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Mille Voci Contro La Violenza: un inno alla libertà delle donne

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Mille voci contro la violenza ha radunato le donne di tutta Italia per raccontare la violenza di genere il 25 novembre, in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne.

Fautori di questo evento sono stati la redazione di Cultura Al Femminile e le operatrici di SpazioDonna Linearosa, con il patrocinio del Comune e dell’Università di Salerno (OGEPO).

Gli interventi che hanno animato il centro sociale di via Raffaele Cantarelli, presso la città di Salerno, sono stati molti, ma soprattutto variegati tra loro. Il fil rouge che li ha connessi in oltre due ore di incontro è un inno contro la sopraffazione.

Relatori e relatrici hanno cantato in coro, seppur con registri totalmente diversi, una melodia che coglie nel segno e racconta la tragica realtà in cui viviamo, ma soprattutto che tentiamo di cambiare.

Performance teatrali, talk sulla medicina di genere, esibizioni canore, excursus nel passato della storia delle donne, approfondimenti psicologici e, dulcis in fundo, persino canti e balli popolari: mille voci contro la violenza, mille linguaggi diversi uniti tra loro.

Protagonista indiscusso della serata è stato ‘intervento di Filomena Lamberti, donna sfregiata dal marito con l’acido. Una testimone vivente della violenza di genere, una di quelle che può raccontare la propria esperienza e sensibilizzare i giovani, come sta facendo attualmente girando per le scuole e raccontando la sua storia. La storia di una rinascita, l’uscita da un tunnel di dolore e paura, un cammino verso la libertà a tutti gli effetti.

Il cammino verso la libertà delle donne viene costruito mattoncino dopo mattoncino nel corso dei secoli, da Ipazia di Alessandria a Filomena Lamberti. Non sappiamo quanto ci vorrà prima di arrivare all’effettiva parità. E non mi riferisco alle quote rose, ma a quel momento in cui la parola di una donna varrà come quella di un uomo e otterrà la tanto agognata credibilità.

Considerando il numero dei femminicidi ma soprattutto le frasi aberranti che dobbiamo ancora sorbirci sulla violenza sulle donne (il recente e infelice exploit di Federico Moccia ne è un esempio), direi che la strada è ancora molto lunga ma che non dobbiamo smettere di lottare. Vi lascio quindi il mio intervento su Ipazia, nato col pretesto di unire le donne del passato a quelle del presente per sdoganare tanti luoghi comuni, ma soprattutto per riflettere sull’ascolto reciproco, sull’abbattimento dei pregiudizi e sulla nascita di una comunicazione reale tra i generi. Senza più prevaricazione da nessuna delle due parti.

Alessia Pizzi

Sparkle Day 2019: Torna la grande festa dello spumante italiano

L’appuntamento con l’undicesima edizione di Sparkle DAY è per sabato 1° Dicembre a Roma all’Hotel Westin Excelsior.

Come sempre sarà una grande festa dedicata allo spumante italiano, che dal 2001 raccontiamo attravero le pagine di Sparkle, la guida ai migliori spumanti secchi d’Italia la cui diciassettesima edizione verrà presentata nella prima parte della giornata.

I protagonisti saranno ovviamente loro, gli spumanti secchi italiani e le aziende produttrici, ognuna con il loro banco di assaggio per dare vita alla più grande e frizzante degustazione di bollicine della Capitale.

I partner dello Sparkle day.

Siamo felici di avere con noi anche quest’anno Diam Bouchage, l’azienda francese di tappi tecnici in sughero che con la sua linea Mytik dedicata allo spumante, chiude un numero sempre crescente di bottiglie di spumante italiane. Continua il sodalizio anche con Oro Caffè, la torrefazione Friulana rappresentata sul territoiro laziale dai fratelli Alessandro e Luciano Milano, pronti a servire migliaia di tazzine di caffè bollente.

Di certo non mancheranno le isole food tutte pensate per offrire al pubblico i giusti abbinamenti con le bollicine. Eccola la squadra di quest’anno!

La proposta gastronomica di accompagnamento.

Meglio Fresco – Mary e Arturon,insieme nella vita e nel lavoro, sono a capo di una delle migliori pescherie della capitale, divenuta da tre anni anche piccolo ed eccellente ristorante. Vi delizieanno con crudi, cotti e gl’immancabili supplì di pesce.

Meraviglie in Pasta – Angela Fiorni insieme alle figlie Eleonora e Valentina, nel loro laboratorio di Zagarolo realizzano una delle paste fresche più buone del Lazio. Siamo felici di averle di nuovo con noi con le loro fettuccine spesse e ruvide al ragù, cannelloncini al manzo e pistacchi, ravioli, lasagne…

Optymum – Gianluca Saccente è un giovane imprenditore titolare di questo sito e-commerce specializzato nella selezione e vendita di salumi e formaggi di qualità. A Sparkle Day vi proporrà dei taglieri ricchi e golosi!

Classici e nuove proposte.

La Bottega dell’Oliva Ascolana – Poche altre cose come un fritto fatto ad arte, si sposano eccellentemente con le bollicine. Luigi Diamanti e sua sorella vi aspettano con cartocci fumanti di olive ascolane, cremini e piconi.

Ami Pokè – E’ il primo Pokè Bar di Roma e il primo Hawaiian Bar d’Italia. Sarà a Sparkle Day con i pokè, delle bowl di riso, pesce crudo marinato e frutta tropicale. Ideale per chi tra un calice e l’altro vuole mangiare qualcosa di buono ma leggero.

Anche quest’anno, a supportare il servizio di sala ci saranno gli allievi dell’Istituto Alberghiero Michelangelo Buonarroti di Fiuggi (Fr)

Sparkle Day 2019
Sabato 1° Dicembre
Hotel Westin Excelsior
Via Vittorio Veneto, 125
Roma H.16/22
Costo ingresso €15 (include una copia della giuda Sparkle 2019, il calice e la sacca porta bicchiere)
Costo ingresso ridotto per sommelier €10 (per usufruire della riduzione sarà necessario mostrare la tessera associativa in biglietteria)

LE AZIENDE PRESENTI

Piemonte: Batasiolo – Cocchi – Gancia – Mario Giribaldi – Negro Angelo

Lombardia: Barone Pizzini – Bosio – Caʼ del Bosco – Calatroni – Castello Bonomi – Castello di Gussago – Corte Aura – Ferghettina – Guido Berlucchi – Fratelli Berlucchi – I Doria – Le Marchesine
Majolini – Mosnel – Manuelina – Perla del Garda – Ruinello – Uberti – Villa Franciacorta

Alto Adige: Arunda – Kettmeir

Trentino: Balter – Cantina Rotaliana – Cesarini Sforza – Ferrari – Letrari – Maso Martis – Moser
Rotari

Veneto: Adami – Andreola – Astoria – Bisol – Bortolomiol – Cantine Conte Collalto – Carpenè Malvolti – Col Vetoraz – La Marca – Le Colture – Le Manzane – Sagrivit – Sorelle Bronca –          Val d’Oca – Villa Sandi

Toscana: Il Borro

Marche: Monte Cappone – Velenosi

Abruzzo: Fausto Zazzara – Marramiero

Umbria: La Palazzola

Lazio: Vigne del Patrimonio – Viticoltori dei Colli Cimini

Puglia: D’Araprì

Sicilia: Fazio Wines –  Firriato

Ovunque Proteggimi, storia d’amore e pazzia

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Il cinema raramente è fatto di personaggi simpatici. Forse perché tutti noi abbiamo più difetti che pregi, e nemmeno latenti.

Un film come Ovunque Proteggimi, con quella espressa necessità di conforto e sicurezza fin dal titolo, sta dalla parte dei difetti, degli antipatici. Non cerca di edulcorare la sua storia, i suoi lati bui, i comportamenti deplorevoli dei suoi protagonisti, ed il motivo è semplice: possiamo capirli. Semmai, Ovunque Proteggimi accarezza Alessandro e Francesca con una dolcezza e un calore umano difficile da trovare al cinema.

Un calore che è soprattutto coraggio, perché come detto non omette nulla. Lui è un rabbioso alcolizzato che non ci metterebbe due minuti ad aggredire la stessa anziana madre per un futile motivo. Lei ha un passato e un presente fatto di abusi e chiara malattia mentale. Eppure, anche quando urlano o aggrediscono fisicamente, è difficile non comprenderli.

Questo è il merito maggiore di Ovunque Proteggimi, trasmettere allo spettatore un’empatia controversa che sfocia nell’amore anche quando non dovrebbe. Ma Alessandro e Francesca ogni tanto siamo anche noi. Il loro bersaglio non è mai il debole di turno con cui, ingiustamente ed esageratamente, se la prendono. No, il loro obiettivo è un mondo che non è mai buono e delicato con chi è emarginato, con chi ha problemi. Il loro bersaglio è una vita che, per carità, loro stessi peggiorano di volta in volta, ma non si può nemmeno cambiare facilmente.

Senza momenti ridondanti, e senza cedimenti al melodramma che sembrano dietro l’angolo, Ovunque Proteggimi è un onesto e delicato ritratto di due anime fallite che si agganciano all’ultimo spiraglio possibile prima della fine.

Il paesaggio della Sardegna, brullo e infuocato come un Inferno da cui scappare ma del quale si rimane perennemente attratti per i suoi scenari bellissimi, è la bolla perfetta in cui far muovere due Diavoli alla ricerca di un Paradiso Perduto in terra. Forse non se lo meriterebbero per quello che fanno a loro stessi e agli altri, ma il punto è un altro: chi se lo merita? Chi merita un’ultima chance se non chi prova costantemente a vivere, seppur sbagliando.

La forza inarrestabile delle passioni distruttive umane si ritrova tutta nelle interpretazioni istintive dei attori. Francesca Niedda e Alessandro Gazale recitano in maniera spontanea, aggressiva ma naturale, trovando un bizzarro equilibrio tra irrequietudine e dolcezza. Ancora una volta, non cercano la simpatia dello spettatore, ma se la guadagnano con la voglia infinita di non arrendersi.

Il sentimento strabordante di Ovunque Proteggimi, che la regia di Bonifacio Angius trattiene con oculata attenzione, si muove sempre tra la ricaduta e la catarsi. O forse, tali momenti sono talvolta la stessa cosa nel film, basta sapere cosa volere e perché volerlo.

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Emanuele D’Aniello

Come una specie di sorriso: Marcorè e GnuQuartet nel tributo a Faber

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Uno spettacolo che fa rivivere il grande cantautore genovese: la magia dei testi e della musica di Faber trovano in Marcorè un ottimo interprete, capace di coinvolgere il pubblico e toccare tutte le corde delle emozioni.

Il Teatro Celebrazioni di Bologna è quasi pieno quando sul palcoscenico salgono Neri Marcorè, i musicisti dello GnuQuartet, le coriste, il percussionista Simone Talone e il chitarrista Domenico Mariorenzi.

Come una specie di sorriso, lo spettacolo che è finalmente arrivato anche nel capoluogo emiliano il 16 novembre, regala una serata di fortissime emozioni al pubblico in sala. La gente applaude, canta e porta il ritmo di una scaletta insolita. Mancano alcuni “grandi classici”, infatti, per lasciare spazio a pezzi appena meno conosciuti, seppure altrettanto ricchi, a livello musicale e di significato.

Rimini, per esempio: un legame geografico con la felliniana provincia romagnola. Ci si sposta a Bologna, poi, il giorno della Strage del 2 agosto, a cui si ispira una delle strofe di Se ti tagliassero a pezzetti. Con il supporto di una formidabile squadra di musicisti e l’arrangiamento di Stefano Cabrera, Marcorè si muove agilmente nel repertorio di Fabrizio De André. Le sue doti emergono anche quando si cimenta con il dialetto genovese: Crêuza de mä è forse uno dei pezzi più riusciti della serata, o meglio, è una vera perla che impreziosisce le due ore circa di performance.

neri marcorè spettacoli 2018
Foto credit: De Vincenzi

La straordinaria produzione di Fabrizio De Andrè ha come denominatore comune il non essere mai banale, mai scontata. Forse anche grazie alla capacità del cantautore di fare qualcosa che oggi non è molto di moda: mettersi nei panni degli altri. Senza mai giudicare, senza mai puntare il dito.

È ciò che accade in Bocca di rosa, per esempio, uno dei pezzi più famosi presenti in scaletta, in un’esecuzione affidata alle due coriste Flavia Barbacetto e Angelica Dettori. La tolleranza, la diversità, vera o presunta, la discriminazione, sono però anche i presupposti di un capolavoro come Khorakhanè (A forza di essere vento), preceduto da un momento di riflessione. Marcoré sottolinea infatti l’importanza di riscoprire il cantautore genovese in questi “tempi bui”, in un momento storico di estrema chiusura mentale, per molti, di egoismi e prevaricazione.

E certo ne avrebbe da dire, Faber, se fosse ancora qui a regalarci le sue canzoni. Probabilmente, troverebbe ancora una volta le parole giuste, sempre, però, con la consapevolezza e l’umiltà di non “raccogliere in bocca il punto di vista di Dio”.

neri marcorè spettacoli 2018 - teatro delle celebrazioni
Foto credit: De Vincenzi

Nello spettacolo prodotto da Mauro Diazzi, Nerì Marcoré, già acclamato come attore di fiction e di teatro, veste perfettamente il ruolo di interprete. Fa passare il messaggio e la bellezza dei pezzi di De André senza tradirli. Operazione purtroppo difficile, data la grandezza del personaggio, ma possibile anche grazie alla bravura dello GnuQuartet: Stefano Cabrera al violoncello, Roberto Izzo al violino, Raffaele Rebaudengo alla viola e Francesca Rapetti al flauto.

E anche l’attesa del bus al freddo di via Saragozza diventa un piacere, in una serata come questa. Nessuno è impaziente, nessuno è nervoso. Tutti ripensano allo spettacolo, canticchiano Il Pescatore, il pezzo di chiusura, e salgono sul 20 con una specie di sorriso. È la magia della musica, che, per fortuna, ogni tanto entra nelle nostre giornate. Attraverso le parole e le note di quelli che ne hanno scritto la storia, tocca l’anima e il cuore nel profondo.

Erica Di Cillo

Come una specie di sorriso. Neri Marcorè canta Fabrizio De Andrè

From Medea, la ‘mise en espace’ di quel tragico argomento che non tramonta mai

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Il tema della maternità e del rapporto con i figli è quasi scontato nel mondo dell’arte scenica.

Alcune trame però cercano qualcosa di più: scavano nella profondità dell’animo femminile, facendo uscire fuori anche il più oscuro segreto di alcune realtà scomode per i ben pensanti capaci solo a giudicare: realtà come l’infanticidio. Un esempio ce lo vuole dare Marta Iacopini, che ha presentato, al Teatrosophia di Roma, la ‘mise en espace’ di From Medea, riadattamento dell’ominimo testo di Grazia Verasani, che andrà in scena a Marzo.

Si entra e la regista accoglie le persone in una sala in cui il pubblico circonda lo spazio quadrato. Qui si svolgerà la scena. Agli angoli, quattro leggii con dei testi: la sola scenografia che gli spettatori vedranno.

Voci di giudizi psichiatrici, di ‘ben pensanti’ servizi sociali e di sentenze anticipano la fredda luce su quattro donne, sdraiate per terra. In una danza, mistica a un rito propiziatorio, queste anticipano movimenti fetali e infantili, senza però il benché minimo segno di emotività puerile. Sono tese, concentrate, ma non solo sul tenere saldi i personaggi….c’è altro nell’aria.

From Medea

Capiamo che siamo in un centro per persone che hanno fatto qualcosa. Un gesto di cui alcune si vergognano, altre fingono forza, altre, probabilmente, ancora non l’hanno capito. Una alla volta si mettono al centro e, con dei gesti e movimenti, ci narrano la loro storia. Storie di madri ma, soprattutto, storie d’infanticidi. Tutte però prima di ogni cosa donne. Donne che non hanno accettato il loro destino; donne che, per quanto piegate ai valori sociali, hanno un’anima furente; che sono state invisibili o cariche di vita: solo il palco può lasciarle esprimere.

From Medea

La forza delle attrici viene al pubblico, non solo per le parole ma anche per la magistrale gestione del corpo, con la pienezza e il travolgere di una cascata gelata.

Potente come un pugno nel basso ventre. Invadente come un giudizio. Chiaro come il fuoco che divampa. Quattro Attrici ci mostrano uno spettacolo che, anche se ancora in costruzione, riesce già a trascinare le emozioni.

Interessante e ben riuscita la trovata della regista Marta Iacopini che non fa vedere uno spettacolo terminato, ma delle…prove aperte. Un cantiere dove però le fondamenta (cioè le attrici Giovanna D’Avanzo, Alessandra Di Tommaso, Cristina Longo e Giulia Martinelli) e il terreno (quindi la sua direzione) danno già al pubblico un’impressione molto alta di ciò che a marzo andrà in scena.

4 stelle su 5, ma solo perché…non è ancora finito.

Sicuramente, sarà all’altezza delle aspettative.

 

Francesco Fario

Liberi come una nuvola: il nuovo umanesimo in fiera

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Più Libri Più Liberi: la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria torna nella Nuvola di Fuksas dal 5 al 9 dicembre.

Dopo lo straordinario successo dello scorso anno che ha contato oltre 100 mila presenze, Più Libri Più Liberi si prepara ad inaugurare la sua diciassettesima edizione.

La fiera del libro più importante del centro Italia dedicata all’editoria indipendente, promossa e organizzata dallAssociazione  Italiana Editori (AIE), aprirà le porte del Roma Convention Center – La Nuvola per un nuovo ed esclusivo appuntamento con la cultura.

I libri tornano a fluttuare nella splendida cornice dell’ Eur.

511 espositori, 650 appuntamenti differenti e circa 1.200 ospiti ed autori italiani e stranieri per una manifestazione che come sempre punta in alto.

L’uomo al centro della manifestazione

Un’edizione ricca di novità a partire dal tema del 2018 rivelato in sede di Conferenza Stampa lo scorso 21 novembre dal presidente della fiera, Annamaria Malato: il nuovo umanesimo.

L’obiettivo, afferma il presidente, è mettere al centro l’Humanitas ossia l’uomo con i suoi valori e la sua dignità.

Una sfida ambiziosa. Tuttavia in un momento complicato come questo, soprattutto chi fa cultura deve fare la sua parte e dare il suo contributo.

Ospiti internazionali: panoramica sul mondo

Più Libri Più Liberi è dunque lo sguardo attento verso la storia, l’attualità, il mondo in cui viviamo.

È il desiderio di riaffermare quella stessa Humanitas in termini di solidarietà e giustizia, tematica che sembra aver trovato risposta nelle tante proposte presentate dagli editori.

Tra gli ospiti internazionali annunciati l’israeliano Abraham Yehousha in dialogo con Leonetta Bentivoglio, Joe R. Landsale e il poeta dissidente camerunense Patrice  Nganang autore de La stagione delle prugne.

Sulla scia del nuovo umanesimo un’attenzione particolare sarà data alle minoranze e alle discriminazioni di ogni genere attraverso la testimonianza di Monica Teresa Benicio, compagna dell’attivista Marielle Franco, assassinata a Rio de Janeiro lo scorso marzo.

La voce di Valerio Mastrandrea trasmetterà i passi di alcuni brani di Ahmet Altan, dissidente politico condannato in Turchia all’ergastolo. Presente in sala la compagna dello scrittore turco, la giornalista Yasemir Congar.

Di esilio ci parlerà l’attivista Pinar Selek mentre lo scrittore britannico David Almond, specialista in libri per ragazzi, racconterà l’importanza della tutela dell’ambiente.

Dopo il successo della trilogia di House of cards, che dà il titolo alla celebre serie televisiva, Michael Dobss presenterà la sua nuova opera Il giorno dei Lord, il primo capitolo di una nuova  ed avvincente storia fantapolitica.

Questi e tanti altri ospiti mondiali saranno i protagonisti di una manifestazione che vuole spiegare  il rapporto spesso complicato tra gli esseri umani attraverso le parole e i testi che si fanno chiave d’accesso indiscussa e momento di riflessione.

Migrazione, criminalità organizzata e memoria: l’attualità in fiera

Tra gli speech e i dibattiti impossibile non menzionare l’intervento di Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, e la sua riflessione sulla questione migrazione.

Sempre del dramma delle migrazioni discuteranno Michela Murgia, Helena Janeczek , vincitrice del Premio Strega con La ragazza con la Leica, Emma bonino e molti altri.

Dopo il successo al cinema di Conversazione su Tiresia, il 9 dicembre Andrea Camilleri sarà ospite d’onore della presentazione del volume di Salvatore Silvano Nigro La funesta docilità, accurata inchiesta su I Promessi Sposi.

La letteratura torna con L’infinito sulla Nuvola, incontro su Leopardi curato da Paolo di Paolo con i contributi di Dacia Maraini, Nada, Vittorio Storaro e Giuseppe Caderna.

Ed ancora per l’ambito storico, filosofico e letterario molto atteso è l’incontro dedicato alla Divina Commedia nell’edizione curata dal dantista Enrico Malato. Interverranno  Massimo Cacciari, Andrea Mazzucchi con le letture di Massimo Popolizio.

Le sessioni speciali della Fiera: graphic novel e ragazzi

Un ricco programma che dedica uno spazio di rilievo anche alla sezione graphic novel.

Ilaria Cucchi con Carlo Bonini  presenteranno Il Buio. La Lunga notte di Stefano Cucchi ed ancora il fumettista Zerocalcare parlerà della mostra a lui dedicata dal titolo Scavare fossati, Nutrire coccodrilli presente al Maxxi di Roma fino al marzo 2019.

I ragazzi sono il motore del mondo, il futuro e anche questa edizione di Più Libri Più Liberi non può fare a meno di ricordarlo attraverso una speciale sessione curata in collaborazione con Roma Capitale e L’istituzione Biblioteche di Roma. Inoltre la Regione Lazio darà in regalo agli studenti un buono di 10 euro per l’acquisto di libri in fiera per il bene della divulgazione e della conoscenza che coinvolge i più giovani in prima persona.

Gli editori non chiedono nulla per sé, neanche fondi  pubblici. Il desiderio più grande è ricevere il  sostegno per coloro che vogliono avvicinarsi al libro, afferma in Conferenza Stampa Riccardo Franco Levi,  presidente dell’AIE.

Ai dibattiti e alle presentazione si accostano innumerevoli attività: laboratori creativi, premiazioni ed uno spazio interamente dedicato al mondo della fotografia connesso  al tema della fiera in un’apposita area, l’Arena Photo/Book Cloud.

Il ruolo della stampa: discutere e preservare il nuovo umanesimo

Agli intellettuali, ai giornalisti e ai media l’arduo compito, nell’era della digitalizzazione, di discutere di nuovo umanesimo toccando corde differenti.

Del rapporto tra politica e verità parleranno Gianrico Carofiglio e Jacopo Rosatelli autori di Con i piedi nel fango.

Ampio spazio ai dibattiti sul tema della criminalità organizzata, in primis attraverso la presentazione di Palermo Connection di Petra Reski. L’importanza della memoria nella nostra storia sarà discussa da Marco Damiliano e la senatrice a vita Liliana Segre.

Ed ancora i conflitti armati, la violenza sulle donne, i nuovi populismi. Questi sono solo alcuni dei soggetti presi in analisi all’interno di questa fantastica manifestazione la cui inaugurazione sarà seguita dalla Rai con lo speciale Quante Storie condotto da Corrado Augias.

La conoscenza e la lettura che rendono liberi

Più Libri Più Liberi non è solo la fiera del libro ma è la fiera degli addetti ai lavori, di quelle case editrici che sono il motore della produzione culturale in Italia e che in uno spazio a loro dedicato all’interno della Nuvola, il Business Center,avranno anche modo di incontrarsi e di confrontarsi.

Così come ci mostrerà  Franco Marcoaldi, presente in fiera con Una certa Idea di letteratura. Dieci scrittori per amici, nella faticosa caccia del nuovo umanesimo potremmo davvero comprendere che la letteratura e la conoscenza possono salvarci la vita  e aiutarci a trovare il giusto modo di  vivere insieme.

Nelle piccole e medie imprese editoriali si annidano le idee più coraggiose e Più Libri Più Liberi non è altro che il contenitore capace di riconoscere la paternità di queste intuizioni, di  abbracciarle tutte e renderle fruibili.

Questo evento, studiato alla perfezione da un team qualificato ed esperto e che nel suo nome tiene unite le parole Libri e Libertà, non fa che ben sperare.

Così come accade in una gestazione, ancora una volta Più Libri Più liberi porterà alla luce il suo frutto più bello: la possibilità di fare del libro uno strumento di verità e bellezza immortale.

Di fatto Gianni Rodari lo diceva:

Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo

Noi non possiamo che dargli ragione.

Maria Grazia Berretta

Ride, il dolore c’è ma non si vede

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C’è una grossa differenza tra il realizzare un’opera prima quando si è ventenni o trentenni, e il realizzare un’opera prima quando si ha 46 anni. Come nel caso di Valerio Mastandrea con Ride. C’è tutta la differenza del mondo.

Perché da giovani c’è molta più pressione ma anche più libertà. Le opere prime da giovani nascono dalla voglia di spaccare le porte, esprimere una visione di cinema, poter anche sbagliare perché poi quella visione cambierà e si svilupperà. Invece, un esordio alla regia a 46 anni, seppur tecnicamente lo è, non possiamo definirlo veramente opera prima.

E infatti Ride non pare affatto un esordio, un primo film. Pare, semmai, la continuazione e l’approfondimento di un percorso iniziato tanti anni prima, tanti film prima, e via via sempre più limato o approfondito. Inevitabilmente è già un film maturo, perché maturo è il suo autore e soprattutto la sua visione, poetica, espressione. Mastandrea sa già cosa dire, e semplicemente stavolta lo ha fatto in prima persona, prendendosi tutte le responsabilità del caso.

E si può anche capire il motivo vedendo Ride. Un film che parte dal noto impegno sociopolitico del suo autore – la premessa è una morte sul lavoro – e si declina nell’inadeguatezza, timidezza e chiusura personale. Sembra un film nel quale ogni ruolo, ogni personaggio, a prescindere dal sesso o dall’età, l’avrebbe potuto recitare Mastandrea stesso.

Non è un limite l’assenza di vera separazione tra autore e film. Non è la prima volta che accade nella storia del cinema. Anzi, semmai è quasi naturale e giusto che un film rifletta l’essenziale bisogno del suo creatore di mettersi a nudo e comunicare senza filtri al suo pubblico.

Non a caso, nessuno nel panorama cinematografico italiano attuale avrebbe potuto non tanto realizzare, ma proprio concepire un film come Ride. Nessuno avrebbe trovato quel perfetto equilibrio tra ironia e dolore, tra necessità di rivolta pubblica e bisogno di fare ordine nel privato. Probabilmente nessuno lo avrebbe fatto con l’arguzia di scegliere l’understatement, e non un tono esasperato, per indagare l’interiore che diventa sociale.

Se l’arma migliore del film è la sorprendente e completa assenza di retorica nel raccontare il dolore e una vicenda sempre attuale come la morte sul lavoro, il vero trionfo di Ride è capire quanto il silenzio e il nascondersi sia diventato essenziale in un’epoca in cui tutto è urlato, mostrato e condiviso. Se questa è l’anti elaborazione del lutto, con protagonista una donna che non riesce a piangere la morte del marito e abbandonarsi al dolore come lecito, e quasi doveroso, lo è soprattutto perché sono i nostri tempi, il nostro mondo, che ci costringono a chiuderci a riccio e soffocare ogni esternazione.

In questo, ancora una volta, Ride si muove sulla delicata linea di confine tra pubblico e privato con enorme profondità. Mastandrea riflette sul come le nostre emozioni siano assuefatte agli estremi emotivi. Ci siamo abituati a pensare che tutto vada male? Ci siamo abituati a sentire al telegiornale delle morti sul lavoro e ormai le diamo per scontate, quasi come fosse normale che succeda, non riuscendo più a provare shock o pena quando ne arriva una nuova? L’inflazione del dolore e l’abitudine alla tragedia, che vanifica i nostri istinti alla pietà umana, è uno dei lasciti dei nostri tempi. Ma non possiamo arrenderci a tale abitudine.

Il conforto umano rimane la risposta che abbiamo più prossima, come Ride ci ricorda. Così come non dimenticarci mai di quanto sia bello provare qualcosa. Senza urlarlo, senza strepitarlo a tutti, ma provandolo veramente nel nostro animo.

