In scena al Teatro Tordinona di Roma, dal 15 novembre al 1° dicembre, “Into the Black”, noir scritto da Antonello Toti con la regia di Christian Mario Angeli.
Non può che essere fatto subito un plauso alla bravura dei due attori protagonisti della pièce: Alessia Filiberti ed Enrico Catani. È un duo show dalla bravura attoriale assoluta. Il ritmo è sempre incalzante, mai calante, sempre teso come a ricordarci una corda di violino. Lo spettatore non si annoia mai. Seppur, è innegabile, l’intensità e complessità dei dialoghi la fanno da padrona. Ma non ci si perde. Anzi… Il pubblico naviga felicemente in maniera quasi spasmodica, nel turbine di emozioni che caratterizzano la scena.
Foto di Emma Sartori
Foto di Emma Sartori
Al centro della storia una donna alla ricerca della Verità, di nome proprio Alessia. Per amore e per passione tenta di salvare il proprio compagno da una morte certa. La protagonista si lancia anima e corpo in un’indagine vorticosa per riportare a galla la Verità. Come viene più volte ripetuto nel corso dell’opera “per amore si fanno le più grandi follie”. Ed Alessia lo fa, senza remore, senza esitazioni, senza pause. Sembra quasi di assistere ad un tango. Un tango della mente/corpo, dell’anima e del cuore. Un ballo intenso ed emotivo che risalta, dando loro piena luce e pieno colore, i due attori protagonisti.
Into the Black è un noir da non perdere, la cui struttura è capovolta rispetto a quella standard propria del genere. Si parte infatti da un’assoluta e perfetta chiarezza, per poi finire immersi in un vortice di emozioni, sussulti, salti nel vuoto…
Questo è l’asso nella manica di tutto lo spettacolo. Anche se, e lo possiamo dire a voce alta, quella che dà luce assoluta a Into the Black è la bravura straordinaria dei due attori: Alessia Filiberti ed Enrico Catani, magistralmente diretti dal regista Christian Mario Angeli.
“Dichiaro che l’intera mia vita, per lunga o breve che sia, sarà dedicata al vostro servizio”
Titolo originale: The Queen Regista: Stephen Frears Sceneggiatura: Peter Morgan Cast Principale: Helen Mirren, Michael Sheen, James Cromwell, Roger Allarm, Alex Jennings, Sylvia Syms Nazione: Regno Unito, Italia, Francia Anno: 2006
I film sulla Regina Elisabetta II d’Inghilterra, come gli sceneggiati televisivi e gli spettacoli teatrali, sono numerosi e pieni di nomi celebri, come del resto la maggior parte di quelli dedicati a molti sovrani inglesi.
Jeanette Charles nella serie di commedie de Una pallottola spuntata ne è un esempio; oppure Rosemary Leach in film tv (sconosciuti in Italia) come Prince William e Margaret; fino a giungere all’ottavo episodio della prima stagione della serie antologica britannica (anche questa sconosciuta in Italia) Playhouse Presents, dal titolo Walking the Dogs, dove la monarca inglese è interpretata dal Premio Oscar Emma Thompson. Senza però andare così lontano, serie tv dei nostri giorni ci onorano spesso di trame dedicate alla monarca: basti pensare al successo di The Crown.
Non si può però parlare di Elisabetta II d’Inghilterra senza pensare alla pellicola The Queen, con la regia di Stephen Frears e Helen Mirren nei panni della sovrana.
Il film si svolge nel 1997 e narra un importante parentesi della storia inglese. Si parte dal giorno dell’elezione di Tony Blair (Sheen) al primo mandato come Primo Ministro di Sua Maestà Elisabetta II (Mirren), non così entusiasta della sua vittoria ma rispettosa della volontà del suo popolo.
Le vere preoccupazioni di Elisabetta però sono altre.
La Famiglia Reale infatti è ultimamente troppo in vista, mediaticamente, per via di LadyDiana. Ma la tragedia raggiunge anche coloro che fingono di non vedere.
Nell’agosto di quello stesso anno Diana ha il suo fatale incidente a Parigi. I reali ricevono la notizia a Balmoral, in Scozia, dove risiedono per l’estate. Carlo (Jennings) ne rimane sconvolto e parla anche ai figli di quanto accaduto, mentre Elisabetta è sempre più convinta che il dolore non deve andare oltre i luoghi di culto e le stanze di palazzo. Il suo intento è nobile: proteggere i nipoti dai media, almeno finché assorbano la notizia e capiscano la grave perdita. Inoltre, come la regina ricorda a Blair durante una telefonata di condoglianze, Lady Diana, con il divorzio, non faceva più parte della famiglia reale, così cerimonie e funerali saranno private, senza dichiarazioni o presenze da parte dei Windsor.
C’è un dettaglio però che Elisabetta sottovaluta ed è il lutto dei suoi sudditi.
La gente non ha dimenticato quella che ormai viene definita “la principessa del popolo”, il suo impegno sociale e il carisma. Fiori, lettere e disegni di bambini in onore a Diana invadono i cancelli chiusi di Buckingham Palace, tanto da dover rendere necessarie delle transenne. Blair insiste con la regina, spiegandole quello che accade a Londra. Elisabetta però non demorde e continua per la sua strada: è una moda momentanea e come tale passerà nell’arco di poche ore.
Ma non sarà così.
Per altri giorni, quotidiani e persone chiedono ai reali una partecipazione più attiva, ma Elisabetta (e per sua volontà quindi tutta la sua famiglia) persiste nel suo silenzio, sempre seguendo i suoi doveri di monarca. “Da quando i sovrani devono mostrare i loro sentimenti?” è la domanda che tormenta la regina. Il popolo è distante e chiede quasi ufficialmente un passo indietro da parte della monarchia, ovviamente solo in maniera informale. Blair è così costretto, malgrado la profonda ammirazione verso di lei, a far aprire gli occhi a Sua Maestà, la quale dovrà capire che, se vuole riconquistare la stima degli inglesi, è necessario adeguarsi ai tempi.
La pellicola di Frears è unica nel suo genere, almeno per quanto riguarda i film sulla regina Elisabetta.
Dona infatti a Sua Maestà una visione umana, lasciandole quel riverenziale rispetto che solo un suddito può capire. È subdolo, ma riguardoso verso la sua regina. Al contrario di altre pellicole, dove la figura di Elisabetta è marginale e/o di mera istituzione, si cerca di entrare negli aspetti più profondi della figura della monarca. Non si cerca di vederla solo come regina, ma anche come donna.
Molte scene ci mostrano, tramite la classe e il protocollo che la famiglia reale segue anche nei momenti più riservati, l’ipocrisia e l’imbarazzo: si pensi alla scena della televisione dove, mentre varie figure istituzionali mondiali omaggiano Diana, loro parlano di caccia.
Vengono evidenziati, senza mai però farne alcun cenno nei discorsi, anche dei sentimenti di rabbia, mista a invidia, da parte della regina nei confronti di Diana, per il suo anticonformismo. Studia i giornali, vede i programmi e cerca più volte di capire il perché questa devozione, da parte del popolo, nei confronti di Lady D. Come mai il popolo ora ammira chi mette in piazza i suoi sentimenti? La dignità non ha più lo stesso significato?
La regina però non si arrende e vuole capire.
Le viene infatti disegnata una pseudo-volontà “ribelle” degna di ogni sovrano, cioè la curiosità di essere più “popolare”, sia riferito al popolo (la discussione sull’invidia di votare ed essere parziale) sia riferito alla popolarità, che ignora già di avere (lo stupore di vedere il dono dei fiori da parte di una bambina).
In tutto però la regina ne esce più che vittoriosa, facendoci capire anche il perché lei è ancora sul trono: non solo per un’antica credenza che segue “una volontà divina”, ma perché è una donna capace.
Nella sua umanità, Frears ci mostra anche la fragilità di Elisabetta, mista alla superbia. Significative e simboliche le scene riguardanti il cervo.
Nel tornare a palazzo, dopo essere stata in campagna con la jeep, Elisabetta commette un’imprudenza e rompe l’auto: sa bene cosa è accaduto, ricordando al suo assistente che dovrebbe venire a prenderla che, durante l’ultimo conflitto mondiale, lei era un meccanico. In attesa dei soccorsi, la monarca si siede su un masso. Lì, nel silenzio della campagna scozzese, lontana da qualunque possibile suddito o famigliare, la regina si concede un riservatissimo pianto liberatorio.
Alle sue spalle compare in quel momento un magnifico cervo rosso, a cui Filippo e altri stanno dando la caccia da giorni. Lì due esemplari “reali” si osservano e si scambiano un magico sguardo fiero, in quanto entrambi unici nel loro genere.
Poi degli spari in lontananza. La donna fa segno all’animale di andarsene ma questo non si muove. Il tempo che Elisabetta volge lo sguardo nel capire quanto siano lontani i cacciatori, l’animale è fuggito: lei sorridente guarda il cielo e, dopo essersi asciugata il viso, riprende il suo sguardo austero, pronta a tornare ad essere “la regina” e non Elisabetta.
Alla sceneggiatura, ovviamente, a fare la differenza è la magistrale tecnica registica di Frears.
Si evince una viscontiana adesione alla realtà, non solo nei costumi e negli ambienti, ma anche nel ricostruire eventi importanti: si pensi alla scena finale, dove Elisabetta e Filippo camminano davanti alla marea di fiori, davanti a Buckingham Palace.
Quella è in alto è una foto di repertorio della Regina Elisabetta nel 1997 che ammira i fiori davanti al suo palazzo, in onore di Diana. La seconda è una scena del film. Un esempio della fedele regia di Frears.
Un film quindi da vedere, sia per la storia che per i suoi interpreti; capace di far riflettere, commuovere e persino sorridere, attraverso la descrizione di un breve cameo della biografia di una delle più importanti figure della storia della corona britannica.
Tre motivi per vedere il film:
Helen Mirren, nella sua magistrale interpretazione che le valse il Premio Oscar come Miglior Attrice Protagonista;
Michael Sheen, in un Tony Blair inedito e in evoluzione, prima impacciato e poi sempre più a suo agio;
la sceneggiatura che scava nel profondo di una figura come quello di Elisabetta II.
Quando vedere il film:
Film di cronaca, ma molto centrato su una figura sola. È un omaggio e vuole, al tempo stesso far discutere. Perfetto per la sera.
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L’onnipresente disagio umano di Abel Ferrara, che viaggia sempiterno in tutti i suoi film, esplode in maniera fragorosa, e forse definitiva, in Tommaso, autentico film terapia del regista newyorkese. E per fragoroso intendo potente, ovviamente, ma l’esplosione è al tempo stesso tenera, triste e tremendamente empatica.
Uno dei bad boy del vecchio cinema americano, uno Scorsese più selvaggio e sporco, e onestamente meno talentuoso, Ferrara da quando vive in Italia ha messo su famiglia e ha limato i lati aggressivi e corrosivi del suo cinema. Forse sarà stata anche l’età, non solo il calore di Roma. Ma non ha dimenticato i lati ostili del suo carattere, semplicemente sopiti, non annientati.
Tanti, tantissimi sono i registi che usano il cinema come valvola di sfogo psichiatrica per mettere a nudo i propri difetti. Da Woody Allen a Von Trier, per fare due esempi semplici, seppur diversissimi tra loro. Ferrara è uno che si concede agli spettatori con sincerità ed esasperato bisogno d’affetto. Film pienamente autobiografico, tanto da far recitare la sua vera compagna e la sua vera figlia nei rispetti ruoli, Tommaso è una richiesta d’aiuto, una dolorosa confessione d’impossibilità di abbandonare per sempre le paure, i difetti, le dipendenze da rabbia e egoismo, cercando al tempo stesso di vivere una relazione normale. Non riuscita, non vittoriosa, forse nemmeno pienamente felice, ma perlomeno normale.
Il rigoroso e lancinante cattolicesimo di Ferrara, che per tornare al paragone con Scorsese, il primo ha sempre vissuto in maniera più viscerale e sottomessa del secondo, non è qui solo il simbolo della punizione umana, ma l’unica condizione esistente per capire le proprio colpe. Non c’è espiazione possibile, e nemmeno vero pentimento alla ricerca del perdono, solo consapevolezza del proprio dolore.
L’interpretazione intensa di Willem Dafoe è il vero strumento che Ferrara usa per dare senso cinematografico alla propria vita messa sullo schermo. Il corpo dell’attore, i suoi ghigni celeberrimi, persino le sue rughe, sono argilla sulla quale Ferrara modella il suo stesso marasma interiore.
Non siamo in presenza del migliore lavoro del regista, ma forse del suo film più onesto. Certamente il più umano e accessibile a tutti.
Quando pensiamo alle canzoni anni 90 e alla musica di questo decennio non possiamo prescindere dal ricordare un genere che in quegli anni ha raggiunto il successo internazionale: il rap.
La parola “rap”, secondo una leggenda metropolitana, sarebbe l’acronimo di “Rhythm And Poetry”, “ritmo” e “poesia”, termini che descrivono bene il genere.
Nella comunità afroamericana e ispanica di New York, si diffuse l’abitudine di ‘parlare’ seguendo il ritmo di una base musicale prodotta alla console dal DJ con tecniche come lo scratching.
Il rap è nato come strumento di protesta: i rapper divennero portavoce della voglia di rivalsa delle minoranze nere, con testi che ne denunciavano le drammatiche condizioni .
Per assistere alla diffusione internazionale del rap si dovrà attenderela seconda metà degli anni Ottanta e gli anni Novanta, periodo del boom tra i giovanissimi di tutto il mondo.
Il genere, grazie ad artisti del calibro di Tupac Shakur, attivo nel campo dei diritti civili e assassinato nel 1996, a soli 25 anni, diventò un fenomeno che dettava mode e produceva grandi introiti sia nel settore musicale che in quello dell’abbigliamento.
In Italia questa cultura sbarcò inizialmente con un rap meno impegnato e meno cupo.
Jovanotti negli anni Ottanta fece da apripista a molti rapper destinati al successo nel decennio successivo.
Mi riferisco ad Articolo 31, Neffa, Bassi Maestro, Colle der Fomento, Kaos, Sangue Misto, Frankie Hi-Nrg e Caparezza.
Ecco la playlist di musica rap anni ’90!
Valeria de Bari
E se siete fan del genere non perdete la recensione di “Persona”, l’ultimo album di Marracash, di Lorenzo Balla:
Uno dei diamanti grezzi di Torino 2019, Ms. White Light è un ritratto sensibile di una giovane donna alle prese con la morte.
Ms. White Light è una dark comedy, scritta e diretta da Paul Shoulberg, bizzarra ma con un grande cuore, presentata in occasione del Torino Film Festival 2019. Questa pellicola indie è estremamente affascinante ed esplorail tema della morte in maniera dolce e con grande carisma.
Il film segue Lex (Roberta Colindrez) e suo padre Gary (John Ortiz) che si guadagnano da vivere grazie alla loro società, una stramba attività che cerca di aiutare chiunque sia in fin di vita a trovare serenità prima della morte. Lex è il fulcro di tutto questo perché, nonostante il suo essere estremamente asociale, possiede la rara capacità di connettersi con queste persone e di renderle psicologicamente a loro agio con l’idea della loro morte.
La vita di Lex è stata sconvolta dal trauma della morte improvvisa della madre, per questo cerca di trovare conforto aiutando chi ne ha bisogno a superare la paura della morte. Tutto comincia a cambiare quando, nella sua vita e in quella di suo padre, entrano alcuni personaggi che portano scompiglio nella loro routine. In particolare, un’adolescente in fin di vita, che si ostina a voler “aggiustare” il modo di fare di Lex, e Val (Judith Light) una malata terminale che però non accetta di avere paura di morire. Il talento della giovane donna viene così messo a dura prova.
Ms. White Light è uno dei diamanti grezzi di questo Torino Film Festival, un film che racconta una storia finalmente originale, mai vista e raccontata con equilibrio tra leggerezza, dramma e umorismo nero.
La narrazione è caratterizzata da un tono insolitamente avvincente, che riunisce insieme disperazione, malinconia e un humor che fa sorridere senza far mai dimenticare però il focus della storia, ovvero il significato della morte.
Per rendere tutto questo al meglio possibile, Paul Shoulberg ha riunito un cast che si amalgama sapientemente, guidato dalla performance brillante di Roberta Colindrez nei panni di Lex. La caratterizzazione del personaggio è precisa: scortese, brusca, asociale ma con una grande malinconia e un’evidente voglia di poter relazionarsi con qualcuno al di fuori di suo padre. Roberta Colindrez veste alla perfezione i panni della protagonista, con una performance che è il giusto mix tra ironia, malinconia e dolcezza.
Uno spettacolo esilarante e molto umano, Ms. White Light è un film piacevole e alquanto interessante, che sdogana un argomento a volte tabù come la morte e non passa inosservato all’occhio del cinefilo amante dei prodotti indie.
Non perdete le nostre recensioni dal Torino Film Festival 2019:
Gli australiani hanno pochissime figure leggendarie legate alla loro storia. Le poche che hanno se le tengono così strette da renderle miti onnipresenti. Pensiamo appunto a Ned Kelly, il celeberrimo bandito a cui quasi ogni regista australiano ha dedicato un biopic. Una pazzia, direte voi.
Una normalità, aggiungo io, perché non scopriamo certo ora che gli australiani sono tutti pazzi. Loro, e di conseguenza il loro cinema.
Una conferma allora è True History of Kelly Gang, poiché arriva da uno dei più pazzi, Justin Kurzel. Il suo approccio al mito di Kelly, forse proprio per evitare il ripetitivo, è spogliarlo di ogni aura leggendaria, ogni bontà, ogni epicità, e raccontare le imprese di un “semplice” criminale di strada. Kurzel però, oltre le gesta, è più interessato a comprendere le origini e le motivazioni che hanno portato un ragazzo a diventare Ned Kelly. Non a caso, la trama di altri film sul bandito, qui invece, è relegata soltanto all’ultima mezz’ora.
La ricerca di True History of Kelly Gang è tutta legata ai legami di sangue, alle pressioni dell’ambiente, alla formazione sociale che crea la forma mentis di una persona. Ned Kelly non diventa il più famoso bandito del suo popolo perché lo ha deciso, ma perché altri lo hanno deciso per lui. La pazzia degli australiani scorre nel loro DNA, nel destino di una popolazione discendente di carcerati relegati dall’impero britannico in un’isola gigantesca sperduta a contatto con una selvaggia natura sconosciuta e sterminata. Il perenne e irrisolto contrasto tra civiltà e natura feroce è presente e fondamentale in True History of Kelly Gang, la valvola che dà vita a un sentimento represso di ribellione.
Tale comunione di sangue tra mito e realtà avvicina tanto Kurzel a Kelly, infatti il film è partigianamente dalla parte del criminale. Non c’è dubbio anche nello schematismo dei personaggi: ci sono cattivi, ma i cattivi australiani hanno la motivazione dell’oppressione.
Questo senso e necessità di rivalsa guida ogni elemento del film. Ne pervade l’inizio, quando crea l’atmosfera. Segue nella parte centrale, quando il ritmo onestamente inizia a calare. E riesplode in un finale incandescente, quando la follia è ormai solo l’ennesimo strumento per concimare il terreno della mitologia popolare australiana. Un racconto di verità e falsità al tempo stesso questo True History of Kelly Gang, come l’inizio del film tende a precisare. Dopotutto, nulla è tutto vero e nulla è tutto falso quando si parla di folklore popolare: l’unica cosa che conta, è unificare gli sconfitti sotto la stessa bandiera.
“Satyricon” è l’imperdibile spettacolo pieno di originalità di Francesco Piccolo e Andrea De Rosa, al Teatro Argentina di Roma fino al 1° dicembre 2019.
Francesco Piccolo porta il “Satyricon” di Petronio ai giorni nostri, scrivendo uno spettacolo coinvolgendo, diretto da Andrea De Rosa.
Petronio nel Satyricon aveva fatto un ritratto memorabile della decadenza dell’impero romano. A loro volta De Rosa e Piccolo vogliono descrivere la decadenza della società contemporanea.
Già nel divertentissimo prologo di questo “Satyricon” ogni spettatore può ritrovare un po’ di se stesso o della propria esperienza.
Tre giovani cercano di “svoltare” la serata, in una conversazione a tre, piena di ripetizioni e battute da teatro dell’assurdo. Uno di loro annuncia che c’è una festa a cui sarebbe bene andare. Ma forse si tratta di una cena in piedi. Perciò, i tre si chiedono chi sia stato il primo ad organizzare una cena in piedi e, quindi, “quando è iniziata la decadenza?”. Da questo momento, lo spettacolo mette in scena la Cena Trimalchionis, da sempre il centro di ogni ragionamento su “Satyricon” e Petronio.
Lo spettacolo è pieno di ritmo, coinvolge e diverte. Da subito, visto che il sipario è già alzato, sorprende la scenografia di Simone Mannino, che ha curato anche i costumi. I colori bronzo e oro la fanno da padrone, colori da festa in un luogo di lusso. Al centro una pedana, su cui siede l’anfitrione – il liberto arricchito Trimalchione, appunto (Antonino Iuorio) – su un water dorato. Un vero e proprio trono, in parte celato da una tenda nera.
Il testo di Francesco Piccolo è arricchito dalla drammaturgia di Andrea De Rosa e dalle coreografie di Anna Redi, visto che i numerosi attori in scena recitano ballando in continuazione.
Questo “Satyricon” è una satira della società contemporanea, raccontata dai protagonisti con ritmo sincopato.
Francesco Piccolo, per omaggiare Petronio, considerando che la grandezza del “Satyricon” è la cronaca del presente, ha deciso di attualizzarlo completamente, ispirandosi ad esso ma allontanandosene.
Ha intuito che la nostra società si sta impoverendo, soprattutto sul piano linguistico. Quindi, ha scelto di scrivere un testo – bellissimo – pieno di elenchi e ripetizioni: dalle pietanze di moda ai luoghi comuni di oggi. Alla festa del “Satyricon” troviamo la generazione che voleva fare la rivoluzione insieme ai giovani contemporanei. Ognuno è sconvolto all’idea di scoprirsi fragile o superficiale. Ci si esprime o con i luoghi comuni oppure con i versi delle canzoni.
Il cibo è spesso al centro della drammaturgia, evidentemente percepito come la vera ossessione della società italiana attuale. Come ha scritto il regista, “i luoghi comuni ci rassicurano, ci anestetizzano, ma nello stesso tempo ci allontanano dai fatti e dalle persone”.
Il risultato è un testo che cattura lo spettatore, quasi ipnotizzandolo.
“Satyricon” ci descrive benissimo lo smarrimento della società contemporanea, sia mettendola in ridicolo, sia illuminando con tenerezza il dolore e il senso di umanità che si nasconde dietro quello smarrimento.
In primo piano Antonino Iuorio e Noemi Apuzzo in “Satyricon” – Foto di Mario Spada
Il testo di Piccolo è una satira della mondanità di Roma, quindi della sua decadenza. Per una parte del pubblico, avvezzo a vivere la città, lo spettacolo può avere un effetto catartico. Ad un certo punto un personaggio esprime ciò che ogni abitante di Roma pensa o dice ciclicamente: “mi sono stancata di Roma”. Piccolo ci apre gli occhi e ci spiega perché. Non è facile vivere a Roma: ti distrae, ti diverte e la forza vitale ti lascia e se ne va.
La festa di Trimalchione è come la vita: stanca, ripetitiva, piena di luoghi comuni e rapporti ipocriti. Ma è anche brillante e irresistibile, quindi ti ci abbandoni.
Gli invitati intorno ballano; sono un po’ come l’orchestra del Titanic che continua a suonare finché la nave non affonda del tutto.
Ma la festa è un rito collettivo, in cui tutti siamo uguali e ci sentiamo comunità. Lì, come dice Trimalchione, gli invitati raccontano e dimostrano ciò che hanno fatto nella vita.
Ma si percepisce, allo stesso tempo, come gli autori la considerino una perdita di tempo, che “impesta e ammorbidisce lo slancio vitale”, come dice lo stesso Piccolo.
Certo si potrebbe (o dovrebbe?) andare ad un’altra festa, in un’altra parte di Roma. Ma gli invitati sono indecisi e spaventati dall’idea di sbagliare la scelta. Restano immobili. Evidentemente, troppe opzioni ci rendono ingordi e, alla fine, inconcludenti.
Un testo e una drammaturgia tanto pregnanti quanto difficili non potevano che essere interpretati da attori di grande livello. Hanno dato vita ad un spettacolo di gruppo molto impegnativo sul piano fisico, dove i tempi erano perfetti e non si è vista nemmeno una sbavatura.
Solo un neo ho trovato. Pur non essendo affatto contraria al nudo nell’arte – quindi anche a teatro – purché sia funzionale all’opera, mi sono chiesta se fosse necessaria la nudità integrale di Noemi Apuzzo – bravissima, visto anche il contesto – attrice che interpreta Fortunata, la moglie di Trimalchione. Forse rappresenta la coscienza collettiva. Ci dice cosa dobbiamo fare e cosa non dobbiamo fare, in maniera convinta, decisa, ma sempre più affranta. La verità d’altronde è nuda. Ma questa interpretazione non ha del tutto dissipato le mie perplessità.
Vi consiglio spassionatamente di vedere “Satyricon”, perché è uno spettacolo sorprendente a cui ripenserete per i giorni a venire. Uscirete dal Teatro Argentina con il suono de “Il vecchio frac” di Modugno nelle orecchie e le parole di Trimalchione nella mente:
“E mentre state a di’ tutte ‘ste fregnacce, la vita se n’è annata”!
Una notizia che
interesserà sicuramente gli amanti della filatelia: è stato emesso un nuovo
francobollo ritraente uno degli scenari più belli dell’isola d’Elba
e cioè la Torre della Linguella in località Portoferraio.
L’emissione del
francobollo è stata decisa dal Mise (Ministero dello Sviluppo Economico)
per dare preziosi consigli di viaggio a chi vuole visitare i tesori custoditi
lungo tutto lo Stivale da Nord a Sud. In particolare quest’anno, oltre
all’isola elbana, le altre località sponsorizzate sono Troia (Foggia),
Orbetello (Grosseto) e Saluzzo (Cuneo).
Il Mise ha stampato circa
400.000 esemplari ed il francobollo è stato presentato ufficialmente lo scorso
giovedì 10 ottobre presso il comune di Portoferraio. Alla presentazione hanno
presenziato il sindaco Angelo Zini, l’assessore alla Cultura e al Turismo Nadia
Mazzei, la referente di filatelia di Livorno Lucia Belaise ed il direttore di
filiale di Livorno Fabio Galinella.
I filatelici che vogliono
impreziosire la loro collezione possono quindi partire alla volta dell’isola
d’Elba alla ricerca del prezioso francobollo, come se fosse una sorta di caccia
al tesoro, e approfittare visitando uno dei posti più suggestivi e affascinanti
d’Italia.
Per risparmiare e
viaggiare in totale comodità è possibile prenotare i traghetti per Elba
usufruendo delle interessanti offerte di Moby. La compagnia di
navigazione propone soluzioni vantaggiose per tutta la famiglia, consentendo di
raggiungere altre destinazioni come l’isola del Giglio, Capraia e Pianosa a
prezzi competitivi.
Oltre alla possibilità di
trovare il prezioso francobollo, vale davvero la pena visitare l’isola
d’Elba ricca di bellezze naturali non solo in estate ma per tutto l’anno.
Elba è infatti
considerata una meta prevalentemente estiva, tuttavia sempre più persone
decidono di trascorrere qui i giorni di festa o i weekend per rilassarsi e
staccare dal solito tran tran quotidiano della città.
Come è noto Elba ha
ospitato Napoleone per 9 mesi durante il suo esilio, ed infatti è
possibile ammirare le due case oggi adibite a museo dove ha soggiornato l’imperatore
francese. Sull’isola ci sono altri luoghi a lui dedicati come la sedia di
Napoleone e la Fonte di Napoleone.
Le terme di
Portoferraio, grazie ai loro trattamenti a base di fanghi e alghe marine,
sono la soluzione ideale per una vacanza all’insegna del relax per ristorare
corpo e mente e lasciarsi coccolare.
Relax fa rima con buona
tavola, e l’isola non si fa trovare impreparata, proponendo un’offerta
gastronomica molto ricca e variegata che comprende piatti tipici come la
schiaccia briaca, la sportella, il gurguglione, lo stoccafisso alla riese ecc.
Per i più giovani c’è la
possibilità di scatenarsi fino all’alba nei locali e nelle discoteche che
organizzano serate ed eventi speciali in occasione del Natale, del Capodanno e
dell’Epifania.
Le ceste di natale per
aziende possono diventare uno strumento particolarmente utile, per
gratificare un dipendente o per fidelizzare un cliente. Si tratta, non a caso,
di uno degli oggetti più gettonati nel mondo della regalistica aziendale, per
via dei tanti benefici che i cesti
natalizi possono portare ad un marchio. Ci troviamo di fronte, infatti, ad
un canale che potrà consentirti di esprimere gratitudine, senza rinunciare ad
un pizzico di sana pubblicità. Ed è per questa ragione che nell’articolo di
oggi andremo ad approfondire il tema, scoprendo perché dovresti optare proprio
per un cestino di Natale come regalo aziendale.
Il cesto di Natale e la
PTO
La promozione tramite oggetto non è una semplice strategia di
marketing, ma una vera e propria arte. Non basta ordinare un gadget,
personalizzarlo e regalarlo, perché in questo modo non potresti mai sfruttare
al massimo i benefici della PTO. Quel gadget o dono, infatti, dovrà essere tagliato
su misura per una certa situazione e per un certo obiettivo. E a Natale, quale
modo migliore per ottenere entrambe le cose, se non regalando un presente come
il cestino? Nessun oggetto potrà mai competere con queste confezioni natalizie,
perché vanno ad incastrarsi perfettamente in un mosaico tradizionale, che
richiede il rispetto di certi canoni di comportamento.
Un’azienda che si presenta con una cesta, infatti, comunica
al proprio dipendente o cliente che ci tiene a ringraziarlo per il lavoro svolto,
o per la scelta di restare fedele. Lo fa dando un regalo che, durante queste
festività, è a dir poco sacro. Le ceste
di Natale per aziende rappresentano il vero spirito e l’anima di questa
festa, perché ovviamente contengono alimenti come i pandori e i panettoni
(oltre allo spumante), ma anche per altri motivi. Sono doni gentili e adeguati
ad una festività che viene sempre vissuta nel nome della condivisione. I cesti,
infatti, al contrario dei gadget non finiscono su uno scaffale o in un cassetto,
ma direttamente al centro della tavola, da assoluti protagonisti.
Assumono in pratica una posizione di vantaggio, come una
sorta di “cavallo di Troia”, il cui scopo è duplice: fornire a chi lo riceve un
dono di qualità e gustoso, e portare in primo piano il tuo marchio. Da questo
punto di vista, quindi, nessun altro dono natalizio potrà giovare così tanto al
brand di un’azienda. Certo, va anche specificato che le ceste di Natale non sono tutte identiche, e che non tutte vanno
incontro alla logica della promozione tramite oggetto. Per questa ragione, l’idea
da sola non basta: dovrai anche capire come selezionare un prodotto coerente
con le tue strategie di marketing e di fidelizzazione.
Come scegliere la cesta
giusta
Ci vuole la confezione giusta, per poter ottenere tutti i
grandi benefici della PTO, quindi dovrai selezionare una cesta di grande
qualità e di livello. E nel farlo devi pensare che è possibile riuscirci anche
senza spendere molti soldi. Puoi trovare
i migliori
cesti di Natale economicirivolgendoti a fornitori famosi come
Bennati che offrono soltanto il meglio del meglio, al di là del prezzo. Ti facciamo
un esempio pratico: se devi regalare molti cesti, perché in azienda hai un
numero elevato di dipendenti, allora questa è una delle migliori opzioni per
fare un bel regalo e per contenere le spese. Ad ogni modo, se si tratta di
pochi doni, magari a clienti importanti, il consiglio è diverso: meglio
spendere in confezioni di lusso, con alimenti altamente selezionati, per
evitare di fare brutte figure.
Naturalmente i suggerimenti per selezionare la cesta perfetta
non finiscono qui, e si torna ancora una volta alle logiche della promozione
tramite oggetto. Nella fattispecie, devi ricordarti che uno dei migliori
vantaggi è il seguente: la confezione riporta il logo della tua azienda in
primo piano. Se manca sarà tutto più difficile, quindi ti conviene ordinare una
scatola personalizzata con il tuo marchio, cosa che i migliori fornitori
consentono di fare. Magari, già che ci sei, allega pure un bel bigliettino con
gli auguri personalizzati, così da dare un significato più spontaneo al tuo
regalo. Tutto qui? Nossignore, perché le opzioni di personalizzazione sono
anche altre.
Con questo intendiamo la possibilità di personalizzare non
soltanto la forma (dunque la scatola), ma anche il suo contenuto, andando ad
agire su bevande e alimenti. Alcune delle migliori aziende specializzate,
difatti, ti danno l’opportunità di scegliere cosa inserire dentro alla
confezione, optando per un certo panettone di lusso, o per un prosciutto DOP. E
le soluzioni sono davvero tantissime, perché potrai selezionare le tue scelte
fra una vasta gamma di condimenti, spumanti, vini, formaggi, pasta e via
discorrendo. In altri termini, potrai modellare un regalo tagliato su misura
per il destinatario, come un vestito elegante.
I vantaggi dei cesti
per clienti e dipendenti
Un dipendente che riceve una cesta di Natale diventa grato al
proprio datore di lavoro. Si tratta di una tradizione che dura da decenni, ma
che non perde mai fascino, perché questa festività sa sempre come aprire i
cuori delle persone. Di riflesso, partecipando anche tu alla gioia di questi
giorni di festa, farai felice una persona e la sua famiglia. Poi, quella
persona saprà come ricambiarti, anche se in modo inconsapevole, impegnandosi al
massimo nel proprio lavoro, e votandosi alla mission della tua impresa. Come sicuramente
saprai già, un dipendente efficiente è un ingranaggio fondamentale per il
successo dei meccanismi del tuo business.
In realtà anche i clienti possono diventare dei destinatari
perfetti per ricevere i cesti natalizi come
regalo di Natale. In questo caso ciò che conta è la fidelizzazione, un aspetto
altrettanto rilevante, perché ti assicura la fedeltà del cliente. In un universo
dove la competizione si fa sempre più brutale, e dove i mercati si saturano
velocemente, è a dir poco importante assicurarsi il rispetto di qualcuno che
compra. Perché in quel caso potrai contare su un consumatore che tornerà di
nuovo, quando ne sentirà l’esigenza. Questo è un discorso che, come detto, ha
un suo peso specifico molto elevato, anche e soprattutto quando si parla di
clienti danarosi.
Come Donna: l’evento per combattere la violenza di genere organizzato da CulturaMente e Cultura al Femminile.
Si intitola Come Donna: Empatia, Resilienza e Gestione delle Emozioni – Esperienze al Femminile, ma avrà come protagonisti sia donne che uomini.
Proprio oggi, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne 2019, CulturaMente e Cultura al Femminile annunciano l’evento che hanno organizzato insieme per affrontare, unendo le forze, una questione molto sentita da entrambe le realtà. Quella di genere, naturalmente.
Ospitato dal Teatro Trastevere di Roma (Via Jacopa de’ Settesoli, 3), “Come Donna” avrà luogo il 28 Novembre 2019 dalle ore 17 alle ore 19. Naturalmente la partecipazione è gratuita.
Interverranno, insieme ad Alessia Pizzi, direttrice di CulturaMente, ed Emma Fenu, Presidente di Cultura al Femminile, anche Sonia Morgante, Simone Caleffi, Luana Natalizi e Sabina Cedri.
Donne e uomini uniscono le proprie conoscenze, tra vita quotidiana e professione, per presentare un affresco contemporaneo del femminino.
Si discuterà di donne e di ruoli, di passato, presente e futuro, di vicende personali e di storie da narrare per comprendere, accogliere, essere consapevoli della femminilità vera, lontana da stereotipi.
Parole e musica (Dario Palazzolo alla Tastiera) per una serata davvero speciale.
Programma:
Alessia Pizzi, filologa e giornalista: Una come… Anne Sexton;
Emma Fenu, studiosa delle donne e scrittrice: Maternità e infertilità;
Sonia Morgante, autrice di romanzi storici: Donne senza tempo: scrivere un romanzo e incontrare la storia di Giuditta Sidoli;
DonSimone Caleffi, parroco Santi Cirillo e Metodio e docente di teologia: L’apporto della donna nell’amicizia spirituale con un sacerdote;
Luana Natalizi, architetto: Essere donna in cantiere e sul campo;
Sabina Cedri, ricercatrice: Essere donna fra scienziati uomini.
Dite la verità: avete già preparato il tour dei negozi che visiterete nel week-end per approfittare delle offerte del Black Friday 2019!
Il “venerdì nero” è un’iniziativa commerciale americana che dal 1952 cade subito dopo il Giorno del Ringraziamento e apre le danze dello shopping natalizio. Ormai da alcuni anni è diventato un appuntamento fisso anche per i consumatori italiani, soprattutto grazie ai siti di vendita online.
Vi siete mai chiesti perché si chiami proprio “black” Friday? Perché non scegliere un colore più allegro per una giornata in cui puoi comprare risparmiando? Ebbene, non esiste una risposta certa. Si pensa che il nero possa alludere al grande traffico causato dagli sconti dei negozi. Ma nero era anche il colore usato dai commercianti per indicare il guadagno della propria azienda.
Ora che conoscete anche l’etimologia dell'”evento”, potete partire per il vostro tour. Ma dovete aggiungere delle tappe! Ebbene sì: quest’anno le offerte del Black Friday conquistano anche il mondo della cultura.
Amazon e il Black Friday 2019
Per prima cosa, sedetevi comodamente davanti al vostro pc e date uno sguardo ad Amazon. Ci saranno tantissimi sconti per ogni categoria. Cari cinefili e collezionisti anonimi, occhio ai cofanetti! Le saghe più famose (come Star Wars), ma anche le serie tv del momento (tipo Downtown Abbey) potrebbero arrivare a casa vostra grazie alle offerte del Black Friday di Amazon.
Speciale Universal Pictures (aggiornato al 27 Novembre 2019)
Per gli amanti dell’Uomo Ragno propone le succulente edizioni limitate in formato Blu-ray di Spider-Man: Collection 1-6 con la statuetta da collezione di Venom, e la Spider-Man: Home collection 1-2 contenente gli ultimi due film che vedono protagonista Tom Holland.
Per i bambini offre la collection di Pets 1-2, disponibile in Dvd e Blu-ray.
Per gli amanti dell’azione c’è la Men in Black collection, che raccoglie la trilogia originale della saga con l’ultimo uscito: Men in Black: International.
Per gli amanti del brivido arriva la Pet Sematary collection sarà disponibile in Dvd e Blu-ray, contenente il film originale del 1989 ed il suo recente remake tratti sempre dal romanzo di successo del maestro dell’horror Stephen King.
Il cinema classico si scatena con la bellissima Corleone limited edition de Il Padrino in formato Blu-ray, che contiene all’interno moltissimi gadget da collezione, tra cui un esclusivo albero genealogico della famiglia Corleone. Dulcis in fundo, le serie Tv: dalla collection completa di House of Cards in Dvd, capolavoro del piccolo schermo con protagonista Kevin Spacey e Robin Wright, al cofanetto completo di Downton Abbey, contenente tutte e sei le stagioni Tv della serie in formato Dvd raccolti in 24 dischi con moltissimi contenuti speciali.
Kindle e Musica
Per gli amanti della musica e della lettura, invece, ci sono offerte vantaggiose sugli abbonamenti di Amazon Music Unlimited e ad Amazon Kindle Unlimited con offerte molto vantaggiose. Il primo vi permette di ascoltare più di milioni di brani (tra vecchi e nuovi successi), migliaia di playlist e stazioni radio. Il secondo, di avere a disposizione sul vostro ebook più di 1 milione di titoli da leggere.
Durante il Black Friday, potrete abbonarvi a Amazon Music Unlimited pagando solo 99 centesimiper 4 mesi, mentre Amazon Kindle Unlimited sarà gratuito per i nuovi iscritti per i primi 3 mesi.
Vi sta venendo l’acquolina in bocca? Bene, ma non indugiate troppo seduti al pc! Dovete uscire perché le offerte culturali non sono finite qui.
Black Friday 2019, le offerte dal mondo della cultura (Roma)
Correte a teatro e ai musei: quest’anno le offerte del Black Friday arrivano anche lì! Molte realtà di spettacolo stanno organizzando degli sconti sui biglietti acquistati durante il week-end che inizia il 29 novembre.
All’Auditorium Parco della Musica, ad esempio, sono previsti sconti fino al 30% su alcuni concerti in programmazione, tra i quali quello di Max Gazzè. Prezzi agevolati anche per spettacoli in scena al teatro Brancaccio e al Sistina e al Vittoria se si arriva al botteghino durante il fine settimana. E gli sconti teatrali non riguardano la sola città di Roma, ma anche Torino, Milano, Novara e molte altre.
Il Museo Etrusco di Villa Giulia promette sconti del 10% su tutti i prodotti del merchandising. Libri, gadget e bijoux ispirati ai gioielli etruschi saranno più facilmente acquistabili per i visitatori. Il Palazzo delle Esposizioni promuove la vendita di pacchetti super convenienti per le famiglie, mentre alle Terme di Diocleziano si potrà usufruire dell’ingresso ridotto per la mostra Je suis l’Autre.
Black Friday e Record Store Day
Insomma, si preannuncia un Black Friday veramente speciale. E non è ancora finita qui!
L’ormai tradizionale Black Friday del Record Store Day è in arrivo. Il 29 novembre sarà possibile acquistare una serie di uscite speciali di album in edizione speciale super limitata.
Qui trovate l’elenco completo degli album in uscita. Noi di CulturaMente ne abbiamo selezionati dieci per voi:
1. Arcade Fire – Neighborhood #1
Formato: vinile 7″ Etichetta: Legacy
2. The Doors – Live At The Isle Of Wight Festival 1970
Amanti della musica elettronica accorrete, questo film è per voi!
Per tutti i veri nerd della musica, Le Choc du Futur di Marc Collin, fondatore dei Nouvelle Vague, è un film da non perdere. Come prima performance cinematografica, il regista ha voluto realizzare un tributo forse troppo riverente, che ricorda un gruppo di donne pioniere della musica “sintetizzata”, tra cui Delia Derbyshire, Laurie Spiegel e Wendy Carlos.
Protagonista assoluta è Ana (interpretata dall’affascinante Alma Jodorowsky) una pioniera della musica elettronica che vive nella Parigi di fine anni ’70, in cui il sessismo nell’ambito musicale è ancora all’ordine del giorno. La giovane donna, frustrata scrittrice di jingle, sta iniziando a vedere le possibilità di cambiare il paesaggio musicale grazie a nuovi strumenti per realizzare musica davvero innovativa.
In Le Choc du Futur, seguiamo le vicende di Ana, che vive provvisoriamente nell’appartamento di un suo amico musicista, che possiede numerosi macchinari per la progettazione di musica “artificiale”, un settore in cui Ana cerca profondamente di sfondare. La pellicola si svolge nell’arco di un’intera giornata, durante la quale la ragazza, grazie alla vasta collezione di sintetizzatori, tastiere e apparecchiature di registrazione, cerca di comporre il pezzo della vita, con suoni all’epoca ancora fuori dal comune.
La vita di Ana sullo schermo è ricca di riferimenti attraverso i poster, le copertine dei libri, copertine degli LP e la tecnologia retrò dell’era elettronica analogica presenti nella casa in cui abita.
Tutte ispirazioni che la porteranno poi a buttar fuori quello che ha nella testa, una creatività che per molti all’epoca era ancora inaudita ma che il suo gruppo di amici, appassionati come lei, acclamano come un inno al futuro. Ana è un personaggio che Marc Collin, in questa sua prima prova da regista, utilizza per incarnare diverse donne pioniere che hanno partecipato alla nascita e al riconoscimento dell’elettronica musica in tutto il mondo.
Nella prima parte del film, il ritmo è più coinvolgente: Marc Collin ci permette di entrare nel profondo della relazione tra Ana e il suo sintetizzatore, attraverso i battiti, i rumori, i suoni che compone insieme.
Questo aspetto prende il sopravvento su tutti gli altri personaggi, amici di Ana che vanno a trovarla, incontri che si svolgono in brevi momenti che passano inosservati rispetto alla sua voglia di continuare a comporre.
Le Choc du Futur riesce al suo meglio quando dà voce ad Ana e alla sua musica, che difende appassionatamente contro lo scetticismo di tutti quelli che le dicono di lasciar perdere, esplorando anche le divisioni generazionali che sono probabilmente una caratteristica di ogni generazione.
Una dedica appassionata, non brillantemente riuscita ma riservata alla nicchia di appassionati di musica e della sua storia, che però si rende gradevole anche per gli ignoranti in materia.
Seguiteci al Torino Film Festival 2019, qui la precedente recensione:
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Dolemite Is My Name, con alla regia Craig Bewer, segna l’esplosivo ritorno sulla scena cinematografica (ma in streaming) di Eddie Murphy.
Prodotto e distribuito da Netflix assieme alla indipendente Davis Entertainment, il film è uno scorretto biopic che ricalca l’altrettanto scorretta ascesa al successo di Rudy Ray Moore con il suo alter ego Dolemite.
Moore, interpretato da un rinato Murphy, è il vicedirettore di un negozio di vinili losangelino negli anni ‘70. Una mancata carriera da cantante e alcune comparsate da cabarettista sono tutto ciò che ora ha nella vita. Ossessionato dal costante desiderio di sfondare nello show business, Moore scava nel folklore afroamericano e ne estrae frammenti che gli consentono di assemblare l’irriverente personaggio di Dolemite. Nello sguardo dedito al recupero di un immaginario culturale, prende forma una creatura nata dalla tradizione popolare il cui scopo è essere fruita esclusivamente in un contesto popolare. Più nello specifico in quel ghetto nero che è periferia nel cuore pulsante delle città statunitensi dell’epoca.
E Dolemite, ‘pimp’ vestito di abiti sgargianti e sempre circondato da donne mezze svestite, si inserisce in quel solco passivamente puritano sospeso tra ciò che si può dire e ciò che può essere solo pensato. Nel film è bravissimo Eddie Murphy a vestirsi di questa doppia pelle, del Moore teso verso la fama e del Dolemite costume da spettacolo. Come è eccellente tutto il cast che vortica attorno alla scalata a ritmo musicale di quello che verrà battezzato il “Godfather of Rap” (il D’Urville Martin di Wesley Snipes sembra Jack Sparrow).
Seguiamo così il percorso dei primi vinili incisi che finiscono spacciati come materiale proibito dal bagagliaio di un’auto.
Ci spostiamo poi sulle ambiziose aspirazioni cinematografiche di comparire sul grande schermo, luogo definitivo di una consacrazione personale. Il cinema è visto come concetto che sfida le leggi del tempo e dello spazio nel suo rendersi immutabile nel corso dei decenni (e secoli). Lo farà presente in particolare un personaggio, con il suo timore di finire immortalato per sempre in quella forma in “24 foto al secondo”.
La seconda parte della pellicola, dedicata alla realizzazione del lungometraggio autoprodotto da Dolemite e su Dolemite, ricorda molto da vicino The disaster artist. Ci vengono mostrate le difficoltà della produzione dietro il sotto-genere del blaxpoitation, film carichi di macchiette esagerate destinati ad un pubblico urbano ed afroamericano. E questa sua somiglianza si rivela parziale limite nel confronto, non essendo il lavoro di Bewer esilarante allo stesso modo del film di James Franco. Lì l’essere dissacrante era chiave del racconto e qui, invece, è superstrato di una narrazione di fondo drammatica. Rimane che le intenzioni di Dolemite Is My Name si trovano sempre da quelle parti, solidificate in quel “is my name” che fa da leitmotiv alla volontà di Moore di lasciare un segno, un graffio.
Il film tutto gode comunque di un ritmo estremamente godibile, giocando molto sui singoli e in particolare (ovviamente) su un Eddie Murphy ritrovato che non vedevamo così in forma da molto tempo. Fa senza dubbio piacere.
Alessio Zuccari
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
JoJo Rabbit, film d’apertura del Torino Film Festival 2019, è una drammatica e autentica pellicola agrodolce sui tempi bui della Seconda Guerra Mondiale.
Jojo Rabbit è un film satirico, targato Taika Waititiregista di affascinanti racconti sull’adolescenza come Boy e Selvaggi in fuga, una spedizione in un passato non molto lontano, un periodo difficile per il mondo intero che ha segnato la vita di molte persone.
Il regista e sceneggiatore decide però di farlo attraverso l’ironia e la satira, utilizzando un modo semplice ma affabile per raccontare una storia che diverte ma spezza il cuore allo stesso tempo.
Ambientato nella Germania nazista, basato sul romanzo di Christine Leunens Caging Skies, il film si apre con Jojo (Roman Griffin Davis), un bambino di dieci anni, che si prepara con entusiasmo al suo primo campo per giovani nazisti, con l’incoraggiamento del suo immaginario migliore amico, Adolf Hitler (Taika Waititi). Come ha spiegato lo stesso regista, l’Immaginario Hitler è essenzialmente un sostituto del padre di Jojo, assente da tempo perché sul fronte a combattere.
Taika Waititi e Roman Griffin Davis / Fox Searchlight Pictures
Il campo a cui partecipa il protagonista è gestito dal Capitano Klenzendorf (Sam Rockwell), assistito da Frenkel (Alfie Allen) e Fraulein Rahm (Rebel Wilson). I bambini desiderosi di partecipare alla guerra così esaltata da Hitler, praticano veri e propri giochi di guerra, esercitazioni con maschere antigas, combattimenti di base e, naturalmente, lezioni per far funzionare le bombe. Ma quando Jojo non riesce a uccidere un coniglio per dimostrare il suo coraggio, viene insultato per la sua codardia e soprannominato appunto “Rabbit”.
Jojo è un fervente seguace della causa nazista, per cui non riesce ad accettare questa presa in giro cocente da parte dei suoi compagni. Per cui, continua ad appoggiare la causa, aiutando il Capitano in altre faccende per il governo e per la propaganda. Tutto il suo “perfetto” universo nazista verrà sconvolto da una spiacevole scoperta: Jojo, infatti, viene a sapere che sua madre, Rosie (Scarlett Johansson), ospita in casa una rifugiata ebrea, una ragazzina di nome Elsa (Thomasin McKenzie).
Elsa è la prima persona ebrea che Jojo abbia mai incontrato e le loro interazioni costringono gradualmente il ragazzo a confrontarsi con le sue idee sugli ebrei, inculcate dal regime e dal suo amico immaginario Hitler, con il quale il rapporto comincerà pian piano a incrinarsi.
La bellezza di Jojo Rabbit è quella di spiazzare lo spettatore: infatti, quando si pensa di aver capito dove vuole andare la storia arriva il colpo di scena, un vero e proprio pugno allo stomaco che apre gli occhi sulla realtà di quegli anni così difficili.
Jojo Rabbit, non vuole prendere in giro Hitler e la Germania nazista, ma fornisce per lo più un potente quadro dell’epoca, attraverso un linguaggio differente, servendosi della satira e dell’ironia, e raccontando la storia di un ragazzo solitario e precoce in un Paese devastato dalla guerra e che cerca di ribellarsi al suo capo.
Scarlett Johansson e Roman Griffin Davis / Fox Searchlight Pictures
Dalla sua, il film ha la presenza di un cast eccezionale, a partire dallo stesso Taika Waititi che interpreta l’immaginario Hitler, esageratamente divertente, grottesco, uno sciocco predatore ed egoista che appare a Jojo solo per dare consigli più che sbagliati. Scarlett Johansson, in una delle sue più belle interpretazioni, è una madre buffa e gentile, che fa di tutto per recuperare quel bambino spensierato che sa esistere ancora in Jojo. Ma il merito più grande va al piccolo protagonista Roman Griffin Davis, il giusto connubio tra spavalderia e vulnerabilità in un personaggio a dir poco amabile e memorabile.
Un’apertura degna del Torino Film Festival 2019, Jojo Rabbit è un film coinvolgente, emozionante, nonostante sia complesso nella sua forma e difficile da decifrare per molti, ma ha tutte le caratteristiche per qualificarsi come uno dei film da vedere in questo 2019.
Ilaria Scognamiglio
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
L’arte di Sicioldr in mostra a Roma: un viaggio attraverso i sogni e l’immaginario onirico dell’artista.
L’8 Novembre, alla Galleria RvB Arts, è stata inaugurata la mostra dell’artista emergente Alessandro Bianchi, in arte Sicioldr intitolata “at the threshold“, ovvero “sulla soglia”.
Chi è Sicioldr?
Sicioldr è un artista Italiano di Tarquinia, di soli 28 anni (1990), che, padroneggiando con estrema bravura la tecnica della pittura ad olio, riporta, su tavole e tele, i sogni, le visioni e le ombre che fanno parte del suo immaginario.
L’arte diventa per lui il mezzo attraverso il quale tradurre le percezioni ed emozioni del suo inconscio in immagini. Un modo per capirsi, interpretarsi e, in alcuni casi, per esorcizzare le sue paure trasformandole in qualcosa di esteticamente piacevole.
Alcuni elementi ricorrenti nelle opere dell’artista
Le opere di Sicioldr hanno il potere di proiettarci in altre dimensioni che non hanno alcuna connessione con la realtà e dove a regnare incontrastato è il silenzio. Nei suoi quadri le donne e gli uomini, dai tratti androgini, hanno sempre le stesse caratteristiche: esseri pallidi, senza sopracciglia, senza capelli e senza tempo. I paesaggi rappresentati, con una predilezione per montagne e laghi, sono spesso luoghi mistici popolati da divinità misteriose, creature inquietanti, o semplicemente spettrali. Altre volte invece il pittore preferisce optare per uno sfondo scuro dal quale emergono figure simboliche di donne come “Il Sussurro”, “La Veglia” (Enigma dell’infanta) e “Le Sacerdotesse”.
In alcune delle opere l’artista sembra invitare ad immergersi nel suo mondo attraverso sguardi insistenti di volti girati di tre quarti verso lo spettatore. Tra le opere esposte questo si nota in “La Nascita”, “La Veglia (Enigma dell’infanta), “Apparizione”, “Canto della Grotta” e ” Venere degli Abissi”. Invece, nel quadro di piccole dimensioni “Hypnosis”, lo sguardo magnetico di una donna dagli occhi e dalle gote arrossate ci fa scordare di quello che ci circonda. Si resterebbe ore a fissare quel volto.
A chi si ispira l’artista?
L’artista nel suo stile ha assorbito l’influenza di molti dei pittori che nella storia dell’arte, in epoche diverse, hanno avuto a che fare con la rappresentazione dell’irrazionale, del fantastico, della follia e del mistero. Osservando le sue opere si possono leggere molti richiami ad artisti del passato, a partire dalla pittura fiamminga del Quattrocento, ma anche il Surrealismo e il Simbolismo hanno sicuramente giocato un ruolo importante nella sua formazione. Nel dipinto “La Nascita”, ad esempio, si pensa subito alle figure mostruose uscite dall’immaginario di Hieronymus Bosch.
“La Nascita” – Sicioldr (dettaglio) 2019 – Olio su lino 140 x 200 cm
Informazioni sulla Galleria RvB Arts
Ricordatevi che per ammirare la mostra personale di Sicioldr avete tempo fino al 3 Dicembre (chiusa domenica, lunedì e all’ora di pranzo). La Galleria RvB Arts si trova in via delle Zoccolette 28, a pochi passi da Via Giulia, Piazza Trilussa e Campo de’ Fiori. Se le Gallerie di arte contemporanea vi intimoriscono non vi preoccupate qui vi sentirete a casa. Michele von Büren ha creato questo spazio con l’intento di rendere l’arte accessibile anche a chi non dovesse essere un esperto del settore. Invita i visitatori a fidarsi del proprio gusto personale ed espone solamente opere che le comunicano qualcosa e che appartengono ad artisti emergenti del panorama Italiano.
Cercate altre mostre a Roma? Non perdetevi i nostri consigli:
Roman Polanski nel suo ultimo film vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia 2019 immerge le mani nel torbido Affare Dreyfus.
Quella raccontata ne L’Ufficiale e La Spia è una delle pagine più nere della storia repubblicana francese. Lo scandalo dell’Affare Dreyfus piagò la Francia per oltre una decade e divenne simbolo di una lotta politica. Ma ancor più ideologica, portando il Paese sull’orlo del collasso. In quello che è a tutti gli effetti un giallo con spettri che fanno eco alla contemporaneità, il regista polacco proietta il marciume di un’istituzione, arroccata su se stessa e su di un cameratismo che nell’odio trova il suo collante indissolubile.
Si rende necessario, a questo punto, delineare il contesto di ciò di cui parliamo. Ci troviamo allo scadere dell’ultimo decennio dell’800, in una Francia ancora ferita nell’orgoglio dalla sconfitta nella guerra franco-prussiana. I rapporti con la vicina Germania, eterna nemica, sono tesi e viziati da un continuo sospetto (da lì a poco la Prima Guerra Mondiale). La Terza Repubblica è un’istituzione traballante, dove l’esercito e la cultura della guerra ricoprono un ruolo cardine nello scacchiere interno. In questo clima di corruzione, alimentato anche da un profondo e radicato antisemitismo, scoppia il caso legato al capitano ebreo-francese Alfred Dreyfus (Louis Garrel).
