Una volta è abbastanza, un viaggio nel dialetto marchigiano

Rizzoli editore

Un romanzo che racconta le Marche e non solo. Un romanzo che racconta anche le donne. Il lavoro, il riscatto, l’amore. Tutto questo è il nuovo romanzo di Giulia Ciarapica, Una volta è abbastanza, uscito per i tipi di Rizzoli Editore.

Avevamo già avuto modo di recensire un manuale di Giulia Ciarapica, Book Blogger, edito da Fazi editori. Ora, invece, la giornalista marchigiana si propone in libreria con un romanzo che cambia l’immagine che abbiamo avuto finora di lei: da blogger ad autrice.

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Una volta è abbastanza è un romanzo che non ti aspetti.

Non te lo aspetti perché, sebbene si inserisca all’interno della strada già battuta delle saghe familiari, il romanzo ci racconta le Marche e la vita seminascosta nell’anonimato di tante persone che hanno ricercato nel lavoro il proprio riscatto.

La guerra sta finendo anche Casette d’Ete. Tempo e spazio si definiscono immediatamente.

Il conflitto ha provato soldati e civili, ma, intanto che a Roma decidono il da farsi per il futuro del Paese, gli animi si riempiono di speranza e di voglia di riscatto. Bisogna guardare al futuro. Si deve guardare al futuro.

Giulia Ciarapica racconta una storia d’amore importante, quella tra Valentino e Giuliana, ma anche una relazione forte e complicata quale quella tra le due sorelle, Giuliana ed Annetta. Dietro ciascun personaggio si cela una realtà difficile, in cui questioni personali, dinamiche lavorative e lo scontro con la Storia si mescolano, accavallandosi e sovrapponendosi di continuo.

Tra il tempo e lo spazio è quest’ultimo il grande presente: Casette d’Ete.

Tematiche sociali e lavorative, come l’autonomia femminile, l’emancipazione, i rapporti paritari tra uomo e donna, vengono perfettamente resi senza rischi di anacronismi. I luoghi, prima ancora dei tempi, si fanno ampiamente sentire.

Ma è all’interno dello spazio che si declina uno degli aspetti più significativi del romanzo: il dialetto.

Il dialetto marchigiano (del fermano, per la precisione), balza all’occhio. Parliamo di una perla rara se pensiamo alla produzione culturale italiana. Da sempre il dialetto romano, napoletano, siciliano, toscano hanno riempito pagine di letteratura e pellicole cinematografiche. Il “parlato” marchigiano non compare quasi mai e molto spesso viene confuso e mescolato con quello umbro o laziale.

Qui invece il dialetto viene usato nella sua forma più pura. La formazione filologica dell’autrice ha trovato degnamente giustizia in quanto la resa grafica di una lingua ormai prevalentemente orale risponde in toto all’effetto desiderato. Giulia è pioniera anzi tutto.

Ma andiamo oltre. L’uso del dialetto non è solo compiacimento filologico. La lingua in questo caso serve anche a denotare i personaggi, uomini e donne di umili origini. Emerge un’istanza di realismo, attraverso la quale si veicola la contestualizzazione sociale dei personaggi. L’uso stratigrafico del dialetto consente di immergere il lettore in un contesto di estrema povertà, in cui l’istruzione era pressoché assente. Valentino, Giuliana, Annetta partono tutti da zero, senza quegli strumenti formativi che oggi abbiamo a disposizione. Questa “mancanza” fa risaltare ancor più il genio dell’uomo che si manifesta attraverso il lavoro.

Il vernacolo ha, inoltre, anche lo scopo di connotare i nostri paladini. L’uso di espressioni pittoresche (i marchigiani sono abili bestemmiatori, al pari dei toscani) contribuisce a scolpire e a dare spessore a caratteri che altrimenti rischierebbero di rimanere appiattiti, cedendo all’anonimato.

Il dialetto scolpisce a tutto tondo anime complesse e delinea rapporti profondi. Allo stesso tempo configura un quadro di una ben definita società.

Il dialetto è ritrattista e paesaggista insieme.

C’è, infine, un aspetto ancora più importante da mettere in luce.

La lingua come luogo, la lingua intesa come legame profondo con la terra.

I personaggi, sia principali che minori, non parlano sempre in dialetto. Si nota sin dalle prime pagine che essi alternano italiano e vernacolo anche all’interno dello stesso dialogo. Ben presto ci accorgiamo che il dialetto viene usato dai personaggi nei momenti di maggiore irrazionalità, quando la rabbia incalza o quando sorge la necessità di dire le cose come stanno. Quando la ragione cede il passo all’instinto, ecco che viene meno l’artificio della lingua nazionale e affiora il dialetto.

Il dialetto è la lingua che hanno appreso sin dalla nascita, è la lingua della quotidianità, è la lingua dei gesti e dei sentimenti.

La lingua è ciò che la terra ha fornito loro. Si identifica non solo con i personaggi ma con il luogo stesso da cui proviene. Casette d’Ete è sorretta da questo dialetto verace e pragmatico, quasi astioso nei suoni e schietto nell’osservazione della realtà.

Da marchigiana, in conclusione, posso solo ringraziare l’autrice per avere reso omaggio alla nostra terra in un modo così genuino e appassionato, temo, mai visto prima. Giulia Ciarapica ha colto molto bene questo senso di appartenenza alla sua regione che, come spesso lei stessa ricorda, non è mai abbastanza raccontata.

Serena Vissani

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