L’Amleto di Daniele Pecci tra le nebbie di Elsinore

Un adattamento dalla lingua viva, dal contegno alto borghese e dall’umorismo sardonico al Teatro Quirino.

ROMA || Il 18 ottobre ha debuttato al Teatro Quirino la prima di un Amleto di Daniele Pecci della compagnia Molière. Uno Shakespeare trasposto in un’altra epoca e con una traduzione particolarmente viva e colorita. L’opera è tagliata, riducendo a tre ore scarse la sua durata. 
Su Amleto si potrebbe dir di tutto, ma cercheremo di concentrarci soltanto sull’adattamento in questione, sui suoi pro e i suoi contro.
Shakespeare Roma 2016
Lo spazio. La scenografia è di ispirazione post-moderna e dipinge un vasto salone vuoto, le cui pareti sono composte da piastre di metallo pendenti dal soffitto. La luce è diffusa da dietro drappi bianchi e riempie la sala con tonalità arancioni, a vari gradi di calore a seconda del momento del giorno. Gli abiti e il portamento generale dei personaggi dipingono una famiglia reale imborghesita dei primi anni trenta. 

Gli attori. Amleto, interpretato da Daniele Pecci, è un intellettuale nostrano con la barba e gli occhiali tondi dalla montatura sottile. Indossa scarpe e maglioni neri quando non giacche eleganti. È un bambino viziato e violento; le sue battute non fanno ridere e la sua propensione al filosofeggiare acquista un che di hypster, cosa che lo rende particolarmente vicino ad un giovane Nanni Moretti. Minaccia la madre con un temperino; aggredisce Ophelia nella foga del momento. Pecci fa così sfoggio di una recitazione particolarmente naturale e sentita, dalle sfumature colloquiali molto vicine all’esperienza comune e permesse dalla traduzione. Quest’ultima rinnova senza spezzare la poesia e la rima, ma riportando la sensazione di un parlato fresco e spigliato, come doveva apparire ai contemporanei di Shakespeare. I dialoghi fondamentali restano intatti nel linguaggio, ma si infiltra un vernacolare più vivo, capace di contenere espressioni più spontanee come: “non mi prendere per il culo” e via dicendo. Fra gli altri attori spicca particolarmente Polonio, Rosario Coppolino, con una splendida dizione e un’ottima presenza scenica, capace di oscurare lo stesso Pecci per chiarezza della voce e pulizia del gesto. Ancora troppo vacillante l’espressività di Ophelia, che pure riesce nelle scene della sua pazzia a migliorare nello stile. Maddalena Crippa è la regina e ricopre il proprio ruolo con una recitazione superbamente elegante. Tuttavia il suo modo stona con il metodo più informale e spontaneo della compagnia.

La messa in scena. Lo spettacolo inizia con l’intera platea del Quirino avvolta nelle nebbie di Elsinore, stratagemma suggestivo. Il tema della grande festa di palazzo è reso diffondendo l’eco distante del chiacchiericcio e del valzer come un rumore che filtra nella stanza. In questa l’apparizione del Ghost ad Amleto splende fra le migliori della serata, dall’angosciosa commozione del fantasma al lampeggiare delle luci nella penombra, tocco ripreso dal cinema dell’orrore. Particolarmente azzeccate sono le interazioni tra Amleto, Rosencrantz e Guildenstern, il velenoso litigio con Ophelia e l’umorismo macabro della scena di Yorick. Eppure è un grande peccato che una tendenza a trascurare le parti finali delle battute comprometta l’ascolto. Allo stesso modo dialoghi fondamentali e versi tra i più noti del bardo vengono sprecati senza ricevere particolare importanza, ingurgitati nella ricerca di una battuta il più vicino e naturale possibile al colloquiale. Come se, nella grande opera di realizzare uno spettacolo geniale, sia stata in parte negletta la cura della voce e della sua dizione.
Cast completo
Daniele Pecci (adattamento e regia)
Maddalena Crippa
Rosario Coppolino
Giuseppe Antignati
Sergio Basile 
e con Mario Pietramala   Mauro Racanati   Marco Imparato 
Mariachiara Di Mitri   Maurizio Di Carmine   Vito Favata
Pierpaolo de Mejo   Domenico Macrì   Andrea Avanzi
costumi Maurizio Millenotti   Elena Del Guerra
aiuto regia Raffaele Latagliata
disegno luci Mirko Oteri
In scena fino al 30 ottobre
Gabriele Di Donfrancesco

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