L’inganno perfetto, un thriller fantastico vi aspetta nelle sale a dicembre con due attori mozzafiato
Ebbene sì, avete capito bene, finalmente a dicembre non usciranno al cinema soltanto film romantici e sdolcinati che parlano d’amore, oppure fastidiose commediole all’americana, ambientate nella città per eccellenza simbolo del Natale: New York. A dicembre al cinema potrete gustarvi anche un bel thriller come si deve, dal titolo “L’inganno perfetto”, nelle sale dal 5 dicembre.
Si tratta di un thriller mozzafiato, che racconta la storia di Roy e Betty, inizialmente due semplici e simpatici ottantenni molto moderni, che decidono di fare nuove conoscenze su un sito di incontri. Ma chi sarà l’ingannatore tra i due?
La scena iniziale è ambientata in un ristorante, dove i due si ritrovano a cena, e fin da qui è possibile notare come i due non siano stati troppo sinceri l’uno con l’altro. Iniziano infatti a raccontarsi le loro piccole bugie, che durante il film verranno svelate una ad una.
A garantire la buona riuscita del film, sono senza dubbio gli attori: lui, Ian McKellen, e lei una straordinaria Helen Mirren.
La loro storia di divide tra due meravigliose città, egregiamente rappresentate dal regista Bill Condon: Londra e Berlino.
Roy è un ottantenne che sembra ricordare un po’ un Robin Hood in veste moderna, infatti ruba ai ricchi per arricchire se stesso, e lei si descrive come una deliziosa vecchina londinese con 2 milioni di sterline di eredità, pronta per essere ingannata. Ma sarà davvero così? In cosa consiste l’inganno perfetto?
La pellicola è tratta dal best seller di Nicholas Searle dall’omonimo titolo “The Good Liar“.
Un film da vedere se amate il buon cinema, la suspense, i thriller e se volete rimanere con il fiato sul collo fino all’ultimo, ma soprattutto se siete bravi ad interrogarvi sul finale.
Musiche azzeccatissime, che tengono alta l’adrenalina, che inizia a farsi sentire dalla scena iniziale e resta viva fino all’ultimo.
Scheda tecnica del film
Titolo Originale: The Good Liar Regia: Bill Condon Cast: Ian McKellen, Helen Mirren, Russell Tovey, Jim Carter, Jóhannes Haukur Jóhannesson, Mark Lewis Jones, Sonia Goswami, Michael Culkin, Phil Dunster, Laurie Davidson Genere: Thriller, drammatico Durata: 110 minuti Produzione: USA, 2019 Distribuzione: Warner Bros Italia Data di uscita: 5 dicembre 2019
Presentato in Italia in anteprima al Torino Film Festival 2019 se siete curiosi di conoscere lo srotolamento dell’inganno, correte al cinema. Buona visione a tutti!
Il modo di guardare la tv è molto cambiato negli ultimi anni. Da un lato l’offerta disponibile ora in tv è sempre più ampia, con tantissimi canali che si ottengono grazie al digitale terrestre. Dall’altro lato sempre più italiani si godono ora in tv dei canali a pagamento, on demand e dei programmi in abbonamento in streaming. In questo modo non serve più lasciarsi guidare da ciò che un palinsesto decide di trasmettere, ognuno ha la possibilità di scegliere un programma che più gli piace e di scaricarlo, o di guardarlo sulle piattaforme che permettono di vedere quando lo si desidera i programmi dei giorni passati.
Le proposte a pagamento
Nella maggior parte dei casi i servizi in streaming o in modalità on demand sono a pagamento. Si tratta però di pagare cifre minime, pochi euro al mese per poter vedere un’ampia proposta di serie tv, documentari, film, manga e molto altro. Chiunque può trovare qualcosa di piacevole, sia gli ultimi programmi che provengono dall’estero, anche in lingua originale, sia le offerte del passato. Tra le proposte a pagamento vogliamo annoverare anche la possibilità di noleggiare ciò che si desidera direttamente in rete, per poi vederlo sulla propria smart tv. Sono tantissimi gli italiani che in casa possiedono una rete wi-fi di qualità e una tv smart, che consente di vedere ciò che si desidera, noleggiandolo senza dover neppure uscire di casa. Con la fibra scaricare un intero film è una questione di minuti, oppure lo si può guardare direttamente in streaming, godendosi lo spettacolo mentre lo si scarica dalla rete.
Non solo a pagamento
Ma non è necessario pagare fior di euro per godersi una tv diversa da un tempo. La maggior parte dei canali TV infatti permette ai propri telespettatori di attingere dai propri cataloghi. All’interno di questi incredibili contenitori possiamo trovare i programmi di ieri o della settimana, ma anche i prodotti di intrattenimento dei mesi passati. Oppure possiamo attingere dai cataloghi di film e documentari, cosa che rende difficile non riuscire a reperire qualcosa che veramente ci appassiona. Un nuovo modo di intendere la tv, nel senso che il telespettatore del nuovo millennio decide in autonomia, non è un soggetto passivo, che si sottomette ai palinsesti decisi da altri. Si tratta invece di un soggetto attivo, che sceglie in autonomia e vede solo ciò che desidera. Per altro i nuovi servizi in streaming in molti casi non contemplano il concetto “pausa pubblicitaria”, cosa che rende ancora più gradevole la fruizione dei programmi televisivi.
Come va il cambiamento
La proposta on demand e in streaming sta aumentando a dismisura di anno in anno, ormai da un certo periodo di tempo. Ancora oggi sono numerosi gli italiani che non hanno compreso questo cambiamento e che si lasciano “usare” come telespettatori passivi. Le cose però stanno cambiando anche nel nostro Paese; soprattutto per quanto riguarda i giovani, più pronti ad intercettare le nuove proposte. Per quanto riguarda gli anziani invece la maggior parte continua a guardare i canali tv tradizionali, quelli che vede da sempre.
L’Ippodromo Snai San Siro, luogo d’arte, d’intrattenimento,
di storia e di cultura, polmone verde nel cuore della
città di Milano, ha fatto da cornice in questi mesi al Leonardo Horse Project: lanciato lo scorso aprile, il progetto ideato da Snaitech
per celebrare il genio di Leonardo da
Vinci in occasione del Cinquecentenario della sua morte, ha riscosso
un enorme successo.
Proprio all’ingresso dell’Ippodromo si può ammirare infatti una delle
statue equestri più grandi al mondo – il Cavallo di Leonardo –
realizzata dalla scultrice statunitense Nina Akamu che si è ispirata ai disegni
originali di Leonardo.
Dietro la scultura equestre progettata dal
genio toscano nel 1482 si celano aneddoti
e curiosità, raccontati per la prima volta in un video illustrato che ripercorre
l’incredibile storia che ha portato il
Cavallo di Leonardo da Vinci dal Rinascimento fino ai giorni nostri quando 13 riproduzioni, realizzate da
altrettanti designer di fama nazionale e
internazionale, hanno invaso pacificamente Milano, Roma, Porto Cervo per
ritornare adesso lì dove sono stati svelati per la prima volta durante la
Design Week 2019: l’Ippodromo Snai San Siro.
La storia di questa grande opera può essere
ulteriormente approfondita grazie a un’App
di realtà aumentata che offre un’esperienza totalmente immersiva nel
progetto. L’App è disponibile su AppStore e GooglePlay
Il Cavallo di Leonardo, le riproduzioni in scala di design vi aspettano in mostra all’Ippodromo Snai San Siro, visitabili tutti i giorni dalle 10 alle 19 (Piazzale dello Sport, 6 – Milano).
The Crown cast rinnovato per dare un nuovo volto alla famiglia reale britannica.
Il trascorrere degli anni viene nella terza stagione enfatizzato dal cambio degli attori. Troviamo un cast di brillanti interpreti che in un duale sentimento ci fanno apprezzare e accogliere Olivia Colman, Tobias Menzies ed Helena Bonham Carter e allo stesso tempo metabolizzare questa crescita senza sentire una particolare indolente nostalgia nei confronti dei predecessori Claire Foy, Matt Smith e Vanessa Kirby.
Lo spettatore concepisce quindi quest’ alterazione come un naturale passaggio di testimone tra generazioni.
Un attento osservatore avrà sicuramente notato anche la rottura della continuità cromatica degli occhi. Una scelta ponderata da parte della regia per rafforzare le connotazioni della mimesi da parte delle attrici. Infatti, si era in un primo momento pensato all’utilizzo di lenti a contatto colorate. Questo escamotage faceva però perdere la naturalezza delle espressioni.
Ed effettivamente Colman e Bonham Carter riescono a sopperire questo dettaglio.
La vita della Regina Elisabetta II è stata e continua ad essere il simbolo della continuità e della stabilità del regno. Come regina ha affrontato critiche, tragedie e dolori che vengono snocciolate decade dopo decade in The Crown.
Anche in questa stagione, è evidente, come il peso della corona sia preponderante nella quotidianità della regina Elisabetta. Il suo ruolo di sovrana viene anteposto sempre ai suoi interessi personali e persino ai figli. In questa stagione troviamo Carlo e Anna ormai giovanissimi adulti in conflitto con il proprio ego ed “in battaglia” con il contesto in cui vivono.
Fa capolino anche la figura di Camilla Shand.
Oggi coniugata Mountbatten-Windsor ed in precedenza conosciuta come Camilla Parker Bowles.
In una società che cambia la regina prova a tenere il passo con i tempi. Utilizza i media per riconquistare la popolarità della monarchia, ammette le telecamere a palazzo, commissiona persino un documentario sulla famiglia reale cercando di sottolineare la loro pseudo normalità. Verrà trasmessa in televisione anche l’investitura di Carlo per avvicinare il popolo al suo futuro re.
La decisione di rendere la famiglia reale più accessibile attraverso la televisione cambiò definitivamente la percezione pubblica.
Elisabetta II toccò dei picchi di popolarità senza precedenti che fanno eco fino ad oggi.
Ma forse questa decisione di apertura anni dopo si sarebbe rivelata un’arma a doppio taglio conoscendo il tragico e reale sequel della casata.
E se siete curiosi di conoscere il cast di The Crown e le vicende storiche dei Windsor è possibile vedere il primo episodio senza necessità di abbonamento a Netflix.
Fino al 15 dicembre infatti, chiunque potrà guardare l’episodio visitando la pagina netflix.com/thecrown tramite il proprio browser web o dispositivo Android.
Siete curiosi di conoscere la serie di successo divenuta iconica in tutto il mondo?
Nel Lazio si spendono fino a tre miliardi l’anno per diete e ingressi ai centri estetici, mentre palestre e piscine a fatica raggiungono quota 500 milioni. Barelli, presidente del Centro Sportivo Villa Flaminia:
“Dati preoccupanti, senza un corretto stile di vita si diventa insoddisfatti, ansiosi e stressati con ripercussioni anche sul lavoro”
Laziali pelandroni ma, paradossalmente, molto attenti alla
cura del corpo. Incrociando i dati Istat con la recente indagine dell’agenzia
Doxa, scopriamo che le persone sono più attratte dai centri benessere che dai
club sportivi, nonostante negli ultimi cinque anni sia aumentato il numero di
impianti e circoli (+32% soltanto a Roma).
Per la propria salute psico-fisica l’anno scorso nel Lazio sono stati sborsati 4,7 miliardi di euro: a farla da padrone le voci legate all’alimentazione e ai centri estetici con una spesa che ha toccato i tre miliardi di euro fra l’acquisto di prodotti per le diete e ingressi alle beauty farm. Di contro palestre e piscine hanno incassato poco più di 500 milioni di euro con i romani che vincono in pigrizia: ultimi in Italia, destinano soltanto due euro pro capite per le attività sportive. E pensare che, in città come Trieste o Firenze, si raggiungono i 50 euro a persona.
A vincere le medaglie d’oro e d’argento nella classifica delle Regioni dove si investe di più per la cura del corpo sono la Lombardia e la Campania con un giro d’affari di 7,3 miliardi di euro e 5 miliardi di euro. Sul gradino più basso troviamo la Liguria con appena 9 milioni di euro.
Nonostante la loro pigrizia e sedentarietà, gli italiani
hanno dimostrato di metter volentieri mano al portafogli quando si tratta di
relax, arrivando a spendere in media 1.300 euro all’anno per un importo
complessivo di 43 miliardi di euro. Cifra che ci avvicina tantissimo a Paesi
dove sport e salute vanno da sempre a braccetto come Spagna, Francia, Grecia e
Romania (fonte Eurostat).
Sempre secondo l’agenzia europea di statistica, però, gli
italiani peccherebbero per il poco tempo libero a disposizione. O, per lo meno,
non sembrano abbastanza determinati a ritagliarselo. Nelle 24 ore soltanto 5 risultano
dedicate alla propria persona. “Il problema è abbastanza serio – avverte Luigi
Barelli, presidente del Centro Sportivo Villa Flaminia di Roma – perché senza
un corretto stile di vita, scandito da momenti di svago e sport, si diventa
insoddisfatti, ansiosi e stressati con ripercussioni anche sul lavoro”.
Secondo il Global Wellness Institute il nostro Paese continua
a investire nel settore “Benessere”. Così, per esempio, l’Italia è settima in
Europa grazie ai quasi 2 miliardi di euro spesi per il corporate wellness,
ovvero per le attività di svago promosse (e spesate) dalle aziende al di fuori
dell’orario di lavoro.
Sotto la voce “Wellness Tourism” l’Italia potrebbe ambire addirittura
al primo posto grazie a un patrimonio tanto ricco di luoghi meravigliosi e
risorse naturali. Ma non è così: pur avendo aumentato il fatturato di 2
miliardi di euro negli ultimi quattro anni per un totale di 13 miliardi nel
2018, siamo quinti nel mercato termale superati da Cina, Giappone, Germania e
Russia. Ci piazziamo invece al sesto posto per il settore delle Spa, in
crescita del 32% rispetto al 2015.
La Wellness Economy fa bene anche all’occupazione. Negli
ultimi quattro anni il numero di imprese attive nel comparto ha superato le
80mila unità, dando lavoro a ben 233mila persone. E il trend, secondo le
previsioni del Global Wellness Institute, dovrebbe rimanere invariato,
registrando un +6,5% per i prossimi tre anni.
Ma le ricadute sociali del settore sono evidenti anche da
altri punti di vista: non soltanto manager e dipendenti sono donne e giovani, quasi
due imprese su tre sono femminili e una su sei è in mano a giovani.
“Queste indagini sono incoraggianti ma mostrano allo stesso
tempo come in Italia, e soprattutto a Roma, ci sia ancora tanto da fare: per
questo continuiamo a promuovere campagne di sensibilizzazione affinché i
cittadini dedichino maggior tempo alla cura del corpo, sposando uno stile di
vita più salutare e libero dagli stress della vita quotidiana”. Sono le parole
di Luigi Barelli, il numero uno del Villa Flaminia che poi aggiunge: “Se
prendiamo in mano l’ultima indagine Unipolsai, notiamo come noi romani, in
media, trascorriamo al volante circa 22 ore al mese, un dato tra i più alti in
Italia. Per questo, ancora di più, dobbiamo sforzarci di invertire rotta e lasciare
spazio all’attività fisica o al relax”.
Tenendo conto di questi dati, molti centri sportivi hanno
deciso di rivedere la propria offerta nell’ottica di valorizzare l’attività
sportiva in relazione allo stare meglio (in termini di benessere fisico e
mentale) e ad un buon stile di vita.
Pose è la serie televisiva ambientata negli anni ’80 che ci apre la finestra sul mondo delle “ball” e della comunità LGBT americana.
Pose è un caso simbolico. È la serie che si aspettava da tempo, con leggerezza e un tocco di glamour affronta importanti tematiche come la consapevolezza identitaria, le lotte, i riconoscimenti dei diritti e il demone dell’AIDS.
Arrivata in Italia con leggero ritardo. Difatti è stata resa disponibile solo ben otto mesi dopo dalla premiere americana. Ma a mio parere, l’importante è recuperare per tempo la visione di questo racconto.
Perché titolare “Strike a pose”? È il primo verso della celebre canzone Vogue di Madonna divenuto tormentone nel 1990. Ma anche inno rappresentativo della comunità lgbt.
La cantautrice è da sempre icona gay ed è venerata nel mondo LGBT. Influenza decisiva dell’ambiente che le ha donato l’ispirazione artistica e i primi successi come ampiamente documentato da “Pose”.
La grande notizia è la conferma della realizzazione della terza stagione.
Pose gode di un cast eccezionale, una patinata avanguardia con il maggior numero di attori, autori e registi transessuali e di colore in un’unica produzione televisiva.
Questo è un importante segnale di inclusione e di comprensione. Spesso, infatti, nella serie è evidente il leitmotiv della lotta per emanciparsi e avere una posizione nella società. Sciogliere il vincolo della relegazione e manifestarsi nella propria non trasparenza in un momento in cui il mondo non era ancora pronto per l’accettazione.
La ricerca dell’eguaglianza nei diritti e nei doveri viene declinata anche attraverso la ricerca dell’amore nelle sue differenti sfumature da quello familiare a quello passionale, da quello amicale a quello individuale.
Il colorato decennio degli eighties, un composto di grandi speranze e aspettative, è stato il grande palcoscenico della rivoluzione fino ad approdare all’alba dei nineties. Sono gli anni del trampolino di lancio che hanno reso possibile la libertà odierna.
Suggerisco la visione di Pose a tutti. Le vicende di Blanca, di Elektra e di Pray Tell sottolineano quanto sia importante la comprensione ed il confronto. Marcano l’importanza di non dimenticare le lotto avvenute per i diritti acquisiti nel corso degli anni. Evidenziano le nostre attuali fortune nonostante spesso si diano per scontate o addirittura proscritte all’oblio.
Quentin Tarantino, così come i suoi film, è probabilmente il regista più discusso del mondo cinematografico di quest’era digitale.
Regista di origini italiane da parte di padre, dall’inizio degli anni ’90, è salito alla ribalta attirando l’attenzione del pubblico con uno stile tutto suo, diverso, lontano da quel commerciale tanto in voga in quel periodo. Parte con lui, infatti un autentico genere “pop”, intenso cinematograficamente, come la corrente artistica nata negli anni ’70. La sua arte infatti unisce temi (come la violenza e l’influenza da altri film) a determinate tecniche registiche ricorrenti (come i piani sequenza lunghi e il riprendere solo su pellicola) in maniera tanto particolare da far nascere un aggettivo, “tarantiniano”.
Un’arte che viene spesso analizzata, ammirata e criticata da tutti gli amanti della Settima Arte.
Il nostro Lorenzo, ad esempio, ci descrive il perché della sua passione per i film di Tarantino:
“Personalmente adoro ogni suoi film, su tutti Kill Bill Vol.1. In primis colpisce il carisma dei personaggi e l’incisività delle loro battute. Inoltre ho sempre trovato geniale questa cosa tutta sua di rendere la violenza divertente tramite la sua esasperazione, il tutto senza scadere nel trash demenziale. Tecnicamente ed esteticamente i suoi lavori sono sempre ben fatti e non ti pesa la loro lunga durata. Non c’è nulla che non mi piace, ma d’altronde parliamo di uno dei miei registi preferiti”.
La nostra Valeria invece va un po’ più nel dettaglio, dandoci un breve manuale di come analizzare i film di questo particolare regista:
“Tarantino è considerato da molti critici il maestro del cinema postmoderno. Il suo è un cinema autoriale: nelle sue pellicole è riconoscibile il suo stile ed è ben visibile la sua firma. Il cinema di Tarantino è prima di tutto un cinema citazionista. Da giovane il regista aveva trovato lavoro come commesso presso un negozio di noleggio film, i Video Archives di Manhattan Beach in California. Qui Tarantino si appassiona ai b-movies e al cinema italiano di genere, come gli spaghetti-western e il poliziottesco.
L’influenza di questi film è visibile nella sua produzione cinematografica. Ma Tarantino non gioca con lo spettatore solo attraverso il meccanismo della citazione. I suoi film sono disseminati da indizi che promuovono il brand Tarantino. I Big Kahuna Burger (venduti da una catena di fast food che esiste solo nei film di Tarantino) compaiono ne Le Iene, in Pulp Fiction e in Dal tramonto all’alba. Le red apple, fumate da Mia Wallace in Pulp Fiction, sono delle sigarette inventate da Tarantino che compaiono anche in From Dusk Till Dawn, Four Rooms, Kill Bill: Volume 1 e Grindhouse Planet Terror. Per i fan di Tarantino i suoi film sono l’occasione per giocare col regista, per fare una caccia all’indizio”.
Io, invece, non mi sono mai definito un fan del regista italo americano.
Ho adorato e ancora adoro Pulp Fiction. Un film d’azione, carico di interpreti preparatissimi, con un splendida sceneggiatura originale alle spalle, degna di quell’Oscar che vinse: basti pensare che la scena del ballo di Uma Thurman e John Travolta è diventato un vero e proprio cult.
Poi vidi Kill Bill e, ammetto, mi persi.
Ridevo durante il massacro, per via della musichetta messicana in sottofondo: non mi aspettavo quella reazione. Per tanto tempo ho vissuto quindi con il rifiuto di vederlo: lo ritenevo (lo ammetto rischiando di finire linciato) sopravvalutato. Finché non mi venne detta la frase:
“Ma la vera poesia è proprio in quella musica, non l’hai capito?”
Giunsi così a una semplice, ma non banale, considerazione: io Quentin Tarantino non lo capisco.
È un tipo di cinema, forse, troppo lontano e/o diverso dal mio modo di guardare e studiare la Settima Arte. Ammetto che ho imparato ad apprezzare molti dei suoi omaggi solo dopo essermi fatto una cultura nel campo cinematografico: C’era una volta a Hollywood ne è un breve e banale esempio.
Non nego però che è una figura importante per il panorama cinematografico contemporaneo: motivo per cui continuo (e continuerò) a vederlo e… a cercarlo.
Francesco Fario
Con la collaborazione di Lorenzo Patella e Valeria de Bari.
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Nella moda così come nella vita di tutti i giorni e nella musica l’attenzione ai dettagli è importantissima e può svelare aspetti di noi sui quali vogliamo porre l’accento. Essere estroversi è innato ma è anche vero che i ricami più curiosi e le forme più complesse sugli abiti – abbinati a colori declinati al nostro gusto – possono dare una mano a tirare fuori la personalità senza troppi giri di parole. Il mondo del fashion è trasversale e non conosce età, i piccoli grandi dettagli sono l’Abc della fantasia applicata al guardaroba di casa. Ma la vita è fatta di tanti momenti diversi per i quali cambiano le necessità espressive: è così anche nella musica.
Una volta presa la decisione di imparare a suonare uno strumento, ad esempio attraverso il sito di note tra le righe, si passa alla scelta degli accessori dei quali è necessario dotarsi per raccontare in breve chi siamo (giusto subito prima di iniziare a suonare e comunicare con il pubblico). Gli accessori devono assicurare un alto livello di performance anche in termini di comodità complessiva e qualità: i tre oggetti che vengono subito in mente quando pensiamo agli accessori per una nuova chitarra – è lei la regina degli strumenti ai quali si avvicinano gli aspiranti musicisti – sono senza dubbio la custodia, la tracolla e il plettro. Imparare a suonare uno strumento non è né semplice né veloce: servono concentrazione extra, dedizione e precisione.
Chitarra che passione: plettro, tracolla
e custodia
Quando dobbiamo scegliere l’abito per la nostra chitarra, ovvero la custodia, si dovrà valutare innanzitutto la sua rigidità (più sicurezza e resistenza agli urti) o morbidezza (è più economica, lo strumento si trasporta meglio). E poi la lunghezza e lo spessore. I più estrosi potranno personalizzare il design in modo da rispecchiare una personalità aggressiva o più delicata a seconda di testi o immagini scelte. Il plettro è un piccolo grande biglietto da visita, ne esistono infiniti tipi: un ausilio in grado di andare a influire in modo importante sul suono. Nella scelta occorre tenere conto di materiale, spessore e forma. Nel corso delle epoche i materiali che sono stati usati per realizzare i plettri hanno spaziato dal legno al guscio di tartaruga, passando per metallo e ceramica.
Quanto allo spessore, ne esistono di cinque dimensioni: i più sottili restituiranno un suono più morbido e dolce, mentre i più spessi daranno vita a suoni più duri. Infine le forme (le classiche sono a goccia o triangolari, queste ultime le più diffuse nelle acustiche) vanno anch’esse a incidere sulla modalità di esecuzione: forme diverse, impugnature diverse. Durante un’esibizione saranno in molti a decidere di alzarsi dallo sgabello per proseguire a suonare: sarà utile dotarsi di una tracolla, che seguirà i diktat di stile e funzionalità. No dunque a bordi affilati e che lasciano il segno specie sul collo e la spalla, sì alla lunghezza regolabile e a dettagli o ricami curiosi. Ma ogni volta che le sessioni musicali saranno concluse occorrerà un supporto dove riporre la propria chitarra (anche se in molti amano appenderla alla parete di camera). L’obiettivo è evitare che lo strumento si danneggi o possa cadere, inoltre si riducono i tempi tecnici legati all’estrazione dalla custodia (specie se si suona ogni giorno).
Tempo da lupi, copertina, termosifone a palla e voglia di spegnere la testa. Questo è l’autunno-inverno, o meglio, l’inizio del letargo di molti di noi. Per tutti gli amanti del genere horror è sempre molto difficile trovare qualcosa di davvero appetibile da guardare, ma non c’è da disperare.
Nel nostro team di spacciatori di cultura c’è ancora chi si diletta con gli schizzi di sangue e le presenze paranormali (solo su schermo, s’intende!).
Per questo abbiamo selezionato una classifica delle migliori serie tv horror che abbiamo visto negli ultimi anni.
1) American Horror Story
La qualità assoluta di AHS sta nella variatio: ogni stagione ha un topic differente. Le migliori in assoluto sono state la prima sui fantasmi (Murder House), la terza sulle streghe (Coven) e la quarta sui circensi (Freak Show). La serie, anche se incentrata spesso sul paranormale, è molto introspettiva e indaga a fondo le debolezze umane. Una menzione anche al cast, spesso capeggiato dalla meravigliosa Jessica Lange.
2) Penny Dreadful
Meravigliosa, fantastica Eva Green affiancata da Josh Hartnett in questa storia di paura tra licantropi, vampiri e… Satana. Una serie tv forse passata troppo in sordina, ma assolutamente coinvolgente, anche dal punto di vista più squisitamente antropologico.
https://www.youtube.com/watch?v=YFXHfEqMcis
3) Are you afraid of the dark?
La serie tv che aprì le danze alla realizzazione di quella di “Piccoli brividi” è un cult rigorosamente anni Novanta è tornata lo scorso ottobre in America.
Una delle grandi perle di Netflix: Black Mirror è senza alcuna ombra di dubbio una delle migliori serie tv horror. Certo, non ci sono gli zombie, ma c’è qualcosa di più spaventoso di una società dominata dai social network?
La serie tratta dal film con la nebbia killer purtroppo non ha avuto seguito: peccato perché meritava sul serio. Non a caso è tratta dal genio di Stephen King, che in questi anni è (giustamente) idolatrato ai massimi livelli dal piccolo e dal grande schermo.
Una delle migliori serie tv sulle streghe degli ultimi anni: più dark di “Streghe” (e del reboot), ma sicuramente coinvolgente, anche dal punto di vista emotivo. La terza stagione su Netflix? La stiamo aspettando tutti, ma pare non si farà.
Ora che molte serie tv sono in pausa fino al 2020 è sicuramente il momento migliore per colmare le vostre “lacune”. Magari con uno di questi suggerimenti!
Il catalogo streaming di Amazon Prime Video si arricchisce di un nuovo film, The Report.
The Report è disponibile per la visione dallo scorso 29 novembre ed è stato uno degli eventi di pre-apertura dell’ultima Festa del Cinema di Roma.
Scott Z. Burns, fido sceneggiatore di Steven Soderbergh e qui dietro anche la macchina da presa, racconta delle pratiche di tortura utilizzate dalla CIA nel post 11 settembre. Seguiamo Dan (Adam Driver), incaricato da una commissione del senato statunitense di indagare nello sterminato database dell’agenzia di spionaggio nel tentativo di far emergere materiale sensibile e ritenuto illegale. Una ricerca sfibrante la sua, nei meandri più oscuri dei concetti di giustizia e legalità. Lo stesso film nelle prime scene ci avverte che “è meglio cominciare dall’inizio”.
The Report si trova in questo modo a ripercorrere gli step più significativi di un’indagine durata oltre cinque anni in uno scantinato senza finestre. Lo fa calandosi in una miriade di fogli (oltre sei milioni) che si intrecciano a tecnicismi ed omertà. Un labirinto di voci e memorandum che mietono la vita privata e tritano carriere.
Burns è cosciente di non poterci relegare per due ore in quello stanzino, così ogni tanto ci fa prendere una boccata d’aria nei palazzi del potere. Qui è giocata l’altra partita, quella delle frizioni tra istituzioni e dei giochi di forza. Nell’intento di accompagnarci, siamo anche catapultati altrove con flashback dal filtro dorato e dalla dubbia funzionalità nell’economia narrativa.
The Report, per come decide di inscrivere il suo racconto, soffre di un’eccessiva durata ma soprattutto di una mancanza di vigore ritmico (ed emotivo).
Siamo perennemente addosso al personaggio di Driver (un re Mida), ma il continuo ripetersi di “non lasciarti coinvolgere” trascina via dal film le possibilità di avvicinamento empatico ad un protagonista che ha bruciato mezza decade della sua vita.
Il lato umano di Dan è spazzato dalla sceneggiatura durante i primissimi minuti, nell’istante in cui ammette di aver mollato la sua fidanzata perché intralcio al lavoro. È chiara la volontà di svuotare la pellicola di questa componente per lasciare la crudele freddezza della pagina scritta, così com’è cristallino l’intento dell’occhio registico nel soffocarci in stanze senza uscita. Tutto questo ha però l’effetto indesiderato di anestetizzare la visione e far scivolare altrove l’attenzione dello spettatore in occasione di alcuni passaggi eccessivamente farraginosi. Diventa anche difficile districarsi in una rete di nomi, tecniche e cavilli che il rigore (spesso monocorde) del film limita nel venirci incontro.
Sembra che Burns non voglia scendere a compromessi, firmando un racconto estremamente ostico da fruire e digerire. Non vuole lavorare sugli attori ma solamente sulla meccanica consequenzialità dell’indagine, augurandosi di trovare qui un sufficiente sbocco etico.
The Report, che rimane un film tecnicamente eccelso, non possiede quella capacità di richiamare l’interesse e farsi desiderare come sono state in grado di fare opere simili (ma differenti) alla Il Caso Spotlight o The Post.
Alessio Zuccari
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Paradossalmente, in alcune scene, Storia di un matrimonio fa persino troppo ridere considerando ciò che realmente è. Ovvero, un autentico film dell’orrore sulla dissoluzione di un rapporto che finisce nelle impossibili sabbie mobili burocratiche del divorzio.
Non uso a caso la parola “orrore” legata a ciò che il film mostra. Non da un punto di vista sentimentale, ma perché il sistema istituzionale del divorzio è una vera guerra, per nulla metaforica. Una guerra durante la quale non ci sono vincitori ma solo vittime: i due (ex) coniugi, le loro finanze e energie, i figli. Molti paragoni sono stati spesi, prima che Storia di un matrimonio fosse visto, con la trama di Kramer contro Kramer. In realtà quest’ultimo, oltre ad essere un film genuinamente inferiore rispetto all’opera di Noah Baumbach, era un melodramma costruito sulla lotta legale per la custodia di un bambino. Invece adesso Storia di un matrimonio aumenta la profondità, la complessità, la sfaccettatura dei temi, ed esplora come il divorzio assuma l’aspetto di un virus che si insinua a tutto tondo nelle vite delle sue vittime. Non a caso, più che a quel film, Baumbach prende influenze dal cinema relazionale di Bergman nel trattare psicologie e buchi neri in un rapporto.
L’autobiografia di Baumbach
Si nota palesemente come Storia di un matrimonio sia, innegabilmente, una vicenda autobiografica. Solo chi ha vissuto un tale viaggio all’Inferno, come accaduto a Baumbach, conosce minuziosamente i dettagli tecnici di cause, avvocati, aule di tribunali, accordi e compromessi che vanno intrapresi. Solo chi lo ha vissuto realmente conosce, soprattutto, i travagli emotivi e esistenziali che conseguono. L’esperienza dell’autore tratta pertanto con viscerale empatia i due protagonisti, senza però nascondere rabbia e isterismi, dolori e follia. Altri avrebbero avuto uno sguardo chirurgico, quello di Baumbach invece diventa inevitabilmente naturalista. E profondamente umano.
Non è un caso che adesso questo sia, a prescindere se il migliore o no, certamente il suo film più complesso e più chiaramente tormentato.
Un cast divino
Estrapolando dalla “narrazione dei piccoli momenti” retorica e banalità per inserire, senza paura di risultare acido, verità e umanità. Grazie anche a due interpretazioni sontuose, giusto sottolinearlo, con Scarlett Johansson e Adam Driver in stato divino. E così, grazie anche a loro, grazie alla dolorosa verità che si può esplorare nella piena coscienza personale, si evitano manipolazioni e melodrammi artificiali. Quando il film decide di commuovere, è devastante. Quando decide di far sorridere, è istericamente divertente. Controlla i toni della tragedia umana perché la seconda parte di tale frase è fondamentale: umana.
Un film “umano”
Forse, Storia di un matrimonio è uno dei film più umani visti recentemente. Così affettuoso nel ritrarre la disaffezione. Così sincero nel mostrare pregi e difetti senza alcuna vergogna. Soprattutto nel costruire due protagonisti largamente problematici e ricolmi di imperfezioni, e probabilmente proprio per questo ancora più autentici. E così potente nell’esaltare come spesso amore e dolore, rabbia e passione vadano a braccetto, come siano sentimenti purtroppo inestricabilmente collegati e potenziati attraverso le pieghe inumane delle sovrastrutture di sistema. Perché la vita talvolta appassisce l’umanità, ma non la cancella.
Esaltarne ogni lato, i più spigolosi nel bene e nel male, è il grande trionfo di Storia di un matrimonio.
“Il Caos dentro” s’intitola la mostra dedicata a Frida Kahlo, le cui opere (ma non solo) sono esposte presso lo Spazio Tirso di Roma fino al 29 Marzo 2020.
E cos’è, se non caos messo in ordine, l’opera d’arte? Il processo artistico, come quello creativo, si associa spesso alle emozioni forti. Che siano belle o brutte, amore o odio, felicità o tristezza, sono questi sentimenti a dare voce il più delle volte al genio.
Nel caso di Frida Kahlo, amore e dolore vanno di pari passo: è una vita vissuta di pancia quella dell’artista messicana, pazza di Diego Rivera, innamorata della pittura, la regina dell’autoritratto.
E quindi, cosa non è stato detto ancora su Frida? Una donna che ha messo la sua vita su tela, esorcizzando il dolore di esperienze che possono toccare ognuno di noi: la malattia, il tradimento.
Introduce la mostra una bella frase di Nietzsche, una frase che va oltre l’icona pop che Frida ha rappresentato nel corso degli ultimi anni, oltre il monociglio, e che consente di indagare l’anima dell’artista.
“Bisogna avere ancora del caos in sé per poter generare una stella danzante”
Il percorso ricostruisce i luoghi dell’anima di Frida: dalla casa a Città del Messico al giardino di casa Azul, dalle lettere dell’artista alle foto di Leo Matiz, che la ritraggono in tutta la sua spontaneità.
Il Caos dentro è una piccola mostra con un grande messaggio: dal disordine può nascere ordine. L’equilibrio dell’esistenza si nutre di questo ondeggiare e gli esseri umani non devono temere l’altalenanza, bensì trarne il meglio possibile.
Tutto può nascere da un autoritratto dipinto dopo un incidente paralizzante, e una donna qualunque può diventare, così, Frida Kahlo.
Ogni tanto le aspettative vanno abbassate. Altre volte, sono fattori esterni ad abbassare le aspettative. Questo è il caso di Il Cardellino, per il quale non è mai arrivata alcuna notizia positiva. Prima uno spostamento dell’uscita, poi le recensioni negative ai festival, poi il tremendo flop al botteghino americano, infine la sparizione dal calendario uscite italiano che lo ha relegato a una distribuzione attraverso le piattaforme streaming.
Ci si chiede se tutta questa non sia una esagerazione. Se, con tali premesse drammatiche, il film si possa in qualche modo salvare perché non può essere talmente brutto.
Eppure, nulla di tutto ciò poteva preparare al disastro che è Il Cardellino.
Non ho letto una riga del romanzo famosissimo da cui è tratto, ma già la storia sullo schermo mi ha dato chiaramente l’idea che il primo ostacolo insormontabile alla riuscita dell’operazione fosse adattare le pagine scritte da Donna Tartt. Una storia di crescita e affermazione personale, un coming of age attraverso il superamento di un trauma, o l’impossibilità di superarlo, Il Cardellino è una storia che pare infatti perfetta per i monologhi interiori concessi dai libri. Sul grande schermo non è importante essere fedeli o tradire il libro, conta realizzare qualcosa di cinematografico.
E in un film come questo di due ore e mezza, che onestamente si sentono e percepiscono tutte, secondo dopo secondo, di cinematografico c’è pochissimo. Completamente assente è il ritmo, che trascina la vicenda e i suoi salti temporali senza un minimo di pathos, un barlume di vitalità. Ancor più assente è una vera conciliazione empatica col protagonista, il quale ha subito un terrificante trauma da bambino, ma durante il corso della storia tale trauma è relegato ad essere semplicemente un incubo, un ricordo, e non un vero ostacolo che blocca la crescita, la vita o le relazioni del personaggio. Theo, il protagonista, vive una vita per certi versi normale, e anzi raggiunge anche una certa affermazione personale. Quel trauma, allora, in cosa lo avrebbe segnato?
Infine, elemento che non manca mai nei film non riuscita, c’è la totale confusione di toni e generi. Nell’ultima parte il film diventa inspiegabilmente un thriller dopo che la storia di chiede di interessarci ad un qualcosa – un quadro per la precisione, senza dilungarci in spoiler – mai trattato fino a quel punto. Dopo un’ora e mezza di noia mortale, il film improvvisamente ci dice che quella è la bussola del trauma di Theo, senza motivarlo o esplorarlo.
Forse certi romanzi, quelli definiti infilmabili, devono davvero restare alle pagine scritte, e basta. Perlomeno, Il Cardellino un grosso pregio lo ha: per guardarlo, nessuno dovrà pagare il biglietto al cinema.
Ogni anno, un artista famoso pubblica il suo album di canzoni di Natale famose, con risultati più o meno soddisfacenti.
Dopo Sia, Laura Pausini, i Pentatonix e i leader delle canzoni natalizie, Frank Sinatra e Michael Bublé, quest’anno è toccato a Robbie Williams interpretare le canzoni di Natale più famose. Il cattivo ragazzo, trasgressivo e ribelle, ed ex Take That, ha pubblicato il suo primo album di Natale!
Sarà perché ormai ha due figli e che, essendo piccoli, in questo periodo vogliono ascoltare le canzoni di Natale più famose? Oltre a quelle di Frozen, amatissime da tutti i bimbi, ovvio.
L’album si chiama The Christmas Present e contiene classici del Natale, come Winter Wonderland e Let it Snow!, e dei brani inediti nella versione Deluxe dell’album.
Personalmente trovo bizzarro che un cantante come Robbie Williams faccia un album di canzoni natalizie. È pur sempre il ragazzaccio di Rock DJ, che cerca di catturare l’attenzione delle ragazze in tutti i modi, e che non si trattiene mai dal dire esattamente ciò che pensa. Proprio come ha fatto recentemente in un’intervista sul nuovo album.
Insomma, non è mai stato in linea con lo spirito natalizio, secondo cui tutti sono (più) buoni!
A primo impatto è strano sentire la sua voce cantare alcune delle canzoni più famose della tradizione natalizia, eppure The Christmas Present è nel complesso un prodotto molto ben riuscito.
Gli arrangiamenti dei classici del Natale sono belli, originali, e ben bilanciati tra pop e “Christmas”, come potremmo definire quella serie di elementi inseriti in ogni canzone per renderla natalizia, rendendo godibili le canzoni senza rischiare l’indigestione di questo nuovo “genere”.
Forse le canzoni inedite sono più pop e meno natalizie e non così coinvolgenti da rimanere nella storia delle canzoni di Natale, come successe illo tempore a Mariah Carrey e ai Wham!.
Ad interpretare le canzoni di Natale più famose e inedite, Robbie Williams si è avvalso della compagnia di altri artisti: Rod Stewart, Helene Fischer, Bryan Adams sono alcuni dei nomi. Ci sono anche delle collaborazioni singolari, come quella col padre e col pugile Tyson Fury.
“Che cosa c’è ragazzi? Mai visto un abitante del pianeta Volturno?”
Titolo: Dietro la maschera Titolo originale: Mask Regia: Peter Bogdanovich Cast: Cher, Sam Elliott, Eric Stoltz, Estelle Getty, Richard Dysart, Laura Dern, Micole Mercurio, Harry Carey Jr., Dennis Burkley, Lawrence Monoson, Ben Piazza, Kelly Jo Minter, Andrew Robinson, Nick Cassavetes Paese: USA Anno: 1985
Dietro la maschera è la storia dell’ultimo anno di vita di Rocky Dennis, un sedicenne californiano affetto da una malattia rara: è nato con un eccesso di calcio che gli provoca uno sviluppo eccessivo delle ossa del cranio, a causa del quale sembra portare una maschera leonina.
La scienza medica non può intervenire in alcun modo: l’unica prospettiva è la morte precoce.
Il caso patologico di Rocky Dennis è realmente esistito, e la dottoressa Anna Hamilton Phelan, che l’ha seguito con le sue cure mediche, collabora alla sceneggiatura.
Bogdanovich
realizza una sua personale reinterpretazione della tragica vicenda.
Il film inizia con un lunghissimo piano sequenza, che partendo da una panoramica in campo lungo, arriva ad inquadrare il viso del protagonista.
La macchina da presa, procedendo dal generale al particolare, descrive un paesaggio urbano di periferia, introducendo lo spettatore in una casa come tante, a seguire i gesti di routine di un ragazzo.
Bogdanovich racconta che, inizialmente, il film doveva cominciare con l’arrivo a scuola di Rocky. Tuttavia si è reso opportuno scrivere una scena in cui lo spettatore può, per così dire, rimanere da solo con Rocky. Il pubblico vede così il protagonista gradualmente: prima di spalle incorniciato da una finestra, poi lateralmente attraverso lo specchio, infine, in modo da scorgerne totalmente i tratti somatici.
Attraverso questa presentazione del personaggio, lo spettatore può lentamente familiarizzare con l’immagine del “mostro”, comprendendo in tal modo che il ragazzo è un essere umano.
Con questa scelta di regia Bogdanovich regala allo spettatore una sensazione di tranquillità.
Dopo l’introduzione al e del “mostro”, il regista presenta un altro personaggio principale: Rusty, madre di Rocky.
La donna torna a casa con un nuovo accompagnatore, ma lo molla piuttosto bruscamente appena il giovane la informa che hanno delle faccende da sbrigare in giornata: la scuola, le fotografie, la visita medica.
Dietro la maschera è percorso da una linea tematica nitida: la rinascita parallela di madre e figlio. A tal proposito Bogdanovich afferma:
“Io penso che Mask, oltre che un film sulla voglia di vivere la propria vita, ad ogni costo, sia un film sulla difficoltà di crescere. E il discorso vale per i figli ma anche per i genitori. Esistono genitori che non vogliono prendersi cura dei loro figli e addirittura figli che debbono preoccuparsi dei propri genitori”.
Rusty, madre di un ragazzo “diverso”, adotta, inizialmente, una modo di vivere infantile, il cui sintomo è il riversamento del proprio dolore nella ninfomania e nelle droghe.
Rocky, nel corso del film, riesce ad aiutare sua madre a voltare pagina, “rieducandola”.
Oltre ad affrontare il tema della diversità fisica, Mask è anche un film sulla maschera; non su quella evidente e visibile del protagonista, bensì su quella che indossano gli altri personaggi.
L’uscita del film è accompagnata da diverse polemiche. Bogdanovich accusa pubblicamente lo studio Universal di aver distribuito una versione che egli non approva. In particolar modo il regista sceglie sette canzoni di Bruce Springsteen come colonna sonora, ma queste sono sostituite da brani di Bob Seger.
Ad esempio nel finale, dopo la dissolvenza sul furgone che va verso il cimitero in seguito alla morte di Rocky, si sarebbe dovuta ascoltare Born in the USA, per segnalare al pubblico che non ci si trova nel 1980, bensì nel 1984, quattro anni più tardi.
Si tratta di un anacronismo che ha il fine di dare l’idea del tempo trascorso e di legare il film al suo anno di distribuzione.
Le sette canzoni di Springsteen previste dal regista sono: Badlands, Racing in the Street, Thunder Road, Promised Land, un medley tra Blinded by the Light e Growin’ Up e un breve estratto di Dancing in the Dark, tratta da Born in the Usa.
Queste canzoni sono scelte non soltanto per la musica, ma anche per i testi: Springsteen canta parole di speranza, rivolte a gente che non ha più fiducia nella vita. Bogdanovich spiega:
“Alla fine, la musica e i testi dovevano diventare una seconda voce del protagonista. […] La musica è emozione. Nei momenti più duri Rocky cerca aiuto in questa emozione, come tanti di noi”.
Di conseguenza le canzoni sono il mezzo attraverso cui Rocky avrebbe dovuto esprimere i propri sentimenti.
Tuttavia,
come ricorda il cineasta:
“Alla fine decisero di inserire le canzoni di Bob Seger, il quale per carità è un ottimo cantante di rock ‘n roll. Ma Springsteen è un’altra cosa, è un genio, è un grande poeta, un vero artista della working class.”
Tre motivi per vedere il film:
Il personaggio di Rocky, un essere umano che non vuole arrendersi.
Il racconto di un rapporto madre-figlio complicato e umano.
Per commuoversi un po’ davanti a una storia drammaticamente vera.
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In base all’Indice di digitalizzazione
dell’economia e della società (Desi 2019) della Commissione Europea,
l’Italia al momento è al 24esimo posto fra i 28 stati membri dell’Ue in termini
di digitalizzazione.
Indubbiamente di strada ce n’è ancora tanta
da fare, ma per l’Italia è una sfida da vincere poiché la digitalizzazione è un
passaggio fondamentale ed un’opportunità da sfruttare per rilanciare l’economia
del Paese.
Lo studio sull’avanzamento della
competitività digitale degli stati UE si basa su cinque punti: connettività a
banda larga, competenze digitali, utilizzo dei servizi Internet, integrazione
delle tecnologie e servizi pubblici digitali.
Guardando un po’ i numeri in Italia
effettivamente siamo abbastanza indietro. Per la banda larga ultraveloce
(100 mega al secondo) nel Belpaese c’è una copertura di appena il 24%, laddove
la media europea si attesta sul 60%.
Numeri più incoraggianti arrivano dalla banda
larga veloce la cui diffusione ha raggiunto il 99,5% di copertura delle
reti fisse ed un uso del 90% da parte delle famiglie, contro la media europea
che arriva all’83%.
Per quanto riguarda i servizi digitali
offerti a professionisti ed alle PMI, grazie all’innovazione digitale ed allo
sviluppo del web, sono nati diversi portali come Ufficio Camerale. Il
portale tramite i servizi acquistabili facilita la vita operativa dei
professionisti, garantendo un importante risparmio di tempo ed un aumento della
produttività.
Una grande mano alla crescita digitale
dell’Italia arriva dal 5G, un nuovo standard di comunicazione che
aumenta la velocità di navigazione e migliora la qualità del servizio.
Il 5G dovrebbe debuttare ufficialmente nel
2020, ma in Italia lo spettro armonizzato per la banda larga senza fili si è
assestato già al 94%.
Secondo i dati raccolti dal Desi le aste
concluse nel 2018 hanno assicurato alle casse dello Stato un introito pari a
6,55 miliardi di euro fino al 2022.
Le sperimentazioni supportate dal Ministero
dello Sviluppo economico nel 2017 hanno visto Tim, Fastweb e Huawei operare
a Bari e Matera, Vodafone a Milano, Open Fiber e Wind Tre a Prato e L’Aquila.
Altre aziende hanno avviato le
sperimentazioni in totale autonomia come Fastweb con Ericsson a Roma, Linkem a
Catania, la Zte a L’Aquila, Ericsson e Politecnico a Torino e Tim a San Marino.
Il 5G permetterà agli utenti di avere una
velocità di download elevatissima in qualsiasi momento. Altro vantaggio
della nuova comunicazione è la bassa latenza, intesa come l’intervallo
di tempo che intercorre tra l’invio del segnale al sistema ed il momento in cui
si attiva effettivamente il comando.
Grazie al 5G saranno implementate
ulteriormente le interazioni tra i dispositivi dell’Internet of Things,
migliorando la connessione nelle smart home e velocizzando la produzione per
l’Industria 4.0.
Tra i libri consigliati per l’inverno 2019 bisogna sicuramente annoverare quelli a tema socio politico.
La motivazione è lampante. Bisogna documentarsi continuamente sull’evolversi della compagine geopolitica e su chi si trova a supervisionare le condizioni attuali.
Il testo di Pier Aldo Rovatti “Gli egosauri” edito da Elèuthera è uno spaccato della nostra contemporaneità. Una finestra aperta dove poter osservare gli egosauri ed il loro operato.
Ma chi sono gli egosauri?
Gli egosauri nascono laddove viene dato loro spazio d’azione. In politica si manifestano grazie al consenso di una parte di cittadini disinformata e stanca, facilmente influenzabile.
Riflettori puntati su coloro che approfittano quotidianamente dell’ingenuità della massa.
Nell’ambito politico si ha la maggiore e più preoccupante, a mio parere, manifestazione degli egosauri.
Sono figure che non hanno vie di mezzo. Per loro non esiste il grigio. Tutto è bianco o nero. Non c’è possibilità di dialogo: o è si o è no. E soprattutto la loro opinione è corretta a priori.
Nel gergo quotidiano parole come opposizione, cambiamento e popolo hanno assunto nuove sfumature. La cosa preoccupante è che all’ordine del giorno sono riemersi con uso abituale, e forse svalorizzati del loro nefasto significato, termini come razzismo e fascismo, superiorità e sovranismo.
Questo è un chiaro sinonimo del vistoso deficit culturale in cui è sprofondato il nostro Paese.
Viviamo un momento storico di imbruttimento sociale in cui la cultura viene relegata ad un piano secondario.
Ogni singolo capitolo di questo libro è un amaro frammento del fardello che i politici sovranisti ci regalano costantemente in un delirio di onnipotenza senza eguali.
Il fascismo non è solo un capitolo dei polverosi libri del liceo bensì un fantasma che sembra reincarnarsi al giorno d’oggi. Basta accendere la TV per capirlo. Basta accendere la propria coscienza per capirlo.
Recentemente il celebre fumettista Vauro, ospite del programma in onda su Rete 4 Dritto eRovescio, è stato protagonista di una furiosa lite con il neofascista “er Brasiliano”.
Il punto non è la lite. L’argomentazione da sollevare è un’altra. Com’è possibile oggi offrire spazi, qualunque essi siano, a personaggi che si proclamano neofascisti.
Memorandum: l’apologia del fascismo è reato.
È in questo clima di odio e intolleranza che viviamo. Un tempo in cui sembra la storia non abbia insegnato nulla. Un periodo in cui una donna di 89 anni, Liliana Segre, si ritrova a vivere sotto scorta poiché minacciata da forze di estrema destra.
Liliana Segre è una sopravvissuta all’Olocausto. Lei dev’essere la nostra memoria. È attiva testimone della Shoah italiana.
Quindi leggere l’opera di Rovatti è come indossare degli occhiali. Puoi vedere cosa accade e annusare quello che sta per accadere. È uno strumento per capire chi ci ha portato a vivere in queste condizioni.
Indipendentemente dallo studio del Novecento che dovrebbe partire dai banchi di scuola. Non può il secolo scorso essere trattato frettolosamente, solo per concludere l’agognato programma scolastico.
Libri consigliati 2019: portare l’attualità sui banchi di scuola.
“Mi limito all’osservazione seguente: studiare meglio il fascismo, tentare di riempire i buchi di ignoranza che la scuola lascia aperti sulla questione, significa sapere dove appoggiamo i nostri piedi, in quale società stiamo camminando, avere una qualche chiarezza sui tratti che la caratterizzano, comunicare ai giovani i problemi che ci premono addosso e tentare di orientarli attraverso l’esame critico della nostra condizione attuale, mettendo in luce gli strumenti che stiamo usando e discutendone la portata.” – pag. 52, Gli Egosauri, Pier Aldo Rovatti
Il Teatro Centrale di Roma è da oltre due secoli un polo culturale di altissimo livello dove artisti del calibro di Ettore Petrolini, Renato Zero, Alberto Sordi, Aldo Fabrizi ed Eduardo de Filippo hanno incontrato il pubblico.
Nel 2019, la nuova gestione riporta il Teatro Centrale
agli antichi splendori, consegnando alla
città di Roma un hub all’avanguardia, una location di spettacolo e uno spazio
di visibilità per i brand.
Un locale unico nel suo genere in
grado di offrire a cantanti e musicisti dotazioni tecnologiche e servizi
durante tutto il processo creativo: dalla produzione alla registrazione di
materiale audio-visivo, dal design del contenuto alla comunicazione e
promozione di esso, dalla vendita diretta fino ad arrivare all’ esibizione vera
e propria.
La nuova gestione del Teatro Centrale di Roma
Dopo anni di chiusura, nel 2019 il Teatro Centrale di Roma è
diventato uno spazio per concerti ed eventi, un vero punto di riferimento per l’intera città.
La nuova gestione intende
riportare in posizione di primo livello un teatro che è oggi un progetto contemporaneo ed inedito
per il mercato di riferimento nazionale perché propone in un’unica location:
un hub all’avanguardia ad uso della produzione video musicale dei migliori professionisti e creativi del settore,
una location di spettacolo per un pubblico esigente in termini di servizi, novità e cultura,
uno spazio di visibilità per i brand, che porta l’interazione con il consumatore ad un livello più attuale.
Si tratta insomma di una
piattaforma polifunzionale che offre un’ampia diversificazione degli spazi per
la produzione e la fruizione di arte ed
intrattenimento a Roma.
I numeri
Il Teatro Centrale di Roma, con
il suo grande cupolone, la balconata e i 1350 mt quadri complessivi si presta,
non solo come location di spettacolo, ma anche come uno spazio polifunzionale per l’organizzazione di meeting, congressi, cene
di gala, eventi mediatici e sfilate di moda come dimostrano i numeri della
struttura:
2 appartamenti foresteria a disposizione di artisti ed operatori
5 spazi camerino a disposizione degli artisti
10 diverse attività che coesistono all’interno dello spazio
20 metri quadri di led wall centrale
24 ore al giorno di programmazione radio web
60 metri quadri di superficie del palco
250 coperti seduti che la location può ospitare in un’unica sala
450 aziende creative che collaborano all’interno del progetto
600 artisti coinvolti nell’arco di un anno
15.000 capi di abbigliamento ed articoli musicali disponibili ogni anno
60.000 biglietti acquistabili dal pubblico nell’arco di un anno
250.000 la stima dei frequentatori della location in un anno
5.000.000 i contatti che si raggiungeranno in un anno di comunicazione
Il Teatro Centrale di Roma diventa una
location contemporanea
dove il talento, la musica e l’arte possono trovare uno spazio dove esprimersi
e dialogare con il pubblico attraverso linguaggi diversi e più accattivanti.
Gli eventi
L’apertura ufficiale della nuova
gestione è avvenuta il 21 settembre con il live del duo danese Lust For Youth, Hanns Norrvide e
Malthe Fisher, che hanno proposto un sound a cavallo tra vecchie
reminiscenze new wave e un synth-pop limpido e danceable, capace di coinvolgere
già dal primo ascolto.
A seguire l’attesissima tappa di Peter Doherty a Roma in data 12
ottobre, il frontman di “The Libertines” e “Babyshambles”, considerato una vera
e propria icona rock, ha incendiato il palco del Teatro Centrale.
Anche “la presa a bene della scena romana”, come li ha definiti XL Repubblica, ovvero i Joe Victor, hanno inaugurato il palco del Teatro Centrale di Roma il 18 ottobre, con un live denso di reminiscenze che vanno dall’american folk al rock and roll, dalle influenze orientali a quelle mediterranee.
Dinner Show
Joe Victor
Il Teatro Centrale di Roma è
anche sede di eventi di ogni tipo come il dinner
show “Lost in Music” con la direzione artistica di Fabrizio Perrone che
riporta in auge un format tanto amato dal pubblico romano. Dopo la data del 21
novembre, a gran richiesta anche un ulteriore appuntamento per il 6 dicembre.
Il 7 dicembre, l’hub
polifunzionale, riporterà a Roma Daddy G.,
componente dei Massive Attack, per
una serata all’insegna della musica elettronica mischiata a influenze dub,
reggae, funk, disco e hip hop. Ad aprire il live, la giovanissima Priestess, nuova promessa dell’hip pop
e trap italiano.
Non mancano anche degli spettacoli teatrali, come “Le Dissolute Assolte”, in programma
per venerdì 13 dicembre, una compagnia teatrale totalmente al femminile diretta
da Luca Gaeta.
A Venezia 2019 è sbarcato The King, trasposizione moderna dell’Enrico V shakespeariano ora in streaming su Netflix.
Alla 76esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia Netflix è arrivata preparata (tra fautori e detrattori). La piattaforma americana ha infatti portato nella laguna ben tre pellicole: The Laundromat di Steven Soderbergh, Marriage Story di Noah Baumbach e The King di David Michôd. Quest’ultimo è una rivisitazione (estremamente libera) dell’Enrico V di Shakespeare, interpretato da un sempre più in gamba Timothée Chalamet.
Il film è uscito in streaming il 1 novembre e racconta dell’investitura e dei primi passi di Hal, primogenito reietto e disinteressato del trono. Il giovane Principe del Galles, figlio del malato Enrico IV d’Inghilterra (Ben Mendelsohn), trascorre le sue giornate ubriacandosi e andando a letto con prostitute. E’ consapevole che i giochi di palazzo e la corona non fanno per lui ancor prima che il padre lo convochi per comunicargli che sarà il fratello minore, Thomas (Dean-Charles Chapman), ad essere dichiarato erede. Thomas però cadrà giovanissimo in battaglia, vittima dell’esigenza di nutrire un ego frutto dei peccati dei padri. In questo modo Hal finisce per essere incoronato Re Enrico V nel bel mezzo della sanguinosa Guerra dei Cent’Anni.
La messa in relazione, scivolosa, dell’eredità genitoriale e della responsabilità che ricade sulle spalle dei figli è perno di tutta la pellicola. E’ su questo nucleo che Michôd e Joel Edgerton (nei panni del fido Falstaff), anche sceneggiatori, plasmano con sapienza lo spigoloso, acerbo ma retto, Enrico V di Chalamet. Azzeccata l’intuizione di rendere subito chiaro come non ci si possa esimere dal confronto con il fardello delle scellerate azioni di chi è venuto prima. Soprattutto non quando si è re e quindi quando l’orgoglio personale è incarnazione della gloria di un’intera nazione. Le gesta dei padri potranno anche non qualificare il singolo, condizionano però un continuum nel quale il singolo ricade.
Il pallido, smunto Hal è l’anti-re per eccellenza, dedito alla frivolezza non con ingenuità ma con piena coscienza di voler rigettare quel triangolo letale di eredità/orgoglio/dovere.
Esattamente per questo, nel momento in cui la corona chiama, Hal non si tira indietro, perché il dovere lo conosce e sa che quel simbolo è al di là di lui. Il re è solo un portatore, saggio o folle che sia, ma pur sempre un araldo. La notevolezza di The King è nel rendere costante e centrale la figura di questa istituzione sacra attentata ad ogni fianco dall’ambizione personale. La purezza di Enrico V, perennemente senza corona, è posta in contrasto con le viperine ombre della corte, tra clero incensato e lord affamati. Ma soprattutto è messa in discussione nella persona di Hal, vergine delle trame di palazzo e del porre in equilibrio pulsioni e raziocinio.
Il film dura molto, ben 140 minuti, e si prende i suoi rischi nel mantenere un ritmo compassato e anti-spettacolare, anche durante gli scontri (pochi) ad arma bianca, lenti e goffi. Michôd svuota la pellicola della pura enfasi emozionale (il picco è in un discorso di Hal ad Azincourt), sfiorando in alcuni momenti un’eccessiva staticità. In The King però c’è tutto quello che deve esserci: intrigo, potere, assedi, sentimento. E questo tutto trova risoluzione nel fango e nella melma, reale campo di battaglia che impantana quei pesanti corpi in armatura. Si avverte il perenne ingombro di una fisicità (umanità) che vizia e rende concrete non solo le membra durante le schermaglie, ma soprattutto le dinamiche a corte.
Stupisce che le sequenze conclusive di The King diano, in controtendenza al ritmo generale, l’impressione di essere troppo sbrigative nell’incastonare i tasselli conclusivi del percorso formativo di Hal. Queste ultime battute rimangono comunque funzionali nell’economia di un film ottimamente trasposto nella rivisitazione di un Enrico V moderno e fruibile anche ai tempi dello streaming digitale.
I soldi non fanno la felicità ma
indubbiamente aiutano a vivere meglio. Proprio per questo motivo ognuno di noi
è in un certo senso ossessionato dall’idea di risparmiare per diventare, un pò
più “ricco”.
Esiste una formula per diventare ricchi?
Una bacchetta magica non c’è, ma Jean Chatzky della NBC e del Today Show
spiega che è necessario stabilire delle tappe lungo il percorso della propria
vita.
Nello specifico la giornalista spiega che a
30 anni bisogna mettere da parte l’equivalente del proprio salario annuale; a
40 anni la cifra viene triplicata; a 50 anni sale di 6 volte tanto; a 60 anni
sale di 8 volte tanto; al momento della pensione la cifra risparmiata dovrebbe
arrivare addirittura a 10 volte tanto.
La tesi della Chatzky è stata fortemente
criticata poiché parla di cifre inarrivabili per i comuni mortali. Negli Stati
Uniti così come in Italia mettere qualcosa da parte già a 30 anni è difficile,
soprattutto per i giovani che non lavorano o che vanno all’università.
La giornalista risponde che, pur essendo
cifre obiettivamente difficili da raggiungere, bisogna focalizzarsi su un
obiettivo ed avvicinarsi ad esso quanto più possibile.
Per risparmiare e ottimizzare le spese, in
modo sensato, concreto, e sopratutto aderente al contesto italiano, uno dei punti
di riferimento è senz’ombra di dubbio il portale Affari Miei. In
quest’ottica, è possibile trovare qui dei consigli
sempre utili per guadagnare qualche soldo extra e tagliare le spese
superflue sfruttando le opportunità offerte dal web.
Sulla questione è intervenuto anche il
direttore finanziario della Fidelity Strategic Advisers Adhees Sharm,
intervistato da “The Simple Dollar”. Sharm invita a porsi un
obiettivo a lungo termine, iniziando a risparmiare quanto prima possibile.
Sulla stessa lunghezza d’onda è Shannon
McLay di “The Financial Gym” che ha rilasciato
un’intervista a Marieclaire USA. La consulente finanziaria ritiene che
non bisogna focalizzarsi troppo sull’età, quanto piuttosto sulla necessità di
adottare piccoli trucchi ma efficaci.
Qualche esempio? Conservare il 15% del
salario lordo mensile è un’idea. Tale percentuale si può aumentare o diminuire
a seconda degli introiti mensili, consiglio adatto soprattutto per chi ha una
partita IVA e non ha uno stipendio fisso.
Altra idea è avere un fondo di emergenza
di 6 mesi da utilizzare in caso di improvvise difficoltà economiche o spese
impreviste come un’operazione, l’acquisto di un’auto, l’arrivo di un bebè ecc.
I principali esperti di finanza quindi non
impongono una vita di sacrifici e di limitazioni, ma invitano più che altro a
porsi un obiettivo concreto e facilmente raggiungibile.
Bisogna quindi procedere a step seguendo
piccole regole che si adattano al proprio stile di vita ed alle proprie
necessità. Investire i soldi con intelligenza adottando i giusti
“paracadute” forse non consente di diventare ricchi, ma sicuramente
assicura una vita agiata senza stress né ansie.
L’esposizione temporanea al Pirelli HangarBicocca di Milano che è possibile visitare gratuitamente dal 12 settembre 2019 al 19 gennaio 2020, è firmata Daniel Steegmann Mangrané. Un tributo all’arte concettuale.
Artista catalano nato a Barcellona nel 1977, da sempre si è interrogato sul legame che collega l’Uomo alla Natura, la materia all’anima.
Quando andiamo a visitare questa mostra non possiamo non pensare alla foresta amazzonica. Non sono pochi infatti i richiami alla sua maestosità verde: rami secchi, installazioni di foglie, giochi di luci ed ombre dove traspare la grandezza della Natura con tutte le suggestioni che essa evoca.
L’arte di Steegmann Mangrané è certamente essenziale, minimalista, in alcuni tratti quasi incomprensibile ed eccessivamente disarmante, ma il suo impatto emotivo lo troviamo in tutto quello che la sua arte ci provoca da dentro, scatenando a livello energetico un susseguirsi di sensazioni differenti. Prima di tutto ci porta ad interrogarci: abbiamo impatti sul mondo che ci circonda? In cosa si manifestano? L’essere umano può identificarsi nella natura, può prenderne parte e diventarne addirittura elemento primario per la sua esistenza?
La mostra presente al Pirelli HangarBicocca ha un titolo che già di per sé ci dice molto sul concept delle opere: “A Leaf-Shaped Animal Draws The Hand”.
Tradotto in italiano significa “Un animale a forma di foglia disegna la mano”. Se ci concentriamo un secondo su tutte le parole presenti in questa frase, possiamo davvero trovare il fil rouge della mostra.
La foglia, elemento assolutamente naturale e collegato all’albero, assume la forma di un animale (elemento invece che può essere associato ad un aspetto più primordiale dell’esistenza), “disegna”, quindi agisce, crea, la mano (elemento umano per eccellenza). Troviamo quindi nella frase la presenza di una tripla dimensione: umana, animale e vegetale. Tutte e tre però unite dall’azione di disegnare. Quest’ultima equivale all’azione del creare, e ci riconnette con la creatività. Elemento principale dell’arte in senso ampio. Linfa della vita.
Mi ha particolarmente colpita l’opera Orange Oranges (2001) che si caratterizza da un ambiente immersivo di dimensioni variabili, una sorta di cubo dalla superficie trasparente, con la presenza di un filtro fotografico di colore arancione. Dopo aver attraverso una tenda, lo spettatore viene inghiottito all’interno della struttura, dove ha la possibilità di farsi una spremuta di arance fresche. L’opera ci mette di fronte alla dualità della dimensione esterna/interna e, contemporaneamente, dell’oggetto/soggetto. Dando pieno spazio all’importanza del colore e, ovviamente, stimolando la molteplicità dei nostri sensi (olfatto, vista, tatto).
Orange Oranges (2001)
Particolarmente innovativa e fuori dagli schemi, quindi, la mostra al Pirelli HangarBicocca: aprendo un famoso dibattito nella mente dello spettatore sul concetto se un tale tipo di arte possa essere effettivamente chiamato “arte” oppure no.
Sicuramente una cosa la possiamo dire: l’artista Mangrané ci porta ad una maggiore consapevolezza e ci fa riflettere su quanto sia importante preservare il nostro Pianeta, iniziando a guardarlo con gli occhi puri di un bambino. Non dimentichiamoci che la Terra è una sola, e che grandezze autentiche come quelle della foresta amazzonica difficilmente saranno replicabili in altre vite.
Dopo Big Little Lies arriva, stavolta su Netflix, un’altra miniserie, davvero degna di nota, sulla violenza di genere.
In otto episodi vengono raccontate varie storie di stupri con occhio clinico. Lo spettatore ha la possibilità di conoscere lo stress fisico ed emotivo a cui vengono sottoposte le vittime di violenza, dagli interrogatori della polizia alle visite in ospedale.
Il dubbio resta sempre lo stesso, quello che non si manifesta mai quando si denuncia un furto, ad esempio: questa donna starà dicendo la verità?
La credibilità femminile, del resto, è sotto accusa dall’alba dei tempi. Basti ricordare un’antica satira Semonidea risalente al VII secolo a.C. per identificare l’inaffidabilità come una delle peggiori pecche femminili, specialmente quando si tratta di sessualità.
L’antico pregiudizio ha radici profonde e non è un caso, forse, che nella serie di Netflix “Unbelievable” sia presente un – non così velato – paragone di come le vittime di stupro siano trattate in maniera differente a seconda che il detective incaricato sia un uomo o una donna.
Ma dov’è l’indignazione? Me lo sai dire? Dov’è la voce che guarda questa storia e dice che non funziona per niente? — Grace Rasmussen (Toni Collette), Unbelievable, Episodio 5
Arriviamo quindi alle due protagoniste della serie, due detective differenti unite dalla stessa missione: arrestare gli stupratori. Nei vari episodi, però, non assistiamo solo al dolore delle vittime e alle differenti reazioni a seconda della personalità, ma abbiamo anche l’occasione di osservare due donne in azione e i relativi problemi che questo può generare con la vita personale.
Per quanto riguarda le detective, la lezione che vuole impartire la miniserie di Netflix oscilla tra paura e speranza: la paura di fronte a fatti che accadono quotidianamente e la speranza di riuscire a fare giustizia.
Ma dal punto di vista delle vittime, invece, quali sono le paure e le speranze?
Le paure, come potrete facilmente immaginare, sono molte. Da quella di dormire in casa da sole a quella di fidarsi in generale delle persone. Su tutte, però domina, la paura più grande, quella di non essere credute. Cosa che spesso accade, come raccontano le portavoce delle Onlus che si occupano delle vittime di violenza e come racconta anche la Storia, basti ricordare il primo caso di stupro in mano alla stampa italiana (Documentario nell’articolo qui sotto).
E la speranza, in fondo a questo vaso di molti mali, qual è? Probabilmente quella di riacquistare il controllo della propria vita, un controllo che viene meno nel momento in cui qualcun’altro ti ruba il tuo diritto di dire NO e, quindi, la tua libertà. Anche se “solo” per una notte.
Rian Johnson ci aveva promesso un ritorno al giallo classico, ma Cena con Delitto è in realtà molto di più.
Oltre ad essere un film arguto, raffinato e godibilissimo, divertente e intelligente oltre la superficie di genere, Cena con Delitto è sia un omaggio al giallo canonico, sia una presa in giro dei suoi meccanismi evidentemente stantii e ripetitivi. Dopotutto si possono parodiare gli intrecci perfetti di Agatha Christie, e la vetrina dei rapporti sociali che metteva in scena nei suoi racconti, solo conoscendoli perfettamente e amandoli profondamente. Pregi e difetti vanno capiti, assorbiti e rielaborati, e qui Johnson fa tutto con rispetto e sagacia cinematografica.
Un film calibratissimo che dà tutto a tutti, in poche parole. Per gli amanti dei gialli, è un vero e proprio ritorno al divertimento delle detective stories da camera, senza alterarne lo spirito (come aveva purtroppo fatto Kenneth Branagh col recente Assassinio sull’Orient Express) ma esaltandone gli elementi imprescindibili. Su tutti, un ricco e composito cast che si diverte e non sbaglia una virgola, una scenografia che imprigiona personaggi e relazioni, un reticolo di dinamiche spesso sottaciute che muovono i fili della storia in maniera inattesa.
A chi, invece, questi meccanismi li ritiene ormai stravisti e poco efficaci, Cena con Delitto offre un costante ribaltamento della prospettiva e del genere stesso. Tranne il tassello fondamentale, la risoluzione del mistero al centro del racconto è svelata ancor prima di metà film. Ciò permette alla storia di concentrarsi sulle divertenti interazioni, sulla freschezza dei dialoghi e su piccoli ma decisivi dettagli di sceneggiatura che si sarebbero persi se lo spettatore pensasse solo a “voglio indovinare chi è l’assassino”. Oltretutto, la figura centrale del detective è qui davvero decostruita e demitizzata. Non ruba la scena, è usato dai possibili sospettati, spesso sbadato e dietro alla risoluzione di vari indizi, si ritiene però bravissimo e ha una prosopopea, un manierismo che non porta da alcuna parte.
Infine, per chi cerca qualcosa oltre al giallo, e persino oltre la decostruzione del giallo classico, Cena con Delitto non nasconde una natura fortemente politica.
Tra trame e dettagli, Rian Johnson si è palesemente divertito a nascondere, nemmeno poi così segretamente, un vero ritratto dell’America contemporanea. Non è certo il primo film che esplora il deterioramento delle dinamiche familiari, e quanto questi nuclei siano più problematici del previsto. Al cinema dipingere la famiglia come un problema è quasi un sottogenere. Ma è la connotazione politica attuale a dargli altra prospettiva, come nei gialli della Christie quando il contrasto tra servitù e borghesia era metaforicamente evidentissimo.
Padroni aristocratici e servitù povera sono sostituiti in Cena con Delitto da famiglia conservatrice e servitù di immigrati. Borghesi americani e badanti stranieri. I meccanismi dell’intreccio potrebbero ambientare la storia in ogni epoca, ma il film fa di tutto per rimanere contemporaneo, strenuamente attuale, con costanti citazioni di twitter, streaming e soprattutto alt-right americana. Johnson non si spinge fino all’allegoria, il suo thriller non è il simbolo di privilegiati che sentono la loro casa invasa da stranieri. Ma è innegabilmente anche quello, e sono temi che danno una forza notevole ai personaggi, alla trama, persino alla risoluzione del mistero.
Il cinema si fa anche e soprattutto così, mostrando una cosa e poi negandola. Dicendo di seguire un percorso per poi irriderlo. E i contrasti si fanno forza a vicenda, perché sotto le fondamenta sono solide. E ci si diverte sapendo che, sotto sotto, si è anche appreso qualcosa.
Al quinto film, finalmente l’Italia distribuisce un lavoro di Teona Strugar Mitevska.
Non è naturalmente un caso che questo capiti con la sua opera più riuscita, questo Dio è donna e si chiama Petrunya, sicuramente summa dei lavori precedenti e dei temi della regista macedone, ma al tempo stesso storia assolutamente attuale e topica dei momenti che viviamo.
Siamo in Macedonia, ma purtroppo potremmo essere in tanti parti del mondo, tristemente anche da noi, c’è da dire. La storia di una ragazza che rompe una tradizione religiosa e maschilista, e per questo subisce un fiume di misoginia violenta, è il simbolo di una condizione femminile ancora oggi perseguitata.
Un film, però, mai schiacciato dalla propria serietà e importanza politica. Mitevska ricorda di fare cinema, oltre che lanciare un messaggio, e con i toni della commedia e del dramma, con una regia curatissima e un’estetica sorprendente, riesce a dare maggiore efficacia alla sua battaglia politica. Si segue con con estrema godibilità Dio è donna e si chiama Petrunya, e senza momenti morti di riflessione fine a sé stessa lo spettatore rielabora con piena coscienza quanto vede.
Soprattutto, è una storia che non si piange mai addosso. La crudeltà maschile non diventa macchiettistica. La protagonista, Petrunya, subisce ma riesce a conquistare sempre più forza. È una donna scaltra, intelligente, testarda, che non fa una crociata simbolica ma semplicemente vuole farsi rispettare. Petrunya non è un simbolo, ma una donna che lotta per sé stessa. La sua “avventura” non la cambia, nemmeno la migliora, ma la rende consapevole che solo lei è artefice del proprio destino. Contro tutto, contro il sistema, ma con le armi giuste per affrontare le battaglie.
L’onestà e la bravura della Mitevska non dovrebbe stupire, soprattutto coloro che conoscono (pochissimi purtroppo, solo chi frequenta i circuiti festivalieri) il suo cinema da sempre concentrato sulle figure femminili. Semmai, stupisce che un film così arrivi dalla Macedonia, che si dimostra più coraggioso di tante altre scuole cinematografiche. Anche per questo, Dio è donna e si chiama Petrunya è l’occasione perfetta per scoprire questa interessantissima voce.