Bob Dylan a Roma: torna in Italia il Never Ending Tour

Bob Dylan a Roma

La domanda è sempre la stessa: chi è Bob Dylan?

Se lo chiedono in tantissimi, non solo i suoi fans, da più di cinquant’anni. È il cantante folk poeta della contestazione giovanile? È il primo ribelle della musica rock anni ’60? Oppure è quello della svolta religiosa di fine anni ’70? Anzi, è il musicista che si è reinventato crooner negli ultimi due decenni?

Forse, semplicemente, Bob Dylan è tutti e nessuno di questi. Ma la domanda rimane e se la fa anche il pubblico che ha assistito al ritorno in Italia col suo Never Ending Tour, una serie di concerti che vedranno il menestrello di Duluth esibirsi per tutto aprile a Firenze, Genova, Mantova, Milano, Jesolo e infine Verona. Concerti iniziati però a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, con tre serate dal 3 al 5 aprile.

Anche, o forse soprattutto ascoltandolo cantare e suonare, la domanda rimane fortissima: chi è veramente Bob Dylan?

È il più grande cantautore di tutti i tempi (non ho messo il forse, qui il soggettivo non ha spazio) e questo basta a lui e dovrebbe bastare agli altri. Arriva sul palco puntualissimo alle 21, un palco minimal in cui non c’è spazio per scenografia o megaschermi. Inizia a suonare al piano, a cantare, e così va avanti per quasi due ore senza una parola verso il pubblico, un’introduzione ai vari brani, un saluto all’inizio o alla fine. Bob Dylan è lì in quello spazio metafisico in cui si concentra la sua esibizione, vuole solo divertire il pubblico e divertirsi attraverso la musica e i suoi testi. Niente di più, niente di meno.

Non a caso, anche l’atmosfera circostante è perfetta per lo scopo, forse Dylan ha scelto il luogo apposta. Nella grande sala Santa Cecilia, con 2.800 spettatori tutti assiepati senza una sieda libera, si sta seduti e si ascolta. Non c’è spazio per ballare, non si può saltare in piedi, sono rigorosamente vietate anche le foto (quelle dei giornalisti incluse). Si può solo e soltanto ascoltare la musica di Dylan e, in un certo senso, assorbirla.

E proprio vivendo quella musica lo spaesamento diventa più costante.

Se la serata parte con tre grandi classici del repertorio più noto di Dylan – Don’t think twice it’s all right, Highway 61 revisited, Simple twist of fate – il resto è preso dagli album più recenti oppure dalle rivisitazioni più audaci. Così, quando tornano i grandi classici, ci vuole del tempo per riconoscere Tangled Up in Blu, oppure scorgere le parole indimenticabili di Desolation Row. Se qualcuno va ad un live di Dylan sperando di sentire i suoi grandi successi nella maniera canonica ha sbagliato tutto: un po’ per sfida, un po’ per divertimento, un po’ per la grande passione che lo porta ad esaltarsi e reinventarsi sempre, i testi sono quelli ma gli arrangiamenti cambiano, di volta in volta. Dylan non fa mai la stessa canzone uguale, e anche l’immortale Desolation Raw sembra nuova.

Reinventarsi, e appunto cambiare, sono i cardini che ci fanno porre la domanda iniziale. Dylan passa dal rock puro al folk al blues, entusiasmando la folla, e si alza dal suo pianoforte per cantare in piedi solo tre volte, per tre cover che lo immergono nella pelle del cantante confidenziale. Forse è la mimetizzazione meno riuscita, perché i pezzi più deboli sono proprio quelli cantati in piedi. Ma è l’ennesimo conferma di come Dylan voglia sempre ribaltare le aspettative.

La voce inconfondibile per quanto ermetica all’ascolto, e la bravura dei musicista al seguito fanno il resto. La cornice austera della sala forse tronca leggermente l’entusiasmo, ma è la musica e il continuo senso di sorpresa a farla da padrone. E quando alla fine, tornando sul palco per il doveroso bis, lascia libere le parole magiche di Blowing in the Wind in una melodia che non è assolutamente la sua, siamo convinti di una cosa: pur vedendolo dal vivo lì davanti ai nostri occhi ancora non si capisce chi sia Bob Dylan, e va benissimo così.

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Emanuele D’Aniello

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