V per Vagina

Il laboratorio della Vagina - spettacoli roma

Andate a vedere questo spettacolo.

Lanciando un imperativo ermetico come una Sibilla moderna, con una sintesi atipica per chiunque faccia il giornalista e dunque il critico per antonomasia, potrei riassumere il mio pensiero su “Il Laboratorio della Vagina” di Patrizia Schiavo, in scena fino al 28 dicembre 2018 al Teatro OFF OFF di Roma.

Ho letto questo testo un anno fa, quindi già da tempo maturavo la voglia di vederlo in scena. Ma leggere, si sa, non è la stessa cosa di vedere. Ora, se solo riuscissi a ordinare i miei pensieri ancora confusi dopo aver visto questo spettacolo, potrei dirvi che l’opera ricorda vagamente I Monologhi della Vagina di Eve Ensler, perciò porta nei teatri italiani tematiche piuttosto sconosciute nei nostri lidi. Lo fa oscillando tra il serio e il faceto, che poi, tanto faceto non è.

Il Laboratorio della Vagina serve. Serve perché ci sono donne che non sanno neppure come raggiungere l’orgasmo, che si sentono sporche se vivono la sessualità liberamente, che hanno sempre quella voce nella testa che sussurra sarà colpa mia? quando un uomo perpetra violenza di qualsiasi genere contro di loro. Così ci hanno educate a essere sbagliate. E molte di noi passano la vita a dover risanare inconsciamente questo peccato originale cercando di compiacere tutti, gli uomini in primis, per sentirsi degne di vivere. Altre, invece, quelle incazzate, si rinchiudono dentro a una torre solitaria, fatta di monologhi tra donne, recriminazioni e durezza nei confronti dell’altro sesso. Poche, molte poche, cercano il dialogo.

Vi farà sorridere vedere sul palco alcune donne che discutono su come chiamare la vagina e su come provare piacere. Vi farà molto meno ridere – anzi vi farà letteralmente piangere (e lo dico per esperienza personale) – apprendere ancora una volta le torture di cui è vittima il genere femminile nel mondo. Alcune di queste le vedrete in scena e il vostro cuore, prima divertito dall’esuberanza del cast, sarà spezzato dalla durezza della realtà, quella che ascoltiamo al telegiornale quotidianamente come una cantilena sempre uguale, trascurabile, come se fosse ordinaria amministrazione e, soprattutto, come se non ci toccasse da vicino. Ma al nostro tavolo siedono donne deturpate dall’acido e donne stuprate. Senza un motivo, se non quello di essere donne.

V per vagina scrivo nel titolo. Perché il senso di questo spettacolo si racchiude nella lotta alla vergogna. V per vergogna  anche solo di pronunciare la parola Vagina, di denunciare gli abusi, V per violenza. Tante V legate dal rosso sul palco. Il rosso delle donne, del flusso mestruale che scorre in noi ogni mese dando vita all’umanità intera e dando la morte a tante streghe figlie del diavolo nel corso di una Storia impietosa.

V anche per vendetta, però. Perché è tutta una questione di potere ormai. Donne che marciano nei cortei per far sentire la propria voce e mettere gli uomini nell’ultima fila. Donne che usano il proprio corpo come un oggetto spacciandolo per un gesto di emancipazione e consapevolezza, mentre nell’intimo celano solo un desiderio di rivalsa: quella frustrazione dello strumento che per secoli è stato manovrato, controllato e censurato dal potere altrui. Donne che si professano femministe impegnate, intellettuali, che in realtà vogliono solo farsi ascoltare perché sono secoli che vengono gettate nel cestino della Storia.

Oggi che siamo libere, siamo comunque aggiogate dall’educazione, dalla società, dal lascito dell’asimmetria sessuale. Siamo ancora schiave. Tutte.

Qual è il confine tra la parità e la prevaricazione? Come superare il dolore di essere state zittite senza trasformarlo in rabbia?

Accogliendo. Accogliendo tutti, senza dimenticare di chiamare le cose col proprio nome. Perché quello che non si dice non esiste oppure è tabù. E non so davvero cosa sia peggio a questo punto. E dunque V per vagina.

Grazie Patrizia Schiavo.

Alessia Pizzi

 

5 Commenti

  1. è piuttosto curioso, ma per altri versi nientaffatto sorprendente, che le donne (peraltro solo quelle occidentali e moderne, guarda caso) dichiarino di essere “state educate male”, quando l’educazione a cui si riferiscono è quella in voga in tutto il mondo in tutti i tempi e in tutte le culture, se si eccettua appunto quella occidentale moderna (anzi meglio quella contemporanea, degli ultimi 30/40 anni). Mai che venga loro il dubbio che se da quando l’uomo esiste sulla terra i ruoli del maschile e del femminile sono sempre stati delineati e ognuno li rispettava, e la violenza e i conflitti sono aumentati esponenzialmente con la confusione dei ruoli e quindi con il disordine, forse c’è una qualche possibilità che la cultura occidentale moderna non abbia capito nulla del ruolo della donna nella società e magari tutta l’umanità che ci ha preceduto ne capiva un pochino di più? Nemmeno un piccolissimo dubbio in tal senso?

    • Carissimo, ci illumini! Quale sarebbe il ruolo della donna, quello che non capiamo noi moderni? Forse quello dell’incubatrice di figli, ignorante e senza diritti, reclusa in casa, o forse quello di sposa bambina infibulata? Perché sa, questa condizione è tanto antica quanto attuale in molti paesi del mondo contemporaneo. Se per lei il ruolo giusto è quello della subordinazione, beh, le auguro di non vivere mai in un mondo dove viene zittito, violentato, o pagato meno solo per il suo sesso. La violenza, inoltre, non è aumentata ora che ne sente parlare: la violenza c’è sempre stata ma prima le donne erano solo un oggetto (le ricordo che la legge contro lo stupro è diventata offesa per la donna nel ’96, prima era offesa per la morale pubblica, appunto perché la donna non era considerata una creatura degna di diritti e di rispetto, evidentemente). Esiste una cosa chiamata diritto umano che oggi consente alle donne (seppur ancora con qualche difficoltà) di denunciare, di alzare la voce e protestare per gli abusi. Un tempo, visto che erano trattate come soprammobili e non potevano nemmeno votare, semplicemente accoglievano gli abusi in silenzio (nella maggior parte dei casi). Le consiglio vivamente di leggersi qualche testo, ad esempio “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf e di aprire un po’ i suoi orizzonti perché è proprio questa visione ristretta che nuoce a tutti noi e che giustifica implicitamente la violenza di genere.

    • Caro Greggan, io dico che per fortuna tanti passi avanti sono stati fatti nel riconoscimento del ruolo della donna. Forse è proprio quello che le dà fastidio? Il fatto che, con quell’orribile senso di prevaricazione tipico di noi uomini, finalmente la donna sta faticosamente lottando per i propri diritti? Io direi proprio di si. I veri uomini non sono quelli che ritengono la donna una bella statuina o serva del proprio ego e che, quando la donna alza la testa, viene massacrata di botte, umiliata o perfino, come spesso succede, uccisa. Lei parla di società occidentali, ma in questo lei commette un grosso errore. Nella nostra società occidentale, le donne spesso non denunciano le vessazioni e le violenze, per i motivi più disparati: dall’economico alla vergogna, all’amore. Eh si, perché tante volte per amore si perdona e si fa male. L’uomo “malato”, quello ignobile, allora pensa di poter continuare a fare i “suoi porci comodi” I veri uomini sono quelli che aiutano la propria donna, che ne comprendano il valore e lo lasciano sviluppare. In tante parti del mondo la donna è ancora soggetta all’uomo purtroppo, ma soprattutto in quanto in talune società la donna non ha ancora gli strumenti base per afferrare in mano le redini della propria vita, ma io spero che le cose cambino in fretta. Ricordo a tutti che siamo nati dalle donne, non dagli uomini, che la terra viene chiamata “madre” e che, quando ci rechiamo in chiesa, preghiamo la Vergine Maria. Forse, magari, nella vita di tutti i giorni, dovremmo cambiare prospettiva. Le auguro un Buon Natale, sa, la famosa festa del rispetto e del rispetto della famiglia, quindi anche della donna

    • Non fa una piega.
      Davvero.
      Ritorniamo alla condizione femminile nei paesi Africani o in Medio Oriente.
      Anzi no, ritorniamo a quella in Europa nel Medio Evo.
      Aggiungiamo qualche bastonata sulle ginocchia quando sgarrano, magari condiamo con un “donna, pronati che ti adopero” dopo il secondo bicchiere di rosso la sera.
      Chapeau.
      Tanto per dire, basta scrivere condizione della donna nella storia e aprire Wikipedia per capir… ehm leggere che nel corso delle ere il ruolo della donna ha avuto molte mutazioni (politiche, sociali, umane) e che i confini non erano sempre così netti, variavano da società a società. Ah già, la società che brutta parola. Probabilmente Egizi, Mesopotamici, Greci e pure Romani non ci capivano niente.
      Che t’aggia dì Greggan, secondo me hai dett’ ‘na strunzata, poi oh il mondo è bello perché vario, a me piacciono in un certo modo, a te piaceranno “schiava, zitta e lava”

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