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Quello che non uccide, uomini che odiano il cinema

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Parafrasando una celeberrima battuta di Casablanca, possiamo dire che, nonostante Quello che non uccide, “avremo sempre il film di David Fincher”.

Ora, so benissimo che partire con i paragoni è fortemente ingeneroso. E forse anche non giusto, essendo questo nuovo film non un sequel di quello del 2011, e nemmeno un vero reboot, ma un adattamento dei romanzi americani della saga Millenium. C’è da dire che, non a caso, l’americanizzazione che parte dalle pagine si percepisce anche in ogni scelta narrativa del film.

Non abbiamo più davanti, pertanto, una complessità di ruoli e situazioni con forti sfumature morali incarnate da una interessantissima protagonista asociale quasi ai tratti della pericolosità, ma comunque interiormente fragile. No, dimenticate quelle atmosfere. Adesso con Quello che non uccide abbiamo davanti un generico thriller action come ce ne sono a centinaia.

Un peccato, perché trovarsi a disposizione una tale storia e galleria di personaggi, e poi utilizzarli nella maniera più banale possibile, è un grande spreco. Anzi, in un certo senso nemmeno utilizzarli: è come se la personalità di Lisbeth non ci fosse, e al suo posto potrebbe esserci qualsiasi altra figura interscambiabile da action.

Peccato supplementare perché Claire Foy è molto brava, ad iniziare dal lavoro sull’accento e sulla fisicità. Ma da sola non può salvare un film che propone la versione più inutile di sempre di Mickael Blomquist, un villain che definire cartoonesco è riduttivo, e una trama che pare uscita da una fan fiction di basso livello.

Non vorrei nemmeno sparare così tanto a zero su Quello che non uccide, ma definirla solo “una visione godibile” dovrebbe essere il requisito minimo indispensabile, non l’unica cosa positiva di un film.

Fede Alvarez non ha sottigliezza di Fincher, e nemmeno la sua spinta all’esplorazione dei comportamenti umani. Le sue evidenti armi sono quelle di raccontare semplicemente una storia di genere. Il problema è la poca cura e infima originalità con la quale è trattata.

Lisbeth improvvisamente è un qualsiasi vigilante, che passa la prima metà del film a sembrare Batman, e la seconda a vestire i panni di Bond. Proprio quelle spy stories scanzonate – ma fidatevi, le peggiori – sembrano essere alla base di questo film, con tanto di presenza di tirapiedi del villain e piani di distruzione di massa.

Partendo da una storia personale che più banale non si può (raccontata inoltre con immagini e metafore più marcate possibili), che umanizza fin troppo Lisbeth facendole perdere la sua grandiosa unicità, arriviamo ad un subplot che coinvolge il furto di un sistema missilistico nucleare.

Sì, in questo film Lisbeth deve impedire un furto nucleare. Improvvisamente, Quello che non uccide si abbandona senza motivo ai cliché peggiori dei film di Bond o Mission Impossible.

Verrebbe davvero da chiedersi perché, ma la ricerca della risposta sarebbe inutile quanto la risposta stessa. Rimane, quindi, un film brutto e inutile che ha azzoppato sul nascere una saga interessante e soprattutto diversa. Ora, di diverso non c’è più nulla. Lisbeth, ci mancherai.

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Emanuele D’Aniello

Ad ogni dolce il suo vino: una guida veloce per non sbagliare

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Un buon bicchiere di vino non si beve solamente per accompagnare un lauto pranzo ma è possibile abbinare il vino anche a fine pasto, associandolo al dolce.

A tal proposito esiste una grande varietà di vini per dolci, ideali per accompagnare e valorizzare i più svariati dessert. La regola fondamentale dell’abbinamento vino dolce è che a un dolce si deve sempre abbinare un vino dolce.

Ma non sempre è facile abbinare un vino ad un dessert, in quanto nella scelta si devono tenere conto di molte cose, ma soprattutto non deve mancare la creatività, con l’obiettivo di trovare un vino che si addica al piatto dolce al quale si vuole associare.

Nel caso di abbinamento tra dolci e vini bisogna tenere conto di diversi fattori come la pasta impegnata per il dessert, il tipo di cottura, oltre alle sensazioni aromatiche e speziate. Tutti elementi fondamentali per far si che si possa fare il più corretto abbinamento.

Le diverse tipologie di vini per dolci

Per quanto riguarda la vasta scelta di vini per dolci tra i più usati vi sono sicuramente i vini passiti, che si distinguono per il sapore non solo dolce ma anche aromatico. Questa tipologia di vino deriva dall’appassimento dell’uva che può avvenire in modo naturale o forzato attraverso sistemi di ventilazione. Questa tipologia di vino è spesso associata a dolci fragranti come crostate e cantucci ma anche a dolci a base di pasta di mandorle.

  • I vini liquorosi, invece, sono quella tipologia di vini a cui è stata aggiunta una quantità di alcol. L’alcol, in questo caso, può essere aggiunto durante la fermentazione o al termine del processo di produzione del vino. L’aggiunta di alcol oltre a conferire al vino un gusto dolce, ha lo scopo di migliorare la conservabilità del vino stesso. Tra i vini liquorosi più noti vi è senza dubbio lo Sherry, il Marsala e il Moscato di Pantelleria. I vini liquorosi sono spesso associati a dolci secchi, a base di pasta frolla, pasta sfoglia e pasta brisè.
  • I vini aromatizzati, sono considerati un’altra tipologia di vini per dolci, e questi si distinguono dagli altri perché sono una bevanda ottenuta da più prodotti vitivinicoli, come vini, spumanti, vini frizzanti e liquorosi. Al vino aromatizzavo vanno aggiunti: alcol, coloranti, mosto di uve, edulcoranti, aromi, erbe e spezie. Fanno parte della categoria di vini aromatizzati il Barolo e il Vermut. Solitamente i vini aromatizzati vanno abbinati a dolci come i bignè, sia ripieni di cioccolato che di crema.
  • Mentre i vini spumanti dolci, sono quei vini dolci ideali per gli amanti delle bollicine. Tra questi troviamo l’Asti Spumante, il Moscato e la Vernaccia. Solitamente questo genere di vini va associato a dolci lievitati, come babà, panettone, pandoro, brioche e pan di spagna.

Come ultima tipologia di vini per dolci troviamo i vini fermi dolci, che sono vini dolci ma senza bollicine, tra i più comuni troviamo la Malvasia e diverse tipologie di Moscato. I vini fermi dolci sono ideali se accompagnati a dolci secchi e frutta secca o candita.

“Le terrificanti avventure di Sabrina” fanno tremare Netflix

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Le terrificanti avventure di Sabrina arrivano su Netflix il 26 ottobre. Abbiamo avuto modo di poter visionare la serie in anteprima e, sì, confermiamo che anche questa volta il colosso statunitense ha fatto centro.

Sabrina Spellman è tornata. Dimentichiamoci la simpatica streghetta interpretata da Melissa Joan Hart, e dimentichiamoci la divertente e smaliziata complicità tra le due zie di Sabrina, Hilda e Zelda.

Dimentichiamoci l’irriverente Salem, gatto parlante. Poi, dimentichiamoci le risate di sottofondo e la leggerezza di una serie pastellosa.

Le terrificanti avventure di Sabrina sono bel altro. Fanno paura. Da ridere c’è veramente molto poco. E in tutta questo, la Sabrina Spelmann che ne viene fuori è decisamente una tipa tosta. Merito anche della sua interprete, la brava Kiernan Shipka, visino pulito, sguardo determinato e sorrisetto malizioso.

Le terrificanti avventure di Sabrina

Andiamo per ordine però.

Una cittadina in cui sembra essere sempre Halloween. Così ci viene presentata Greendale. Quei bei paesaggi autunnali, cupi e fiabeschi, in cui il male si nasconde strisciando dietro le tue spalle, tra campi di zucche e alberi degli impiccati.

Sabrina è una mezza strega. Abita con due zie, Hilda e Zelda. Streghe anche loro, cattivelle, devote a Satana (“sia lode a Satana“, lo sentirete ripetere più di una volta). Casa Spellman è anche il centro dell’attività di famiglia, un’agenzia di pompe funebri.

Le terrificanti avventure di Sabrina

Nelle grandi stanze che odorano di incantesimi in latino da ripetere solo alla luce del giorno, si aggira Ambrose, cugino di Sabrina, bellissimo, pantasessuale, agli arresti domiciliari ormai da anni.

Sabrina vive la sua vita consapevole di ciò che è, una mezza strega. Consapevole che allo scoccare dei suoi sedici anni, nella notte di Halloween, alla luce di una luna rossa sangue, avverrà il suo battesimo oscuro: scrivere il suo nome nel libro della bestia.

E la bestia, signori, vi assicuro che fa davvero paura. Paura e orrore come il male assoluto.

Sabrina è contesa dalle forza del male – incarnate dalla sensuale Madam Satan e dall’ambiguo Padre Blackwood – bullizzata, vessata suo malgrado dall’ingombrante presenza delle zie, indotta al senso del dovere nel nome degli Spellman.

Le terrificanti avventure di Sabrina

Sola nel decidere sul da farsi. Incerta su quale cammino intraprendere, anche se una strada è stata già scelta per lei. E il tormento di non poter aprirsi con i suoi migliori amici, con il suo ragazzo, Harvey Kinkle (interpretato da Ross Lynch).

Il tormento, il vero tormento, è dover per forza scegliere, rinunciare a una parte di lei per un’altra: la Sabrina strega o la Sabrina umana.

Cosa succede, quindi, se invece di sottomettersi, Sabrina decide di rivendicare il diritto di scegliere e di dire di no?

È qui che la serie di Netflix, creata da Roberto Aguirre-Sacasa, fa boom.  Perché Sabrina incarna una determinazione e una emancipazione che non guarda in faccia a nessuno. E pazienza che davanti a lei sbuffi e imprechi Satana in persona.

Senza però dimenticare che ci troviamo di fronte ad una adolescente, speciale, sì, ma sempre adolescente. Sabrina ha paura e lo ammette. Ha nostalgia dei suoi genitori. E’ spavalda ma razionale. Crede in sé stessa ma sa chiedere aiuto. Sbaglia e si fa carico delle sue responsabilità. Soprattutto, Sabrina Spellman ha rispetto per il prossimo.

Le terrificanti avventure di Sabrina

Piace decisamente la Sabrina che non obbliga ma invita gentilmente un famiglio a collaborare con lei, dando vita al tenero sodalizio con il gatto Salem.

Piace la Sabrina che affronta, con coraggio, malizia e un po’ di sana cattiveria, i bulli della sua scuola, la Baxter High, e le bulle dell’accademia delle arti oscure, le Weird Sisters.

Ma di Sabrina e delle sue terrificanti avventure, è piaciuta molto anche l’importanza che viene data ai rapporti umani. E non mi riferisco solo alle figura di Harvey Kinkle della battagliera Roz o della tenera Susie, amici umani di Sabrina. Nell’universo Spellman, ogni rapporto umano diventa vitale, reale, amaro come può esserlo, a volte, nel nostro quotidiano; impiastricciato, goffo, emotivamente sfiancante.

Come quello tra le due sorelle Spellman Hilda e Zelda (interpretate magnificamente da Lucy Davis e Miranda Otto) non così idilliaco, non così privo di affetto.

Per il resto, ci troviamo di fronte ad una serie decisamente horror. Divertente e sadica al punto giusto: apparizioni di fanciulle sgozzate che fanno capolino dalle porte, demoni dai piedi caprini, possessioni e fantasmi bambini piovono dal cielo su Greendale evaporando come nebbia.

Le terrificanti avventure di Sabrina

Le streghe sono tornate e fanno paura. Il diavolo fa paura. Il male fa paura. Ma la determinazione e la resistenza, unitamente alla consapevolezza di sapere ciò che si è e ciò che si vuole, possono capovolgere qualsiasi situazione. Anche la più disperata.

Conosci i tuoi nemici, impara tutto ciò che c’è da sapere sul tuo avversario e combatti per ottenere ciò che ti spetta, è il saggio consiglio di un vecchio avvocato a Sabrina.

Possiamo allora provare a farlo anche nostro.

Perché, anche se non abitiamo a Greendale, anche se non siamo figli di uno stregone, anche se i nostri demoni non hanno  un aspetto caprino mentre risalgono sbuffando fuoco dalle profondità di una miniera, non è detto che i nostri incubi siano meno terrificanti di quelli di Sabrina Spellman.

Chiara Amati

Stanlio & Ollio, il tenero viale del tramonto

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Alzi la mano chi ha riso almeno una volta vedendo una gag di Stanlio & Ollio. Anche se siete giovanissimi e non li avete mai visti, usate youtube, e vi sfido a non farvi strappare almeno una risata.

Certo, ora moltissime delle loro gag appaiono tremendamente datate, estremamente semplici. Ma quello che rimane fortissimo e fortunatamente immortale è lo spirito dietro quelle gag. La voglia infinita di divertire e divertirsi, l’amore innato e sconfinato per la propria arte.

Sembra quasi assurdo, pensandoci adesso, che il cinema, pur adattando qualsiasi storia vera e biografia, anche le più ignote e strampalate, mai prima d’ora si sia occupato di un biopic su Stanlio & Ollio. Sembra però fortunato che quel momento sia arrivato ora, nel 2018, quando il genere biopic evita spesso e volentieri la sindrome da pagina wikipedia.

Il film Stanlio & Ollio non racconta l’intera carriera del duo comico, e sarebbe anche impossibile, ma un preciso istante: il loro crepuscolo. Ritrovarli nel 1953, invecchiati, stanchi, arrugginiti, un po’ risentiti, è la perfetta fotografia per parlare non solo del loro apporto all’arte della commedia, ma anche di come le amicizie vere perdurino nei momenti difficili, e del prezzo da pagare quando la parola “ritiro” diventa un tabù.

Il film inizia con un meraviglioso piano sequenza di oltre 5 minuti ambientato nel 1937, all’apice della fama del duo comico. La scena è un vortice d’energia nel marasma della Hollywood d’oro. Stanlio & Ollio stanno girando uno dei tanti film parodia della loro enorme filmografia. Paradossalmente, pare appropriato che ora il film Stanlio & Ollio ricalchi la formula dei loro vecchi successi: grandi interpretazioni in film così così.

Dopotutto, questo Stanlio & Ollio non è certo un film rivoluzionario.

Ha una regia oserei definire di “appoggio”, una struttura semplice che batte tutti i tasti della costruzione drammaturgica, e non cerca mai alcuna pretesa stilistica o tematica. Un film godibile ma innocuo, elevato dalle grandi interpretazioni dei protagonisti e da una palpabile dolceamara tenerezza per i personaggi.

Steve Coogan e John C. Reilly sono letteralmente impressionanti nei loro ruoli, calati nella parte in ogni senso. La somiglianza fisica con i veri Stanlio & Ollio può essere reale, nel caso di Coogan, o artificiale, nel caso di Reilly, ma entrambi sono perfetti nel ricreare la mimica dei due comici senza cadere mai nell’imitazione. Lo testimonia soprattutto la magistrale ricostruzione di alcuni famosi sketch, nei quali la precisione della fedeltà dei tempi comici non deve essere stato un impegno da poco.

La chimica tra i due protagonisti, così come quella dei loro personaggi reali, è davvero la spina dorsale di tutto. Il film non nasconde mai una tenerezza e un sincero amore per il mito di Oliver Hardy e Stan Laurel, un sentimento che mantiene sul filo la riproposizione delle vecchie esibizioni tra il patetico e il commovente. È vero, probabilmente i due a oltre 60 anni avevano perso lo smalto e non potevano più affrontare la scena. Ma c’è realmente qualcosa di magico nel sapere che non volevano mollare, che riuscivano ancora a strappare più di qualche risata, che con delle gag essenziali riuscissero ad allietare la vita difficile di tante persone.

Il film è un testamento sull’importanza della comicità, e della capacità di far ridere, in un mondo così imperniato da dolori e momenti brutti. Soprattutto, è un delicato e toccante ritratto sull’importanza dell’amicizia quando si lavora e si crea.

Più di tanti altri film sicuramente migliori, questo Stanlio & Ollio ha un enorme pregio: la sincerità. Con profondo rispetto verso i due leggendari comici, con tanta ammirazione e onesto affetto, ci ricorda quanto sia bello ridere. Possibilmente in compagnia.

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Emanuele D’Aniello

Piccoli Brividi 2: i romanzi di R.L. Stine tornano al cinema

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Arriva nelle sale il film “Piccoli brividi 2” per un HALLOWEEN ancora più terrificante.

Vi ricordate la famosa saga di libri horror scritta da R.L. Stine?  Era il 1992 quando il famoso scrittore americano iniziava a pubblicare il suo primo romanzo di paura. I suoi spettacolari libri divennero ben presto un grande successo tra i ragazzi e furono immediatamente tradotti in 32 lingue. Milioni di generazioni sono cresciute tra i suoi terrificanti racconti e ora il sogno sembra essere diventato realtà. I libri finalmente prendono vita e si trasformano in un bellissimo film. Arriva nelle sale di tutti i cinema italiani a partire dal 18 ottobre “Piccoli Brividi 2”. Dopo il successo del primo film, si attendeva con trepidante attesa il secondo, che ci auguriamo essere di buon auspicio per una lunga serie di film fantasmagorici.

Nelle storie di Stine i protagonisti sono molteplici: dagli orsetti gommosi, agli gnomi che improvvisamente prendono vita, ai fantasmi di Halloween che girano inosservati nelle strade…

Se siete curiosi di sapere cosa vi aspetta in questo secondo episodio della saga, consiglio a tutti gli amanti del genere e della festa più attesa dell’anno, di correre al cinema, non rimarrete delusi.

Per calarvi meglio nella parte, vi consiglio di leggere alcuni dei suoi libri più famosi, come “Il pupazzo parlante”, da cui prende principalmente spunto questo secondo film, “Un tragico esperimento”, “La spiaggia degli spiriti”, “Il pupazzo parlante n.2”, “Il fantasma senza testa”, “Una giornata particolare”, “1,2,3, invisibile” e questi sono solo alcuni dei titoli più popolari dello scrittore, ma in base ai vostri gusti potrete sceglierne molti altri.

La trama del film racconta la vicenda di una famiglia, composta da Ian, dodici anni, sua sorella e sua madre. Visto che la mamma fa l’infermiera e lavora molte ore fuori casa, è la sorella maggiore ad occuparsi di Ian. Il vero protagonista della storia, però, è Slappy, il simpaticissimo pupazzo, a tratti crudele, tornato in vita dopo che Ian e un suo amico ritrovano e aprono un libro scritto proprio da Stine, dal titolo “Haunted Halloween”. “Halloween stregato” in una villa abbandonata.

piccoli brividi 2

 

Chissà come finirà? La storia è ambientata nella giornata di Halloween e l’epilogo si ha proprio nella notte delle streghe e dei fantasmi più paurosa dell’anno.

Ad interpretare lo scrittore R.L. Stine è l’attore Jack Black, che spunta quasi come una sorpresa, verso la fine del film, proprio come nel primo episodio. Da non dimenticare all’interno del film un Mr. Choo, che sarà fondamentale per il risvolto del finale… fan numero 1 della notte dei fantasmi e del mitico scrittore, saprà suggerire i trucchi giusti per “fregare” i fantasmi.

Inutile dire che il film è divertentissimo, pur se si tratta di un horror-adventure. Gli attori interpretano al meglio il loro ruolo e sono del tutto naturali.

Curiosità: Lo scrittore Robert Lawrence Stine nasce in Ohio, (Stati Uniti) ha scritto bel 87 romanzi di “Piccoli Brividi”. Ha iniziato la sua carriera di scrittore a soli 9 anni, quando trovò in soffitta una macchina da scrivere e non si fermò più.  Dopo il successo straordinario e del tutto inaspettato del primo film al cinema del 2015 dal titolo originale “Goosebumps”, che letteralmente significa “pelle d’oca”, che solo a dirlo già si provano 2 brividi lungo la schiena e le braccia, si è deciso di scrivere e girare un sequel.

Non perdetevi questo bellissimo capolavoro per un HALLOWEEN davvero simpatico e da brivido, che saprà creare quella giusta atmosfera tra “dolcetto e scherzetto”.

 

SCHEDA TECNICA:

TITOLO ORIGINALE: “Goosebumps 2”
DATA USCITA: 18 ottobre 2018
GENERE: Commedia, Horror, Avventura
LINGUA ORIGINALE: inglese
ANNO: 2018
REGIA: Ari Sandel
ATTORI: Madison Iseman, Jeremy Ray Taylor, Wendi McLendon-Covey, Caleel Harris, Ken Jeong, Chris Parnell, Ben O’Brien, Shari Headley, Courtney Lauren Cummings
PAESE: USA
DURATA: 90 Min
DISTRIBUZIONE: Warner Bros.

Alessandra Santini

La Donna dello Scrittore, ieri e oggi stranieri in terra straniera

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Quando si approccia la visione di un film tedesco, il pensiero stereotipato è sempre il solito: “oddio, l’ennesimo film sulla guerra, sui nazisti”. Onestamente, c’è da dire che spesso ci si azzecca. E, attenzione, anche La Donna dello Scrittore è un film sulla guerra e sulla Germania del 1940. Ma qui, però, entra in scena il colpo di genio che lo rende unico e originalissimo.

In poche parole, entra in scena il cinema.

Solo l’inventiva e le enormi possibilità che il cinema offre possono regalare un cambio di prospettiva così radicale, pur adattando un romanzo. Il regista Christian Petzold, ormai stanco di ricostruzioni storiche e film sulla guerra, ha deciso di traslare il 1940 ai giorni nostri. Così abbiamo un film ambientato nel 1940 con i nazisti, nella Francia invasa e occupata dai tedeschi, ma girato ai giorni nostri, con l’abbigliamento contemporaneo, le scenografie contemporanee, i locali di oggi, le macchine moderne che passano per strada. Non la tecnologia, quella no, perché quello è l’apice dell’anacronismo.

Una semplice mossa di ambientazione spostata che rende il film quasi sperimentale, sicuramente concettuale, e aumenta la sua debordante efficacia. Il regista invita così lo spettatore a ritrovare, purtroppo, il suo e nostro mondo dentro il 1940 anacronistico de La Donna dello Scrittore.

Che titolo orrendo, c’è da dire. Che traduzione completamente fuorviante La Donna dello Scrittore. Non è una storia d’amore tragica, come si potrebbe pensare. Non è una melodrammone, come il titolo italiano vorrebbe suggerire. Al centro non c’è una donna, non c’è nemmeno uno scrittore. Bensì, al centro c’è il tema dell’immigrazione, ieri come oggi. E allora il titolo originale Transit è ovviamente più adatto e sensato.

Quello che La Donna dello Scrittore ritrae è un mondo bloccato, cristallizzato in una perpetua indeterminatezza sociale e personale.

I personaggi del film sono letteralmente sospesi in uno spazio vuoto, un buco nero che non permette loro di tornare indietro o andare oltre. Lo stato di sospensione, in questo caso, è uno stato di solitudine e annullamento individuale: le persone in transito, che per definizione è solo uno spazio di passaggio, non uno spazio definitivo, non sono più persone perché non riescono a vivere una vita.

La situazione dei rifugiati, bloccati dentro un confine, bloccati nel loro status personale, è il disagio che la storia non riesce ad abbandonare. I rifugiati ci sono sempre stati, ci sono e sempre ci saranno. Il film, storicizzando il contesto ma togliendo al tempo stesso la storia dall’ambiente, crea un limbo nel quale sembra che i personaggi non vogliano nemmeno muoversi. Il non avere una casa nel presente, l’aver abbandonato una casa nel passato, e non sapere quale sarà casa nel futuro, trasforma queste anime in transito in blocchi di marmo che non sanno nemmeno più comprendere i propri sentimenti.

Peccato per qualche sottolineatura di troppo nel film, a cominciare da un voice over francamente asfissiante. Per quanto sia chiara l’idea di traslare la figura del narratore in noi spettatori, che comodi da casa guardiamo i rifugiati bloccati, questo strumento spezza i silenzi molto più adatti ad una storia simile.

Eppure, nonostante questo grande difetto, La Donna dello Scrittore rimane uno dei film più efficaci visti recentemente sul tema immigrazione. Lo è perché, prima di costruire la storia, capisce e costruisce uno stato d’animo. Prima di interessarsi alle vicende personali dei personaggi, si interessa alle vicende dei personaggi quali simboli.

Un film che annulla il tempo per una vicenda (purtroppo) senza tempo.

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Emanuele D’Aniello

I Medici 2: Lorenzo il Magnifico e gli intrighi di Firenze

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A due anni dal debutto televisivo della prima stagione, tornano su Rai 1 I Medici.