Ufficiale d’artiglieria, Dreyfus viene accusato di alto tradimento in favore della Germania da indagini deviate che nelle origini ebraiche del capitano trovano un perfetto capro espiatorio. Ne L’Ufficiale e La Spia, scritto a quattro mani con Robert Harris (già autore dell’omonimo libro), Polanski ci ricorda il pestilente clima d’odio che aleggiava in Europa già trent’anni prima dell’ascesa del nazifascismo. E’ straniante (ma terribilmente attuale) il modo in cui l’atto discriminatorio venga presentato come un’affermazione congenita di principio. Lo stesso Georges Picquart (Jean Dujardin), l’ufficiale che fa da filo conduttore nella narrazione e porterà alla luce l’insabbiamento nei confronti di Dreyfus, ammette di non provare simpatia nei confronti della “razza eletta”. Ma la sua affermazione appare svuotata di significato, giustificata solo nel fatto che sembra dover essere così e non altrimenti. L’antisemitismo appare, quindi, in tutta la sua contraddizione, una consuetudine, un tratto culturale acquisito e che non necessita di giustificazione.
Ad abitare nella figura di Picquart è, però, anche un’inossidabile etica del dovere.
L’ufficiale lo dice chiaramente in un confronto con lo spigoloso Dreyfus, vittima sì ma mai ricettacolo di pietà nei duri lineamenti di un eccellente Garrel. Difatti L’Ufficiale e La Spia è un film anche sul senso dell’onore e sulla concezione del servire in un’istituzione considerata sacra ed inattaccabile come l’esercito nella Francia della Belle Époque. Ci si interroga su quale sia il ruolo del sottoposto, su dove risieda il confine che separa il dovere morale dal dovere militare. E’ una domanda, questa, che si sviscera tra dossier e carte false, durante indagini che sembrano unire minuziosa filologia a lavoro da detective. La dualità fluisce nella pellicola come un torrente che qualifica e scolpisce la sua ragione nei volti e nei corpi, ora gonfi e decadenti, ora tonici e scattanti.
Il rigore stilistico che Polanski imprime al film, asciutto ed essenziale, modella la giustizia negli interpreti e negli ambienti. I suoi attori risaltano come delle splendide cere incarnanti gli ideali nel nome dei quali agiscono. Il lavoro di ricostruzione storica non tradisce nemmeno per un istante l’attenzione maniacale per il dettaglio, imprescindibile allo schiudersi di un’atmosfera sempre credibile e tangibile. Verso le ultime battute è emblema dell’intero film un duello ad arma bianca, deciso ancor prima del suo compiersi solamente osservando i due sfidanti. Nel suo svolgersi si suggella un tardivo tentativo d’espiazione di chi ha servito, sbagliando, ma pur sempre perseguendo una chiamata al dovere. Differente lo sguardo, spietato, che segue poco dopo, dove il dovere non si abbassa ad incrociare la spada contro chi, invece, come scopo ultimo ha posto il proprio interesse personale.
Polanski ci ricorda che «spesso da grandi storie nascono grandi film, e l’Affare Dreyfus è una storia eccezionale». Lo è eccezionale perché fa il decadente dipinto di un’intera epoca, coinvolge ogni strato sociale e si allunga, tristemente, fino a noi.
Senza ombra di dubbio ci sentiamo di affermare che L’Ufficiale e La Spia è una delle pellicole più valide e importanti di questo 2019. Non perdetelo per nessuna ragione.
La stagione 2019-2020 del Teatro Trastevere di Roma offre anche l’interessante format “Shakespeare in wine”.
Gli amanti del teatro avranno senz’altro visto le opere di William Shakespeare rappresentate nelle maniere più disparate.
Dal 2011 anche la regista e attrice Annabella Calabrese ha proposto un approccio diverso di affrontare il Bardo, inventando il format di “Shakespeare in wine”.
L’idea di Calabrese, però, prende spunto dalla realtà storica del teatro elisabettiano. Infatti, all’epoca di Shakespeare il teatro era un vero e proprio luogo di ritrovo, dove ci si godeva lo spettacolo, bevendo, mangiando e chiacchierando con il proprio vicino.
Cercando di riportare quell’atmosfera ai giorni nostri, la regista Calabrese e la Compagnia “Le Chat Noir” mettono in scena “Shakespeare in wine”. Si tratta di uno spettacolo che coniuga il momento dell’aperitivo con la rappresentazione di alcune scene di tre opere shakespeariane, riadattate e rivisitate in chiave moderna, raggruppate per tre diverse tematiche: amore, magia e corruzione.
In questa stagione il Teatro Trastevere metterà in scena gli spettacoli la domenica sera.
Si è cominciato il 3 novembre con lo spettacolo “Shakespeare in wine – Tra Magia e Stregoneria”. Sulla scena recitano la stessa Annabella Calabrese e un gruppo di attori molto bravi e coinvolgenti: Giovanna Cappuccio, Massimiliano Costa Cipullo, Leonardo D’angelo, Roberto Giannuzzi, Chiara Laureti, Roberto Luigi Mauri, Andrea Standardi, Elisa Angelelli e Martina Ricozzi.
“Shakespeare in wine – Tra Magia e Stregoneria” segue lo schema del format, diviso in due parti.
La prima parte è dedicata all’improvvisazione, possiamo definirla teatro performativo. Mentre gli spettatori si accomodano in sala e chiaccherano, mangiando qualcosa e bevendo vino, i personaggi si aggirano nella sala e tra le poltrone. Interagiscono in maniera diretta con il pubblico, interpretando il proprio personaggio.
Il 3 novembre, in sala ci dà il benvenuto, facendo gli onori di casa, nientemeno che la regina Titania de “Il sogno di una notte di mezza estate”.
La parte di improvvisazione è stata senz’altro la più difficile per gli attori, perché il pubblico era un po’ distratto e, in alcuni casi, poco a suo agio ad accogliere le incursioni degli artisti. Ma questi hanno dato ottima prova di concentrazione e capacità di improvvisare e padroneggiare il proprio personaggio.
La seconda parte dello spettacolo è dedicata alla messa in scena vera e propria. Si spengono le luci della sala e si accendono quelle di scena.
Il palco del Teatro Trastevere è in parte occupato dalle poltrone, che in questo modo vengono a formare quasi un cerchio. Al centro gli attori si muovono, sempre però a stretto contatto con gli spettatori.
La messa in scena di “Tra magia e stregoneria” era composta da scene alternate di due commedie e una tragedia di William Shakespeare: “Sogno di una notte di mezza estate”, “La Tempesta” e “Macbeth”. Visto il tema, la scelta delle opere è stata azzeccata: vi troviamo, infatti, nell’ordine, fate, incantesimi, maghi e streghe.
Si comincia proprio con le terrificanti, per quanto sensuali, streghe del “Macbeth”. Seguiranno gli ubriachi Stefano e Trinculo che incontreranno Calibano de “La tempesta”. Il tutto alternato all’innamoramento magico della regina Titania con Bottom, con le fate del suo seguito intente a servirli ne “Il sogno di una notte di mezza estate”.
La scenografia è praticamente inesistente, ridotta gli oggetti di scena indispensabili. Molto è lasciato alle luci, che danno l’unico vero supporto alla recitazione degli attori. In particolare, sono state davvero utili a valorizzare adeguatamente la scena dell’omicidio di Duncan da parte di Macbeth.
“Shakespeare in wine” è un format accattivante e di sicuro appeal per chi ama le opere del Bardo e cerca sempre un nuovo modo di goderne. Ma non tutto in questa prima serata al Teatro Trastevere è stato convincente.
Devo dire che in generale le scene riuscite meglio, più coinvolgenti, sono state proprio quelle del Macbeth. Nonostante la bravura di tutti gli interpreti in scena, forse le scene potenzialmente più divertenti non hanno suscitato sempre la giusta ilarità.
L’intento della Compagnia Le Chat Noir è quello di avvicinare le opere di Shakespeare a un pubblico eterogeneo, intrecciando scene di diverse opere come in un montaggio cinematografico.
Ebbene, lo scopo è nobile e probabilmente è raggiunto con questo format, per l’idea di ricreare il clima conviviale del teatro elisabettiano. Tuttavia, l’alternanza in stile montaggio cinematografico è molto meno riuscita, quando la qualità delle scene o delle interpretazioni non è uniforme.
Il prossimo appuntamento con ”Shakespeare in wine” al Teatro Trastevere è per domenica 8 dicembre 2019. Il tema sarà uno dei preferiti di Shakespeare, ovvero “Il gioco degli equivoci” e si attingerà a tre commedie: di nuovo “ Sogno di una notte di mezza estate”, “La commedia degli errori” e “La dodicesima notte”.
Titolo originale:There’s Something About Mary Regista: Bobby Farrelly, Peter Farrelly Sceneggiatura: Ed Decter, John J. Strauss Cast Principale: Cameron Diaz, Ben Stiller, Matt Dillon, Lee Evans, Chris Elliott Nazione: USA Anno: 1998
Tutti Pazzi per Mary è una vera e propria pietra miliare degli anni ‘90, ancora oggi ricordato come uno dei film più divertenti e irriverenti del cinema internazionale, una pellicola che ha lanciato nello star system una giovanissima Cameron Diaz.
In questa commedia sentimentale dalla storia strampalata, uscita al cinema nel lontano 1998, è proprio lei a interpretare Mary, il fulcro dei desideri di numerosi uomini, tra cui l’imbranato Ted (Ben Stiller) innamorato di lei dai tempi del liceo.
Mary è bella, frizzante, seducente ma soprattutto buona, una vera brava ragazza, spontanea, che non ha paura di apparire anche buffa quando capita.
Tutto inizia nel 1985 quando Ted prende definitivamente una cotta per Mary, riuscendo a fare colpo su di lei quando interviene per difendere suo fratello vittima di bullismo. Per ringraziarlo Mary lo invita ad essere suo cavaliere al ballo di fine anno della scuola. Ma quando Ted arriva a casa è vittima di un curioso incidente: andando in bagno s’incastrano i suoi genitali nella cerniera dei pantaloni, tanto che sarà costretto ad essere ricoverato in ospedale per un’emorragia. Il tutto ovviamente tra l’ilarità dei genitori di lei, che poco dopo si trasferirà in un’altra città e farà perdere le proprie tracce.
Dopo ben 13 anni, Ted ha perso di vista Mary ma continua le sue sedute psicoterapeutiche, per via del famoso incidente che non ha mai superato e perché è ancora perdutamente innamorato di lei. Il suo miglior amico, Dom, gli suggerisce di mettersi alla ricerca di Mary assoldando un detective privato, che effettivamente riuscirà a rintracciare la ragazza, ma a sua volta ne rimarrà affascinato tanto da raccontare a Ted una montagna di bugie.
Nel difficile percorso per conquistare ancora una volta il cuore di Mary, Ted dovrà avere a che fare con diversi contendenti, spasimanti subdoli e bugiardi che fanno di tutto pur di accaparrarsi l’attenzione della ragazza.
Il fantomatico architetto invalido, Tucker (Lee Evans), un ex fidanzato ossessionato dalla ragazza soprannominato ‘Woogie’ (Chris Elliott) e proprio il viscido investigatore privato, Pat Healy (Matt Dillon), che Ted stesso ha assunto.
Ma l’assoluta protagonista, che ammalia non solo i personaggi ma anche il pubblico è lei, la bionda e sexy Mary, interpretata da una raggiante Cameron Diaz. Aggressività, fascino e dolcezza: una triade di caratteristiche che fanno parte di un solo personaggio e insieme lo rendono unico nel suo genere.
Tutti pazzi per Mary, diretta da Bobby e Peter Farrelly che diventarono ben presto i geni della commedia americana, ha segnato un punto di svolta sia nella carriera dei registi che in quella dei due protagonisti Cameron Diaz e Ben Stiller che, negli Stati Uniti, diventarono ancora più famosi di quanto non fossero, mentre negli altri paesi li ha resi noti al grande pubblico che ancora non era al corrente della loro bravura. Il film fu un vero e proprio successo commerciale, tanto che l’American Film Institute lo ha inserito al ventisettesimo posto nella lista delle migliori cento commedie americane di tutti i tempi.
C’è qualcosa in Tutti pazzi per Mary che vi terrà attaccati alla poltrona, qualcosa di sensazionale, divertente che provoca risate ma anche dei sentimenti positivi che vi faranno amare questo film. Forse la cosa più sorprendente in questa pellicola, per cui va il merito ai due registi Farrelly, è che mentre la trama generale fa molto affidamento sul rozzo umorismo, è allo stesso tempo anche inaspettatamente efficace come una commedia romantica, seppur insolita ma con dei veri sentimenti.
Tre motivi per vedere il film:
Cameron Diaz in splendida forma
Una delle commedie più divertenti di sempre
Non si può non vedere un cult degli anni 90
Quando vedere il film: Una domenica sera per riempirla di risate.
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Molte persone sognano di recuperare gli anni scolastici delle superiori a livello emotivo, i
famosi “bei tempi andati”. Altre, invece, hanno la necessità pratica di prendere il diploma perché hanno
abbandonato la carriera scolastica alla fine della terza media, come era
possibile fare prima.
Prendere il diploma
da privatista non è impossibile, ma soprattutto non deve essere visto come
un “titolo inferiore”. Purtroppo, quando le situazioni sono differenti da
quelle standard si tende a definirle come anormali: è lì che entra in gioco il
pregiudizio.
Prendere il diploma di privatista: bando ai luoghi comuni
Alcune persone pensano che prendere il diploma da privatista sia sintomo di stupidità, ma non
è così. Per quanto riguarda le persone adulte, spesso diplomarsi da privatista
è la condicio
sine qua non per lavorare o per fare il salto di carriera a livello
aziendale, e quindi per ampliare le proprie possibilità professionali.
Chiaramente chi lavora e ha necessità di studiare potrebbe
giovare dei corsi serali, senza dover rinunciare alla propria professione e
senza, quindi, dover richiedere un’aspettativa.
Ma la questione non riguarda solo gli adulti che hanno
rinunciato al diploma delle superiori tanti anni fa. E soprattutto di recente è
affiorato nella Stampa italiana il caso di una ragazza che ha molto da
insegnarci.
Si chiama Valeria
Cagnina, ha 18 anni, e viene definita il “genio della robotica” dal Corriere
della Sera. Come riporta la nota testata, Valeria in quarto superiore ha
dovuto scegliere se essere ammessa alla maturità o abbandonare le sue attività
“extrascolastiche”.
Indovinate un po’ quali erano queste attività? Valeria sin
da piccola ha una passione per la robotica, che ha continuato a sviluppare nel
corso degli anni, fino ad arrivare ad avere una propria azienda, in cui insegna
a grandi e bambini tutto quello che sa.
Valeria ha preso la decisione di prendere il diploma da privatista per non rinunciare alla sua passione. Non a caso la sua scuola si chiama OFFPassiON. Oggi la ragazza è iscritta a Ingegneria Informatica presso il Politecnico di Milano e non a caso vuole conseguire la laureaonline. Questo è un altro argomento spesso vittima di pregiudizi: quante volte abbiamo sentito dire che la laurea online vale meno di quella tradizionale?
Allontanarsi da un percorso di studi tradizionale, come
insegna la storia di Valeria, non deve essere per forza negativo. La scuola
italiana ha sicuramente delle rigidità che non consentono agli studenti di
esprimersi al 100% e non è detto che un sistema di questo genere sia adatto a
tutti, data la meraviglia della diversità che ci appartiene.
Recupero degli anni scolastici: i prezzi sono alti?
Un altro luogo comune è pensare che la scuola privata sia
troppo costosa. La domanda giusta da porsi, forse, è su cosa si vuole
investire. Noi suggeriamo di investire sulla propria felicità e su quella dei
propri figli. E’ possibile effettuare il recupero degli anni scolastici a Roma,
a Milano e in tutte le città italiane, ad esempio con Grandi Scuole, scuola
privata che da oltre 30 anni si occupa di far recuperare gli anni e scolastici
sia a ragazzi che adulti, col fine di creare un ambiente in cui lo studente si
senta a proprio agio. Proprio quello che è mancato a Valeria Cagnina.
C’è un genere musicale che da qualche anno comanda le classifiche nazionali.
Ovunque vai si sente rap italiano. In radio passano costantemente gli artisti del momento e i risultati si vedono anche al botteghino: riempiono ogni locale dove vanno a suonare. A titolo d’esempio, Salmo annuncia il live a San Siro, una cosa impensabile qualche anno fa.
Ma c’è ancora molto pregiudizio su questa musica e i suoi esponenti. Il cliché del rapper ignorante e parassita sociale trova spesso terreno fertile nel pubblico generalista, non incline al comprendere fenomeni complessi. Pochi, quindi, hanno il quadro completo di un panorama che è molto vasto.
A tale scopo, ecco per voi “La tua dose di rap italiano” una playlist inedita.
Laraccolta si rivolge soprattutto a persone non avvezze al genere, in un percorso guidato per prendere confidenza con le sonorità e apprezzare i brani proposti. Il filo conduttore è proprio la qualità del suono. L’artista di punta è Marracash, da poco fuori col nuovo albumPersona. Il rapper di Barona è l’esempio di musicalità combinata al contenuto. Le sue liriche spesse hanno influenzato un’intera generazione, e quest’ultimo lavoro lo consacra ancor di più come pilastro inamovibile della scena.
Non solo: dai mostri sacri Fabri Fibra, Gue Pequeno e Noyz Narcos alla fotta di Massimo Pericolo.Dalla tecnica di Vegas Jones e Nayt ai campani Clementino e Luchè. Sono tutti rapper con un flow riconoscibile e tecnica eccelsa.
Non mancano poi degli episodi “poetici”, che trovano in En?gma, Ernia e Claver Gold esponenti di spicco. Questi e tanti altri artisti compongono una playlist alla portata di tutti.
Il rap italiano è capace di grande qualità sotto molti punti di vista, per questo merita rispetto e una sempre maggiore attenzione.
Il resto sta però al vostro giudizio. Buon ascolto.
Ma come si arriva a una serie come Gomorra che rientra nel genere della crime story?
Negli anni ’70 in Italia si diffonde il genere poliziesco.
Traduzione dell’inglese crime story, il termine “poliziesco” in Italia ingloba una vasta gamma di film che si presentano con caratteristiche spesso molto diverse.
Questo dipende dal fatto che se in Inghilterra il genere crime story è stato suddiviso in sottogeneri (thriller, suspance, mystery), in Italia il termine è stato utilizzato per contrapporre questo genere al giallo, contraddistinto da elementi quali l’indagine e la risoluzione di un mistero.
Infatti, nel cinema poliziesco italiano degli anni settanta, l’enigma è un elemento secondario se non assente e gli elementi che caratterizzano il genere sono altri:
raffiche di mitra,
sgommate,
sirene della polizia,
morti ammazzati come cani in mezzo alla strada.
Secondo la critica il filone nasce con La polizia ringrazia (1972) di Stefano Vanzina, che riscuote un grande successo di botteghino.
Perché questo genere autoctono nasce e si sviluppa proprio a partire da questi anni?
Ripercorrere, oggi, la storia del poliziesco italiano significa ripercorrere la storia del nostro Paese, rivivendo la tremenda realtà italiana del tempo, cogliendone atmosfere e ansie.
I film del filone sono lo specchio della realtà, riflettono gli umori e le inquietudini degli italiani di fronte alla violenza urbana, al degrado delle città, al disagio giovanile, al dilagare della delinquenza.
Gli anni settanta sono degli anni difficili.
In Italia il terrorismo nasce sotto l’etichetta neofascista il 25 aprile 1969, anniversario della Liberazione, con l’esplosione di una bomba collocata negli edifici della Fiera Campionaria di Milano, e balza alla ribalta dell’opinione pubblica con il massacro del 12 dicembre alla Banca dell’Agricoltura (Piazza Fontana), nello stesso anno e sempre a Milano.
È questo l’inizio di una spirale di violenza che dura a lungo nella vita nazionale, tanto da poter coniare l’espressione “anni di piombo”.
Tra il 1969 e il 1972 si contano nella penisola italica 271 esplosioni dinamitarde, insieme ad alcuni gravissimi episodi come il suicidio dell’anarchico Pinelli, l’assassinio del commissario Calabresi, la morte dell’editore Feltrinelli.
Considerando il contesto degli anni settanta è facile immaginare come quest’ultimo abbia inciso sulla creazione del genere.
La polizia ringrazia è considerato da molti critici il capostipite del poliziottesco.
Il film adotta la prospettiva di un commissario, Bertone, mettendo in evidenza la difficoltà della polizia nello svolgere il proprio lavoro da una parte a causa delle connivenze mafiose, dall’altra a causa della mancanza di uomini, di mezzi e di leggi adatte. Ad impedire che il lavoro della polizia si svolga al meglio c’è anche la stampa, pronta a criticare i pubblici poteri. “Abbiamo le mani legate: i delinquenti ci prendono per il sedere e i giornalisti ci inzuppano il pane” dice Bertone.
Si tratta di un tema che ricorrerà nella maggior parte dei film che rientrano nel genere.
Una delle immagini più ricorrenti del poliziesco all’italiana vede il commissario camminare a passo sostenuto per i corridoi della questura, inseguito da una marea di giornalisti che, taccuino o microfono in pugno, lo assillano con domande provocatorie riguardanti l’incapacità o la brutalità delle forze dell’ordine.
Il ruolo dell’informazione nel poliziottesco è ricondotto ai mutamenti nel campo della stessa osservabili nel periodo. All’inizio degli anni Settanta, infatti, in un clima non disteso tutto il settore dell’informazione si mette in movimento.
La novità è rappresentata dalla realizzazione di un tipo di giornalismo di inchiesta e di denuncia, che prende di mira il malgoverno, gli scandali e le arretratezze del sistema sociale.
In mancanza di soldi e mezzi tecnici, la competitività del filone è assicurata dal ricorso all’eccesso visivo.
Negli interrogatori vola sempre qualche schiaffo: gli effetti sonori sono accostati a primi piani di volti tumefatti e occhi lividi.
Ma la violenza non è solo quella dei pestaggi. In Uomini si nasce poliziotti si muore Renato Salvatori fa cavare un occhio a Bruno Corazzari; in Quelli della calibro 38 Garofalo si ritrova le dita di una mano mozzata dalla portiera di un’auto; in Roma violenta Rossi brutalizza la figlia di Conte davanti al padre.
In La legge violenta della squadra anticrimine gli scagnozzi di Ragusa rapiscono il padre di Antonio Blasi e, in seguito, non riuscendo ad estorcergli informazioni sul figlio, lo uccidono, facendolo travolgere e pestare da una macina.
La città è la grande protagonista del poliziesco degli anni ’70, che mostra al pubblico un’ambientazione nostrana fortemente caratterizzata: le grandi metropoli, di cui lo spettatore riconosce strade, piazze, monumenti.
Delle città viene colto il contrasto tra i quartieri residenziali e le baraccopoli, tra il centro frequentato e abitato dai ricchi e la periferia degradata e corrotta, meta della gente povera.
