dal sapore agro-dolce.

Uno spettacolo dolce per le risate delle scene tipicamente comiche e allo stesso tempo agro per l’amara descrizione della città di Atene. La rivisitazione dell’opera classica calza a pennello i tempi moderni e lascia correre la mente a ben più recenti avvenimenti di quelli a cui direttamente si accenna.

La forza di una commedia che si fonda sull’esistenza tragica dell’uomo.

Esistenza tragica dell’uomo inteso in senso politico in questo caso che, nonostante siano passati oltre 2500 anni, continua ancora a commettere gli stessi errori. La conoscenza e la sapienza vengono accantonati per dare libero credito a vanesi millantatori di promesse melliflue.

Il parodico viaggio di Dioniso e Xantia nell’Ade non risparmia nessuno dei personaggi incontrati da Eracle durante la sua discesa. D’altra parte, Dioniso oltre ad esser suo fratello, è egli stesso un dio, anche se del vino. Minore sarà la sacralità del suo viaggio, così come minori saranno le gesta compiute durante il viaggio. L’effetto comico traspare sia dal dialogo – non raramente infarcito di turpiloqui – sia dagli equivoci e scambi di persona che di volta in volta si succedono.

Insomma, si ride e anche parecchio, anche quando gli attori scendono tra il pubblico. Dioniso-Ficarra e Xantia-Picone sanno come strappare un sorriso al loro pubblico.

Sei Ottavi e le rane: il cabaret sull’Acheronte

Assolutamente originale e significativa la reinterpretazione delle rane e del coro degli Eleusini da parte dei Sei Ottavi. Il canto e la musica diventano uno strumento di mediazione tra il comico e il tragico. Un ponte sottile e delicato che non chiude però la porta in faccia all’intrattenimento.

L’uso dei colori nei costumi e le coreografie contribuiscono a rendere l’effetto corale, appunto, delle scene. Bello, bello, bello!

La poesia e la salvezza di Atene

Il viaggio di Dioniso e Xantia si conclude con la gara tra Eschilo ed Euripide per decidere chi tra i due sia il più grande tra i poeti. Il compito del dio sarà proprio quello di scegliere il migliore da riportare in vita perché convinto che solo la poesia potrà salvare Atene dalla sua corruzione.

Dopo esser stato inizialmente schernito, vincerà la gara Eschilo, perché facente leva sui valori dell’integrità d’animo e morale dei suoi concittadini. Atene potrà essere salva solo se si dimenticherà “delle facce di bronzo, forestieri, furfanti e figli di furfanti, gli ultimi venuti, che un tempo la città non avrebbe usato nemmeno come capri espiatori”.

Siamo a teatro per una commedia che fa ridere.

Certo, il pubblico ride, ma non dei personaggi. Ride di se stesso.

Serena Vissani

V per Vagina

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Andate a vedere questo spettacolo.

Lanciando un imperativo ermetico come una Sibilla moderna, con una sintesi atipica per chiunque faccia il giornalista e dunque il critico per antonomasia, potrei riassumere il mio pensiero su “Il Laboratorio della Vagina” di Patrizia Schiavo, in scena fino al 28 dicembre 2018 al Teatro OFF OFF di Roma.

Ho letto questo testo un anno fa, quindi già da tempo maturavo la voglia di vederlo in scena. Ma leggere, si sa, non è la stessa cosa di vedere. Ora, se solo riuscissi a ordinare i miei pensieri ancora confusi dopo aver visto questo spettacolo, potrei dirvi che l’opera ricorda vagamente I Monologhi della Vagina di Eve Ensler, perciò porta nei teatri italiani tematiche piuttosto sconosciute nei nostri lidi. Lo fa oscillando tra il serio e il faceto, che poi, tanto faceto non è.

Il Laboratorio della Vagina serve. Serve perché ci sono donne che non sanno neppure come raggiungere l’orgasmo, che si sentono sporche se vivono la sessualità liberamente, che hanno sempre quella voce nella testa che sussurra sarà colpa mia? quando un uomo perpetra violenza di qualsiasi genere contro di loro. Così ci hanno educate a essere sbagliate. E molte di noi passano la vita a dover risanare inconsciamente questo peccato originale cercando di compiacere tutti, gli uomini in primis, per sentirsi degne di vivere. Altre, invece, quelle incazzate, si rinchiudono dentro a una torre solitaria, fatta di monologhi tra donne, recriminazioni e durezza nei confronti dell’altro sesso. Poche, molte poche, cercano il dialogo.

