Scacchi e follia. Un legame letterario analizzato da Angelo Germino

gioco degli scacchi

Follia e gioco degli scacchi. Questo il tema centrale del bel saggio di Angelo Germino che analizza tre capolavori della letteratura, uniti dal filo rosso degli scacchi e del delirio.

Un saggio agevole che ha anche il merito di farci riscoprire tre insuperabili classici.

Quando mi è stato proposto di recensire il libro di Angelo Germino Scacchi matti, analisi di tre folli deliri nel Gioco dei Re, ho subito detto di sì.

Il mondo degli scacchi mi affascina da sempre, da quando bambino ricevevo da mio nonno i primi rudimenti su una delle creazioni umane più sorprendenti, che definirla un gioco è decisamente riduttivo.

Vedere quelle trentadue statuette distribuite con logica ferrea sulla scacchiera, rappresentava per me, poco più che bambino, un fascinoso mistero.

Nel corso dei secoli questa nobile arte è stata variamente interpretata.

Simulazione della guerra, metafora del rapporto amoroso, gioco spietato, sfida perenne.

Qualsiasi sia  la visione, una cosa è certa gli scacchi affascinano e da sempre.

Specie la letteratura.

«Se durante il medioevo -come ricorda Germino- letteratura e scacchi erano associati al corteggiamento o all’amore, nel Novecento essi si associano alla follia.»

Eccoci arrivati al quid straordinario di questo piccolo libro, edito da Santelli Editore: il misterioso legame fra gli scacchi e la follia attraverso la lettura di tre celebri romanzi, in cui il mondo degli scacchi è il protagonista assoluto.

Tre libri in cui gli autori, come ricorda nella prefazione Giorgia Di Nardo Fasoli, «mettono in scena tre cortocircuiti tra la vita e il gioco: gli scacchi inizialmente appaiono come il simbolo e l’incarnazione di una via di salvezza, una difesa dal reale, ma successivamente e rovinosamente, questo mondo d’ordine e regole diventa una ragnatela che non permette più nessuna mossa.»

Si tratta nell’ordine di La difesa di Lužin di Vladimir Nabokov; di Murphy di Samuel Beckett e, infine, del capolavoro di Stefan Zweig La novella degli scacchi.

Tre libri scritti da autori che amavano il gioco degli scacchi, affascinati da quella rigorosa logica che, incontrollata, poteva condurre a un’inevitabile follia.

Opere in cui gli autori, sempre secondo Giorgia Di Nardo Fasoli, «decidono di mettere in scena il lato oscuro di tale gioco, la capacità d’affascinare e stregare la mente umana, di assorbire così tanto il pensiero da inibire tutte le altre facoltà mentali.»

Il primo di questi tre romanzi incentrati sul mondo degli scacchi e preso in esame da Germino è La difesa di Lužin Vladimir Nabokov.

L’autore di Lolita era un appassionato giocatore degli scacchi, al punto da esserne addirittura rammaricato.

In Parla, ricordo, opera autobiografica scritta nel 1967, Nabokov ammette: «nel corso dei miei vent’anni d’esilio ho dedicato un’enorme quantità di tempo alla composizione di problemi scacchistici […]. Il mio solo rammarico oggi è che negli anni più vitali e prolifici della mia vita, la manipolazione maniacale delle figure intagliate o delle loro proiezioni mentali, abbia inghiottito tanta parte del tempo che avrei potuto dedicare all’avventura verbale.»

La trama di La difesa di Lužin ruota tutto intorno all’ossessione del giovane Lužin per gli scacchi.

Una passione distorta che lo porta a isolarsi dal mondo che lo circonda, a vivere solo in funzione degli scacchi.

La vita reale per Lužin era fatta di pedine da muovere sulla scacchiera; di strategie ogni volta nuove da creare, di partite da vincere, di avversari da battere.

Fuori da quelle sessantaquattro caselle bianche e nere nulla ha senso per Lužin, nulla davvero esiste.

La terribile sublimazione di questo malato legame fra Lužin e gli scacchi arriva con la finale di un torneo.

La resa dei conti, in cui la necessità di trovare una difesa alla strategia dell’avversario porta Lužin a convincersi «che una perversa combinazione di mosse sia stata ordita dalla vita contro di lui e che debba escogitare una resistenza per non soccombervi.»

Non meno diverso e malato è il rapporto fra gli scacchi e il protagonista del secondo romanzo analizzato da Germino nel suo bello e agevole saggio.

Si tratta di Murphy di Samuel Beckett, «una delle opere più elaborate e travagliate che -come ricorda Germino- l’autore partorisce tra il 1934 ed il 1937, interrotta numerose volte a cause di un’altalenante instabilità psichica.»

Il romanzo, che «può definirsi una caleidoscopica Comédie Humaine della psichiatria» ruota tutto intorno al protagonista, Murphy, solipsista depresso che, verso la fine del romanzo, gioca un’epica partita a scacchi con il signor Endon.

Si tratta di un paziente del Magdalen Mental Mercyseat, dove Murphy viene assunto come infermiere al posto dell’amico Ticklepenny, licenziatosi per paura che il contatto con gli internati lo potesse condurre alla follia.

Endon è « il più carino e docile rimbambito di tutto l’istituto» un luogo, il manicomio, che per Murphy, «è percepito come una chiesa, dove si sente in comunione con i suoi consanguinei, gli internati appartenenti al “piccolo mondo” da lui costantemente ricercato.»

Il terzo e ultimo capolavoro letterario esaminato in questo bel saggio è  La novella degli scacchi di Stefan Zweig.

Non si tratta come negli altri casi di un romanzo, bensì di un racconto che Zweig scrisse nel 1941, pochi mesi prima di suicidarsi, nel pieno della seconda guerra mondiale e dell’incubo nazista.

Nella Novella degli scacchi la componente angosciosa è largamente presente, una sorta di marchio indelebile.

«Un racconto raffinato ma dal tono decisamente drammatico, -lo definì lo stesso Zweig- una metafora della distruzione della civiltà europea da parte dei nazisti.»

Tema centrale del racconto sono chiaramente gli scacchi, mondo a cui l’autore di Nel mondo di ieri si appassionò negli anni in cui visse a Petropolis. Gli scacchi, come ricordò anni dopo la prima moglie, erano per Zweig l’unica vera distrazione dal lavoro.

La trama è semplice. A bordo di una nave da crociera il dott. B. e il signor Czentovič, giocano una drammatica partita a scacchi, come nel capolavoro di Ingmar Bergman, Il Settimo sigillo. 

Intorno alla scacchiera si sfidano due persone profondamente diverse.

Il dottor B. è dotto, elegante, rappresentante, come ricorda Germino, della «cultura del vecchio mondo, colta e raffinata» di quell’età d’oro di matrice Ottocentesca, a un passo dal definitivo tramonto.

L’altro, invece, nonostante sia il campione mondiale in carica, è un uomo rozzo, arrogante e profondamente venale, espressione  di quel mondo che si sta sfrontatamente affermando.

Non si tratta di una semplice partita ma di una vera e propria resa dei conti con la vita. Una sfida fra due uomini diversi ma uniti dal mistero e da due esistenze avvolte in una enigmatica nebbia.

Il merito di Germino, in questo agilissimo saggio, corredato oltretutto di un’importante bibliografia, non è solo quello di aver analizzato il legame fra gli scacchi e la follia, ma anche quello di aver proposto ai lettori tre straordinarie opere letterarie.

Scacchi matti, analisi di tre folli deliri nel Gioco dei Re, fa riscoprire il fascino incorrotto di tre pietre miliari della letteratura mondiale, tre opere unite dal labile filo della follia, che si perde all’infinito fra sessantaquattro caselle bianche e nere, metafora unica della vita.

 

Maurizio Carvigno

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui