“L’uomo del labirinto”, il gioco noioso di Donato Carrisi

L'uomo del labirinto

Al cinema dal 30 ottobre, “L’uomo del labirinto” è il secondo film diretto dallo scrittore Donato Carrisi e tratto da un suo romanzo.

“L’uomo del labirinto” è un thriller psicologico, tratto dall’omonimo best seller dello stesso regista Donato Carrisi. “Questo è un gioco?” è la domanda che all’inizio l’inquietante vittima del maniaco pone allo psicologo profiler che la interroga stranamente aggressivo. Ma è anche la domanda che si farà lo spettatore alla fine del film. “L’uomo del labirinto”, infatti, sembra, da un lato, un gioco che Carrisi ingaggia con lo spettatore; dall’altro il divertissement del regista, alle prese con una grande produzione.

È la seconda volta che Carrisi scrive un romanzo dal successo internazionale e poi ne realizza un film. Era già accaduto con “La ragazza nella nebbia”, che aveva fruttato al regista un David di Donatello come miglior esordiente.

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La trama de “L’uomo del labirinto” è quella tipica di un film di genere, con la caccia ad un maniaco che sfugge con astuzia.

Samantha Andretti (Valentina Bellè) è stata rapita quando era adolescente. Quindici anni dopo, si risveglia in una stanza d’ospedale senza ricordare dove sia stata, né cosa le sia accaduto in tutto quel tempo.

Accanto a lei c’è un profiler, il dottor Green (Dustin Hoffman). Sostiene che l’aiuterà a recuperare la memoria e che insieme cattureranno il mostro.

Bruno Genko (Toni Servillo) è un investigatore privato, malato, a cui restano due mesi di vita. Quindici anni prima è stato ingaggiato dai genitori di Samantha per ritrovare la figlia. Adesso sente di avere un debito con la ragazza e vuole catturare l’uomo senza volto che l’ha rapita.

Inizia così una lotta contro il tempo. Sia l’investigatore, sia il profiler vogliono scoprire la verità sul rapitore e sul labirinto pieno di porte dove Samantha sembra sia stata rinchiusa per tutti quegli anni. Dietro ogni porta si nasconde un enigma da risolvere, un inganno da svelare.

Intorno ai tre protagonisti si muovono molti altri personaggi, tutti ambigui, ognuno a modo suo.

Se guardassimo “L’uomo del labirinto” come un film di genere, potremmo restarne anche soddisfatti, come chi cerca di scoprire l’inganno e il colpevole in un giallo di Agatha Christie. Infatti, il film è ansiogeno quanto basta, soprattutto nella prima parte. Valentina Bellè nelle prime scene offre un’interpretazione inquietante al punto giusto.

Carrisi è bravo a disseminare nel film dei dettagli, che dovrebbero diventare degli indizi per “aiutare” o, meglio ancora, confondere lo spettatore che vuole risolvere l’enigma. E lo spettatore sta al gioco, come Samantha. D’altronde, nessuno dei due ha scelta. L’una è inchiodata in un letto d’ospedale, l’altro ha pagato il biglietto per entrare al cinema.

Peccato, però, che tutti quei personaggi ambigui e quei dettagli tendano a rendere il film confusionario e, a lungo andare, quasi esasperante.

I due superbi attori, Dustin Hoffman e Toni Servillo, nemesi l’uno dell’altro, fanno egregiamente il loro lavoro anche stavolta. È evidente che hanno molto curato la costruzione dei loro personaggi, che dovevano essere antitetici.

Bruno Genko è un investigatore privato alla Chandler. Così lo definisce il suo interprete Servillo aggiungendo che “per questa sua condizione di solitudine e per il suo lavoro quasi volgare … è un po’ cialtrone, astuto, trasandato”. Green è uno psicologo che dosa empatia e freddezza, al mero scopo di carpire informazioni alla vittima. Ma è molto misterioso e solo alla fine si svelerà il suo vero ruolo.

Ovviamente, non bastano ottime interpretazioni e una trama accattivante per evitare di fare un film che, superata la prima mezzora, è tendenzialmente noioso.

Certo, non mancano alcuni elementi apprezzabili. Innanzitutto, i richiami a personaggi ed elementi narrativi dalla doppia faccia, favolistica ed horror. Il labirinto è un gioco, ma anche un posto dove è difficile scappare ad un inseguitore. Un coniglio è un animale tenero, ma qui è stato utilizzato – come spesso era già accaduto al cinema e non solo – come soggetto terrificante. E poi c’è un’Alice, che ovviamente richiama il racconto di Lewis Carroll. Anche qui, però, i richiami sono divertenti, ma non convincenti. In alcuni casi sembrano proprio messi lì solo per il gusto di infilarceli.

Interessante è l’ambientazione assolutamente irrealistica e sospesa in un’epoca indefinita, con paesaggi e tecnologia contemporanei e oggetti vintage anni ’90 o giù di lì.

Infine, Carrisi è riuscito nel suo intento di girare un film con un’atmosfera piena di colori, tanto che sembra ispirato più ad una graphic novel che ad un romanzo giallo.

Anche se la buona volontà e gli sforzi economici non sembrano essere mancati, a fine proiezione de “L’uomo del labirinto,” il commento è un grande “Mah”!

Stefania Fiducia

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