Roma 2019: The Farewell, a volte mentire è la cosa migliore

the farewell

Prendiamo subito la primissima scena di The Farewell, una conversazione telefonica tra nonna, in Cina, e nipote, a New York. Una scena breve, semplice, canonica. Eppure, in questo scambio, le frasi dette dalle due sono tutte bugie. Non è certo una bugia il sincero e profondo affetto tra le due, eppure non (si) dicono mai la verità.

Un piccolissimo ma formidabile esempio di scrittura che rende bene l’idea del perché, oltre la sua tematica, della quale parliamo a breve, The Farewell funzioni.

C’è l’equilibrio perfetto tra dramma e commedia. La bravura di non essere mai pesanti e manipolatori quando sono in gioco i sentimenti. La sagacia di evitare i momenti forzatamente cool che corrodono una parte del cinema indipendente americano. Un equilibrio che regge per tutta la sua durata, perché The Farewell racconta di sentimenti, drammi personali e comuni, desideri e speranze toccando la radice del modo con cui affrontano tali temi nel corso della vita: il proprio retaggio culturale.

Di fronte all’annuncio della malattia, in Oriente si sceglie di mantenere il segreto alla persona che soffre. Una bugia a fin di bene, per non appesantire gli ultimi tempi e vivere esperienze comuni il più leggere e reali possibili. Una bugia buona, che in Cina si decide insieme, prepara insieme e affronta insieme. Infatti nel film la famiglia protagonista vive l’intera esperienza insieme, mettendo davanti al diritto alla conoscenza l’importanza della loro cultura.

Allora, ancora prima che una storia sulla malattia (la sofferenza, le cure e le lacrime che solitamente vediamo in questi film, qui sono quasi assenti) The Farewell è un racconto antropologico. Un racconto interessato a scoprire come un’altra cultura affronti la malattia dal punto di vista della vita, non della morte, e tutto ciò che tale retaggio comporti. E un approccio antropologico, inevitabilmente, è un approccio anche e soprattutto gastronomico. Noi siamo quello che mangiamo, e l’incredibile cultura culinaria cinese è messa in primissimo piano nel film: si mangia tanto, in continuazione, e sempre insieme. L’importanza di condividere e vivere uno dei pochissimi momenti nel quale una famiglia è insieme, ovvero intorno a una tavola imbandita, ha qui una forza incandescente.

La leggerezza umanissima del tono è ciò che permette al film, quando arriva la commozione, di toccare vette di estrema sincerità sentimentale. La prospettiva culturale e non personale è ciò che garantisce al film una profonda analisi sull’importanza dello stare insieme. Certo, rimane il fatto che in ogni cultura è sempre difficilissimo dirsi addio, soprattutto quando inevitabile. Ma forse il segreto per superarlo è proprio quello, il più semplice davanti ai nostri occhi: non chiuderci, non rimanere soli, ma stare insieme condividere.

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Emanuele D’Aniello

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