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Emanuele D’Aniello

RomaEuropa Festival presenta Franco D’Andrea Octet

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Domenica 25 novembre alle 17, Franco D’Andrea con il suo ottetto sarà uno dei protagonisti del gran finale del Romaeuropa Festival all’Auditorium Parco della Musica.

Per l’occasione presenterà in anteprima assoluta il secondo volume del progetto “Intervals” edito dalla Parco della Musica Records, l’etichetta discografica della Fondazione Musica per Roma.

Intervals I e Intervals II sono i due episodi del progetto discografico dell’ottetto di D’Andrea, incentrato sulla particolare combinazione di intervalli o da singoli intervalli da cui scaturiscono improvvisazioni collettive. L’ottetto, composto da Andrea Ayassot ai sassofoni, Daniele D’Agaro al clarinetto, Mauro Ottolini al trombone, Aldo Mella al contrabbasso, Zeno De Rossi alla batteria a cui si aggiungono le sonorità della chitarra elettrica di Enrico Terragnoli e dell’elettronica di Andrea Roccatagliati, in arteDj Rocca, segue in modo estremamente rigoroso la logica intervallare trascinandoci in un unico mondo sonoro, coerente e unitario, capace di raccogliere la moltiplicità di mondi visitati da Franco D’Andrea durante la sua lunga carriera.

Franco D’Andrea è uno dei più grandi musicisti della scena contemporanea. Dentro la sua musica sono confluite e hanno avuto un ruolo importante le esperienze del Novecento Storico, soprattutto della Seconda Scuola di Vienna, la musica africana, l’Avanguardismo Americano. Eppure, la sua prospettiva è squisitamente jazzistica. È quella di un musicista, nato e cresciuto dentro l’estetica e l’etica del jazz, che ha costruito il proprio linguaggio attingendo a piene mani anche altrove.

Formazione

Franco D’Andrea, pianoforte

Andrea Ayassot, sassofoni

Daniele D’Agaro, clarinetto

Mauto Ottolini, trombone

Aldo Mella, contrabbasso

Zeno De Rossi, batteria

Enrico Terragnoli, chitarra elettrica

Luca Roccatagliati Dj Rocca, elettronica

 

Domenica, 25 novembre 2018, ore 17

Auditorium Parco della Musica, Teatro Studio Borgna

Viale Pietro de Coubertin, 30

00196 Roma

Biglietti

Ingresso 20 €

Ufficio Stampa Franco D’Andrea

Guido Gaito info@gaito.it | guido@gaito.it

Ufficio Stampa Musica per Roma

ufficiostampa@musicaperroma.it

Sei personaggi in cerca d’autore vince la prova del tempo grazie alla regia di Michele Placido

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Sei personaggi in cerca d’autore è un dramma ancora molto attuale, nonostante sia stato scritto quasi cento anni fa, nel 1921.

La versione del capolavoro di Luigi Pirandello attualmente in scena al Teatro Quirino di Roma fino al 2 dicembre 2018 è quella di Michele Placido. Produzione del Teatro Stabile di Catania, ha debuttato  a ottobre 2017 e sarà in turnée nelle principali città italiane nella stagione teatrale 2018-2019.

Personalmente, sono rimasta talmente emozionata e colpita da questo “Sei personaggi in cerca d’autore” di Placido che vi consiglio caldamente di vederlo quando arriverà nel teatro più vicino a voi.

Della trama è noto l’irrompere della fantasia nella realtà. “Sei personaggi in cerca d’autore” è il primo “esperimento” pirandelliano di teatro nel teatro. Mentre una compagnia teatrale sta provando uno spettacolo, irrompono sei persone misteriose. In realtà, sono sei Personaggi, creati da un autore che li ha abbandonati. Il capocomico si convincerà presto a rappresentare proprio la storia di quei Personaggi, che saranno proprio loro ad interpretare.

Quando irrompono nel teatro, infatti, i personaggi dicono “vogliamo vivere per un momento … il copione è in noi, il dramma è in noi”. Sembra quasi che nessun attore possa rappresentare la tragica vicenda che l’Autore ha inventato.

Sei personaggi in cerca d'autore
Michele Placido che interpreta il Padre

La messinscena di Michele Placido porta il testo in un teatro siciliano di oggi, dove si sta preparando uno spettacolo su un femminicidio.

D’altronde, come dice Placidoanche in  Sei personaggi è presente una forma di violenza molto ambigua, attuata dal Padre nei confronti dell’umile Moglie che pure ha amato e gli ha dato un figlio, ma con la quale ha poco da condividere sul piano intellettuale”.

Deciderà perciò di farla innamorare del suo contabile. Un piano che lui definisce sì “diabolico” ma anche “a fin di bene”, perché la donna sarà più felice nel nuovo rapporto, da cui avrà tra figli. Quando il contabile muore, la donna e i suoi figli affrontano ristrettezze economiche. Torneranno nelle loro vite il Padre e il primo figlio abbandonato, con conseguenze tragiche.

Il capolavoro drammaturgico di Pirandello non solo sopravvive, ma viene esaltato dalla modernizzazione che ne fa Michele Placido. Il regista e attore lo rispetta, ma lo velocizza e la maestria degli interpreti lo rende vivo e intenso.

Dalla straziante interpretazione della madre nelle mani e nella voce di Guia Jelo, ai perfetti movimenti muti della bambina (Clarissa Bauso) e del giovinetto (Flavio Palmeri), il dramma familiare ed esistenziale in scena è talmente coinvolgente da far correre i brividi sul corpo dello spettatore. Il finale, soprattutto, è davvero commovente, oltre che spiazzante.

Sulla scena si impone Dajana Roncione, con tutta la personalità sua e del Personaggio tragico della Figliastra.

Sei personaggi in cerca d'autore
Dajana Roncione, Clarissa Bauso e Guia Jelo

 

Suggestiva la messa in scena pur nella sua semplicità, si amalgama perfettamente con i costumi di Riccardo Cappello e le luci di Gaetano La Mela. I Personaggi sono vestiti di nero e di grigio, a contrasto con i colori degli attori della Compagni.

Molto bravo è stato Michele Placido nel mettere in luce due temi del dramma su cui lo spettatore può continuare riflettere.

Da un lato, i Personaggi sono stati abbandonati dal loro autore. Per reagire all’abbandono, devono continuare a rappresentare lo stesso ruolo, a rivivere il loro profondo dolore. Ritroviamo qui il tema dell’impossibilità a sfuggire al ruolo che ci siamo imposti o che qualcuno ci ha imposto.

Dall’altro, Pirandello fa dire al Padre che “è un’illusione quella di essere sempre la stessa persona per tutti”. E qui troviamo la tematica di “Uno, nessuno e centomila”, ovvero quella di un identità dinamica, diversa nel rapporto con ciascun altro e in continuo divenire.

Luigi Pirandello, nell’interpretazione registica di Michele Placido, sembra volerci avvertire che i ruoli da un lato e le mille sfaccettature dell’identità dall’altro, nell’alienazione dell’uomo contemporaneo, possono portare anche a femminicidi, violenza, morti bianche o impossibilità di un sano legame sentimentale.

Il cartellone del Teatro Quirino in questa stagione offre al pubblico una buona dose di Luigi Pirandello. Tra pochi giorni arriverà in scena anche “Il berretto a sonagli”.

Ma, se “Il fu Mattia Pascal” di Daniele Pecci non ci aveva convinto del tutto, i “Sei personaggi in cerca d’autore di Michele Placido” potranno far ritrovare ad ogni spettatore la sublime complessità di questo dramma.

Stefania Fiducia

Mandy, quando l’amore frigge il cervello

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Non posso naturalmente suggerire e tantomeno consigliare il consumo di droga, qualunque essa sia. Nemmeno velatamente. Ma immagino cosa possa essere vedere Mandy sotto l’effetto di determinate sostanze.

Anche se, dopotutto, Mandy già di per sè è una droga più che un film. Un’esperienza allucinata e allucinogena, che si muove sotto la forma di un brutto trip e ne prende sempre più le sembianze. Da ogni angolatura, positiva o negativa.

Il livello di psichedelia ipnotica di Mandy, che prende una canonica revenge story e la disintegra in una sinfonia di colori e sangue, è semplicemente indescrivibile. Siamo dalle parti del primo Friedkin e di Jodorowsky, di George Miller e Sam Peckinpah. Tutti riletti sotto acido, naturalmente. Dire che Mandy sia uno dei film più folli e imprevedibili degli ultimi anni, davvero, non rende letteralmente l’idea del livello di spettacolo sensoriale e provocazione artistica che sfida le concezioni dello spettatore.

Ora, provate a prendere i vari ingredienti di Mandy. Sangue. Violenza. Una fotografia rosso sangue che tinteggia perennemente lo show. Una setta di hippie cristiani che sembrano satanisti. Veri demoni. Nicolas Cage che beve vodka e urla. Duelli con motoseghe. Colpi di balestra.

E, ripeto ancora una volta a caretteri cubitali, NICOLAS CAGE CHE FA IL MATTO.

Ma la vera pazzia, più degli occhi spiritati di Cage, è la letterale essenza di Mandy. Un film che abbina, e fa convivere splendidamente, la violenza più estrema, e splendidamente ironica, con l’amore più puro e solitario. Un film che brama la pace la guerra, gli eccessi con i silenzi, la perversione col sentimento. Tutto calato in un’atmosfera lisergica di pulsioni e sensazioni astratte dal primo all’ultimo secondo.

Tutto ciò, appunto, rende Mandy una delle più complete, per quanto tra le più ostiche e strambe, esperienze cinematografiche possibile. Una dose di sconfinato divertimento e costante sorpresa. Un senso di stupore pervaso da un malessere esistenziale. Non ci sono compromessi e mezze misure, Mandy va iniettato e lasciato corre libero senza alcun freno.

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Emanuele D’Aniello

Blaze, una vita fatta di note

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Blaze Foley voleva essere una leggenda, eppure, al di fuori dei confini del Texas, è probabilmente sconosciuto. Probabilmente questo assunto racchiude il senso stesso del film di Ethan Hawke.

Un film che, con la sua atmosfera perennemente autunnale, le nubi di fumo, i fiumi di alcol, le tante chiacchiere, le note country, disegna un trattato esistenziale sulla fugacità di una vita spesa e consumata in perenne ricerca, invece di essere vissuta. Che poi in realtà anche così è vissuta appieno, ma per i motivi sbagliati.

Sembrerebbe un atto d’accusa, o di dolore verso lo spreco di un talento come quello di Blaze Foley. Invece il film è un purissimo atto d’amore. Una parabola, una difesa sfrontata degli ultimi e dei sognatori è Blaze, un’elegia folk tipicamente americana sulle anime che invece di far esplodere il proprio talento lo lasciano perire combattendo con i demoni personale. Per tutta la vita, per tanti motivi.

Hawke qui, in veste di narratore e regista, è un autentico poeta che prende per mano la sua storia e con dolcezza la lascia dipanare con estrema sincerità. Sceglie la via del biopic non convenzionale, disseminato in tre piani temporali e raccontato come quelle storielle che vecchi amici ricordano davanti ad un fuoco, o ad un buon bicchiere di whisky.

Difficile non rimanere incantati dalla poesia maledetta di Blaze. Le note, le parole, i precisi strumenti cinematografici come montaggio e fotografia incorniciano il calore di una vicenda che non può avere lieto fine.

Al termine delle due ore di film, forse, ancora non sappiamo bene cosa ha fatto Blaze Foley per essere ricordato. Ma sicuramente sappiamo chi era, cosa voleva. Abbiamo capito la sua essenza, il suo spirito. L’approccio impressionista e randagio di Hawke, annacquato dall’alcol e chissà quale altro intruglio, accarezza il volto di chi non è destinato al successo. Forse all’imperitura memoria per motivi sbagliati, quello sì. Ma seppur immortali rimarranno sempre dannati, e per questo più umani, più vicini a qualsiasi uomo della strada.

La fiamma di Blaze Foley è durata poco e non ha lasciato il segno che meritava. Ma questo film che diventa racconto popolare è il giusto e miglior epitaffio possibile. Un film che ci consegna le passioni e le dissolute contraddizioni dell’animo umano, e rapisce nel modo più delicato ma travolgente possibile.

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Emanuele D’Aniello

Se la memoria diventa performance: Gli Instabili Vaganti si raccontano

Intervista alla compagnia Instabili Vaganti sul progetto Il canto dell’assenza, ultimo capitolo della trilogia Rags of memory Performing Arts Project.

Strana ed esotica realtà teatrale quella rappresentata da Instabili Vaganti: un duo fondato a Bologna nel 2004 da Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola. Regista, performer e artista visiva lei, performer e drammaturgo lui, prediligono la tematica sociale e l’attualità. Raccontandola attraverso vari idiomi, la lingua del corpo, l’impatto emotivo. Una ricerca che parte dalla tradizione per trasformarla in sperimentazione, sposando etica ed estetica. Il canto dell’assenza è il nuovo lavoro che va a completare la trilogia Rags of memory Performing Arts Project ma, intanto è pronto anche un libro: Stracci della memoria. Si tratta forse di un primo bilancio della propria storia? Lo scopriremo con questa intervista.

Il canto dell’assenza è un progetto inserito nel programma dell’Anno europeo del Patrimonio Culturale 2018 e selezionato nel programma di residenze artistiche Della morte e del morire 2018 dell’Associazione Culturale Dello Scompiglio. Da quali esigenze nasce e come si è sviluppato?

Il canto dell’assenza fa parte del nostro progetto di ricerca Rags of memory, che indaga il tema della memoria intesa come parte integrante dell’essere umano, ed è la terza performance della Trilogia della memoria, insieme a Il sogno della sposa e La memoria della carne. Ciascuna performance indaga un diverso aspetto della memoria: quella individuale, quella storica e infine quella antropologica. Insieme, le tre opere creano una sorta di cammino nella memoria universale dell’umanità. Il canto dell’assenza esprime il terzo dei tre nuclei d’indagine: quello antropologico – che è anche legato al patrimonio culturale, artistico e performativo che ci appartiene – e alla sua rielaborazione in chiave contemporanea attraverso il linguaggio performativo.

Durante la residenza alla Tenuta dello Scompiglio abbiamo concentrato il lavoro sul concetto di “assenza”, che per noi viene rappresentato dalla “saturazione dei ricordi” e di conseguenza dei suoni, delle immagini e delle parole. Inoltre, in accordo con il tema espresso nel bando Della morte e del morire, abbiamo indagato riti sacri e profani legati al culto dei morti e alle celebrazioni funebri tradizionali, in particolare quelli connessi al canto e alla musica. L’esigenza artistica sottesa all’intero progetto Rags of memory, di cui Il canto dell’assenza fa parte, è quella di indagare ciò che della memoria di un popolo sopravvive nel singolo individuo e come il performer contemporaneo può rielaborare e riattualizzare artisticamente tale patrimonio, attraverso il confronto interculturale. Facendolo apparire universale, condiviso e attuale. L’esigenza sottesa alla performance è, invece, soprattutto quella di completare la trilogia attraverso un’opera compiuta.

Da esso è nato anche un omonimo libro edito da CUE Press: com’è accaduto?

Rags of memory è nato del 2006. Nel 2016, in occasione delle celebrazioni per i dieci anni del progetto, abbiamo cominciato a teorizzare la possibilità di una pubblicazione che racchiudesse la ricerca compiuta e le esperienze attraversate. Abbiamo sempre pensato che un progetto di sperimentazione e formazione debba poter essere diffuso in vari modi: attraverso i workshop, la condivisione del lavoro creativo, la visione dei materiali performativi ma anche e soprattutto tramite la lettura di un testo capace di raccontare l’intero progetto e le differenti fasi che lo hanno caratterizzato. Sentivamo la necessità di conservare, di “fissare nella memoria” il nostro percorso.

La scrittura, ancora oggi è forse uno degli strumenti più efficaci per raccontare il cammino compiuto e non solo per esprimere i risultati raggiunti. Abbiamo proposto il progetto a Mattia Visani di Cue Press e lui è stato subito entusiasta: dalla collaborazione con la casa editrice è nato il volume Stracci della memoria. Abbiamo cercato di mantenere il nostro carattere anche nella scrittura, realizzando un’opera ibrida che racchiude in sé differenti linguaggi, dall’approccio teorico al racconto, dal manuale di pedagogia teatrale al diario di viaggio, cercando di rendere la complessità di un progetto come Rags of memory che esplora nuove modalità di espressione artistica e di comunicazione teatrale attraverso l’interazione con discipline. Come l’antropologia culturale, le arti visive, i nuovi media, la danza, la musica e ogni altra forma ed espressione artistica di cui l’uomo possiede memoria.

 

Il canto dell’assenza è la terza e ultima performance della Trilogia performativa che costituisce Rags of memory Performing Arts Project: dopo cosa succederà?

Sul piano performativo i tre nuclei sono conclusi con quest’ultima sperimentazione ma il progetto è ancora aperto: vi saranno, nei prossimi mesi, altre tappe del progetto costituite da percorsi formativi con giovani performer che accompagneranno tutto quest’anno. In particolare la prossima tappa riguarderà un ciclo di workshop, dal titolo The sound of absence, articolato in tre week-end, 10 e 11, 24 e 25 novembre, 1 e 2 dicembre, presso il nostro spazio a Bologna, il LIV- Performing Arts Centre.

Ci piacerebbe poi continuare a sviluppare, magari in un’altra residenza artistica, Il canto dell’assenza, per poter poi finalmente presentare la trilogia performativa completa. Stiamo inoltre traducendo in inglese il libro Stracci della memoria che vorremmo presentare anche all’estero a cominciare dalla Svezia, dove dal 17 al 20 gennaio 2019 siamo stati inviatati per tenere una conferenza sul progetto all’International Platform for performer Training, presso l’Academy of Music and Drama, all’Università di of Goteborg.

Già dal nome – Instabili Vaganti – la vostra compagnia si connota come girovaga: quando questo continuo viaggiare ed esplorare influenza la vostra drammaturgia e come si traduce nei vostri lavori?

Il nostro nome è diventato identificativo anche del nostro modo di essere. Per comprendere la nostra visione, pensiamo sia utile citare Gilles Clément: “Lo spostamento degli animali corrisponde a un viaggio, quello dei vegetali a un vagabondaggio. Lo spostamento degli esseri umani corrisponde all’irrequietezza”. La nostra irrequietezza e curiosità ci ha spinti a cercare in altri paesi quello che spesso non avevamo qui in Italia e ci ha portato a trasformarci da cittadini locali in cittadini planetari, avendo il mondo intero come palcoscenico sul quale agire.

Chiaramente questo aspetto ha influenzato molto il nostro linguaggio artistico, che nasceva già con l’obbiettivo di essere universale e che nel tempo si è arricchito anche dell’esperienza mondiale, del plurilinguismo e del confronto interculturale. Il nostro nuovo progetto di produzione, The Global City, nasce da una collaborazione produttiva tra il Festival FIDAE in Uruguay e il Teatro Nazionale di Genova, su una drammaturgia originale, scritta da Nicola Pianzola, già in tre lingue: Italiano, Spagnolo e Inglese. Lo spettacolo, che debutterà ad agosto 2019 in Uruguay e ad ottobre 2019 a Genova, sarà un viaggio sensoriale (acustico, visivo, etc.) attraverso i luoghi che ci hanno accompagnati in questi anni di circuitazione mondiale, in particolare le grandi megalopoli del pianeta dove abbiamo diretto in nostri progetti.

 

Il vostro punto di vista internazionale vi permette uno sguardo un po’ più privilegiato e acuto sulla situazione italiana del teatro: cosa potete dirne?

Per quanto ci riguarda spesso i confini del teatro Italiano sono per noi un po’ stretti, soprattutto la suddivisione in generi precisi che rende poco permeabile la scena contemporanea e a volte rappresenta un ostacolo alla circuitazione di prodotti “diversi”, poco definibili e catalogabili. A volte ci sentiamo un po’ degli outsider, altre volte però ci sentiamo pienamente “Italiani” e siamo contenti di rappresentare l’alta qualità artistica del nostro paese all’estero. Sicuramente il sistema di finanziamento del teatro Italiano ha diverse lacune e non favorisce la circuitazione e l’ospitalità internazionale, e quindi, di conseguenza, il confronto.  Il nostro spesso è un mondo molto piccolo in cui è difficile avere continuità e serenità, cosa che spesso può condizionare molto il lavoro di una compagnia come la nostra, abituata a spaziare tra i generi, gli spazi e le situazioni in cui si trova ad operare.

 

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Con il nuovo anno gli Instabili Vaganti torneranno ancora una volta in India: ma prima li attendono nuove sfide, workshop e presentazioni letterarie. Chi può li segua: non se ne pentierà assolutamente.

Donato Zoppo racconta “il nostro caro Lucio”

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Vent’anni fa, il 9 settembre 1998, ci lasciava una delle pietre miliari della nostra musica italiana: Lucio Battisti. Donato Zoppo con il suo bellissimo Il nostro caro Lucio ripercorre la storia di uno straordinario musicista che ci manca ancora moltissimo.

 

Chi è stato Lucio Battisti? Quale è stato il suo apporto alla musica italiana? Perché a distanza di molti anni dalla sua morte il suo ricordo è ancora vivissimo?

A queste e molte altre domande risponde Donato Zoppo, raffinato scrittore e poliedrico conduttore radiofonico, con il libro Il nostro caro Lucio. Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana.

Edito da Hoepli questo libro, (il primo di una serie di biografie previste dalla casa editrice nella collana Storia della canzone italiana – I protagonisti, curata da Ezio Guaitamacchi e dedicata ai grandi della nostra musica leggera), rappresenta il modo migliore per conoscere Lucio Battisti, la sua musica ma anche il suo mondo così distante da quello stereotipato di tanti altri cantanti.

Il nostro caro Lucio è molto più di una semplice biografia.

Si tratta di una sorta di bibbia per tutti gli amanti di Battisti (straordinari i diversi “box” su alcune indimenticabili canzoni) ma anche di uno strumento indispensabile per coloro che sanno poco o nulla di chi ha segnato, e per sempre, la storia musicale del nostro paese.

Nulla rimane intentato nel libro di Zoppo.

Dai primi passi nella natia Poggio Bustone, ai timidi esordi con il gruppo dei Mattatori.

Ma anche la fondamentale esperienza con I Campioni, un gruppo musicale che, come ricorda Zoppo, vantavano «un songbook impressionante» dai Beatles ai classici del rock’nroll passando per i pezzi da ballare e naturalmente per la canzone italiana.

Poi l’incontro decisivo con Mogol, il successivo sodalizio con Pasquale Panella e, per finire, la decisione di eclissarsi.

Tappe diversissime fra loro che hanno scandito l’esistenza di un genio che fu tale anche nel suo silenzio.

Una vita intensa e originale quella di Battisti che ha avuto il solo torto di essere troppo breve.

Donato Zoppo nel suo libro, dalla veste grafica accattivante e dalla prosa godibilissima, ci racconta davvero tutto di Battisti. Fatti, aneddoti, giudizi di altri cantanti, curiosità ma anche e principalmente la musica, il grande amore di Lucio.

Perché al centro dell’opera di Zoppo ci sono innanzitutto le canzoni, un filo ininterrotto che lega tutta la vita dell’artista.  

Un racconto polifonico che rende omaggio a chi ha composto la nostra colonna sonora, perché ognuno di noi ha cantato, suonato, vissuto, immaginato le canzoni di Lucio.

Leggere Il nostro caro Lucio di Donato Zoppo equivale a compiere un viaggio unico, scandito dalle indimenticabili note di Battisti attraverso trent’anni di storia della musica italiana.

Abbiamo incontrato Donato Zoppo per cercare di sapere qualcosa di più della sua opera e di Lucio Battisti.

Innanzitutto Donato volevo farti i complimenti. Il nostro caro Lucio è davvero un libro straordinario che ho divorato in una notte e che consiglio a tutti.

Non era facile il compito che ti attendeva. Scrivere un libro su un’icona della nostra musica come Lucio Battisti, è un’impresa davvero improba.

Tu hai avuto il grande e non facile merito di condensare, in poco meno di 200 pagine, la storia di Battisti ma anche quella di trent’anni di musica italiana e non solo.

Quando e perché hai deciso di scrivere Il nostro caro Lucio?

Bella domanda. Ho deciso di scrivere questo libro quando Hoepli, agli inizi del 2018, me l’ha proposto.

In realtà la decisione parte da molto lontano. Dal 2011 direi, quando terminai il mio primo libro su Battisti, che si chiamava Amore, libertà e censura. Il 1971 di Lucio Battisti (Aereostella).

All’epoca mi era rimasta tanta acquolina in bocca. In fin dei conti avevo trattato solo una piccola parte del musicista, solo il 1971 e nello specifico il disco Amore e non amore, la copertina, la censura.

C’era ancora tanto da raccontare. Insomma, inseguivo il sogno di poter ingrandire quella cellula ed estendermi a tutta la vicenda battistiana.

Quindi, come vedi, è un’idea che mi porto dietro da qualche anno, e che ho realizzato con Hoepli in un libro che prova a coniugare l’obiettivo prettamente biografico, con quello più analitico e critico.

Spero di esserci riuscito!

Quali sono state le principali difficoltà incontrare nella stesura del libro?

Ti confesso che non ho avuto alcuna difficoltà nel realizzarlo.

Avevo alle spalle un lungo periodo di studio, poiché dal 2011 non ho mai smesso di raccogliere informazioni, archiviare interviste, ovviamente ascoltare musica di Battisti; inoltre avevo le idee abbastanza chiare su che tipo di impostazione dare all’opera.

Tutto ciò ha fatto sì che io scrivessi il libro in pochi mesi, in maniera abbastanza spedita.

Certamente ho dovuto anche tagliare qualcosa, visto che le esigenze della collana erano ben precise dal punto di vista degli spazi a disposizione, ma credo che il risultato finale sia buono.

Lucio Battisti ha conosciuto varie fasi musicali nella sua vita. A tuo avviso esiste un filo conduttore che le lega tutte?

Certo che esiste, non può non esistere, e si chiama Lucio Battisti.

Lucio ha sempre avuto un forte controllo sulla sua musica, anche quando – come mi diceva Gaetano Ria, suo ingegnere del suono nel 1972 – «è stato un agnellino» con GeoffWestley e Greg Walsh, ai quali aveva delegato tanto.

Avendo avuto questa attenzione maniacale per musica, la sua personalità ha segnato profondamente ogni suo lavoro. Dal rhythm& blues degli esordi, alla disco music di Una donna per amico, dall’esperimento di Anima latina, al techno-funk di Cosa succederà alla ragazza.

Battisti ha avuto una speciale devozione per la musica, e questo si sente nella ricercatezza di ogni sua canzone, anche quelle più ruvide e “libertarie” come Il tempo di morire e Insieme a te sto bene.

Se poi volessimo andare un po’ più nel dettaglio, se volessimo entrare nello specifico, credo che gli elementi di sicura continuità nella discografia battistiana, il vero e proprio filo conduttore di cui mi chiedi, siano la melodia e il ritmo. Sono i due aspetti più curati, centrali, evidenti, dell’intero songwriting battistiano.

Credo che Lucio Battisti sia stato il più grande melodista della nostra musica leggera, e la sua accortezza nel confezionare figure, espressioni, caratterizzazioni ritmiche, lo rende ancora oggi un unicum nella nostra discografia.

A volte mi capita di riascoltare Io tu noi tutti, disco dai suoni pazzeschi, e mi delizio al suono di quelle combinazioni ritmiche e melodiche un po’ funk-rock, che meraviglia!

Lo so è una domanda banale ma sono troppo curioso. La tua “CANZONE” di Battisti?

Altro che banale, è una domanda doverosa, inevitabile! Soprattutto se me la fai dopo aver menzionato un disco come quello del 1977, che sfodera pezzi come Sì viaggiare, Amarsi un po’, L’interprete di un film, Ami ancora Elisa, brani che adoro.

Temo, però, di deluderti se ti dico che non ho la mia canzone di Battisti, un po’ perché ho deciso di non averne, in campo battistiano rifiuto in toto la monogamia, un po’ perché mi diverte ascoltarlo e riascoltarlo, e di volta in volta mi affeziono a nuovi pezzi, riscopro sfumature e dettagli.

