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World War Z: la zombie apocalypse psicologica

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“Il problema è che molti non credono che qualcosa possa avvenire finché non è già avvenuta. Non è stupidità o debolezza, è solo la natura umana.”

Titolo originale: World War Z
Regista: Marc Forster
Sceneggiatura: Damon Lindelof, Drew Goddard, Matthew Michael Carnahan
Cast Principale: Brad Pitt, Mireille Enos, Daniella Kertesz
Nazione: USA, Malta
Anno: 2013

Siamo stati abituati a zombie lenti ma letali, firmati George Romero. Siamo stati abituati a Milla Jovovich che fa le capriole per uccidere Nemesis. Siamo stati anche abituati agli zombi di 28 giorni e 28 settimane dopo, che corrono come pazzi per afferrare la preda. Ma non eravamo abituati a vederla dal punto di vista squisitamente antropologico e scientifico, nonostante i tentativi dell’Umbrella Corporation: finché non è arrivato Brad Pitt.

Un attore che ho saputo rivalutare nel corso degli anni e che ho imparato ad apprezzare di recente, come è accaduto con il film di cui sto per parlarvi.

Confesso, infatti, che World War Z non mi ha entusiasmato quando l’ho visto al cinema.

Brad Pitt in questo film interpreta Gerry, un ex investigatore delle Nazioni Unite che fa il papà a tempo pieno: una volta scoppiata l’apocalisse zombie viene invitato caldamente ad attivarsi se vuole che la moglie e le figlie restino al sicuro in una base segreta. Così parte insieme ad un virologo per provare a trovare una cura per il virus.

La fotografia del film è spettacolare e dà un tocco in più a tutti i momenti di suspense, come quello sull’aereo. Ma le stesse inquadrature sulla roccaforte di Gerusalemme, circondata da mura altissime anti-zombi, sono davvero suggestive.

Lo sguardo al virus, però, è la chiave di volta di World War Z:

se in 28 settimane dopo la cura poteva essere un’anomalia genetica già in atto (come un occhio di colore diverso dall’altro), nel film di Brad Pitt c’è qualcos’altro che sembra non piacere ai non-morti, e sappiate che il nostro protagonista farà davvero di tutto pur di testare questa teoria.

Anche sul piano emotivo, World War Z non ci lascia indifferenti: dall’affetto che Brad ha per la sua famiglia al magico cameo di Pierfrancesco Favino, che dice poche parole ma lascia il segno con la sua solita eleganza.

Sicuramente una pellicola piacevole, piena di buoni sentimenti, che mette sotto ai nostri occhi anche un altro aspetto, ancora più sottile:

il papà Gerry avrà anche scelto di dedicarsi alla sua famiglia, ma è bello vedere che alcune parti di noi stessi (in questo caso quella più avventurosa) non spariscono mai, restano piuttosto sopite in attesa di essere stimolate dalla prossima occasione di vita. E allora, vi sembra plausibile che la felicità abbia un volto solo? Perché anche se in una condizione piuttosto avversa, come può essere un’orda di cannibali, il nostro Gerry sembra vivere l’impresa come se fosse pane quotidiano, o meglio… pane per i suoi denti: qualcosa che gli viene naturale.

Non a caso, mentre sforna pancakes all’inizio del film e la figlia gli chiede ingenuamente se gli manca il suo lavoro, Gerry esita. Esita perché ama la sua famiglia, ma non vuole mentire: gli manca anche essere un eroe. E non gli mancherà l’occasione per esserlo ancora una volta, come spesso accade nella vita.

Tre motivi per vedere il film:

  • Il cameo di Favino che parla un buonissimo inglese!
  • Brad Pitt in versione super papà
  • È un buon film sugli zombie rispetto a tante schifezze in circolazione

Quando vedere il film:

una mattina o un pomeriggio in cui avete davvero bisogno di rilassarvi sul divano e staccare il cervello.

Alessia Pizzi

Nell’ultimo cineforum abbiamo parlato di…

Si ritiene che le immagini, nella presente recensione, relative a un film protetto da copyright possano essere riprodotto su CulturaMente, limitatamente alle voci che riguardano direttamente l’opera, in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», o per mere finalità illustrative e per fini non commerciali, e in quanto la presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera». In osservanza del comma 3, deve sempre essere presente la «menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta». Questa immagine non può essere utilizzata per altri scopi senza il previo assenso del titolare dei diritti.

Opinioni su Unicusano: come sono le recensioni degli studenti?

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Per conseguire una laurea nel settore di studio di proprio interesse si può attualmente sfruttare l’e-learning e diventare studenti di una delle università telematiche presenti in Italia. Le opinioni su Unicusano positive fanno sì che questo ateneo digitale sia considerato uno dei migliori per il conseguimento di una laurea online, che sia ovviamente riconosciuta sia in ambito accademico che lavorativo.

Nell’attuale universo professionale, avere un titolo di studio può fare la differenza e può consentire di accedere a delle posizioni lavorative che altrimenti sarebbero inavvicinabili. Molti studenti hanno compreso i vantaggi dell’e-learning ed hanno deciso di iscriversi ad un’università online per conseguire la laurea gestendo in totale libertà il proprio tempo libero o un’eventuale occupazione lavorativa parallela. Prima di iscriversi all’Università Niccolò Cusano, gli studenti sono andati alla ricerca delle recensioni su Unicusano ed hanno scoperto che si tratta di uno dei migliori atenei telematici del nostro paese.

Recensioni Unicusano: gli studenti apprezzano il forte legame con la realtà lavorativa

Nelle recensioni su Unicusano si nota soprattutto un apprezzamento per il forte legame che le attività didattiche dei differenti corsi di laurea hanno con le rispettive realtà lavorative. Lo scopo ultimo di questo ateneo è offrire ai suoi studenti non solo le conoscenze teoriche del settore di loro interesse, ma anche le competenze pratiche che possano essere loro di aiuto quando si troveranno a dover svolgere l’attività professionale.

Per questo motivo gli insegnamenti dei vari corsi di laurea prevedono anche delle attività pratiche, le quali si svolgono o nei laboratori di Unicusano, oppure nelle aziende che hanno stretto una collaborazione con l’ateneo e che si sono rese disponibili ad accogliere gli studenti. Le opinioni su Unicusano sono positive anche grazie a queste collaborazioni, perché gli studenti sanno bene quanto l’apprendimento delle competenze pratiche possa fare la differenza nell’ottica di un veloce impiego in azienda al termine del percorso di studio.

Università Niccolò Cusano: quali sono i corsi di laurea disponibili?

Coloro che decideranno di diventare studenti dell’ateneo telematico Unicusano potranno scegliere tra una vasta gamma di corsi di laurea. L’università mette a disposizione sia corsi di laurea triennale che corsi di laurea magistrale, cosìcché ciascun studente possa intraprendere il percorso che preferisce.

Attraverso le opinioni su Unicusano, gli studenti si trovano spesso a parlare del loro percorso di studio e di come sono organizzate le lezioni. La possibilità di scegliere tra diversi indirizzi anche all’interno della stessa macroarea è considerata un punto di forza di questo ateneo.

Non bisogna dimenticare che l’università Niccolò Cusano accompagna i suoi studenti non solo fino al conseguimento della laurea. L’ateneo si occupa infatti anche della formazione post-laurea, mettendo a disposizione dei master di primo e di secondo livello, anche questi proposti con la modalità e-learning.

Le tante opinioni e recensioni su Unicusano positive hanno sicuramente contributo alla crescita di questo ateneo. Il duro lavoro fatto dall’università per offrire dei corsi di alta qualità, tenuti da professori competenti e specializzati nel loro ambito, ha ripagato ed ha reso l’università Niccolò Cusano un punto di riferimento in Italia per coloro che vogliono conseguire una laurea o un master online.

“L’uomo del labirinto”, il gioco noioso di Donato Carrisi

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Al cinema dal 30 ottobre, “L’uomo del labirinto” è il secondo film diretto dallo scrittore Donato Carrisi e tratto da un suo romanzo.

“L’uomo del labirinto” è un thriller psicologico, tratto dall’omonimo best seller dello stesso regista Donato Carrisi. “Questo è un gioco?” è la domanda che all’inizio l’inquietante vittima del maniaco pone allo psicologo profiler che la interroga stranamente aggressivo. Ma è anche la domanda che si farà lo spettatore alla fine del film. “L’uomo del labirinto”, infatti, sembra, da un lato, un gioco che Carrisi ingaggia con lo spettatore; dall’altro il divertissement del regista, alle prese con una grande produzione.

È la seconda volta che Carrisi scrive un romanzo dal successo internazionale e poi ne realizza un film. Era già accaduto con “La ragazza nella nebbia”, che aveva fruttato al regista un David di Donatello come miglior esordiente.

La Ragazza nella Nebbia, Donato Carrisi si sdoppia dal libro al cinema

La trama de “L’uomo del labirinto” è quella tipica di un film di genere, con la caccia ad un maniaco che sfugge con astuzia.

Samantha Andretti (Valentina Bellè) è stata rapita quando era adolescente. Quindici anni dopo, si risveglia in una stanza d’ospedale senza ricordare dove sia stata, né cosa le sia accaduto in tutto quel tempo.

Accanto a lei c’è un profiler, il dottor Green (Dustin Hoffman). Sostiene che l’aiuterà a recuperare la memoria e che insieme cattureranno il mostro.

Bruno Genko (Toni Servillo) è un investigatore privato, malato, a cui restano due mesi di vita. Quindici anni prima è stato ingaggiato dai genitori di Samantha per ritrovare la figlia. Adesso sente di avere un debito con la ragazza e vuole catturare l’uomo senza volto che l’ha rapita.

Inizia così una lotta contro il tempo. Sia l’investigatore, sia il profiler vogliono scoprire la verità sul rapitore e sul labirinto pieno di porte dove Samantha sembra sia stata rinchiusa per tutti quegli anni. Dietro ogni porta si nasconde un enigma da risolvere, un inganno da svelare.

Intorno ai tre protagonisti si muovono molti altri personaggi, tutti ambigui, ognuno a modo suo.

Se guardassimo “L’uomo del labirinto” come un film di genere, potremmo restarne anche soddisfatti, come chi cerca di scoprire l’inganno e il colpevole in un giallo di Agatha Christie. Infatti, il film è ansiogeno quanto basta, soprattutto nella prima parte. Valentina Bellè nelle prime scene offre un’interpretazione inquietante al punto giusto.

Carrisi è bravo a disseminare nel film dei dettagli, che dovrebbero diventare degli indizi per “aiutare” o, meglio ancora, confondere lo spettatore che vuole risolvere l’enigma. E lo spettatore sta al gioco, come Samantha. D’altronde, nessuno dei due ha scelta. L’una è inchiodata in un letto d’ospedale, l’altro ha pagato il biglietto per entrare al cinema.

Peccato, però, che tutti quei personaggi ambigui e quei dettagli tendano a rendere il film confusionario e, a lungo andare, quasi esasperante.

I due superbi attori, Dustin Hoffman e Toni Servillo, nemesi l’uno dell’altro, fanno egregiamente il loro lavoro anche stavolta. È evidente che hanno molto curato la costruzione dei loro personaggi, che dovevano essere antitetici.

Bruno Genko è un investigatore privato alla Chandler. Così lo definisce il suo interprete Servillo aggiungendo che “per questa sua condizione di solitudine e per il suo lavoro quasi volgare … è un po’ cialtrone, astuto, trasandato”. Green è uno psicologo che dosa empatia e freddezza, al mero scopo di carpire informazioni alla vittima. Ma è molto misterioso e solo alla fine si svelerà il suo vero ruolo.

Ovviamente, non bastano ottime interpretazioni e una trama accattivante per evitare di fare un film che, superata la prima mezzora, è tendenzialmente noioso.

Certo, non mancano alcuni elementi apprezzabili. Innanzitutto, i richiami a personaggi ed elementi narrativi dalla doppia faccia, favolistica ed horror. Il labirinto è un gioco, ma anche un posto dove è difficile scappare ad un inseguitore. Un coniglio è un animale tenero, ma qui è stato utilizzato – come spesso era già accaduto al cinema e non solo – come soggetto terrificante. E poi c’è un’Alice, che ovviamente richiama il racconto di Lewis Carroll. Anche qui, però, i richiami sono divertenti, ma non convincenti. In alcuni casi sembrano proprio messi lì solo per il gusto di infilarceli.

Interessante è l’ambientazione assolutamente irrealistica e sospesa in un’epoca indefinita, con paesaggi e tecnologia contemporanei e oggetti vintage anni ’90 o giù di lì.

Infine, Carrisi è riuscito nel suo intento di girare un film con un’atmosfera piena di colori, tanto che sembra ispirato più ad una graphic novel che ad un romanzo giallo.

Anche se la buona volontà e gli sforzi economici non sembrano essere mancati, a fine proiezione de “L’uomo del labirinto,” il commento è un grande “Mah”!

Stefania Fiducia

10 film da “Horror Maniacs” con Warner Bros

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Questo Halloween Warner Bros Italia ha deciso davvero di spaventarci a morte!

La nuova collezione

Con la nuova collezione “Horror Maniacs” sono disponibili in DVD e Blu-Ray 10 dei film horror più celebri di sempre.

E noi di CulturaMente non ce lo siamo fatto ripetere due volte. La collezione comprende sia i grandi classici come Shining, il capolavoro di Stanely Kubrick, Venerdì 13, l’inizio della saga che ha reso famoso il serial killer Jason, e L’Esorcista. Immancabile il clown Pennywise sia nell’edizione di IT 1990 che in quella più recente con Skarsgard (prima parte).

Concludono la collezione cinque horror moderni: The Conjuring – L’Evocazione, The Conjuring – Il Caso Enfield, Annabelle, Annabelle 2 – Creation e The Nun – La Vocazione del Male.

IT (Prima parte)

Vi abbiamo già parlato di questo IT 2017 (come anche di IT 2019) menzionando la fotografia incredibile, il cast stellare e l’interpretazione magistrale di Bill Skarsgard. Quello che al cinema non è possibile vedere, però, sono i contenuti speciali che consentono agli appassionati del genere di scoprire molte informazioni interessanti sul film. Uno dei punti chiave è sicuramente l’interpretazione del clown: molti hanno come punto di riferimento l’inquietante Tim Curry ed era impossibile non fare paragoni. Il giovane Skarsgard ha portato sul grande schermo un IT molto diverso, ma allo stesso tempo, da brivido: come si sarà preparato per la parte? Se siete curiosi di scoprirlo non potete perdervi questa edizione speciale, che all’interno include anche undici scene tagliate, un approfondimento sul cast del Club dei Perdenti e sulle origini del romanzo di Stephen King.

Shining – Extended Edition

Altra perla di Stephen King con il grandissimo Jack Nicholson: dopo quarantanni dalla sua uscita la Warner Bros ha deciso di farci rivivere il brivido con un’edizione a due dischi, una includente la versione estesa americana (per i veri impavidi), l’altra con quella cinematografica (per chi vuole restare “leggero” a cena). Imperdibile il The making of per entrare a tutto tondo nel primo “horror epico”, per dirla alla Jack Kroll: siete pronti a tornare all’Overlook Hotel per affrontare il ghigno più inquietante della storia del cinema?

Venerdì 13 (1980)

Last but not least, benvenuti a Camp Lake, dove un giovanissimo Kevin Bacon si trova alle prese con Jason, uno dei serial killer più noti del genere horror. Siete scaramantici? Se sì, forse è proprio il film che fa per voi, soprattutto perché all’interno del blu-ray troverete un focus sui documenti d’epoca dedicati proprio a Venerdì 13.

Questo anno non avete scuse: radunate amici e pop corn e passate la festa delle streghe come si deve, guardando i film perfetti per Halloween. E se vi serve una colonna sonora adatta, vi abbiamo preparato pure quella.

Alessia Pizzi

Lonely Planet e le Marche che non conoscete

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La Lonely Planet ha recentemente collocato le Marche al secondo posto nella top 10 delle mete consigliate per il 2020.

Un riconoscimento che porta all’attenzione del turismo mondiale una regione schiva, introversa e variegata. Ma… cosa vedere nelle Marche?

Noi di CulturaMente non potevamo perdere l’occasione per parlare di una terra che tanto amiamo. Avete carta e penna? Bene, partiamo!

Cominciamo dal nome al plurale che non può non destare curiosità.

Perché le Marche sono così, le trovi di lato, non si fanno sentire. Si fanno i fatti propri, ma ci sono. Nelle Marche, l’intreccio tra territorio, arte, gastronomia, lingua, è così stretto da tessere una trama talmente raffinata da sembrare prodotta da un’abile tessitrice. Ma facciamo un po’ di ordine.

Cosa vedere nella Marche? Ad esempio, L’arte di Urbino.

La patria di Raffaello e del monumentale palazzo ducale. La Pinacoteca Nazionale delle Marche si fregia di alcuni dei più importanti gioeilli artistici del rinascimento italiano. Pensiamo per esempio alla città ideale o allo studiolo di Federico da Montefeltro.

Che poi l’arte si fermasse ad Urbino! Possiamo citare l’arco di Traiano del porto antico di Ancona o la pinacoteca di Fermo. Senza dimenticare lo Sferisterio di Macerata, celeberrimo per la stagione lirica, o Piazza del Popolo di Ascoli Piceno. Persino Alberto Angela nelle sue Meraviglie ha citato più volte questa terra. Ogni piccolo paesello, frazione riesce a regale perle di bellezza incomparabile che, silenti, si lasciano ammirare dal turista di passaggio.

Ma questa terra è una terra che trema. Che distrugge e che fa paura. La forza di questa popolazione sta proprio nella forza di rialzarsi e di rimanere attaccata al proprio territorio. A Macerata, una delle provincie più colpite dal sisma del 2016, nel 2018 è stata promossa una mostra per raccogliere le opere messe in salvo da edifici inagibili:

L’arte dopo il sisma: la mostra “Capriccio e Natura” a Macerata

Nelle Marche l’arte è, sì, la pittura di Raffaello, ma anche quella di Lorenzo Lotto che, pur non ricevendo i natali da questa terra, tanto dette e ricevette da essa.

Dobbiamo continuare a spiegare cosa vedere nelle Marche dal punto di vista artistico?

Lorenzo Lotto e la mostra su Giacomo Leopardi a Recanati

Se vogliamo tracciare un percorso spirituale, partendo dalla Santa Casa di Loreto, passando per il santuario di Macereto, possiamo casualmente incappare in romaniche abbazie, come quella di San Claudio.

Non manca la musica. Se voleste visitare qualche tempio della sacro della musica, possiamo consigliarvi Pesaro e il suo amato Rossini o Recanti, che oltre a Leopardi, diede i natali al grande Beniamino Gigli.

Cosa vedere nelle Marche, dopo l’arte e la musica? Il territorio.

Se invece siete più tipi da panorami e paesaggi, sicuramente troverete le dolci colline dall’aspetto mutevole. Potrete trovare campi di girasole in estate e viti ricche di uva per produrre vini pregiatissimi.

Le Marche del vino secondo Go Wine

E se credete che un giro delle cantine e degli agriturismi, sia troppo noioso, vi deremo cos’altro vedere nelle Marche. Dal mare di Pesaro fino alla riviera delle Palme di San Benedetto, passando per la riviera del Conero, troverete 180 km di costa pronta ad accogliervi.

Se volessimo fare elenchi di cosa vedere nelle Marche, potremmo continuare all’infinito, ma la verità è che il bello delle Marche sta tutto nascosto tra l’erba alta delle campagne o alla fine di quella strada bianca che taglia la collina.

Potremo davvero continuare all’infinito, parlandovi di borghi, castelli, chiese, palazzi e quadri, personalità e gastronomia, ma la verità è che è impossibile dire con completezza cosa vedere nelle Marche.

La pluralità di questa terra si riversa su ogni singolo aspetto che la circonda e si declina in un campanilismo forte, capace di scolpire modi di fare e di parlare. La molteplicità dei dialetti, le numerose specialità artigianali di cui si fregia questa regione è tale da spiegare, anche se in parte, il perché di un nome al plurale.

Una volta è abbastanza, un viaggio nel dialetto marchigiano

Cosa vedere nelle Marche? Tutto e niente, potenzialemente.

Questa terra ha tanto da dare e da mostrare, ma è schiva, restia ad assecondare la velocità dello scorrere del tempo. Se andrete nelle Marche per cercare qualcosa, forse, non troverete nulla. Andate nelle Marche, invece, per ascoltare, e vi sarà dato tutto.

Serena Vissani

Torna il Padova Jazz Festival, una città in musica

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Dal 25 ottobre al 23 novembre, Padova teatro del jazz in Italia con concerti ed ospiti d’eccezione

Dopo il Roma Jazz Festival, torniamo a parlarvi di jazz in Italia. Dal 25 ottobre al 23 novembre, il Padova Jazz Festival offrirà agli amanti del genere un intenso mese tutto da ascoltare. Sarà il pianoforte a dettare il ritmo di questo Padova Jazz Festival 2019 che, per la sua 22° edizione, ha deciso di girare in città accompagnato da grandi personalità della tastiera.

Stagione Jazz in Italia: Padova una città in jazz

Per il Padova Jazz Festival 2019 non si è badato a location. Per questa piano edition che anima la stagione del jazz italiano e straniero, Padova entra in un vortice musicale che smuove i mattoni più storici che la contraddistinguono.

Dal Teatro Verdi alla Sala dei Giganti, dall’intramontabile Caffè Pedrocchi ad un Porto Astra pronto ad esprimere l’audacia dei modernisti, la manifestazione porterà musicalmente verso i punti più importanti della città.

Sarà Vanessa Tagliabue Yorke ad intonare il primo acuto del Padova Jazz Festival. L’apertura di questo evento jazz in Italia avverrà nell’atmosfera dell’hot jazz degli anni ‘20 a La Montecchia, il ristorante stellato pronto a mettere in scena “We like it Hot”.

Il pianoforte: lo strumento protagnoista del Padova Jazz Festival 2019

Lo abbiamo detto: il pianoforte è lo strumento della 22° edizione della manifestazione jazz. Tra le mani che detteranno il ritmo ci sono quelle di Raphael Gualazzi, il “Jazzista Pop” che assieme a Mauro Ottolini tornerà alle origini con alcuni dei brani più importanti del repertorio Jazz e Blues.

La Sala dei Giganti sarà luogo di un tripudio musicale da non perdere. Dal prodigioso Benny Green alla limpidezza di Kenny Barron, fino al contemporaneo Vijay Iyer: il Palazzo del Liviano diverrà sede dell’espressione moderna del genere musicale.

Padova Jazz Festival, musica e stile libero

Per le quattro serate dedicate ai giovani talenti curate dal Centro d’Arte dell’Università di Padova, la Sala Fronte del Porto/Porto Astra offrirà musica e stile libero. Ad aprire mente e orecchie sarà James Brandon Lewis che, con il suo “An UnRuly Quintet”, accompagnerà gli ascoltatori in un viaggio musicalmente mistico.

Non mancheranno melodie esotiche ed un incredibile connubio con hard pop ed elettronica. L’ottetto Maistah Aphrica evocherà l’incanto e l’affascinante mistero musicale che solo il folklore africano sa regalare. Il tutto verrà condito da una nota di modernismo grazie al trio della giovane sassofonista María Grand.

Dai giovani nomi del jazz di oggi passiamo ai virtuosismi che hanno segnato il Jazz in Italia e all’estero. Sulla scia di un travolgente Monty Alexander, il Padova Jazz Festival porterà il sound di un trio come quello composto da Steve Gadd, il sassofonista Michael Blicher e l’organo di Dan Hemmer.

Caffè Pedrocchi al servizio del jazz

Continua la collaborazione tra Padova Jazz Festival e uno dei locali simbolo della città di Padova. Anche quest’anno il Caffè Pedrocchi si fa palcoscenico, un palco su cui esprimere arte e talento.

Aaron Diehl, il chitarrista Yotam Silberstein e la vocalist Mafalda Minnozzi faranno proprio qui la loro entrata, arricchendo con sorprese musicali l’importante manifestazione veneta.

Tutte le forme del jazz in Italia e non solo

Padova Jazz Festival non è solo la musica ma anche l’immagine di un genere che da sempre smuove l’animo umano. Dalla mostra dedicata al fotografo jazz Roberto Cifarelli alle presentazioni editoriali al Caffè Pedrocchi, il Padova Jazz Festival sarà un’occasione per vivere le forme, le note e i colori del jazz di oggi, di ieri e di quello che verrà.

