“La lirica ha contribuito a rendermi donna”. Intervista a Johanna Finocchiaro

clic-johanna-finocchiaro

Una silloge lirica intensa, completamente nuda, disarmante, onesta; attraversa ogni momento della vita e delle esperienze vissute e le ritrasmette, specchiate e riflesse dalla mia anima a quella del lettore.

Impossibile descrivere la magia del linguaggio poetico. L’unico sentiero percorribile è quello di lasciarvisi trascinare dentro.

Spero amiate il viaggio quanto me.

Chi è L’autrice

Johanna Finocchiaro nasce a Torino il 7 settembre 1990, in un decennio tutto in divenire, tra passato e futuro.

La famiglia ha origini siciliane, un’impronta che porta nel cuore e nel DNA, ma lei e il fratello maggiore crescono in Piemonte, terra adottiva a cui è molto legata. La sua è una sensazione di doppia ricchezza; ne è fiera e grata.

Ha 29 anni e non li dimostra. Troppo vivace, troppo sensibile, troppo sognatrice, troppo insofferente per adeguarsi all’età adulta, uno sforzo che rimanda a data da definirsi.

Ha studiato ed insegnato lingue (contando l’italiano, sei e tutte meravigliose): ama pensarle come ponti che gettino le basi tra esseri umani, soprattutto laddove il terreno è più fragile. Attualmente lavora nella sicurezza e accoglienza, presso un importante istituto bancario.

Eterna curiosa, ama leggere, viaggiare, parlare, la musica e l’arte.

Spirito solitario all’occorrenza, si dedica da sempre alla scrittura, suo naturale ed impellente bisogno quanto suo indiscusso “padrone”. La poesia la sceglie e la rappresenta. Un mondo d’infiniti significati nascosti, che vuole scoprire uno a uno ed offrire, dal suo personale punto d’osservazione, al lettore. Riceve alcuni riconoscimenti nazionali, partecipa ad una raccolta lirica corale e pubblica un e-book.

Fa parte della corrente letteraria dei “Poeti emozionali”, nata a Torino nel giugno 2020. Amici pochi, malinconica, felicemente zia, terribilmente insicura, leale, caparbia. Innamorata.

Per me è un gran piacere intervistarti. Prima di tutto mi piacerebbe sapere qualcosa di te. Dalla tua breve biografia abbiamo imparato cosa fai, dove lavori. Io vorrei sapere cosa ti piace fare, come passi il tempo libero: leggi, scrivi, disegni? Ti piace passeggiare nella natura.

Cosa mi piace fare, Barbara?! Credimi, è la domanda che mi mette più in difficoltà, questa!

Partendo dal presupposto che sono iperattiva e disperatamente entusiasta (al punto da diventare ingestibile, alle volte, come una bambina), faccio fatica a non trovare aspetti interessanti in qualsiasi cosa, luogo, attività o persona! Così come respiro profondamente quando il medico poggia lo stetoscopio sul mio petto, vivo a fondo ogni giorno, tutto il giorno.

Amo coricarmi stanca la sera, stremata persino, sapendo di aver colto ogni forma e colore.

È questo ciò che preferisco: la ricerca della vita in sé.

E nel mio cercare, approdo volentieri alla lettura, al cinema, all’arte, alla musica (ascolto e canto) e al contatto con la natura. Senza tralasciare sport e buon cibo, sane risate e organizzazione di gite e viaggi.

Speriamo tutto questo dinamismo non affretti la comparsa dei primi capelli bianchi, visto che domani compirò 30 anni!

Ora che ci conosciamo meglio mi piacerebbe sapere cosa è per te la poesia e per quale motivo scrivi.

La poesia è ciò che mi viene meglio, la mia naturale espressione.

L’ho capito a 13 anni, quando la professoressa ci ha spiegato, durante l’ora di antologia, in cosa consistesse il flusso di coscienza. È stato come venire illuminati sulla via di Damasco, una rivelazione: mi sono accorta di averlo sempre utilizzato; inconsciamente, di trasformare ogni composizione non pedestremente guidata da specifica consegna, in un “flusso” appunto. Di parole, pensieri appena sussurrati, emozioni, anima. Un groviglio razionalmente illogico ed irrazionalmente logico. 

Poesia è la libertà di far fluire quel tutto, bene e male, luce e ombra, senza dover inscatolare o spiegare. Anzi, non sopporto le etichette né le analisi. Così come la mente lavora senza confini, la lettura non va “guidata”. Il lettore deve guardare, sentire più che capire quello che gli arriva, forse qualcosa di completamente diverso dall’intenzione di partenza dell’autore. È uno spazio franco in cui s’incontrano tutti i colori del mondo. È una terra in cui non è richiesto di restare né di andare. Una specie di porto che lancia a nuovi orizzonti. La poesia è il viaggio più autentico.

Quando hai iniziato a scrivere? Dove scrivi?

Ho iniziato a scrivere appena ho intuito che, a parole, non esprimevo altrettanto bene i pensieri.

Nonostante sia stata sempre socievole e chiacchierona, la parte intima, buia, onirica ha cominciato a “spingere” fuori molto presto; una sensibilità forte, l’innato bisogno di scavare e poi tradurre quelle sensazioni ingombranti in un linguaggio tutto mio. Trovare pace.

Avevo 11 anni, in prima media, quando è cominciata la passione per la poesia. Ma già dalla quinta elementare leggevo con meraviglia le liriche del geniale Gianni Rodari e riflettevo tra me e me: “Voglio trasmettere la stessa bellezza. La scrittura può, le parole sono effetti speciali”. 

Compongo ovunque, ma solo se sento quel “clic”, quell’input. Amo scrivere mentre viaggio in treno o stesa sui prati. Tuttavia, porto sempre con me un taccuino per evitare appunti svolazzanti (quasi sicuramente destinati ad essere persi).

Fra le poesie più belle che ho letto delle tue, mi è rimasta impressa “Clic”. Dicci di più. E poi quando hai finito di parlarne io vorrei sapere qualcosa della tua poesia “Danza”.

Grazie Barbara, sono felice ti sia piaciuta proprio la poesia che dà nome ed identità al mio libro.

“Clic” ha avuto una stesura sofferta e piuttosto lunga; ho dovuto ammettere il cambiamento che stavo attraversando, prima di poterlo analizzare. La poesia è talmente terapeutica, non credi?!

Breve spiegazione

Comincio ricordando a me stessa di quante cose devo essere grata per poi rinnegarle. Non volutamente, certo. Diciamo più ignorarle.

Quando attraversiamo periodi deludenti, che la delusione derivi dall’esterno o da noi stessi, sembra non fare alcuna differenza. Tutto viene assorbito da questo buco nero, che soffoca e nasconde ogni sprazzo di luce. In parole povere? Vediamo il bicchiere mezzo vuoto!

Dovevo essere onesta con me stessa, riconoscere questo percorso malsano, per poter cambiare strada e direzione. D’altronde, clic è il rumore di un interruttore. E il processo nasce per essere invertito; se spengo, posso sempre riaccendere!

“La danza” è, invece, la descrizione simbolica di quel che succede nella mia testa. C’è sempre un gran caos lassù, un tale viavai, una perenne danza di pensieri ed intenzioni. È un po’ come ritrovarsi in una terra incantata, in un sogno, sprovvisti di mappa. L’unica soluzione è ballare forte, lasciarsi trasportare dalla “musica”!

“Ho smesso”, cosa hai smesso? La gelosia cosa è per te?

Ho smesso di essere irrealista, pretenziosa, di nutrire il gusto per l’impossibile. Certe dimensioni semplicemente non possono esistere, non nelle condizioni in cui ce le immaginiamo. Ecco perché smetto.  Di farmi male, di sperare, di aspettare.

E questo concetto vale anche per le persone.

Potere ne abbiamo moltissimo; bisogna capirlo per concentrarlo su noi stessi, senza sperperarlo al vento. Sul mondo esterno non abbiamo giurisdizione. 

La gelosia è per me un metro di misura: la sua comparsa e la sua intensità dicono molto dei miei sentimenti.

L’acqua scorre. Dove va?

Va un po’ dove vuole ahimè, anche nelle mie poesie!

Scherzi a parte, l’acqua di cui scrivo è ovviamente simbolica. Si riferisce a una persona a me molto vicina, soprattutto nell’indole e nell’interiorità.

Lei sottovaluta la sua influenza: la libera con una violenza inaudita ma dopo distante la dosa con saggezza, ristorandomi. Esattamente come il corso di un fiume, il suo flusso non è monotono né costante: varia e muta a seconda dell’ambiente e degli ostacoli che incontra.

Ammiro quest’acqua, desidero somigliarle, la avvicino, ma ne ho timore. Come se ne ha di ogni elemento naturale.

L’essere così imprevedibile e forte la rende una continua sorpresa ai miei occhi, che si riconoscono talmente tanto in Lei da confonderla con l’amore stesso.

Non so dove sfocerà. Quel che so è che mi attraversa.

Per ultimo raccontaci di questi disegni di donna che troviamo nel libro e sulla copertina.

Alcuni dei disegni all’interno del libro e la copertina sono stati curati dalla mia tatuatrice e artista di fiducia, oltre che amica, Federica Obinu.

Apprezzando il suo stile, le ho chiesto se se la sentisse di trasporre in disegno quello che le arrivava dalla lettura delle poesie. Ha accettato, ammettendo che sarebbe stata una sfida, qualcosa in cui per la prima volta si cimentava.

Ha superato ogni aspettativa. E sono fiera che abbia fatto parte del progetto.

Questi volti di donna, così marcati e sofisticati, sono il ritratto stesso della poesia, che osserva, sente e riporta.

In piccola parte, anche di me. La lirica ha contribuito a rendermi donna, alla scoperta di emozioni e desideri ai quali non sapevo dare un nome, alla mia evoluzione. So che non sarei la stessa persona senza averla accolta nella mia vita, nonostante comporti spesso dolore.

Il richiamo frequente al simbolo della lampadina, tanto caro, è un’umile riconoscimento a me stessa. Come tutti, ho superato prove che hanno messo a dura prova non solo l’energia bensì la volontà di lottare. Ma quel famoso clic, questa volta usato per accendere la luce, ha finito per rischiarare i miei passi e il mio futuro! 

Ti vorrei ringraziare di aver accettato la partecipazione al nostro salotto letterario e ti abbraccio anche se solo virtualmente.

Barbara Gabriella Renzi

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui