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M il figlio del secolo. Il primo romanzo su Benito Mussolini

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In M il figlio del secolo di Antonio Scurati nulla è inventato, tutto è drammaticamente vero.

Il primo romanzo su Benito Mussolini, una scommessa ardua che l’autore alla fine vince, nonostante qualche stroncatura eccellente.

La storia è il romanzo più bello da leggere.

Una verità incontrovertibile che affiora da ogni pagina di M. il figlio del secolo di Antonio Scurati.

Questo libro, il primo di tre romanzi dedicati alla figura di Benito Mussolini e al ventennio fascista, rappresenta un’ambiziosa sfida lanciata da Antonio Scurati.

Questo romanzo, edito da Bompiani, vero caso editoriale, è un originale strumento letterario per addentrarsi nella vita di Benito Mussolini e nell’Italia di quegli anni in una forma del tutto inedita.

La figura di Mussolini è stata nel corso di questi decenni vivisezionata dalla saggistica.

Non si contano, infatti, le monografie dedicate al fondatore del fascismo, ma mai nessuno prima di Scurati aveva osato fare di Mussolini il protagonista di un romanzo.

Un’operazione non semplice, attuabile solo attraverso il superamento, come ricorda lo stesso autore, «di tutti quei motivi ideologici che avevano reso impossibile fino ad ora una simile operazione letteraria.»

Fin dalle prime pagine del bellissimo libro si è perfettamente catapultati nell’Italia scossa, delusa, impaurita e divisa, che uscì fuori dalla prima Guerra Mondiale.

La battaglia di Vittorio Veneto aveva consacrato la vittoria ma non aveva unito la nazione. Il paese, all’indomani di una guerra dilaniante, emergeva lacero e paradossalmente sconfitto.

Da una parte la delusione dei reduci. Dall’altra quella di milioni di operai che sognavano la rivoluzione. In mezzo la miopia di una classe politica incapace di comprendere come il “secolo breve” sarebbe stato segnato inevitabilmente dal ruolo delle masse

Il mondo uscito da quel drammatico conflitto, che aveva lasciato sui campi di battaglia dieci milioni di morti, non ha più nulla di quello che aveva preceduto lo scoppio della Prima Guerra mondiale.

Sono spariti «gli uomini con la barba, i padri monumentali melodrammatici, i magnanimi liberali piagnucolosi, gli oratori magniloquenti.»

Per tutti questi personaggi, spazzati via dal vento della storia, «la campana è suonata.»

Sul palcoscenico della storia sono salite improvvise le masse a cui si rivolgono nuovi soggetti politici, che provano a interpretare quegli istinti primordiali.

In quel clima si comincia a muovere Benito Mussolini che come una belva famelica annusa l’aria, percependo l’odore di «un’Italia sfinita, stanca della casta politica, della democrazia in agonia, dei moderati inetti e complici.»

Un rapporto di polizia, della primavera del 1919, stilato dall’ispettore di pubblica sicurezza Giovanni Gasti, (colui che inventò il metodo di catalogazione delle impronte digitali), così definiva Mussolini:

«È ambiziosissimo. È animato dalla convinzione di rappresentare una notevole forza nei destini d’Italia ed è deciso a farla valere. È un uomo che non si rassegna a posti di secondo ordine.»

Il racconto di Scurati muove i primi passi da quel fatidico 23 marzo 1919, quando poco meno di cento persone in piazza San Sepolcro in Milano fondarono i Fasci di combattimento, il nucleo originario del futuro partito fascista.

Un fatto, in seguito ritenuto epocale, che all’epoca, però, passò quasi nell’assoluto silenzio, derubricato a mero episodio di cronaca politica.

In quei giorni, ma anche nei mesi a seguire, a rilucere non era certo l’astro di Mussolini, bensì quello di Gabriele D’Annunzio.

Era il Vate ad arringare le folle, a sferzare l’orgoglio ferito di milioni di italiani, a infondere speranza, a passare all’azione, entrando trionfante nella città di Fiume l’11 settembre del 1919 e mettendo in seria difficoltà i professionisti della politica.

D’Annunzio è solo uno dei tanti protagonisti di questo racconto corale.

M Il figlio del secolo è innanzitutto il romanzo di quell’Italia, della “vittoria mutilata” (efficacissima metafora coniata dal poeta abruzzese) che tanto scosse gli animi italiani.

Accanto al giovane e ambizioso Mussolini si muovono altre celebri figure. Dalla veneziana Margherita Sarfatti, mentore e storica amante del futuro duce, al socialista Giacomo Matteotti.

Proprio il segretario del partito socialista fu uno dei pochi a comprendere il rischio che l’Italia e il suo sonnambulo popolo stavano per intraprendere abbracciando il fascismo.

In questo primo atto della trilogia, che si conclude con il famoso discorso del 3 gennaio 1925 in cui Mussolini di fatto inaugurò la dittatura, l’immaginazione viene, come indicato dallo stesso Scurati, «dal di fuori, dalla base documentale, non dal di dentro dell’interiorità dell’autore.»

Tutto ciò che è narrato in M Il figlio del secolo è storicamente attestato e questo rappresenta la cifra aggiunta di questa originalissima opera letteraria.

M Il figlio del secolo, senza filtri politici e ideologici, racconta con una prosa scorrevole e incalzante, degna di un grande scrittore, il ventennio fascismo; una storia che, volenti o no ha segnato il volto di questo nostro paese.

Al netto di qualche svarione di troppo, inaccettabile quello sulla data della disfatta di Caporetto, errori opportunamente sottolineati dal professor Ernesto Galli Della Loggia in uno sferzante articolo sul Corriere della Sera dello scorso ottobre, M il figlio del secolo rimane un gradevole libro da leggere.

D’altra parte, come lo stesso Scurati ha ribadito, «M è un romanzo, gioca un diverso gioco linguistico, riesce o fallisce mirando a un diverso obiettivo, quello di integrare, di completare, magari, il lavoro analitico della ricerca storica con la forza sintetica della narrazione.»

Concludendo la lettura di M il figlio del secolo, in attesa dei successivi, possiamo dire che la scommessa lanciata da Antonio Scurati è stata vinta.

 

Maurizio Carvigno

“Ognuno riconosce i suoi”: ritratto di nazione in un interno

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Elena Rausa pubblica per Neri Pozza la sua seconda fatica letteraria.

“Ognuno riconosce i suoi” è un delicato ritratto familiare e umano, in cui la storia della nazione emerge sempre più potente dalle pieghe del vissuto, attraverso un filtro memoriale che restituisce affetto e stordimento, angoscia e riflessione. Senza mai perdere la grazia.

Caterina ha vent’anni, una laurea da conseguire e un futuro ancora incerto da vivere – figuriamoci da immaginare. Ariete, testarda e generosa, ha rivoluzionato con il suo arrivo la vita calma di Sandro e Teresa, mai chiamati mamma e papà per un vezzo di bambina che è quasi, incredibilmente, un vizio di forma. Nella vita, del resto, c’è sempre qualcosa impossibile da calcolare. Qualcosa che non può essere assicurato perché imponderabile, imprevedibile. Come una pioggia di sabbia in montagna, come un picco di gelo intenso nel cuore dell’estate. È qualcosa di raro, di non impossibile, a cui non si pensa perché ci si lascia cullare dall’abitudine, dal senso comune, dalla convinzione che ogni stranezza – in fondo – è solo un’innocua peculiarità.

Eppure la vita, con i molteplici eventi che la compongono, contiene essa stessa un vizio di forma.

Che si manifesta in particolari minimi, trasforma un porto sicuro in una tempesta sradicatrice. Una certezza in un abisso. Una buona intenzione in una débâcle devastante.

È così che Michele, il cugino di Caterina, si ritrova in coma farmacologico dopo un salto dal ponte. Una, due, tre volte, fino al disastro. L’imponderabile. Caterina ricorda la sua «tempra durissima», i tuffi da bambino che non ha paura del mare e vuole sfidare il blu, il verde, qualsiasi colore di acqua. Ma Michele si è fatto male, e dalla disgrazia è allora un dovere tentare di recuperare qualcosa. Guardare oltre per non morire, riordinare i tasselli per non lasciare sospese le incongruenze taciute. Le incalcolabilità incalcolate.

Decide allora di scrivere a Michele. È un racconto silente, rivolto a chi non può rispondere, a un’assenza così presente da innescare un meccanismo di ricordi come un dovere morale. Un lavoro di archivio, necessario e impellente.

«Ognuno ha diritto alla sua parte di dolore e di rabbia. E infatti cerco, mi sforzo di ricordare, scrivo, perché qui dentro ci sia per intero tutto quello che siamo e tu abbia almeno una storia a cui tornare».

E così viene aperto il cassetto dei ricordi, con una penna in mano e un quaderno sulle gambe. Davanti a un letto di ospedale, con le macchine a segnare battiti di vita, mentre altri battiti – nascenti, in divenire – premono in grembo. Vita sospesa e vita che si affaccia, in un ciclo che è lì a ricordare come il tempo sia troppo veloce per lasciare cose inespresse. Interrogativi taciuti.

Neri Pozza
Elena Rausa, autrice di “Ognuno riconosce i suoi” (Neri Pozza)

E allora Caterina ricorda, per accomiatarsi teneramente, dolorosamente, con le cose della vita – della Storia – «prima che siano estinte» [1]. Ma ogni esercizio di memoria è un puzzle emozionale di realtà e finzione, rievocazione e reinvenzione. Aprire il cassetto dei ricordi è come togliere i lucchetti a quelle stanze in cui l’accesso, da bambini, ci era misteriosamente negato. Ci si accosta ad essi con un misto di impazienza e pudore, con il timore, inconfessabile, di rovinare un sogno da tanto tempo coltivato. Pazientemente costruito.

«Fingiamo tutti, abbiamo tutti bisogno di crederci qualcuno».

Non è mai chiaro dove finisce la storia e inizia il mito. Dove il lavorio della mente lascia la strada dei fatti per imboccare il sentiero scosceso, articolato, dell’auto-rappresentazione. È così nella storia di ognuno, è così nelle storie familiari.

Gli album di famiglia, poi, sono pieni di spazi bianchi. Vuoti lasciati da foto sbiadite, didascalie cancellate, immagini sottratte. Per ricostruire non basta andare a ritroso, da soli, nella mente. Occorre interrogare, mettere insieme pezzi, lanciarsi in un tentativo di «archeologia familiare».

«Non sai mai dove finisce il ricordo e inizia la mitologia familiare, per questo ho bisogno anche di loro. Chiederò, scriverò, ne uscirà un ricordo che non appartiene per intero a nessuno, apocrifo, ti dico, come sono tutti i ricordi, ma forse, lo stesso, in questo gioco di specchi ci riconosceremo».

E così Teresa racconta, Sandro racconta. Tra ritrosie e ammissioni. Confessioni e invenzioni.

«In effetti non lo so, Michele, metto insieme i pezzi, immagino. Ci sono cose che ho sentito o creduto di sentire, mezze frasi anche distanti di anni. A volte inventare è trovare quello che c’è».

I ricordi del resto non sono cose soltanto nostre. Si compongono di vissuto personale e narrato, di aspetti di vita sbirciati dalla serratura, quella delle famose stanze in cui non è concesso entrare. È così che nelle storie di famiglia si insinuano spettri e tabù, spazi vuoti che ci si ingegna a riempire come si può. Sono dolori che fa male rievocare. Che si tacciono per non permettere che altri debbano soffrire come abbiamo sofferto noi.

Accomiatarsi con il passato però prevede conciliarsi con esso, lasciare che i fantasmi assumano un corpo e dicano finalmente ciò che hanno fatto.

Quello che hanno vissuto, quello che hanno fatto vivere.

Così con grazia Elena Rausa racconta del viaggio di Caterina nei locali della memoria, dove vissuto personale e collettivo si uniscono per restituire un senso da sempre sfuggente.

Neri Pozza

Tra Milano e la Puglia, terra natia di Teresa, si snoda un racconto di certosina catalogazione, mai fredda e monotona nella sua ansia di risposte e ordine. Caterina mette insieme pezzi, salvaguarda qualcosa del tempo in cui non saremo mai più e, con pazienza, unisce i momenti di ieri alla grande storia che li permea e li travalica. Il boom economico e la compagna di classe che viene dal Sud. Lo zio Nicola che conosce il dramma della droga. Il tempo delle occupazioni e degli scioperi e poi gli scontri, le bombe, il piombo rosso e nero. La caduta delle buone intenzioni.

Su tutto l’album di famiglia aleggia infatti un’altra assenza, un fantasma su cui si è abbattuta una damnatio memoriae che ha tanto di personale quanto di nazionale. È Anna, la madre di Michele, che lo ha lasciato a Sandro e Teresa perché inseguiva la sua guerra. Quella di chi ha avuto torto, «drammaticamente torto», quando gli altri, però, «non avevano ragione».

Anna che è una terrorista, mai dissociata e mai pentita, figura ridotta a immagine su una credenza, «un nome e basta». Ridotto al silenzio.

È la sua storia il perno intorno a cui ruota un passato sospeso e mai elaborato. Un passato pubblico e privato di non conciliazione, in cui si fa fatica a fare i conti con il vizio di forma, che si annida in famiglia e nella vita, tra le quattro mura e sul teatro del mondo.

La forza del romanzo di Elena Rausa sta tutta qui, nell’aver usato la chiave intima per svelare – o spiegare – certi meccanismi della storia recente. In cui i postumi del trauma non si riescono a elaborare, in cui si cercano sempre nuove forme per tentare di dire, sviscerare, superare. Le conseguenze della scelta di Anna si riflettono con dolore sulla madre, su Sandro, su Michele. Il pianto della mamma a San Vittore, prima del colloquio, è il pianto di tutta la nazione.

È la solitudine, l’incapacità di esprimere pareri, l’impressione di essere innocenti ma, al contempo, anche un po’ colpevoli. Perché confini netti non servono, non esistono, e non aiutano a fare giustizia.

Ad essa pensano i tribunali. Nella memoria, e nei libri, c’è spazio per le emozioni. Che aiutano a riconciliare, a non giudicare. A fare i conti con un passato che non si compone di morti e feriti da enumerare sulle targhe, da mandare a memoria come individui di carta da dividere nelle colonne dei buoni e dei cattivi. Ogni dramma pubblico porta con sé un dolore privato. Elena Rausa l’ha raccontato, l’ha immaginato. E con delicatezza impareggiabile ha mostrato che nella storia, in ogni storia, ognuno – davvero – riconosce i suoi.

Ginevra Amadio

Elena Rausa
Ognuno riconosce i suoi
Neri Pozza
I Narratori delle Tavole
304 pagine, 17 €

[1] Come recita la frase di Cristina Campo posta in esergo (C. Campo, Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987).

Il genio dei surrealisti in mostra a Pisa

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Il surrealismo è stato fondamentale nella storia dell’arte. A Pisa una mostra, attraverso dipinti, sculture, e altri oggetti, mette in scena la straordinaria avventura dell’avanguardia surrealista, legata, in particolare, al 1929, un’annata cruciale per quel gruppo di artisti.

C’è tempo fino al prossimo 17 febbraio per visitare la mostra da Magritte a Duchamp 1929: il grande surrealismo dal Centre Pompidou a Palazzo Blu a Pisa.

Si tratta di una rassegna imperdibile, non solo per la quantità di opere esposte ma soprattutto per la qualità delle stesse.

Il titolo onestamente non rende giustizia all’unicità di questa mostra.

Oltre alle opere di Magritte e all’imperdibile L.H.O.O.Q. di Duchamp, sono moltissimi altri gli autori presenti nelle diverse sale espositive.

Dai celebri Picasso, Dalì, Picabia, Giacometti, Man Ray e Max Ernst ad artisti meno noti al grande pubblico come Alexandre Calder, Josef Sima o anche Pierre Roy e diversi altri.

Punto di partenza dell’esposizione pisana è, come riportato nello stesso titolo della mostra, l’anno 1929.

Quella data, arcinota per il crollo finanziario della Borsa di Wall Street, fu centrale anche per il movimento surrealista, nato nel 1924 su impulso di alcuni poeti fra cui Andrè Breton, Philippe Soupault e Louis Aragon.

Il 1929 è l’anno della pubblicazione del secondo manifesto surrealista ma anche quello del primo romanzo collage di Max Ernst, del primo film pienamente surrealista e di alcuni importanti contrasti in seno al movimento che portarono il gruppo sull’orlo della scissione.

Ma è anche l’anno in cui un estroverso pittore spagnolo, Salvador Dalì si fece conoscere.

Nel 1929 uscì Un chien andalou, pellicola di Luis Buñuel alla quale Dalì fornì un rilevante contributo.

Il film fu particolarmente apprezzato dai surrealisti per i riferimenti onirici, gli evidenti richiami alla psicanalisi e la dimensione poetica dell’opera stessa.

Un giudizio, quello surrealista per Dalì, che non si limitò al solo Un chien andalou.

Nel novembre del 1929 Breton decise di scrivere la prefazione del catalogo della mostra che il pittore spagnolo tenne a Parigi.

Diverse le opere di Dalì esposte nella mostra curata da Didier Ottinger, direttore del Museo d’Arte Moderna di Parigi, città che tenne a battesimo il movimento surrealista.

Dall’onirica Donna dormiente, cavallo, leone invisibili del 1930, all’ipnotica Allucinazione parziale. Sei apparizioni di Lenin su un pianoforte del 1931, passando anche per L’âne pourri dipinto nel 1928. Proveniente dalla collezione di Paul Eluard, quest’ultima tela appartiene alla serie dei dipinti-collage di Dalí e ha come soggetto il macabro tema della putrefazione sul quale l’artista rifletté insieme all’amico e poeta Federico García Lorca.

Non solo, Dalì però.

Impossibile non ammirare le opere di Renè Magritte, definito il sabotatore tranquillo, per la sua capacità di seminare dubbi surreali attraverso la rappresentazione del reale stesso.

Fra queste, in particolare, Le double secret, e l’inquietante Le modèle rouge.

La prima, realizzata nel 1927, è certamente una delle opere più iconiche del pittore originario di Lessines.

Si tratta, infatti, di una tela bellissima e fortemente conturbante. Magritte, sullo sfondo di una vasta distesa marina, colloca due busti femminili.

In realtà si tratta dello stesso volto. Da una parte quello strappato, dall’altra ciò che rimane sotto la pelle.

Due immagini rappresentate come frammenti di un unico puzzle che, volendo, possono essere ricomposte,  sovrapponendo una all’altra.

Ci aspetteremmo di vedere sotto la pelle di quel volto strappato dei muscoli, delle ossa, magari del sangue. E invece troviamo la corteccia di un albero adorna di sonagli, questi ultimi motivo ricorrente nelle opere di Magritte.

Un soggetto impossibile, irreale ma che grazie a Magritte diventa reale: visualizzazione dei meccanismi del pensiero e delle storpiature cui esso sottopone la realtà che si trova di fronte.

Non meno suggestiva è Le modèle rouge.

In questo dipinto del 1937 Magritte non affianca più due immagini, come nel  Le double secret ma le combina.

Scarpe e piedi, in una sorta di processo di fusione, divengono un’unica, inquietante forma.

La scarpa, simbolo di protezione per il piede è però, al tempo stesso, una nera e inumana prigione.

E poi, come non soffermarsi davanti a L.H.O.O.Q., la dissacrante versione con i baffi della Monna Lisa di Leonardo da Vinci che Marcel Duchamp, l’inventore dei ready-made, realizzò nel 1930.

Si tratta di «un supremo gesto iconoclasta», come lo definì lo storico dell’arte Piero Adorno, compiuto sul quadro più celebre del mondo, simbolo incontrastato di tutta una generazione artistica e non solo.

Fra le diverse sale del bellissimo Palazzo Blu, adagiato sulle placide sponde dell’Arno e che nel 2015 ospitò la mostra Modigliani et sesamis, si rimane letteralmente ammaliati dalla opere presenti.

Come davanti alle Maschere di ferro di Alexandre Calder, ai dipinti di Picasso, a quelli di Mirò  o di Giorgio De Chirico, considerato da Breton una sorta di nume tutelare del movimento surrealista.

Degna di nota è anche la sezione della mostra dedicata al rapporto fra eros e surrealismo.

Il movimento, infatti, facendosi interprete degli scritti di De Sade, sui numeri 11 e 12 della rivista La Révolution Surrèaliste, diede vita a una vera e propria inchiesta su amore e sessualità.

Nelle due sale dedicate a questa sezione, di rilievo sono le sculture di Alberto Giacometti su Eros e Thanatos, appartenenti alla cosiddetta produzione surrealista dello scultore italiano.

Imperdibile, infine, nell’ultima sala espositiva la serie di fotografie.

Si tratta di capolavori di artisti del calibro di Brassaï, Lotar, Boiffard, bellissime le sue maschere di carnevale.

Ma anche le creazioni di altri straordinari fotografi come Man Ray, Claude Cahun e Jean Painlevé che con la sua angosciante Chela di aragosta o De Gaulle del 1929 lascia più di uno spettatore a bocca aperta.

«Una mostra importante -come l’ha definita giustamente il presidente della Fondazione palazzo Blu Cosimo Bracci Torsi- anche e principalmente perché dedicata non al singolo artista, come spesso accade, ma a un intero movimento, quello surrealista, che fu probabilmente il più rivoluzionario di tutta l’avanguardia novecentesca e da cui transitarono tutti i più grandi artisti del secolo scorso.»

Allora non rimane che organizzare in questi primi giorni del nuovo anno una gita a Pisa e fra una visita al duomo, all’immancabile Torre Pendente, dedicare del tempo a questa mostra.

 

Maurizio Carvigno

You, la serie TV che ti farà cambiare la privacy dei tuoi account

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YOU è la nuova intrigante proposta di Netflix.

La serie è tratta dall’omonimo romanzo di Caroline Kepnes. Dieci puntate che lasciano il fruitore attaccato allo schermo evidenziando il lato oscuro di ognuno di noi. Perché – siamo sinceri – tutti abbiamo osservato su Facebook e Instagram per guardare o geolocalizzare un’ex fidanzata/o. La curiosità è un istinto primordiale. Gestirla può implicitamente esser difficile ed avere conseguenze nefaste. Filosoficamente etichettabile come binomio tra reale e il possibile. La curiosità e le sue declinazioni infatti possono creare situazioni non veritiere e trascendere la verità.

La serie tv YOU punta subito i riflettori sul senso del limite oltrepassato. La genuina curiosità viene traslata in autentica ossessione. Luci puntate sul carattere introverso del libraio Joe e sulle ambiziose mire di Beck.

I canali social, in questa serie TV, diventano lo strumento di forza ma al contempo di debolezza. Un crudele specchio contemporaneo nella società delle apparenze.

Come ogni serie TV anche YOU presenta dei pro e dei contro. Analizziamoli insieme.

Contro:

  • i dialoghi a volte forzati;
  • le situazioni gonfiate (ad esempio se sono in un locale pseudo mondano ho delle difficoltà a sentire per bene chi siede al mio tavolo figurarsi sentire distintamente le conversazioni di un altro tavolo);
  • le sparizioni e le conseguenti dimenticanze: nessuno cerca più nessuno nel momento dell’effettiva assenza dai social.

Pro:

  • Il personaggio Joe Goldberg, il libraio stalker, interpretato da un brillante Penn Badgley aka Gossip Girl;
  • L’analisi degli intimi lati oscuri in ognuno di noi;
  • I riflettori puntati sull’utilizzo spasmodico dei social e della continua ricerca di auto affermazione.

Di una cosa si può esser certi dopo aver visto la serie TV You: la determinazione di cambiare la privacy dei propri account social.you serie tv

E quelli di Netflix ironicamente ci hanno visto lungo.

A ben giudicare anche dai rumors. Difatti, si vocifera che il 2019 vedrà l’avvento della seconda stagione di You. Anch’esso basato sul libro Hidden Bodies della stessa Caroline Kepnes.

Quindi occhi puntati alle notifiche.

Alessia Aleo

Benvenuti a Marwen, un film che vi farà riscoprire l’amore per il “diverso”

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Benvenuti a Marwen una pellicola originale, che vale la pena di vedere se anche voi amate chi è “diverso”

Non è vero che chi é “diverso” non ha le nostre stesse possibilità, o forse sí è vero, probabilmente perchè ne ha di più.

Benvenuti a Marwen è un film che vi farà riscoprire tutto l’amore per chi non è come noi, non ha le nostre stesse possibilità, non è stato fortunato altrettanto quanto noi, oppure, più semplicemente, ha subito un trauma che lo ha reso speciale.

Non tutti siamo posti, nella vita, a dover superare le stesse difficoltà, le stesse prove; non tutti abbiamo la fortuna di conoscere, o confrontarci con quello che spesso consideriamo l’altro, solo perché ci fa paura.

In questo film vengono raccontati: l’amore, il coraggio, la tenacia e la forza che ha il protagonista di non arrendersi mai. Tante sono le dure prove, a cui è sottoposto nella sua vita, altrettante le paure di non farcela e la decisione, più volte di mollare tutto.

Tratto da fatti realmente accaduti, la trama racconta la storia di Mark Hogancamp, che in seguito a un pestaggio perse la memoria e la capacità di parlare e deambulare. Troverà conforto in un mondo da lui creato, tutto immaginario, in cui potrà davvero essere se stesso. Ad accompagnare la sua figura, ci saranno le cosiddette donne di Marwen, il regno, o la cittadina che dir si voglia, dove egli vive le proprie avventure.

Un altro piccolo capolavoro, non all’altezza del primo, ma sempre degno di attenzione è questo secondo film, che affronta nuovamente la tematica del “diverso”, come lo aveva già fatto in passato il regista Robert Zemeckis, nel suo straordinario film Forrest Gump, che voi tutti ricorderete.

Tra le altre opere prime del regista ricorderete tutti la commedia “La morte ti fa bella”.

Passerete delle ore piacevoli con un film entusiasmante, anche se non amate particolarmente l’attore che ha interpretato “40 anni vergine”, Steve Carell.

Chissà se Mark, alla fine del film riuscirà a ritrovare la forza di andare avanti per la propria strada, senza i brutti ricordi del trauma, ma soprattutto se riuscirà a trovare il suo tanto sospirato amore per la vita?

Un film in cui si sospira, si soffre, si ride tantissimo e alla fine, per i più sensibili alle storie d’amore, si piange, ma non eccessivamente, una lacrima vera e sincera, di tutte quelle storie che, parliamoci chiaro, vogliamo vedere realizzarsi anche nelle nostre vite, perché: diciamocelo, il cinema è il luogo migliore per sperare, ma soprattutto per sognare un mondo migliore e dove possiamo aspettarci il lieto fine, che ciascuno di noi meriterebbe.

Frasi cult del film:

“Il dolore è il nostro propellente”

SCHEDA TECNICA:

DATA USCITA: 10 gennaio 2019
GENERE: Azione, Drammatico, Fantasy
ANNO: 2018
REGIA: Robert Zemeckis
ATTORI: Steve Carell, Eiza González, Diane Kruger, Leslie Mann, Gwendoline Christie, Merritt Wever, Janelle Monáe, Neil Jackson, Matt O’Leary, Stefanie von Pfetten, Falk Hentschel, Leslie Zemeckis, Matthew Kevin Anderson, Matt Ellis
PAESE: USA
DURATA: 116 Min
DISTRIBUZIONE: Universal Pictures Italia

Trailer ufficiale del film, in uscita in tutte le sale italiane dal 10 gennaio 2019.

 

Alessandra Santini

“Senza Senso so’ ‘ste Sòre”  e il gioco dello spettatore a trovare quel senso che non c’è

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E se Frascati diventasse un cenobio di malintesi ecclesiastici anziché esser famoso per il suo buon vino?

Il 12 gennaio 2019 presso il Teatro Villa Sora di Frascati sarà in scena “Senza Senso so’ ‘ste Sòre”.

Una commedia musicale dal ritmo frizzante e intrigante prodotta dalla Mito School Musical & Dance.

In scena nove attrici daranno il volto ad un insolito gruppo di suore. Una performance di 1 ora e mezza che ci farà dimenticare le più famose Sister Act e televisivamente parlando Che Dio ci Aiuti. Il giovane cast guidato dalla regista Silvia Di Stefano narra con le tenuità le vicende di un gruppo di suore che si ritrovano a dover calcare le scene per risolvere un piccolo disastro accaduto in convento.

Il gioco dello spettatore è forse trovare quel senso che non c’è. O c’è?

Una ilare metanarrazione a più livelli che promette di sorprende lo spettatore.

Riflettori puntati inevitabilmente sui particolari talenti delle sorelle che cercheranno di liberarsi dalla ressa di paradossi in cui si troveranno impigliate.

La direzione musicale della performance “Senza Senso so’ ‘ste Sòre” è stata affidata a Lena Biolcati. Le coreografie sono a cura di Emilio Zavatta direttore della Mito School Musical & Dance.

Perché andare a questo spettacolo?

Innanzitutto perché ogni occasione è buona per andare a teatro e soprattutto perché il teatro è una forma d’arte a tutto tondo. A maggior ragione se le realtà locali offrono queste possibilità.

Sipario, brusio e anche il fruitore si prepara ad andare “in scena”.

Alessia Aleo

spettacolo teatrale

La storia dei Creedence Clearwater Revival nel nuovo libro edito da Arcana

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Si chiama Born On The Bayou, il nuovo libro edito da Arcana che ripercorre la storia del leggendario gruppo rock Creedence Clearwater Revival.

Per i patiti della musica rock che ha segnato la storia, c’è una nuova uscita bibliografica che potrà soddisfare anche i palati più sopraffini. È da poco uscito, infatti, per i tipi di Arcana “Born On The Bayou. La storia dei Creedence Clearwater Revival” scritta da Maurizio Galli e Aldo Pedron. Si tratta di un libro che ripercorre la storia del gruppo californiano, in maniera molto dettagliata e supportata da molte immagini, citazioni e schede. Il libro ricostruisce la storia del gruppo, ripercorrendo la biografia di tutti i componenti, restituendo una visione del panorama musicale nella California degli anni settanta.

Una storia breve ma intensa

Per chiunque non li conoscesse i Creedence Clearwater Revival sono stati un gruppo della storia rock attivo per soli cinque anni, dal 1967 l 1972. Durante questo periodo però, hanno creato un sound innovativo che sapeva allo stesso tempo racchiudere in sé influenze blues, country. Il loro rock ha sconvolto il panorama musicale del tempo lasciando, inoltre, un segno indelebile tanto da finire nella lista dei cento più grandi artisti secondo Rolling Stone. In questi cinque anni, la band ha prodotto ben sette album in studio e due live.

 

Creedence clearwater
I californiani Creedence Clearwater Revival

 

 

 

Il libro ripercorre la storia di tutta la loro discografia colorendo gli aspetti biografici con  aneddoti e storie  che contribuiscono senza alcun dubbio ad aumentare il fascino nei confronti di questo gruppo. I due autori hanno riempito il racconto anche con delle storie personali legate ad alcune missive, lasceremo però al lettore il piacere di questa scoperta. Cogliamo, però, qui l’occasione per ringraziare e complimentarci con gli autori per il lavoro di raccolta dati svolto e noi non potevano non parlarne nella nostra sezione musica.

Un libro indispensabile per i cultori del rock

Per tutti coloro per i quali il classic rock è una ragione di vita, questo libro non può mancare nella propria libreria. Per chi è rimasto sconvolto da quegli anni, sapere quali siano state le dinamiche e il tessuto culturale che ha portato i membri dei Creedence Clearwater Revival a diventare una band di questo calibro è fondamentale. In questo gli autori hanno saputo fornire un quantità di informazioni veramente soddisfacente. Anche se a noi amanti del rock una domanda rimarrà per sempre riguardo alla musica di quegli anni: come mai è stata possibile una cosa del genere?

Tommaso Fossella

Le streghe son tornate: lesbiche e latino-americane

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Streghe è stato uno dei telefilm pilastro per chi è cresciuto negli anni Novanta. Chi non lo ha visto ne ha sentito parlare, chi lo ha visto lo ha letteralmente adorato.

Il potere del trio è stato – insieme alla profezia della cacciatrice – uno dei primi inni al girl power proposto dalla televisione italiana. Piper, Phoebe e Prue, poi sostituita dalla quarta sorella Paige, hanno dominato la scena con otto meravigliose stagioni.

Le abbiamo viste lottare, soffrire, e anche morire. Quando è arrivato l’episodio finale le abbiamo lasciate con le lacrime agli occhi, come si salutano dei cari amici prima di un viaggio di cui non si conosce il ritorno.

Ebbene, nel 2018 è arrivato il reboot di Charmed. In America è già uscito, mentre in Italia arriverà l’estate prossima.

Come approcciare, quindi, al nuovo Charmed? Prima di tutto con serenità. Le streghe sono diverse, i poteri quasi gli stessi. La trama è differente, resta uguale solo il libro delle ombre e il potere del trio.

Le nuove streghe sono Maggie, Mel e Macy (quest’ultima è una sorellastra). Tre nomi con la M e non più con la P. La vera novità risiede nell’origine latino-americana delle sorelle (sarà un caso che anche il reboot di Buffy avrà una protagonista afroamericana?), ma non è l’unica.

Questo Charmed, infatti, è figlio dei Millennials. La sorella più piccola, Maggie, sta sempre su Instagram. A differenza di Phoebe ha il potere dell’empatia (e non quella della premonizione). I fan ricorderanno che anche Phoebe nel tempo acquistò e poi perse questo potere. E come Phoebe, anche Maggie sa tirare bei calci.

Mel, la Piper ferma-tempo, è la assoluta protagonista della serie. Determinata, risoluta e potente, riveste quello che era stato il ruolo di Prue nel trio. Inoltre è lesbica e insegna storia delle donne all’università. Una bella mossa femminista figlia degli anni Duemila, che, per quanto apprezzabile, a volte è un po’ eccessiva.

Macy, la sorella maggiore col potere della telecinesi è una scienziata intelligente e razionale e una strega totalmente inutile. Nonostante abbia il potere considerato più forte, è quella che agisce di meno. Non si conoscono ancora bene le sue radici “paterne” e questo probabilmente sarà il focus della seconda metà della serie, che andrà in onda dal 20 gennaio 2019 in America.

Non mancano ovviamente angelo bianco, Anziani e fidanzati demoni. Ma dimenticatevi Leo e i matusa vestiti di bianco: la dimensione celeste diventa molto più umana e divertente, come anche quella dark.

streghe serie tv reboot
Macy, Mel e Maggie con una Anziana

Commentando questo Charmed 2018 oltreoceano molti hanno parlato di flop e di cancellazione della serie. Persino Shannen Doherty ha chiesto al pubblico di essere più gentile con le nuove streghe e io sono d’accordo con lei. Mi è piaciuto questo reboot finora, proprio perché modifica la trama, quindi è come se fosse una nuova generazione di charmed ones. E alla fine, non è quello che volevamo noi nostalgici? L’unica pecca che ho riscontrato sono le continue frecciatine al presidente Trump, più o meno implicite.

Tremate, le streghe son tornate (su Netflix)

Tra politica, social networks e questioni di genere il nuovo Charmed è uno specchio della società in cui viviamo, molto differente da quella anni Novanta delle prime streghe.

Che i veri fan gli diano una chance, anche solo per crogiolarsi un po’ nel passato, con un tocco di presente. Se poi cercate qualcosa di più dark ci sono sempre le Terrificanti Avventure di Sabrina!

“Le terrificanti avventure di Sabrina” fanno tremare Netflix

Alessia Pizzi

Les Étoiles: un’armata scintillante arriva all’Auditorium di Roma

Auditorium Parco della Musica, Roma: è cominciato il conto alla rovescia per l’evento di danza più atteso della capitale, 20 e 21 gennaio 2019

Sta arrivando, a passo di danza anziché di marcia, un’armata di stelle per lo scintillante gala di balletto Les Étoiles, a cura di Daniele Cipriani, l’appuntamento di danza più atteso della capitale.

Lo spettacolo sarà in scena il 20 gennaio alle ore 18 e il 21 gennaio alle ore 21 presso la Sala S. Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica.

La conquista del pubblico è assicurata perché anche l’edizione 2019 di questo gala cult si fregia di un cast stellare dal carisma abbagliante e dalla tecnica sfavillante.

L’armata stellare di Daniele Cipriani

Scelgo sempre i ballerini sulla cresta dell’onda per riunire, sulla stessa scena, le stelle più eccitanti da tutto il mondo.

Un’occasione preziosa per vedere quanto di più eccezionale si muova – o meglio danzi, o meglio ancora, risplenda – sulla scena mondiale”.

Con queste parole Daniele Cipriani presenta con orgoglio la sua luminosa “armata”: “Vladislav Lantratov e Maria Alexandrova del Teatro Bolshoi di Mosca; Leonid Sarafanov del Teatro Mikhailovsky di San Pietroburgo (già con il Mariinsky) e Oleysa Novikova del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo; Polina Semionova del Teatro dell’Opera di Berlino (già dell’American Ballet Theatre, New York); Bakhtiyar Adamzhandel Teatro dell’Opera di Astana (Kazakistan) e Tatiana Melnik dell’Opera di Stato Ungherese, Budapest; Marianela Nuñez Vadim Muntagirov del Royal Ballet di Londra; Sergio Bernal del Balletto Nazionale di Spagna, già étoile a sorpresa della scorsa edizione.”

Una stella a sorpresa

Perché in ogni edizione di Les Étoiles c’è sempre un’étoile a sorpresa, una “carta” misteriosa che verrà scoperta solo all’ultimo.

Già si scommette sulla sua identità ma si anticipa solo il sesso, maschile, e che sarà il partner di Polina Semionova (vista pochi giorni fa in TV accanto a Roberto Bolle nello speciale di Capodanno). La suspense è all’apice tra gli appassionati di Les Étoiles.

Il programma propone i “brillanti virtuosismi sulle punte e in volo” che sono diventati sinonimi di Les Étoiles: momenti del repertorio di tradizione – Il lago dei cigni, Don Chisciotte, Il Corsaro, Diana e Atteone, Romeo e Giulietta  –  insieme a brani di sofisticata modernità e alcune novità per l’Italia.

Una di queste sarà un passo a due dal sensazionale lavoro Nureyev, balletto di Ilya Demutsky, Kirill Serebrennikov e Yuri Possokhov che, suscitando molto clamore e con addosso l’attenzione di tutta la stampa e le TV del mondo, debuttò nel dicembre 2017 al Bolshoi di Mosca.

Lo eseguiranno Vladislav Lantratov e Maria Alexandrova interpretando, rispettivamente, Rudolf Nureyev e Margot Fonteyn, la più leggendaria coppia danzante di tutti i tempi.

Propria alla radiosa étoile inglese Margot Fonteyn (1919-1991), che fu partner per eccellenza di Nureyev e di cui ricorre il centenario della nascita, è dedicata quest’edizione di Les Étoiles.

Coppie nella danza e nella vita

Oltre all’étoile a sorpresa, altra simpatica consuetudine di Les Étoiles, che viene rispettata nell’edizione 2019, è quella di ospitare coppie di ballerini che sono anche partner nella vita; in questo gala ce ne sono due: i suddetti Vladislav Lantratov e Maria Alexandrova e Leonid Sarafanov e Oleysa Novikova.

“Mi diverte giocare, insieme alla carta della “Stella”, anche quella degli “Innamorati” confessa Daniele Cipriani. “Aggiunge non solo un tocco di romanticismo allo spettacolo, ma anche una speciale alchimia in palcoscenico, percepibile dal pubblico.”

L’eccellenza è la formula grazie a cui Les Étoiles può dirsi, a ragione, il gala di balletto per eccellenza, a Roma come in prestigiosi teatri quali La Fenice di Venezia e il Teatro Lirico di Cagliari.

Lo scorso settembre un’edizione speciale di Les Étoiles è stato il primo gala di balletto ad andare in scena nel Bahrein.

Il Mondo in punta di scarpetta

Daniele Cipriani ci tiene però a sottolineare che “La carta davvero vincente di Les Étoiles, data l’internazionalità dei suoi interpreti, delle compagnie da cui provengono, delle musiche e dei coreografi, è “Il Mondo”.

In quest’epoca di profonde divisioni, Les Étoiles sono un’armata plurinazionale di grande arte che porta al Mondo un messaggio di armonia, in cui la danza si propone quale modello di una società ideale.”

Dieci canzoni indimenticabili uscite alla fine degli anni Novanta

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Ci sono canzoni indimenticabili che conosciamo a memoria e che rievocano una miriade di ricordi ogni volta che le riascoltiamo.

Sono brani che pensiamo essere recenti e che, invece, spesso hanno molti più anni di quello che pensiamo. Vi propongo una playlist di canzoni che nel 2019, incredibilmente, compiono già venti anni. Se sentite forte la nostalgia della musica anni 90 è arrivato il momento di fare un tuffo nel 1999!

A me sembra passato un soffio da quando guardavo i videoclip di questi brani in rotazione su Mtv. D’altronde questi sono pezzi che non invecchiano mai.

The Chemical Brothers – Hey boy Hey girl

Hey girls, Hey boys
Superstar DJ’s
Here we go

https://www.youtube.com/watch?v=cW2bqBhP4AA

Eurythmics – I saved the world today

Hey Hey I saved the world today
Everybody’s happy now
The bad thing’s gone away
And everybody’s happy now
The good thing’s here to stay
Please let it stay

https://www.youtube.com/watch?v=Zf052uxFF58

Blink 182 – All the small things

Late night, come home
Work sucks, I know
She left me roses by the stairs
Surprises let me know she cares

https://www.youtube.com/watch?v=9Ht5RZpzPqw

Red Hot Chili Peppers – Scar Tissue

Scar tissue that I wish you saw
Sarcastic mister know-it-all
Close your eyes and I’ll kiss you ‘cause
With the birds I’ll share this lonely viewin’

https://www.youtube.com/watch?v=mzJj5-lubeM

Skunk Anansie – Secretely

So now you feel lusty, you’re bored and bemused
You want to do someone else 
So you should be by yourself 
Instead of here with me
Secretly

https://www.youtube.com/watch?v=7M8UxZDk56o

Smash Mouth – All Star

Hey now, you’re an all-star, get your game on, go play
Hey now, you’re a rock star, get the show on, get paid
And all that glitters is gold
Only shooting stars break the mold

https://www.youtube.com/watch?v=L_jWHffIx5E

The Cramberries – Animal instinct

Do you know you made me cry? Whoa oh oh 
Do you know you made me die?
And the thing that gets to me
Is you’ll never really see
And the thing that freaks me out
Is I’ll always be in doubt

https://www.youtube.com/watch?v=ky4CdN0x58A

Blur – Coffee and tv

So give me coffee and TV
Peacefully
I’ve seen so much, I’m going blind
And I’m brain-dead virtually
Sociability

https://www.youtube.com/watch?v=6oqXVx3sBOk

Blondie – Maria

She moves like she don’t care
Smooth as silk, cool as air
Ooh it makes you wanna cry
She doesn’t know your name
And your heart beats like a subway train
Ooh it makes you wanna die

https://www.youtube.com/watch?v=abw49k3rIN0

E last but not least…

Lunapop – 50 Special

Vespe truccate anni ’60
Girano in centro sfiorando i 90
Rosse di fuoco, comincia la danza
Di frecce con dietro attaccata una targa
Dammi una Special, l’estate che avanza
Dammi una Vespa e ti porto in vacanza

https://www.youtube.com/watch?v=OC7lEmEjxeE

Valeria de Bari

L’Art Nouveau di Alphonse Mucha incanta Palazzo Pallavicini

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Fino al 20 gennaio in mostra a Bologna 80 opere di Alphonse Mucha, comprese 27 esposte per la prima volta in Italia.

Dai cartelloni teatrali realizzati per Sarah Bernhardt alle scatole decorate dei biscotti Lefèvre-Utile, ai poster. Lavori iconici che raffigurano donne attraenti ed eleganti, con uno stile unico fatto di armonia, riferimenti alla natura e forme sinuose.

Alphonse Mucha a Bologna

La mostra, aperta a settembre 2018 a Palazzo Pallavicini (via San Felice, 24, Bologna), è organizzata da Chiara Campagnoli, Rubens Fogacci e Deborah Petroni (Pallavicini srl), in collaborazione con Mucha Foundation ed è curata da Tomoko Sato. Si compone di tre sezioni tematiche: Donne – Icone e Muse, Le Style Mucha – Un Linguaggio Visivo, Bellezza – Il Potere dell’Ispirazione. 

A Parigi, nei primi anni 80 dell’Ottocento, Alphonse Mucha lavorò come apprendista pittore e nello stesso periodo si avvicinò alla fotografia.

Dal 1890 questa arte cominciò ad assumere importanza sempre maggiore per l’autore, che la utilizzava per “prendere appunti” visivi ai quali si ispirava per realizzare le opere.

Sarah Bernhardt fu una figura molto influente nella vita di Mucha, a livello artistico: egli, infatti, divenne famoso grazie al primo manifesto che illustrò per lei. Nel periodo dal 1895 al 1901, Mucha disegnò 6 cartelloni per pubblicizzare gli spettacoli teatrali in cui recitava Sarah. Tutti erano realizzati con lo stesso stile del primo (Gismonda), in un formato verticale con la figura femminile posta al centro, in una rientranza ad arco o in un cerchio di luce. Il successo come artista fruttò a Mucha anche incarichi diversi, come quello per il marchio di biscotti Lefèvre-Utile, per il quale realizzò confezioni di latta, etichette e involucri. Lavorò anche all’etichetta e alla bottiglia di profumo Lance Parfum “Rodo”. Questi materiali, presenti nella mostra di Bologna, riproducevano lo stesso stile grafico su tutto ol packaging, proprio come fanno gli artisti grafici anche oggi per promuovere i prodotti dei vari brand.

Dopo circa 25 anni trascorsi lontano dalla sua patria, Mucha tornò a Praga nel 1910.

Lì cominciò a lavorare a un ciclo di 20 dipinti sulla storia ceca e slava, ma realizzò anche altre opere su commissione. Le donne continuarono a essere presenti, sebbene il loro ruolo divenne simbolico, rappresentativo dell’unità dei popoli slavi a cui l’autore aspirava.

La mostra resterà aperta fino a domenica 20 gennaio, secondo questi orari: da giovedì a domenica dalle 11.00 alle 20.00
Chiusura il lunedì, martedì e mercoledì. La biglietteria chiude 1h prima (ore 19.00 ultimo ingresso). Il costo dei biglietti di ingresso è di 13 euro (intero) e di 11 (ridotto). Per le riduzioni consultare il sito.

Erica Di Cillo

Crediti immagine in evidenza: Reverie, 1897, Copyright © 2018 Mucha

Se volete sapere di più sull’artista leggete il nostro Infuso D’Arte:

Di chi è la colpa di questa calura? Ve la presentiamo noi in pieno stile Art Nouveau!

 

Grace and Frankie, l’importanza di amare  

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Jane Fonda oggi ci porta ad osservare la terza età con un piglio tutto nuovo.

Purtroppo la serie TV in questione non ci rivela il segreto della eterna eleganza e beltà della Fonda bensì propone un plot al passo con i tempi.

La prima stagione è composta da 13 puntate. L’iter narrativo è scorrevole e porta subito ad affezionarsi alle protagoniste.

Grace e Frankie sono due donne sopra i settant’anni diametralmente opposte.

La prima, interpretata da Jane Fonda, è  il prototipo della donna chic e snob con un passato da testimonial di prodotti beauty.

La seconda, interpretata da Lily Tomlininvece è una simpatica e bizzarra hippy.

Jane Fonda oggi

Cosa le accomuna?

I loro mariti: Sol Bergstein e Robert Hanson.

I due sono avvocati, partner in affari e segretamente in amore.

Quarant’anni di matrimonio con le rispettive consorti e vent’anni di amore nascosto fra i due che decidono di fare finalmente coming out. Complice la contemporaneità e la presa di consapevolezza dell’amore libero senza preconcetti Sol e Robert rivelano i loro segreto e la volontà di passare il resto dei propri giorni insieme.

Il coming out corredato dall’età avanzata rende la serie tv forse unica nel suo genere per le tematiche indirettamente trattate.

Amare è sempre un atto di coraggio. Accettarsi una lenta consapevolezza del Sé. Ricominciare da capo dopo i settant’anni un atto di eroismo non da tutti.

Consiglio di cominciare a vedere la prima stagione e sono certa che continuerete a curiosare nella vita di Grace e Frankie.

Le due donne, rappresentanti due modelli differenti, si spalleggeranno nonostante varie e pesanti divergenze. Dall’amore nascerà altro amore. Dalla diffidenza potrà nascere anche una nuova versione di rapporto amicale.

Perché condividere la stessa esperienza può avvicinare più di quanto si possa immaginare.

Jane Fonda e Lily Tomlin con il sorriso insegnano come affrontare la libertà sessuale e i nuovi sentimenti alla soglia della terza età.

Perché la vita continua ad essere vita in ogni fase della propria età. E con questa conclusione “romantica” sono pronta a vedere la seconda stagione.

Spero che la sceneggiatura sia solida e promettente come quella del primo capitolo.

 

Alessia Aleo

Chi ha vinto i Golden Globes 2019?

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Eccoci qua con la lista di tutti i vincitori del Golden Globe per quanto riguarda il cinema.

Alcune vittorie le avevamo sperate, quasi previste. Vi lasciamo quindi le nostre recensioni, come sempre per farvi un’idea e prendere spunto. Le serate di gennaio sono fredde e un film da vedere in più non può che far bene!

Miglior film drammatico:

Black Panther
BlacKkKlansman
Bohemian Rhapsody – Vincitore
Se la strada potesse parlare
A Star is Born

Freddie Mercury, You Are The Champion

Miglior film commedia o musicale:

Crazy Rich Asians
La favorita
Green Book – Vincitore
Il ritorno di Mary Poppins
Vice

Miglior regista:

Bradley Cooper per A Star is Born
Alfonso Cuaron per ROMA – Vincitore
Peter Farrelly per Green Book
Spike Lee per BlacKkKlansman
Adam McKay per Vice

Venezia 2018: Roma, la lente di Alfonso Cuaron sull’essenza del quotidiano

Miglior attrice in un film drammatico:

Glenn Close per The Wife – Vincitrice 
Lady Gaga per A Star is Born
Nicole Kidman per Destroyer
Melissa McCarthy per Can You Ever Forgive Me?
Rosamund Pike per A private War

Miglior attrice in un film commedia o musicale:

Emily Blunt per Il ritorno di Mary Poppins
Olivia Colman per La favorita – Vincitrice
Elsie Fisher per Eight Grade
Charlize Theron per Tully
Constance Wu per Crazy Rich Asians

Venezia 2018: La Favorita, intrighi e stranezze alla corte della regina

Migliori attore in un film drammatico:

Bradley Cooper per A Star is Born
Willem Dafoe per Van Gogh – At Eternity’s Gate
Lucas Hedges per Boy Erased
Rami Malek per Bohemian Rhapsody – Vincitore
John David Washington per BlacKkKlansman

Miglior attore in un film commedia o musicale:

Christian Bale per Vice – Vincitore
Lin-Manuel Miranda per Il ritorno di Mary Poppins
Viggo Mortensen per Green Book
Robert Redford per The Old Man & the Gun
John C. Reilly per Stanlio e Ollio

Vice, comandare nell’ombra è un vero superpotere

Miglior attrice non protagonista:

Amy Adams per Vice
Claire Foy per First Man
Regina King per Se la strada potesse parlare – Vincitrice
Emma Stone per La favorita
Rachel Weisz per La favorita

Roma 2018: Se la Strada Potesse Parlare, non parlerebbe così

Miglior attore non protagonista:

Mahershala Ali per Green Book – Vincitore
Thimotée Chalamet per Beautiful Boy
Adam Driver per BlacKkKlansman
Richard E. Grant per Can You Ever Forgive Me?
Sam Rockwell per Vice

Miglior film straniero:

Cafarnao
Girl
Opera senza autore
ROMA – Vincitore
Un affare di famiglia

Miglior film d’animazione:

Gli Incredibili 2
L’isola dei cani
Mirai
Ralph Spacca Internet
Spider-Man: Un nuovo universo – Vincitore

Miglior Sceneggiatura:

Alfonso Cuaron per ROMA
Deborah Davis e Tony McNamara per La favorita
Barry Jenkins per Se la strada potesse parlare
Adam Mckay per Vice
Nick Vallelonga, Brian Currie e Peter Farrelly per Green Book – Vincitori

Miglior colonna sonora:

Marco Beltrami per A Quiet Place
Alexandre Desplat per L’isola dei cani
Ludwig Goransson per Black Panther
Justin Hurwitz per First Man – Vincitore
Marc Shaiman per Il ritorno di Mary Poppins

Venezia 2018: First Man, un grande passo per Damien Chazelle

Miglior canzone:

“All the Stars” in Black Panther
“Girl in the Movie” in Dumplin’
“Requiem for a Private War” in A Private War
“Revelation” in Boy Erased
“Shallow” in A Star is Born – Vincitrice

A Star is Born, l’importanza di rimanere autentici

 

Aforismi come perle di saggezza: la sfida letteraria di Roberto Campagna

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CulturaMente ha intercettato la novità editoriale del nuovo anno: gli aforismi scritti dal giornalista Roberto Campagna e pubblicati da FusibiliaLibri.

Meglio povero che poveraccio è un bel libretto dove l’autore suggerisce attraverso i suoi aforismi di affrontare le peripezie della vita con l’antidoto del buon senso e dell’ironia. Quando si ha la necessità di fare il punto della situazione, di ritirarsi dagli orpelli delle parole opulente, questa plaquette è un dono prezioso.

Campagna è uno scrittore vorace di esperienze, un esperto di gastronomia e di politica, delle contraddizioni e delle riconciliazioni presenti nel Dna della sua terra di origine.

Sono centottantacinque gli aforismi che compongono questo libro. Il motivo per cui Campagna si è fermato a questa quota, cerca di spiegarlo nella presentazione dello stesso volume il Prof. Rino Caputo:

“Si potrebbe discettare a lungo sulle motivazioni esterne, di superficie, e interne, scomodando l’inconscio. In realtà l’autore si è trovato di fronte al duplice rischio dell’opera interminabile e dell’incompiuta. Mettere un fermo, apparentemente casuale, aiuta a cominciare. E a finire…”

Da sempre Campagna ama parlare in tono aforistico e da sempre ama il gioco delle parole. Uno dei suoi libri più famosi è 101 filastrocche in fila per 1, un libro in cui ha usato la parola ludica per trasmettere considerazioni ed esperienze personali.

Lui dunque non è nuovo alla pratica della scrittura sapida, allusiva e, insieme, persuasiva.

In questi aforismi c’è, come stabilito nei secoli, tutto e il contrario di tutto; la saggezza popolare spesso rischia di collimare col senso comune e la distillazione della sintesi intellettuale risulta faticosa. Ma c’è il tono umoristico dell’uomo contemporaneo.

aforismi breviCome tutti gli aforismi, quelli di Campagna sono sì concisi e asciutti ma oltre a una fine ironia, contengono una forte carica comunicativa che scuote e fa riflettere il lettore.

Ho dedicato alla pubblicazione di Campagna proprio questa nota critica: “Ciò che l’autore dice è patrimonio di tutti, immagini dello spirito che tutti abbiamo sperimentato di fronte alle delusioni, alle amarezze, alle piccole gioie conquistate con fatica.

Ed è facile nutrire la convinzione di sentirsele proprie perché appartenenti all’inconscio collettivo del quale tutti facciamo parte. Ma il ruolo dello scrittore è quello del portatore del Verbo, colui che non racconta per sconfiggere una sofferenza ma per sentirla uguale a quella di tutto il mondo.

