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Roma Jazz Festival: il jazz suona nella Capitale

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Dall’1° novembre all’1° dicembre il Jazz torna all’Auditorium Parco della Musica e nei club della Capitale.

Icone della storia del jazz come Archie Shepp, Abdullah Ibrahim, Dave Holland, Ralph Towner e Gary Bartz ma anche i più interessanti esponenti della nuova scena come Kokoroko,  Moonlight Benjamin, Donny McCaslin, Maisha e Cory Wong, in grado di far scoprire il jazz alle generazioni più giovani. Le grandi protagoniste femminili come Dianne Reeves e Carmen Souza al fianco dei talenti più recenti come Linda May Han Oh, Elina Duni e Federica Michisanti. Le esplorazioni mediterranee e asiatiche dei Radiodervish, Tigran Hamasyan e dell’ensemble Mare Nostrum con Paolo Fresu, Richard Galliano e Jan Lundgren da un lato e le contaminazioni linguistiche di Luigi Cinque con l’Hypertext O’rchestra dall’altro. Il batterista anti-Trump Antonio Sanchez e il suo jazz ai tempi del sovranismo e la nostalgia migrante raccontata in musica dalla Big Fat Orchestra. Il tributo a Leonard Bernstein di Gabriele Coen e ilpantheon jazz evocato da Roberto Ottaviano.

Sono i protagonisti della 43° edizione del Roma Jazz Festival che dal 1° novembre al 1° dicembre 2019 animerà la Capitale con 21 concerti fra l’Auditorium Parco della Musica, la Casa del Jazz, il Monk e l’Alcazar. Il Roma Jazz Festival 2019 è realizzato con il contributo del MIBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed è prodotto da IMF Foundation in co-realizzazione con Fondazione Musica per Roma.

No borders. Migration and integration è l’attualissimo titolo di questa edizione. Un programma pensato per indagare come oggi la musica jazz, nelle sue ampie articolazioni geografiche e stilistiche, rifletta una irresistibile spinta a combattere vecchie e nuove forme di esclusione.

Nato come risultato e reazione di fenomeni drammatici, come la tratta degli schiavi africani nelle Americhe e le conseguenti discriminazioni razziali, il jazz è un linguaggio universale, uno straordinario serbatoio di risposte creative alle domande e alle tensioni continuamente suscitate da tematiche come confini, migrazioni e integrazione, la cui sempre crescente presenza nel dibattito pubblico ci obbliga a riflettere e a prendere posizione.

Fra l’affermazione di una nuova generazione di musiciste che rompono le discriminazioni di genere, le sperimentazioni di inedite ibridazioni dei linguaggi e la riflessione sul dramma delle nuove migrazioni, il messaggio del Roma Jazz Festival 2019 è che possiamo comprendere il concetto di confine solo se accettiamo anche la necessità del suo attraversamento.

In linea con il tema, e a completare il programma del festival, l’artista Alfredo Pirri realizzerà un’installazione visitabile dal 1° al 30 novembre che, oltrettutto, ha ispirato il visual del RJF2019. Una struttura dal telaio in ferro e pannelli colorati di plexiglass che dividerà in due la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, epifania del concetto di muro e di confine ma dal senso ribaltato: l’opera di Pirri sarà una barriera luminosa e trasparente, continuamente attraversabile dal pubblico, trasformando il concetto di muro nell’evocazione poetica di un rito di passaggio. Durante il corso del festival, l’installazione sarà elemento attivo di una serie di eventi musicali che la trasformeranno in una vera e propria cassa di risonanza.

L’opera rientra nel ciclo Compagni e Angeli (parole tratte da un brano dei Radiodervish – gruppo che aprirà il festival – ispirato a una lettera di Antonio Gramsci) che il celebre artista cosentino ha realizzato per Roma, Turi (Bari) e Tirana in Albania nell’ambito di un programma di cooperazione trilaterale fra Italia, Albania e Montenegro.

Di seguito il programma completo del Roma Jazz Festival 2019.

1° NOVEMBRE

RADIODERVISH

Auditorium Parco della Musica
Sala Sinopoli: ore 21:00
Biglietto – Platea € 22.00 – Galleria € 17.50; + diritto di prevendita

Nabil Salameh voce, buzuki, percussioni; Michele Lobaccaro chitarra, basso, cori; Alessandro Pipino tastiere, fisarmonica, cori; Adolfo La Volpe, chitarre, oud; Pippo D’Ambrosio, batteria, percussioni.

KOKOROKO

Monk – ore 21:30
Biglietto – € 18 + diritto di prevendita

Sheila Maurice-Grey (Bandleader), tromba; Cassie Kinoshi, sax; Richie Seivwright, Trom- bone; Mutale Chashi, basso; Oscar Jerome, chitarra; Yohan Kebede, tastiere; Onome Ighamre, percussioni; Ayo Salawu, batteria.

2 NOVEMBRE

DIANNE REEVES

Auditorium Parco della Musica
Sala Sinopoli: ore 21:00
Biglietto – Platea € 28 – Galleria € 24,50; + diritto di prevendita

Dianne Reeves, voce; Peter Martin, piano; Romero Lubambo, chitarra; Reginald Veal, contrabasso; Terreon Gully, batteria.

4 NOVEMBRE

ANTONIO SÁNCHEZ & MIGRATION

Auditorium Parco della Musica
Sala Petrassi: ore 21:00
Biglietto – Posto unico € 22.00 + diritto di prevendita

Antonio Sanchez, batteria; Thana Alexa, voce; David «Chase» Baird, sax tenore ed EWI; John Escreet, tastiere; Orlando Le Fleming, contrabbasso e basso elettrico.

5 NOVEMBRE

LINDA MAY HAN OH QUARTET – AVENTURINE feat. QUARTETTO ARTEMISIA

Auditorium Parco della Musica
Sala Petrassi: ore 21:00
Biglietto – Posto unico € 17.50 + diritto di prevendita

Linda May Oh, contrabbasso; Greg Ward, sax; Matthew Stevens, chitarra; Rudy Royston, batteria – Quartetto Artemisia: Vanessa Cremachi, violino; Plamena Krumova, violino; Roberta Palmigiani, viola; Giovanna Famulari, violoncello.

6 NOVEMBRE

DAVE HOLLAND CROSS CURRENTS TRIO

Auditorium Parco della Musica
Sala Petrassi: ore 21:00
Biglietto – Platea 26.50 – Galleria € 22.00; + diritto di prevendita

Dave Holland, contrabbasso; Zakir Hussain, tablas; Chris Potter, sax, clarinetto.

9 NOVEMBRE

BIG FAT ORCHESTRA – JOURNEY SUITE

Casa del Jazz – ore 21:00
Biglietto – Posto unico € 13.50 + diritto di prevendita

Special guest Ismaele Mbaye, percussioni e voce.

Trombe: Sergio Vitale, Antonio Padovano, Paolo Federici; Tromboni: Palmiro del Brocco, Loredana Marcone; Sassofoni: Gabriele Colarossi, Giorgio Guarini, Matteo Vumbaca, Ste- fano Angeloni, Adriano Piva; Chitarra: Francesco Sacchetti; Contrabbasso: Marco Piersanti; Batteria: Armin Siros; Voci: Linda Longo, Milena Cordeschi, Fabio Poli, Francesco Sofia.

11 NOVEMBRE

ARCHIE SHEPP QUARTET

Auditorium Parco della Musica
Sala Sinopoli: ore 21:00
Biglietto – Platea € 28 – Galleria € 24,50; + diritto di prevendita

Archie Shepp, sax; Carl Henri Morisset, piano; Matyas Szandai, contrabbasso; Steve Mc- Craven, batteria.

13 NOVEMBRE

TIGRAN HAMASYAN

Auditorium Parco della Musica
Sala Borgna: ore 21:00
Biglietto – Posto unico € 22.00 + diritto di prevendita

Tigran Hamasyan, pianoforte.

14 NOVEMBRE

DAYRAMIR GONZALEZ  -“THE GRAND CONCOURSE”

Auditorium Parco della Musica
Sala Borgna: ore 21:00
Biglietto – Posto unico € 17.50 + diritto di prevendita

Dayramir González, piano; Dean Torrey, basso; Juan Chiavassa, batteria; Arturo Stable, congas.

CORY WONG

Monk – ore 21:30
Biglietto – € 18 + diritto di prevendita

Cory Wong, chitarra, voce; Ryan Butler, basso; Kevin Gastonguay, tastiere; Petar Janjic, batteria; Phoebe Katis, voce.

15 NOVEMBRE

DONNY McCASLIN

Alcazr – ore 22:00
Biglietto – € 20

Donny McCaslin, sax tenore; Jason Lindner, tastiere; Jeffrey Taylor, chitarra, voce; Timothy Lefebvre, basso; Zach Danziger, batteria.

16 NOVEMBRE

ELINA DUNI

Casa del Jazz – ore 21:00
Biglietto – Posto unico € 17.50 + diritto di prevendita

Elina Duni, voce, pianoforte e chitarra.

17 NOVEMBRE

ABDULLAH IBRAHIM

Auditorium Parco della Musica
Sala Sinopoli: ore 21:00
Biglietto – Platea € 28 – Galleria € 24,50; + diritto di prevendita

Abdullah Ibrahim, pianoforte.

18 NOVEMBRE

RALPH TOWNER

Auditorium Parco della Musica
Sala Borgna: ore 21:00
Biglietto – Posto unico € 22.00 + diritto di prevendita

Ralph Towner, chitarra.

21 NOVEMBRE

MOONLIGHT BENJAMIN

Alcazr – ore 22:00
Biglietto: € 15

Moonlight Benjamin, voce; Matthis Pascaud, chitarra; Matthieu Vial-Collet, chitarra; Quentin Rochas, basso; Bertrand Noël, batteria.

22 NOVEMBRE

GARY BARTZ/MAISHA

Monk – ore 21:30
Biglietto – € 18 + diritto di prevendita

23 NOVEMBRE

FEDERICA MICHISANTI HORN TRIO

Casa del Jazz – ore 21:00
Biglietto – Posto unico € 13.50 + diritto di prevendita

Federica Michisanti, contrabbasso; Francesco Bigoni, sax tenore, clarinetto; Francesco Lento, tromba.

27 NOVEMBRE

GABRIELE COEN – LEONARD BERNSTEIN TRIBUTE

Auditorium Parco della Musica
Sala Borgna – ore 21:00
Biglietto – Posto unico € 16.00 + diritto di prevendita

Gabriele Coen, sax, clarinetto; Benny Penazzi, violoncello; Alessandro Gwis, pianoforte; Danilo Gallo, contrabbasso; Zeno De Rossi, batteria.

28 NOVEMBRE

LUIGI CINQUE & HYPERTEXT O’RCHESTRA

Auditorium Parco della Musica
Sala Borgna: ore 21:00
Biglietto – Posto unico € 16.00 + diritto di prevendita

29 NOVEMBRE

CARMEN SOUZA “THE SILVER MESSENGERS”

Auditorium Parco della Musica
Sala Borgna: ore 21:00
Biglietto – Posto unico € 22.00 + diritto di prevendita

Carmen Souza, voce, chitarra; Ben Burrel, pianoforte; Theo Pascal, contrabbasso, basso; Elias Kacomanolis, batteria.

30 NOVEMBRE

ROBERTO OTTAVIANO “ETERNAL LOVE”

Auditorium Parco della Musica
Sala Borgna: ore 21:00
Biglietto – Posto unico € 16.00 + diritto di prevendita

Roberto Ottaviano, sax; Marco Colonna, clarinetti; Alexander Hawkins, piano; Giovanni Maier, basso; Zeno De Rossi, batteria.

1° DICEMBRE

MARE NOSTRUM

Auditorium Parco della Musica
Sala Sinopoli: ore 21:00
Biglietto – Platea € 28 – Galleria € 24,50; + diritto di prevendita

Paolo Fresu, tromba, flicorno, effetti; Richard Galliano, fisarmonica, accordina; Jan Lundgren, pianoforte.

Prevendite

Straordinaria la programmazione della rassegna “Flautissimo 2019”

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Il 2 novembre a Roma al Teatro Palladium, prende il via la ventunesima edizione di Flautissimo, manifestazione che affonda le sue radici nella musica classica ma si contamina con i linguaggi contemporanei.

Così oggi Flautissimo è anche jazz, teatro, performance e altro, navigando i contenuti della cultura odierna alla ricerca di spunti attuali e condivisioni.

Nell’edizione 2019 dal titolo Verso Sud  l’attenzione è rivolta ai luoghi dell’anima di culture lontane perchè condivive la sensibilità verso l’essenza profonda del sentimento.

Quest’anno inverte la rotta poichè torna verso il Sud, verso il baricentro, gli abissi, l’origine della terra; si va verso quei luoghi che oggi più che mai lasciamo inesplorati o desolati.

La programmazione si svolge  al Palladium e al Teatro Vascello; coltiva l’ambizione di Flautissimo di riunire idee e suggestioni sulla società odierna perchè ricerca la bellezza dello spettacolo dal vivo in tutte le sue declinazioni.

Si inizia il 2 e il 3 novembre al Palladium con due intense giornate  dedicate interamente alla musica classica con i più grandi flautisti al mondo.

Parliamo di nomi come: Emmanuel Pahud, Silvia Careddu, Philippe Bernold, Jacques Zoon, Mario Caroli, Juliette Hurel, Riccardo Ghiani, Andrea Oliva, Joséphine Olech, Adriana Ferreira, Francisco López, Gareth McLearnon e Andrea Manco. 

Sarà presente una sezione espositiva che comprende le migliori pubblicazioni dell’editoria musicale e i più apprezzati costruttori di flauti  con i loro strumenti.

Appuntamento immancabile le Masterclass per il Festival Flautissimo; un’opportunità  per dieci giovani flautisti  di fare lezioni individuali con una platea di quattrocento musicisti, guidati dai più grandi maestri a livello mondiale.

Quest’anno, le lezioni sono tenute da maestri come Caroli, Ghiani, Manco, Oliva e Bernold. A completare il programma, una masterclass collettiva tenuta dal maestro McLearnon, Il flauto per tutti.

Seguirà la presentazione di Mozart & Rock di  Rien De Reed, pubblicazione sul suo metodo per iniziare a suonare il flauto pubblicato dalle edizioni Riverberi Sonori.

Le rappresentazioni teatrali inizieranno il 6 novembre al Teatro Vascello con Le illusioni perdute di e con Giancarlo De Cataldo con musiche eseguite dal vivo da Rita Marcotulli.

 

Si prosegue il 16 novembre con Il resto della settimana di Maurizio De Giovanni con Peppe Servillo in scena con la doppia veste di attore e cantante, e le musiche eseguite dal vivo da Natalio Mangalavite.

Il 17 novembre alle ore 17.00 ci sarà  Francesco Piccolo con L’animale che mi porto dentro e il 20 novembre sarà la volta di Francesca Pica con Mare.

Sarà la volta della musica il 4 novembre alle ore 18.00 con il concerto degli Avion Travel che tornano con Privé, un disco e un concerto fedele allo spirito di produzione indipendente.

Continueremo il 7 dicembre alle ore 21 e l’8 dicembre alle ore 18 al Palladium con una nuova versione di Doc-donne di origine controllata di e con Francesca Reggiani.

Grande chiusura l’11 dicembre al Palladium con  Sulle vie del tango (il sogno di Borges) con Massimo Popolizio e Javier Girotto.

Flautissimo 2019 è una produzione Accademia Italiana del Flauto, in collaborazione con Fondazione Roma Tre Teatro Palladium e La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello e con il sostegno della Regione Lazio.

Sicuramente una programmazione di assoluto livello che noi di Culturamente seguiremo con grande interesse e partecipazione.

Antonella Rizzo

Kieslowski e “La doppia vita di Veronica”: corrispondenze esistenziali

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Simbolico e ammaliante, La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieslowski mette in scena uno sdoppiamento che si fa paranoia.

Titolo originale: La Double Vie de Véronique
Regista: Krzysztof Kieslowski
Sceneggiatura: Krzysztof Kieślowski, Krzysztof Piesiewicz
Cast principale: Irène Jacob, Halina Gryglaszewska, Aleksander Bardini, Claude Duneton, Władysław Kowalski, Philippe Volter 

Già presente in nuce, come un annuncio soffuso, nelle pieghe secondarie del Decalogo 9, La doppia vita di Veronica appare una pellicola di raccordo nella filmografia di Kieslowski, quasi un tentativo di ripresa e ampliamento di temi già dati ma potenzialmente infiniti. Non c’è sorpresa nella macchina narrativa che il regista mette in moto e la freddezza, a tratti persino disturbante, di un narrare impastato di inquietudine, riflette perfettamente ciò che gli spettatori chiedono alla sua opera.

Tra tematiche e simboli

La perturbazione dell’orizzonte d’attesa alberga semmai, nel cinema di Kieslowski, all’interno del singolo film come microcosmo finzionale. Se concepita in tal senso, La doppia vita di Veronica è un lavoro perfettamente “chiuso”, segnato da un’ammaliante tensione emotiva che conduce al turbamento analitico ben prima della fine. Tuttavia, sottratta al suo isolamento, la pellicola appare piuttosto l’anello di una catena di corrispondenze tematico-stilistiche, tutte funzionali allo scavo interiore e alla riflessione (para)psicologica.

Il doppio

La vicenda, di per sé scarna, è quella di una donna sdoppiata, pericolosamente in bilico tra disturbo dissociativo e vera e propria reincarnazione. Non c’è, difatti, un confine netto nell’opera Kieslowski, ogni stato appare definito eppure sfuggente sicché è impossibile sceverare il vero dal falso, la realtà dalla sua proiezione. Weronika (Irène Jacob) è una cantante polacca con una malformazione congenita al cuore. La sua storia si consuma nello spazio simbolico di un concerto nefasto, quasi un rito funebre preconizzato dai colori cupi e dalla musica di Zbigniew Preisner, lugubre accompagnamento alla morte per infarto. Dall’altra parte, a chilometri di distanza, c’è Veronique (ancora Jacob), anche lei cantante e inconsapevole “ritrattista” della sua gemella, incontrata per caso durante una manifestazione a Varsavia.

kieslowskiDettagli rivelatori

La sua fotografia, triste relitto di una memoria confusa, diviene per la giovane il filtro mediante cui osservare le proprie inquietudini. Come uno specchio imperfetto, l’istantanea restituisce un riflesso che è insieme indagine e avvertimento. Conoscere i dettagli di un destino già dato può forse salvare una vita segnata? Gli interrogativi e l’angoscia di Veronique sono restituiti da Kieslowski mediante la solita, raffinata, inquadratura in dettaglio, capace di cogliere lacrime, rughe, mani che si torcono.

Oltre la superficie

L’operazione di scavo che egli mette in campo non si limita, come sempre, a una superficiale eppur corretta indagine del pensiero. Il movimento della camera fissa dettagli che vanno oltre la rappresentazione, quasi volessero assurgere a simboli di una condizione profonda. La stessa attenzione maniacale rivolta agli attori – cercati, provinati e tormentati – rivela il vizio kieslowskiano di “chiedere di più” al personaggio e alla storia. La naturalezza di Irène Jacob, notata da Kieslowski sin da Arrivederci ragazzi di Louis Malle [1], risponde con perfezione al compito di rimando ad un piano altro, fatto di sentimenti e pensieri che precedono l’istante fissato.

Soggettive rovesciate 

Se ciò che un attore può offrire, al di sopra di tutto, «è la propria vita» [2], essa non può che assurgere a rappresentazione universale, strappando il velo della maschera che separa ruolo e persona. Non è casuale la scelta di introdurre due marionette in una delle scene più intense del film; come Weronica e Veronique, i fantocci a loro (o meglio, a lei) ispirati sono posizionati uno dritto in piedi e l’altro disteso e immobile. Mentre le soggettive rovesciate si alternano ai primi piani, la crescente tensione che corrode Veronica irrompe sullo schermo con un messaggio potente.

Comunicare l’invisibile

La comunicazione – se così possiamo chiamarla – viaggia attraverso codici che non sempre costituiscono un piano sistema di segni. Oltre la parola c’è la sensazione, oltre il vedere il sentire. Di questo intende parlare Kieslowski , pur costeggiando territori più impervi che sfiorano la vita dopo la morte e l’ambigua parapsicologia. Lo scandaglio dell’animo umano richiede una sensibilità speciale per poter essere portato a termine. Veronica non è che il gradino intermedio di un’indagine più ampia. Per scoprire i colori della quale occorrerà immergersi in un altro, seducente spettacolo.

kieslowski

Tre motivi per vedere il film:

L’attenzione ai dettagli, mai così viva.
Irène Jacob, splendida interprete.
L’ambiguità di Philippe Volter

Quando vedere il film:

Dopo aver visto Decalogo, prima di Tre colori.

Note

[1] M. Lastrucci, Ciak, 3, marzo 1991.

[2] Ibidem.

Ginevra AmadioLe immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Vi siete persi l’ultimo cineforum?

“Scene da un matrimonio” e dalla vita

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In scena al teatro Eliseo fino al 17 novembre Scene da un matrimonio tratto dal famoso film di Bergman

Il matrimonio è da sempre una delle conquiste sociali a cui la maggior parte della popolazione aspira. Cresciamo con l’idea che un giorno ci sposeremo, imitando così quanto fatto dai nostri genitori e da molti altri nostri parenti o amici. Tutti sogniamo di incontrare l’anima gemella e tutti (ognuno con tempi e modalità diverse) ci siamo immaginati con l’anello al dito.

Il matrimonio è la conclusione di molte storie a lieto fine (no, non solo delle favole). Che siano raccontate in un libro, in un film o in una serie tv poco importa. Ma per ogni happy ending che prevede un “sì, lo voglio”, c’è l’incipit di un nuovo racconto in cui il matrimonio è solo il punto di inizio. Un inizio non di certo felice, che in molti casi porta a un finale altrettanto drammatico.

Esemplificativo in questo senso è Scene da un matrimonio.

Prima serie tv, poi film di grande successo, Scene da un matrimonio è uno dei lavori del regista svedese Ingmar Bergman. Proprio come un grande classico, oggi torna a far parlare di sé grazie alla trasposizione teatrale realizzata dal regista Andrei Konchalovsky per lo Stabile di Napoli. Lo spettacolo va in scena in questi giorni al Teatro Eliseo di Roma e vi rimarrà fino al 17 novembre.

Federico Vanni e Julia Vysotskaya danno corpo e voce a Giovanni e Milenka, due coniugi della Roma degli anni Sessanta apparentemente felici nella loro routine fatta di lavoro, pranzi dalla suocera e uscite culturali. Ma l’equilibrio della coppia verrà messo in crisi dalla decisione dell’uomo di lasciare la moglie per una ragazza più giovane. Inizia allora una lunga sequenza di episodi che sembrano mettere in chiaro quanto lasciare andare un/a compagno/a sia un processo lungo, doloroso e dai risvolti imprevedibili.

Perché il matrimonio non è solo un’unione civile. È un legame tra esseri umani che si trovano e si scelgono per tutta una serie di motivazioni in cui il sentimento amoroso entra fino a un certo punto.

La storia si divide in capitoli che vengono di volta in volta annunciati dagli attori.

È una chiara citazione del film, anche se la versione teatrale ha perso le due scene iniziali della pellicola del regista svedese. Quelle dove la coppia viene mostrata innamorata e affiatata, tanto da rendere ancora più sorprendente il tradimento di lui.

Sono scene che saltano anche di parecchi anni e che ci permettono di vedere uno sviluppo realistico della storia d’amore raccontata. E il realismo è ciò che emerge in maniera preponderante dalla visione dello spettacolo. Non si fa fatica a credere alla verosimiglianza del rapporto tra i due, nonostante tutte le incoerenze e le apparenti contraddizioni. Né la storia ci suona come lontana nel tempo. No: Scene da un matrimonio potrebbe tranquillamente essere ambientato anche ai giorni nostri, in Italia o in Svezia, non farebbe differenza.

Lo spaccato sociale non è poi così tanto cambiato. Questo perché è la natura umana a non essersi mutata. Non importa quanti passi avanti si fanno dal punto di vista tecnologico, culturale, politico, sociale. Le nostre sfumature emotive rimangono sempre quelle.

Ci leghiamo ad altri esseri umani, vorremmo che fosse per sempre, ma non consideriamo ciò che può succederci nell’arco di una vita.

Tendiamo a trascurare la nostra interiorità. Non dedichiamo abbastanza tempo a osservare chi siamo, cosa vogliamo, cosa stiamo facendo, cosa proviamo. Agiamo sulla base di stimoli e di emozioni che non comprendiamo e su cui non ci interroghiamo abbastanza. Tanto la responsabilità può sempre essere addossata all’altro.

Affinché una relazione funzioni (e questo vale non solo per i rapporti di coppia!), c’è un gran bisogno di conoscersi e di capirsi. Quando ciò non avviene, possono accadere tante cose. Alcune le vediamo rappresentate da Giovanni e Milenka.

Un aspetto molto interessante di questa storia è il modo in cui racconta il maschile e il femminile.

I due protagonisti rappresentano in maniera molto tradizionale l’uomo e la donna in coppia. Lui è il maschio alfa, un femminista di forma, ma non di sostanza. Tradisce perché non si sente abbastanza apprezzato, ma che non riesce a lasciar andare la donna che ha sposato. Geloso delle nuove relazioni della moglie, ha bisogno di essere accudito.

Lei è la donna accogliente e in un primo momento dipendente dall’uomo e dalla relazione. Acquistando consapevolezza della propria voce e della propria persona, cercherà di separarsi dal marito in maniera molto più vera rispetto a lui.

scene da un matrimonio
In scena Federico Vanni e Julia Vysotskaya nei panni di Giovanni e Milenka. Foto di Marco Ghidelli

Lo spettacolo Scene da un matrimonio è lungo ma scivola via velocemente.

Merito della bravura dei due attori che riescono a far seguire il dialogo continuo che, pur non mancando di parti riflessive, è assolutamente godibile. L’attenzione dello spettatore non cala, ma è sempre mantenuta viva anche grazie a un uso sapiente delle luci che creano un’atmosfera suggestiva e coinvolgente.

La scenografia è ricca e allo stesso tempo essenziale. Il salotto della casa dei coniugi, visibile appena si entra in teatro, sembra richiamare i drammi borghesi tanto cari a Pirandello e al teatro del secolo scorso. D’altra parte, la tematica è simile.

Non è la prima volta che un’opera cinematografica arriva in teatro. E non è la prima volta che l’Eliseo sceglie uno spettacolo tratto da un film.

È interessante vedere come una storia che funziona prenda vita tramite linguaggi artistici diversi. E se qualcuno potrebbe parlare di scarsa originalità, io preferirei vederla come un modo per mantenere in vita opere che dicono qualcosa di importante su noi esseri umani e che meritano di arrivare a un numero sempre maggiore di spettatori.

Federica Crisci

La nuova Woody Allen Collection arriva in dvd

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La nuova Woody Allen Collection arriva in dvd in tutti i negozi specializzati dal 14 novembre.

Il tempismo è a dir poco perfetto. Si avvicinano le feste natalizie, e questo è indubbiamente un regalo ideale per ogni fan del regista newyorkese (o cinefilo in generale, naturalmente). E, soprattutto, arriva alla vigilia dell’uscita del nuovo film di Allen nelle sale italiane, quell’atteso Un Giorno di Pioggia a New York fissato per il 28 novembre.

Per prepararsi a questo nuovo lavoro, è giusto rivisitare i suoi film più recenti con questa bellissima nuova collection.  Il cofanetto prevede i seguenti titoli:

  • Blue Jasmine – film drammatico con Cate Blanchett (premiata per la sua interpretazione con un Oscar, un Golden Globe e un BAFTA)
  • Magic in The Moonlight – commedia romantica con Colin Firth e Emma Stone
  • Cafè Society – film ambientato negli anni ’30 con Jesse Eisenberg, Kristen Stewart e Steve Carell
  • Irrational Man – commedia a tinte gialle con Emma Stone e Joaquin Phoenix

Tutti i titoli, ovviamente, sono correlati da interessanti contenuti extra, tra cui trailer, interviste e le apparizioni dei cast sui vari red carpet. Non è la prima collection del regista rilasciata in formato cofanetto dvd, e ciò è perfetto come tassello per completare la filmografia per chi ha già i precedenti capitoli.

E non possiamo che davvero consigliare questo acquisto. La collection, e ringraziato la Warner Bros Pictures Italia per averci gentilmente fornito una copia, è imperdibile per ogni amante dell’esilarante e nevrotico genio di Woody Allen.

La Guerritore con “L’anima buona di Sezuan” omaggia Strehler

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Monica Guerritore ha appena tributato al Teatro Quirino il suo omaggio a Strehler che nel 1981 metteva in scena questa versione de L’anima buona di Sezuan del grande Bertolt Brecht.

