Alla scoperta del genio “cinematografico” di Hopper presso il Vittoriano

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Hopper un artista all’avanguardia nei primi anni del Novecento e un’ispirazione per i più grandi registi da Hitchcock a Wenders.

Edward Hopper non era attratto dalle fabbriche e dai grattacieli come gli artisti della sua epoca, la sua arte si trova tra l’astrattismo e il cubismo, un’innovazione nel clima artistico americano dell’epoca, i suoi quadri sono “scene“, “fermi immagine” spunti per i film più celebri.

La Vita e le Opere

Nato nel 1882 a New York in una famiglia middle class americana, segue un corso di illustrazione alla School of Arts di New York per poi dedicarsi completamente alla pittura. Si stabilisce a Parigi dal 1906-1907 dove effettua brevi viaggi nelle capitali europee: Londra, Amsterdam, Berlino e Bruxelles. A Parigi vive a Rue de Lille, frequenta i salotti artistici dove ci sono artisti del calibro di Picasso, non per mondanità ma per osservare l’ambiente e prenderne spunti per la sua pittura.

Affascinato da Parigi, La ville lumiere, per l’animo dei parisienne, dalla vita nei café, nei bistrot, dalla lentezza, dall’assaporare la vita, contrapposte alla frenesia di New York, realizza in questo periodo il celebre Le Bistrot or The Wine Shop 1909, olio su tela, dove un uomo e una donna sono immersi in un’atmosfera dilatataHopper vittoriano roma quasi sospesa.

Sempre in questo periodo troviamo le esplorazioni più intime delle sue abitazioni, nell’opera Scale del 48 di rue de Lille, Parigi 1906, olio su legno, si percepisce la solitudine, l’osservatore è esattamente nello stesso punto di vista del pittore che lo rende protagonista: la scala è come se raccontasse delle storie attraverso elementi molto semplici, si vede già quel tipo di pittura “cinematografica“.

Nel 1910 torna a New York, ma nel clima artistico americano le sue opere di stile francese non hanno successo; decide quindi di americanizzare di più i suoi lavori: è di questo periodo The El station, 1908, la stazione sopraelevata di Chistopher Street, dove la tecnica è molto incisiva, il dipinto è molto realista e il livello di penetrazione psicologia è il punto di forza. Alla fine, però, l’artista, stanco della confusione, si allontana dalla Grande Mela per trovare luoghi più consoni a lui – en plein air – ed è proprio in una di queste occasioni che conosce a Gloucester sua moglie Josephine, con la quale si trasferirà nel Maine e scoprirà il fascino dei fari costieri. Il faro, Two Lights del 1927, acquerello e grafite su carta, è uno dei suoi capolavori: in questo periodo della sua vita ha già realizzato la sua seconda mostra personale e ha già venduto numerosi quadri. Sa dosare la tecnica, la luce, sono lezioni di impressionismo, dipinge fari di ogni tipo e dimensioni; il Time gli dedica una copertina. Hopper è attratto dai fari, non dipinge mai i grattacieli, i fari sono i suHopper vittoriano romaoi grattacieli. La luce diventa un segno inconfondibile della sua arte. La città rimane sempre uno dei luoghi preferiti da Hopper, ed è lì che ritorna, nei suoi quadri del periodo più maturo lo spettatore è come se stesse assistendo a un film, caratteristica molto amata dai registi. Più sono simili alla messa in scena più stimolano lo spettatore: così Hopper ha ispirato il cinema americano. Hitchcock sembra abbia ripreso da lui alcune immagini per i suoi film, dalla casa di Psyco, 1960 (House by the Railroad, 1925 olio su tela) a La Finestra sul cortile, 1954 (Finestre di notte,1928); Wim Wenders ha detto dei suoi quadri “la violenza non è illustrare sparatorie e ammazzamenti, ma questa sensazione che tutto può improvvisamente essere sconvolto”; infine David Lynch utilizzò i suoi paesaggi americani deserti per trovare l’ispirazione in film come Paris Texas, 1984, e i fratelli Cohen lo ricordano in L’uomo che non c’era, 2001.

La Mostra

Luca Beatrice, curatore della mostra insieme a Barbara Haskell, espongono circa 60 opere provenienti dal Whitney Museum of American Art, quasi tutti lasciti di Josephine N. Hopper. La mostra è divisa in sei sezioni: ritratti e paesaggi, disegni preparatori, incisioni e olii, aquerelli e le famosissime immagini di donne. Il percorso espositivo è un viaggio nella vita dell’artista: molto ben fatto anche il video introduttivo, per posizionare l’artista nell’epoca in cui ha vissuto, e trasportare il pubblico, tra le musiche e i bistrot, nell’America degli anni ’30. Per finire, notevole è la riproduzione in formato gigante dell’opera Second Story Sunlight, 1960, dove il visitatore può essere ripreso, apparire nel quadro stesso e scattarsi una fotografia. Ma non è tutto: i più artistici potranno disegnare alcune opere di Hopper su un foglio da portare a casa e appendere alla parete, tutto per entrare nel mondo dell’artista. Il risultato è che una volta è troppo poco per visitare tutta la mostra, servono più esperienze per entrare in un artista così completo e all’avanguardia.

Una volta gli chiesero cosa pensasse della sua arte, rispose: “Cerco me stesso”.

 

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Al Complesso del Vittoriano, Roma fino al 12 febbraio 2017 andate alla ricerca dello scomparso Edward Hopper.

Sara Cacciarini

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