Ocean’s 8, la rapina al femminile è ai danni della saga

Ocean's 8

Disclaimer: in questo film, seppur brevemente, compaiono le sorelle Kardashian. Con questa premessa, non potete certo aspettarvi adesso una recensione positiva.

E fare una recensione positiva di Ocean’s 8, battute a parte, sarebbe davvero impegnativo. Non tiriamo fuori il confronto col genitore Ocean’s Eleven (che pure a sua volta nasceva come remake/reboot) perché qui non ritroviamo quel senso di eleganza e coolness, ma non ritroviamo nemmeno il tono e il genere di riferimento. Vedendo Ocean’s 8, siamo sicuri sia un film di rapine e truffe e non un Sex and the City in salsa vagamente criminale, ma ugualmente pacchiano?

Il dubbio è lecito, dato che Ocean’s 8 è un film di rapine completamente disinteressato alla rapina. Il grande colpo è deciso subito senza grande motivazione o costruzione, narrativa o emotiva che si voglia. Si svolge nella normalità più assoluta, semplice semplice, senza un filo di tensione, senza l’accenno ad un vero problema, senza il rischio o un conflitto. Finisce e muore subito, e non ha nemmeno più importanza nell’atto finale della storia.

I film appartenenti a questo genere non devono avere un intreccio particolarmente drammatico o uno scavo psicologico acutissimo. Parliamo sempre d’intrattenimento, non è una trasposizione di Ibsen, chiaramente. Ma devono necessariamente essere avvincenti, creare suspense, intrattenere con continui capovolgimenti di fronte che cambiano le prospettive. Nulla di tutto ciò è in Ocean’s 8, uno dei film più superficiali e peggio scritti degli ultimi tempi. Manca la costruzione, manca lo sviluppo, manca il senso intero del piano generale. Il problema maggiore è che tutto vada avanti liscio, tranquillamente, non c’è nemmeno l’idea di immaginare un villain. E quando un detective appare non solo è troppo tardi, ma è una figura talmente irrisoria da trasformare il tono ancora di più in commedia farsesca (e ovviamente, come se non bastasse, la sua apparizione non cambia minimamente l’impatto della trama).

Siamo allora di fronte a uno di quei casi in cui tocca dire “almeno il cast vale il prezzo del biglietto?”. Magari fosse questo il caso, magari.

Le attrici, capacissime, sono abbandonate a loro stesse in ruoli mai sviluppati. C’è chi si nota di più, come una Anne Hathaway tornata frizzante ed ironica. Chi si nota meno, come una Cate Blanchett che praticamente non fa nulla lungo tutto il film. E chi è sempre uguale a se stessa, come Helena Bonham Carter scritturata per fare le faccette.

Il senso di un progetto tutto al femminile, nato come spin-off che sovvertiva i generi, non si intravede mai. Non tutte le nostre protagoniste hanno forti motivazioni personali o conflitti interiori, e pertanto viene anche a mancare quel senso di gruppo, di solidarietà femminile che invece dovrebbe essere l’architrave. Tutto nel film viaggia tra il semplicistico e il superficiale. L’unica urgenza è quella di essere a tutti i costi glamour, un tono che cozza terribilmente con lo spirito d’avventura che solitamente popola le storie di questo genere.

Ocean’s 8 è un’esperienza deludente per chi va al cinema anche solo cercando intrattenimento, perché quell’intrattenimento non arriva mai. Ed è un’esperienza agghiacciante per un cinefilo che cerca anche qualcosa di più, sempre e comunque, in ogni genere e in ogni tipo di film. Anne Hathaway, Sandra Bullock, Sarah Paulson, Cate Blanchett: fate qualcosa sempre degno del vostro talento, perfavore.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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