La Biblioteca, racconto inedito di Halloween

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La triste notte di Gregor S.

Alla luce aranciata della lampada che teneva sulla scrivania, Gregor S. scribacchiava stancamente alcuni fogli. S’era al 31 di Ottobre e nella biblioteca Luigi de Gregori del Miur i riscaldamenti erano guasti da qualche giorno; “Manderemo qualcuno” aveva detto in fretta il direttore, con quel solito sorriso di cortesia che Gregor S. odiava ma in verità, questo pensava con rabbia, nessuno si dava peso di un povero bibliotecario, costretto a lavorare anche la sera di Halloween. Non che avesse altro da fare, intendiamoci, ma almeno a casa sarebbe stato al caldo. Si raccomodò bene la giacca sul petto e riprese a scrivere. L’ambiente della biblioteca era da qualche tempo caduto nel buio della sera: la poca luce biancastra che entrava dall’esterno era soffocata dalle pesanti tende del finestrone centrale e l’illuminazione della sua scrivania bastava a stento ad illuminargli il piano; il resto erano ombre-poteva intuire l’altra scrivania davanti alla sua, la scaletta di legno che saliva sino ai ballatoi , il respiro polveroso dei molti libri, il grande ed elegante lampadario che sembrava quasi oscillare come un corpo addormentato dal soffitto, su su in alto.

Gregor S. , sentendosi osservato, guardò l’orario dal cellulare: mancava un quarto alle dieci e gli restavano da compilare almeno altri sette fogli, con buona pace delle sue palpebre pesanti. Il legno antico della biblioteca sembrò scricchiolare, da qualche parte, verso l’alto e Gregor pensò a quanto potesse essere antico quel posto: se non andava errato nel pensiero, doveva essere stata inaugurata a metà dell’ ‘800; si ripensò giovane, a quanto era stato felice quando finalmente gli avevano assegnato l’incarico, il primo stabile della sua vita. Come passano di corsa gli entusiasmi giovanili! Ora, a quasi sessant’anni, gli pareva che avrebbe potuto giostrarsela meglio, la sua vita, che a rilegar libri e a fare fogli non aveva fatto certo un bell’affare. E, quella biblioteca tanto illustre, pareva persino sinistra a vederla ora così, poco illuminata e con i suoi occhi da vecchio.

Qualcuno parve muoversi nel corridoio, in direzione della biblioteca: passi brevi, veloci. Non avrai mica paura, Gregor- così pensava- non ti metterai ora a pensare alle vecchie storie del terrore!

I passi tornarono a ripetersi, a Gregor sembrò uno scalpiccio di donna. Chi si muoveva alle dieci meno un quarto di quella sera stregata nel ministero? Bussarono al portone d’ingresso e fece capolino Filomena, una delle addette alle pulizie. Non volle ammetterselo ma tirò un respiro di sollievo.

“Signor S., lei ancora qui? Fa gli straordinari, vedo” disse, rimanendo sull’uscio, come chi non ha intenzione di trattenersi.

“Anche lei” sorrise lui, mai così contento di vederla. Gli disse qualcosa su un convegno che si era tenuto al piano superiore e delle condizioni pietose in cui la grande aula era stata lasciata, gli raccomandò di non stancarsi troppo, fece di nuovo risuonare il corridoio dei suoi passi che, questa volta, si allontanavano. Guardò l’orario: ancora erano le dieci meno un quarto. Strano, davvero strano che non fosse passato neppure un minuto. Gregor tornò a chinarsi sul documento, con le dita ormai completamente indolenzite dal freddo; piegò tutta la schiena perchè lo stampato era piccolissimo e i suoi occhi facevano ormai una gran fatica, annotò in un foglio lì accanto alcune date, tossì per la polvere. Quel documento fu di difficile elaborazione e richiese più tempo del previsto: nonostante questo, quando alzò gli occhi e stirò la schiena, l’orologio a parete segnava le dieci meno un quarto. Gregor pensò fosse una strana coincidenza ma deglutì nervosamente quando, acceso lo schermo del cellulare, le cifre erano inequivocabili: 9 e 45.

Si alzò dalla sedia, si diresse alla finestra e scostò le tende: lavorava troppo, troppo, avrebbe dovuto farsi una vacanza, rivedere qualche amico, conoscere qualche signora con cui condividere la terza età. Rinascessi vorrei essere un pilota, al diamine la biblioteca! La stanchezza l’aveva istupidito, non c’era dubbio, forse era l’effetto dei calmanti che prendeva, forse lo stress. Guardò verso il viale, dabbasso passava una combriccola di bambini combinati in maniera pessima, con la faccia da scheletrini, streghette e i cesti ancora vuoti di caramelle. Lo attirò il lampeggiare verde della croce della farmacia lì vicino, gli mise tristezza. Si cercò nel riflesso della finestra, per guardarsi triste ma Gregor S. , quella sera, il suo riflesso, non lo trovò.

Impazzisco, impazzisco, ecco che vado fuori di senno, non sono neanche più capace di vedermi riflesso. Tirò di nuovo le tende, uscì dalla biblioteca, percorse il corridoio dal quale era uscita, poco prima- si, ma quanto tempo prima, se gli orologi non segnavano più i minuti?- Filomena, ci passò attraverso senza guardare nel buio degli uffici deserti. L’orologio appeso storto, sulla porta dell’ultimo ufficio segnava ancora le 9 e 45.

Aprì la porta del bagno che emanava un odore di amuchina e sterilizzante. Si, Filomena ha fatto un ottimo lavoro, ma io sono fuori di senno, sono fuori di senno! Su, su, Gregor, continuava a parlare con sé mentre lasciava scorrere l’acqua del rubinetto con un rumore che lo infastidiva, ora passa tutto, e si buttava col viso sotto il getto, come un animale confuso. Ci si buttò due volte, e poi ancora, con la pelle che sembrava bruciargli, ora passa tutto, si levò tutto bagnato e grondante, con gli occhi chiusi strappò della carta, se la passò sul viso, aprì gli occhi. Provò a guardarsi allo specchio ma lo specchio era rimasto desolante-mente vuoto. Uno specchio che non specchia, signori, che doveva capitarmi! Tornò a passo svelto verso la sua scrivania: magari sarebbe potuto tornare a casa ma la solitudine che lo attendeva lo atterriva ancora più di quelle sciocchezzuole. Questo è, sciocchezzuole. Neanche il tempo di dirlo che Gregor S. vide, o così gli parve, un figuro- nero completamente, in verità- scivolare dentro la biblioteca. Allora corse, gridando “Fermo! Come ha fatto ad entrare a quest’ora!” e pensò con odio al guardiano, che chissà che faceva, invece del suo lavoro. Mangiò in pochi metri lo spazio che lo divideva dall’ingresso della biblioteca ma, quando fu dentro, e si fu guardato un po’ attorno, fu costretto a prendere atto- con disagio sempre maggiore- che non c’era nessuno.

“C’è qualcuno?” disse ma già lo sapeva che non avrebbe avuto risposta alcuna. A quel punto Gregor pensò che avrebbe fatto un gran bene a tornarsene a casa che certo non poteva esserselo solo sognato. No, No, invece No! L’indomani avrebbe avuto un giorno di riposo, avrebbe dormito sino a tardi, girando nelle ciabatte di pelo nella sua casa riscaldata, avrebbe preso il caffè godendosi la vista di Trastevere dall’alto. Gli mancavano solo poche pratiche da sbrigare, contava non suggestionarsi, magari darsi una mossa. Guardò dalla finestra ancora, prima di tornare alla sua postazione, ora non passava neanche più un bambino, ora che gli avrebbe fatto piacere vederne qualcuno, o anche una qualsiasi anima che potesse rallegrargli la vista.

Perdeva tempo; si rimise in fretta a scrivere mentre i tarli rosicchiavano il legno delle scale, facendo un rumore sinistro come di persona che scende dal ballatoio più alto. I tarli c’erano sempre stati, Gregor scherzava spesse volte con il collega, diceva che quelli erano stati creati con la biblioteca stessa, che il fondatore ce li aveva messi dentro proprio lui, come parte integrante della sua opera. Ora invece non gli veniva da scherzarci e quasi si pentiva. Avrebbe chiamato il fratello, sì, per sentirsi meno solo, e il cellulare- sul cui schermo le cifre erano ancora 9 e 45- squillò libero. Dopo un breve rumore di linea, rispose la voce rauca di Sebastiano S. che riconobbe all’istante, c’erano sotto rumori di pentole e famiglia.

“Perchè mi chiami, Gregor?” disse la voce che, nonostante la frase apparentemente brusca, suonava cordiale e allegra.

“Faccio gli straordinari, stasera.” Gregor chiuse gli occhi e immaginò il fratello nel tepore della cucina, col solito sigaro tra le labbra. Ecco, Gregor s’illudeva, gli pareva di sentirlo, odore di sigaro. Era intenso a tal punto che quasi ne vedeva la voluta grigiastra: si pizzicò il naso per cacciare via quella fantasia fastidiosa.

“Perchè non passi da noi, dopo?”

Non fece in tempo a rispondere che subito la linea cadde. C’era da aspettarselo, in quelle mura di legno non che si potesse volere nulla di diverso. Si rassegnò, posò il telefono, scrisse qualche minuto fittamente, dovette accorgersi che gli serviva un libro collocato al primo piano perché si alzo lentamente e, tenendo gli occhi bassi per una sorta di paura di vedere qualcosa- non sapeva dire che-, prese le scale. Quelle scricchiolarono, facendo lo stesso rumore dei tarli: l’aria gli parve più gelida. Gregor, Gregor, Gregor, si chiamava a fior di labbra per farsi coraggio, Gregor…

Fu al primo piano: il ballatoio permetteva il passaggio di un solo uomo, e difficilmente di un uomo della sua stazza. Passò mettendosi di lato, facendo luce col cellulare. A guardarla dall’alto, la sala al piano terra, pareva abbandonata o piuttosto con vita propria. Guardò la sua scrivania, all’angolo accanto all’ingresso, il giallo delle carte, le penne- una nera e una rossa- i trucioli di una matita persa, il computer spento. Ancora con la paura di guardare, Gregor s’affrettò a distogliere lo sguardo. Voglio andare a casa, muoviti Gregor, muoviti. Illuminò il dorso dei libri, alcuni prese a sfiorarli col dito, passò l’alfabeto in cerca della sua lettera. La ricerca gli parve interminabile ma dovette durare, in realtà, meno di un minuto. Quando finalmente trovò l’etichetta che cercava ed estrasse il libro con una soddisfazione quasi violenta, sentì un rumore di fruscio delle pagine. A questo punto lo prese un terrore sordo perché, quando avrebbe alzato lo sguardo sapeva già cosa avrebbe veduto. Gli eventi non lo disattesero: affacciandosi dal ballatoio, vide con chiarezza una figura in piedi accanto alla sua scrivania. L’uomo, di cui distingueva a malapena i contorni, sembrava portare una giacca che gli ingrandiva le spalle e gli dava una stazza rigida, e un cappello a falde impediva a Gregor di vederne il viso, semmai lo sconosciuto- a questo punto Gregor se lo chiedeva- ne avesse uno. Stava lì, e leggeva- facendoli frusciare- i documenti a cui il bibliotecario stava quella sera lavorando. La lingua gli era rimasta incollata al palato: non era umano, certo, quello che vedeva, l’avrebbe sentito entrare. Sbatté le palpebre: il losco era scomparso, come non ci fosse mai stato.

Ora vado, vado via, planava dalle scale e così borbottava, posto maledetto! Avrebbe dato la propria lettere di licenziamento subito, l’indomani, e care cose! Buona notte ai suonatori! Col cuore in folle, lanciò il libro in terra che, vecchio com’era, sparse le proprie pagine ingiallite, s’infilo il cappello, la sciarpa, si tolse gli occhiali, quando una voce lo chiamò. Sì, lo chiamò, disse proprio: Gregor.

Bastò quello a fermare la sua corsa folle: voltandosi vide l’uomo della giacca e, vedendolo il viso, gli parve di riconoscere il fondatore della libreria. Impossibile sbagliarsi, era appeso in tremila quadri sparsi nei corridoi e in quella stessa sala c’erano almeno due targhe in sua memoria.

“Non è questo l’atteggiamento che si aspetta da un bibliotecario.” diceva.

A Gregor allora il terrore squagliò la mente; al mattino, lo svegliò Filomena con un caffè annacquato in un bicchierino in plastica. “Ha dormito qui, alla fine?”

Serena Garofalo

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