La Guerritore, regista e interprete del grande lavoro del drammaturgo tedesco, dice del suo ultimo lavoro: “Mettere in scena la meravigliosa parabola di Brecht risponde alla missione civile e politica del mio mestiere. Teatro civile, politico, di poesia”

E l’emozione che si prova dopo aver assistito allo spettacolo è proprio la consapevolezza della propria condizione umana, tragica nella mancata corrispondenza tra senso morale e riconoscimento sociale.

Perchè la parabola che la Guerritore interpreta nello splendore della sua maturità umana e artistica appartiene ad ognuno di noi e provoca quel languore esistenziale che dovrebbe avere la funzione etica del riconoscimento di sentimenti come l’empatia, la solidarietà, la giustizia.

La storia si svolge nella capitale della provincia cinese del Sezuan dove giungono tre dèi alla ricerca di qualche anima buona e ne trovano solo una nella prostituta Shen Te, che accorda loro ricovero per la notte.

Guerritore
Foto di Luigi Cerati

Il compenso per tale atto di bontà è una tonda sommetta, mille dollari d’argento, ossia, per Shen Te, la possibilità di vivere bene.  Ma il compenso è accompagnato dal comandamento di continuare a praticare la bontà.

La povera Shen Te apre una tabaccheria e si trova subito addosso uno sciame di parassiti, falsi e veri parenti bisognosi, esigenti fino alla ferocia, da cui Shen Te è costretta a difendersi; per farlo, una notte, si traveste da cugino cattivo e spietato con tutti.

Iniziano così una serie di colpi di scena tra i quali l’Amore, sentimento ingrato e redentore allo stesso tempo.

Nell’Anima buona di Shen Te risiede la fatica e il disincanto di resistere alla durezza del destino che condanna i poveri a distruggersi tra simili e ad annullare persino le caratteristiche di umanità.

Sono tempi duri ed attuali quelli che che vengono narrati da Monica guerritore nello stile del suo Maestro. L’architettura delle luci di Pietro Sperduti è notevole così come le scene di Luciano Damiani.

Come unico appunto, avrei preferito una parte finale più essenziale e minimalista nella struttura e nella scenografia ma la grande statura della protagonista ha reso il contorno, anche se a tratti enfatico, poco rilevante sul piano dell’efficacia.

I personaggi e interpreti (in ordine alfabetico) sono Matteo Cirillo, Alessandro Di Somma, Vincenzo Gambino, Nicolò Giacalone, Francesco Godina, Diego Migeni e Lucilla Mininno.

Uno spettacolo che segna la nuova giovinezza di Monica Guerritore.

Antonella Rizzo

Le Mans ’66 La Grande Sfida, cinema classico a settemila giri

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La storia di Le Mans ’66 La Grande Sfida, come si evince dal titolo italiano, è ambientata negli anni ’60. Ma, a dir la verità, il film stesso sembra uscire da quel decennio. Probabilmente, all’epoca, sarebbe stato il prodotto perfetto per regalare l’ennesimo ruolo iconico a Steve McQueen. Nella sua struttura, nella sua idea, nel suo sviluppo, il film appartiene ad un modo di raccontare storie e personaggi che più classico non si può.

Tutto ciò non è necessariamente un male, soprattutto per merito del talento eclettico di James Mangold. Per il regista, classico è prima di tutto un certo amore per i personaggi, per le loro battaglie contro gli ostacoli della vita, e un modo armonioso di accompagnare le emozioni degli spettatori. Moderno, però, è il talento col quale riesce comunque a inserire temi caldi della sua poetica nei meandri di una narrazione biografica che scorre lineare.

Mangold, come già aveva fatto con Logan, riesce a inquadrare generi diversi negli stilemi del western, il genere americano che più classico non si può. Qui abbiamo uomini che pilotano auto da corsa, ma somigliano tanto a uomini soli su cavalli che vanno contro il destino dell’ignoto della frontiera americana. E quindi, se proprio deve fare un cinema classico, Mangold lo esplora creando un filo comune tra western e genere di film sportivi. Altro genere classico infallibile.

Vi sfido, dopotutto, a trovare un film sportivo che non funzioni.

A prescindere dalla qualità, le storie sportive al cinema riescono sempre e comunque ad appassionare lo spettatore, a creare un vero tifo per la storia raccontata, o per un personaggio, a provocare ispirazione e desiderio di rivalsa. Come se noi trasmettessimo il nostro bisogno di vittoria nella vita al film che vediamo.

Fortunatamente, in Le Mans ’66 La Grande Sfida c’è anche tanta, tanta qualità. C’è il vero cinema, che riesce a non annoiare mai pur in 152 minuti pieni di durata. C’è la bravura degli interpreti che giocano col carisma, a cominciare da Matt Damon. Poi c’è Christian Bale che supera anche la sola presenza scenica, e riesce a creare l’ennesimo personaggio indimenticabile della sua incredibile carriera: testardo e senza peli sulla lingua, volitivo e tremendamente appassionato, il suo Ken Miles abbina al talento da pilota un’umanità ricolma di pregi e difetti che lo caratterizzano a tutto tondo.

La storia sportiva, come sempre, è metafora di tanto altro. E con una prestigiosa corsa automobilistica del lontano 1966, Mangold racconta il sempiterno contrasto tra forma e sostanza, tra il genio del talento puro, che non si piega a compromessi, e la meccanicità delle leggi industriali e di marketing. E racconta, soprattutto, il bisogno impellente di affermazione personale, la rincorsa verso quella vittoria sportiva che è, essenzialmente, il dimostrare di valere qualcosa, il sapere che si ha un posto nel mondo, che i sacrifici della vita hanno uno scopo.

Si va al cinema e si vedono film per tanti motivi diversi. Uno di questi rimarrà sempre quello di continuare a vedere film sportivi così ben fatti.

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Emanuele D’Aniello

Da The Royals a The Crown: le serie tv sulla monarchia inglese

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Serie tv storiche e monarchia inglese: un connubio vincente

Le serie tv storiche o in costume sono un genere in gran voga negli ultimi anni e la storia della monarchia britannica è stata scelta molto spesso come base di partenza per sviluppare serie di successo.

Ne è un esempio calzante la grande attesa per la terza stagione di The Crown, in arrivo il prossimo 17 novembre su Netflix.

https://www.youtube.com/watch?v=vLXYfgpqb8A

La lunga storia della monarchia inglese è da sempre al centro dell’interesse di molti. Tradizione e glamour hanno reso l’attuale famiglia reale il centro del gossip e dell’attenzione mondiale e la curiosità sulle vicende di corte è cresciuta a dismisura.

Allora perché non colmare questa sete di sapere guardando le migliori serie tv dedicate alla storia della monarchia inglese?

Ecco alcune delle nostre serie tv storiche preferite.

The Crown: il lato inedito della regina Elisabetta II

La serie tv che ripercorre la storia della regina Elisabetta II è un must have per gli appassionati del genere. La terza stagione della serie sarà disponibile su Netflix dal prossimo novembre, per cui siete ancora in tempo per una mega maratona delle prime due stagioni.

Oltre ad un cast stellare da far invidia ai grandi film hollywoodiani, a mio parere ciò che ha reso la serie un vero capolavoro è lo stile narrativo utilizzato. A grandi linee tutti conosciamo le vicende che hanno caratterizzato i 67 anni di regno della regina Elisabetta II, ma The Crown ci permette di conoscere la vicenda da un punto di vista privilegiato. I personaggi vengono esplorati a 360 gradi, vengono messe in luce tutte le debolezze e le insicurezze che li caratterizzano e che rendono umani i sovrani, senza renderli mai banali.

Una serie assolutamente consigliata!

Reign: lo scontro tra Mary Stuart e Elizabeth I

Facciamo un salto indietro nel tempo fino a giungere al 1500 quando a contendersi il trono inglese erano due delle regine che hanno fatto la storia dell’Inghilterra.

Da un lato Mary Stuart, regina di Scozia dalla nascita, cristiana, ultima erede degli Stuart, regina consorte di Francia. Dall’altra parte Elizabeth, la regina vergine, figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, protestante, legittima erede del trono inglese dopo la morte della sorellastra Maria I la Sanguinaria.

Reign sviluppa parallelamente le storie di queste due cugine, due sovrane che hanno letteralmente dato la vita per il loro regno.

Ammetto che la serie è parecchio romanzata e questo potrebbe infastidire qualcuno. A mio avviso però questa scelta permette allo spettatore di affezionarsi con molta facilità ai personaggi. Nota di merito per i costumi: non propriamente storici ma così glamour da rendere la corte quasi una passerella di una sfilata di alta moda.

The Royals: opulenza ed eccesso a corte

Cambiando completamente genere, The Royals è la serie tv che porta all’estremo la vita di corte nella Londra contemporanea. In questa serie, una fittizia famiglia reale britannica vive gli agi di corte nella sregolatezza e nell’eccesso.

Abiti appariscenti, droghe e feste mondane: un’eccentrica famiglia reale che vive un delicato equilibrio tra realtà e apparenza.

Victoria: una piccola grande regina

È Jenna Coleman, nota per il suo ruolo in Doctor Who, a vestire i panni della Regina Victoria nell’omonima serie tv.

La narrazione prende il via con la sua ascesa al trono, quando a soli diciotto anni la giovane Victoria diviene Regina d’Inghilterra.

La serie ripercorre tutti i momenti salienti del lungo trono della regina. La vita a corte, l’intima amicizia con il primo ministro Lord Melbourne, il matrimonio con il cugino, il Principe Albert di Sassonia, la maternità: ogni aspetto della vita privata della regina ha una ripercussione non indifferente sul suo incarico pubblico.

Il racconto delle vicende private è arricchito dagli eventi dell’epoca vittoriana che ha rappresentato per l’Inghilterra un intenso periodo di sviluppo dal punto di vista industriale, culturale, politico, scientifico e militare, sotto la guida di una piccola grande sovrana.

L’elenco delle serie tv storiche dedicata alla monarchia inglese è ancora lungo: quali sono quelle imperdibili per voi?

Simona Specchio

Fractured, su Netflix un thriller psicologico che non osa

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Disponibile da qualche giorno su Netflix, Fractured è una nuova produzione originale della piattaforma di streaming.

Fractured è un thriller psicologico che non si allontana dal sentiero seminale di pellicole come Shutter Island di Martin Scorsese o del più recente La cura del benessere, il film si dimostra timoroso nell’osare imboccare un proprio cammino. Alla regia troviamo Brad Anderson, regista che tre lustri fa ci aveva regalato L’uomo senza sonno. Perché se il feeling generale sembra essere quello giusto, distorto alla radice e dalla costante presenza di una devianza percettiva, allo stesso tempo i tasselli del puzzle vengono disseminati in modo grossolano e anche abbastanza pigro.

Facciamo un passo indietro. Al rientro dal pranzo del Ringraziamento, Ray (Sam Worthington) e la sua famiglia si fermano a una stazione di rifornimento. Mentre la moglie Joanne (Lily Rabe) fa una sosta al bagno, la piccola Perry (Lucy Capri) cade e si frattura un braccio. Da qui una corsa forsennata al più vicino pronto soccorso per le medicazioni. Nell’ospedale Ray si ritroverà al centro di un presunto rapimento che sembra aver risucchiato la sua famiglia nelle viscere dell’edificio. Fractured elabora la sua struttura sui duelli psicologici tra un padre disperato e gli apparentemente omertosi e criminali operatori della struttura.

Ma il conflitto, forse, sarà soprattuto quello interiore, tra demoni del passato e quelli del presente.

È interessante evidenziare subito come all’interno di pellicole come questa l’unico spazio possibile del racconto sembra essere quello di un ospedale o di un sanatorio. In questi istituti, simulacri del dubbio mentale messo in scena, è da rintracciare il primo input di ciò che il film vuole con decisione manifestare di essere. E, a lungo andare, il palesarsi di uno schema che non è in grado di smarcarsi dei suoi modelli ideali. Difatti, la problematica che affligge Fractured sin dall’inizio è l’artificioso disseminare la narrazione di briciole da raccogliere. I segnali lanciati sono troppi e troppo insistenti, finendo per minare al rovescio l’impianto psicologico.

Il microcosmo dell’ospedale che ruota attorno a un disorientato Ray (fa piacere notare un Worthington, su Netflix anche in The Titan, quantomeno conscio del ruolo dopo gli ultimi disastrosi anni), nella sua azzeccata atmosfera, non fa poi molto nel tentativo di instillare un dubbio alla radice. I cambi di passo sono repentini e ben visibili, le carte rovesciate frequenti ma quelle tarocche si riconoscono facilmente. Infatti l’intero film viaggia su di una superficie che si accontenta di solleticare la fantasia dello spettatore, senza davvero riuscire a metterne in moto gli ingranaggi inquisitori. L’impianto scenico è sicuramente ben allestito nel sospendere i personaggi in un limbo dimensionale, ma orchestrato in modo blando nella sua volontà di creare percorsi paralleli e trappole. Le stesse sequenze finali vibrano più sulla speranza che qualcosa di alternativo al canone possa accadere piuttosto che sulle domande poste dal racconto.

È un film thriller da vedere?

Fractured non è un brutto film (su Netflix abbiamo visto di peggio), ma non si dimostra nemmeno interessato ad andare oltre il mero compito di thriller serale. Che sia un bene, oppure un male, sta a voi deciderlo.

Alessio Zuccari

Wildlife Photographer of the Year 2019: torna a Milano la mostra di fotografia più amata

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Torna a Milano ancora una volta Wildlife Photographer of the Year, la mostra di fotografia più amata e apprezzata al mondo. Dal 4 ottobre al 22 dicembre 2019.

Dopo l’edizione del 2018, apprezzatissima dai milanesi e dai turisti che ogni anno affollano la città sotto Natale, ecco pronta l’edizione 2019 di Wildlife Photographer of the Year.

Si tratta della mostra di fotografie naturalistiche più prestigiosa al mondo, disponibile a Milano nei suggestivi spazi della Fondazione Luciana Matalon. La mostra è in Foro Buonaparte 67, dal 4 ottobre al 22 dicembre 2019.

La mostra

Organizzato dall’Associazione culturale Radicediunopercento di Roberto Di Leo, l’evento è sempre attesissimo. Presenta le 100 immagini premiate alla 54esima edizione del concorso di fotografia indetto dal Natural History Museum di Londra.

Arrivati da 95 paesi, in competizione 45.000 scatti realizzati da fotografi professionisti e non, che sono stati selezionati, alla fine dello scorso anno, da una giuria internazionale di esperti, in base a creatività, valore artistico e complessità tecnica.

