La Ragazza nella Nebbia, Donato Carrisi si sdoppia dal libro al cinema

La Ragazza nella Nebbia

“La prima regola di un grande romanziere è copiare”

Lo ammette spudoratamente Donato Carrisi, mettendo la frase in bocca ad un suo personaggio, ed è lodevole. Non solo perché detta in un momento chiave della storia, cambiando tutto ciò che viene dopo ed è stato visto prima. Ma soprattutto perché mette in moto un corto circuito metacinematografico e metaletterario tale da far cambiare completamente prospettiva al giudizio su La Ragazza nella Nebbia.

Carrisi, in poche parole, ammette di copiare da sé stesso, debuttando alla regia cinematografica con l’adattamento di un suo popolarissimo romanzo. E come il Carrisi regista copia dal Carrisi scrittore, quest’ultimo dichiara che il romanzo è un collage di chissà quante idee viste dai gialli e dai thriller degli ultimi decenni.

Jean-Luc Godard una volta ha detto “non importa da dove trai le cose, è dove le porti da lì in poi”. E ancora Jim Jarmusch è andato oltre dicendo “nulla è originale, rubate da ovunque risuoni originalità o stimoli la vostra immaginazione […] Selezionate soltanto le cose da cui rubare che parlano direttamente alla vostra anima. Se lo farete, il vostro lavoro, e rapina, saranno autentici. E non vi preoccupate di mascherare il vostro furto, celebratelo se è quello che vi sentite di fare”.

E dimane se Donato Carrisi lo ha celebrato.

La vicenda di La Ragazza nella Nebbia è un giallo che più classico non si può. Ruba dalla cronaca vera, raccontando la sparizione di una ragazzina in una piccolo paesino del Nord Italia che può ricordare innumerevoli, purtroppo, casi visti al telegiornale. Ruba dalle altre storie del genere, inserendo qua e là cliché narrativi che gli amanti delle detective story conoscono perfettamente. E soprattutto ruba dall’estetica dei grandi thriller contemporanei, e sottolineare i riferimenti a film e serie tv è quasi superfluo per quanto sono evidenti (ma al tempo stesso è anche naturale che regista debuttante sia influenzato a ricreare ciò che lo circonda).

Ciò che quindi rende La Ragazza nella Nebbia veramente interessante non è la sua storia, la trama, il modo in cui dipana e riavvolge l’intreccio. E nemmeno il suo colpo di scena, ovviamente. Semmai, è il modo in cui Carrisi cattura la manipolazione dei media e come essi ormai siano i veri giudici dei grandi casi di cronaca. E soprattutto, l’elaborazione costante dei cliché, un gioco a più livelli di ispirazioni e copiature utilissimo a comprendere il puzzle del colpo di scena finale.

Come film allora non possiamo perdonare a La Ragazza nella Nebbia una serie di ingenuità registiche, un’estrema semplicità nella messa in scena, nella banalità fittizia di alcuni anacronismi. Non perdoniamo nemmeno la recitazione vistosamente teatrale di Toni Servillo, deleteria per un protagonista dalla psicologia così ambigua. E già che ci siamo, anche l’ultimissima rivelazione è completamente inutile. Come operazione artistica però, come rielaborazione fedelissima di un romanzo al cinema, come gioco dei ruoli in cui Carrisi sfrutta a suo piacimento i luoghi comuni e proietta la medesima azione ad un personaggio che ammette e approfitta dell’abilità di copiare, La Ragazza nella Nebbia va applaudito convintamente.

Partendo da una storia classica e da abusati luoghi comuni, diventa un qualcosa di unico nel panorama cinematografico italiano.

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Emanuele D’Aniello

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