Robin Hood, l’origine della leggenda sbagliata

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Robin Hood è stato mostrato e raccontato al cinema in decine di film e decine di modi. In tutte le sale, in vari generi, con tanti toni. Considerando ciò, è giusto che un nuovo film sul soggetto – per quanto ci sarebbe chiedersi perché realizzarlo in principio – cambi ancora, elabori ancora, cerchi ancora strade nuove.

E questo nuovo Robin Hood nell’anno del Signore 2018 una versione nuova la racconta sicuramente. Solo che racconta quella sbagliata.

Perché ogni rielaborazione e film precedente, per quanto diversi e singolari, avevano sempre mantenuto una chiara bussola al centro della storia: non cambiare mai lo spirito. Il personaggio è quello, la vicenda è quella, il tema è quello, si cambia ciò che attorno e come si racconta la storia, non si cambia lo spirito. Questo nuovo film invece fa l’esattamente l’opposto e finisce per essere, oltre che un pessimo film, anche un film che non ci mostra mai il vero Robin Hood.

Questa versione di Otto Bathurst, un onesto mestierante tv prestato qui al cinema senza alcuna pretesa o pallida ombra d’autorialità, è semplicemente una accozzaglia di idee, già viste e sentite, filtrate attraverso l’estetica del cinema action da blockbuster contemporaneo. Tra continui slow motion, esplosioni totalmente fuori contesto, e combattimenti ridicoli, pare letteralmente di essere da un’altra parte.

E forse, peccato più grande, anche tutti coloro coinvolti nella realizzazione del film vorrebbero essere da un’altra parte. Sicuramente non a fare un film di Robin Hood, questo è lampante. Non solo il nome del fuorilegge non viene mai menzionato, ma sostituito da un generico “The Hood”, ma la sua figura è rozzamente inglobata in quella di un qualsiasi vigilante mascherato visto e rivisto.

Robin, vestito inspiegabilmente da ninja, va in giro la notte, ha una doppia identità, ha un aiutante più grande e acquisisce i suoi talenti dopo una dura fase di allenamento. Se qualcuno sta pensando a Batman, avete capito tutto (purtroppo).

Manca completamente il senso d’avventura tipico di questi racconti, sostituito da un generico bisogno di esplosioni e azione. Una scelta che non si potrebbe perdonare nemmeno se fosse azione un minimo avvincente. Figuriamoci quando, ed è il nostro caso appunto, il film è girato in maniera talmente sciatta, banale e artigianale da far invidia all’Asylum.

La letterale bruttezza estetica di questo film non fa passare in secondo piano, pertanto, anche la scelta stilistica degli anacronismi. Non è il primo film del genere che cerca un tocco steampunk, e non sarà l’ultimo. Ma, va ribadito nuovamente, la messa in scena di tali anacronismi rasenta il pacchiano.

Dalle Crociate mostrate come una battaglia nell’odierno Iraq, ad una rivolta popolare che pare uscire fuori da una protesta dei Black Block, passando per una festa medievale al ritmo di musica da discoteca, tutte le buone idee che avrebbero reso questa trasposizione originale sono distrutte dalla totale approssimazione stilistica. E, soprattutto, non viene mai dato un senso per la scelta di tali anacronismi.

Non c’è il senso, non c’è un minimo approfondimento della vicenda o dei personaggi, perché la regia è più interessata all’ennesima slow motion. Non aiuta un cast di volti inespressivi (Taron Egerton, Eve Hewson, Jamie Dornan sono agghiaccianti) e ruoli terribili affidati ai veterani (Jamie Foxx, Ben Mendelsohn).

Perlomeno, questo Robin Hood un traguardo lo raggiunge. Quello di essere probabilmente il peggior film mai visto su questo soggetto.

A pensarci è quasi un bene che il nome Robin Hood non sia mai pronunciato. Almeno possiamo far finta di non associarlo a quel racconto e provare a rimuoverlo in fretta dalla nostra memoria. E quindi approcciarci al prossimo, inevitabile film su Robin Hood con buon animo. Sperando che lo spirito della foresta di Sherwood rimanga intatto.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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