Da ammirare le foto finaliste e vincitrici delle 17 categorie del premio che ritraggono animali rari nel loro habitat, comportamenti insoliti e immagini di sorprendente introspezione psicologica, un incredibile esperienza visiva, composizioni e colori che trafiggono gli occhi da un remoto angolo del deserto, dagli abissi del mare o dall’intricato verde della giungla.

Appena entrati in Fondazione, si possono ammirare le due fotografie vincitrici.

I vincitori assoluti

Il fotografo olandese Marsel van Oosten ha vinto l’ambito titolo Wildlife Photographer of the Year 2018 per il suo straordinario scatto, The Golden Couple (categoria Animal Portraits), che raffigura due scimmie dal naso dorato nella foresta temperata delle montagne cinesi di Qinling, l’unico habitat per queste specie a rischio di estinzione. Il ritratto coglie la bellezza e la fragilità della vita sulla terra oltre che uno scorcio di alcuni degli straordinari esseri viventi con cui condividiamo il pianeta. Il sedicenne Skye Meaker ha ricevuto il premio Young Wildlife Photographer of the Year 2018 con il suo affascinante scatto Lounging Leopard, un leopardo che si sveglia dal sonno nella Mashatu Game Reserve, nel Botswana.

Sei i fotografi italiani premiati a partire dal lombardo Marco Colombo che ha conquistato la vittoria nella categoria Natura urbana con lo scatto Crossing Paths: protagonista è un orso marsicano avventuratosi nottetempo nelle strade di un paesino del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Oltre ai due massimi riconoscimenti, il percorso espositivo illustra tutte immagini vincitrici e finaliste divise in categorie. Anfibi e rettili, Uccelli, Invertebrati, Mammiferi, Animali nel loro ambiente, Piante e funghi, Ambienti della terra, Subacquee, Natura urbana, Ritratti animali, Bianco e nero, Visioni creative, Portfolio, Giovani (fotografi da 10 anni a 17 anni).
Altre sezioni importanti sono la sezione Documentarie con le categorie: Wildlife Photojournalism Award: Single Image e Wildlife Photojournalist Award: Photo Story, che porta l’attenzione sull’impatto dell’uomo sulla natura e quanto può essere crudele, la sezione Proiezione spazio Cinema.

Le didascalie e i testi raccontano sia i requisiti tecnici della fotografia sia la storia e le emozioni che hanno motivato l’autore nella realizzazione dello scatto. A corredo della mostra, a grande richiesta, torna la possibilità di fare un’esperienza di “realtà virtuale immersiva”, grazie ad un visore RV di ultima generazione che trasporta i visitatori in affascinanti ambienti naturalistici.

Valeria Martalò

La caduta del Muro di Berlino, 30 anni dopo: come ha influenzato la cultura di massa?

Trent’anni fa la caduta del Muro di Berlino, costruzione che ha rappresentato la visione bipolare del mondo durante il periodo della Guerra Fredda: ripercorriamo la sua storia, analizzando l’impatto che il Muro ha avuto nella cultura di massa del ventesimo e ventunesimo secolo.

Se volete approndire l’argomento, il sito specializzato in storia Fattiperlastoria.it ha confezionato uno speciale Muro di Berlino con 8 articoli che analizzano da diverse sfaccettature la storia della costruzione.

Il Muro di Berlino, dalla sua costruzione alla caduta: una prospettiva storica

Dal blocco di Berlino alla costruzione del muro

Alla conferenza che si tiene a Potsdam dal 17 luglio al 2 agosto del 1945 le potenze vincitrici della
Seconda guerra mondiale decidono di dividere il territorio tedesco in quattro zone di occupazione.
La Francia e l’Inghilterra si rendono conto, ben presto, di non essere in grado di mantenere a lungo
l’occupazione militare del paese; abbracciano così la politica americana che punta a ricostruire
l’economia tedesca e a risollevare il paese dalle miserie della sconfitta.

Nel giugno 1948 le zone occidentali di occupazione vengono riunificate e rimangono sotto il controllo americano. L’URSS non rimane a guardare e nello stesso mese, precisamente il giorno 24, blocca tutti gli accessi via terra verso Berlino ovest, scollegando anche la rete elettrica e lasciando gli abitanti al buio e senza viveri. Nel giro di poche settimane gli americani, coadiuvati da francesi e inglesi, danno vita ad un ponte aereo grazie al quale per undici mesi riescono ad assistere con degli aiuti alimentari i berlinesi.

L’URSS alla fine interrompe il blocco di Berlino il 12 maggio 1949. La conseguenza immediata
dell’evento è la nascita, il 23 maggio, della Repubblica Federale Tedesca nella Germania
occidentale alla quale il 7 ottobre Joseph Stalin contrappone la Repubblica Democratica Tedesca,
che ha come capitale Berlino; la città diventa così terreno di scontro per i diversi modelli sociali dei
due paesi.

Tra il 1949 e il 1961 circa due milioni e mezzo di tedeschi passano da Berlino est a Berlino ovest,
attratti soprattutto dal modello capitalista americano. Per porre fine a questo consistente flusso
migratorio nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 i sovietici iniziano a costruire un muro che nel giro di pochi giorni trasforma i tre settori occidentali in una zona rinchiusa entro i territori russi. Da quel momento le fughe diventano praticamente impossibili e Berlino diventa una città militarizzata.

La caduta del muro di Berlino, 9 novembre 1989: una data impressa nella memoria

Negli anni successivi e per più volte i russi apportano dei rafforzamenti al muro che includono
anche altre postazioni di controllo, un fossato anticarro e ulteriori recinsioni. Col passare del tempo
anche la Repubblica Democratica Tedesca comincia a risentire del declino inesorabile e
inarrestabile dell’Unione Sovietica: alla fine degli anni ottanti il paese è allo sbando e i tedeschi
stanchi dell’apparato spionistico e repressivo della Stasi.

Nell’agosto del 1989 due eventi contribuiscono a velocizzare il collasso del regime comunista: il
picnic paneuropeo e la decisione di Ungheria e Austria di aprire le frontiere consentendo a migliaia di tedeschi di abbandonare la Germania. Le settimane seguenti vedono i cittadini scendere in piazza per protestare contro il governo. Tra le autorità berlinesi prevale il realismo e si decide di non usare la forza. Il leader della Repubblica Federale Tedesca Erich Honecker si dimette il 18 ottobre e viene sostituito pochi giorni dopo da Egon Krenz.

Il nuovo governo decide di concedere ai cittadini dell’Est permessi per viaggiare nella Germania
dell’Ovest, ma non viene chiarito al ministro della propaganda che il provvedimento dovrebbe
entrare in vigore nel giro di qualche settimana, dando così il tempo alle guardie di confine di
regolamentare tutte le procedure di concessione dei permessi.

Il pomeriggio del 9 novembre il ministro rende pubblica la notizia dell’apertura immediata dei posti di blocco e migliaia di berlinesi giungono nei pressi del muro chiedendo di poter passare. Le guardie, impreparate e incapaci di gestire la folla crescente, aprono i passaggi consentendo ad
amici, parenti e conoscenti di riabbracciarsi dopo quasi trent’anni di separazione forzata. La caduta
del muro di Berlino
, simbolo per eccellenza della Guerra Fredda, segna la fine di un’epoca.

Il Muro di Berlino nella settima arte: “Le vite degli altri” e “Deutschland 83”

Le vite degli altri, il film pre-caduta del Muro sulla storia della DDR

Vincitore del premio Oscar come miglior film straniero del 2007, “Le vite degli altri” restituisce uno spaccato importante della Berlino Est filosovietica pre-caduta del Muro e della polizia segreta che controllava la DDR, la Stasi.


Il film, ambientato nell’autunno del 1984, racconta la storia di Gerd Wiesler, valoroso capitano della Stasi a cui viene affidato il compito di spiare Georg Dreyman, un noto drammaturgo della Germania dell’Est osservatore scrupoloso delle direttive dettate dal Partito di Unità Socialista di Germania (SED). Bruno Hempf, ministro della cultura dell’Est ha perso la testa per la compagna di Dreyman, l’attrice Christa-Maria Sieland ed è alla ricerca di prove per incriminare l’artista e intraprendere una relazione amorosa con la donna. Contrariamente a quanto auspicato dal ministro, spiare le vite di Dreyman e consorte porta Wiesler ad aprire gli occhi e a cambiare idea sulle politiche adottate dalla DDR, innestando nella spia un sentimento di ribellione verso il governo dell’Est.

Deutschland 83, la serie TV che racconta le contrapposizioni tra Berlino Est e Ovest

Deutschland 83 è un’appassionante spy-story in 8 episodi ambientata durante il periodo della Guerra Fredda, nella Berlino del 1983.

Il protagonista è il sergente maggiore Martin Rauch, delle truppe della Germania dell’Est, incaricato dalla Stasi di una missione quasi impossibile: andare aldilà del Muro, nell’altra parte della città per indagare sui piani della Nato e degli USA.

Musica e Arte all’ombra del Muro di Berlino

Il Muro di Berlino e quel concerto che unì la città per una notte

Nel Giugno 1987 David Bowie, il compianto cantautore di Londra, cantò in concerto davanti alla Porta di Brandeburgo, sul lato occidentale della città. Questo grande evento si trasformò in un’esperienza collettiva che ha unito, almeno per una notte, l’intera città. Migliaia di tedeschi orientali, assiepati dall’altra parte del Muro, poterono ascoltare le note di Heroes e di altri successi del Duca Bianco grazie alla musica proveniente dalle numerose casse rivolte proprio verso il lato orientale della città.

Il rapporto speciale fra David Bowie e la città di Berlino è simboleggiato proprio da Heroes, brano del 1977 presente anche nella colonna sonora di Christiane F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino. Alcuni versi sarebbero stati ispirati da vicende sentimentali del produttore di Bowie, Tony Visconti, vissute all’ombra del Muro.

Dal bacio di Heroes al bacio mortale dell’East Side Gallery

Il Bacio mortale è il celebre graffito sul lato Est del Muro di Berlino, realizzato dall’artista russo Dimitrji Vrubel, che ritrae il “bacio fraterno socialista” tra Leonid Breznev ed Erich Honecker. I due, rispettivamente segretario generale dell’URSS fino al 1982 e capo di stato della Repubblica Democratica Tedesca fino alla caduta del Muro, furono immortalati in una foto nel 1979 intenti nell’atto di baciarsi, e lo scatto divenne un simbolo del legame, all’epoca inscindibile, tra Unione Sovietica e Germania Est. Il graffito, realizzato in occasione del ventennale della Caduta del Muro, reca un’iconica didascalia: “Mio Dio, aiutami a sopravvivere a questo amore mortale“.

La via della Seta: un ponte che guarda al futuro

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Lunedì 4 novembre si è concluso il week end di spettacoli che ci ha portato in viaggio alla scoperta dell’affascinante cultura del lontano Oriente, iniziato venerdì 1 novembre a Roma, nella storica cornice del Teatro Argentina, e approdato a Firenze al TuscanyHall.

Il grandioso show, “Arrivederci fra mille anni, rappresenta un viaggio alla scoperta della storia e cultura della Via della Seta”, una storia millenaria che ha fatto conoscere all’Occidente questa ammaliante cultura dell’Est.

Lo spettacolo, organizzato dall’ufficio stampa del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, dall’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia e dal Consolato Generale della Repubblica Popolare Cinese a Firenze, è approdato nel capoluogo toscano. Sul palco hanno ballato, cantato e suonato magistralmente i performer e i musicisti del Gansu performing art e Gansu performing Theatre.

Arrivederci fra mille anni è stato un tripudio di suoni e colori ed ha ammaliato il folto pubblico presente in sala, dai rappresentanti delle cariche istituzionali cinesi, agli esperti sinologi, fino agli studenti universitari di lingua e cultura cinese. Il canto, la danza e la musica si sono fusi magistralmente agli straordinari effetti acustici e ai giochi di luce, creando un’atmosfera magica nella quale sono stati presentati alcuni dei personaggi chiave dell’amicizia tra Oriente ed Occidente, raccontandone le più importanti vicende storiche descritte nei territori dalle tradizioni millenarie.

Il viaggio inizia con Zhang Qian, il pioniere cinese della Via della Seta che già nel II sec a.C., in missione nelle regioni occidentali, aprì di fatto le comunicazioni e il passaggio all’integrazione tra le civiltà d’Oriente e di Occidente.

La storia continua con un monaco buddista che 1300 anni fa, viaggiò per più di 100 paesi per diffondere il buddismo. Insegnava i sutra buddisti e annotava il suo viaggio, dando vita al meraviglioso libro di “Viaggio ad Ovest”, nel quale descrisse con minuzia le usanze dei popoli locali che aveva incontrato.

Questo romanzo divulgò in gran parte del mondo la ricchezza di questa immensa cultura. Nel XIII secolo, fu proprio Marco Polo, il famoso esploratore italiano, che giunse in queste terre attraversandole per lungo e per largo per ben 17 anni, lasciando ai posteri lo stupefacente libro conosciuto in tutto il mondo, “Il Milione”, aprendo così i rapporti diretti tra Cina e Occidente. Arriviamo nella prima metà del ‘400 con il grande navigatore Zheng He, il quale si narra che, conducendo la sua flotta in Occidente per una missione diplomatica, sia riuscito a giungere fino alle coste africane, passando per l’Indocina e l’India, dando così il via agli scambi marittimi economici e culturali tra la Cina, il sud est asiatico e l’Africa. La Via della Seta è molto più di una rotta commerciale, è una luminosa strada che ha favorito fruttuosi scambi culturali ed artistici tra i due mondi.

“Arrivederci fra mille anni” è pensato proprio per essere un viaggio incantato e coinvolgente alla scoperta della cultura millenaria della Cina, in cui musica, danza, colori e suoni si fondono in una rappresentazione suggestiva ed incalzante.

Allo spettacolo dal vivo, è seguita la proiezione di una coppia di documentari che presentano due minoranze etniche della Cina dell’Ovest: il primo ‘Roof of the world’, ci racconta le usanze del Tibet, mentre l’altro, ‘La montagna del cielo’, presenta la regione autonoma dello Xinjiang. Dopo la bellezza dei costumi, le acrobazie dei balli e gli sfarzi delle luci sul palcoscenico, siamo passati ad una immersione nelle tradizioni di queste due regioni, molto legate alla montagna e alla natura. I ritmi delle riprese si fanno più calmi, le immagini ci mostrano un pezzo di mondo che sembra dimenticato qui in Occidente, dove il misticismo buddista si sposa con le tradizioni popolari, come in Tibet. C’è un grande senso di comunità in quello che abbiamo visto, i personaggi sono veri, il rapporto tra uomo e animali è stretto, come la comunità che balla insieme a ritmo di un grande mortaio che batte a terra per compattare il terreno.

Lo Xinjiang invece, è un territorio autonomo nel Nord-ovest della Cina e una vasta regione di deserti e montagne.

Qui vivono numerose minoranze etniche, tra cui gli Uiguri turchi. La Via della Seta, che un tempo fungeva da collegamento tra Cina e Medio Oriente, passava proprio per questa regione. Tracce di questo antico commercio si possono ritrovare nei
 tradizionali bazaar all’aperto e nelle città-oasi, come Hotan e Kashgar. Dalle interviste fatte agli spettatori possiamo affermare che il risultato di questa iniziativa è stato molto positivo. La nuova Via della Seta ha già una trama fitta di relazioni sia commerciali che culturali, bisogna solo continuare a percorrerla, arricchendola di nuovi e affascinanti dettagli. È la dimostrazione di una cultura, quella cinese che si sta sempre più avviando ad un’apertura verso tutto il Mondo, con una meraviglia di colori, di simpatia, di sintonia, e di tutte le espressioni della cultura. Che sia la musica, la danza, l’arte e l’ambiente che la Cina vuole rappresentare è davvero qualcosa di molto bello. La Via della Seta è un ponte che guarda al futuro, è un senso di un orizzonte nuovo proiettato in avanti.

‘…Il paradiso e la terra non sono facili da trovare

Potrebbero aver avuto origine proprio qui

Viaggiare su molte strade tortuose.

Che la buona sorte sia sempre con te…’

Canzone tibetana tradizionale

Francesca Checchi

Foto gentilmente concesse da: OLIVE MEDIA

olivemediaitaly@gmail.com

Brad Pitt e la sua evoluzione nel cinema, da “bello” a produttore

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Dopo aver visto al cinema C’era una volta… Hollywood, mi sono soffermato a pensare alla carriera e ai film di Brad Pitt.

C’era una volta a Hollywood, la fiaba di Quentin Tarantino

Sono tornato improvvisamente indietro nel tempo. Ricordo una conversazione tra mia sorella e delle sue amiche, nel salotto di casa mia, che discutevano di questo attore nel pieno dei loro ormoni. L’argomento in questione era il film Sette anni in Tibet. Quattro ragazze ferme a parlare di un uomo che avevano visto in un trailer. Biondo, alto, viso da bravo ragazzo: alcune che si soffermavano a immaginare quanto in realtà nascondesse un’anima più ‘maledetta’; altre, come mia sorella, al pensiero della figura ribelle.

Brad Pitt film

Era la fine degli anni ’90. Per noi adolescenti, dai capelli mori, che ancora non avevamo la più pallida idea di cosa fossero le pulsioni, ma solo le apparenze, era un periodo nero! C’era DiCaprio e la sua eroica impresa in Titanic. C’era Nick dei Backsteet Boys che cantava a tutto il mondo. E ora si aggiungeva quest’altro!

Gli anni passano e la meteora del ‘belloccio’ non si ferma.

Io intanto ampliavo la mia conoscenza filmica e, saltuariamente, mi ritrovavo questo belloccio tra le scatole. Lo ammetto: non volli vedere molti suoi film, perché pensavo che lo mettessero lì per fare botteghino, portare le ragazze/donne al cinema. Classici pensieri superficiali!

Poi una sera vidi Intervista col vampiro.

brad pitt film - intervista col vampiro

Un film dallo spirito gotico, carico di costumi, sentimenti, malinconia. Tra gli interpreti principali c’erano Tom Cruise, Brad Pitt, una giovanissima Kirsten Dunst e un cameo di Antonio Banderas. Vedendo la pellicola, rivalutai molto la capacità interpretativa di quel belloccio biondino. Era intenso, travolgente e capace di dare bene voce al tormento di un’anima come quella di Louis. Fu così che cominciai a studiare meglio la storia, quindi i film, di Brad Pitt.

Scoprì che aveva un passato nella televisione, come la nota soap opera Dallas; ma anche girato film con alcuni registi importanti: un esempio banale, lo snobbato film di mia sorella e le sue amiche era di Annaud.

Cominciai allora a rivedere tutti quei film che avevo ‘saltato’ solo per questioni d’età, ma anche per già citata superficialità.

Lo riscoprì in Thelma e Louise (anche se ancora nel suo ruolo da belloccio e dannato) di Ridley Scott; lo rividi nelle pellicole accompagnato da Anthony Hopkins, come Vento di passioni e Vi presento Joe Black. E poi thriller come Seven, drammi come Sleepers; arrivando a film fantascientifici come L’esercito delle 12 scimmie o apocalittici come World War Z.

World War Z: la zombie apocalypse psicologica

Mi ha stupito vedere come si sia evoluto e abbia accettato parti della sua età (cosa non scontata ad Hollywood).

“Vi presento Joe Black”, l’arte di trasformare la sceneggiatura poesia

La capacità interpretativa di Brad Pitt è andata oltre il suo essere giovane e idolo delle donne. È riuscito a distinguersi in parti e personaggi difficili da gestire. Pensiamo a Il curioso caso di Benjamin Button. Da alcuni criticato, da altri osannato, ma è indubbia la recitazione di Brad Pitt.

Brad Pitt film

Un’esperienza che vanta anche fior di collaborazioni.

Nel campo della regia, si pensi a Robert Zemeckis, i fratelli Coen, Soderbergh, Iñárritu; con colleghi come Susan Sarandon, Marion Cottilard, Edward Norton, Helena Bonham Carter, Matt Demon, George Clooney, Cate Blanchett, nonché la sua ex moglie Angelina Jolie.

Un attore insomma per tempo sottovalutato ma che è riuscito a far tornare molti sui propri passi, mostrandosi come un Attore, degno di questa maiuscola, arrivando a diventare persino produttore: una carriera che gli ha dato anche qui non pochi successi, tra cui un Oscar.

Francesco Fario

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Gli uomini d’oro di Vincenzo Alfieri risolleva le sorti del cinema italiano

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“Gli uomini d’oro”, con la regia di Vincenzo Alfieri, è un film tratto da un fatto vero di cronaca trasformato in un thriller.

Se vi chiedessero di andare a vedere un film con Edoardo Leo, Fabio De Luigi e Giampaolo Morelli, pensereste subito che si tratti di una commedia. Questa volta non è così, bensì tutto il contrario.

In questo film gli attori, i tre “uomini d’oro”, danno prova di essere davvero in gamba e di talento, non degli attori capaci solo nelle commedie.

Le loro interpretazioni sono state magistrali, in particolare quelle di Edoardo Leo e Fabio De Luigi. Di solito siamo abituati a vedere questi attori in una veste comica, per cui quando interpretano un ruolo più serio, potrebbero suscitare un po’ di ilarità. Così non è stato per i due attori, che hanno saputo interpretare i loro personaggi con serietà, dimostrando tutta la loro capacità attoriale.

Per alcuni versi il film “Gli uomini d’oro” potrebbe sembrare un noir comico, specialmente all’inizio può sembrare quasi una commedia.

Personalmente penso che ciò che ha dato un aspetto comico al film sia stata la parlata napoletana di Meloni e del suo conterraneo, che gli ha fatto da spalla nella rapina.

Nell’immaginario comune il dialetto napoletano viene associato alla comicità, dato che la scuola napoletana di recitazione ha fatto storia. In particolare dal secolo scorso, grazie al cinema e alla TV, da Edoardo e Peppino De Filippo a Totò fino ad Alessandro Siani.

Quando, durante la conferenza stampa, è stato chiesto al regista Vincenzo Alfieri come categorizzerebbe il film, egli ha risposto che questo non si può incasellare in un genere specifico; è come uno di quei ‘film americani’ che possono anche far ridere senza essere una commedia.

Alla fine della sua spiegazione e della sua motivazione, dopo aver lasciato intendere di non apprezzare l’abitudine della cinematografia italiana di etichettare tutto con schemi rigidi, lo ha definito semplicemente un crime.

In effetti si percepisce fin dall’inizio che questo non è il classico film ‘all’italiana’ degli ultimi anni. L’inizio può trarre in inganno ma c’è già qualcosa che lascia presagire che il film prenderà una piega inaspettata.

Come ha detto Vincenzo Alfieri, “Gli uomini d’oro” è un film esteticamente bello ed io sono assolutamente d’accordo!

Guai a chi si azzardi a dargli torto. La fotografia è spettacolare, moderna e molto all’avanguardia; la sceneggiatura molto bella e curata. Le musiche e la scelta di alcuni brani degli anni ’80 sono perfette.

È raro vedere in un film italiano un lavoro simile di montaggio scene, audio e fotografia!

Gli uomini d’oro” non è un film, è un capolavoro della cinematografia italiana: appagante, stupefacente, colmo di suspense e ricco del talento di ognuna delle persone che ci hanno lavorato, davanti e dietro le telecamere.

Questo film fa ben sperare sul futuro del cinema italiano e a me ha fatto sperare molto anche sulla morte dei lungometraggi italiani di bassissimo livello.

Incrocio le dita per il futuro di Vincenzo Alfieri e la sua squadra, e gli auguro “cento di questi film” (semicit.).

Ambra Martino

Il mago di Oz, il film che ha portato Judy Garland oltre l’arcobaleno

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“Nessun posto è bello come casa mia”

Titolo originale: “The Wizard of Oz”
Regista: Victor Fleming
Sceneggiatura: Noel Langley, Florence Ryerson, Edgar Allan Wolf (più altri non accreditati)
Cast Principale:  Judy Garland, Frank Morgan, Ray Bolger, Bert Lahr, Jack Haley, Billy Burke, Margaret Hamilton, Charley Grapewin e The Munchkins
Nazione: U.S.A.
Anno: 1939

Il mago di Oz è un film cult che quest’anno ha festeggiato gli 80 anni dalla sua uscita negli U.S.A.

Il film “Il mago di Oz”, un successo fin dalla sua uscita, è la trasposizione cinematografica del romanzo quasi omonimo di L. Frank Baum.

È un classico davvero senza tempo del cinema per ragazzi, che ha conquistato anche gli adulti, stampando nella nostra memoria immagini indelebili.

Ma è anche un esempio tipico del funzionamento dell’industria hollywoodiana in quegli anni, frutto di un lavoro corale molto studiato.

Dopo il successo della Disney nel 1938 con “Biancaneve e i sette nani”, il produttore Louis B. Mayer decise di cavalcare l’onda dei film per ragazzi. Chiese ad un gruppo di sceneggiatori di cercare la storia adatta, che venne individuata nel romanzo “Il favoloso mago di Oz”. La sceneggiatura coinvolse un numero altissimo di sceneggiatori, oltre a quelli a cui è ufficialmente attribuito.

Addirittura la regia verrà attribuita al solo Victor Fleming, che girò la maggior parte del film. Ma, in realtà, prima di lui avevano lavorato a “Il mago di Oz” Richard Thorpe e George Cukor. Dopo Fleming – chiamato a girare “Via col vento” – il film verrà finito da King Vidor. Tanti registi, mitici ma anche di mestiere, non potevano che realizzare un piccolo capolavoro.

Nondimeno, se la regia fu il risultato di una staffetta e gli sceneggiatori sono così tanti da sembrare una squadra di calcio, un solo volto è quello che ognuno di noi associa a “Il mago di Oz”: quello di Judy Garland. Qui è giovanissima, ma è già evidente il suo talento.

Guardandola in questo film non sorprende che sia diventata una star iconica immortale, a cui di recente Hollywood ha dedicato un film biografico.

Festa del Cinema di Roma 2019: oltre l’arcobaleno con Judy

La trama del film “Il mago di Oz” è molto nota e perfetta per una pellicola dedicata a “tutti i giovani di cuore”.

Il mago di Oz” infatti è una favola con le caratteristiche del racconto di formazione. Dorothy Gale (Judy Garland) vive in una fattoria del Kansas, insieme agli zii. Il suo migliore amico è il suo cane Totò. È una ragazzina molto vivace, che ogni tanto si caccia nei guai e vorrebbe forse un po’ andare in giro per il mondo.

Proprio all’inizio del film troviamo una delle scene più famose, in cui la protagonista canta “Over the rainbow”. L’adolescente sogna di trovare oltre l’arcobaleno un posto dove non cacciarsi nei guai, un luogo tranquillo, oltre i propri limiti.

Proprio mentre sta progettando di scappare di casa per evitare che gli portino via il suo cane, sulla città e la fattoria si abbatte un terribile uragano.

Lei si rifugia nella sua stanza, ma l’uragano si porta via l’intera casa. Dorothy sviene e al risveglio si ritrova in un posto che non è il Kansas, ma il mondo di Oz. Viene accolta con tutti gli onori, perché la sua casa è atterrata sulla perfida strega dell’Est, liberando il popolo dei Mastichini.

Fa la conoscenza della sorella della defunta, la malvagia strega dell’Ovest, che la minaccia di vendetta, anche perché un’altra strega buona ha regalato a Dorothy le scarpette rosse della strega dell’Est. Le scarpette rosse sono magiche, quindi molto preziose.

A questo punto Dorothy vorrebbe tornare a casa sua nel Kansas, anche se il mondo di Oz è bellissimo e pieno di colori, ma nessuno sa come fare. La strega del Nord la indirizza verso il Fantastico Mago di Oz che raggiungerà percorrendo il sentiero dorato. Lungo la strada Dorothy e Totò incontreranno tre compagni di viaggio: lo spaventapasseri, l’uomo di latta e il leone. Ognuno di loro si sente a sua volta un fallito, perché gli manca, rispettivamente, il cervello, il cuore e il coraggio. Il mago di Oz potrà dare anche a loro ciò di cui sembrano tanto aver bisogno.

Il mago di Oz film

Nel film non mancheranno i colpi di scena, gli imprevisti e i pericoli, visto che la malvagia strega dell’Ovest è sulle tracce di Dorothy.

Alla fine, però, ognuno avrà imparato qualcosa e sarà cambiato e maturato. Dorothy si sveglierà nel suo letto e capirà che è stato tutto un sogno. Ha vissuto una bella avventura, ma la voglia di tornare a casa non l’ha mai abbandonata.

Avrà capito che la felicità non va cercata oltre i confini del proprio giardino, perché se non la si trova lì, non la si troverà da nessun’altra parte. Lei esclama: “there’s no place like home”. Nel doppiaggio italiano viene tradotto comenessun posto è bello come casa mia”, quindi ne esce un messaggio piuttosto conservatore, che sembrerebbe suggerire che il desiderio di cercare qualcosa di nuovo, al di fuori della propria vita, possa solo portare guai.

Noi preferiamo però un’interpretazione un po’ diversa. Dorothy viaggia nel mondo di Oz, incontra nuovi amici, vede un mondo bellissimo, più colorato. Casa sua è un approdo sicuro, il luogo degli affetti, non quello da cui si deve necessariamente fuggire per essere felice. Ma doveva andare lontano e mettere alla prova se stessa per scoprirlo. La felicità ha origine in noi stessi e nel rapporto con gli altri, nel “proprio giardino”. Se non si è capaci di trovare la felicità lì, non la si troverà nemmeno altrove.

Sempre rispetto ai messaggi veicolati, “Il mago di Oz” s’inserisce nel contesto storico-sociale successivo alla Grande Depressione, ma anche poco prima della Seconda guerra mondiale.

Tutto era in ripresa e il futuro era in salita ma aleggiavano fiducia e buoni propositi. Quindi, “Il mago di Oz” è un inno a valori come la solidarietà, l’amicizia autentica, l’amore universale, il continuo miglioramento di se stessi. Il viaggio di formazione dei personaggi principali, infatti, restituirà loro la fiducia nelle proprie capacità e l’autostima che avevano perso. Anche in Italia, forse, ha svolto una funzione analoga, visto che arrivò nel 1947, a guerra finita da appena due anni.

Concludiamo con una nota tecnica che non si può sottovalutare.

La differenza tra il Kansas e il mondo di Oz è registicamente e visivamente valorizzata anche attraverso la fotografia. Il regista sceglie di girare in un bianco e nero seppiato le scene ambientate nel mondo reale, per passare al colore per quelle che si svolgono nel meraviglioso mondo di Oz. Qui, Dorothy Gale fa un viaggio onirico, avvolta da colori brillanti e vivaci.

Se oggi, infatti, il colore è un elemento di forte realismo nei film, negli anni Trenta e fino ai Sessanta il colore era usato nel cinema di genere fantastico. E nel film di “Il mago di Oz” viene messo a disposizione il livello più alto del technicolor e degli effetti speciali disponibile sul mercato all’epoca.

Tre motivi per guardarlo:

–       Per la scena in cui Judy Garland canta “Over the rainbow“;
–       perché è un cult imperdibile del cinema internazionale, cui la cultura pop occidentale attinge a piene mani da ottant’anni;
–       perché ogni tanto fa bene a tutti una dose di valori come solidarietà, amicizia autentica, amore universale e continuo miglioramento di se stessi.

Quando vedere il film: in un bel pomeriggio, magari festivo, in compagnia di un bambino o di una bambina che lo vede per la prima volta, per vedere l’effetto che fa.

Stefania Fiducia

E dal fantastico mondo di Oz, passiamo allo spaventoso mondo degli zombie con la precedente puntata del nostro cineforum:

World War Z: la zombie apocalypse psicologica

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Dove si può vedere il Mago di OZ Film Completo?

Dal 1 gennaio 2020 il film è disponibile sul catalogo Netflix.

Che significano le emoji su Google che seguono “Il mago di oz ? ?”?

Nel 2019 “Il mago di OZ” ha compiuto 80 anni e Google lo ha omaggiato con un giochino interessante: provate a digitare il titolo nella barra del motore di ricerca e cliccate le scarpette rosse che appaiono nel box a destra (quello con la descrizione del film) per rivivere la magia di Dorothy!

Si può vedere “Il Mago di Oz” in streaming?

Da gennaio 2020 è possibile vedere il film su Netflix!

Il Dante adulto-bambino raccontato da Gianni Vacchelli

Il ritratto inedito di un Dante fanciullo curioso raccontato da Gianni Vacchelli

Dal Dante che campeggia sulla moneta dei due euro, alle tante varianti del Sommo Poeta in salsa pop cui siamo ormai assuefatti (basta citare l’Inferno di Dan Brown), gli ultimi anni non sono stati certo avari quanto a iconografia dantesca.

Un successo del brand Dante che ha tra le sue ragioni un’idea in fondo tradizionale ma ancora di grande attualità: quella di Dante come ‘padre’ e origine imprescindibile della nostra civiltà. Abbiamo così il Dante padre della lingua e della letteratura italiana, ovviamente. Ma anche il Dante politico e padre della patria, che a seconda dello spirito del tempo può ritrovarsi a indossare l’abito risorgimentale, quello fascista o persino sovranista, come notato da Christian Raimo nel recente Contro l’identità italiana. Un padre tanto onnipresente, verrebbe da dire, quanto diventato in alcuni casi vuoto, per l’uso spesso troppo strumentale o banalizzante che si fa della sua figura.

Eppure, l’opera dantesca avrebbe molto da insegnarci proprio sul concetto di paternità e la relazione padre-figlio, a partire da quello smarrimento archetipico in una “selva oscura”, tanto “selvaggia e aspra e forte” da far perdere la “speranza de l’altezza”. Un’immagine che, non a caso, più che un padre, ci presenta un Dante per molti versi bambino, alla ricerca di una guida morale e con un destino tutto da costruire.

Tre incontri per riscoprire la figura di Dante Alighieri

È sulla base di questa constatazione che Gianni Vacchelli, docente e scrittore con all’attivo diversi libri sull’Alighieri (tra cui l’ultimo Dante e i bambini, Lemma Press, 2019) ha proposto, in un ciclo di conferenze tenutesi presso la chiesa di San Carlo al Lazzaretto a Milano, una rilettura dell’opera dantesca all’insegna del binomio puersenex.

Un itinerario affascinante in tre puntate (3, 10 e 24 ottobre 2019) organizzato dalla Fondazione “Il Lazzaretto che ha avuto il merito di offrire, con intelligenza e in una forma accessibile anche al grande pubblico, il ritratto inedito di un Dante fanciullo curioso e “continuamente stupito di quello che avviene a un uomo grandissimo”, come scriveva Umberto Saba. Ma allo stesso tempo anche grande vecchio, che porta a compimento il suo percorso esistenziale attraverso l’incontro con una serie di padri esemplari.

Come ricordato da Vacchelli nell’ultimo incontro della serie “Dante l’adulto bambino”, l’importanza della relazione padre-figlio o adulto-bambino è prima di tutto un dato culturale. Dante si muove, infatti, in un universo come quello medievale in cui il parricidio simbolico non è contemplato, così che i conti con la figura paterna, volente o nolente, vanno fatti.

La relazione padre-figlio nella Divina Commedia

All’assenza nella Commedia del vero padre di Dante, Alighiero di Bellincione (le poche fonti a disposizione lasciano intendere che fosse usuraio, da cui forse la sua esclusione), sopperisce allora una nutrita serie di padri esemplari, nel bene e nel male.

Dal padre-guida Virgilio, autore di un poema come l’Eneide che è anche un trattato sulla paternità nel mondo latino (basti pensare alla relazione tra Anchise ed Enea). All’anti-padre Ugolino dell’Inferno XXXIII, i cui silenzi nei confronti dei figli prostrati dalla fame preludono al destino orribile che li attenderà. Fino all’incontro, nel trittico di canti XV, XVI e XVII del Paradiso, con la figura di Cacciaguida, trisavolo di Dante e crociato, ma soprattutto “padre santo” prescelto come termine di confronto ma anche specchio legittimante del proprio destino. Sarà infatti Cacciaguida a comunicare a Dante il futuro di esilio che lo attende, così come a confermarlo in quella missione poetica che l’avrebbe poi consegnato alla posterità. Quel “grido” come “vento” – ossia la Commedia – che percuotendo le “alte cime” si rivolge non a caso anche ai potenti (e spesso cattivi) padri e maestri.

In questa inesausta ricerca di un padre come polo necessario della costruzione di sé, il ciclo di Vacchelli sembra indicarci, allora, un lato della ‘paternità’ di Dante adulto e bambino allo stesso tempo, che l’individualismo a base di selfie e soddisfacimento immediato in cui siamo immersi ci porta troppo spesso a dimenticare, ma al quale forse sarebbe utile tornare a guardare con attenzione. Pena il restare intrappolati in un mondo di bambini incapaci di essere adulti e senza direzione.

Un nuovo appuntamento dedicato a Dante

Al tema di Dante adulto-bambino Gianni Vacchelli dedicherà un’altra conferenza dal titolo “Perché Dante è un bambino che invecchia felice?” sabato 9 novembre 2019 alle ore 19.00, nel quadro del Festival della Peste! (7-10 novembre 2019) organizzato dalla Fondazione “Il Lazzaretto”.

Francesco Bonelli

Foto di Silvia Gottardi, per gentile concessione della Fondazione “Il Lazzaretto”

La Belle Epoque, voglia del passato e bisogno del presente

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Sembra un film arrivato fuori tempo, quasi in anticipo questo La Belle Epoque. E per una volta l’accezione è positiva.

In questo marasma di “effetto nostalgia” ovunque, come se la nostalgia fosse ormai l’unica cosa che si vende e funziona, soprattutto in sala, il cinema francese presenta già un’analisi acutissima di quanto la costante rielaborazione del passato possa farci perdere di vista ciò che conta nel presente. Ovviamente non è un’analisi pesante, ma un racconto romantico, affascinante, garbato, divertente, sognante e stralunato.

Insomma, tutto ciò avviene in un signor film. Se qualcuno avesse dubbi, guardi La Belle Epoque e provi a dire che i francesi non sono tra i migliori quando si fa cinema.

Una riflessione sul tempo, su come cambi senza rendercene conto, e quando ce ne accorgiamo, vogliamo stoppare l’impossibile. Sull’amore che svanisce ma in fondo è l’unica cosa a cui possiamo rimanere attaccati per sentirci e essere vivi. Persino una riflessione sul cinema stesso, sulla sua abilità unica tra tutti medium nel creare mondi intellegibili e gettarci dentro sogni e incubi degli spettatori.

Tanti altri film si sarebbero crogiolati nella bellezza del concept iniziale e la forza emotiva e narrativa della storia sarebbe finita dopo mezz’ora. Una versione americana avrebbe inevitabilmente gettato l’occhio sugli aspetti più romantici, o più sociali di abbandono a realtà virtuali. Una versione italiana, invece, avrebbe aumentato la leggerezza e la ricerca delle risate, non sapendo come gestire la storia. Fortunatamente, La Belle Epoque ha un equilibrio perfetto in tutte le sue componenti, e riesce a farci vivere pregi e difetti di ben quattro personaggi alla ricerca della stessa cosa: amore, accettazione, serenità. Oltre lo scorrere del tempo, oltre la ricostruzione di un passato bello ma fugace.

Il sorriso di Daniel Auteuil, la radiosità di Fanny Ardant, il carisma di Guillaume Canet, la freschezza di Doria Tellier.

Il talento di questo gruppo di attori formidabili ci accompagna nel percorso di ricerca di sé stessi e dei propri bisogni. I loro sentimenti ci aiutano a districarci in questa idea di film che si incrocia tra Westworld e Midnight in Paris, e quello che pare tutto costruito, tutto artificiale, non ci arriva mai artificiale ma mosso da un cuore tremendamente pulsante.

Allora, tra l’anacronistico e deleterio attaccamento al passato del personaggio di Auteuil, e l’eccessiva ossessione per le innovazione futuristiche del personaggio della Ardant, c’è proprio la dolce ma energica sensibilità di La Belle Epoque. Non è un caso che il regista interpretato da Canet sia un alter ego del regista del film, Nicolas Bedos: solo il cinema ha gli strumenti per provare a immortalare il tempo, cercare di cristallizzarlo in una unica istantanea. Da Lelouch fino a Linklater, il cinema romantico ha sempre provato ad inquadrare lo scorrere del tempo con l’amore di due persone. Il risultato non è vincere, perché non si può, ma far vivere il presente attraverso il grande schermo. E ricordare a noi di vivere questo presente che abbiamo.

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Emanuele D’Aniello

Are you afraid of the dark? Torna la serie che ha ispirato quella di “Piccoli Brividi”

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Are you afraid of the dark? La tanto attesa serie tv horror “Hai paura del buio?” torna a spaventarci

Vi ricordate quando eravamo poco più che adolescenti e tutti i pomeriggi intorno alle 16.00 su Rai Uno andava in onda una serie tv horror, che ci faceva venire i brividi, tenendoci con il fiato sul collo? All’epoca il termine “serie televisiva” non era ancora così diffuso in Italia e si parlava di telefilm. Il telefilm per ragazzi andava, infatti, in onda tutti i pomeriggi lasciandoci con quella suspense, che poche volte avevamo provato fino ad allora, se non leggendo i libri di Piccoli Brividi.

Piccoli Brividi 2: i romanzi di R.L. Stine tornano al cinema

I due telefilm, o serie televisive che dir si voglia, restavano legate in un certo senso, perché è proprio dal successo di questa serie per ragazzi canadese dal titolo “Are you afraid of the dark”- “Hai paura del buio? che prenderà spunto la serie basata sui racconti di R.L Stine Piccoli Brividi, anche quella di gran successo.

Erano gli anni ’90 e di racconti antologici ce ne erano tanti, ma di genere horror e fantascientifico ben pochi. Il successo fu eclatante.

La trama narrava la storia di cinque ragazzi, che ogni settimana si riunivano intorno ad un fuoco per raccontarsi delle storie di paura. Erano chiamati i ragazzi del “Club di Mezzanotte“.

Ora quei cinque ragazzi sono tornati con i loro racconti del terrore. Da poco è arrivato in America, il revival della serie. Dall’ 11 ottobre potrete trovare online i nuovi episodi del famoso Club di Mezzanotte.

La Paramount ha deciso di puntare tutto su Gary Dauberman, sceneggiatore del film “IT” di Andy Muschetti e di “Annabelle” diretto da John R. Leonetti nel 2014. Lo stesso è anche produttore esecutivo de “The Nun – La vocazione del male” ed è coinvolto come co-sceneggiatore insieme a Jeffrey Jurgensen nel secondo capitolo dedicato a IT, appena uscito nelle sale.

A legare i due film “IT” e “Hai paura del buio” è anche la figura di un attore, il simpatico Jeremy RayTaylor, che nella serie interpreterà Graham.

IT – Capitolo 2, l’orrore che diventa speranza

E quale mese migliore se non quello di ottobre per spargere un pò di terrore?

A trasmettere la serie in anteprima negli USA è stata l’emittente televisiva Nickelodeon, in Italia chissà quanto dovremo ancora attendere…

Nel frattempo potete gustarvi il trailer.

