Cinquant’anni di Marina Abramovic in mostra a Firenze

marina abramovic firenze

Dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 Palazzo Strozzi a Firenze ospita la prima mostra di un’artista donna che coincide anche con la prima grande retrospettiva in Italia dedicata a Marina Abramovic.

“Dal mio punto di vista non è più difficile essere donna artista perché la cosa più importante è non avere paura di niente e di nessuno”  Marina Abramovic  Firenze

Oltre cento le opere esposte che invadono non solo il luogo fisico ma anche quello spirituale del fruitore che percorre un viaggio nell’anima, nella vita e nella poetica di un’artista che ha rivoluzionato la storia dell’arte. Il titolo della mostra, The Cleaner,  è un invito alla purificazione: “Come in una casa: tieni solo quello che ti serve e fai pulizia del passato, della memoria, del destino”. Vivere il presente e ricercare l’unione indissolubile tra mente, anima, corpo e cosmo. Tutto il suo percorso ci conduce all’importanza dell’energia che ormai, a causa dei media, non percepiamo più: distratti dalla futilità, tutto conduce alla superficialità e ad un drammatico distacco dalla nostra interiorità. e

“Non possiamo certo chiudere gli occhi davanti alla tecnologia, la tecnologia è ormai parte della nostra vita, non c’è niente di male in questo. Quello che c’è di male è il modo in cui la utilizziamo. Dobbiamo cercare di capire come usarla meglio, senza che sia la tecnologia a usare noi. Una cosa che voglio chiarire è che per me Instagram non è arte.”

Marina ci mostra un’altra strada e ci accompagna con la sua voce nell’innovativa audioguida.  Alcune delle sue performance (Imponderabilia, Freeing series che comprende Freeing the Voice, Freeing the Memory, Freeing the Body, Luminosity, Cleaning the Mirror, The House with the Ocean View) saranno rieseguite da performer formati da Lynsey Peisinger, stretta collaboratrice di Marina Abramovic.

“Ho sempre voluto lavorare sulle performance e in questi cinquant’anni credo di averla resa una forma d’arte veramente riconosciuta. Credo che questo sia il mio speciale contributo.”

“Sono stata io ad inventare le re-performance perché ero furiosa per il modo in cui vari media utilizzavano le performance. […] Con Lynsey Peisinger abbiamo creato un vero e proprio sistema  di insegnamento per preparare le re-perfomance: workshop dove gli artisti si aiutano a prepararsi sia a livello mentale che fisico, ma la cosa è ben diversa rispetto a quello che sento quando vedo qualcuno che reinterpreta il mio lavoro. Io sono una persona emotiva, per me è difficile guardare le re-performance dei miei lavori perché ci sono due sensazioni differenti: vi è un distacco ma anche una grande felicità nel vedere che il mio lavoro esiste anche al di fuori di me e che, quindi, può essere immortale.”

 

Il 20 settembre 2018 presso il Cinema Teatro Odeon è stata presentata la retrospettiva dal curatore Arturo Galansino che la descrive come un’esperienza, un lungo viaggio attraverso mezzo secolo di storia dell’arte che documenta il percorso di Marina Abramovic dagli anni Sessanta ad oggi.

La mostra, spiega Galansino, ha tre livelli di lettura: espositivo (fotografie, video, installazioni, oggetti), interattivo (opere partecipative) e  performativo (il museo diviene un teatro grazie al coinvolgimento dei ragazzi che fanno le re-performance secondo il metodo di Marina Abramovic). Scendendo nella Strozzina, in una delle prime sale possiamo osservare opere pittoriche inedite realizzate quando l’artista era ancora studentessa all’Accademia di Belgrado e il suo linguaggio espressivo era la pittura. Immediatamente percepiamo il bisogno di andare oltre non solo per la gestualità molto forte, ma anche per la scelta dei soggetti rappresentati, ovvero incidenti stradali. L’artista era già attratta dal pericolo.