Clicca qui per consultare il programma completo del Padova Jazz Festival.

I perfetti vicini di casa, un libro che vi farà sospettare di tutti

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Chi non sognerebbe, andando a vivere in una nuova casa, di trovare dei vicini ideali? Leggete l’ultimo romanzo di Rachel Sargeant e cambierete opinione.

Non fidatevi delle apparenze, rifuggite dai modi affettati, dai facili complimenti, specie se provengono da vicini che vi sembrano assolutamente perfetti.

Questa, in sintesi, la morale del thriller di Rachel Sargeant, dall’icastico titolo di I perfetti vicini di casa. Un libro che vi porterà a dubitare di tutti, anche dell’inquilino della porta accanto.

Protagonisti di questo libro, edito in Italia dalla Newton Compton, sono una coppia inglese che, lasciata l’Inghilterra, va a vivere in Germania, in un elegante quartiere.

Helen e Gary, la nostra coppia, si trova proiettata in un luogo che sembra uscito da una fiaba. Una bellissima casa, in una zona residenziale ed esclusiva, servita da ogni tipo confort, dove tutto è assolutamente perfetto.

Così, almeno sembra.

vicini di casa

I timori del trasferimento, la nostalgia della vecchia, cara Inghilterra, rapidamente svaniscono e il bello della novità si impone sulle incoraggianti certezze della precedente vita.

Helen, ancor più che Gary, è emozionata per questa nuova esperienza. Nota ogni cosa intorno a lei, anche la più piccola, quella apparentemente più insignificante.

Nessuna cosa le sfugge, anche quella perfezione che, se sulle prime la entusiasma, alla lunga diventerà stucchevole, sospetta.

Quel quartiere e i suoi abitanti sembrano usciti dal set di The Truman Show, ma come nel film anche in questo libro la realtà è ben diversa da quello che sembra.

Ben presto lei e suo marito Gary fanno la conoscenza dei loro vicini, Louisa e Damian Howard, che abitano al 10 della stessa strada, in una bellissima casa, degna di un primo ministro.

Fin da subito i coniugi Howard assurgono all’invidiabile ruolo di perfetti vicini.

Fin dalla festa che danno in onore di Helen e Gary, danno ampio sfoggio della loro ospitalità, gentilezza, premura. Ma non è possibile che sia tutto vero, non per Helen che inizierà a non vederci chiaro.

Se nella prima parte il romanzo di Rachel Sargeant eccede in ridondanti descrizioni, che rendono la lettura non sempre avvincente, nella seconda parte il libro decisamente decolla.

Quando i timidi sospetti di Helen sulla famiglia Howard, manifestatisi già in occasione del primo incontro, iniziano a rafforzarsi, ecco che questo thriller diventa convincente ed avvincente.

Le tessere di un disordinato puzzle lentamente trovano la loro perfetta collocazione e il quadro che si va a delineare è sconvolgente.

Come Truman Burbank, nel bel film di Peter Weir, si accorge fatalmente che tutta quella apparente perfezione che lo circonda è sospetta, anche Helen inizia a dubitare.

vicini di casa

Dietro quella rassicurante facciata, Helen coglie lievi e pericolose incrinature, segni sospetti che vuole, deve approfondire.

In un crescendo di emozionanti colpi di scena, si delinea una trama che in più di una pagina fa venire i brividi, costringendo il lettore a non staccarsi mai dal libro.

Rachel Sargeant è brava nel dispensare inquietudine, portando i suoi lettori dalle iniziali, dense nebbie, alla abbacinante chiarezza finale, dove tutto torna, anche il più piccolo, banale particolare.

Alla fine di questo romanzo prenderete in seria considerazione la possibilità di andare a vivere lontano da possibili vicini, specie se perfetti.

Sarà un caso che la stessa autrice è andata con tutta la sua famiglia in campagna?

Scusate vi devo lasciare, hanno appena suonato alla mia porta.

Tranquilli, è solo il mio vicino…

Maurizio Carvigno

La mostra dei Preraffaelliti a Milano, “Amore e Desiderio”, lascia il segno

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La mostra dei Preraffaelliti “Amore e Desiderio” si è chiusa il 6 ottobre, a Milano, nella bellissima e suggestiva cornice di Palazzo Reale.

L’esposizione non ha affatto deluso le aspettative, anzi è andata ben oltre. La mostra dei Preraffaelliti a Milano è stata realizzata con la collaborazione del Tate Britain di Londra.

Il suo percorso si è diramato con l’esposizione di oltre 80 opere di ben 18 artisti diversi, e con la distinzione di diverse aree tematiche: dalla Natura, all’Amore, alla Vita.

Il movimento dei Preraffaelliti deve il suo nome proprio all’arte che precedeva quella del Maestro Raffaello Sanzio, e si inserisce nel più ampio scenario artistico noto come “Simbolismo”.

Le opere preraffaellite si sostanziano per un’esaltazione quasi morbosa della semplicità e della essenza della Natura stessa. Quest’ultima viene vista come l’origine assoluta della vita terrena e lo spettatore ne riesce ad assaporare tutta la sua immensità nelle opere esposte. L’arte stessa dei Preraffaelliti cerca in una misura quasi spasmodica il raggiungimento di una rappresentazione estetica della Natura portata alla sua unicità, primordialità e purezza. Ovviamente tutto questo senza fermarsi alla sola Natura, ma andando a ricercare tale purezza rappresentativa anche nelle figure femminili e nella Vita stessa per antonomasia.

La mostra dei Preraffaelliti dà onore a tutta la corrente artistica, offrendoci un panorama a tuttotondo: suggestivo, evocativo, da lasciar in alcuni attimi il pubblico totalmente senza fiato (quasi in “trance” emotivo, come a ricordare la raffigurazione di alcune tra le più belle figure femminili esposte nella mostra, quali Beata Beatrix (fig.1) oppure la stessa Lady of Shallot (fig.2)).

I richiami alla storia artistica e letterale italiana non mancano: il tono univoco della fiaba poetica dantesca (con Paolo e Francesca, Beatrice) la fa da padrone e crea un pathos emotivo molto forte.

Ci sono dei richiami evidenti anche alle bellezze paesaggistiche del nostro Bel paese. Il dipinto La veduta di Firenze di John Brett ne è un esempio emblematico.

L’ispirazione di questa corrente artistica anche nota come “Moderno Medioevo” è fiabesca ed attorniata da miti e leggende che incantano da anni.

Storie caratterizzata da fate, maghi, Re e principesse che tentano di scappare al loro destino.

Tra queste, vale sicuramente porre l’attenzione su Lady Shalott. Quest’ultima rappresenta il soggetto dello splendido dipinto del pittore preraffaellita inglese John William Waterhouse. Realizzato interamente con olio su tela, è datato 1888. Il dipinto raffigura la scena ispirata ad una leggenda medievale ambientata all’interno del Ciclo Arturiano. La protagonista sarebbe una certa Elaine di Astolat.

La leggenda narra di Elaine, figlia di Bernard di Astolat che vive in una torre presso la città di Shalott. Quest’ultima è vittima di una tremenda maledizione e non può in alcun modo rivolgere il suo sguardo verso Camelot. Qualora lo facesse morirebbe. Lady Shalott, tuttavia, si fa guidare da una caratteristica comune a molte donne, la curiosità. Proprio quest’ultima la condurrà ad infrangere la regola dettata dalla magia, e grazie ad uno specchio Lady Shalott riuscirà a tessere ciò che vede in una tela magica. E grazie a quest’ultima vedrà in lontananza la figura di Lancillotto, innamorandosene perdutamente. Purtroppo però la storia non ha un lieto fine, anzi… 

Non basterebbe un solo giorno per descrivere appieno ciò che ci ha lasciato la mostra dei Preraffaelliti. Possiamo quanto meno tentare di descriverne sommariamente il filo conduttore che lega tutte le opere, riprendendo una bellissima citazione di John Ruskin:

Andate incontro alla natura in totale semplicità di cuore… Senza scartare né selezionare né disprezzare nulla”.

Ed è stato proprio così, attraverso questa mostra abbiamo potuto assaporare i profumi della Vita a più ampio raggio, inebriandoci dello splendore e candore della natura, e tornando tutti un po’ più bambini; senza pregiudizi, senza preconcetti, con la semplicità negli occhi. 

Serena Cospito

Scarica la cartella stampa ufficiale della Mostra, cliccando qui.

Simone Pozzati racconta i segreti del paroliere per Arcana Edizioni

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Per Arcana Edizioni esce Il testo e la figura del paroliere di Simone Pozzati, un’opera al confine tra manualistica e saggistica.

Simone Pozzati compie un particolare esperimento: la canzone viene vista e analizzata come se fosse una teoria da falsificare o avallare, una sorta di lectio magistralis di scrittura creativa.

L’idea è rivoluzionaria perché sovverte il ruolo del paroliere all’interno della comunità musicale, fornendo anche una serie di consigli pratici sul songwriting.

Nel volume viene trattato, oltre a questo aspetto che potremmo definire tecnico, anche quello della valenza sociologica della canzone.

All’interno del libro è contenuta una nota di lettura del cantautore e paroliere modenese Ognibene sul rapporto tra composizione musicale e testo.

Sulla quarta di copertina leggiamo: “In questo libro, quasi un saggio, non troverete nessuna formula segreta. Questo manuale non vuole essere un pretenzioso codice fatto di regole, né tanto meno un vademecum o un prontuario di idee”.

Quello di Pozzati è un testo che fa riflettere e ragionare sulla struttura e sulla morfologia della parte letteraria nelle canzoni di musica leggera, sul suo modello generale, sulle caratteristiche principali, e fornisce spunti di sviluppo e di scrittura.

La canzone è una particolare forma di architettura narrativa, che la caratterizza e la rende riconoscibile; una parte del testo è dedicata infatti all’importanza delle figure retoriche, in un continuo parallelismo tra racconto e canzone.

paroliere

Pozzati nasce poeta e scrittore e sa trattare temi come struttura, metrica, poetica, stile e originalità senza tralasciare dal punto di vista comunicativo il messaggio intrinseco. Nel testo ci si sofferma sull’importanza dell’alfabeto, sul valore archetipico di immagini evocative.

L’ultima parte del libro contiene una serie di consigli di scrittura creativa, un glossario della canzone contenente la terminologia più usata dagli autori, e un altro piccolo glossario su alcuni degli elementi narrativi trattati.

Per ultimo, ma non per importanza, lo scrittore si pone l’obiettivo di generare riflessioni sulla funzione e sul ruolo della musica leggera nella società.

Chi è appassionato della canzone d’autore troverà godibile la lettura del libro, chi si avvicina per la prima volta alla scrittura dei testo rimarrà soddisfatto delle indicazioni operative.

Simone Pozzati è nato nel 1989, è scrittore e autore di canzoni. Tiene una rubrica musicale sulla rivista M social Magazine intitolata Venerdischi della settimana.

Antonella Rizzo

Festa del Cinema di Roma 2019: oltre l’arcobaleno con Judy

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Judy è il film biografico dedicato alla leggendaria star di Hollywood, il racconto della sua vita oltre l’arcobaleno.

Tra i film indimenticabili di questo Festival del Cinema di Roma tra i primi posti c’è sicuramente Judy, il biopic dedicato alla star del cinema e della musica Judy Garland.

Un film costruito con grande rispetto per l’artista da parte del regista teatrale Rupert Goold, su una sceneggiatura basata sul musical End of The Rainbow, che racconta gli ultimi anni di vita di Judy Garland. 

Ma ciò che il pubblico ricorderà di questo lungometraggio è la meravigliosa interpretazione di Renée Zellweger, che si immerge fisicamente ed emotivamente nel personaggio.

Quello che tutti ricordiamo di Judy Garland sono i suoi ruoli candidi e angelici, come Dorothy ne Il Mago di Oz una delle sue interpretazioni più celebri. Ma la verità è che la diva americana era una donna alquanto complicata, caduta nel tunnel della droga fin da giovane e che ha dovuto affrontare un difficile momento di declino.