La storia va avanti, cambia la generazione. Durante la scorsa stagione il pubblico ha avuto modo di farsi affascinare dalla figura di Cosimo de’ Medici. In questi nuovi episodi che andranno in onda per quattro serate su Rai1 ogni martedì, il protagonista sarà l’esponente più celebre della famiglia. Stiamo parlando, ovviamente, di Lorenzo il Magnifico.

Lorenzo è stato una delle figure portanti del nostro Rinascimento. Non era solo un abile uomo politico, ma anche un grandissimo estimatore dell’arte. Negli anni in cui fu a capo della famiglia, accolse e protesse molti pittori, scultori, poeti, rendendo Firenze il gioiello artistico che ancora oggi attrae migliaia di turisti l’anno. Lui stesso si mise alla prova, componendo il Trionfo di Bacco e Arianna nel quale sono contenuti alcuni dei versi che ancora oggi siamo soliti citare come proverbio:

Quant’è bella giovinezza

che si fugge tuttavia!

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’e certezza.

Già dalla prima puntata, è evidente che la serie televisiva voglia mettere in risalto l’abilità politica e la sensibilità artistica di Lorenzo.

Guardando la nuova stagione è difficile non cogliere alcuni parallelismi con la prima. Innanzitutto si parte sempre dall’inizio del mito, da ciò che ha portato un uomo a diventare ciò che è diventato. Quindi in tutte e due le serie assistiamo al delicato passaggio di potere da un padre al figlio. Lo abbiamo visto da Giovanni a suo figlio Cosimo e ora da Piero a Lorenzo. A differenza di Cosimo, però, Lorenzo non assume il controllo della famiglia in maniera sofferta, poiché sin da bambino è stato preparato al suo ruolo. Le circostanze sono diverse: Cosimo prende le redini della famiglia quando essa è ancora in ascesa, mentre al nipote spetta il mantenimento dell’egemonia, compromessa dalle scelte del padre, Piero.

Anche questa nuova stagione dei Medici si presenta ricca di intrighi e sotterfugi per ottenere il potere.

Come già annunciato nel finale della scorsa stagione, i nemici dei Medici sono ora i Pazzi. Anche loro, come gli Albizzii, tramano per diventare i signori di Firenze. Lorenzo conosce già questi meccanismi ed ha già imparato a essere “golpe e lione” (come avrebbe detto Machiavelli). Ha una rinomata eloquenza, sa valutare le situazioni e agire di conseguenza, sa sacrificare ciò che serve per il bene della famiglia.  Eppure, Lorenzo ricerca, forse anche più del nonno, una via “morale” in questa lotta. D’altra parte, un uomo che ama la bellezza, che riflette sulla vita e sul mondo, non può compiere alcune cose a cuor leggero. È questo che lo rende diverso da Jacopo Pazzi, il capo della famiglia rivale. Ma è ciò che lo rende diverso anche dai suoi avi. Lorenzo va contro l’idea che “Per far del bene, è necessario fare del male”, motto del nonno e del bisnonno.

Per far del bene, deve esserci il bene in noi.

Serve la pace, serve la bellezza, serve l’armonia. Vediamo Lorenzo provarci, cercare di rimanere puro, integro, di non far del male. Lo vediamo anche perdonare i propri nemici e provare più volte a dialogare con loro. Ma è davvero possibile in quel mondo (o nel nostro)? Viene anche da chiedersi se sia possibile fare la cosa giusta. In fondo, per far del bene alla città di Firenze, Lorenzo non è costretto a tradire il proprio padre? Non costringe una ragazza ad allontanarsi dalla fede verso Dio per sposarlo? Vedremo come e se le prossime puntate daranno risposta a questi quesiti.

Come nella prima serie avevamo intorno a Cosimo una serie di personaggi interessanti, così anche nella seconda stagione dei Medici.

C’è la madre, Lucrezia, che ritroviamo anche in questa stagione più scaltra e la vediamo esercitare una grande influenza su tutti i suoi figli. Il fratello Giuliano è il braccio destro di Lorenzo, anche se molto diverso da lui perché più istintivo e passionale. C’è poi Bianca, la sorella innamorata di un membro della famiglia Pazzi e promessa in sposa a un alleato dei Medici. Questo amore alla Romeo e Giulietta si preannuncia molto contrastato. Ci sono le due donne della vita di Lorenzo: Clarice Orsini e Lucrezia Donati, già sua amante.  E, infine, c’è la famiglia Pazzi, capeggiata da Sean Bean. Dopo aver dato il volto all’amatissimo Ned Stark di “Game of Thrones”, Bean torna a vestire i panni del bad guy sfoggiando lo sguardo sprezzante e il sorriso malefico che abbiamo visto in tanti altri film. Film in cui, per un motivo o per un altro, i personaggi da lui interpretati trovano sempre una morte precoce… C’è da chiedersi per quanti episodi rimarrà in vita Jacopo Pazzi!

I luoghi in cui si muovono i personaggi sono incantevoli, così come le musiche di sottofondo.

I Medici sono una produzione internazionale che, pur avendo una qualità di realizzazione superiore alla maggior parte delle serie televisive che vanno in onda in Italia sui canali free, rimane una fiction dai connotati popNon troppo accurata la ricostruzione storica che cede il posto ad alcune trovate un po’ commerciali che mirano a conquistare il pubblico in modo facile e immediato.

L’usurpazione del potere del padre, ad esempio, non è mai avvenuta: a causa della sua malattia, fu lo stesso Piero a designare il figlio Lorenzo come suo legittimo successore alla guida della famiglia. Così anche gli intrighi amorosi sono in parte esagerati, stile soap opera, in modo da rapire anche i cuori più romantici. Tutto questo, che in una classica critica cinematografica verrebbe bollato come un difetto della serie, costituisce in realtà un suo punto di forza. Per essere goduto a pieno, infatti,  questo show non deve venir preso troppo sul serio. È una serie tv che si lascia guardare con piacere, che appassiona gli spettatori e con cui si possono fare anche quattro risate. Noi lo abbiamo fatto… e vi proponiamo in questa galleria il risultato delle nostre chat durante la visione sincronizzata dei primi due episodi!

 

 

Federica Crisci e Francesca Papa

Ti spiego come funziona il cuore… Forse!

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C’è una teoria che può spiegare i sentimenti? Il protagonista del nuovo romanzo di Frank Iodice, La meccanica dei sentimenti, la cerca, la trova, ne dimostra la fallibilità.

“Da dove vuoi incominciare?”. “Dalla tua presentazione sull’amore”. “La mia è una ricerca sui sentimenti. L’amore non è un sentimento, ma un’invenzione di Hollywood”.

Ed effettivamente i migliori (ma anche i peggiori o i mediocri) scrittori, sceneggiatori, artisti, non solo di Hollywood ma di tutto il mondo, si sono cimentati nell’impresa di rappresentare o raccontare cosa sia l’amore. Ci proviamo noi nella vita di tutti i giorni quando vogliamo fare una dichiarazione o per spiegare ciò che proviamo. Ma se siamo alla ricerca di una spiegazione, probabilmente, la cosa più giusta da fare è prendere in prestito i famosi versi montaliani – “Codesto solo oggi possiamo dirti,/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”- e dire cosa l’amore non è. La definizione di che cosa sia amore la costruiamo giorno dopo giorno, storia dopo storia, cambiamento dopo cambiamento. Eppure, alle volte la nostra idea può essere inquinata da ciò che la società ci dice sull’amore.

Frank Iodice parla di “Ingranaggio” (con la maiuscola) a proposito di quei meccanismi sociali che ci dicono come vivere la nostra vita. E anche come amare.

Tutto questo nel suo nuovo romanzo, La meccanica dei sentimenti, pubblicato dalla casa editrice Eretica. Protagonista del libro è Giovanni Marealto, un cardiologo romano che, abbandonata la sua professione, si è dedicato alla ricerca di una teoria sui sentimenti umani. Ciò che incuriosisce l’uomo è l’origine biologica delle emozioni. La sua scoperta lo avvicina al mondo accademico e ben presto gli viene chiesto di tenere un ciclo di conferenze in merito. Marealto è un uomo cresciuto con una madre libertina e dal carattere molto forte. È continuamente attratto dal genere femminile che lo porta a stringere più relazioni contemporaneamente. Tradendo la moglie Eda, Giovanni frequenta anche una prostituta, Resi, e la ricercatrice di pietre preziose Galatea. Sarà quest’ultima a introdurlo in un giro criminale che sfrutterà la ricerca di Marealto in maniera imprevedibile.

