Torino 2018: Ride, il dolore c’è ma non si vede

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C’è una grossa differenza tra il realizzare un’opera prima quando si è ventenni o trentenni, e il realizzare un’opera prima quando si ha 46 anni. Come nel caso di Valerio Mastandrea con Ride. C’è tutta la differenza del mondo.

Perché da giovani c’è molta più pressione ma anche più libertà. Le opere prime da giovani nascono dalla voglia di spaccare le porte, esprimere una visione di cinema, poter anche sbagliare perché poi quella visione cambierà e si svilupperà. Invece, un esordio alla regia a 46 anni, seppur tecnicamente lo è, non possiamo definirlo veramente opera prima.

E infatti Ride non pare affatto un esordio, un primo film. Pare, semmai, la continuazione e l’approfondimento di un percorso iniziato tanti anni prima, tanti film prima, e via via sempre più limato o approfondito. Inevitabilmente è già un film maturo, perché maturo è il suo autore e soprattutto la sua visione, poetica, espressione. Mastandrea sa già cosa dire, e semplicemente stavolta lo ha fatto in prima persona, prendendosi tutte le responsabilità del caso.

E si può anche capire il motivo vedendo Ride. Un film che parte dal noto impegno sociopolitico del suo autore – la premessa è una morte sul lavoro – e si declina nell’inadeguatezza, timidezza e chiusura personale. Sembra un film nel quale ogni ruolo, ogni personaggio, a prescindere dal sesso o dall’età, l’avrebbe potuto recitare Mastandrea stesso.

Non è un limite l’assenza di vera separazione tra autore e film. Non è la prima volta che accade nella storia del cinema. Anzi, semmai è quasi naturale e giusto che un film rifletta l’essenziale bisogno del suo creatore di mettersi a nudo e comunicare senza filtri al suo pubblico.

Non a caso, nessuno nel panorama cinematografico italiano attuale avrebbe potuto non tanto realizzare, ma proprio concepire un film come Ride. Nessuno avrebbe trovato quel perfetto equilibrio tra ironia e dolore, tra necessità di rivolta pubblica e bisogno di fare ordine nel privato. Probabilmente nessuno lo avrebbe fatto con l’arguzia di scegliere l’understatement, e non un tono esasperato, per indagare l’interiore che diventa sociale.

Se l’arma migliore del film è la sorprendente e completa assenza di retorica nel raccontare il dolore e una vicenda sempre attuale come la morte sul lavoro, il vero trionfo di Ride è capire quanto il silenzio e il nascondersi sia diventato essenziale in un’epoca in cui tutto è urlato, mostrato e condiviso. Se questa è l’anti elaborazione del lutto, con protagonista una donna che non riesce a piangere la morte del marito e abbandonarsi al dolore come lecito, e quasi doveroso, lo è soprattutto perché sono i nostri tempi, il nostro mondo, che ci costringono a chiuderci a riccio e soffocare ogni esternazione.

In questo, ancora una volta, Ride si muove sulla delicata linea di confine tra pubblico e privato con enorme profondità. Mastandrea riflette sul come le nostre emozioni siano assuefatte agli estremi emotivi. Ci siamo abituati a pensare che tutto vada male? Ci siamo abituati a sentire al telegiornale delle morti sul lavoro e ormai le diamo per scontate, quasi come fosse normale che succeda, non riuscendo più a provare shock o pena quando ne arriva una nuova? L’inflazione del dolore e l’abitudine alla tragedia, che vanifica i nostri istinti alla pietà umana, è uno dei lasciti dei nostri tempi. Ma non possiamo arrenderci a tale abitudine.

Il conforto umano rimane la risposta che abbiamo più prossima, come Ride ci ricorda. Così come non dimenticarci mai di quanto sia bello provare qualcosa. Senza urlarlo, senza strepitarlo a tutti, ma provandolo veramente nel nostro animo.

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Emanuele D’Aniello

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