Il percorso presenta le prime performance radicali e rischiose (Rhythm 10, Rhythm 0, Rhythm 5, Lips of Thomas ecc.): ci mette davanti le sue paure, le affronta, sfida la violenza e si avvicina alla possibilità di morire, non a caso per lei l’arte era sempre stata una questione di vita o di morte; pone il suo corpo in una dimensione talmente al limite da poter sentire pienamente la vita. Sente il dolore, lo supera, rinasce, come avveniva da giovane dopo una forte emicrania.

Salendo al Piano Nobile ci ritroviamo negli anni Settanta, il periodo del binomio con Ulay (1976-1988) e la nostra attenzione viene immediatamente catturata dalla re-performance Imponderabilia.

Il lavoro di questi due artisti si basò sul confronto tra il maschile e il femminile, sull’energia, sulla durata, sull’empatia, sulla telepatia, sulla forza composita, sui limiti delle relazioni umane e dell’inter-dipendenza che queste ultime generano. Marina e Ulay, uniti nell’amore, nell’arte e nella vita, fecero lunghi viaggi che li portarono ad avvicinarsi alle culture degli aborigeni australiani e al buddhismo, avendo così la possibilità di comprendere l’importanza dell’ipnosi, dell’energia della terra, della meditazione, della resistenza e dell’energia creata dall’immobilismo; tutto questo li portò alla realizzazione di Nightsea Crossing. La relazione si concluse con l’imponente opera The Lovers, il grande addio che concluse dodici anni di relazione e tre mesi di cammino in solitaria sulla Grande Muraglia cinese.

Nel terzo percorso della mostra Marina ricomincia a lavorare da sola, si addentra nel suo passato, muove una critica drammatica della situazione che ha sconvolto i Balcani e la Jugoslavia negli anni Novanta.

Siamo violentemente coinvolti nello spazio: nella sala che ospita Balkan Baroque si ha difficoltà a respirare per il terribile odore, da lì si accede ad una sala vietata ai minori di 18 anni che presenta Balkan Erotic Epic, un piccolo spazio dove tre pareti su quattro ospitano la proiezione delle opere. Si passa poi all’opera Count on Us, l’installazione video multischermo avvolge completamente lo spettatore. Nella sala Energy Marina Abramovic utilizza oggetti transitori, minerali e cristalli per far sì che la coscienza possa ritrovare la connessione con l’energia, affinchè possa esserci un’unione tra corpo, anima e cosmo.

È in questo periodo che inizia a ragionare proprio sull’importanza della durata, facendo sì che la performance diventi vita, nasce l’opera The House with the Ocean View.  Nella sala Participation il fruitore è invitato a sedersi, a mettersi le cuffie e a contare del riso, un esercizio meditativo che allontana dal tempo e dalla fretta, che ricorda l’importanza di una dimensione dove semplicemente si esiste, si respira e ci si libera completamente. Vi è inoltre la possibilità di aprire (letteralmente) i cassetti della vita di Marina, un’attenta selezione che lei stessa ha fatto per raccontarsi a tutti noi. Il viaggio si chiude con l’opera The Artist is Present proiettata su tre pareti, al centro due sedie vuote che attendono chi ha il coraggio di mostrarsi nella sua nuda verità di essere umano frangibile.

La mostra The Cleaner è un po’ una metafora di quello che ho fatto, ho guardato il mio passato, le mie emozioni, i miei ricordi ed ho cercato di individuare quello che volevo farvi vedere e quello che volevo lasciare di questi cinquant’anni del mio lavoro.”

 

 [dt_quote type=”blockquote” font_size=”big” animation=”none” background=”plain”]

ORARIO DELLE RE-PERFORMANCE

Imponderabilia: tutti i giorni dalle 11:30 alle 19:30, giovedì fino alle 21:30
Freeing Series che comprende Freeing the Voice, Freeing the Memory, Freeing the Body: giovedì e sabato dalle ore 16:00
Luminosity: lunedì, giovedì e venerdì dalle ore 15:00 alle ore 16:00, domenica dalle ore 12:00 alle ore 13:00

Cleaning the Mirror: martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica dalle ore 14:30 alle ore 19:30
The House with the Ocean View: da mercoledì 28 novembre a domenica 9 dicembre

[/dt_quote]

 

Violetta Carpino

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui