“L’abisso”, la ricetta teatrale contro il naufragio di ogni europeo

Teatro India
Foto di Futura Tittaferrante

Il Teatro India di Roma ha riproposto fino al 15 dicembre “L’abisso”, monologo di Davide Enia con Giulio Barocchieri, racconto del naufragio collettivo del nostro Paese.

L’abisso” – che a febbraio sarà nei teatri di Mirano (VE) e di Enna  –  è tratto dal romanzo “Appunti di un naufragio” dello stesso Davide Enia. Lo ha prodotto proprio il Teatro di Roma, di cui il Teatro India è parte, insieme all’Accademia Perduta Romagna Teatri e al Teatro Biondo di Palermo.

Non poteva non esserci una produzione siciliana, visto che “L’abisso” racconta tanto la Sicilia. Ne racconta il dramma oggi più attuale e conosciuto internazionalmente. Stavolta non si parla di mafia, ma dell’odissea dei migranti, annegati o naufraghi nel Mediterraneo.

Tutto inizia con un viaggio a Lampedusa, il luogo che più di ogni altro è stato ed è la porta d’Europa per tante persone in cerca di una vita migliore.

Enia racconta del suo approdo a Lampedusa, accompagnato da suo padre, ospiti di una coppia di amici. Incontra e ascolta i racconti di soccorso dei sommozzatori della Guardia Costiera e dei lampedusani: i suoi amici, il medico, il custode del cimitero.

In mare non esiste un’alternativa a salvare le vite in pericolo: la vita è sacra” è il mantra di un sommozzatore “enorme” – come lo descrive Enia , che diventa piccolo, come ognuno di noi, di fronte all’abisso della morte che incombe, quando solo lui sembra poterla evitare. Ma è un mantra che non si genera da un ordine militare. È piuttosto un atto di devozione. Il sommozzatore è un essere umano che si porta dietro un intero comparto, quello della Guardia Costiera. Ma è come se si portasse dietro l’umanità intera, in soccorso ogni volta di un esemplare della specie.

Quello scoglio di terra chiamato Lampedusa. L’Abisso di Davide Enia

L’abisso” è uno spettacolo imperdibile, fresca sorgente di riflessioni ed emozioni.

Nel suo monologo Davide Enia parla accompagnato da un gesticolare talmente puntuale, che sembra quasi che le parole siano le didascalie dei gesti. Anzi, sono le armonizzazioni di una partitura.

D’altronde, lo spettacolo è musicale sotto ogni aspetto, perché Davide non è solo sul palco. Accanto a lui, a dare completezza e ritmo alla drammaturgia, c’è Giulio Barocchieri che ha composto ed esegue in scena le musiche che accompagnano la performance di Enia.

Tuttavia, mai ho trovato il termine “accompagnamento” tanto riduttivo.

Ne “L’abissogesti, parole e suoni della chitarra diventano un’unica musica per le orecchie, capace di commuovere nel senso etimologico della parola.

Non mi era mai capitato a teatro di sentire attorno a me tante persone piangere o soffiarsi il naso o trattenere il respiro per non fare l’uno o l’altro. Chi non lacrima non lo fa solo perché il movimento alle viscere che provoca sentire quel racconto lo lascia così annichilito da lasciare il corpo incapace di reagire.

Enia intreccia il racconto accorato dei protagonisti di Lampedusa con quello del suo dramma, personale e familiare, della malattia dello zio.

Lo spaesamento di fronte ai naufraghi – che scendano dalle navi al porto di Lampedusa o che siano ancora in mezzo al mare in attesa di essere issati sulle imbarcazioni di salvataggio – è pari a quello di fronte alla malattia di un fratello o di uno zio.

L’intimità del dolore per le proprie vicende si alterna al racconto quasi epico dei gesti, insieme pietosi e coraggiosi, degli amici che ospitano Davide e suo padre e, soprattutto, del custode del cimitero di Lampedusa.

Di fronte a un lutto, una malattia propria o altrui, una separazione, un bivio esistenziale, siamo in mezzo al mare. E dobbiamo capire come stiamo sopravvivendo a quel naufragio. Il filo rosso è il dolore, ma soprattutto è il naufragio intimo di ognuno di noi.

Solo se non rinunciamo all’empatia e riusciamo a rapportare il dolore dei naufragi a Lampedusa a qualcosa che ci lascia o ci ha lasciato sgomenti e annichiliti, potremo avvicinarci a capire il mantra della guardia costiera: “la vita è sacra”.

Ci aiuterà anche ricordare che noi siamo figli di una traversata del mare. D’altronde, tutto ha avuto inizio da una fanciulla fenicia che arriva a Creta attraversando il Mediterraneo su un toro bianco.

Stefania Fiducia

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