I malviventi, nella maggior parte dei casi, provengono dalla periferia e sono espressione del sottoproletariato, gruppo sociale che ha maggiormente risentito della crisi economica del ’73.
Spesso i banditi, dunque, giustificano la loro condotta criminosa con il bisogno di eguaglianza economica e sociale.
Negli anni Ottanta si verifica la brusca scomparsa dei polizieschi dagli schermi cinematografici: è la televisione l’habitat privilegiato dal genere.
Il settore commercialmente più redditizio è rappresentato dalle serie tv: il caso più clamoroso è La Piovra, che introduce in Italia l’ottica della produzione seriale.
È ancora sul piccolo schermo che prende piede il poliziesco negli anni Novanta con una proliferazione inedita di fiction con protagonisti carabinieri, agenti speciali, guardie di finanza, esperti della scientifica.
Si tratta dei vari Maresciallo Rocca (1996), Linda e il brigadiere (1997), La squadra (2000), Distretto di polizia (2000), Carabinieri (2002) in Italia; i vari JAG (1996), Without a trace (2002), NCIS (2003), Criminal minds (2005), CSI (2000) negli Stati Uniti.
In Italia poi la svolta ci sarà nel 2014 con Gomorra la serie.
Liberamente ispirata all’omonimo libro di Roberto Saviano, Gomorra la serie racconta le gesta di camorristi che agiscono nella periferia di Napoli.
Qui il ruolo di commissari e polizia diventa del tutto inesistente.
Nel contesto di organizzazioni criminali di stampo mafioso i protagonisti della vicenda sono violenti delinquenti descritti con crudo realismo.
Quello che rimane del poliziottesco anni ’70 è la violenza, il ruolo della periferia della città, l’atmosfera.
Chi siamo? La nostra esistenza ha uno scopo? Siamo forse stati creati per soffrire? Ma soprattutto… la pizza di cinque giorni fa sarà ancora buona?
Queste e altre le domande che potete trovare in Average Adventures of an Average Girl, il fumetto di Laura Romagnoli per Becco Giallo presentato all’ultimo Lucca Comics and Games 2019.
Average Adventures of an Average Girl nasce come webcomic: parla di tutti noi, di quanto ci possiamo sentire sfortunati, sognatori e a volte anche innamorati. Proprio l’amore, spesso, salva la nostra eroina dai problemi quotidiani. Ma chi è Laura Romagnoli?
Laura, nata a Pesaro nel 1994, è laureata in Fumetto e illustrazione presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, ed è studentessa allo IED Master di Milano. Nel 2015 ha iniziato a lavorare per il sito coreano LINE Webtoon con il suo webcomic, partecipando anche al Comicon di San Diego del 2017. Lì ha avuto modo di sedere accanto ai migliori artisti di webcomic americani. Oggi il suo fumetto conta più di 87.000 follower su Instagram, e i numeri continuano a salire!
Il fumetto, edito da Becco Giallo, è una raccolta di fumetti che cattura le istantanee tragicomiche della vita di una giovane donna. Una celebrazione senza censure delle stranezze e delle meravigliose banalità nascoste in ognuno di noi. Divertentissimo e senza peli sulla lingua, lo stile di Laura è capace di farci sentire meno sole in questa stramba avventura che è la vita.
Chi di noi non si è sentita umiliata a un colloquio per la propria laurea umanistica? Chi di noi non ha avuto un’ossessione per il ragazzo che ci piaceva? E quante volte ci siamo sentite emotivamente ricattate dalla nonna di turno che ci chiede quando faremo un figlio?
Laura racconta tutto questo con leggerezza ma anche con intelligenza, con lo sguardo di una ragazza giovane che cerca di affermarsi nel mondo e nella vita, superando le paure che fanno parte di tutti noi. Testarda e a volte vendicativa, AV (Average Girl) trova un perfetto coprotagonista nel Fidanzato, colui che le sta sempre vicino e le dà la forza di continuare a credere nei suoi sogni. E all’improvviso, magari, anche grazie a lui AV potrà anche rendersi conto di aver raggiunto l’obiettivo più importante: amare se stessa.
L’opera di di José Cabeza e Julia Fontana sarà in scena fino al primo dicembre.
In scena un cast d’eccezione. Si alza il sipario ed è tempo di conoscere i personaggi interpretati da Giorgio Marchesi, Massimiliano Vado, Pierpaolo De Mejo, Serena Iansiti, Arcangelo Iannace, le loro vicissitudini, i loro segreti e le loro paure.
Un giorno di inquietudine, nonostante la presenza di un mediatore, poiché i quattro soci plurimilionari di un’azienda di successo si trovano a dover affrontare una situazione più grande di loro. Devono stabilire chi pagherà per un crimine commesso. Un solo capro espiatorio per il bene dell’azienda e dei rimanenti soci. Sette anni di detenzione per uno soltanto di loro anziché l’intero coinvolgimento, sacrificandosi e salvando dalla pena restrittiva.
Sono numerose le perplessità sul criterio da utilizzare per scegliere chi mandare in avanscoperta.
Il tempo è il bene più prezioso.
Non può essere paragonato neanche al vile denaro e al desiderio di ingordigia che deriva dal bramarne sempre di più.
Nonostante la presenza del regolatore etico e legale, valutare due entità così differenti tra loro rimarrà comunque una missione ardua. Tutto l’oro del mondo forse non potrà ripagare il tempo perduto. Non siamo dei gatti dalle sette vite che possono sciorinare gli istanti come più preferiscono.
Sono numerosi gli interrogativi che nascono vedendo questo spettacolo: numerosi spunti di riflessione.
Siamo dinnanzi ai problemi dell’uomo e alle domande esistenziali senza tempo.
Alla fine dello spettacolo, il mio pensiero è volato ad uno dei pensieri filosofici di Pascal “Descrizione dell’uomo: dipendenza, desiderio di indipendenza, bisogno”.
È denuncia di una condizione a tratti paradossale tra miseria e grandezza.
“Tutti interrogativi che mi permettono di indagare ancora una volta come nei miei precedenti lavori, sulla psiche dell’essere umano.” Francesco Frangipane (regista)
“L’epilogo beffardo è l’occasione per rendere ancora più tragica la condizione dei protagonisti e per permetterci di proiettarci oltre la situazione stessa, oltre l’immaginabile, lì dove neanche il testo arriva e dove invece deciderà di arrivare lo spettatore. Il tutto in un’idea di messa in scena, ormai imprescindibile per me, che vuole continuare a tenere il pubblico dentro la scena e accompagnare lo spettatore per mano dentro la storia stessa fino a condividere le emozioni dei personaggi e farsi carico delle domande e dei dilemmi che travolgono i protagonisti”. Afferma il regista Francesco Frangipane.
Alessia Aleo
Teatro della Cometa – Via del Teatro Marcello, 4 – 00186
Orari spettacolo: dal martedì al venerdì ore 21.00. Sabato doppia replica ore 17,00 e ore 21,00. Domenica ore 17.00
Si è concluso con 270.003 biglietti venduti il 53° anno del festival Lucca Comics and Games! La manifestazione ha portato a Lucca appassionati di fumetti, giochi da tavolo, videogiochi, narrativa e arte fantasy, animazione, cinema e serie tv.
Questa edizione, superando il Lucca Comics 2017 e 2018, conferma il grande successo dell’evento a livello nazionale e internazionale. Si sono registrate oltre 1.600 attività fra incontri, tornei, workshop, e live performance. Per gli amanti delle file, più di 4.000 sessioni di autografi; 1.500 postazioni di gioco con decine di migliaia di sessioni giocate. E ancora: 16 concerti e spettacoli musicali; 2 opere teatrali prodotte dal festival; oltre 1.000 relatori.
Tra gli ospiti stranieri più importanti, ricordiamo Hirohiko Araki, che ha raccontato al pubblico italiano la genesi delle Le bizzarre avventure di JoJo. Dal Giappone anche il padre di Gigi la trottola, manga ed in seguito anime cult degli anni ’ 80, il Maestro Rokuda Noboru. Per la prima volta in Italia anche Emil Ferris, che proprio l’anno scorso a Lucca con La mia cosa preferita sono i mostri aveva vinto il premio Gran Guinigi come Miglior Graphic Novel. E non dimentichiamo Don Rosa, famoso in tutto il mondo per le sue storie su Paperon de’ Paperoni e tutta la famiglia dei Paperi. Tra i nostri fumettisti ricordiamo Sara Pichelli, Zerocalcare, Leo Ortolani, Gipi, Fumettibrutti, Sio e molti altri.
Teatro e serie tv
A teatro ha fatto scalpore (soprattutto per le polemiche inutili) lo spettacolo Io sono Cinzia (ovvero l’amore non si misura in centimentri). Lo spettacolo è tratto dall’acclamato graphic novel di Leo Ortolani sul tema della transessualità.
Amazon Prime Video ha salutato la sua prima volta a Lucca Comics & Games con un ospite d’eccezione, Sir Patrick Stewart. Netflix è tornata a Lucca per presentare la nuova serie originale The Witcher tratta dai romanzi di Andrzej Sapkowski. Piazza Anfiteatro è stata invece “occupata” da La Casa di Carta.
Per quanto riguarda i videogiochi, si è celebrata l’uscita di Call of Duty: Modern Warfare di Activision. Anche Borderlands 3 è stato protagonista di attività indimenticabili come la parata cosplayer guidata da Leon Chiro. Per la prima volta nella storia della kermesse toscana anche Ferrari, presso la “Casa del Boia”, ha portato in scena un roboante programma di intense sessioni Hotlaps per correre su leggendari circuiti.
I momenti cult
Tra i momenti più seguiti la Zombie Walk parade, il raduno ufficiale Marvel Cosplay Italia, e la parata a tema Rat-Man, dedicata al personaggio di Leo Ortolani. Per i più piccoli il divertimento si è concentrato nell’area Junior. Qui migliaia di giovanissimi tra sessioni di giochi, fantasiose costruzioni LEGO® (con uno spazio dedicato al lancio di Hidden Side) e momenti danzanti, hanno potuto incontrare dal vivo gli autori delle loro opere preferite.
Non poteva mancare l’ormai iconica Japan Town, il quartiere del meraviglioso centro storico lucchese dedicato interamente all’arte e alla cultura nipponica, come sempre preso d’assalto e protagonista di numerosi incontri dedicati al Sol Levante. Protagonisti di tre concerti da “tutto esaurito” gli Oliver Onions che a suon di musica hanno ripercorso la loro carriera; Cristina D’Avena, tornata a Lucca per riproporre i successi che l’hanno resa l’icona delle sigle tv; e Giorgio Vanni, che ha infiammato il palco di Lucca Comics & Games con uno show memorabile.
Tra i fumetti e gli stand vi segnaliamo la casa editrice BeccoGiallo, piccola ma attenta agli esordienti e sempre sul pezzo. Tra i fumetti più venduti, c’erano i Pinguini Tattici Nucleari a fumetti, un’antologia di racconti scritti da Lorenzo La Neve (Giungla urbana), che si è ispirato ad alcune delle canzoni più amate del gruppo. I fan riconosceranno le atmosfere e i luoghi cantati nelle canzoni, magistralmente illustrati da dieci giovani fumettisti italiani. I dieci episodi sono stati disegnati da: Giovanni Esposito (Quasirosso), Ernesto Anderle (Vincent Van Love), Francesco Guarnaccia (Iperurania, From Here to Eternity), Giangioff (Il futuro nei denti), Fumettibrutti (Romanzoesplicito, P. La mia adolescenza trans). E ancora: Elisa 2B (La chiamata), Matilde Simoni (Stephanie & Louis), Roberto d’Agnano (Trapkid), Federico Gaddi (Alias Comics) e Leonardo Mazzoli (SYNTH/org).