Il film inizia con una scena in cui vediamo l’adolescente Judy sul set de Il Mago di OZ, in una sequenza quasi onirica. Qui, la giovane è con il suo capo, il signor Mayer della MGM, che le ricorda del contratto che ha siglato, che attesta la sue proprietà esclusiva agli studios.

Questo momento imposta il tono del film, rivelando la situazione in cui si trovava la giovane star. Judy era una ragazza sfruttata e psicologicamente abusata in modi inimmaginabili, costretta a ingurgitare pillole per il dimagrimento e obbligata a non comportarsi come un adolescente qualunque.

La narrazione torna al 1968, un anno prima della morte dell’artista. In quegli anni, Judy Garland è in declino, si arrangia con spettacoli di poco conto e non ha una casa per lei e i suoi figli. Così, decide di partire per un tour di concerti a Londra, città in cui è ancora acclamata e adorata dal pubblico, in modo tale da poter guadagnare abbastanza per prendersi cura dei due bambini.

Eppure, anche nella capitale britannica, Judy salta le prove, spesso si presenta ubriaca sul palco e presta più attenzione al suo nuovo giovane amante, Mickey Deans che ai suoi spettacoli.

Strutturato con un’alternanza di flashback e ritorno al presente, Judy è un racconto forte e delicato allo stesso tempo, nel quale spicca la figura meravigliosa della protagonista.

Per Renée Zellweger entrare nel ruolo di una leggenda come Judy Garland, non al culmine della sua fama, ma sei mesi prima della sua morte, è stata una sfida molto importante, superata alla grande.

La sua interpretazione è sublime, si immedesima completamente nella fragilità della diva in declino, emozionando con il suo sguardo vulnerabile e empatico. Inoltre, stupisce eseguendo diversi successi intramontabili della Garland, tra cui Over the Rainbow e The Trolley Song, che regalano una sensazione magica allo spettatore.

Nonostante Judy descrive in modo potente la caduta di una delle icone più grandi del mondo, il regista riesce a sottolineare allo stesso tempo la star che è stata, ricordando a tutti il suo talento e la sua capacità di cantare dal cuore.

Judy è un tributo toccante in molti modi e bisogna guardarlo ricordando lo strabiliante apporto che Judy Garland ha portato alla Hollywood dei tempi d’oro, regalando al suo pubblico piccoli capolavori intramontabili.

Ilaria Scognamiglio

Dal “Data Scientist” al “Digital HR”: quali sono le professioni più ricercate?

Secondo un recente studio dell’Università Niccolò Cusano, i giovani sono sempre più orientati verso un mondo del lavoro digital. Tra le professioni più ricercate spiccano il “Legal Tech” e “l’Energy manager”

Quali sono le figure professionali più richieste nel 2020? E qual è l’orientamento degli universitari? Sono pronti ad affrontare le nuove sfide che il mercato del lavoro pone davanti a loro? A queste e altre domande ha provato a dare risposta l’Università Niccolò Cusano attraverso l’infografica “I 7 lavori più ricercati del 2020”. Secondo la recente indagine dell’ateneo romano, infatti, oggi i giovani amano cibarsi di digitale e, orientati verso percorsi di formazione che guardano la tecnologia e innovazione, sono maggiormente propensi ad abbandonare la tradizione lavorativa italiana.

Nella top seven troviamo quindi professioni legate al mondo dell’informatica: alcune già conosciute e ampiamente battute come il Digital Marketing, altre emergenti come il Data Scientist.

In quest’ultima decade è cambiato profondamente il modo di intendere il lavoro: in dieci anni il 90% delle grandi imprese italiane ha adottato forme di smart working e soltanto nel 2019 gli smart workers sono aumentati del 15%. E, sempre in tema di sostenibilità, è l’Europa a primeggiare per investimenti nei settori dell’ambiente e del sociale con una spesa che è rispettivamente di 12 e 14,1 miliardi di dollari nel triennio 2016-18.

Consapevoli di questa rivoluzione storica, i giovani universitari si sono detti pronti ad accogliere le nuove sfide del mercato del lavoro adeguandosi o anticipando i tempi. Così, al primo posto, c’è la figura del “Data Scientist”: gestisce i big data traendone informazioni rilevanti per il business. Conosce inoltre i linguaggi di programmazione, sviluppa algoritmi e ha una spiccata dote comunicativa. Il suo cursus studiorum è svolto all’interno della facoltà di Ingegneria.

Al secondo posto troviamo il “Digital HR”, evoluzione del tradizionale settore delle risorse umane. Attraverso alcuni social network specifici, come LinkedIn o Facebook, questa figura ha il compito di ricercare e selezionare personale per la propria azienda o per altre con grandi benefici in termini di costi e tempo.

Un po’ meno conosciuto è il “Legal Tech”. Con alle spalle una laurea in Giurisprudenza o Ingegneria e un master in Data Protection, il consulente legale 3.0 ha sviluppato doti e conoscenze legate alla privacy online, al GDPR, alla reputazione online, all’IT e all’etica del web. L’Unicusano ha calcolato che soltanto per il 2019 l’impatto del digital negli studi legali è stato del 10%.

Altrettanto poco nota è la figura dell’“Energy Manager” con compiti che vanno dall’individuazione degli sprechi alimentari alla definizione di investimenti sostenibili, dal miglioramento della redditività aziendale alla riduzione dei costi e dei rifiuti prodotti. Secondo un recente rapporto di Confindustria, attualmente in Italia c’è tanta richiesta: 1,6 milioni di posti di lavoro.

Al quinto posto della classifica dei lavori più richiesti c’è l’“Operation Manager” che già da qualche anno ha consolidato il ruolo. Responsabile dei processi aziendali e del loro efficientamento, si occupa di definire e sviluppare le corrette procedure per ogni area e funzione aziendale con l’obiettivo di migliorare i processi interni. Una figura chiave perché oggi il 27% delle aziende ha tra le priorità la riduzione dei costi e l’aumento della produttività.

Sempre più richiesto dalle società, ma non per questo tanto amato dai giovani, è il “Software & App developer”: ha il compito di realizzare l’infrastruttura web o software per un applicativo. Anche in questo caso la disponibilità di posti di lavoro è di circa 1,2 milioni.

All’ultimo posto troviamo il più tradizionale “Digital Marketing specialist”: progetta e sviluppa strategie di marketing e comunicazione online. Terreno assai fertile se pensiamo che sono circa 33,5 milioni gli italiani a connettersi almeno una volta al giorno a Internet.

C’eravamo tanto amati e quell’omaggio all’Italia dal tocco sperimentale

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“Credevamo di cambiare il mondo, invece il mondo ha cambiato noi”.  storia d’italia

Titolo originale: C’eravamo tanto amati
Regista: Ettore Scola
Sceneggiatura: Age e Scarpelli, Ettore Scola
Cast Principale: Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli, Giovanna Ralli, Aldo Fabrizi
Nazione: Italia
Anno: 1974

Il cinema molte volte è romantico. Altre volte ci porta fuori dal mondo, vicino alle stelle. Alcune volte ci terrorizza oppure ci racconta vite, che viaggiano parallelamente alla Storia, adeguandosi, modificandosi o arrendendosi ad essa, come ci narra Ettore Scola in C’eravamo tanto amati.

La storia è quella di tre amici, Antonio (Nino Manfredi), Nicola (Stefano Satta Flores) e Gianni (Vittorio Gassman), che uniti nella lotta partigiana, si troveranno separati dalle scelte di vita alla fine della guerra. Nicola sarà un professore di provincia, che tenterà di istruire le nuove generazioni anche con le pellicole neo-neorealiste, ostacolato dalla dirigenza democristiana: perderà il lavoro, andrà a Roma a cercare fortuna, lasciando così moglie e figlio da soli, per ritrovarsi a scrivere articoli di cinema con uno pseudonimo.

Antonio, portantino e comunista dichiarato, vive la tormentata storia d’amore con Luciana (Stefania Sandrelli), una ragazza con aspirazioni da attrice. Quando la presenta a Gianni, aspirante avvocato, tra i due nasce una storia, che mette Antonio da parte.

C'eravamo tanto amati

Gianni, però, è meno idealista degli altri suoi amici e ha ambizioni molto alte. Lascerà presto Luciana per sposarsi con Elide (Giovanna Ralli), figlia di Romolo Catenacci (Aldo Fabrizi), costruttore edile e imprenditore senza scrupoli, nonché nostalgico fascista. Gianni infatti diventerà l’avvocato del ricco uomo, che userà il genero per aggirare la legge e proseguire i suoi loschi affari.

La vita intanto prosegue, così come la storia d’Italia e quella dei personaggi.

Alcuni andranno avanti e evolveranno, pentendosene; altri sceglieranno di rimanere ciò che sono, pagandone care conseguenze; e qualcuno non capirà che forse era il caso di cambiare. Un giorno però, per caso, i tre amici si incontrano e decidono di passare un giorno come quelli passati: si ritroveranno o la vita li avrà tanto cambiati?

Storia d'Italia

Il film di Scola è considerato un autentico capolavoro del Cinema italiano.

Ci racconta delle storie nella Storia d’Italia. Una serie di vite, dalle sfaccettature più variegate, si inseriscono nel vortice di quelle di una nazione che, dalla fine della guerra in poi, si è persa in pensieri, parole e azioni (perdonate la citazione religiosa). L’inserimento storico dei personaggi è aiutato da personalità e scene del mondo dello spettacolo di quei tempi. Pensiamo a Mike Buongiorno, che con il suo Lascia o raddoppia?, è una delle chance di Nicola di riuscire a ottenere un riconoscimento. Oppure a Fellini e Mastroianni, che incontrano Antonio e Luciana alla Fontana di Trevi, durante la celebre scena de La dolce vita.

I tre protagonisti sono il simbolo di coloro che sono sopravvissuti alla guerra e di come si reagisce: Antonio è l’essere fedeli a se stessi e agli ideali, che purtroppo non ripaga mai; Gianni è l’arrivismo e la voglia di diventare qualcuno, senza pensare alle conseguenze e a chi gli sta intorno; Nicola è l’intellettualismo che si chiude in se stesso, sempre più incapace di capire le cose, perché ossessionato da domande fini a se stesse.

Il personaggio di Giovanna Ralli è, invece, il personaggio che nel corso della pellicola evolve in meglio.

C'eravamo tanto amati

S’innamora di Gianni nel momento stesso in cui lo vede, conosce la sua condizione e quella dell’amato e pensa di non essere alla sua altezza. Lui è istruito, ben vestito, bello. Lei è solo la figlia di un uomo ricco. Vive delle parole del marito, ignara della sua natura doppiogiochista. Si mette un apparecchio ai denti, legge tutti i grandi romanzi, dipinge, scrive ma sembra che non basti mai. È una madre, ma soprattutto una moglie: respira tutto dell’uomo che ama, che seguita a guardarla dall’alto verso il basso.

L’assurdo sarà che le parti continueranno ad essere le stesse, anche quando Elide sarà oggettivamente più istruita di Gianni e continuerà a sentirsi meno di lui. La verità però Gianni la ammetterà solo troppo tardi.

Altro grande inno è la tecnica.

La pellicola infatti parte in bianco e nero, con la descrizione delle realtà dalla fine della guerra e, quindi, una realtà che sullo schermo era in bianco e nero. Con l’arrivo degli anni ’60, i colori invadono come la rivoluzione culturale e la visione cambia anche di questa prospettiva.

Fantastica anche la costruzione narrativa che, come afferma il Morandini, è:

“(…) fatta di morbide sconnessioni temporali e non priva di una quieta stilizzazione teatrale”.

Un film che lascia l’amaro in bocca e lascia con sgomento pensare che, forse, tutti noi un giorno potremmo guardarci dietro, nel nostro passato, pensando quanto siamo cambiati: la grande differenza sarà se nel bene o nel male.

3 motivi per vedere il film:

  • Giovanna Ralli, nel suo ruolo che evolve, capace di far sorridere e piangere;
  • l’ironia romana, tipica dei film di Scola, che incombe per aggiungere ilarità o sdrammatizzare nei momenti più tristi;
  • le musiche di Armando Trovajoli, malinconiche e romantiche.

Quando vedere il film:

Film da dibattito, generazionale soprattutto. Ha delle battute, ma racconta anche realtà scomode. Di domenica, pomeriggio.

Ecco l’ultimo appuntamento del Cineforum:

Di donne e melò moderno: “Anna” di Alberto Lattuada

Si ritiene che le immagini, nella presente recensione, relative a un film protetto da copyright possano essere riprodotto su CulturaMente, limitatamente alle voci che riguardano direttamente l’opera, in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», o per mere finalità illustrative e per fini non commerciali, e in quanto la presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera». In osservanza del comma 3, deve sempre essere presente la «menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta». Questa immagine non può essere utilizzata per altri scopi senza il previo assenso del titolare dei diritti.

Francesco Fario

Festa del cinema di Roma 2019: la recensione di Pupazzi alla Riscossa

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Presentato nella sezione “Eventi Speciali” della quattordicesima edizione del Festival del Cinema di Roma, Pupazzi alla Riscossa – Uglydolls è un film d’animazione che parla di diversità e amicizia.

Pupazzi alla Riscossa è il nuovo film d’animazione di Kelly Asbury, già regista del successo Shrek 2, che parla di piccoli e brutti pupazzi, scartati dal resto dei giocattoli per il loro strambo aspetto. Nella versione italiana, sono presenti le voci di Federica Carta e Shade, che abbiamo avuto il piacere di intervistare, oltre che di Achille Lauro, Diletta Leotta e Elio.

Festa del Cinema di Roma 2019, Federica Carta e Shade raccontano Pupazzi alla Riscossa

La protagonista è Moxi, un pupazzo rosa dagli occhioni enormi e i denti sbilenchi, che desidera far parte della vita di un bambino.

Moxi insieme agli altri pupazzi emarginati vive a Bruttopoli, un posto felice e spensierato dove tutti i pupazzi sono amici e vivono tranquillamente la loro routine quotidiana. Ma l’esuberante Moxi spera che ogni giorno sia il suo grande giorno, ovvero quello di essere scelta e di donare felicità a una bambina.

Così, decide di avventurarsi per cercare il mondo dei bambini e coinvolge un gruppo di amici fidati, tra cui il simpatico Uglydog. Insieme sono pronti a vivere una grande avventura, con coraggio e determinazione. Per farlo, però, dovranno affrontare il leader incontrastato dell’Accademia della Perfezione, un posto dove vengono selezionate solo le migliori bambole da mandare ai bambini. 

Pupazzi alla Riscossa ci prova, ma senza grandi risultati, almeno per gli adulti.

La narrazione è così sempliciotta che il tentativo di imbastire un thriller per bambini diventa solo un susseguirsi di canzoncine ipnotizzanti, seguite da banalissimi risvolti nella vicenda. Sicuramente, però, è un film d’animazione adatto agli under 6, visto il fantasioso e colorato mondo reso molto bene dalla computer grafica.

Anche i personaggi sicuramente faranno breccia nei cuori dei più piccini, visto il loro aspetto buffo e goffo, unito ai loro sentimenti puri e dolci. 

Scordatevi, quindi, di vedere un simil film Pixar o una replica dell’ironico e divertente Shrek: Pupazzi alla Riscossa è un prodotto realizzato solo e soltanto per i più piccini, quindi mamme e papà armatevi di caffè e portate i vostri bambini al cinema.

Ilaria Scognamiglio

The Irishman, una lunga strada di rimpianti

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Per essere un film sul tempo che passa, fino a svanire per sempre, all’inizio in The Irishman il tempo sembra non essere passato mai. Sembra, per qualche secondo, che Martin Scorsese sia sempre quello di Quei Bravi Ragazzi, che abbia voluto portare il suo pubblico nuovamente in quel territorio: si inizia con un bellissimo piano sequenza, parte il voice over, e il protagonista rompe la quarta parete parlando direttamente in camera. Tutto come allora, 30 anni fa tornati in un attimo.

E invece, bastano pochi minuti in The Irishman per capire che quei tempi sono passati, andati, e non torneranno mai più.

Martin Scorsese ha quasi 80 anni, il suo cast non è certo più giovane. Nessuno è più interessato a realizzare opere nervose, frenetiche, allucinate e viscerali. Probabilmente se realizzato anni fa questo film sarebbe stato molto diverso – sarebbe stato proprio Quei Bravi Ragazzi, forse – o forse non sarebbe mai stato realizzato, perché non avrebbe avuto senso. Solo ora, solo a questa età, ha senso The Irishman. Solo ora Scorsese può cogliere il momento per realizzare il suo lavoro definitivo, che non vuol dire migliore, ma più ricco di temi e elementi a lui cari visti con luce nuova. È il film dell’anzianità The Irishman, quello con cui Scorsese guarda indietro, riflette su se stesso, sulla propria carriera e sul genere intero.

Un’opera monumentale sulla vita, sui rischi della “toxic masculinity” che fa interiorizzare troppo, fino a deteriorare, i sentimenti di una amicizia tutta maschile annegata nei dovere e nell’orgoglio. Ma non un’opera monumentale di gangster, poiché quel mondo, pur essendo al centro della scena e mostrato lungo decenni, non è più il principale fulcro di interesse. La fascinazione verso quell’universo, iniziata fin da Mean Streets, anche figlia di un solido e preciso retaggio culturale, è ormai svanita.

Come fosse il punto esclamativo e forse finale sul genere di gangster, la medesima funzione che ha avuto Gli Spietati per il western. Non a caso, a Eastwood per la prima volta in carriera Scorsese ruba la calma, la semplicità, il classicismo crepuscolare della messa in scena. Non dimentica di essere un regista sempre in movimento, e anche qui la sua macchina da presa è sempre in movimento. Ma i movimenti, gli spostamenti, i tagli, i dettagli sono più concreti e tranquilli, mai invasivi

E se da Eastwood ritroviamo quel tono tipicamente depresso, la nostalgia del film è invece presa da Tarantino. Sembra quasi incredibile a dirsi, anche solo a pensarlo, ma nello stesso anno Scorsese e Tarantino hanno fatto la medesima operazione. Se in C’era una volta in Hollywood Tarantino prende due protagonisti maschili, mostra il loro rapporto, e attraverso i loro problemi e sogni si guarda indietro, mettendo in primo piano la malinconia, azzerando ogni caratteristica eccessiva che lo ha reso leggenda, in The Irishman Scorsese prende tre protagonisti maschili, mostra il loro rapporto, e attraverso i loro problemi e rimpianti (al posto dei sogni stavolta, perché sono personaggi più anziani) si guarda indietro, mettendo in primo piano la malinconia, azzerando ogni caratteristica eccessiva che lo ha reso leggenda.

C’era una volta a Hollywood, la fiaba di Quentin Tarantino

Tarantino ha realizzato il film anti-Tarantino che poteva fare raggiunti i quasi 60 anni, alla soglia del suo voluto ritiro. Scorsese ha realizzato il film anti-Scorsese che poteva fare solo raggiunta questa età.

E poteva fare solo con questi attori, perché il senso è proprio quello. Riflettere e meditare non da solo, ma insieme agli amici di una vita. Si parla di cose importanti e di confidenze solo con chi ci si fida, dopotutto. Richiama dal suo ritiro (e convince a tornare a recitare) Joe Pesci, torna con De Niro dopo 25 anni, richiama Harvey Keitel, finalmente lavora con Al Pacino. Solo con loro, tutti a questa età, ha un senso The Irishman. E allora ha senso pure rischiare effetti strani con gli esperimenti del de-aging e lasciare alla tecnologia qualche sbavatura di credibilità di troppo, perché non si poteva fare altrimenti pur di avere questi precisi attori in una storia che si dipana lungo 40 anni.

Il senso del film sono davvero loro, gli attori. Scorsese spoglia The Irishman di ogni epica, di ogni forza di seduzione attrattiva, di ogni accelerazione stilistica, lasciando la scena ai suoi attori. Sembra quasi prendere spunto dai manuali di Cassavetes, uno dei suoi maestri, e abbracciare per la prima volta il naturalismo, affidandosi alla pura recitazione degli interpreti per portare avanti le scene, fidandosi dei dialoghi e per creare la magia. Lavora con loro su ogni tic o battuta, passo lento o sguardo di reazione. Soprattutto nella parte centrale, sono loro a riempire lo schermo, loro a fare letteralmente il film. E vederli così in forma è la prova che non si era dimenticati come si recita, semplicemente aspettavano il grande momento per tornare ad essere le icone che sono.

Pare banali a dirsi, ma praticamente metà dell’enorme bellezza del film, ciò che basta per renderlo grandioso, è l’immenso piacere col quale si guarda con incantanti questi giganti interagire tra di loro. Prendono per mano lo spettatore e lo conducono nel loro mondo con maestria infinita.

Joe Pesci è sontuoso nel suo carisma, come in passato inquietante con una semplice tirata di rughe. E poi ci sono quei due rubano la scena, e ci riescono perché si completano alla perfezione. De Niro torna il De Niro di una volta, e con la solita recitazione sommessa in sottrazione, ma carica di intensità interiore, permette a Pacino di esplodere nei suoi classici scatti di onnipotenza che sembrano uscire anche quando non dovrebbero, ma alla fine risultano sempre perfetti e mai fuori posto.

Forse di fuori posto ci sarà la durata, dirà qualcuno. Eccessiva, diranno (tanti) altri.

Ed è innegabile che 210 minuti di durata sono notevoli per qualsiasi film, qualsiasi cineasta. Eppure, i 210 minuti di The Irishman, pur non essendo forse necessari, non risultano pesanti*. Soprattutto, non risultano mai sprecati. Ogni singola interazione, ogni singolo fotogramma, è un magistrale crescendo verso l’ultima mezz’ora che, quando arriva, esplode e rivela tutta la sua intensità soffocante. Anche se, onestamente, dire “esplode” non è corretto, perché semmai Scorsese, proprio per fare l’opposto del terzo atto fulminante e drogato di Quei Bravi Ragazzi, il film lo silenzia ancora di più, annulla la musica e lascia che siano solo i sentimenti a portare tutto avanti.

Qui, inevitabilmente, The Irishman diventa l’elegia malinconica costruita per quasi tre ore di durata. Proprio qui escono fuori quei rimpianti, quei pentimenti per cui nella vita è impossibile tornare indietro. Qui capiamo che lo sguardo morale della figlia di De Niro lungo tutto il film non era un semplice tentativo di mostrare l’assenza di rapporto umano/paterno, ma era il simbolo dello sguardo giudicante di Dio che i cattolici trasformano nel loro senso di colpa. Elemento imprescindibile in ogni parabola scorsesiana che si rispetti.

L’antropologia di Quei Bravi Ragazzi è morta, qui i gangster nemmeno mangiano più così tanto, e quando lo fanno, preparano addirittura l’insalata. L’esuberante fascino di Casinò è andato a farsi benedire, qui trionfano il grigio delle scenografie, il marrone dei cappotti, il bianco dei capelli. Tale senso di impotenza dei personaggi, e di incessante correre del tempo, rende ancora più lancinante guardare indietro e pensare a ciò che si poteva fare e non si è fatto. Pensare ad un’amicizia che poteva essere ed è stata distrutta in nome di qualcosa di così effimero e immorale. Ricordare come la famiglia sia stata buttata per seguire un qualcosa che alla fine non ti salva dalla morte. Realizzare che, anzi, per tutta la vita si è camminato in mezzo ai morti, e le cose belle e vere della vita non sono state godute appieno.

E l’anima al diavolo è stata venduta inutilmente, perché alla fine i giovani oggi nemmeno sanno più che sia Jimmy Hoffa.

Oggi vanno tanto di moda i revival nostalgici del passato. In un certo senso, anche The Irishman è un revival. Ma è un revival che si accorge di quanto poco senso abbia guardare al passato in termini positivi, perché la stritolante malinconia ti fa realizzare che quei tempi non possono tornare veramente. Ciò che resta sono i rimpianti e i capelli bianchi. Scorsese e i suoi amici, i veri bravi ragazzi, hanno capito quando e come mettere un punto al senso delle loro stesse carriere. Si sono presi tutto il tempo che hanno voluto, ma direi che se lo sono meritato.

Ogni viaggio ha una fine, un arrivo, e speriamo veramente che non lo sia per i grandi nomi qui coinvolti, perché possono e devono darci ancora tanto. Ma riflettendo su quando sarà, ci hanno insegnato che, prima di comprarci la nostra stessa bara, dobbiamo rendere il viaggio meno negativo possibile. Fermarci a considerare le cose che abbiamo intorno, fare delle scelte sane. Insomma, semplicemente ricordarci di vivere. La senilità di The Irishman racconta e prepara la fine, ma fortunatamente ha in sé un forte desiderio di vita. Questa è la vera scintilla, da sempre, dell’immenso cinema di Martin Scorsese.

 

* p.s. E poi, diciamoci la verità, anche se un film (soprattutto questo) andrebbe visto tutto d’un fiato, e sempre sul grande schermo. L’uscita su Netflix è quasi benedetta, per molte tipologie di spettatori, per poter assorbire meglio la lunga durata.

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Emanuele D’Aniello

Festa del cinema di Roma 2019: Deux (Two of Us), un amore delicato che supera ogni ostacolo

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Opera prima di Filippo Meneghetti, Deux (Two of Us) arriva al Festival del cinema di Roma 2019.

L’amore non ha età, né genere, ma a volte ci sono confessioni così difficili da fare che neanche un sentimento così forte può aiutare. Questo è ciò che viene raccontato nel film Deux (Two of Us), l’opera prima dell’italiano Filippo Meneghetti, una delle perle di questo Festival del Cinema di Roma 2019.

Classe 1980, il regista ha fatto già emozionare al Toronto Film Festival, realizzando un lungometraggio che sembra un’opera matura, complice la sua esperienza nel mondo dei documentari e dei corti.

Un film realistico che commuove, grazie alle due impagabili protagoniste, Barbara Sukowa (Nina) e Martine Chevallier (Madeleine), che appaga e dimostra come l’amore più profondo può tutto di fronte alle difficoltà della vita.

Madeleine e Nina si amano da 20 anni, vivono sullo stesso pianerottolo di un palazzo e conducono la loro vita sognando di trasferirsi a Roma per passare la loro vecchiaia insieme.

Purtroppo, i figli di Madeleine non sono a conoscenza della sua duratura relazione, segreto che Nina incita la compagna a svelare prima possibile.

Nina si è trasferita dalla Germania alla Francia per stare con Mado, dopo essersene innamorata perdutamente a Roma. Lei è sicura che al giorno d’oggi a nessuno potrebbe fregare di “due vecchie dighe innamorate”. Ma Madeleine non è mai riuscita a raccontare alla famiglia la verità, un’omissione che sta frenando il sogno della coppia di vendere l’appartamento di Mado e andare via.

Quando, però, Madeleine avrà problemi di salute, il segreto diventa una grande responsabilità per Nina, che vorrebbe prendersi cura della sua amata. Il loro amore è un sentimento troppo forte, che le aiuterà ad affrontare l’inaspettata situazione in cui si troveranno.

Deux (Two of Us) è la dimostrazione che il cinema può regalare storie vere, emozionanti e delicate.

Filippo Meneghetti sa bene come utilizzare la sua macchina da presa, privilegiando primi piani ravvicinati per regalare al suo pubblico il massimo dell’intimità, uno sguardo ravvicinato alla complicità delle due donne protagoniste.

Con delicatezza e maestria, il regista regala un ritratto di un’amore profondo, un film in cui vengono trattati diversi temi come il mantenere le apparenze, il rapporto tra figli e genitori e le dinamiche di coppia. 

Splendidamente realizzato e interpretato alla perfezione, Deux è un piccolo gioiello che esplora un argomento accattivante, con diverse sfumature rappresentate alla perfezione dalle sue due attrici protagoniste, Barbara Sukowa e Martine Chevallier che donano un’interpretazione sensibile e coinvolgente.

Con un pizzico di mistero, introdotto sia nel prologo che in un’altra sequenza onirica, Filippo Meneghetti scrive e dirige un dramma sociale raffinato e commovente, diretto con efficacia e che riesce a creare un rapporto empatico con il pubblico.

Ilaria Scognamiglio

Festa del cinema di Roma 2019: Can you Keep a Secret? la recensione del film

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Dopo I Love Shopping, arriva Can you keep a secret?, un’altro romanzo dell’autrice inglese Sophie Kinsella al cinema.

Diciamolo, replicare l’ironia e la naturalezza delle parole scritte dalla mano sapiente di Sophie Kinsella non è facile, come è stato già dimostrato nel film precedente, qui la sceneggiatura replica lo stesso errore, con un risultato che non è dei più entusiasmanti.

Ma andiamo con ordine, partendo dalla storia.

Protagonista della vicenda raccontata nel film è Emma Corrigan, una ragazza americana come le altre, la ragazza della porta accanto per intenderci. Lavora come assistente marketing per un’importante azienda, senza molto successo e, durante un viaggio professionale disastroso a Chicago, l’aereo sul quale si trova per tornare a casa rischia di precipitare e, senza rendersene conto, Emma inizia a raccontare tutti i suoi segreti (anche quelli più intimi) all’uomo che le è seduto accanto. Nei giorni a seguire, scoprirà che il ragazzo, Jack, è il capo della sua azienda e da lì nasceranno non pochi imprevisti.

Partendo dal fatto che l’ambientazione si sposta dall’Inghilterra agli Stati Uniti, scelta comprensibile visto che stiamo parlando di una libera trasposizione cinematografica, il film non contiene quasi nulla dei particolari che i fan hanno apprezzato nel romanzo.

Ma il problema della pellicola è che potrebbe tranquillamente essere una di quelle commedie da sabato pomeriggio, quelle che selezioni su Netflix senza aspettarti granchè, non di certo una bella commedia romantica da sala cinematografica.

Infatti, alla regia di questa commedia romantica c’è Elise Duran, che viene proprio dal mondo della tv e questo traspare chiaramente dalla struttura del film. La verve che tanto contraddistingue Sophie Kinsella non viene per nulla riportata nella sceneggiatura, scritta da Peter Hutchings, che purtroppo non entusiasma né emoziona

La relazione romantica tra Emma e Jack, i due protagonisti, ricade in prevedibili clichè che annoiano, per via anche di un ritmo poco costante che non coinvolge abbastanza come invece riesce a fare il romanzo.

Il vero punto di forza del film è Alexandra Daddario, che vediamo in una veste goffa, impacciata e sognante, un’interpretazione che regge tutta la narrazione anche se purtroppo affiancata da altri personaggi poco incisivi, che non restano impressi e non la aiutano nel portare avanti una sceneggiatura già inefficace di per sé.

Insomma, il punto è che Can you keep a secret? non ripaga le aspettative dei fan di Sophie Kinsella, ma deve essere visto come un prodotto a sé stante da guardare in un noioso pomeriggio di pioggia.

Ilaria Scognamiglio

Un nuovo road movie per Salvatores, oltre la paura della diversità

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“Tutto il mio folle amore”, nelle sale dal 24 ottobre, è il nuovo film di Gabriele Salvatores, che ne è anche uno degli sceneggiatori.

Presentato fuori concorso all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, “Tutto il mio folle amore” è prodotto da Rai Cinema e Indiana Production. Il soggetto è liberamente ispirato ad un libro di successo, “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas.

Non posso fare confronti con il libro di Ervas, non avendolo letto. Ma già leggendo le rispettive trame si colgono le differenze.

Film e libro raccontano un viaggio tra un padre e il suo figlio autistico. Il libro racconta una storia vera, di un rapporto sempre esistito tra i protagonisti, che si evolve con l’esperienza del viaggio.

Tutto il mio folle amore”, invece, parte da una premessa ben diversa. Willi (Claudio Santamaria) è un cantante, sempre in tournée per esibirsi come il Mimmo Modugno della Moldavia. È il padre naturale di Vincent (Giulio Pranno), un ragazzo sedicenne chiaramente affetto da un disturbo dello spettro autistico, che vive, inevitabilmente ma non per sua scelta, chiuso nel suo mondo.

I due non si conoscono, perché Willi non ha mai voluto conoscere il figlio, che è cresciuto con la madre Elena (Valeria Golino) e suo marito Mario (Diego Abatantuono). Quando Willi decide di andare a conoscere il ragazzo, resta turbato nello scoprire la realtà.

Lo stesso Vincent è sconvolto nello scoprire di avere due padri. Si nasconde nell’auto di Willi e salta fuori quando sono già in viaggio oltre confine. A quel punto, il padre decide di portarlo con sé per qualche giorno. Elena e Mario, invece di aspettarli pazientemente a casa, partono al loro inseguimento.

Gabriele Salvatores ha sempre usato il viaggio come meccanismo narrativo classico.

Per sua stessa ammissione, il viaggio on the road, in particolare, è per Salvatores una struttura a cui tornare ogni tanto, sfruttandone la potenzialità di occasione di trasformazione che possiede nella realtà. In tutti i film di Salvatores (e non solo), da “Marrakech Express” in poi il viaggio è funzionale ai personaggi, per ritrovare se stessi e i rapporti tra di loro.

In “Tutto il mio folle amore” la trasformazione nei rapporti è favorita dal viaggio e dalla strada, ma soprattutto dall’interazione con Vincent. Un adolescente, che Salvatores definisce un  “fool” shakespeariano o un Pifferaio Magico, che si trascina dietro tre adulti, costringendoli a fare i conti con se stessi e a superare la paura della diversità altrui.

Il racconto on the road è molto riuscito. Le immagini sono pensate con colorata nitidezza e connotate di una certa poesia. Non mancano dei piacevoli richiami e omaggi al cinema, ad esempio “Priscilla regina del deserto” e la commedia musicale “Rinaldo in campo” interpretato da Domenico Modugno (scena con Vincent sul cavallo, anziché sull’asino).

Viene tutto accompagnato da una coinvolgente colonna sonora, con canzoni ben scelte e adattissime musiche originali.

Sicuramente le interpretazioni sono di alto livello, a cominciare dal giovane Giulio Pranno, che esordisce con un ruolo davvero impegnativo. Valeria Golino è sempre più convincente nelle sue interpretazioni da mamma. Qui riesce a trasmettere bene quanto può essere difficile il ruolo di una care-giver.

L’interpretazione di Claudio Santamaria è altalenante, ma riuscita nel complesso. È strepitoso nelle scene in cui si esibisce cantando come Modugno e, in generale, nei dialoghi più leggeri con Gulio Pranno.
Non è abbastanza convincente, invece, nelle scene più cariche di emotività con Vincent. In queste, in generale, “Tutto il mio folle amore” risulta un po’ troppo retorico e semplicistico.

Diego Abatantuono e Gabriele Salvatores sono sempre una coppia vincente. Il regista sceglie spesso per l’attore ruoli molto positivi. Da questo, il pubblico intuisce quanto sia profonda la loro amicizia.

Il ruolo di Abatantuono in “Tutto il mio folle amore” è forse quello che al pubblico risulterà più simpatico. È Mario, il padre adottivo del figlio della sua compagna Elena. I padri che lo diventano per scelta, prendendosi cura dei figli di un altro uomo, accogliendo per intero la vita della donna (o dell’uomo) che amano, già è facile stimarli. Ma in questo caso il figlio non è un figlio qualsiasi e la vita del partner è una vita tutt’altro che ordinaria, tutt’altro che facile.

Quindi, Abatantuono è il padre adottivo che tutti vorremmo avere. Ha avuto il ruolo da comprimario forse più interessante, insieme alle battute più belle, perché – come al solito – ironiche, di rottura del dramma, per far entrare normalità in un contesto dove quasi tutto è eccezionale.

Non è che sia facile parlare di autismo o raccontarlo in un film. Ampio è lo spettro di questo disturbo e immani sono le sofferenze, le difficoltà e – a volte – le gioie delle persone coinvolte.

Nel film non c’è nessuna pretesa di carattere scientifico, ci dice un disclaimer. Probabilmente si riferisce alla scene in cui si usa il metodo della c.d. comunicazione facilitata. Di sicuro, la parola “autismo” non viene neanche mai pronunciata.  Forse si è stati consapevoli che questo è un racconto molto parziale e non ha nessuna pretesa di raccontare una realtà davvero molto complessa e variegata.

Quindi, vi consiglio di non andare a vedere “Tutto il mio folle amore” per cercare di trovare risposte all’autismo o a come trattare con le persone autistiche, tanto meno con l’aspettativa di ritrovarci un pezzo della vostra esperienza con loro.

Ci troverete, però, dei sentimenti comuni a chi vive certe vite: dal senso di colpa (di origine oscura, come l’autismo)  all’incomprensibile vergogna e alla voglia di felicità e di una vita normale.

Ci troverete una storia piena d’amore e di rispetto, con ottimi attori, bellissime immagini poetiche, tanta vita.

Stefania Fiducia

A teatro “Ragazzi di vita” diventa affresco polifonico della Roma povera ma viva di Pasolini

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Dopo una lunga tournée “Ragazzi di vita” è di nuovo al Teatro Argentina di Roma fino al 27 ottobre, con la regia di Massimo Popolizio.

Nel 2016, per celebrare i quarant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, il Teatro di Roma ha prodotto il primo adattamento teatrale del suo romanzo “Ragazzi di vita”.

Lo spettacolo ha avuto grande successo in tutta Italia e ha vinto molti premi alla regia per Massimo Popolizio. Premi sicuramente meritati. Ma altrettanto lodevole è il risultato della drammaturgia, affidata ad Emanuele Trevi, che è riuscito a rispettare il dialetto romanesco inventato da Pasolini, insieme lirico e feroce.

Ragazzi di vita” si apre con un monologo di Lino Guanciale, teso a descrivere la Roma del secondo dopoguerra. Farà il “narratore” che si aggirerà come uno straniero in visita, mediatore fra platea e palcoscenico.

Ragazzi di vita
Lino Guanciale in Ragazzi di vita – Foto di Achille Lepera

È un settembre caldissimo e si racconta la vita nelle borgate del quadrante orientale, dal Tiburtino al Quadraro. Ma le storie dei “Ragazzi di vita” ci porteranno anche ad Ostia, sul fiume Tevere e tra i cantieri del quartiere in costruzione di Monteverde nuovo.

I diciannove attori che si muovono con energia anarchica sul palco compongono un “affresco polifonico”. Fin dalle prime scene si viene travolti dalla vitalità dell’adolescenza e della giovinezza. La recitazione è molto fisica, con l’ostentazione dei corpi seminudi dei ragazzi di vita. Le interpretazioni veicolano lo stupore, la curiosità e l’entusiasmo per la vita che inizia.

La scena del furto sul tram ci offre la visione di una popolazione romana povera, quasi alla fame, che sbarca il lunario come può. Eppure Riccetto, Agnolo e gli altri sono sempre allegri, pronti a cercare la gioia nel poco che la vita offre loro: un tuffo nel fiume o nel mare, una scodella di zuppa, un po’ di soldi in tasca, un uccellino salvato dall’annegamento.

Eventi e situazioni indubbiamente drammatiche sono raccontate con ironia e quasi leggerezza già da Pier Paolo Pasolini nel romanzo.

La regia di Massimo Popolizio e la drammaturgia di Emanuele Trevi riportano completamente sulla scena questo cinismo ironico “alla romana”. D’altronde, avevamo già trovato questo stile in altre messe in scena di Popolizio, come “Un nemico del popolo”. Anche in “Ragazzi di vita” troviamo quel doppio registro di comico e drammatico che, più che alternarsi, si sovrappongono.

“Un nemico del popolo” porta a teatro le debolezze della democrazia

Popolizio e Trevi sono riusciti a drammatizzare un romanzo che è molto descrittivo e non sembrerebbe proprio adattabile al teatro. In questo senso, sono state due le scelte azzeccate. La prima è stata quella di affidare a Lino Guanciale il ruolo di narratore, capace com’è di reggere anche monologhi lunghi e impegnativi. La seconda è stata quella di far narrare agli stessi attori, mentre si muovevano in scena, cosa stavano facendo e pensando.

Molto apprezzato e gradevole è anche l’omaggio a Giuseppe Giocchino Belli, con la rappresentazione della sua poesia “Er cane”.

L’atmosfera dell’Italia degli anni ’50 è resa perfettamente, con la semplicità dei costumi e la scarna scenografia, piena però di soluzioni sceniche d’effetto.

Ma la scelta più felice per farci sentire immersi nell’epoca è stata quella di far eseguire agli ottimi attori le canzoni in voga in quegli anni.

Ragazzi di vita” è uno spettacolo corale, in cui, come voleva il regista

gli attori vengono proiettati in situazioni che si passano da testimone a testimone, e in cui i vari pezzi sono assemblati da un furore collettivo”.

Si esce, infatti, dal teatro con gli occhi riempiti dalla vitalità feroce di quei ragazzi e sentendo il cuore stringersi per i drammi struggenti delle loro vite.

Stefania Fiducia

Le foto sono di Achille Lepera

“Il Silenzio Grande”, una commedia travolgente di emozioni

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Se cercate spettacoli teatrali a Roma non potete perdervi “il Silenzio Grande”.

Così si chiama la nuova commedia di Maurizio De Giovanni, realizzata in collaborazione con Alessandro Gassman (alla regia), in scena al Teatro Quirino fino al 27 ottobre. La prima si è tenuta Il 15, in un’atmosfera da grande festa.

De Giovanni, scrittore napoletano di fama internazionale, si cimenta nel teatro con un lavoro inedito. Napoli è la città sullo sfondo ma tutta la rappresentazione, divisa in due atti, si svolge dentro lo scrittoio di una grande casa. Lo spettacolo si preannuncia come uno dei più interessanti della stagione teatrale romana.

Il protagonista è Valerio Primic (Massimiliano Gallo), autore cresciuto durante la guerra e che si è fatto da solo, molto popolare e stimato dalla società. Primic passa le giornate chiuso in studio a cercare l’ispirazione, in un esilio volontario che danneggia i rapporti con la moglie Rose (Stefania Rocca), stufa della sua inadempienza economica, e con i suoi due figli.

Massimiliano (Jacopo Sorbini) detesta il padre che gli ha fatto ombra per tutta la vita, non trova sbocchi professionali e convive con un profondo segreto. Adele (Paola Senatore) è al contrario affascinata dall’autocrate genitore, e le persone gli appaiono minuscole di fronte alla grandezza del padre. Per questo frequenta soltanto uomini adulti, e ciò causerà un grande guaio.

Insomma, l’eco paterno è per i figli, seppur in maniera diversa, troppo pesante. In questo scommetterei una certa influenza da parte di Alessandro Gassman, che di dover convivere col nome del padre se ne intende.

Il personaggio positivo della commedia è la domestica Bettina (Monica Nappo), figura allegra e bistrattata da Valerio, che da una parte sdrammatizza, ma dall’altra lancia chiavi di lettura dello spettacolo. Dalla sua bocca infatti esce la sentenza che condanna il protagonista:

La colpa di Valerio è il silenzio, un silenzio grande, somma di tanti piccoli silenzi, l’esserci ma non esserci.



Le cose cambiano col secondo atto. La casa è stata venduta e la famiglia è prossima al trasloco. Massimiliano ed Adele stanno per realizzare i loro sogni, ma non si accorgono di essersi (inconsapevolmente) incastrati in un reciproco problema. Rose ha spinto per la vendita, ma adesso prova nostalgia per quell’abitazione che devono abbandondare. La commedia prosegue poi verso un finale, inaspettato e tutto da scoprire, che dà un’altra valenza al silenzio di Primic.

Cos’è che rende lo spettacolo di Maurizio De Giovanni degno di essere visto?

L’avere tanto da dire in un momento storico così superficiale, in cui le famiglie si disgregano con facilità e si perde il piacere di vivere insieme ai propri cari. Perchè, nonostante tutto, Valerio vuole bene a tutti. Vuole bene a Rose, ne vuole a Bettina (quasi un famigliare acquisito) anche se la bistratta, e vuole bene ai suoi figli, che ha educato col silenzio. Ed è questa la lezione che ha loro lasciato. Nel silenzio e col silenzio.

Lo spettacolo di Maurizio De Giovanni si conclude tra gli applausi scroscianti del pubblico. Acclamatissimi tutti, soprattutto Bettina, la vera star della serata.
Assolutamente consigliato.
Teatro Quirino, Roma, fino al 27 ottobre.

Lorenzo Balla

Festa del Cinema di Roma 2019, Federica Carta e Shade raccontano Pupazzi alla Riscossa

Alla Festa del Cinema di Roma è stato presentato Pupazzi alla Riscossa, il nuovo film d’animazione co-distribuito da Universal Pictures e Lucky Red, che ha coinvolto i due giovani cantanti Federica Carta e Shade nel doppiaggio dei protagonisti della pellicola.

Il film vede protagonisti i pupazzi Moxi e Uglydog, doppiati da Federica Carta e Shade, che insieme a uno strampalato gruppo di amici affronteranno con determinazione e coraggio la prova più importante della loro vita.

Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con loro su alcune curiosità di questa esperienza al doppiaggio.

Com’è andata questa nuova esperienza al doppiaggio?


Federica Carta: Devo dire che è andata bene rispetto a quello che mi aspettavo, ho espresso la mia indecisione all’inizio quando mi è stato proposto di doppiare Moxi, la protagonista del film, non sapevo se accettare, non sono una doppiatrice però mi piace imparare cose nuove e il mondo del doppiaggio è un mondo stupendo. Adesso quando guardo un film faccio più attenzione all’intonazione, al labiale, a molti dettagli che ho imparato a riconoscere.

Quali difficoltà avete affrontato durante la lavorazione?

Federica Carta: Essendo io una ragazza per lo più negativa, mi sono sentita in difficoltà quando il mio personaggio doveva essere particolarmente allegra, le scene più facili sono state quelle in cui piangevo, le scene più malinconiche.

Shade: Il difficile e allo stesso tempo il bello nel fare doppiaggio è uscire da te stesso e diventare un altro personaggio, che può essere qualsiasi cosa, che chiaramente nella realtà tu non sei. 

In che modo avete approcciato ai vostri personaggi?

Shade: In Pupazzi io interpreto un cagnolino molto egocentrico che crede di essere protagonista anche se non lo è. Una caratterizzazione che abbiamo trovato nel tempo, volevano che lo rendessi ancora più esuberante tramite la mia voce. Sono sempre attento alla dizione alla pulizia della battuta quando mi trovo a doppiare un film, ma in questo caso mi dicevano di sporcare le battute e renderle quanto più vere possibili.

È strano per voi risentirvi sul grande schermo?

Federica Carta: Risentirmi nel film è stato strano, soprattutto perché quando ho doppiato il trailer la mia voce non era al top. So che posso fare sempre meglio, l’intonazione poteva essere migliore, noto particolari che potevo migliorare ecco perché non vorrei risentirmi.

In questo film si parla di questi Pupazzi scartati per il loro brutto aspetto. Nel corso della vostra carriera c’è stato un momento in cui vi siete sentiti poco accettati?

Federica Carta: Io sono una persona molto timida e chiusa, mi rivedo nella personalità di questi personaggi, perché l’esclusione è una cosa con cui combattiamo ogni giorno. I social oggi sono un arma a doppio taglio, soprattutto perché i fan tendono a vedere una falsa perfezione che in realtà non esiste. A volte avere a che fare con gli haters è difficile, ma io cerco di ignorarli secondo me è il modo migliore.

Shade: Ci si sente inadatti anche nel mondo del rap, i cantanti di quel genere oggi sono tutti uguali ma io cerco di differenziarmi, e sicuramente sarò anche stato criticato per questo. Ricordo che a Sanremo, quest’anno, è stata data più attenzione ai nostri outfit, per cui venivano criticati,  o al gossip rispetto alla nostra canzone, che è stata una delle più vendute del festival.

C’è un personaggio di un film che vi piacerebbe doppiare?

Federica Carta: Sinceramente non mi sentirei in grado di doppiare professionalmente, ma un personaggio che mi rappresenta è sicuramente Tristezza di Inside Out, mi rivedo molto in lei.

Shade: Io sono un grandissimo fan di SpiderMan, che però è già doppiato dal mio bravissimo amico Alex Polidori, quindi mi piacerebbe in generele un personaggio del MCU, sarebbe molto bello.

Ilaria Scognamiglio

The Farewell, a volte mentire è la cosa migliore

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Prendiamo subito la primissima scena di The Farewell, una conversazione telefonica tra nonna, in Cina, e nipote, a New York. Una scena breve, semplice, canonica. Eppure, in questo scambio, le frasi dette dalle due sono tutte bugie. Non è certo una bugia il sincero e profondo affetto tra le due, eppure non (si) dicono mai la verità.

Un piccolissimo ma formidabile esempio di scrittura che rende bene l’idea del perché, oltre la sua tematica, della quale parliamo a breve, The Farewell funzioni.

C’è l’equilibrio perfetto tra dramma e commedia. La bravura di non essere mai pesanti e manipolatori quando sono in gioco i sentimenti. La sagacia di evitare i momenti forzatamente cool che corrodono una parte del cinema indipendente americano. Un equilibrio che regge per tutta la sua durata, perché The Farewell racconta di sentimenti, drammi personali e comuni, desideri e speranze toccando la radice del modo con cui affrontano tali temi nel corso della vita: il proprio retaggio culturale.

Di fronte all’annuncio della malattia, in Oriente si sceglie di mantenere il segreto alla persona che soffre. Una bugia a fin di bene, per non appesantire gli ultimi tempi e vivere esperienze comuni il più leggere e reali possibili. Una bugia buona, che in Cina si decide insieme, prepara insieme e affronta insieme. Infatti nel film la famiglia protagonista vive l’intera esperienza insieme, mettendo davanti al diritto alla conoscenza l’importanza della loro cultura.

Allora, ancora prima che una storia sulla malattia (la sofferenza, le cure e le lacrime che solitamente vediamo in questi film, qui sono quasi assenti) The Farewell è un racconto antropologico. Un racconto interessato a scoprire come un’altra cultura affronti la malattia dal punto di vista della vita, non della morte, e tutto ciò che tale retaggio comporti. E un approccio antropologico, inevitabilmente, è un approccio anche e soprattutto gastronomico. Noi siamo quello che mangiamo, e l’incredibile cultura culinaria cinese è messa in primissimo piano nel film: si mangia tanto, in continuazione, e sempre insieme. L’importanza di condividere e vivere uno dei pochissimi momenti nel quale una famiglia è insieme, ovvero intorno a una tavola imbandita, ha qui una forza incandescente.

La leggerezza umanissima del tono è ciò che permette al film, quando arriva la commozione, di toccare vette di estrema sincerità sentimentale. La prospettiva culturale e non personale è ciò che garantisce al film una profonda analisi sull’importanza dello stare insieme. Certo, rimane il fatto che in ogni cultura è sempre difficilissimo dirsi addio, soprattutto quando inevitabile. Ma forse il segreto per superarlo è proprio quello, il più semplice davanti ai nostri occhi: non chiuderci, non rimanere soli, ma stare insieme condividere.

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Emanuele D’Aniello

Piantando chiodi nel pavimento con la fronte: quelle comiche realtà, dure da ammettere

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Eric Bogosian è un autore americano, noto alla critica e al pubblico, per i suoi monologhi minimalisti, dal tocco critico, sociale e comico.

Nel 1993 pubblica e mette in scena, seguendo questo suo filone, lo spettacolo ‘Piantando chiodi nel pavimento con la fronte’, portato in Italia per la prima volta un anno dopo da Luca Barbareschi; e oggi in scena al Teatro Cometa Off di Roma, fino al 20 ottobre, con Paolo Biag e la regia di Pino Quartullo.

12 personaggi, 12 monologhi, non legati tra loro se non nella descrizione di una società malata, estrema, esagerata ai limiti dell’assurdo. Un assurdo però non irreale, dal gusto di quelle realtà di estreme, che circondano le nostre vite che, anche se giriamo gli occhi alla loro presenza, ci sono.

Un calderone dove l’emigrato nostalgico dei tempi passati si unisce al barbone malato che gode nell’infettare gli altri. La stessa società che plasma il guru che predica l’indifferenza verso il prossimo e colui che non riesce a tenere a freno il proprio organo genitale. Si uniscono realtà come l’attore che si confessa al pubblico quanto adori…non piacere; o il medico che lentamente ti spegne la vita, sorridendoti. Il fan ego-riferito. Chi cerca nelle droghe una carica per vedere meglio la propria vita, compresa quella sessuale.

Spinti oltre al limite del grottesco e del ridicolo, le personalità delineate da Bogosian ci portano anche sui versanti dell’astratto, come la coscienza alata che impone a tutti noi di sottometterci passivamente a tutto quello che ci capita.

E chi non ci riesce?

Può sempre passare la propria vita a trovare il ‘bicchiere mezzo pieno’, anche dopo aver visto le atrocità al telegiornale, cercando stimoli e risposte nel benessere che la società gli offre: se poi si capisce che è un’apparenza, occorrerà sforzarsi di più. Altrimenti lasciarsi andare a quella Rabbia assoluta, che esercita quel vero potere su noi stessi e ci fa andare contro ogni forma di regola umana, che non abbia niente a che vedere con l’altruismo: la stessa rabbia che ci porta dare…testate sul pavimento così forti da piantare chiodi.

Piantando chiodi nel pavimento con la fronte

Lo spettacolo è una grande prova, sia dal punto di vista registico che attoriale.

Quartullo prende le storie di Bogosian e gioca con coscienza con un’arma pericolosa: un buon pistolero che brandisce una pistola e sa come usarla. Il regista non adatta il testo alla realtà italiana né ai giorni nostri: i ‘casi’ li abbiamo ancora oggi e la soluzione sociale non è ancora stata trovata. Lo stesso Quartullo infatti dice in una nota:

“Ho solo dirottato l’istinto rassicurante e comico di Paolo su territori lividi, violenti, aggressivi, provocatori, pur senza perdere l’irrefrenabile comicità di cui il testo di Bogosian è traboccante.Far ridere e colpire allo stomaco. Una risata vi risveglierà, vi metterà in guardia, facendovi riflettere come davanti ad uno specchio”.

Tutto lo spettacolo ovviamente si regge sulle spalle e il talento dell’unico interprete di tutto, cioè Paolo Biag.

Destreggia le varie personalità con facilità e scioltezza: cosa non da poco in uno spettacolo di due ore. La sua mimica facciale e la sua capacità di cambiare uso e tono della voce, conducono lo spettatore a ridere e a spaventarsi di quei personaggi che Biag plasma. Regge bene il palco e la sua esperienza la nota anche chi non è un esperto.

Spettacolo che merita 4 stelle e mezzo, su 5.

Il mezzo punto tolto non è agli interpreti, al testo e/o alla regia, ma al teatro e la sua gestione dell’aria calda: in uno spettacolo così lungo e senza una trama, l’assenza di aria fresca può far distrarre il pubblico, farlo uscire per respirare, facendo così perdere qualche personaggio e, di conseguenza, qualche riflessione.

 

Francesco Fario

Maleficent – Signora del Male, un sequel non necessario ma piacevole

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Torna Maleficent nel sequel Disney diretto stavolta da Joachim Rønning, con il ritorno di Angelina Jolie e Elle Fanning.

Dopo cinque anni dal primo film, arriva Maleficent – Signora del male, nuovo film di Walt Disney Pictures, che vede il ritorno di Angelina Jolie nei panni di Malefica, la fata cattiva nemica di Aurora ne La Bella Addormentata nel Bosco.

Già nel 2014 la storia originale del film d’animazione Disney si era ribaltata, evidenziando la bontà insita nell’animo di Malefica, che prende sotto la sua ala protettiva la dolce Aurora (Elle Fanning), che chiamerà la sua “bestiolina”. Questo aspetto aveva diviso molto il pubblico: da un lato si schierarono i fan sfegatati dei classici Disney, che non accettavano in nessun modo la nuova trasposizione della favola; dall’altro, il pubblico che ha amato questo lato nascosto della fata maligna, la quale cattiveria in realtà veniva fuori proprio per il troppo amore.

In questo nuovo capitolo, viene annullato ogni riferimento alla favola originaria, a parte il fidanzamento di Aurora con il Principe Filippo, aprendo le porte così a una storia tutta nuova con il potere delle donne al centro della narrazione.

Finalmente, Aurora viene eletta Regina della Brughiera, il mondo delle creature magiche e fatate. Nonostante l’importante ruolo, la ragazza resta una giovane dolce, garbata, amante della natura e di tutti i suoi sudditi, tutti pregi che le hanno permesso di instaurare con la sua madrina Malefica un rapporto stupendo. Il loro legame è diventato sempre più forte, ma ben presto arriverà una nuova sfida a metterle alla prova.

Infatti, la giovane sovrana è anche perdutamente innamorata del Principe Filippo, che un giorno le chiede a sorpresa di sposarlo unendo così i due regni, la Brughiera e l’Ulstead. Malefica non reagisce molto bene alla notizia, ma decide di accettare le scelte di Aurora accompagnandola nel reame del principe per conoscere il Re e la Regina Ingrith (Michelle Pfeiffer), apparentemente innocua ma che nasconde un grande segreto.

Sarà proprio lei, durante la cena organizzata in onore del fidanzamento, a istigare la rabbia di Malefica che esplode improvvisamente contro la Regina. Da questo momento, nascerà una nuova guerra tra i due regni, durante la quale Aurora non potrà fare a meno di schierarsi dalla parte del futuro marito.

Angelina Jolie e il suo personaggio Maleficent sono ormai fatti l’una per l’altra, anche in questo secondo film la sua interpretazione è impeccabile e su misura per la protagonista.

Michelle Pfeiffer interpreta un’eccellente regina malvagia e crea finalmente un grande avversario per Maleficent, implacabile che non è disposta a fermarsi davanti a nulla per placare la sua fame di potere. Due figure femminili che, unite a quella di Aurora, prevalgono grazie alle loro personalità forti e risolute.

Anche se la narrazione risulta un po’ debole e l’approccio del regista Joachim Ronning non sia così abile, Maleficent – Signora Del Male ha comunque un forte richiamo visivo, che incanta grazie alla costruzione del mondo incantato in cui è ambientata la nuova vicenda. Il film offre una sequenza davvero notevole verso l’inizio quando la telecamera ruota di 360 gradi e vola, una prospettiva che rende davvero bene la sensazione di librare in aria.

Maleficent – Signora del male non stupisce né delude, è un film forse non necessario ma buono per passare una serata piacevole al cinema, grazie al suo mix di azione, magia, dramma e discorsi sentiti.

Ilaria Scognamiglio

Infinity Lab porta al cinema la tua storia

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Il cinema è la tua passione? Hai una sceneggiatura nel cassetto ma ti mancano i fondi per il “ciak si gira”? Il tuo desiderio è diventare un regista di successo? Forse è arrivato il tuo momento.

Da bravo cinefilo avrai sicuramente sentito parlare di Infinity, il primo servizio di streaming on demand in Italia che mette a disposizione un ricchissimo catalogo di film, cartoni, Serie TV, programmi e fiction, da guardare senza interruzioni pubblicitarie. Giusto?

Bene. Devi sapere che Infinity non è solo un servizio, ma anche un incubatore di talenti, l’aiuto che stavi aspettando per trasformare il tuo sogno in realtà.

Con l’arrivo di Infinity Lab, il primo laboratorio italiano di Infinity per individuare e premiare il talento di registi, videomaker, autori e sceneggiatori, si riaccende la speranza di tutti gli appassionati di cinema in cerca di una buona occasione.

L’obiettivo di Infinity Lab, infatti, è quello di co-finanziare documentari, inchieste, reportage, docu-fiction e distribuirli sulla propria piattaforma di streaming.

Perchè? Per raccontare nuove storie, proponendo documentari, inchieste, ma anche docu-fiction e reportage. Dare voce alle nuove leve del cinema e intrigare il pubblico con qualcosa di “diverso” dal solito.

E tu, hai una storia originale da raccontare al cinema?

Ecco come fare:

Se la risposta è sì devi inviare subito la tua candidatura sul form presente alla pagina infinitylab.produzionidalbasso.com.

I progetti più meritevoli, se verranno selezionati e raccoglieranno in crowdfunding il 50% del budget complessivo, saranno cofinanziati da Infinity per il restante 50% e distribuiti sulla piattaforma di streaming.

Questo significa che tu devi solo raccontarci la tua idea. Al resto ci pensa Infinity Lab!

Per avere maggiori possibilità di essere selezionati occorre presentare storie inedite, raccontandole nel dettaglio. Come quella di “Pugni Chiusi”, di cui vi lasciamo il trailer:

Cosa ci fai ancora qui? Basta dubbi, basta paura: è tempo di muoversi verso l’infinity….e oltre.