Mancava una raccolta di questo genere, nel ginepraio degli autori contemporanei, una risposta immediata al male di vivere. Pregevole come tutti i volumi FusibiliaLibri la veste editoriale, il formato singolare, la carta che al tatto ricorda la patina vellutata delle uova di struzzo”.

Antonella Rizzo

Riprese e fan a Firenze per La casa di carta

È arrivata a Firenze il cast di “La Casa Di Carta” per girare una puntata della serie.

“La Casa Di Carta”, serie spagnola prodotta da Netflix, è arrivata alla terza stagione ed è giunta nel capoluogo toscano per le riprese.

Luogo del set è stata la piazza del duomo di Firenze che si è ritrovata circondata da centinaia di fan, curiosi di assistere.

La Casa Di Carta racconta di un Professore (Álvaro Morte) e del suo tentativo di penetrare all’interno della Fábrica Nacional de Moneda y Timbre, la zecca nazionale spagnola di Madrid, per fabbricare denaro con il quale poi sparire. I suoi collaboratori, tutti personaggi con precedenti penali alle spalle, sono denominati con nomi di città. Nel momento in cui la squadra occupa l’edificio e prende alcuni ostaggi, la polizia invia loro una negoziatrice.

Curiosità e chicche.

La serie, La Casa Di Carta, è arrivata alla terza stagione ed è arrivata a Firenze per delle riprese.

L’entusiasmo dei fan non è stato contenibile e pare che un gruppo di ragazze sia riuscita anche a oltrepassare le transenne (fonte Ansa). L’ordine è stato subito ripristinato per poter consentire alla troupe di lavorare, naturalmente. Le successive riprese si sono spostate a Piazzale Michelangelo.

 

La Redazione

La magia del teatro di Eduardo De Filippo all’Argentina

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All’Argentina torna una delle commedie più belle di Eduardo Di Filippo: Questi fantasmi. Un testo sempre in perfetto equilibrio fra il registro comico e quello drammatico, di perenne attualità, nonostante siano trascorsi oltre settant’anni dal sul fortunatissimo debutto.

La trama di Questi fantasmi, in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 6 gennaio, è arcinota.

All’onesto e ingenuo Pasquale Lojacono viene proposto di soggiornare gratis, insieme alla moglie, in un grande appartamento collocato all’interno di un nobile palazzo nel centro di Napoli.

Un affare indubbiamente, ma a patto di rispettare una sola, imprescindibile condizione.

Il nuovo inquilino dovrà riaccreditare la sinistra fama di quel palazzo su cui grava la leggenda che sia abitato da fantasmi. Come?

Semplice, dovrà affacciarsi più volte al giorno da uno dei tantissimi balconi dell’appartamento e mostrarsi sereno, addirittura felice.

Il nuovo affittuario, seppur intimorito dalle oscure credenze, accetta, evitando, tuttavia, di raccontare la storia degli spiriti alla moglie.

Ma i fantasmi sembrano davvero abitare quella immensa casa, almeno per il povero Lojacono.

Non il guerriero, tantomeno la testa d’elefante che afferma di vedere il professor Santanna, l’enigmatico proprietario di un appartamento collocato proprio davanti al sinistro palazzo che, dal suo balcone, osserva tutto.

Si tratta, invece, di uno spirito buono e molto generoso, una manna per il male in arnese Lojacono.

Nella giacchetta, appositamente lasciata in bella vista sull’attaccapanni nell’ingresso, il nuovo inquilino trova ogni giorno il denaro che gli serve per andare avanti.

A lui quell’ignoto e munifico fantasma piace e diventa, seppur nell’alone del mistero, quasi una figura familiare.

La verità è un’altra e non ha nulla di misterioso.

Quel fantasma è una persona in carne e ossa.

In realtà è l’amante di sua moglie, ma Loiacono preferisce, forse, non vedere e rimanere nel suo mondo di innocente, conveniente illusione.

D’altra parte, come lui stesso afferma, il coraggio lo dà il denaro, senza si diventa timidi, paurosi, anzi di più, senza soldi si diventa delle carogne.

Scritta nel 1945 e rappresentata per la prima volta il 7 gennaio del 1946, Questi Fantasmi rappresenta per l’originalità del testo teatrale e la complessità dei personaggi,  una delle più belle commedie del grande Eduardo De Filippo.

Seconda commedia, dopo Napoli Milionaria, a far parte della raccolta Cantata dei giorni dispari, l’origine di Questi fantasmi è legata a una vicenda reale.

Eduardo s’ispirò per la sua realizzazione a un fatto di cui fu protagonista suo padre, Eduardo Scarpetta.

Quest’ultimo con la famiglia, a causa delle ristrettezze economiche, fu costretto a lasciare la propria abitazione da un giorno all’altro.

La Compagnia di Teatro di Luca De Filippo, oggi diretta dalla bravissima Carolina Rosi, porta sul palco dell’Argentina una versione fedelissima del capolavoro eduardiano, riproducendo perfettamente quel gioco di allusioni, sconfitte, miserie, ipocrisie e infiniti solitudini.

Diretti da Marco Tullio Giordana gli attori in scena, fra irresistibili momenti di comicità e intensi attimi di pura tragicità, fanno onore a un testo che, nonostante gli anni, non perde di originalità e bellezza.

Bellissima la scenografia di Gianni Carluccio che riproduce l’interno di un palazzo napoletano, con tanto di sfondo della celebre scala ad ali di falco tipica di molte dimore storiche napoletane, come Palazzo dello Spagnuolo nel napoletano Rione Sanità.

Menzione particolare per Gianfelice Imparato.

Vestire i panni dell’umile Lojacono, dopo Eduardo e Luca De Filippo, è un esame improbo che l’attore, originario di Castellammare di Stabia, supera a pieni voti.

Imparato non cerca di imitare quei due mostri sacri del teatro italiano, ma interpreta a suo modo, pur nella piena aderenza al personaggio eduardiano, l’ingenuo inquilino.

Da applausi il celeberrimo monologo del caffè.

Lojacono, seduto su uno dei balconi spiega all’impiccione professor Santanna, (vero e proprio fantasma, personaggio che non si vede e non si sente mai ma che aleggia filosoficamente su tutta la scena) il sacro rito della preparazione della bevanda napoletana.

In particolare mette a conoscenza il suo dirimpettaio della sua geniale invenzione, quella di mettere sul becco della caffettiera napoletana il coppitello, un cappuccio di carta che trattiene il fumo denso del primo caffè, in modo da rendere profumo e sapore più intensi.

Nel corso dei due atti di Questi fantasmiil pubblico ride e tanto grazie alle battute irresistibili degli attori in scena.

In particolare quelle del portinaio Raffaele, interpretato dal bravissimo Nicola Di Pinto, un personaggio decisamente negativo, tanto che lo stesso Eduardo lo definiva “anima nera”.

Ma rimane anche in religioso silenzio seguendo il dramma di Maria, (interpretata da Carolina Rosi) la moglie di Lojacono, che si sente umiliata dal comportamento del marito, convinta che lui sappia benissimo che lei lo tradisce.

Alla fine il dubbio se Lojacono abbia compreso chi si celi dietro il generoso fantasma persiste, ma forse importa poco perché, come dice lui stesso:

«I fantasmi non esistono… li creiamo noi, siamo noi i fantasmi!»

 

Maurizio Carvigno

 

La spiritualità: a briglia sciolta oltre la materia con 5 libri

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5 testi per approfondire ed arricchire la giusta prospettiva sulla spiritualità. Un aiuto concreto per comprendere e sperimentare di persona

Nella sua accezione più ampia il concetto di spiritualità va al di là della sola interpretazione religiosa.

La spiritualità non è solo legata alla scelta di professare una fede ma va oltre, è un vero e proprio modo di essere, che ci permette di superare il vincolo della concretezza materiale, della natura corporea, della materialità fisica.

Circoscrivere un concetto come quello della spiritualità non è facile, perché ha innumerevoli estensioni, che sviluppano ai massimi livelli i valori più profondi e sinceri, quelli che nobilitano l’animo, come l’umanità, la comprensione, la libertà, la natura, e si sottraggono al peso di una zavorra come quella della materia.

La spiritualità di fatto ci permette di andare a briglia sciolta oltre la materia.

Spiritualità: 5 libri per approfondire la materia

Un concetto così introspettivo come la spiritualità merita di essere approfondito: oggi lo facciamo consigliando 5 libri che sviluppano tematiche diverse.

Ma chi è interessato a saperne di più, valutando una serie più ampia di aspetti qua può arricchire la prospettiva sulla spiritualità.

Giunto alla terza edizione ampliata, il libro di Fabio Marchesi “La Fisica dell’Anima” propone

un’appassionante connessione tra scienza e spirito, tra ciò che si può percepire e quello che è impercepibile.

I temi della fisica vengono trattati in maniera semplice ed esaustiva con l’intento di dimostrare l’esistenza dell’anima, comprendere la natura e l’ambizione del vivere felice.

In pratica una nuova prospettiva attraverso la quale interpretare la realtà.

Dopo il bestseller “Avrah Ka Dabra”, Dario Canil torna in libreria con il “Manuale di Sopravvivenza Energetica – Come vivere efficacemente protetti in un mondo predatorio” proponendo ai lettori un aiuto concreto per imparare a riprendere in mano le redini della propria vita, difendersi dalle tante insidie alle quali si è esposti, e tornare ad essere al centro del proprio regno.

Il manuale ci propone un insieme di conoscenze, visioni ed esercizi pratici, che si rivelano preziosi per imparare ad avere un atteggiamento felice nei confronti della vita.

Joe Dispenza dopo il successo di “Cambia l’abitudine di essere te stesso” è tornato alla scrittura con “Diventa Supernatural – Come fanno le persone comuni a realizzare cose straordinarie”.

Parliamo di un testo che è in grado di unire alcune fra le più profonde informazioni scientifiche all’antico sapere, dimostrando che anche le persone comuni possono vivere un’esistenza mistica.

La lettura del libro ci permette di scoprire che l’essere umano è soprannaturale se riceve le giuste conoscenze ed istruzioni; quando impara ad applicare la conoscenza attraverso la meditazione è in grado di utilizzare al meglio le doti creative.

“Il Corpo di Luce Il processo di trasmutazione globale – Con istruzioni pratiche” scritto da Reindjen Anselmi offre un panorama dettagliato delle ripercussioni più significative sugli esseri viventi e sulla struttura energetica generate da un pianeta che sta cambiando.

L’autrice riserva ampio spazio alla descrizione dei fenomeni fisici e biologici e dei sintomi correlati, che accompagno il processo del corpo di luce.

Disturbi che la scrittrice ha sperimentato di persona o da altri, quasi sempre presenti in tutti coloro che sono in fase di mutazione.

Con “I bambini Indaco Super-attivi e con doti straordinarie – Una nuova evoluzione della razza umana” i due autori Lee Carroll e Jan Tober propongono un testo che risulta fondamentale per i genitori e gli educatori di bambini particolarmente intelligenti e attivi.

Parliamo dei cosiddetti “bambini Indaco”, che sono dotati di un nuovo patrimonio genetico e vantano straordinari e rarissimi attributi psicologici.

Il libro raccoglie i commenti, le storie ed i resoconti di medici, educatori, psicologi, impegnati nello spiegare il fenomeno dei bambini Indaco, offrendo un valido aiuto per identificare le strategie utili per proporre ai genitori alternative del tutto naturali agli psicofarmaci.

Luci, colori e glamour: Priscilla la regina del deserto!

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Altra esclusiva regionale, al teatro delle Muse. Priscilla, la regina del deserto ha scaldato il palco (e non solo) di Ancona.

Priscilla la regina del deserto è spettacolo puro, nel senso più letterale del termine. Luci, costumi, musiche e coreografie si fondono in un unico complesso che racconta, con successo, la storia on the road delle tre drag queen australiane.

Il musical, ispirato all’omonimo film del 1994, recupera la medesima trama, ricorrendo in alcuni punti significativi agli stessi dialoghi.

Eppure quello in scena è un prodotto molto diverso. E per fortuna, aggiungerei.

Con questo non voglio dire che il film sia brutto o mal riuscito. Semplicemente è un prodotto artistico diverso, con possibilità espressive molto diverse. La bravura di chi approccia un genere o un altro sta proprio nella capacità di sfruttare al massimo le potenzialità del genere stesso.

Concretamente, cosa vuol dire questo? Che l’aspetto coreografico, scenografico e canoro nel musical supera il predecessore (che, tuttavia, non si era risparmiato affatto su questo fronte!). Il sipario si apre con un trionfo di luci e musica, le quali proiettano il pubblico dentro un’atmosfera inusuale ma che, allo stesso tempo, proibisce di restarne estraneo. Indifferente.

La pellicola di Elliott aveva trattato negli anni novanta una tematica ancora del tutto attuale, mescolando bene la leggerezza della commedia al dramma sociale. Nel loro viaggio, i personaggi non devono cercare  nulla. Hanno già trovato la loro identità. Escono dalla città e compiono questo viaggio per far vedere a noi, il loro pubblico dentro e fuori dalla finzione, il loro rapporto (complesso) con la società.

Tutto questo viene preso e riportato sul palco del musical. La tematica sociale è molto forte e non viene mai abbandonata. Ma i metri del musical sono altri rispetto a quelli del film. Lo abbiamo detto. Anche l’aspetto psicologico scorre in secondo piano, sebbene non venga mai trascurato. Persino le scene più crude, quelle che nel film lasciano con l’amaro in bocca, vengono mitigate dal fascino delle coreografie e dallo splendore dei costumi.

Prendiamo ad esempio la scena del tentativo di violenza nei confronti di Felicia. Chi conosce già la storia, sa bene a cosa la nostra eroina va in contro. Eppure, durante lo spettacolo non può far a meno di muoversi a tempo con quelle musiche, non può che restare affascinato dagli espedienti usati per mimare la “caccia all’uomo”.

Tutto questo non vuol dire che il musical abbia snaturato il film. Al contrario. Se il musical fosse stato troppo fedele, non sarebbe stato che una brutta copia e sarebbe mal riuscita proprio perché avrebbe opacizzato i suoi punti di forza.

Priscilla la regina del deserto è spettacolo puro. Possiamo dirlo a gran voce.

I protagonisti Manuel Fratini, Mirko Ranù e Christian Ruiz hanno reso degna giustizia ai loro personaggi. Perfettamente calati nella parte, con delicatezza e sobrietà. Il rischio di cedere alla caricatura, alla macchietta è davvero alto se si indossano dei cappelli piumati o dei top ricoperti di lustrini. Ma sono stati bravi e hanno eluso tutto questo con un movimento di bacino ben riuscito raccontandoci con simpatia e rispetto un mondo diverso da quello che di solito vediamo uscendo di casa.

Priscilla la regina del deserto resterà al teatro delle Muse di Ancona fino al 6 gennaio. Se volete un consiglio per la befana, datemi retta. Fatevi un regalo: andatelo a vedere!

Serena Vissani

Vice, comandare nell’ombra è un vero superpotere

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Non è possibile, secondo me, scindere Vice dal precedente film del suo regista, La Grande Scommessa. I due titoli mi sembrano letteralmente film gemelli, non solo per lo stile adottato ma soprattutto per la finalità bramata. Penso di aver capito cosa Adam McKay abbia cercato di fare con questi due film, anzi, lo sento proprio pensare e ragionare:

“Sono stato per anni un autore di commedie e, per quanto abbiano avuto enorme successo di pubblico e critica, voglio dedicarmi ad altro. Non perché mi creda un profeta o un grande artista, ma perché il mondo moderno fa talmente schifo che è impossibile, per chi fa cinema, mettere la testa sotto la sabbia. Voglio parlare allora di economia e politica, cioè quello che sta andando a rotoli in America. Ma voglio farlo senza retorica, senza didascalie, senza noia. Certo, ne parlerò in maniera assolutamente partigiana, perché non posso fingere di essere improvvisamente imparziale. Ma ho bisogno che ciò che voglio comunicare raggiunga il più ampio e stratificato numero di persone. Per farlo posso usare solo le armi che conosco, quelle dell’intrattenimento e del divertimento, perché non posso diventare un altro tipo di regista. Io questo tipo di cinema so fare, col mio pubblico ha sempre funzionato quindi lasciatemelo fare ancora, lo voglio applicare a queste storie serie senza farle diventare seriose.”

Nonostante il lungo virgolettato, non ho avuto telefonate segrete con McKay o sue visioni mistiche. Ma quanto ho scritto è esattamente quello che il regista ha messo, sotto forma di cinema, nei suoi due film di questa nuova carriera semiseria.

E se l’approccio ha funzionato benissimo con La Grande Scommessa, perché l’economia non è una cosa che tutti capiscono e diventa ancora più noiosa e criptica quando si prova a spiegare, quindi quello stile dinamico, comico e satirico ha reso fruibile il tema meno cinematografico possibile, non possiamo dire lo stesso ora con Vice.

Perché, al contrario, la politica non è fisica quantistica, o economia appunto, e tutti la capiscono. O meglio, tutti se ne interessano, chi molto e chi vagamente, e tutti mettono parola su personaggi e azioni che viviamo o subiamo quotidianamente. E perché, oltretutto, la satira politica non è certo un genere nuovo visto al cinema.

Pertanto, ed è paradossale dopo tutta la premessa fatta, Vice funziona molto quando si limita ad essere un film politico convenzionale. Sta in piedi e funziona perché il suo tema, decifrare la figura nascosta di Dick Cheney, vicepresidente con le mani in pasta ovunque, diventa esegesi di tutti i problemi dell’America contemporanea. Anzi, il film analizza argutamente, scandendo decenni e passaggi di amministrazione, come quella perdita di valori e ossessione del potere sia andata formandosi fino a sbilanciare la spinta sociale dell’America bianca e puritana verso il recente conservatorismo radicale.

Il Dick Cheney del film, nella sua multiforme tenacia che lo fa diventare tappezzeria di una stanza senza farsi notare ma rimane a bisbigliare nelle orecchie in maniera faustiana, è sia la figura di un uomo che sa muovere i fili senza sporcarsi le mani direttamente, sia manifesto metaforico del potere incancrenito in ogni sfera d’azione pubblica. In questo doppio specchio di personaggio-simbolo è ancora più essenziale la prova di Christian Bale, perché sparisce letteralmente nel trucco e forma fisica di Cheney ma, al tempo stesso, col timbro vocale e con i gesti manieristi fa sempre vedere che sta recitando. Bale c’è e non c’è, insomma, esattamente come il vero Cheney sulla scena politica.

Quando poi il film vira sulla commedia, sull’assurdo, sullo stile volutamente esagerato di McKay che punta all’intrattenimento sempre e comunque, Vice tracolla. Sia chiaro però, Vice fa ridere e, appunto, è così dannatamente godibile – l’obiettivo di tale stile è proprio questo – ma abbinandosi alla politica perde quel significato che dovrebbe far scattare una qualche scintilla di rabbia, di fervore, di indignazione, di favore, anche solo emotiva. Questo stile smorza ciò che mostra invece di graffiare, rende accettabile e concepibile l’inaccettabile, e diverte laddove invece servirebbe il ragionamento e non la risata.

Le commedie satiriche, se ne potrebbero citare a decine, sono vincenti perché erodono la forma creata ad hoc dai potenti smascherando le assurde debolezze, e spesso nefandezze, che nascondono. Abbattono un muro titillando gli spettatori con un’audacia che pensavano non fosse concessa.

Invece Vice quel muro lo lascia in piedi. Sfrutta la risata non per combattere, ma per alleggerire una visione che invece funziona proprio perché non dovrebbe essere leggera. Ci lascia andare a casa senza aver appresso una cosa in più di quante non ne sapessimo in partenza.

Adam McKay, con Vice, ha voluto realizzare un film adulto senza però perdere la spinta fanciullesca che gli è propria. Ma una decisione, una volta ogni tanto, va presa, e non si può fare cinema volendo tutto senza sacrificare qualcosa. Soprattutto, non si può fare cinema senza avere la capacità di adattarsi o evolversi o rielaborare il già visto.

Insomma, penso di aver capito cosa McKay abbia voluto fare con Vice. Ora però lui deve capire cosa voler fare da grande.

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Emanuele D’Aniello

Black Mirror, Bandersnatch: la novità che ti aspettavi

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Se non avete ancora visto la puntata di Bandersnatch procedete nella lettura di questo articolo con cautela.

Non saranno presenti spoiler ma potenziali suggerimenti di analisi.

La storia ha inizio nel 1984. Annata famosa in letteratura per il dispotico futuro disegnato da George Orwell.

Partendo da questo spunto di riflessione il Grande Fratello Orwelliano viene traslato nella modernità in questa nuova puntata speciale di Black Mirror, Bandersnatch.

È già disponibile nella piattaforma Netflix l’episodio interattivo “Bandersnatch”. La puntata, a mio parere, è più da vivere metaforicamente come video game che come pellicola.

Innanzitutto per vedere la puntata in questione i vostri dispositivi devono essere di ultima generazione e abilitati alla “scelta”.

Una volta certificata la stella rossa in alto sulla destra del promo si può avviare la visione.

Munitevi di pazienza e prendetevi del tempo.

Bandersnatch è stato scritto da Charlie Brooker, l’ideatore di Black Mirror ed è stato diretto da David Slade. Il protagonista, Stefan Butler, è un giovane programmatore di video game. Affascinato dalla società Tuckersoft, propone al direttore la sua innovativa demo, ispirata al libro del visionario e contorto Jerome F. Davies.

film netflix da vedereLa peculiarità è riposta nel telecomando dello spettatore che decide come sviluppare la trama. Sullo schermo compaiono due opzioni ed in base alla scelta compiuta la storia subirà delle modifiche. Talvolta le possibilità però saranno indotte.

Allegoria implicita di un’incoerenza di base. Far sentire libero lo spettatore di scegliere ma su fini già decisi da altri.

Difatti i finali possibili sono sette.

Ma nella vita di tutti giorni quanti finali possibili si potrebbero avere?

Quante volte sotto la doccia ripensiamo alla giornata e ponderiamo su un’eventuale risposta non data o su un’azione compiuta frettolosamente?

Nel complesso la puntata è un buon passatempo, una novità interattiva con ampio margine di miglioramento.

Se vogliamo infatti esser pignoli Bandersnatch può essere etichettato come un metaforico ibrido fra The Truman Show, Sliding Doors (film sicuramente più famoso della pellicola polacca “Destino cieco”) e l’interattivo Topolino.

Alessia Aleo

Miseria e Nobiltà: Felice Sciosciammocca è tornato

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Miseria e Nobiltà, il capolavoro di Eduardo Scarpetta, ha debuttato in anteprima al Teatro Traiano nell’adattamento di Lello Arena e di Luciano Melchionna. Una rivisitazione, che è soprattutto grandiosa opera scenografica e di costume, che mantiene inalterato il sapore squisitamente napoletano.

Miseria e Nobiltà di Eduardo Scarpetta non ha certo bisogno di presentazioni: è il teatro napoletano per eccellenza, una commedia degli equivoci senza tempo, un pantheon di personaggi che, complice anche il cinema (galeotto fu Totò e lo spaghetto), fa ormai parte dell’immaginario collettivo italiano.

È Lello Arena a riproporre questo interessante adattamento, con la regia di Luciano Melchionna.

Siamo nella Napoli di fine ottocento. Due famiglie sono costrette a condividere fame e povertà: quella di Felice Sciosciammocca, di professione scrivano, con il figlio Peppiniello e la compagna Luisella, e quella di Pasquale, un altro spiantato, con la moglie Concetta e la figlia Luisella. Felice e Pasquale (e rispettivi seguiti) saranno ingaggiati dal marchesino Eugenio per spacciarsi come la di lui famiglia e ottenere così il permesso di sposare Gemma, figlia di Don Gaetano Semmolone, un cuoco arricchito e malvisto, dai veri parenti del Marchesino.

Eduardo Scarpetta
Lello Arena

 

Fin dall’inizio è la scenografia ad attirare l’attenzione. I personaggi si muovono infatti in una sorta di scantinato, delle fondamenta, che li costringe letteralmente a strisciare, quasi come topi. E come topi, in effetti, rosicchiano, squittiscono, tremano. Come ombre, come fantasmi, si muovono tra scheletri di ferro e di muffa. Pallidi e affamati. Si ride (poco, in verità) ma ci si impressiona anche. Perché se non fosse per il napoletano stretto parlato (anzi, strillato) da una bocca all’altra, sembrerebbe quasi di essere nella Londra fatiscente di Oliver Twist.

Agli attori è affidato il compito di riportarci sulla giusta strada: Lello Arena irrompe nella scena, atteso come non mai. Si fa desiderare. Nel sentire la sua voce, parte l’applauso del pubblico. Emoziona e fa emozionare. Soprattutto, la sua verve comica, la sua bravura e la sua presenza rimportano sui giusti binari un inizio un po’ fiacco.

Onestamente non saprei nemmeno dire perché: gli attori sono bravi, la recitazione non è affettata. Pupella, in particolare, ci delizia con una voce struggente, appena vediamo aprirsi il sipario (del resto, ad interpretarla è la bravissima Serena Pisa). Pure, sembra mancare qualcosa. Un inizio, dicevamo, fiacco, che stenta a decollare, quasi che la fame –  vera, cruda – dei personaggi abbia tolto vigore agli attori stessi.

Nel secondo atto si assiste ad un decisivo (e necessario) cambio di scena, perché si passa ai pianti alti (letteralmente) della nobiltà (ostentata, ergo pacchiana) di Don Semmolone. E con l’opulenza delle sue stanze, esplode anche la commedia in un trionfo di battute ed espedienti scenici da lacrime agli occhi. Insomma, ci si diverte, e molto.

Se nel primo atto era la scenografia (de)cadente a dare quel pizzico di interesse in più, nel secondo, come un estremo contraltare, sono i vestiti, eccessivamente pomposi, quasi barocchi (quando non futuristici) che i Nostri indossano per la loro trasfigurazione a nobili (commedianti). Un eccesso, in questo caso doverosamente caricaturale, ma con effetti esilaranti.

Per il resto, Miseria e Nobiltà, così come è stata portata in scena, non delude. Bravi, è bene ripeterlo gli attori. Bravissimo, è bene ripeterlo, Lello Arena. Un allestimento coraggioso e una scenografia interessante contribuiscono a rendere questo classico del teatro italiano un appuntamento a mio avviso imperdibile.

Le Signorine: una solitudine condivisa

Chiara Amati

25 Buone Ragioni per guardare Netflix a Gennaio

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Feste finite, pancia piena e modalità relax attivata. Gennaio è un mese  che si divide tra la fine delle vacanze e l’inizio di un nuovo anno. Se avete bisogno di una lista con i buoni propositi, lasciatevi ispirare dai nuovi arrivi di Netflix.

Molti di voi avranno ricevuto Netflix come regalo di Natale, altri probabilmente lo hanno già da tempo.

Ecco 25 buoni motivi per vedere Netflix a Gennaio 2019:

  1. Sex Education
  2. Titans
  3. Godzilla
  4. Polar
  5. Unbreakable Kimmy Schmidt
  6. Star Trek Discovery 2
  7. Carmen San Diego
  8. Pinky Malinky
  9. Close
  10. Facciamo Ordine con Marie Kondo
  11. Gossip Girl
  12. Limitless
  13. It Follows
  14. Ray Donovan
  15. American Crime Story II
  16. Psycho
  17. Qualcosa è cambiato
  18. Basilicata coast to coast
  19. Cinquanta sfumature di nero
  20. Il grande Lebowski
  21. The Butler
  22. Machester by the sea
  23. Il caso Thomas Crowford
  24. Il discorso del re
  25. The impossible

Noi abbiamo recensito questi, se vi serve una mano per orientarvi:

50 sfumature di Nero e di falsa emancipazione

Manchester by the Sea, la verità attraverso la finzione

Un video per motivarvi:

 

Buone feste dalla Redazione!

La Bibbia in musica(l) con gli Oblivion

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Quante volte avete sbadigliato durante le lezioni di religione a scuola? Quante volte, durante il catechismo, avete pensato che la genealogia di Gesù fosse peggio di un episodio di Beautiful?

Rendere la Bibbia divertente era davvero difficile eppure gli Oblivion ci sono riusciti. In due ore di spettacolo, col pretesto di far uscire il primo libro stampato da Gutenberg e renderlo il bestseller più importante della storia, il quintetto propone al pubblico del Teatro Quirino di Roma tutte le vicende più note dell’Antico e del Nuovo Testamento in una versione assolutamente inedita. Per inedita si intende comica, ma non solo.

Perché se il musical fa sorridere, fa anche molto riflettere.

Con una bonaria irriverenza ascoltiamo le battle rap tra JC e JB (alias Gesù e Giovanni Battista) e viaggiamo sull’arca di Noè, senza dimenticare però che la Bibbia è anche portatrice di tanti messaggi obsoleti (eppure ancora così attuali!). Non manca quindi un gentile ed elegante invito da parte degli Oblivion a mettere da parte atteggiamenti come il maschilismo e l’omofobia.

oblivion spettacoli - bibbia cattolica

Divertire informando. Questo fanno gli Oblivion in scena offrendo uno degli spettacoli teatrali migliori dell’ultimo decennio. Tutte le tematiche, anche quelle più delicate, vengono affrontate con estrema sensibilità, quindi solo menti molto ristrette potrebbero sentirsi offese nella loro fede guardando questo show.

Show, mi preme dirlo, curato nel minimo dettaglio, dalle piacevoli musiche, che riescono a coinvolgere moltissimi generi (rap, rock, jazz), alle voci degli attori, che risultano limpide e squillanti dall’inizio alla fine. Graziana Borciani e Fabio Vagnarelli danno davvero il massimo, anche se devo ammettere che i freestyle di Lorenzo Scuda sono praticamente indimenticabili. Tutto il gruppo è ben amalgamato e competente, anche se a volte ho avuto qualche difficoltà a comprendere le parole di Francesca Folloni durante le sue esibizioni canore. Deliziosi i costumi, impeccabile anche la scenografia grazie all’ottimo lavoro di Guido Fiorato.

Insomma, La Bibbia Riveduta e Scorretta merita in tutti i sensi possibili e immaginabili. Riuscire a divertire raccontando un testo sacro e tutte le relative diatribe teologiche non era impresa facile. Riuscirci, poi, con un testo originale, cantato e ballato era un’impresa quasi impossibile. Per tutti forse, ma non per gli Oblivion.

Alessia Pizzi

Gli Oblivion, il Sistina e il loro jukebox umano

Ralph Spacca Internet e l’autoironia della Disney

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Il primo film Disney del 2019, uscito in Italia, avrà successo per i messaggi profondi e gli sketch divertenti.

Non sapevo cosa aspettarmi andando a vedere Ralph Spacca Internet. Mi domandavo soprattutto “Come può Ralph spaccare internet coi suoi pugni?”.

Beh, fidatevi, lo farà e nel modo e per la causa che meno vi aspettereste.

L’inizio risulta lento, l’effetto è come se non fosse passato un giorno da Ralph Spaccatutto, sebbene siano passati 6 anni nel film.

La realtà di internet è stata davvero realizzata in modo molto carino, divertente e creativo. Tutto ciò che compone internet diventa un personaggio: l’algoritmo dei social, le notifiche, lo spam, la barra di ricerca, i siti più famosi…

Gli ideatori di Ralph Spacca Internet hanno dato forma ad un vero e proprio mondo virtuale analogo al nostro.

Degni di nota sono anche i titoli di coda, con grafiche ironiche, come Social Media Stalker, o imitative di app e siti, e lo sketch finale di un giochino per bambini online.

Impossibile non notare come la caratterizzazione dei personaggi sia così simile alle Emozioni di Inside Out. Chissà che gli illustratori non siano gli stessi o non abbiano collaborato per i due film…

La vera chicca è l’autoironia con cui è stato fatto Ralph Spacca Internet.

Canzoni e balletti scenografici improvvisati, in cui tutti sembrano conoscere parole e coreografia; uccellini che svolazzano allegramente con la piccola Vanellope… come in ogni film Disney!

È proprio Vanellope la nuova principessa Disney! Dovremo aspettarci anche lei nel Merchandising con tutte le principesse? O forse è troppo Queer e poco amante dei vestiti pomposi e dei modi aggraziati che caratterizzano molte delle principesse?

Nonostante non abbia scarpette eleganti e vestiti sontuosi, è una principessa perché ha un sogno, il desiderio di realizzarlo, un amico che la supporta e un cuore buono. E ovviamente un gioco in cui “regna”.

La Walt Disney ha colpito nel segno con Ralph Spacca Internet perché è il film giusto al momento giusto!

Consiglio caldamente di non guardarlo con superficialità. Serviva proprio, in questi tempi di rabbia e odio diffuso su tutti i social, un film che invitasse ad appellarsi alla parte più umana di sé e all’empatia, quando si naviga su internet.

Per queste feste fatevi un favore e guardate il film (con attenzione!) e iniziate l’anno con uno spirito diverso e con il primo film Disney del 2019.

In conclusione, penso che questo sia uno dei film meglio riusciti alla Disney degli ultimi anni per la sua poliedricità. Non è (finalmente) il solito film con la sola morale di realizzare i propri sogni, ma ne ha più di una; è un film auto-ironico, e quindi simpatico; invita a riflettere sulle nostre abitudini e sui nostri comportamenti nella società odierna.

Che aspettate a materializzarvi al cinema?

https://gph.is/2QNYBfo

Ambra Martino