SCHEDA TECNICA:

  • Regia: D.J. Caruso
  • Cast: Sam Ashe Arnold, Miya Cech, Tamara Smart, Lyliana Wray, Rafael Casal
  • Genere: Horror-fantascientifico
  • Durata: miniserie di tre episodi da 60 minuti
  • Produzione: USA, 2019
  • Distribuzione: 20th Century Fox
  • Data di uscita: 11 ottobre 2019

Alessandra Santini

“Persona” di Marracash: una nuova pietra miliare è stata incisa

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Se chiedete in giro chi sia il più bravo a scrivere, in molti faranno il suo nome.

Sto parlando di Marracash, al secolo Fabio Rizzo, uscito il 31 ottobre col nuovo album Persona, a tre anni di distanza da Santeria con Gue Pequeno e a quasi cinque da Status, l’ultimo lavoro solista.

Scrive uno che col rapper di Barona ci è cresciuto. King del Rap è stato il pezzo che mi ha fatto innamorare di questo genere e aspettavo trepidamente un nuovo progetto, parlarne è quasi una missione. Inoltre, tutti riconoscono la grandezza di uno stile unico, tanto che lui stesso ne ha coniato un termine: intelligangsta, cultura e ignoranza street allo stesso tempo.

Il concept dell’album di Marracash è il corpo umano. Ogni brano rappresenta una parte dell’artista e dell’uomo.

BODY PARTS – I denti introduce l’ascoltatore in un’ atmosfera cupa fatta di barre crude. Particolarissimo, alla fine, un discorso preso da Persona di Ingmar Bergman, capolavoro cinematografico da cui il rapper ha preso spunto non solo per il titolo, ma anche per la cover. In modo analogo, sparsi per il disco, vi sono continui riferimenti al film.

QUALCOSA IN CUI CREDERE – Lo scheletro (feat. Guè Pequeno) è la parabola del vip decadente che non trova più stimoli. Depressione, falsità, droga, perchè “non c’è dio ma soltanto polvere d’angelo“. Guè serve ad alzare l’asticella, e i due si rivelano la solita premiata ditta.

QUELLI CHE NON PENSANO – Il cervello (feat. Coez) rappresenta il manifesto culturale dell’album, anche per il beat campionato dal celebre classico di Frankie Hi Nrg. Marracash e Coez (ritornellaro di fiducia) demoliscono la povertà intellettuale, l’epoca delle fake news e dell’analfabetismo funzionale pezzo per pezzo. Algoritmi, dati sensibili, frecciatine alla politica, tutto questo senza però scadere nella retorica: “il sonno della ragione vota Lega“, e per salvarsi ci vuole cultura.

APPARTENGO – Il sangue (feat. Massimo Pericolo) racconta un passato comune tra reati e quartieri difficili. Cose che non si dicono ad alta voce, ma che cementificano il senso di appartenenza reciproco. Buona prova quella di Pericolo, una promessa del rap italiano, che si mostra nel suo lato più conscious.

POCO DI BUONO – Il fegato, invece dipinge uno scenario sovversivo, in cui la massa si risveglia contro i soprusi del potere. Utopia canora quella di Marra, ma necessaria.

Se non fossimo costretti a fotterci uno con l’altro
se imparassimo ad amarci una sera soltanto

Il tormentone radiofonico del disco è BRAVI A CADERE – I polmoni, un inno alla vita confusionaria.

Storie d’amore complicate, serate fuori, farmaci, e convivere col proprio lato oscuro alla ricerca di un equilibrio che non arriva. Non importa quante volte bisognerà rialzarsi, “tanto ormai siamo bravi a cadere“. La perla del nuovo album di Marracash.

Mentre, il titolo di canzone più simpatica se l’aggiudica NON SONO MARRA – La pelle (feat. Mahmood), in cui i due artisti scherzano sul loro esssere separati alla nascita. Beat orientaleggiante per un brano che forse non da alcun valore aggiunto, ma di cui si comprende lo spirito.

SUPREME – L’ego (feat. Tha Supreme & Sfera Ebbasta) è il pezzo più vicino alla trap di tendenza, una vera hit adolescenziale. Tha Sup molto musicale, Sfera fa la sua solita strofa, corta ma funzionale. La sentiremo certamente nelle casse bluetooth dei quattordicenni in autobus.

Arriva poi il momento autocelebrazione: SPORT – I muscoli (feat Luchè) è la spacconata che in un disco rap che si rispetti non può mancare. Alla stessa maniera DA BUTTARE – Il ca**o, il cui titolo già dice tutto….

Le ultime tracce rappresentano il filone sperimentale di Persona, la parte più aperta ai suoni innovativi.

CRUDELIA – I nervi canta l’amore in chiave sad, tra sensi di colpa, farse, inganni, scontri, e col ritornello che cita Ti amo di Umberto Tozzi, prima in ripresa, poi in antitesi. Viceversa, in G.O.A.T. – Il cuore, Marracash si guarda indietro nel suo percorso, ripensando a quello che ha guadagnato e a quello che ha perso.

MADAME – L’anima (feat. Madame) esce dai canoni dell’hip hop di strada per dirigersi alla ricerca della propria interiorità. È l’avanguardia del progetto: base che strizza l’occhio all’indie pop, melodia rilassante, e una Madame talentuosissima a solo 17 anni. Sentiremo parlare tanto di lei in futuro.

Menzione speciale per TUTTO QUESTO NIENTE – Gli occhi, una traccia che riflette sul successo e sui suoi paradossi. Ristoranti, lusso, fama, tutti piaceri che alla lunga logorano lo spirito. A cosa servono la popolarità e i privilegi dati da una vita agiata, se poi la gente non capisce la tua scrittura e attorno ti crei il vuoto?

Perché il successo fra è come se metti una lente di ingrandimento su insetto
ti fa sembrare gigante ma allo stesso tempo rivela sempre il vero aspetto
e spesso sei orrendo, quelle zampette che mi danno i brividi
un paio d’antenne, mandibole con cui divori i tuoi simili

Dulcis in fundo GRETA THUNBERG – I denti (feat. Cosmo), che ipotizza, su una base dance acida, un mondo post apocalittico distrutto dal cambiamento climatico. Ricchi che scappano nello spazio, i meno fortunati che lottano per le poche briciole rimaste sulla terra. Se non stiamo attenti, più che una canzone, potrebbe essere una profezia.

Alla prova dei fatti, il nuovo album di Marracash spacca. La musicalità combinata al contenuto è il suo grande punto di forza.

Può piacere al trentenne che cerca liriche spesse, ma anche al ragazzino, può piacere a tutti. Tanti i temi trattati, ma colpiscono soprattutto le lunghe parentesi sui disturbi mentali. Ci vuole coraggio, per parlare così apertamente dei propri problemi.

Promossi i featuring, che danno tutti un valore aggiunto ai brani. Un plauso va anche ai produttori delle strumentali: Marz, Low Kidd, TY1, Zef, Dardust, Charlie Charles, Demo Casanova, Rashaad Wiggins per Ahkuhmz Razo, Big Fish. Il lavoro sul tappeto sonoro è stato pregevole.

Parliamo di un progetto che farà scuola. Con Persona, Marracash si conferma un pilastro della scena rap, e la sua evoluzione canora lo incorona come artista completo.

Un futuro classico.
Voto: 9

Lorenzo Balla

Come si chiama il nuovo album di Marracash?

Il nome del disco è Persona, uscito il 31 ottobre 2019 per Island Records. Contiene 15 tracce, di cui 8 in collaborazione con altri artisti: Gue Pequeno, Coez, Massimo Pericolo, Tha Supreme, Sfera Ebbasta, Luchè, Madame, Cosmo.
https://www.culturamente.it/musica/marracash-canzoni-nuovo-album/

Dove si può ascoltare su Youtube?

L’album è disponibile in playlist sul canale dell’artista, oltre che in tutti i digital stores. Sul tubo si trovano anche molti videoclip storici di Marra, da Badabum Cha Cha a King Del Rap a In Radio.

Da dove deriva il titolo Persona?

Il nome del disco è una citazione all’omonimo film di Ingmar Bergman uscito nel 1966. Un grande classico del cinema che il rapper di Barona ha ripreso in alcuni punti del progetto, ma soprattutto nella cover dell’album.

Marracash è fidanzato?

Marra aveva una relazione con la cantante Elodie. I due si sono conosciuti sul set del videoclip di Margarita, hit estiva che li vede collaborare.

Quali sono le origini del rapper?

Marracash è nato a Nicosia in Sicilia, ma già da bambino la sua famiglia si è trasferita a Milano per lavoro. Dopo alcuni spostamenti il trasloco definitivo alla Barona, quartiere periferico dove impera degrado e microcriminalità. In quel contesto inizia a muovere i suoi primi passi nel rap italiano. A causa dei tratti marcati del viso dovuti alle sue origini meridionali, da piccolo veniva schernito o scambiato per marocchino, da qui il nome d’arte Marracash.
https://www.culturamente.it/musica/rap-italiano-playlist-spotify/

Marracash ha un fratello?

Marra ha un fratello minore di nome Mirko. i due si somigliano così tanto che lui stesso ha dichiarato di venire scambiato spesso per il rapper. Vive una vita normale al di fuori della musica.

Dove si possono acquistare i biglietti per il live di “Persona”?

I biglietti per il tour sono disponibili online su Ticketone. L’inizio dei concerti è stato spostato a fine settembre, a causa dell’emergenza coronavirus. Veranno toccate tutte le principali città italiane, da Milano (ben 4 date al forum di Assago) a Roma, per poi passare a Napoli, Bologna, Catania. Si chiude a Bari l’1 Novembre.

Uno dei brani più discussi del disco è “Crudelia”: di cosa parla?

rudelia è l’undicesima traccia di Persona. La canzone parla di una relazione tossica realmente avvenuta tra Marracash e una ragazza, che ha spinto l’artista fino all’oblio dei disturbi mentali. È proprio nel risollevamento da quel periodo buio che è nato il disco.

Piattaforma Rousseau: chi era il filosofo da cui prende il nome?

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Piattaforma Rousseau cos’è e cosa si cela dietro questo nome?

Innanzitutto partirei dai fondamentali.

Jean-Jacques Rousseau nasce a Ginevra il 28 giugno del 1712. La madre muore nove giorni dopo la sua nascita. Il padre, orologiaio, a seguito di una rissa nel 1722 deve lasciare Ginevra e lascia il figlio presso il pastore Lambercier.

Infanzia difficile per il giovane Rousseau che arrivò persino ad arrangiarsi con piccoli furti.

No, non vi è nessun legame familiare tra Luigi Di Maio, Beppe Grillo e Casaleggio, padre e figlio, con il filosofo.

Rousseau e i 5 Stelle

La presunta connessione tra Rousseau e le linee guida del Movimento 5 Stelle è da cercare nell’estremizzazione semplicistica del suo pensiero.

Snoccioleremo velocemente quelli che sono i punti fondamentali della sua logica.

È opportuno non dividere per categorie il suo pensiero. Difatti, è sempre più diffusa la volontà di categorizzarlo per discipline: pedagogia, politica, letteratura.

Il suo pensiero è da considerare nella sua unicità e nella sua integrità.

Le relazioni tra un’opera e l’altra sono sottili ma presenti. Dev’essere l’attento lettore a percepire quale sia la strada che vuole il filosofo venga seguita e soprattutto contestualizzare l’humus storico in cui si sviluppano le vicende.

La coscienza politica del filosofo prese forma durante la sua permanenza a Venezia. È il 1743 e sperimenta in prima persona la durezza del governo e il dissesto del corpo diplomatico francese.

Era segretario dell’ambasciatore.

Grazie a questa sua posizione poteva destreggiarsi nell’osservazione diretta della politica internazionale. Questa sua posizione lo portò alla costante riflessione su concetti fondamentali come la virtù di un popolo, le istituzioni, la morale, la politica stessa.

Da queste profonde meditazioni, la prima e fondamentale illuminazione: “tutto dipende radicalmente dalla politica”, come si può leggere nella sua opera autobiografica Le Confessioni.

Il titolo dell’opera, come evidente, è un chiaro richiamo al filosofo e teologo Sant’Agostino.

Le Confessioni di Rousseau sono una porta aperta sul proprio modo di essere e di vedere la società. Nessuna lode della propria vita bensì il coraggio di parlare delle proprie debolezze e dei propri peccati.

Avanguardia per i tempi che furono.

“La volontà generale è sempre retta, ma il giudizio che la guida non sempre è illuminato. Bisogna presentarle gli oggetti come sono, talvolta come devono apparirle, mostrarle la buona strada che cerca; garantirla dalle lusinghe delle volontà particolari … I singoli vedono il bene che non vogliono, la collettività vuole il bene che non vede. Tutti ugualmente hanno bisogno di una guida.”

La citazione in questione è una chiave di lettura.

Rousseau delinea il bisogno di mediare la volontà retta e l’intelligenza confusa nell’impresa complessa di accentrare il sistema. Viene quindi introdotta nel suo sistema di proiezione politica la figura del legislatore. Questa figura sopra le parti ha un ruolo indiretto, non è autoritario e gode dell’arduo compito di realizzare la bontà originaria.

Reinterpretazione politica passando da Platone a Machiavelli per giungere alla nostra contemporaneità.

La rigenerazione umana grazie all’intervento demiurgico del legislatore è davvero oggi possibile?

L’atto di volontà, l’intento e la creazione della piattaforma Rousseau è forse stata declinazione di arroganza. Questo pezzo non vi offrirà tutta la verità come promesso ma forse, come spero, cercherà di implementare qualche domanda socio-politica sulla vostra quotidianità.

Pongo a voi tre quesiti alla maniera socratica, sapendo di non sapere la reale risposta:

L’uomo è davvero buono per natura?

Ognuno di noi è effettivamente il miglior giudice dei propri affari?

E soprattutto il consenso è un criterio affidabile?

Il consenso è sempre un enigma da Barabba a Gesù, da Hitler al Terzo Reich.

Alessia Aleo

Nelle tradizioni siciliane del 2 novembre, oltre i santi c’è di più!

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Il Ponte di Ognissanti, in Sicilia, porta la Festa dei Morti, tradizione antichissima, a cui si avvicina quella del Dia de Los Muertos, più che Halloween.

Ad ogni latitudine, non solo italica, i defunti vengono commemorati secondo le proprie tradizioni e la propria identità culturale.

Halloween può essere un catalizzatore per puntare i riflettori sulle differenti abitudini commemorative. Festeggiare a livello globale; conoscere, invece, nel particolare.

Nella tradizione italiana più risalente nel tempo non mancano i festeggiamenti per la notte del 31 ottobre e dei giorni successivi del ponte di Ognissanti.

Il 1° novembre è il giorno di Ognissanti, il giorno scelto dal Calendario liturgico cattolico per festeggiare i Santi, per pregare e meditare sulla lettura delle Beatitudini. Il giorno dopo, invece, si commemorano i defunti.