Anche se al lettore non viene mai del tutto rivelata la teoria di Marealto, il libro ci dà un’idea abbastanza chiara di quanto sia complicato parlare di sentimenti.

“(…)Da dove nascono le emozioni? È vero che ci distinguono dagli animali o sono soltanto un fatto fisico, una specie di meccanismo involontario che le ridurrebbe tutte sullo stesso piano(…)? (…) E quando ci sentiamo bene parlando con qualcuno e ci diciamo, lei, o lui, è la persona giusta, perché diamo a quella sensazione una definizione precisa, come l’amore, e decidiamo che se lo proviamo per quel qualcuno non possiamo provarlo per qualcun altro?”.

Durante la lettura viene da chiedersi se sia giusto parlare d’amore solo in merito a ciò che la società o la cultura ci ha abituato a pensare come tale. Ma La meccanica dei sentimenti ci porta soprattutto a riflettere su ciò che abbiamo già definito “Ingranaggio“. Quanto siamo condizionati nelle nostre scelte dalle usanze o dalla morale? Vivere secondo questi schemi ci aiuta a essere felici oppure siamo solamente schiavi di un sistema? E come vive chi sceglie di rimanerne fuori (come Marealto)? L’interpretazione sta al lettore, visto che personaggi non riescono a trovare una pacifica risoluzione (e non è detto che ci sia).

Di certo, la storia ci mostra che l’Ingranaggio è talmente radicato nell’esistenza che è quasi impossibile fuggirne il risucchio. Marealto vive la propria vita sentimentale ignorando definizioni o tabù. Cerca di sottrarsi alla “morale comune”, sia dal punto di vista lavorativo (ha lasciato la sua professione), che affettivo. È affascinato dalla possibilità di capire i meccanismi delle emozioni, ma alla fine la sua teoria sarà sfruttata dal desiderio di ricchezza che caratterizza il mondo capitalista e lui stesso sarà vittima delle sue scelte.

La narrazione in terza persona segue i diversi protagonisti della vicenda, mostrandoci caratteri e pensieri che li animano.

Sono quasi tutti personaggi rotti, infelici, travolti dalla passione. Non è facile empatizzare con loro. Marealto è sicuramente il centro della narrazione, il personaggio meglio delineato. Un uomo cinico, che appare sconclusionato, incapace di riconoscersi un’identità definita. Ovviamente, nasconde una profonda sofferenza con cui lui stesso non riesce a fare i conti. È interessante che il dolore da lui provato lo porti inizialmente alla ricerca del come funzionano le cose. Questo tentativo di rendere meccanico e schematico qualcosa come le emozioni che sono tutto meno che meccaniche e schematiche è proprio indice di una coscienza tormentata da qualcosa che non riesce a spiegarsi.

La sua vicenda ci dimostra che non sempre basta sapere il perché delle cose. La scoperta delle cause è sempre e solo il punto d’inizio. Soprattutto quando si parla di emozioni. Marealto lo scoprirà a proprie spese.

L’infelicità che caratterizza i personaggi di La meccanica dei sentimenti si riflette negli spazi in cui si muovono e che danno il titolo ai diversi capitoli.

La storia si svolge in luoghi di Parigi piccoli, pericolosi o in decadenza. L’hotel Majestic è lo spazio principe della storia. Un albergo che da 5 stelle viene declassato a 4. Un posto che dietro il lusso nasconde camere riservate a prostitute e ai loro clienti e che viene diretto da un uomo dall’aspetto spiacevole, viscido e più propenso a morire che non a vivere. Spesso si parla della “puzza” dei luoghi visitati, come se i personaggi (e i lettori con loro) annusassero le proprie sofferenze e il marcio causato dall’Ingranaggio.

La meccanica dei sentimenti è un libro che si fa leggere d’un fiato, dallo stile semplice, anche se curato. Una riflessione su ciò che l’amore non è, su come sia difficile definirlo, ma come sia sempre fulcro e motore della vita.

Ed è proprio per questo che non si può smettere di parlarne o di viverlo.

Federica Crisci

Boy Erased e l’epitome del cinema didascalico

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Non c’è nulla di male a fare film didattici, educativi. Roberto Rossellini ci ha costruito tutta la parte finale di carriera. E poi sono tempi preoccupanti, compito del cinema è anche quello di parlare alle coscienze. Ma essere didattici non vuol dire essere didascalici.

Questo è il peccato maggiore di Boy Erased. Tratto da una storia vera, è l’ennesimo ritratto di un’America chiusa e bigotta nella quale la scoperta dell’omosessualità viene tratta come una malattia da estirpare. Non è, in tal senso, il primo film a mostrare i famigerati centri di “terapia per conversione”, ma forse uno di quelli che più si piegano alla necessità del messaggio, e non della storia.

Il problema di Boy Erased non è solo la sua spinta melodrammatica, che il film sottolinea a più riprese con accorati dialoghi o improvvisi rallenty di rara bruttezza. Il problema è soprattutto la sua esasperata convenzionalità: sobrio ma al tempo stesso urlato, privo di qualsiasi caratterizzazione dei personaggi che accompagnano il percorso del protagonista, Boy Erased è un film che punta tutto al colpo emotivo senza esplorarne l’impatto, il significato, le conseguenze. Essenzialmente, è un film banale.

Duole dirlo perché, appunto, Boy Erased è un film che molti oggi dovrebbero vedere (e fa molto male dirlo). Oltretutto, è ricco di bravissimi attori.

Lucas Hedges è indubbiamente una delle future stelle del cinema. Un giovane capace di interiorizzare il dolore che prova e, senza mai alzare una note fuori posto, lasciarlo esplodere al momento giusto, col carico emotivo giusto. Nicole Kidman ha probabilmente il ruolo più ingeneroso, quello più banale e caricaturale, ma è sempre gustoso vederla recitare con passione e attenzione. Un ingrassato Russell Crowe, però, ruba la scena a tutti, recitando sempre in sottrazione, sempre sommessamente, tutte le fasi del tormento interiore.

Un tormento che è anche quello del film stesso, spesso indeciso a quale storia affidarsi. Nel conflitto tra amore e odio, giusto e sbagliato, Boy Erased evidenzia che non è il figlio a dover cambiare la propria sessualità, ma i genitori a dover cambiare il loro approccio ideologico e mentale verso di lui. Non sarebbe stato allora più giusto e interessante, mi chiedo, un film sui genitori e non sul ragazzo? Non sarebbe stato più originale, e pertanto molto più potente ed empatico, un film che invece di trattare per l’ennesima volta il tema della repressione dell’omosessualità, avesse indagato la necessità morale delle persone bigotte di aprirsi al mondo, non per moda ma per puro amore?

Le cose migliori di Boy Erased sono gli sguardi lancinanti di Lucas Hedges davanti agli occhi persi nel vuoto di Russell Crowe, quando capiamo che le scelte più deleterie all’intero di una famiglia – qualsiasi – sono spesso quelle dettate da un erroneo ed eccessivo senso di protezione. Peccato poi che il film abbia almeno altri 90/100 minuti di ovvietà, sicuramente necessarie, ma troppo scontate mostrate così.

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Emanuele D’Aniello

Ristorarsi a Borgo Pio con Passpartout

Vicino San Pietro, dopo un periodo di rodaggio, apre ufficialmente dal 26 ottobre Passpartout: giardino, tradizione, brace e cocktail.

Tra i tanti negozi e ristoranti turistici della zona Prati, Passpartout si distinguerà per un’identità internazionale e un’offerta attenta, aperto tutti i giorni dal lunedì alla domenica, dalle 11.00 all’1.00.

Ospitato da una struttura del ‘500.

Partendo dalla storia, il locale si trova al piano terra di un palazzetto del ‘500 che nel corso dei secoli subisce diversi rimaneggiamenti. Il lavoro di restauro in corso porterà nei prossimi mesi alla realizzazione di un albergo con 14 stanze e una terrazza con vista su San Pietro e i tetti di Roma, uno spettacolo per ora riservato solo agli addetti ai lavori. La terrazza sarà in grado di ospitare eventi in un’atmosfera unica.

La struttura del locale è tipica della complessa urbanistica del Rione Borgo, che ha vissuto da sempre un rapporto privilegiato con la chiesa, per la sua vicinanza allo Stato del Vaticano. Vero cuore del Rione, è la via sulla quale affaccia Passpartout, voluta da Papa Pio IV, e poi portata a termine da Papa Gregorio XIII. A pochissimi passi dall’ingresso è visibile il Passetto, complesso murario eretto da Leone IV per difendere San Pietro dai Saraceni.

La Chiave.

Il locale si snoda con una struttura unica e riconoscibile dove si articolano diversi ambienti, che permettono di vivere il locale in tutti i momenti della giornata. Si parte dall’ingresso a due portoni, con un ampio bancone dove ruota l’offerta del locale, tra colazioni, aperitivi, cocktail e la brace.

Dopo un corridoio lungo e stretto – passando si può dare una sbirciata alla cucina all’opera – si giunge a una prima saletta, che si protende in una seconda, poi in una terza e in una quarta. Da qui si accede al bellissimo giardino esterno, immerso tra i palazzi di Borgo Pio. Dal secondo ingresso, un lungo corridoio porta, parallelamente al primo, a una piccola piazzetta, uno spazio esterno su cui converge l’intero stabile.

A proposito dell’architettura.

L’architettura del locale, curata dagli architetti Mauro Angeleri e Mauro Corsetti, si distingue per un’eleganza urbana, ma con uno spirito che punta all’accoglienza e alla trasversalità. Ispirato a uno stille anni ‘50 nei tavoli, nelle carte da parati e nei dettagli dorati del bancone e delle lampade, Passpartout conserva molti richiami della struttura preesistente ai lavori, come i soffitti in legno del ‘500.

A Tavola.

Due i menu, uno per la giornata, con burger, piatti del giorno, uova e insalate; uno per la sera con una selezione che va dagli antipasti ai dolci. La tradizione non può mancare, ed è ben rappresentata dalle paste romane, dai taglieri, dalla selezionata carta dei vini. Poi ancora cucina alla brace, con piatti di carne e pesce al josper dove la materia prima è centrale.

Disponibile tutto il giorno, una carta di assaggi, gli “spezzafame”, piccole portate con cui fare uno spuntino di mezza mattinata o un aperitivo. Sono ad esempio il Tentacolo di polpo al Josper, il Salmone marinato con arancia, vaniglia e crème fraiche al dragoncello, il Maialino affumicato alla brace con scalogno caramellato o il Fritto di alici alla scapece.

Al Bar.

I cocktail sono preparati con i prodotti dalla Bottega, una selezione firmata Passpartout di conserve, liquori, marmellate e molto altro, in vendita nel locale. Tra i cocktail più caratteristici: Passetto, con Cognac, tè verde alla menta, succo di limone, confettura di mele renette ed essenza di cannella o Fumè, con Rey Whiskey, liquore al limone, sciroppo di pepe e chiodi di garofano, affumicatura di rosmarino.

A guidare l’attività la famiglia Marchesani, tre generazioni di ristoratori, capitanati dalla madre Venerina, passando per i figli Domenico e Nicola, per arrivare oggi ai nipoti, un’intera famiglia dedita alla ristorazione e all’hospitality con numerose altre attività in zona.

Per farsi guidare in questa nuova impresa scelgono Laurenzi Consulting, società di consulenza specializzata nell’ideazione di nuovi format, nell’intento di dare una marcia in più al locale e creare qualcosa di veramente unico a Borgo Pio, il loro quartiere.

Passpartout
Borgo Pio, 50 – 00193
Tel. 0668134491
Lun. – Dom. 11.00 – 1.00
facebook.com/passpartoutroma
instagram.com/passpartoutroma

L’Amleto di Shakespeare si incarna in una donna al Teatro Eliseo

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Da un’idea di Casa Shakespeare e Sarah Biacchi, attrice, soprano e regista, nasce Hamletas in scena al Teatro Eliseo fino al 28 ottobre.

Lo spettacolo fa parte della programmazione dell’Eliseo Off.  Un progetto che nasce dallo slancio tipico del teatro autoriale che incarna l’esigenza di uscire dalle sedi consuete come il palco e di scoprire, vivere ogni spazio del teatro.

Il foyer, la balconata, ogni spazio secondario diventano in questo modo protagonisti pulsanti della rappresentazione; un ritratto di vita incorniciato negli ambienti intimi della quotidianità.

Gli spettatori sono parte integrante del pathos interpretativo degli attori: costretti in uno spazio dove non esiste la subalternità del rapporto tra fruitore e donatore d’arte vengono pervasi dalla drammaticità dell’atto teatrale, restituendo le emozioni amplificate agli interpreti.

Quasi un esperimento di house concert in uno spazio che abita le zone più suggestive, quelle dove è lecito sognare e lasciarsi attraversare dallo sforzo creativo dell’attore, autentico nella sua umanità invasata dal demone artistico dell’interpretazione.

Tornando ad Hamletas, nessuna opera avrebbe potuto calzare così bene lo spirito della rassegna. Un Amleto interamente al femminile, in contrapposizione con il crossdressing del teatro vittoriano.

amleto shakespeare

Dieci attrici incarnano Amleto di Shakespeare: una piccola rivoluzione che capovolge il teatro precedente la Riforma, dove i ruoli femminili erano interpretati esclusivamente da uomini.

È il viaggio di un’anima (Amleto), scolpito per la prima volta nel corpo di Francesca Ciocchetti, accompagnata da un solido gruppo di interpreti prestigiose. Una lettura registica “animica” dove il genere diventa importante per scorrere dentro le vene di una storia con un disegno predestinato.

Il cast è di altissimo livello è composto da Francesca Ciocchetti, Galatea Ranzi, Ludovica Modugno, Debora Zuin, Federica Sandrini, Elena Aimone, Serena Mattace Raso, Caterina Gramaglia, Tullia Daniele, Diletta Acquaviva; aiuto regia Solimano Pontarollo.

Geniale la rivisitazione della Biacchi che tra chiaroscuri di emozioni e di tagli scenici ad effetto coinvolge il pubblico tecnico ed esperto della prima serata. Un Amleto che impersona l’uomo contemporaneo, un personaggio lacaniano che rifiuta la propria immagine riflessa nello specchio del potere; personaggi forti, taglienti, con una dignità forte.

Un dramma che sostituisce alle melanconia originale del personaggio una patologia del dolore più somigliante alla fase maniacale nella depressione bipolare, la dannazione moderna della scissione dell’Io.

“Essere pronti è tutto, dice Amleto. Rispondiamo alla chiamata come artiste, come creatrici, come donne. Siamo pronte, nel 2018, ad accettare la sfida” afferma la regista Sarah Biacchi. Racconta la lotta fra l’essere e il non essere che ogni essere umano deve affrontare, senza domandarsi se sia uomo o donna: semplicemente spirito.

Hamletas vi aspetta all’Eliseo ogni sera alle 20.30 al Teatro Eliseo di Roma.

Antonella Rizzo

La Secessione Viennese mostrata come mai prima d’ora

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“Klimt & Schiele. Eros e Psiche” è il film evento che racconta la Secessione Viennese e che non potete perdervi, al cinema dal 22 al 24 ottobre.

Klimt & Schiele. Eros e Psiche“, prodotto in collaborazione con 3D Produzioni e TIMVISION Production, fa parte de “La Grande Arte al Cinema”, un progetto originale esclusivo di Nexo Digital.

Del progetto hanno fatto parte, tra gli altri,  anche docu-film come “Hitler contro Picasso e gli altri” e “Van Gogh tra il grano e il cielo“, di cui vi abbiamo parlato in articoli precedenti. Anche questo film, racconto affascinante della Secessione Viennese non ci ha affatto deluso.

Il racconto inizia con la morte a Vienna di Egon Schiele, alla giovane età di 28 anni. È il 31 ottobre 2018 e l’artista sarà una delle 20 milioni di vittime causate dall’influenza spagnola. Insieme alla Prima Guerra Mondiale quella epidemia ha falcidiato un’intera generazione.

È la fine di un’epoca fulgida per Vienna, per l’Impero austro-ungarico – che inizia disgregarsi – per l’arte e la cultura europea.

Qualche mese prima era morto il suo maestro e amico Gustav Klimt. Dall’inizio del secolo aveva rivoluzionato il sentimento dell’arte, fondando un nuovo gruppo: la Secessione viennese. Klimt, Schiele e gli altri hanno creato un’arte visionaria tra Jugendstil ed espressionismo, che ha cambiato il volto di Vienna, caratterizzandola.

Il docufilm è, quindi, un viaggio nella capitale austriaca, con la voce narrante Lorenzo Richelmy tra le sale dell’Albertina, del Belvedere, del Kunsthistorisches Museum, del Leopold Museum, del Sigmund Freud Museum e del Wien Museum.

Ma gli artisti della Secessione Viennese sono stati, soprattutto, i primi a dare voce all’uomo del Novecento. Nel mondo dell’epoca, pieno di inquietudine e disordine, la società di Vienna vuole nascondere il cambiamento alle porte, che la spaventava.

Due erano gli aspetti dell’arte dei secessionisti che più inquietavano la borghesia viennese. Da un lato, l’attenzione all’amore e, soprattutto, all’erotismo. Dall’altro, il nuovo ruolo della donna moderna, che in particolare Gustav Klimt rappresenta in modo quasi sconvolgente nei suoi quadri.

Nel docufilm si spiega, ad esempio, come la “Giuditta I“ di Klimt sia sensuale e crudele. La rappresentazione di una donna che ha appena decapitato un uomo è sconvolgente. Ma lo è ancora di più, perché dallo sguardo di Giuditta trapela il piacere erotico che sta provando mentre tiene la testa di Oloferne in mano.

Le donne del Primo Novecento sono sempre più libere ed emancipate, in cerca di una loro identità e realizzazione. “Klimt & Schiele. Eros e Psiche” ce ne racconta alcune di quelle che partecipano, di fatto, alla Secessione Viennese. Centrale è il ruolo di Berta Zuckerkandl, il cui salotto è un crocevia d’artisti, che se non si incontrano da lei, passano giornate intere nei caffè, con una tazza di caffè e una fetta di dolce. Persino la Sachertorte è stata inventata all’epoca.

Ma tra le donne che rivoluzionano il loro settore, con un impatto sulla società c’è anche Dora Kallmus, la più famosa fotografa della capitale. Con l’ausilio di filtri ed espedienti meccanici all’avanguardia, scatta ritratti in cui ogni donna è resa bellissima. Nel suo studio passano tutti i membri dell’alta borghesia, perché solo lei riesce a dare di loro un’immagine smagliante e fascinosa.

Un aspetto rilevante nel docu-film è l’arte di Klimt e Schiele, ovviamente. Diversissimi ma uniti dall’essere uomini che stanno esplorando la propria sessualità e quella femminile, in una Vienna dalla doppia morale.

Schiele è stato, per decenni, considerato solo il pittore del brutto e dell’osceno. Ma scoprirete guardando questo film che nessun artista, prima di lui, si era occupato così dei sentimenti, delle paure, dei lati d’ombra della vita umana. Molti hanno dipinto i baci e gli abbracci tra un uomo e una donna. Lo stesso Gustav Klimt lo aveva fatto in maniera somma e innovativa. Ma Egon Schiele è il primo che dipingere l’esigenza dell’abbraccio e la paura – l’angoscia, quasi – di ciò che si proverà dopo che l’abbraccio si sarà sciolto.

Il Bacio di Klimt viene ripreso dall’allievo Schiele. Ma nei dipinti di quest’ultimo i colori sono cupi e i soggetti che si baciano non sono due amanti, ma un cardinale e una suora. Le immagini di Schiele sono spietate, come spietato era il suo modo di trattare le modelle, quasi torturate mentre posano. Ma il risultato di tale violenza sarà una rappresentazione rivoluzionaria e liberatoria della sessualità femminile, come spiega la storica dell’arte Jane Kallir nel film.

Nell’arte di Klimt e Schiele c’è l’ambivalenza e l’ambiguità che le donne affrontano ancora oggi. C’è la donna moderna.

secessione viennese

A differenza di Klimt, molto concentrato sull’erotismo e la figura femminile, Schiele esplorerà anche le mille sfaccettature dell’animo di un essere umano. Dall’età di 14 anni, quando muore suo padre, inizierà a dipingere autoritratti. Saranno più di 170 e in ognuno di esse lui sarà sempre diverso.

Ma la Secessione Viennese di cui parla questo docu-film non comprende solo la pittura.

La vita diventa opera d’arte totale. Nel quotidiano irrompe il design liberty nell’arredamento e nella gioielleria. Nei teatri si suona la musica di Richard Strauss, la cui “Salomè” viene bandita perché considerata il parto di una mente malata: anche qui, d’altronde, c’è una donna sensuale e spietata che fa decapitare un uomo.

Poi ci sono i drammi teatrali e i racconti di Arthur Schnitzler. Nel celebre Traumnovelle (Doppio sogno) descrive una Vienna notturna, fatta di perturbanti balli in maschera e di sogni intrisi di sessualità. E collega la dimensione del sogno con quello dell’inconscio, negli anni in cui Sigmund Freud sviluppava la psicoanalisi.

Le sue teorie scuotono una società benpensante che comincia ad aprire gli occhi sulla natura profonda dell’io.

Dalla visione di “Klimt & Schiele. Eros e Psiche”, si comprende che questo potente movimento culturale ha preso vita e si è alimentato grazie ad un periodo storico di grande incertezza, in cui tutto veniva messo in discussione.

Alla fine del 1918, con le macerie della Prima Guerra Mondiale e la morte di tanti esponenti di quel movimento, le risposte che quell’espressione culturale aveva cercato di dare alle inquietudini e alle angosce dell’umanità verranno meno. Resteranno solo le domande.

Stefania Fiducia

The Walking Dead torna (inaspettatamente) a stupire con la nona stagione

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Quanti di noi si sono trascinati come zombi – passatemi l’ironia – da lavoro a casa, da casa a lavoro, consci che al rientro avrebbero dovuto fare qualcosa, senza ricordarsi cosa, per poi essere illuminati da una terrificante epifania: è ricominciato The Walking Dead.

Allora un sentimento di frustrazione misto a un senso di apatia ci ha pervaso l’animo finché non è arrivata quella serata in cui non avevamo nulla da fare (oppure, come nel mio caso, dovevamo testare la velocità della fibra neo installata) e l’abbiamo fatto. Un po’ per curiosità, un po’ per senso del dovere: abbiamo visto i nuovi due episodi della nuova stagione di TWD.

La nona serie inizialmente sembra mantenere le promesse fatte alla fine dell’ottava: il “cattivo” dell’anno sarà Maggie. Nel senso, chiaramente, di antagonista di Rick. Ma poi il connubio Michonne – Jesus sembra farla ragionare. Finita la guerra, le decisioni non possono spettare ai singoli: servono leggi, serve ricreare la civiltà in un mondo dove ormai vige solo il motto mors tua vita mea. E l’idea, stavolta, è di Michonne, che si lascia ispirare da un quadro sulle colonie americane visto in un museo.

Dopo la sconfitta di Negan (che è diventato il diario segreto vivente di Rick) tutte le parti vivono felici e contente cercando di costruire il futuro. Gli unici a creare problemi sono gli ex “dipendenti” del Santuario, che proprio non vogliono sottostare al nuovo regime.

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Grande intensità psicologica in questi primi episodi: finalmente (?) si fa l’amore e non la guerra.

Michonne e Rick sono la coppia perfetta, Carol ed Ezekiel fanno i piccioncini, Judith inizia a parlare, Maggie ha partorito Hershel, il figlio di Glenn. Una postilla al nome del bimbo, che è quello del nonno, il cui attore è recentemente scomparso. Maggie diventa la protagonista assoluta: Hilltop è diventata “il granaio di Roma”, quindi lei inizia a dettare le regole a tutti, anche prendendo decisioni piuttosto estreme. Mi piace questa nuova versione da leader, spero soltanto che sarà sviluppata in modo opportuno. Verso la fine della precedente stagione era stato dato troppo focus alle sue vendette personali, cosa che nel caso di Rick non era mai capitata. Lui ha sempre messo davanti i suoi figli e il team. Ora che anche Maggie è madre forse le sue priorità cambieranno e la vendetta passerà in scendo piano?

Il vecchio Rick, d’altro canto, resta il poliziotto buono. Sente la responsabilità di ciò che accade attorno a lui senza rendersi conto di aver unito insieme tante comunità, che ora si stanno godendo un po’ di pace. Probabilmente molte fan sono morte quando ha sparato alle corde che tenevano legati i tronchi per uccidere l’orda zombi. Io sono tra le vittime.

Uno sguardo anche a Daryl, altro personaggio che nell’ultima stagione ha iniziato a palesare fortemente i suoi contrasti con Rick. Mi sembra di percepire un risvolto psicologico più ampio, finalmente. Per troppo tempo ha fatto il valletto taciturno, anche se sempre molto impulsivo. Nuovi spazi da subito anche per Enid, che viene formata come “medico” dall’amico di Carl e diventa quindi fondamentale in tal senso.