Vi farà sorridere vedere sul palco alcune donne che discutono su come chiamare la vagina e su come provare piacere. Vi farà molto meno ridere – anzi vi farà letteralmente piangere (e lo dico per esperienza personale) – apprendere ancora una volta le torture di cui è vittima il genere femminile nel mondo. Alcune di queste le vedrete in scena e il vostro cuore, prima divertito dall’esuberanza del cast, sarà spezzato dalla durezza della realtà, quella che ascoltiamo al telegiornale quotidianamente come una cantilena sempre uguale, trascurabile, come se fosse ordinaria amministrazione e, soprattutto, come se non ci toccasse da vicino. Ma al nostro tavolo siedono donne deturpate dall’acido e donne stuprate. Senza un motivo, se non quello di essere donne.

V per vagina scrivo nel titolo. Perché il senso di questo spettacolo si racchiude nella lotta alla vergogna. V per vergogna  anche solo di pronunciare la parola Vagina, di denunciare gli abusi, V per violenza. Tante V legate dal rosso sul palco. Il rosso delle donne, del flusso mestruale che scorre in noi ogni mese dando vita all’umanità intera e dando la morte a tante streghe figlie del diavolo nel corso di una Storia impietosa.

V anche per vendetta, però. Perché è tutta una questione di potere ormai. Donne che marciano nei cortei per far sentire la propria voce e mettere gli uomini nell’ultima fila. Donne che usano il proprio corpo come un oggetto spacciandolo per un gesto di emancipazione e consapevolezza, mentre nell’intimo celano solo un desiderio di rivalsa: quella frustrazione dello strumento che per secoli è stato manovrato, controllato e censurato dal potere altrui. Donne che si professano femministe impegnate, intellettuali, che in realtà vogliono solo farsi ascoltare perché sono secoli che vengono gettate nel cestino della Storia.

Oggi che siamo libere, siamo comunque aggiogate dall’educazione, dalla società, dal lascito dell’asimmetria sessuale. Siamo ancora schiave. Tutte.

Qual è il confine tra la parità e la prevaricazione? Come superare il dolore di essere state zittite senza trasformarlo in rabbia?

Accogliendo. Accogliendo tutti, senza dimenticare di chiamare le cose col proprio nome. Perché quello che non si dice non esiste oppure è tabù. E non so davvero cosa sia peggio a questo punto. E dunque V per vagina.

Grazie Patrizia Schiavo.

Alessia Pizzi

 

“Fatwa”, il gioiello di Mahmoud Ben Mahmoud incanta

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Come una risposta al dolore per la recente strage di Strasburgo transita a Roma Fatwa, il film del regista tunisino-belga  Mahmoud Ben Mahmoud, e CulturaMente non poteva mancare. 

Il film è stato proiettato il 13 dicembre presso il Cinema Trevi in concorso al XXII Tertio Millennio Film Fest, il festival del dialogo interreligioso.  Il tema di quest’anno è I giorni della rivolta. Guerra, rivoluzione e riscatto.

La proiezione è stata preceduta da  un’intervista al regista presente in sala insieme all’eccezionale Ahmed Hafiene, protagonista del film. La  pellicola è vincitrice al recente Cairo Film Festival e come miglior lungometraggio al Carthage Film Festival, dove Hafiene ha anche ricevuto il premio come miglior attore.

Difficilmente un film riesce ad essere totalmente convincente; ed è invece questo il caso di Fatwa, autentico capolavoro.

Se penso alla grande letteratura i primi riferimenti utili sono quelli dei grandi classici dostoevskiani ad esempio, perchè riescono a rivelare grandi complessità esistenziali attraverso l’umanità di un personaggio.

Ed è successo lo stesso con Fatwa, dove ho ritrovato piacevolmente la forza naturale del talento assoluto in una trama che si svolge sul piano etico ed estetico; una storia che reca in sé il dramma del fondamentalismo attraverso la chiave di lettura di un uomo.

Rappresentare il dramma dell’identità culturale e della modernità nel mondo arabo con una posizione centrata sulle dinamiche interpersonali è un lavoro complesso; il mezzo cinematografico può riuscirci quando, oltre a una profonda conoscenza dei temi, può vantare una onestà intellettuale al servizio dell’Arte.

Il protagonista è Brahim Nadhour, un tunisino che vive in Francia dopo il suo divorzio e torna a Tunisi per seppellire suo figlio Marouane, morto in un incidente motociclistico.

FatwaScopre che il ragazzo stava lavorando in un’organizzazione salafita e decide di condurre personalmente le indagini per identificare le persone che lo hanno indottrinato.

A poco a poco, arriva a dubitare delle circostanze della sua morte con un epilogo tragico che si conclude bruscamente, in un meccanismo di identificazione con il dramma che prosegue dopo la fine del film.

Anche la tragicità degli eventi, la tensione amplificata dalla narrazione lenta ed incisiva riescono a contestualizzarsi in tratti di grande bellezza espressiva. L’uso sapiente dei piani-sequenza e delle differenze di campo regalano una lettura intima e preziosa di luoghi e ricordi.

Meritatissimo il riconoscimento ad Ahmed Hafiene al Festival di Cartagine, attore di classe e dalla rara espressività, ottima l’interpretazione di Ghalia Benali nel ruolo della protagonista femminile Loubna. 

Il ruolo della donna si rivela fondamentale in tutte le figure del film, tributando al suo coraggio e alla sua intelligenza un ruolo salvifico, generatrice di vita e di speranza contro le aberrazioni di una violenza patriarcale che si incarna nella religione.

Bellissima questa lettura delicata e appassionata di una natura femminile vissuta tra infinite contraddizioni, capace di cambiare il corso della Storia.

Brahim, musumano moderato che osserva con incredulità la zona d’ombra della libertà che ha permesso alle frange estremiste di essere rappresentate, tenta il dialogo filosofico con la sua civiltà e ne rimane sconfitto, ma solo in superficie.

La Parola è più forte della morte, e i semi della conciliazione non saranno mai gettati al vento.

Fatwa è prodotto dalle compagnie tunisine Habib Bel Hédi e Hatem Ben Miled, ed è coprodotto dalla belga Les Films du Fleuve.

Antonella Rizzo

Capodanno 2019 a Roma: le possibilità che offre la Capitale

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Stiamo andando sempre più velocemente verso quello che è considerato uno dei giorni più emozionanti e suggestivi dell’anno: il Capodanno. Chi vive a Roma ha un grande vantaggio rispetto a chi vive in un piccolo centro, e cioè avere tantissime opzioni.

Infatti gli eventi nella Capitale d’Italia saranno veramente tanti e molto diversi tra di loro, in modo da poter venire incontro ai desideri e alle idee diverse che ogni persona ha dentro di sé, riguardanti quella notte.

La notte di Capodanno non è come tutte le altre perché ha un significato e un valore molto importante che va al di là dei festeggiamenti e delle tradizioni, seppur importanti. Il 31 dicembre è un giorno nel quale le persone vogliono essere felici e avere una spinta per affrontare le sfide dell’anno successivo.

Molti però si trovano nel dubbio fino alla fine perché vivendo in una città come Roma si rischia di andare nella confusione, ma soprattutto si rischia di decidersi troppo tardi e di venire a sapere che l’evento desiderato è sold out e non ci sono più posti.

Da questo punto di vista può venire in aiuto e in particolare il sito Internet Capodanno.Roma.it dove potrete consultare tutti gli eventi e scoprire i particolari di ognuno di loro, dai menù, per quanto riguarda i cenoni dei tanti buonissimi ristoranti della capitale, ai vari programmi di ogni locale e discoteca.

Inoltre, sarà possibile acquistare le prenotazioni on line, per essere sicuri di non rimanere esclusi dall’evento che vi interessa di più: il sito è molto curato e organizzato bene in maniera tale che ogni utente sia facilitato nella navigazione e non faccia confusione.

Capodanno Roma 2019:il concertone del Circo Massimo

Uno degli eventi più attesi di quella sera sarà sicuramente il concertone del Circo Massimo, che coinvolgerà come sempre migliaia di persone scatenate e vogliose di passare una bellissima notte. Molto atteso sarà il countdown prima della mezzanotte, che sarà accompagnato da tanta musica e spettacolo.

L’artista principale che accompagnerà dal punto di vista musicale la festa sarà Vinicio Capossela, un musicista poliedrico, che da anni si è creato una sua credibilità e nonché una nicchia di pubblico molto ampia, nonostante la sua originalità e la sua poca aderenza al mercato discografico del momento.

Ma il suo concerto sarà solo la punta dell’iceberg di questo evento. Ci saranno infatti oltre 100 performance e mille artisti provenienti da 46 paesi diversi e cinque continenti.

Questi eventi saranno presenti i una grande area compresa tra piazza dell’Emporio, il Giardino degli Aranci, il Circo Massimo, via Petroselli, il Lungotevere Aventino, il Lungotevere dei Pierleoni e l’Isola Tiberina.

Nella conferenza stampa di presentazione dell’evento, il vicesindaco di Roma ha affermato che quest’anno, a differenza delle scorse edizioni, il Comune ha dovuto stanziare dei soldi supplementari, in quanto purtroppo gli organizzatori dell’evento hanno avuto grandi difficoltà a reperire finanziamenti attraverso le sponsorizzazioni.

Questo vuol dire che il Comune si è preso più responsabilità per l’evento e ha collaborato attivamente e fattivamente con gli organizzatori stanziando un milione e mezzo di euro. Tornando ai dettagli dell’evento, possiamo dire che il tema dominante scelto quest’anno sarà la luna.

Uno dei momenti più importanti sarà sicuramente rappresentato dallo spettacolo dei Kitonb, compagnia romana molto prestigiosa e che non si esibiva nella capitale da più di 10 anni.

Lo spettacolo si concentrerà sull’Ode alla Luna, un omaggio per la Festa dedicato all’anniversario del viaggio dell’uomo sulla Luna.

Inoltre sarà presentato Carillon, Il volo del tempo, un grande spettacolo tridimensionale di teatro urbano, che coinvolgerà lo spettatore attraverso gigantesche scenografie volanti manovrate da autogrù idrauliche e azioni coreografiche dei danzatori-acrobati.

Anche lo spettacolo di Capossela sarà collegato al tema della serata, come indica il titolo Vinicio Capossela in difesa della luna, omaggio a Guido Ceronetti, scomparso qualche tempo fa.

Infine, a mezzanotte sarà anche protagonista un rapper emergente della scena romana, Achille Lauro, che con il suo dj set e crew farà ballare il pubblico.

Capodanno Roma 2019: soluzioni lussuose e originali

Le possibilità nella Città Eterna sono tante e soprattutto molto varie e originali. Per esempio se una coppia volesse passare una serata e una notte romantica in una location elegante e lussuosa, potrebbe scegliere la Villa dei Principi.

In questo bellissimo posto si potrà beneficiare di una cena gustosa e di qualità e si potrà trascorrere una notte intera a ballare con allegria, per merito di uno studiato e coinvolgente dj set. La ciliegina sulla torta sarà rappresentata dal fatto di poter dormire in una bellissima, elegante e sontuosa camera da letto.

Una possibilità simile la offrirà il lussuoso albergo Hilton, un brand che ormai è conosciuto da anni in tutto il mondo e che è considerato un punto di riferimento per chi cerca soggiorni lussuosi e di classe.

 A Capodanno si potrà quindi alloggiare in questo bellissimo albergo, gustarsi un cenone classico e godere dell’intrattenimento, sia per i bambini con i giochi di animazione, che per gli adulti con musica dal vivo e dj set per tutta la notte.

Un’altra idea molto originale è rappresentata dalla possibilità di trascorrere il capodanno presso una bellissima limousine, molto grande e comoda: può contenere fino a 8 persone e quindi è adatta sia a un gruppo di amici o a una famiglia, ma anche a una singola coppia.

All’interno ci sarà un bar dove saranno serviti raffinati cocktail. Inoltre ci sarà buona musica, atmosfera con luci soffuse e un gustoso buffet. La coppia o il gruppo di persone verrà al ritorno riaccompagnata nel punto che preferisce.

Questo tour partirà nel tardo pomeriggio e toccherà vari punti suggestivi e magici di Roma come per esempio il Colosseo, Piazza San Pietro e il Gianicolo.

Articolo offerto da: https://www.capodannoaroma.it/

Luca Serianni spiega le donne di Dante e un’ora dura un minuto

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Il 10 dicembre scorso al Piccolo Eliseo di Roma si è concluso il ciclo “Tre sguardi sulla poesia di Dante” con il Prof. Luca Serianni.

Dopo “Le invettive dantesche” (16 ottobre) e “Le similitudini della commedia” (26 novembre), a concludere le lezioni di Luca Serianni sulla poesia di Dante sono arrivate “Le figure femminili della Commedia”.

Anche in questa occasione il prof. Serianni si è confermato un divulgatore efficace dell’opera di Dante e della sua “Divina Commedia”. Con grazia ed eleganza – oltre che con competenza – ha raccontato di Beatrice, Francesca , Pia, ma anche delle donne meno celebri della Commedia.

Ovviamente, quando si pensa alla figure femminili dantesche il pensiero va subito a Beatrice. E Serianni ce la presenta in tutta la sua complessità. Lei non è solo una donna; è il percorso che porta direttamente a Dio. Già nel II canto dell’inferno chiede a Virgilio di guidare Dante, perso nella selva oscura. Lo definisce “l’amico mio e non de la ventura” e già si fa misteriosa. Le interpretazioni del verso, infatti, sono due: da una parte, può significare che Dante è soggetto passivo dell’amore di Beatrice, ma non è altrettanto amato dalla sorte, visto che è esule da Firenze. Dall’altra, il verso potrebbe dire che Dante è il soggetto attivo: ama Beatrice, senza farsi condizionare dalla sorte.

Poi Beatrice, da donna, diventa teologa. Già nel XXXV canto del Purgatorio instaura con Dante un rapporto solo sul piano teologico. Arriva a rimproverarlo, non lo chiama più “amico”, ma “frate mio”.

Luca Serianni

Serianni ci fa notare che sono pochi personaggi che interloquiscono con Dante nella “Divina Commedia” e tra questi le donne restano impresse nella memoria del lettore.

Francesca da Rimini, nel V canto dell’Inferno, è generosa, vorrebbe pregare per Dante e la sua pace, ma non può farlo da dannata relegata all’Inferno. Affascina la constatazione che Francesca pronuncia parole che compaiono raramente nella Divina Commedia. Parla di “disio”, il desiderio per il quale non c’è spazio nell’Inferno. Ma anche la stessa “pace” o le parole “bacio” e “baciare” che pronuncia nel descrivere l’amore con Paolo.

La tenerezza di Francesca per Dante è la stessa che ritroviamo in altri due personaggi. Una è Pia de’ Tolomei, tra le vittime di morte violenta che solo all’ultimo si sono convertiti, nel V canto del Purgatorio. Serianni la definisce uno dei casi più antichi di femminicidio. È una figura misteriosa, poco sappiamo anche del marito, Nello dei Pannocchieschi, che con tutta probabilità l’ha uccisa o fatta uccidere gettandola da una finestra del suo castello in Maremma. La violenza di questa atroce fine, Dante ce la fa intuire con la descrizione delicata di Pia.

L’altra è Piccarda Donati, sorella di un amico di Dante, a cui appare irriconoscibile perché circonfusa della luce abbagliante del Paradiso. Anche lei è una vittima della violenza e della sopraffazione maschile. Aveva scelto di entrare in convento, ma ne era stata sottratta contro la sua volontà da uno dei fratelli, per farle contrarre un matrimonio utile politicamente alla famiglia.

Luca Serianni sottolinea poi un aspetto interessante: Dante Alighieri nel girone dei lussuriosi elenca molte donne come esempi di lussuria punita. Tra queste, oltre a Semiramide, Didone ed Elettra, c’è “la vergine Cammilla”, regina dei Volsci che, combattendo contro Enea, morì per l’Italia.

Invece, ci sono molte “donne mancanti” secondo Serianni, perché Dante sembra ritenere che ci siano alcuni peccati o alcune condizioni di beatitudine da cui le donne sono escluse.

In certi casi il motivo è storico. Non troviamo, ad esempio, donne tra i tiranni, perché il potere è stato a lungo quasi esclusivamente una prerogativa maschile. Ma non troviamo donne nemmeno nel girone dei simoniaci, né in quello dei sodomiti (evidentemente, Dante considerava soltanto l’ipotesi dell’autoerotismo o dell’omosessualità maschile), né tra i barattieri (coloro che usano le cariche pubbliche per arricchirsi, vendendo provvedimenti e privilegi) o gli scialacquatori.

Ci ha colpito molto il racconto di Cunizza da Romano, una delle donne più interessanti, benché poco famose, della Commedia.

La troviamo nel IX canto del Paradiso tra gli spiriti amanti, dice Serianni, o anime che vissero sotto l’influsso del “bel pianeta che d’amar conforta”. Cunizza è l’unica anima beata di cui Dante ricorda i trascorsi peccaminosi. Anche le fonti storiche sembrano confermare che non si negasse a nessuno, purché glielo si chiedesse con cortesia, perché presa da un eccessivo influsso del pianeta Venere.

Di tutto ciò Luca Serianni ci ha raccontato con eleganza e nonchalance, senza alcuna pruderie.

Dopo un’ora, trascorsa veloce come fosse un minuto, si ha voglia di precipitarsi a casa a rileggersi i versi immortali del Vate.

Stefania Fiducia