Sarebbe troppo facile esaltare come canzone battistiana per eccellenza Anima latina, che è un capolavoro, mentre pochi ricordano quella delizia che era Perché non sei una mela, con quella raffinatezza pop-funk screziata di fusion che avrebbe influenzato tantissimi gruppi degli anni ’80.

Se vuoi ti dico anche quali sono le mie “non preferite”, cioè quelle che detesto: beh alcuni titoli di Una giornata uggiosa tipo Gelosa cara e Orgoglio e dignità non li reggo proprio.

Pensi che se Battisti non fosse morto troppo presto, avrebbe potuto regalarci ancora della straordinaria musica?

Questa è difficile, però.

Non lo so, anche se credo proprio di sì.

Intanto c’è un fatto, importante anche se rivelato piuttosto recentemente. Esisterebbe un album inedito che sarebbe stato registrato e pronto per la pubblicazione nell’estate del 1998. Poi Lucio ci lasciò e questo misterioso album senza Panella e senza i suoi familiari restò chiuso nel cassetto degli eredi.

Quindi fino alla fine Lucio ha lavorato alla musica.

Più in generale penso che uno come lui, così innamorato della musica, non facesse altro che “pensare musicalmente” quindi difficilmente avrebbe chiuso con le note.

Casomai sarebbe stato molto interessante scoprire quale direzione avrebbe intrapreso, soprattutto dopo la fine dell’esperienza con Panella.

Perché a distanza di vent’anni Battisti è ancora nel cuore di tutti? Se dovessi spiegarlo a un ragazzo che non lo conosce da cosa partiresti?

Battisti è nel cuore di tutti, soprattutto il Battisti dell’era Mogol, grazie alla immediatezza delle canzoni: ricercate, realizzate con maestria, ricche di sfumature, sonorità affascinanti e soluzioni sorprendenti, ma pur sempre “popolari” nel senso più nobile.

Come ho scritto ripetutamente, quello dei due, era un “artigianato d’arte e, una scelta del genere, che ha dialogato direttamente con il cuore e con il mondo emotivo del pubblico, non poteva che restare impressa nella memoria.

Inoltre, la rivoluzione battistiana, va contestualizzata in un determinato periodo storico nel quale, la musica nostrana, si abbeverava alle novità straniere. Il pubblico era pronto e disponibile ad assimilare tante innovazioni e, anche nei testi, Mogol riusciva con grande abilità a fotografare certi mutamenti in corso, restituendoli all’ascoltatore in modo efficace.

Proprio per questo, quando spiego ai ragazzi le caratteristiche principali di Battisti, parto da questo dato incontrovertibile: la matrice prettamente “popolare” della sua musica.

È lì che si gioca tutto, in questo linguaggio diretto alla massa ma sofisticato, mai banale, mai rassicurante, mai consolatorio, ma con quel brivido dell’imprevisto che è sempre stato presente nella musica battistiana.

Roby Matano, Mogol, Pasquale Panella. Tre figure fondamentali nella carriera di Battisti. Chi credi sia stato davvero decisivo?

Sono stati tutti e tre decisivi in tre frangenti diversi.

Se dovessi sintetizzare, direi che Matano è stato il grande scopritore: più che il talent scout, fu colui che capì il talento e lo spinse a venire fuori, accompagnandolo nella scoperta di una consapevolezza artistica.

Certo è che senza Matano non avremmo avuto Battisti: fu lui ad averlo presentato a Christine Leroux, che lo avrebbe condotto da Mogol. Questi è stato fondamentale: un’alchimia perfetta, un connubio magico, con elementi anche inspiegabili, che attengono davvero a quelle unioni misteriose che generano bellezza.

Panella è stato decisivo per il Battisti della maturità, quello della rottura e della ricerca: i suoi testi sono stati perfetti per una musica che desiderava essere diversa, anche in maniera radicale, rispetto a quella della classicità battistiana.

Lucio aveva il desiderio di demolire il monumento pop che aveva creato e, solo con i testi panelliani, l’operazione poté definirsi in maniera compiuta.

Mi piacerebbe molto che il periodo di Panella fosse approfondito, spesso viene liquidato come difficile. In realtà, i cinque dischi con l’autore romano, sono pieni di musica anomala, sorprendente, nuova.

In cosa ritieni che Battisti sia stato davvero rivoluzionario?

In primo luogo Battisti ha assorbito in maniera intelligente, personale e intrigante tante influenze straniere, dalla soul music al folk-rock. Le ha introdotte nella musica italiana senza essere mai banale o facilmente derivativo. E lo ha fatto aggiornandosi passo dopo passo, penso al grande calderone progressive e jazz-rock di Anima latina, penso alla disco music di fine anni ’70, penso alle deviazioni synth-pop degli anni ’80.

In secondo luogo ha rotto alcuni schematismi della nostra discografia.

In un’epoca in cui, una seduta di incisione, era il risultato di un procedimento  piuttosto rigido, che partiva dal convocatore e arrivava al fonico di studio in camice bianco, Lucio se ne fregò altamente e puntò a improvvisare in sala coi suoi musicisti, a volte facendo a meno dell’arrangiatore e dirigendo in prima persona l’orchestra.

Non era una mania da presuntuoso, ma un’esigenza artistica precisa: doveva caratterizzare le sue canzoni con una autenticità e una credibilità che, solo lavorando in proprio o con musicisti fidati, era possibile realizzare.

A tuo avviso Battisti fra i cantanti di oggi ha degli eredi?

Assolutamente sì. La premessa fondamentale è che chiunque faccia o abbia fatto musica in Italia passa, o è passato, necessariamente attraverso Battisti.

Facendo radio da un tredici anni, ho il privilegio di monitorare il mondo della musica italiana, specie quella rock, per cui ti posso rispondere con una certa consapevolezza.

Fra i cantanti di oggi ne vedo tanti di “battistiniani”. Penso a Colapesce, per certi aspetti lo stesso Calcutta, oppure Dente o Fabio Zuffanti.

Sono alcuni nomi ma ne potrei fare molti altri e questo perché non abbiamo un Battisti, ma tanti Battisti.

Lucio, infatti, nel corso della sua carriera, ha proposto mille volti musicali. Quello pop, quello disco ma anche l’elettronico di E già  o il progressive di Anima latina. Senza dimenticare il Battisti tecnofunk o quello rock.

Quest’anno è stato pubblicato l’album La bellezza riunita, un tributo collettivo in cui diversi artisti rileggono la fase panelliana di Lucio Battisti.

Si tratta, a mio avviso, di una splendida dichiarazione d’amore. La conferma che Lucio è ancora una solida certezza nella nostra musica.

Un’ultima domanda. So che sei, come me, un appassionato di Totò. Posso chiederti il tuo film?

Trattandosi di geni, risalgo alla domanda di prima sulla mia canzone battistiana preferita e replico: il mio film di Totò non ce l’ho.

Ne ho però tanti, a seconda del momento, dell’estro o della voglia.

Ad esempio impazzisco per Totò DiabolicusLallo?», «Sì Laudomia?»), lì c’è tutta la straordinaria arte di Totò.

Quanto era musicale la sua recitazione che veniva fuori, ad esempio, nei gesti dinanzi all’Onorevole Trombetta (pensa al ritmo di «Io tocco, ma lei perché mi fa il ritocco?»).

Un altro che adoro e guardo all’infinito è Il medico dei pazzi, irresistibile.

C’è poi un altro che rivedo spesso con piacere, anche perché amo lo straordinario Gino Cervi: Il coraggio, di Domenico Paolella. Lì c’è un Totò leggermente più mesto nel ruolo di Gennaro Vaccariello, abilissimo negli espedienti ma agrodolce, se non amaro.

È uscito in questi giorni un bel libro di Colonnese, si chiama Totò il principe poeta, e raccoglie tutte le sue poesie e tutti i testi delle canzoni, lo consiglio.

Come nei dischi di Battisti, anche nei film di Totò c’è un mondo di continue scoperte. Mi hai fatto venire voglia di Totò lascia o raddoppia. Vado dal Duca Gagliardo della Forcoletta dei Prati di Castel Rotondo («Duca?» «Dica?»).

Grazie davvero Donato per questo viaggio nel mondo di Lucio Battisti e della musica italiana; per la tua passione e per la tua incredibile competenza. Al prossimo libro, al prossimo viaggio e alle prossime emozioni che di certo ci regalerai.

 

«Io parlo attraverso le mie canzoni. Perché volete conoscere anche la mia privata?

Per sapere tutto di me basta mettere un disco sul giradischi»

(Lucio Battisti)

Maurizio Carvigno

 

Wildlife, tra le macerie di una famiglia

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Non è un caso che Wildlife scelga un incendio come pretesto narrativo per raccontare una coppia che si divide.

Ad andare a fuoco non sono solo le foreste del Montana, ma soprattutto un rapporto, una famiglia. Anzi, ad andare a fuoco è l’utopia della tipica famiglia americana anni ’50, epoca in cui è ambientato il film, con la moglie che sta a casa, cucina e accudisce i figli, il marito che va a lavorare e torna a casa la sera sorridente, e vivono tutti felici e contenti.

In realtà sposarsi, e ancora di più costruire una famiglia, vuol dire muoversi costantemente tra macerie. Qualcosa, sempre ed inevitabilmente, va a pezzi. L’abilità è non far cadere tutto, e rimettere insieme ogni mattone giorno dopo giorno.

Abilità che però non hanno i protagonisti di Wildlife. E, forse, proprio tale mancanza li rende ancora più umani. Sicuramente li rende più empatici nei loro difetti, nel loro continuo scambio di ruoli. Quando la madre è amorevole, il padre sente l’impulso di lasciare la famiglia. Quando lui torna a testa bassa, è lei quella soffoca. Nessuno ha ragione, nessuno ha torto, nessuno può fare la morale all’altro sul accettare sacrifici e compromessi. Non si può prendere posizione perché il mestiere del genitore è il più difficile al mondo.

Lo capiamo in un film totalmente filtrato attraverso gli occhi ed i sentimenti di un adolescente.

Sembra un film vouyeristico Wildlife. Non vediamo e viviamo mai ciò che accade come spettatori, ma vediamo e viviamo tutto attraverso il giovane protagonista, un nostro surrogato. Non sappiamo mai più o meno di lui, siamo sempre accanto a lui, con lui, dentro di lui. Il film è il racconto della deflagrazione di una coppia dalla prospettiva del figlio, un fatto che amplifica la sofferenza della nostra empatia.

Ma, al tempo stesso, non ci alza moralmente. Il giovane è sicuramente vittima, eppure si muove con quell’inconsapevolezza che diventa ostinatezza. Il ragazzo non può capire le esigenze dei suoi genitori, i loro desideri, i loro cambiamenti d’umore e sentimento. Per lui l’immagine della famiglia è solo l’idillio iniziale, un nucleo perfetto che fa colazione ogni mattina tutti insieme sorridendo. Quando le cose cambiano, invece di elaborarle e capirle, si ostina a far tornare tutto come prima. Una missione impossibile, e pure sbagliata.

In questa profonda analisi della disgregazione famigliare, ciò che più colpisce è lo sguardo sicuro di Paul Dano. Un esordio alla regia convincente per la sicurezza nei propri mezzi che si intuisce scena dopo scena, inquadratura dopo inquadratura. Ha studiato nei set dei migliori registi nel corso degli anni, lo sappiamo, ha imparato e rubato tanto, si vede ed è meritevole. Sorprende, semmai, uno stile quasi “europeo”, con un tagliente uso della camera fissa che rende ancor più soffocante il suo ritratto.

Uno stile asciutto, senza filtri e soprattutto senza ridondanze, che taglia il grasso e arriva dritto al punto.

Un film piccolo e intimo Wildlife, ma che nella sua natura contenuta ha qualcosa da dire. Più di tanti altri film immeritatamente strombazzati.

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Emanuele D’Aniello

Drammaturgo cercasi: quinta edizione del concorso ARTIGOGOLO

L’associazione Culturale “ChiPiùNeArt””, in collaborazione col DOIT Festival, indice la quinta edizione del Concorso Internazionale di Drammaturgia Contemporanea LARTIGOGOLO | scrittori per il teatro.

Il concorso prevede due sezioni:

  1. Drammaturghi esordienti.
  2. Drammaturghi in azione.

 

Alla prima sezione possono partecipare tutti i cittadini italiani e stranieri, maggiorenni, che non abbiano mai messo in scena né pubblicato una propria opera teatrale. La prima sezione è aperta anche agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado con una speciale sottosezione loro dedicata.

Alla seconda sezione possono accedere tutti i cittadini italiani e stranieri, maggiorenni, che abbiano maturato almeno un’esperienza professionale documentata in ambito drammaturgico (pubblicazione, messinscena di un testo originale o di una riscrittura).

A entrambe le sezioni possono concorrere testi in lingua italiana, francese, inglese, spagnola, tedesca e rumena.

La quota di partecipazione è di € 15,00 (quota associativa a sostegno dell’Associazione No Profit ChiPiùNeArt). Ciascun partecipante può inviare anche più di un testo, versando per ciascuno la quota di € 15,00.
In palio premi in denaro e pubblicazioni monografiche edite all’interno della Collana Teatrale “Le Nebulose” della ChiPiùNeArt Edizioni S.r.l.s. (Art. 9 del Regolamento).

REGOLAMENTO

Art.1
Le sezioni previste dal concorso sono due:

  1. Drammaturghi esordienti (e sottosezione per le scuole secondarie di primo e secondo grado)
  2. Drammaturghi in azione.

 

Art.2
Per partecipare a una delle sezioni è necessario inviare un testo teatrale (o più testi) in lingua italiana o in una delle seguenti lingue straniere: italiano, francese, inglese, spagnolo, tedesco e rumeno.

Il testo dovrà pervenire unitamente alla scheda di adesione (Allegato A) e alla copia del versamento di € 15,00, effettuato a mezzo bonifico intestato all’Associazione Culturale ChiPiùNeArt, alle seguenti coordinate IBAN: IT14R0359901899050188533479 (Cassa Centrale Banca – Credito Cooperativo del Nord Est SPA) specificando nella causale “Concorso l’Artigogolo – Nome dell’Autore”.
Per i bonifici provenienti da un paese diverso dall’Italia si fornisce il codice BIC: CCRTIT2TXXX  

 

Art.3
Per partecipare al concorso è necessario compilare il form di iscrizione sul sito www.artigogolo.eu (posto in calce al bando) allegando il materiale richiesto esclusivamente onlineNon sarà preso in considerazione il materiale inviato a mezzo posta ordinaria o attraverso qualsiasi altra modalità che non sia quella esplicitamente riportata nel presente bando, o il materiale incompleto. Il materiale pervenuto attraverso altre forme che non siano quelle richieste, non verrà preso in considerazione. Al termine della procedura di inoltro del materiale comparirà una schermata di conferma e sarà inviata una e-mail. In caso contrario la procedura andrà ripetuta.

Elenco completo della documentazione da inviare:

  • Testo in formato doc, docx, odt, pdf (carattere Times New Roman, corpo 12).
  • Scheda di adesione (Allegato A debitamente compilato).
  • Allegato D (solo per i partecipanti minorenni della sottosezione dedicata alle scuole)
  • Copia dell’avvenuto versamento di € 15,00 o file contenente il Numero di Cro (per bonifici provenienti dall’Italia) attestante l’operazione bancaria effettuata.

(L’ordine di bonifico richiesto all’esterno della comunità europea deve essere eseguito applicando il tasso di cambio vigente al momento della richiesta).

Sul frontespizio del testo NON dovranno essere riportati i dati e i recapiti dell’autorema solo il titolo dell’opera. I dati dell’autore dovranno comparire solo nell’Allegato A e nel file attestante il versamento per la partecipazione. Il nome file dovrà contenere soltanto il titolo dell’opera. Ciò per assicurare l’anonimato dei testi che verranno inviati alla Giuria al fine di garantire la totale imparzialità nelle valutazioni. I testi non dovranno assolutamente contenere i dati dell’autore o qualsiasi altra indicazione che potrebbe far risalire all’identità dell’autore, pena l’esclusione automatica dal concorso e la mancata restituzione della quota di partecipazione.

Art.4
Ciascun concorrente potrà inviare uno o più testi, versando per ciascuno la quota di partecipazione, da far pervenire entro e non oltre il 31/01/2019. Per i giovanissimi autori che parteciperanno alla sottosezione dedicata agli studenti, la scadenza viene fissata al 28/02/2019. Non saranno ritenute valide le domande inviate tramite posta ordinaria o altri mezzi che non siano quelli espressamente richiesti dal presente regolamento, né le domande incomplete.

 

Art.5

  • I partecipanti alla prima sezione non devono in alcun modo aver rappresentato, né pubblicato una propria opera teatrale. Per pubblicazione si intende la stampa e la relativa distribuzione in cartaceo o in formato e-book di un volume dotato di regolare codice ISBN. All’interno della prima sezione, è prevista una sottosezione dedicata esclusivamente agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. La modalità di partecipazione è la medesima, fatta salva l’autorizzazione da parte dei genitori o di chi ne fa le veci per gli studenti minorenni (Allegato D) e la data di scadenza dell’invio che viene fissata al 28/02/2019.

 

  • I partecipanti alla seconda sezione devono inviare uno o più testi che non siano stati pubblicati da alcuna casa editrice, né in cartaceo, né in versione e-book; il testo/i testi può/possono costituire spettacolo/i teatrale/i completo/i ed essere già stato/i rappresentato/i. Per partecipare alla seconda sezione è necessario documentare la pregressa attività teatrale professionale, allegando il curriculum dell’autore/compagnia o i link della rassegna stampa oppure o il codice ISBN di eventuale altra pubblicazione. Sono ritenute valide anche le pubblicazioni all’interno di raccolte antologiche e le pubblicazioni in formato e-book, purché dotate di regolare codice ISBN.

 

Art.6
Le opere pervenute entro il 31/01/2019 (per la sottosezione entro il 28/02/2019) saranno esaminate da una Giuria di esperti composta da esponenti del mondo della cultura e dell’arte. I nominativi dei membri della Giuria sono consultabili attraverso il seguente link.

 

Art.7
La Giuria di esperti è composta da 15 membri. La Giuria sarà composta anche da docenti di lingue e letterature straniere e traduttori professionisti.
Per ciascuna sezione è previsto un unico vincitore. La Giuria ha facoltà di non proclamare il vincitore di una o più sezioni qualora la qualità degli elaborati pervenuti non fosse ritenuta adeguata.
La giuria esaminerà le opere teatrali in concorso e decreterà i nomi dei finalisti. Essa ha inoltre facoltà di conferire una menzione speciale ad altre opere che saranno ritenute meritevoli.
I nomi dei vincitori (uno per ciascuna sezione) saranno comunicati telefonicamente e a mezzo posta elettronica il 07/04/2019. Solo i vincitori saranno avvisati personalmente. I nominativi dei vincitori e dei menzionati saranno comunque resi pubblici sui consueti canali di comunicazione web (sito internet, social network).

 

Art.8
La valutazione della Giuria è insindacabile.

 

Art.9 – Premi

 

Ai vincitori di tutte le sezioni sarà consegnata una targa nominale. I contributi in denaro saranno corrisposti per riconoscimento al merito personale e a titolo di incoraggiamento nell’interesse culturale della collettività.

 

  • Prima Sezione: per favorire e incentivare la diffusione dell’opera vincitrice, LARTIGOGOLO riconosce un contributo alla promozione di € 300,00 (trecento). L’opera teatrale vincitrice sarà, inoltre, pubblicata in edizione monografica dalla Casa editrice ChiPiùNeArt Edizionir.l.s. di Adele Costanzo all’interno della collana teatrale Le Nebulose concordando con l’autore un piano di promozione e divulgazione della propria opera; la pubblicazione sarà interamente a carico della Casa Editrice.
  • Seconda Sezione: per favorire e incentivare la diffusione dell’opera vincitrice, LARTIGOGOLO riconosce un contributo alla promozione di € 300,00 (trecento). L’opera teatrale vincitrice, inoltre, sarà pubblicata in edizione monografica dalla Casa editrice ChiPiùNeArt Edizionir.l.s. di Adele Costanzo all’interno della collana teatrale Le Nebulose concordando con l’autore un piano di promozione e divulgazione della propria opera; la pubblicazione sarà interamente a carico della Casa Editrice.

 

Le opere pubblicate, i cui materiali dovranno pervenire nei tempi stabiliti con la Casa Editrice, saranno presentate, in anteprima, durante gli eventi del DOIT Festival 2020. Tutte le opere vincitrici avranno la possibilità di essere ospitate all’interno della stagione teatrale 2019/2020 del Teatro Studio Uno di Roma e di una rete di piccoli teatri italiani, a discrezione della Direzione Artistica (le modalità saranno stabilite, di volta in volta, con ciascun teatro): capofila delle rete è il Teatro Il Moscerino di Pinerolo – TO. I nominativi degli altri teatri aderenti sono riportati sul sito del DOIT Festival.

 

I premi in denaro saranno corrisposti entro il 31 luglio 2019. Le pubblicazioni saranno inserite nel piano editoriale del 2020.

 

  • Sottosezione dedicata agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado: il vincitore della presente sezione vedrà pubblicato online il proprio testo, sul sito dell’Associazione Culturale ChiPiùNeArt e/o della Casa Editrice ChiPiùNeArt Edizioni s.r.l.s., del DOIT Festival e/o dell’ARTIGOGOLO. Inoltre, potrà presentare parte del lavoro, in forma di reading o di mise en espàce, all’interno degli eventi DOIT Al vincitore sarà riservata un’intervista o una recensione pubblicata su una delle riviste media partner dei concorsi (DOIT Festival e LARTIGOGOLO). Verrà inoltre assegnato un buono-libri della Casa Editrice ChiPiùNeArt.

 

Tutte le opere vincitrici, qualora venissero a costituire spettacolo completo, potranno partecipare, gratuitamente, alla selezione della quinta edizione del DOIT Festival – Drammaturgie Oltre il Teatro che si terrà a Roma nel 2020 (per informazioni vedi Bando di Concorso per il DOIT Festival 2018 – Quarta Edizione – www.doitfestival.eu).

I finalisti di ciascuna sezione saranno ospiti alla cerimonia di premiazione degli eventi DOIT e LARTIGOGOLO che si terrà a Roma il 13/04/2019. Durante la cerimonia di premiazione, i vincitori e i menzionati potranno presentare un breve estratto della propria opera in forma di lettura, mise en espàce o altro mezzo concordato con l’organizzazione.

Il premio dovrà necessariamente essere ritirato dal vincitore, pena la decadenza della vincita.

 

Art.10 Dichiarazione di paternità e di originalità dell’opera – Allegato B al presente bando (da compilare solo in caso di selezione dell’opera).
Gli autori delle opere selezionate dovranno sottoscrivere una dichiarazione di paternità e originalità dell’opera teatrale e attestare di essere unici titolari dei diritti d’autore ovvero titolari insieme a terzi, sollevando l’Associazione Culturale ChiPiùNeArt e la ChiPiùNeArt Edizioni S.r.l.s. da qualsiasi contenzioso che dovesse scaturire in sede di concorso o in tempi successivi in caso di dichiarazioni mendaci.

 

Art. 11 Liberatoria alla pubblicazione – Allegato C al presente Bando
I vincitori sottoscriveranno una liberatoria autorizzando la ChiPiùNeArt Edizioni S.r.l.s. a pubblicare gratuitamente la propria opera.

 

Art.12
La partecipazione al concorso comporta automaticamente l’accettazione di tutti gli articoli del presente Regolamento.

 

Art. 13
I partecipanti al concorso accettano il trattamento dei propri dati personali ai sensi del GDPR n. 2016/679 del 25 maggio 2018 come specificato nell’Allegato A al presente Bando. I partecipanti aderiscono al regolamento associativo consultabile sul sito www.chipiuneart.it

 

Art. 14
Per qualsiasi controversia in qualunque modo connessa con il Concorso di cui al presente bando è competente in via esclusiva il foro di Roma.

 

Contatti
DOIT – Drammaturgie Oltre Il Teatro | LARTIGOGOLO a cura di
Angela Telesca: angela.telesca@chipiuneart.it
Cecilia Bernabei: cecilia.bernabei@chipiuneart.it

 

Supporto organizzativo

Simona Lacapruccia: simona.lacapruccia@chipiuneart.it

Ufficio stampa ChiPiùNeArt
ufficiostampa@chipiuneart.it

 

In collaborazione con

Ar. Ma Teatro e Teatro Studio Uno

Come scaldare dicembre con le nuove uscite Netflix

Non che Netflix abbia problemi di ascolti, ma l’inverno è sicuramente una delle stagioni più gettonate per rintanarsi in casa la sera e rilassarsi con un film o una serie TV. Ebbene, ecco le proposte di Dicembre, per pregustarsi qualche serata al calduccio o immaginarsi le feste di Natale sotto al plaid.

I FILM ORIGINALI NETFLIX

ROMA – 14/12/2018

Venezia 2018: Roma, la lente di Alfonso Cuaron sull’essenza del quotidiano

MOWGLI – IL FIGLIO DELLA GIUNGLA – 7/12/2018


In una versione più dark, il regista e attore Andy Serkis reinventa il celebre romanzo di
Rudyard Kipling coinvolgendo un cast stellare che include
Christian BaleCate Blanchett e Benedict Cumberbatch.

BIRD BOX – 21/12/2018


Diretto dal premio Oscar Susanne Bier e interpretato da Sandra Bullock con John Malkovich,
è un film tratto dall’omonimo romanzo di Josh Malerman,
ambientato in un futuro post apocalittico.

NATALE A 5 STELLE – 7/12/2018


Dedicato alla memoria di Carlo Vanzina, è il primo film italiano di Natale di Netflix.
Una commedia classica che affronta la politica con pungente ironia, scritta da
Enrico Vanzina e diretta da Marco Risi, con Massimo Ghini,
Ricky Memphis Martina Stella.

LE SERIE TV ORIGINALI NETFLIX

YOU – 26/12/2018

Vortici di passioni e ossessioni nella nuova serie TV tratta
dal romanzo best-seller “You” (Tu) di Caroline Kepnes.
Una cotta che si trasforma in ossessione tramite l’uso di Internet e dei social media
con Penn Badgley (Gossip Girl) e Shay Mitchell (Pretty Little Liars).

 LE TERRIFICANTI AVVENTURE DI SABRINA – 14/12/2018
Parte 1: “Capitolo 11: Un racconto di mezzo inverno”

“Le terrificanti avventure di Sabrina” fanno tremare Netflix


Un regalo per tutti i fan di Le terrificanti avventure di Sabrina:
uno speciale episodio svelerà consuetudini e tradizioni natalizie di Sabrina
e della Chiesa della Notte…

LA COLLINA DEI CONIGLI
Miniserie

DOGS OF BERLIN

NAILED IT! NATALE!

PINE GAP

I COMEDY SPECIAL NETFLIX

ELLEN DEGENERES: RELATABLE -18/12/2018

Appuntamento imperdibile per i fan del comedy: dopo 15 anni, la celebre comica e doppiatrice
Ellen DeGeneres torna alla stand-up comedy. L’intero show è stato girato a Seattle.

 

DOCUMENTARI ORIGINALI NETFLIX

SPRINGSTEEN ON BROADWAY – 16/12/2018

L’ultima tappa del tour del “Boss” diventa uno speciale per Netflix:
nello show messo in scena al Walter Kerr Theatre,
Springsteen alterna versioni ridotte dei suoi più grandi successi
a racconti di storie tratte dall’autobiografia Born to Run. 

ORIGINALI NETFLIX PER I PIÙ PICCOLI

SUPER MONSTERS: LA STELLA DEI DESIDERI – 7/12/2018

IL PRINCIPE DI PEORIA: UN MIRACOLO DI NATALE – 14/12/2018

3 IN MEZZO A NOI: I RACCONTI DI ARCADIA – 21/12/2018

ALEXA & KATIE: STAGIONE 2 – 26/12/2018

COMMEDIE E CULT PER TUTTA LA FAMIGLIA

FORREST GUMP – 1/12/2018

VIVA L’ITALIA – 1/12/2018

MAI STATI UNITI – 1/12/2018

BAR SPORT – 15/12/2018

ARRIVAL – 3/12/2018

Venezia 2016: Arrival, si scrive “alieno” si legge “umano”

LION – 22/12/2018

I CLASSICI DISNEY 

DISNEY – NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS – 1/12/2018

DISNEY – WALL•E -12/12/2018

I THRILLER PIU COINVOLGENTI

DISTURBIA – 1/12/2018

SNOWPIERCER -1/12/2018

PRISON BREAK: STAGIONE 5 -1/12/2018

HOMELAND: STAGIONE 1-5 -1/12/2018

PER GLI AMANTI DI FUMETTI E VIDEOGIOCHI

MARVEL – GUARDIANI DELLA GALASSIA Vol. 2 – 30/12/2018

30/12/2018

ASSASSIN’S CREED – 4/12/2018

LUCIFER – 1/12/2018
Stagione 2

iZOMBIE – 1/12/2018


Stagione 3

Torino 2018: The Front Runner, il vizio del potere

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Onestamente non ho capito, limite mio, da che parte stia The Front Runner. E per carità, è anche un bene che mostri e tenti di analizzare un qualcosa senza prendere posizioni nette. Però, al tempo stesso, è un’occasione persa: paradossalmente, The Front Runner pare che non accetti il fatto di essere un film complesso.

Ripeto, è indubbiamente un bel controsenso. Il suo compitino lo porta a casa, è un film ben girato, ben fatto e ben realizzato, ma ricorda quei ragazzini ai quali a scuola dicevano “è bravo ma potrebbe applicarsi di più”. Che poi questa frase riassume un po’ tutto il talento e la carriera di Jason Reitman. Impegnato in questa nuova fase di carriera, nel quale deve (ri)trovare equilibrio dopo i primi successi ed i successi flop, il regista è troppo impegnato a non sbagliare, invece che fare bene, per rimettersi sull’attesa carreggiata degli esordi. Vive con la pressione di fare solo buoni film Reitman, e si vede.

Partiamo dalle ovvietà e diciamo che è godibile e avvincente The Front Runner. La storia è quella vera di Gary Hart, senatore che nel 1988 si candidò a presidente ma, ancor prima delle primarie cui si presentava da favorito nei sondaggi, dovette ritirarsi a causa di uno scandalo sessuale. Il film vede in questo episodio l’inizio del rapporto morboso tra politica-stampa-scandali. Il momento in cui sono finiti i temi e l’ideologia ed è iniziato l’intrattenimento politico. Non una premessa campata in aria, considerando che sono gli anni in cui c’era un ex attore alla Casa Bianca.

Nei casi spartiacque è sempre difficile prendere posizione, c’è da dire. Nel film tutti hanno ragione e tutti hanno torto, simultaneamente. Hart ha ragione quando vuol separare il privato dal pubblico, ma nella sua esasperata ostinatezza ha torto nel non intuire quanto la sua posizione nasconda disonestà. La stampa ha ragione nell’utilizzo del suo diritto-dovere di raccontare tutto, ma ha torto nel piegarsi a tutti i costi, e senza accortezze, al gossip bieco.

Sono i lati grigi e le sfumature le cose migliori di The Front Runner, perché tutto il resto si è già visto nel genere del cinema politico.

Passiamo dalle redazioni giornalistiche di Pakula alle urla e dialoghi rapidi e sovrapposti di Sorkin. Quello che c’è di nuovo ed interessante, però, il film non lo approfondisce mai. Eppure, come detto, di roba interessante ne abbiamo.

Potevamo trovarci di fronte ad una specie di anti The Post, un film che mostra il lato dannoso della stampa nei confronti della politica. E pensiamo quanto sia attuale un tema così leggendo ciò che accade oggi nel mondo, in Italia come in America. Potevamo trovarci di fronte ad una acuta analisi dei limiti della responsabilità personale nella politica, quanto l’azione nel privato condizioni, e corroda, le capacità nel pubblico.

Tutte queste cose le vediamo, ma non le tocchiamo, non le capiamo. La moralità di The Front Runner rimane in superficie,e non trova mai terreno fertile per attecchire. Non per incapacità, perché come detto il film le cose le mostra e Reitman è capacissimo. Ma, forse, per manifesto disinteresse e mancanza di coraggio. L’obiettivo era fare un buon film, poi diventare un grande film era un bonus, non una necessità.

E questo, indubbiamente, è un gigantesco peccato.

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Emanuele D’Aniello

Nuovo allestimento al MAXXI: arte, architettura e fotografia a ingresso libero

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Il MAXXI mette in mostra la sua Collezione con un nuovo allestimento a ingresso libero: protagoniste alcune tra le 70 nuove acquisizioni di arte, architettura e fotografia.

In mostra opere di Mario Airò, Stefano Arienti, Alighiero Boetti, Monica Bonvicini, Mark Bradford, Candice Breitz, Paolo Di Paolo, Pablo Echaurren, Giuseppe Gabellone, Katharina Grosse, Hassan Hajjaj, Rafael Y. Herman, LABICS, Sol LeWitt, Diego Marcon, Tony Oursler, Yan Pei-Ming, Paolo Pellegrin, Michael Raedecker, Aldo Rossi, Yinka Shonibare MBE, Wolfgang Tillmans, Marco Tirelli, Giulio Turcato, Lauretta Vinciarelli e Bill Viola

www.maxxi.art | #CollezioneMAXXI

Imponente, carnevalesca nei colori e assolutamente spiazzante nel bianco della galleria del piano terra del MAXXI, sarà la gigantesca opera di Katharina Grosse Ingres Wood Seven ad accogliere i visitatori a partire dal 21 novembre 2018 nella mostra dedicata alla Collezione del museo, rinnovata e arricchita da oltre 70 nuove acquisizioni tra opere di arte, architettura e fotografia (ingresso libero per tutti dal martedì al venerdì).

Più di 30 lavori per un totale di 26 autori in una grande collettiva che si apre proprio con la parte dedicata ad alcune delle Nuove Acquisizioni 2018, che introducono alla scoperta di questo importante patrimonio del museo:

“Il lavoro svolto sulla Collezione ha portato a dei risultati che sono andati molto al di là delle nostre aspettative – dice Bartolomeo Pietromarchi Direttore MAXXI Arte –  nell’ultimo anno oltre 50 importanti opere hanno arricchito a diverso titolo la collezione di Arte tra acquisti, donazioni, comodati, grazie anche al nuovo fondo dedicato ai lavori su carta”.

Accanto all’imponente installazione della Grosse, troviamo i lavori di Monica Bonvicini Bent and Fused (2018) e di Yinka Shonibare MBE Invisible Man (2018), entrambi prodotti in occasione della mostra Eco e Narciso realizzata quest’anno a Palazzo Barberini, un corpus di opere su carta di Pablo Echaurren, donato dalla Fondazione Echaurren Salaris – Roma, e tre fotografie di Hassan Hajjaj già parte del progetto site specific  Le Salon Bibliotèque esposto nella mostra African Metropolis.

MAXXI_museo roma

In quest’area anche due importanti corpus fotografici: quello di Paolo Di Paolo donato dall’autore, interprete sensibile e attento dell’Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, che a marzo 2019 confluirà nella grande mostra a lui dedicata realizzata in partnership con Gucci, e il polittico dedicato a L’Aquila di Paolo Pellegrin, protagonista di una personale in corso fino al 10 marzo 2019.

Il percorso prosegue in una seconda parte in cui le opere della Collezione Arte e Architettura sono state scelte e combinate, in un allestimento che prende in prestito il titolo di una importante esposizione realizzata a Foligno nel 1967- LO SPAZIO DELL’IMMAGINE – in cui i lavori esposti erano costituiti per lo più da ambienti plastico-spaziali, realizzati dai protagonisti dell’arte italiana di quel periodo.

Circa 20 opere per un percorso di riflessione sul tema dell’immagine e dello spazio da essa generato, a partire da altre due importanti acquisizioni, una produzione ad hoc di Marco Tirelli e due grandi lavori di Giulio Turcato Asteroidi (1983) e Biologico (1992) in comodato.

Accanto a queste una serie di modelli (2014-2015) del duo di architetti Labics, nuovo comodato della Collezione Architettura, la serie di disegni (1986-2017) di Lauretta Vinciarelli e il progetto per il Teatro del Mondo (1979) di Aldo Rossi. Dice Margherita Guccione Direttore MAXXI Architettura: “Le collezioni di architettura si rivelano ancora una volta un patrimonio inesauribile di letture e spunti di ricerca sempre nuovi in cui il passato rivela la sua attualità e il presente trova le sue radici”. Le opere di architettura dialogano infatti con alcuni capisaldi della collezione come le Orme (1990) di Alighiero Boetti, Mao e Pope (2005) di Yan Pei-Ming e Corda di carta di giornali (1986-2004) di Stefano Arienti, e con lavori come Il Vapore (1975) di Bill Viola e Springadela (2000) di Mario Airò, che mescolano strumenti analogici e nuove tecnologie, accanto alle video installazioni Becoming Meg (2003) di Candice Breitz dalla Donazione Claudia Gian Ferrari, e Il malatino (2017) di Diego Marcon, vincitore 2018 del MAXXI BVLGARI Prize e scelto da AMACI per il progetto Museo Chiama Artista.

Vi ricordiamo che l’ingresso è libero per cui non perdete l’occasione di passare un weekend differente, e a costo zero, immersi nella cultura.

Penguin Highway, la recensione: crescere è un compito difficile

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Al cinema solo il 20 e 21 novembre, Penguin Highway è il secondo appuntamento della Stagione degli Anime al Cinema, distribuiti da Nexo Digital in collaborazione con Dynit.

Penguin Highway è uno degli anime più surreali e strani dell’anno, tratto dal romanzo di Tomihiko Morimi. Il romanzo giapponese ha conquistato la critica vincendo il prestigioso Japan SF Grand Prize, e ora è stato anche adattato in un anime. Penguin Highway, di Hiroyasu Ishida, ha raccolto numerosi consensi da parte della critica e vinto numerosi premi, basti citare il Fantasia International Film Festival, il Best Animated Feature Film 2018, il Satoshi Kon Award e l’Audience Award. anime manga

Il protagonista, assolutamente adorabile, è Aoyama, dieci anni, studente serio e diligente che ama gli esperimenti e la scienza. Tiene dei quaderni su cui annota quotidianamente le sue osservazioni, le sue esplorazioni e i suoi “progetti”. Un giorno alcuni pinguini compaiono improvvisamente nella città in cui vive, e così come sono apparsi scompaiono. Quale sarà il mistero dei pinguini? Il tutto si complica quando la “sorellona” di Aoyama, di cui lui è segretamente innamorato, lancerà una lattina e questa si trasformerà proprio in un pinguino! (“Sorellona” è la traduzione di onesan, termine con cui in Giappone sono chiamate le ragazze tra i venti e i trent’anni: i due non sono parenti.) Cosa spinge la sorellona a produrre pinguini? E cos’è quel misterioso globo d’acqua che si trova nella foresta?

Gli amici, la vita, l’amore

Aoyama dovrà fare i conti con cosa significa crescere, condividere le informazioni con gli altri, collaborare. Ma, soprattutto, dovrà fare i conti con la morte. Non è detto che i nostri amici vivano per sempre, così come non lo faranno i nostri genitori. Quando poi l’irrazionale irrompe nella tranquilla cittadina giapponese, anche il freddo e razionale Aoyama dovrà fare i conti con la realtà.

L’anime è stato descritto come onirico, surreale, sci-fi, a volte troppo lungo e con troppa carne al fuoco. Sicuramente il film soffre di una certa lunghezza (2 ore), che però non ne inficia la bellezza. Il clima è sempre allegro e frizzante, anche nelle scene più drammatiche, e più di una volta scappa un sorriso allo spettatore in sala. Il lungometraggio è stato realizzato dal dinamico Studio Colorido, che ha già dimostrato nei lavori precedenti grande inventiva e padronanza tecnica e che in questo caso ha lavorato sulla sceneggiatura di Makoto Ueda. Lo Studio Colorido, lo ricordiamo, è nato da una costola dello studio Ghibli.

Valeria Martalò

Un grande classico come regalo di compleanno: “Cyrano De Bergerac”

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Quest’anno il teatro Eliseo compie 100 anni.

100. Non è mica poco! È un secolo che quel teatro ospita registi, attori, spettatori concedendo loro una pausa dal corso ineluttabile della storia. Intrattenendo, formando, consolando. Quando si raggiungono certi tipi di traguardi, è d’obbligo celebrarli. E l’Eliseo ha tutta l’intenzione di festeggiare nel migliore dei modi. Lo dimostra con lo spettacolo d’inizio stagione.

La stagione del centenario. Il teatro Eliseo festeggia i suoi primi 100 anni

Il Cyrano De Bergerac.

Il famoso Cyrano De Bergerac di Edmond Rostand. Celebrare il teatro attraverso un nuovo allestimento di un grande classico nato per il palcoscenico. Questo vuole fare lo spettacolo di Nicoletta Robello Bracciforti. Una produzione che si presenta importante, ambiziosa, spettacolare. Una versione celebrativa. Lo si nota subito nel momento in cui si apre il sipario. La scenografia è imponente, articolata, rappresentativa dell’epoca della storia. Le strutture architettoniche si muovono nello spazio, si scompongono e permettono di creare scene su diversi livelli di altezza e di profondità. Un allestimento che, pur non tradendo il realismo della rappresentazione, si avvale delle più moderne tecnologie, dimostrando come la messa in scena sia cambiata nel corso del tempo.

A vestire i panni di Cyrano c’è il direttore artistico del teatro in persona: Luca Barbareschi.

Accanto a lui tanti talentosi attori come Linda Gennari, Duccio Camerini, Duilio Paciello che riescono restituire un testo in versi in maniera naturale e credibile. A completare il cast ci sono allievi e allieve della scuola d’Arte Cinematografia Gian Maria Volonté. Sul palco si incontrano, generazioni di attori diverse: quella con numerose esperienze professionali alle spalle e quella alle prime armi. E anche questo potrebbe essere visto come un regalo che l’Eliseo si fa per il suo compleanno secolare.

Nonostante sia un testo lungo e poetico, la storia si segue con piacere, coinvolgendo lo spettatore. Le scene corali hanno un gran ritmo e sono molto movimentate. Ma è in quelle a due o tre personaggi che ci si lascia completamente rapire dalla storia. Perché, alla fine, ciò che interessa di più a chi guarda è la possibilità di riconoscersi nei protagonisti. E Cyrano è un personaggi in cui ciascuno di noi può facilmente immedesimarsi.

La storia è classica: Cyrano ama Rossana che però è innamorata, riamata da Cristiano.

La giovane, però, non vuole solo un uomo bello, ma anche abile con le parole. Vuole essere conquistata attraverso l’eloquenza. Cristiano è tanto affascinante, coraggioso e onesto quanto pragmatico. Non è in grado di esprimere i propri sentimenti ricorrendo alla poesia, a figure retoriche o a frasi elaborate. Chiede aiuto proprio a Cyrano che è maestro nell’arte del parlare. Inizia così un gioco a tre molto delicato. La scena del balcone (avete letto bene e non stiamo parlando di Romeo e Giulietta) in cui Cyrano suggerisce battute a Cristiano da rivolgere a Rossana per poi prenderne il posto, è tra le più belle dello spettacolo. Divertente sul momento, ma che già lascia intendere quanto la situazione diventerà complicata in seguito.

E la domanda che sorge spontanea è: ci innamoriamo di un corpo o del carattere che contiene? Nei rapporti conta più l’attrazione fisica o ciò che le persone riescono a darsi grazie all’incontro di personalità affini o diverse? Il testo di Rostand dà una risposta abbastanza chiara in merito (che noi non vi sveliamo). Nella realtà, possiamo dire solo che ognuno di noi è libero di confrontarsi con queste domande a seconda delle proprie esperienze. Perché, alla fine, l’amore è tra le cose più difficili da comprendere e da spiegare. La cosa migliore che si possa fare è viverlo.

Cyrano incarna anche l’eroe di un tempo, quello incapace di scendere a compromessi.

Valoroso, eroico, generoso, incorruttibile, lo spadaccino non riesce a essere diplomatico. Neanche quando sarebbe meglio che lo fosse. Non sopporta gli sbruffoni, le ingiustizie e le combatterà per tutta la propria vita, costruendo intorno al suo nome un’aura leggendaria che è arrivata fino a noi. È entrato nel Pantheon delle figure letterarie immortali che, pur nella sua particolarità, finisce con il rappresentare tratti comuni a gran parte degli esseri umani.

E cosa c’è di meglio di una figura mitica per celebrare 100 anni di vita?

È sicuramente di buon augurio per un altro secolo di grandi spettacoli, storie e, soprattutto, emozioni.

Federica Crisci

 

 

Una romana vince il Caput Mundi International Burlesque Award

Un festival come vero e proprio simbolo della bellezza e la bellezza che diviene suggestione. Una suggestione per un tempo che fu e che ritorna nelle vesti e nelle acconciature di donne e uomini dal gusto indimenticato.

È il burlesque che con la sua colorata carrozza trasporta i ricordi del passato nel moderno presente, grazie a quella mirabolante macchina del tempo che è il Caput Mundi International Burlesque Award, che per la sua sesta edizione è andato in scena dal 16 al 18 Novembre nel rinnovato Parioli Theatre Club diretto da Nanni Venditti.

Il #CaputMundiIBA (acronimo e hastag della kermesse), è ormai un evento di rito per tutti gli appassionati e i curiosi del genere retrò. L’eleganza e il garbo con cui giovani (o meno giovani, che importa) donne e uomini, si accostano alla pratica del burlesque, lasciano sempre sbalorditi e incuriosiscono il pubblico, a tal punto di testare sulla propria pelle l’ebrezza di una calza sfilata con cura o di un guanto scivolato via con una distrazione mai casuale.

Per la prima volta dopo sei anni dalla prima edizione del Caput Mundi International Burlesque Award, ad indossare la corona a forma di colosseo costruita dall’artista Jan Eneskey, è una giovane romana, al secolo Daisy Ciotti, da oggi nel patinato mondo delle performer professioniste.

Holly’s Good è nome d’arte che la burlesquer in erba ha scelto con la benedizione di Albadoro Gala sua insegnante, nonché ideatrice e direttrice del festival di burlesque più grande d’Italia insieme all’imprenditore Silvio Cossi della SDC Service.

burlesque roma caput mundi

La kermesse ha accolto oltre venti artisti (tra uomini e donne) da tutto il mondo e ha visto in gara altre cinque giovani newcomers: da Bologna Midnight Purrs, da Ferrara Sweet Chilly, da Verona Jiminy Cricket, dalla Danimarca Scarlett Blixen e dalla svizzera Silly Than, di origine asiatica.

Musica dal vivo con Serena Ottardo & the Broadway Family, con brindisi a base di scarlatti bitter della Compagnia dei Caraibi, crew di mixologist che ha battezzato il festival con una drink list appositamente studiata per l’evento.

Una tre giorni che ha accolto grandi nomi del panorama burlesque d’oltreoceano, come l’americano e acclamatissimo Russell Bruner, fulgido esempio di boylesque che nella vita ha vinto tutto con i suoi incredibili act, oppure l’esplosiva Bambury Cross dall’Inghilterra, che ha concluso la serata con la sua performance a base di champagne.

A condurre la serata la poliedrica Marty Maraschino, seguita dal trasformista Jesus e dall’indomito e di poche parole (ma molti gesti) Azzurro Fumo.

I tre sono stati affiancati dalle stage kitten Mad Cat e Imy Silly Noir e per la prima volta alla conduzione inedita della padrona di casa Albadoro Gala. Il festival è continuato nelle serate di sabato 17 e domenica 18 novembre, aperto dalle note swing di Serena Ottardo & The Broadway Family, con le esibizioni degli headliners: Wanda De Lullabies, Clea De Velours Cherry Lily Darling dalla Francia, la russa Agneta Linchevskaya, il greco John Celestus e l’ospite Betsy Rose dall’Inghilterra, con la sorpresa francese di Betty Crispy, performer del Moulin Rouge, giunta d’oltralpe per augurare al suo amato Russell Bruner un buon compleanno a ritmo di can can. Tra il pubblico numeroso, spiccava una buona parte della comunità retrò capitolina, dal regista Francesco Felli insieme ad Alessia Torroni, passando per Inès Boom Boom, Mike LuPone, la neo-vincitrice di Miss Burlesque Italia 2018, la giovane Ginevra Joyce. Nella serata di sabato dalla platea, giungono anche gli applausi della conduttrice Anna Pettinelli.

The Walking Dead: nemmeno Gesù vuole comandare

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Ci avviciniamo al mid season finale anche di The Walking Dead. Il salto nel futuro è ormai avviato e non ci resta che scoprire i nuovi segreti dell’universo senza Rick Grimes.

Mentre Michonne scorta i nuovi arrivati al Hilltop, apprendiamo che Maggie ha preso il figlio ed è andata nel colonie con Georgie. Tale sparizione è un espediente per tamponare l’assenza dal set di Lauren Cohan mentre prendeva parte a Whiskey Cavalier. C’è da dire che la Cohen va una bomba questo periodo (basti pensare anche alla recente uscita di Red Zone), ma non riesco proprio a comprenderne il motivo a livello recitativo. De gustibus.

Ad ogni modo, in questa stagione di The Walking Dead Jesus è il capo di Hilltop e la faccenda non gli piace per nulla. Mentre sbuffa per la sua leadership lo raggiungono Carol, Henry e Daryl. Quest’ultimo non si dà pace per la morte di Rick e sta ancora cercando il suo corpo. Vive solo come un cane (e con il cane Dog) allo stato brado, nei boschi.

La cara Carol lo va a raccattare (letteralmente) per fargli seguire il “figlioletto”. È una donna pratica e sa bene che, con l’idealismo di Ezeckiel, Henry non andrà molto lontano in un mondo dove vige il motto mors tua vita mea.

A Hilltop è stata portata anche Rosita, che è riuscita a sfuggire all’orda degli zombie lasciando Eugene in un rifugio. Ora la missione è ritrovarlo e Jesus non ci pensa proprio a restare in campagna a coltivare il grano e a sentire le lagne dei compaesani: vuole passare all’azione. Così capiamo anche definitivamente che colei che manda davvero avanti la baracca è Tara.

Ma perché l’episodio si intitola Stradivari? Perché il maestro di musica, la new entry Luke nonché collezionista di strumenti musicali durante l’apocalisse zombie, illumina Michonne con un discorso sull’arte molto intenso, legato all’importanza dell’evoluzione dell’essere umano rispetto agli animali (questo dopo che lei gli distrugge il prestigioso violino, naturalmente).

Morale della favola? Arriviamo a questo episodio privati di due dei personaggi principali e con un po’ di amaro in bocca, ben diluito con tante parole e belle musichette. Per raggiungere le vette dei precedenti episodi si dovrà fare davvero molto molto di più. Ma questa è chiaramente una puntata di passaggio per mostrare a che punto siamo e soprattutto per palesare che, senza Rick, il sogno della grande comunità unita vagheggiata da Carl resta una lontana utopia.

Come anche il vecchio taglio di capelli di Carol, che mi manca assai. Non so voi, ma a me sembra uscita dal Signore degli Anelli con quei capelli bianchi e l’arco!

Alessia Pizzi

The Walking Dead: E vissero tutti felici…. AH NO!

In scena la luce e la spensieratezza degli anni ’80 con “Mad World”

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“Mad World” evoca un mondo fatto di paillettes e lustrini, riportandoci alla cultura pop degli anni ’80.

Già a partire dalla sua ambientazione, il teatro “Lo Spazio” di Roma si sposa perfettamente con lo spettacolo “Mad World”, ricalcandone la scenografia. È uno spazio, quello del teatro di via Locri 42, appunto, che si offre pienamente a nuove forme di teatro urbano, alla sperimentazione di genere, alla stretta vicinanza con il pubblico. Si entra in uno spazio “officina”, dove a prendere forma è lo spettacolo nella vita e la vita nello spettacolo. E “Mad World” racconta la Milano degli anni ’80, mettendo in scena la luce e la spensieratezza proprie di quegli anni.

In particolare racconta la competizione “sfrenata” di due radio rivali: “Radio Kaos” e “Radio Karisma”. La prima gestita da Giamba e da altri ragazzi appassionati e sognatori, primo tra tutti Claudio, con la voglia di non lasciar andare alla deriva una radio libera, luogo di dibattiti politici, di idee in contro tendenza aperte, libere. Dall’ altra parte, a dominare la città, “Radio Karisma”, una radio di starlette e di business, gestita dall’ estroso ed irrefrenabile Frankie.

Le musiche sono eccezionali, si percepisce immediatamente che non sono state scelte a caso, e raccontano quegli anni. Le esibizioni musicali, sia corali (con il coro dei “Transistor”) che singole sono intense ed intime, tutte rigorosamente dal vivo. Memorabile il momento in cui Chantal (Mariavittoria Cozzella) canta “Mad World” con solo un ukulele come strumento di accompagnamento.

Non ci si annoia mai, e viene voglia di ballare e di cantare insieme agli attori. A teatro, la luce e la spensieratezza degli anni “80.

Mad world: in scena la luce e la spensieratezza degli anni "80
“Mad World”: in scena la luce e la spensieratezza degli anni “80

 

Le scelte di regia non sono lasciate al caso, anzi, i movimenti corali di gruppo sono tutti meticolosamente studiati. Questo è vero sia dal punto di vista delle luci, che da quello delle coreografie. Tuttavia ogni singola scena appare agli occhi dello spettatore come naturale, spontanea, a tratti improvvisata. Proprio con l’intento di farci riviere la spontaneità, la sregolatezza, il tormento di quegli anni. Certamente caratterizzati da folklore e divertimento, ma anche contraddistinti da momenti di disorientamento e confusione della propria identità. Un disorientamento non solo professionale ma anche esistenziale.

Il musical “Mad world” mette certamente in scena la luce e la spensieratezza degli anni ’80, pur evidenziandone i suoi tormenti. I dialoghi tra Chantal e Frankie ne sono un esempio (sulle note di “I can read your mind”), lo spettatore assiste alla vulnerabilità delle bella cantante, al suo senso di disorientamento di fronte allo charme per certi versi incantatore ed ipnotico di Frankie. Tematiche che non restano ovviamente isolate ai soli anni ’80, ma che contraddistinguono tuttora il mondo dello spettacolo di oggi, fatto di contrasti, di luci e di ombre.

Serena Cospito

Quando l’arte è mistero: al Teatro Sala Umberto torna “Esotericarte”

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Dopo numerose repliche, lunedì 19 novembre al Teatro Sala Umberto di Roma, è andato in scena  EsotericArte, un affascinante viaggio tra esoterismo, simbologia e numerologia dell’arte medioevale.

Interprete e narratore è un ottimo Elio Crifò, autore dell’omonimo libro che dopo aver ospitato Vittorio Sgarbi, si avvale in questa serata di un’altra partecipazione straordinaria. Parliamo di Piergiorgio Odifreddi, uno dei filosofi e matematici più interessanti del nostro tempo. La regia è di Massimiliano Vado.

Lo spettacolo rende omaggio a una grande tradizione di pensiero, quella italiana di Tommaso Campanella e dei grandi eretici come Giordano Bruno, oscurata spesso dalla censura del cattolicesimo secolarizzato.

L’Arte, che si presta a vettore della dimensione arcana si delinea come un percorso iniziatico che il mattatore Crifò svela con una bravura ormai consolidata. Così il Medioevo diventa lo scenario per un viaggio teatrale che rivela i segreti dell’arte; protagonista di un periodo di grande spiritualità e tesa verso l’assoluto, si rivela carica di simboli e di significati oscuri a una lettura superficiale.

Il percorso è condiviso con gli spettatori, coinvolti con una narrazione ironica e fruibile da tutti che vengono condotti, come Dante nel suo viaggio straordinario, attraverso fatti e particolari che stupiscono il pubblico.

Una narrazione godibile che si avvale di un minimalismo scenico tipico dei monologhi, intervallato dalle suggestioni gotiche delle immagini.

In questa serata speciale si è aggiunta la partecipazione di Piergiorgio Odifreddi, filosofo e matematico, che stupisce il pubblico svelando i rapporti tra uomo e numeri, tra matematica ed Arte, tra geometria e religione.

Il professore con ironia garbata ha svelato le relazioni intime che legano la sezione aurea; dalla successione di Fibonacci alla musica, all’architettura, alla filosofia, alla religione fissa i punti di domanda sugli elementi occulti individuati.

Lo spettacolo è prodotto da Stefano Baldrini, produttore catanzarese trapiantato a Roma, che porta avanti un modello di spettacolo ispirato all’Arte e al Pensiero come nella migliore tradizione della Magna Grecia.

Antonella Rizzo