In Sicilia i giorni di Ognissanti e del 2 novembre sono sempre stati molto sentiti.

La Festa dei morti risale al X secolo ed è ispirata a riti pagani. A suo modo, quindi, si avvicina molto ad Halloween – che la precede di una notte – ma, soprattutto, al Dia de Los Muertos, tradizione messicana sempre più conosciuta.

La tradizione siciliana vuole che la notte di Ognissanti i defunti lascino i cimiteri e sfilino in corteo seguendo un preciso ordine: prima coloro che morirono di morte naturale, a seguire i giustiziati, poi i morti in disgrazia, poi i morti repentinamente e, infine, tutti gli altri.

La notte successiva i defunti, invece, andrebbero a visitare le case dei propri cari ancora vivi, per la gioia, soprattutto dei bambini.

I defunti della famiglia, infatti, sono stati e sono per i bambini siciliani ciò che erano Santa Lucia per i bambini veneti o lombardi, la Befana per quelli romani ed aquilani e ciò che Babbo Natale è adesso per i bambini della contemporanea società globalizzata.

Era la notte tra il 1° e il 2 novembre, infatti, che i bambini ricevevano i regali e a portarglieli erano i cari che avevano lasciato questo mondo.

A Messina e, in generale, nella zona della Sicilia orientale, i bambini preparavano un po’ di pane e un po’ di latte, come offerta per i defunti. Lasciavano, infine, per terra anche un paio di scarpe. I defunti, calzate le scarpe, facevano un giro per le stanze della casa. Grati di essere rimasti vivi nei ricordi, lasciavano ai bambini soldi e regali e due tipi di dolci: la frutta marturana e i “morticini”. Questi ultimi sono biscotti di mandorle a forma di ossa e teschi.

La frutta martorana, invece, è un dolce palermitano, le cui origini risalgono al periodo normanno. Nel monastero della chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio a Palermo, fondato nel 1194 dalla nobile Eloisa Martorana, le monache avrebbero preparato per la prima volta dei dolci a forma di frutto che avrebbero poi appeso agli alberi in sostituzione di quelli già colti.  Lo scopo era arricchire il giardino del convento durante la visita di un personaggio molto importante, forse un alto prelato o un re. Ecco perché ancora oggi questo dolce a base di mandorle e zucchero porta questo nome.

Tutti questi dolci riempivano spesso un cesto di vimini, chiamata “cannistru”.

Oggi, nel ponte di Ognissanti, non si usa più riempire il cestino, tuttavia in questo periodo dell’anno le pasticcerie pullulano di prelibatezze tipiche.

Come detto, la tradizione dolciaria in Sicilia ha origini assai antiche che vengono annualmente e ciclicamente rinnovate.

Nel catanese, ad esempio, i viscotta de motti”, letteralmente i biscotti dei morti, sono le Rame di Napoli, l’Ossa di Morto, gli ‘Nzuddi e i Totò. Nelle case non manca un vassoio di queste prelibatezze, poiché la gioia della tavola è al contempo condivisione di ricordi.

La mattina del 2 novembre, quindi, i bambini si alzano e si mettono in cerca di regali e fanno colazione con i tipici dolcetti.

Il giorno dei morti in Sicilia è un giorno di festa perché i defunti scendono, metaforicamente, in Terra e sono più vicini alle proprie famiglie.

Uno degli appuntamenti della tradizione recente catanese è “a fera de motti, un mercato temporaneo allestito per l’occasione con bancarelle di tutti i generi, della durata di una settimana.

Inoltre, per non perdere la consapevolezza delle radici di questo mito è nata anche la “Notte di Zucchero, festa di morti, pupi e grattugie”, la prima festa di piazza a Catania e a Palermo. L’obiettivo è difendere la tradizionale festa dei morti siciliana che, con l’avvento di Halloween e non solo, va sempre più scomparendo. La manifestazione, ideata da Giusi Cataldo, è già alla sua sesta edizione a Palermo e alla seconda a Catania.

E tra un giocattolo ed un morso al mastazzolo prima di scendere per le vie e le piazze e continuare i festeggiamenti si va al cimitero a salutare i propri cari, portando crisantemi e preghiere. In questa occasione anche il Camposanto diventa luogo affollato e florealmente colorato.

Della tradizione del 2 novembre hanno scritto di recente anche due scrittori siciliani, Nadia Terranova e Andrea Camilleri.

Il racconto di Terranova si intitola “I morticini”, il nome che si usa dare ai defunti che fanno visita alle case, oltre che ai biscotti che si lasciano loro. La voce narrante di una bambina ci racconta di come si sta preparando all’arrivo dei cari defunti nella sua cucina. Ci sono la gioia dell’attesa dei regali e l’eccitazione per la speranza di restare svegli e vedere gli eterei ospiti arrivare. Ma ci sono anche il dolore e la nostalgia per chi non c’è più.“I morticini” è, quindi, la descrizione ideale di una festività fatta proprio per non dimenticare chi ci manca: gioia, regali, cibi buoni, ricordi, malinconia, dolore, nostalgia.

Andrea Camilleri, invece, nel racconto “Il giorno che i morti persero la strada”, ricorda il cesto di vimini messo sotto il letto dai bambini agrigentini, per essere riempito dai defunti. Ma racconta anche della fatica a prendere sonno e della seconda tradizione della mattina del 2 novembre: quella di ricambiare la visita ai morti, andando a trovarli presso le loro tombe nei cimiteri.

Con un po’ di malinconia Camilleri ci narra anche dell’amico Tatuzzo Prestìa. A lui nessuno ebbe il coraggio di chiedere cosa gli avessero portato in regalo i morti. Con altrettanta malinconia, poi, il Maestro si rammarica che dal 1943, arrivati gli Americani in Sicilia, la tradizione dei Morti cominciò a scomparire. In tutta Italia, nei decenni successivi avremmo dato sempre più spazio all’albero di Natale e a Santa Claus e sempre meno alle feste del Ponte di Ognissanti.

Alessia Aleo e Stefania Fiducia

Doctor Sleep, ritorno all’Overlook Hotel tra incubi e traumi

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Non ho mai pensato di aver bisogno di un sequel di Shining finché non ho visto il sequel di Shining.

Proprio così, perché Doctor Sleep è una delle sorprese positive di questa annata cinematografica. Ovviamente non si può paragonare al mostro sacro di Stanley Kubrick, sia chiaro, ma è una degna continuazione – e epilogo – perché riesce nella pazzesca, titanica impresa di essere, al tempo stesso, adattamento di un nuovo romanzo di Stephen King, sequel cinematografico di uno dei più grandi monumenti della cultura pop, e film autonomo con una sua personalità e tematica. E riesce in questi compiti sempre efficacemente.

Riesce, soprattutto, a meritarsi il diritto di citare spudoratamente e persino ricreare interi scenari e intere sequenze di Shining. In altri film ciò avrebbe stonato, sarebbe stato fan service o, ancor peggio, semplici ricostruzioni fini a sé stesse. Invece il percorso tematico, meditativo e spirituale di Doctor Sleep si guadagna letteralmente il diritto di tornare ( e farci tornare) all’Overlook Hotel. Dopotutto, come notorio, a King può anche non essere piaciuta l’opera del 1980, ma il suo peso nell’immaginario collettivo è troppo potente per pensare di poter ripartire dalle pagine di un libro senza prima fare i conti con i corridoi delle mente visionaria di Kubrick.

Il ricordo di Stanley Kubrick, il più grande

Il regista Mike Flanagan, con Doctor Sleep, riparte esattamente da lì. Riparte da quei temi: l’innocenza perduta, l’infanzia distrutta dai comportamenti predatori degli adulti, le conseguenze della perdita della sanità mentale.

E con coraggio espande tali temi: il Danny Torrance adulto, interpretato con delicatezza e fragilità da Ewan McGregor, è il preciso prodotto della distruzione dell’unita familiare. Persino la “luccicanza” non può fermare il corso degli eventi quando le colpe dei padri ricadono sui figli. E allora Doctor Sleep, al netto di tutti gli elementi fantasy presenti e di streghe vampiresche che divorano l’anima dei bambini (elementi comunque tremendamente suggestivi e ben riusciti), rimane una bellissima e profonda storia sulla necessità di superare i traumi accettando gli errori dei genitori, abbracciarli spiritualmente e saper tornare nei luoghi e nei tempi in cui tutto è cominciato. Le conseguenze dei traumi infantili condizionano tutta la vita, non si possono richiudere in una scatola per sempre, ma si possono accettare per andare avanti.

La riflessione di Flanagan è ancor più potente perché, e qui prende più a prestito King che non Kubrick, il suo Doctor Sleep è un film meno horror di quanto ci si aspettasse e più propriamente drammatico. Gioca più sul’atmosfera che non sui jump scare e lavora sottotraccia sui condizionamenti psicologici del protagonista. Non è la luccicanza a rendere la vita di Danny Torrance “particolare”, semmai il ricordo del padre che lo rincorre con un’accetta. Ancora una volta, quando si parla di orrore, il reale vince sull’immaginifico. Purtroppo, si potrebbe anche aggiungere.

Tutto noi abbiamo i nostri fantasmi. Dobbiamo “solo” saperli gestire e preparare scatole belle grandi per tenerli a bada.

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Emanuele D’Aniello

Anime giapponesi: le canzoni anni 80′ e 90′ in una playlist

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C’erano una volta le cartoline, il videoregistratore, le cabine telefoniche. C’erano una volta i cartoni animati anni ’80 alla tele, quella generalista. Viviamo in un’epoca in cui tutti, dai più piccoli ai più anziani, siamo sottoposti ad una marea di stimoli.

Grazie al progresso tecnologico abbiamo a disposizione una quantità infinita di strumenti dedicati all’intrattenimento:

  • la televisione generalista e quella tematica,
  • “la televisione archivio” come Netflix,
  • i social network e, più in generale, i contenuti sul web.

C’è stato un tempo, che ci sembra ormai preistoria, in cui nelle case degli italiani non era presente neanche il pc. Negli anni ’80 per noi bambini c’era un unico strumento a disposizione per intrattenerci all’interno delle mura domestiche: la televisione.

Il palinsesto pomeridiano della tv italiana era principalmente dedicato ai più piccoli. Dalla metà degli anni Settanta, le società italiane di distribuzione, la RAI e alcune reti private, come Fininvest, cominciano infatti a mettere in palinsesto numerose serie di anime, acquistati dai principali network giapponesi.

Ma il boom degli anime negli anni ’80 non è dovuto soltanto all’assenza di Netflix e affini.

Elemento da considerare in questo contesto è la cadenza delle messe in onda delle serie in Italia, diversa dalle programmazioni in Giappone. In Giappone la cadenza delle serie è settimanale. I primi cartoni anni ’80 in Italia invece andavano in onda ogni pomeriggio, senza diritto di replica. Questo genere di programmazione contava sul fatto che se noi piccoli telespettatori non potevamo vedere la puntata in onda in quello specifico giorno, non l’avremmo più potuta recuperare.

E quindi ogni giorno eravamo lì attaccati al tubo catodico per vedere cosa sarebbe successo nell’episodio fresco di giornata.

Io, personalmente, non volevo perdermi mai neanche i titoli di testa, ovvero le sigle che, per me, rientrano a pieno titolo nella lista delle canzoni anni ’80 e ’90 più belle.

Le migliori canzoni dei cartoni giapponesi su Spotify

Valeria de Bari

Playlist di Greatest Hits anni ‘80

Playlist Top10 canzoni straniere anni 80

Terminator Destino Oscuro, a volte ritornano (non richiesti)

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Se c’è un vero Terminator, è questa saga che proprio non riesce a morire. Nonostante i motivi per continuare ad esistere proprio non ci siano più. E se c’è una cosa che riesce molto bene al nuovo film Terminator Destino Oscuro, paradosso dei paradossi, è confermare e darci più ragioni per l’eutanasia che non altri motivi per andare avanti.

Si sperava che almeno il ritorno di James Cameron, in veste di produttore e soggettista della storia, potesse dare qualcosa di più. Invece Terminator Destino Oscuro è un generico blockbuster che ricicla e ripete tutto il già riciclato dai capitoli precedenti. Cameron ha deciso addirittura di cancellare dalla continuity i precedente tre film, e collegare questo nuovo capitolo al capolavoro Terminator 2 come sequel diretto. Ma niente è servito ad evitare un senso di deja vu privo di qualsiasi trasporto emotivo.

Prima di tutto è un film senza anima questo Terminator Destino Oscuro.

Generico lo abbiamo già detto, ma soprattutto incapace di sviluppare qualsiasi dei sottotesti da cui prende spunto (c’è persino l’immigrazione, che finisce per essere solo un accenno pretestuoso) e incapace di recuperare quel sentimento di orrore e predestinazione rispetto al futuro. Un sentimento nefasto che era la spina dorsale dei primi due film, dal quale nasceva una ricerca ostinata di ottimismo. Ora non c’è più niente di tutto ciò – forse perché i tempi in cui viviamo sembrano davvero apocalittici per taluni aspetti – e rimane soltanto un action ripetitivo che non conosce la parola “carisma”.

Quello provano a portarlo, a dir la verità, Linda Hamilton e Arnold Schwarzenegger. Sono loro due, ma era quasi scontato pensarlo e anticiparlo, gli elementi migliori del film. I loro personaggi, le loro interazioni, la forza che riescono a portare in ogni scena. Forse perché sembrano anche gli unici che riescono a divertirsi e connettersi sentimentalmente col pubblico. Una dote che soprattutto Schwarzenegger ha sempre avuto pur non essendo mai stato, e mai diventato, un vero buon attore.

Ma i due, ovviamente, non bastano a salvare la baracca. Non bastano quando è il concetto di fondo di Terminator Destino Oscuro a non bastare: ripetersi. Si triplicano le “forti” figure femminili, si riproduce la stessa trama e la stessa struttura, si cerca addirittura di riprendere le caratteristiche dei vecchi villain. Ma più che creare, il film scava nella fossa  non trova niente di veramente originale, veramente efficace. Inserire la storia di Terminator nel meccanismo dei franchise odierni è letteralmente solo una mossa commerciale, perché ogni scelta narrativa o estetica, in questo film come nei precedenti, hanno confermato che la storia della saga si era già esaurita benissimo nel secondo capitolo.

“Hasta la vista, baby” è la frase che vorremmo sentirci dire da Cameron dopo questo film. Pensare invece possa pronunciare “I’ll be back” suona come una minaccia, che il mito dei primi due film davvero non merita.

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Emanuele D’Aniello