Dulcis in fundo, Jadis che ci prova con padre Gabriel. Penso uno dei momenti più inaspettati di The Walking Dead. Ma la nostra audace artista avrà presto altro a cui pensare: mentre è di vedetta, infatti, avvista un aereo nel cielo coperto di stelle…

Che dire quindi, a parte che non ce l’aspettavamo? Il declino della serie per me era già segnato e invece a quanto pare non bisogna mai perdere le speranze. L’ultima stagione con Andrew Lincoln potrebbe rivelarsi davvero avvincente.

Alessia Pizzi

Beautiful Boy, la dipendenza al dolore

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Tante volte mi sono trovato ad elogiare film semplici, quelli che non vogliono strafare, quelli che senza esagerare si accontentato della propria natura. Vivo quindi ora il paradosso di dire che il difetto maggiore e principale di Beautiful Boy sia proprio quello di essere un film sufficiente.

Non un brutto film, non lo è minimamente. Un film godibile semmai, seppur incentrato su una storia drammatica. Ben realizzato, ben girato, ben pensato senza scadere nei momenti più faciloni sempre dietro l’angolo in queste storie melodrammatiche. Ottimamente interpretato, e ci mancherebbe quando hai l’astro nascente Timothée Chamalet e la fase matura di Steve Carell. Però, Beautiful Boy non è nemmeno un bel film: dispersivo e ripetitivo, allungato oltre una naturale conclusione e soprattutto indeciso su quale storia seguire.

Parte da ben due romanzi Beautiful Boy, cosa rara. Parte dal romanzo di Nic Sheff, il ragazzo che ha raccontato la sua odissea personale tra le droghe, e da quello di suo padre David, che ha ricordato le peripezie per provare a salvare il figlio. Non è facile adattare un romanzo al cinema, figuriamoci adesso due due insieme. Anche tale scelta dimostra la poca chiarezza di fondo: cosa è Beautiful Boy? Il racconto di una storia tra padre e figlio distrutta dai problemi? O un grande spot contro la droga?

Alla fine è sia il primo sia il secondo ma, appunto, non li esplora a sufficienza.

Nella sua costruzione a flashbacks, con una struttura che sfrutta i salti temporali, Beautiful Boy spesso si perde nel suo politicamente corretto. Nella sua perfezione esteriore che poco affronta l’interiore. Non perché non commuova, saremmo di ghiaccio se non patissimo le sofferenze di questa famiglia. Ma perché non cercando mai di voler capire i gesti del figlio, o l’ostinazione del padre, e mostrando la dipendenza in una maniera stranamente pulita – Chalamet nella fisicità non sembra mai una persona distrutta dall’eroina e della metanfetamina che, come ripetono più volte nel film, “ha tutte le droghe in circolo nel corpo” – il film rimane sempre un po’ distaccato. C’è tenerezza umana, c’è il dolore del ricordo, ma rimaniamo sempre a guardare ciò piuttosto distanti.

Non scopre certo l’acqua calda nel raccontare storie simili. Non è il film che può far capire quanto la droga faccia male, si sa già. Dovrebbe pertanto curare di più le angolature emotive, che invece abbandona alla bravura degli interpreti, non a una scrittura all’altezza.

Per usare un banale adagio, c’è in giro peggio di Beatufiul Boy, ma anche di meglio.

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Emanuele D’Aniello

“Come una volta”: l’inno nostalgico dei RadioLondra

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La musica indie italiana sta vivendo un periodo di grande prosperità e i RadioLondra ne sono un esempio. Come una volta è il loro ultimo singolo, tratto dall’album “Slurp”.

Compongono la band tre ragazzi bolognesi: Francesco Picciano (voce, chitarra e tastiere), Carlo Rinaldini (chitarre, tastiere, programmazioni) e Filippo Zoffoli (basso e voce).
La loro musica cavalca il trend dell’indie pop italiano che ormai ha superato la ristrettezza degli ascoltatori di nicchia, facendosi amare dal grande pubblico. Pensiamo ad artisti come i Thegiornalisti, Calcutta e Brunori Sas che hanno raggiunto negli ultimi anni vastissima fama.

musica indie italia
credits: Barbara Guazzone

 

I RadioLondra appartengono a questo nuovo filone musicale che riprende sonorità anni ’90 e canta le ansie, le paure, gli amori e la nostalgia degli adolescenti di quel decennio. Non a caso sono i trentenni a sentire un feeling più stretto con queste canzoni. Canzoni che non hanno nulla di epico e grandioso né dal punto di vista musicale né per quanto riguarda i testi. Le parole sono quelle di tutti i giorni, usate in modo evocativo ma sempre assolutamente concreto. Una musica priva di virtuosismi, insieme a una lirica prosastica dai toni malinconici, canta l’amore per le piccole cose. Quasi un novello Crepuscolarismo musicale, verrebbe da pensare.
Uno dei temi fondamentali è la nostalgia, protagonista anche di questo ultimo singolo. Come una volta è un invito a fare una pausa dalla frenesia della routine quotidiana e riflettere sulla semplice bellezza della vita.

“Quand’è stata l’ultima volta, oltre il 10 di agosto, che avete guardato le stelle?”

Prendo in prestito una domanda posta da Alessandro D’Avenia durante lo spettacolo teatrale “L’arte di essere fragili”, per portare l’attenzione su tutto quello che ci stiamo perdendo, distratti dalla caotica realtà ipertecnologica. E i RadioLondra questo ce lo dicono in modo diretto e chiarissimo:

Sai l’altra notte poi ho visto il cielo
Ero nella campagna abbandonata di Bologna
La macchina fumava dappertutto
E si è fermata lì…
Allora ho pensato di fronte a miriadi di stelle
Mentre chiamavo imprecando il servizio clienti Volkswagen
Che tra gli Iphone e i lampioni ci siamo fottuti da soli
Questo spettacolo…

Come una volta è un inno nostalgico di ritorno a un passato non ben definito, in cui si era più consapevoli e in cui anche le relazioni umane avevano un sapore diverso. In cui non esistevano gli smartphone e Whatsapp e per parlare con la propria metà si chiamava a casa, magari da un telefono a gettoni…

L’amore ai tempi del telefono a gettoni

Il ritmo è lento, da ballata, la melodia è semplice, di quelle che rimangono facilmente in testa. Il cantato, in alcune parti quasi parlato, ricorda piacevolmente il Battiato pop. Come una volta, scritto, prodotto e arrangiato dai RadioLondra, è stato registrato prodotto e mixato presso lo Studio 60B di Forlì.

Nel complesso “Slurp” è un disco godibilissimo che si ascolta tutto d’un fiato e con piacere. I RadioLondra presentano chiaramente delle grandi potenzialità e non hanno davvero nulla da invidiare alle band indie pop più note.

Francesca Papa

L’immagine in evidenza è un particolare della copertina di “Slurp” realizzata dall’artista @finnanofenno (al secolo Carlo Giardina).

The Old Man & The Gun, il crimine non ha età

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Se dovesse davvero confermare le intenzioni di ritiro dalla recitazione, The Old Man & The Gun è il perfetto addio alle scene per Robert Redford.

Dopotutto, è un film non solo costruito interamente sulla sua presenza, ma sul suo ruolo più grande nella storia del cinema. Senza false pretese, The Old Man & The Gun è letteralmente un omaggio alla carriera di Redford, quasi un lungo percorso che rincorre i generi da lui navigati – dal crime alla storia romantica, fino ad arrivare ad un momento palesemente western – ed inserisce anche frammenti dei suoi vecchi film per proporre il personaggio da lui interpretato in una versione giovane.

Redford ringrazia e ripaga il film con una performance assolutamente eccelsa. Ora, detto tra noi, secondo me Redford non è mai stato un grandissimo attore nel senso stretto del talento recitativo. Ma è indubbiamente uno dei più grandi nel padroneggiare le qualità che creano una vera star: strepitoso carisma, totale comando della presenza scenica, una classe ed una eleganza da far invidia a chiunque. Quel suo sorriso caratteristico diventa addirittura un elemento di trama in The Old Man & The Gun, e aiuta a comprendere perché tutti lo amano.

Solo un bravissimo e giovane regista come David Lowery poteva costruire un film simile. Un film che diventa metacinematografico nell’omaggio alla sua star, ma sa anche smarcarsi quando deve per raccontare una bellissima storia.

Tratto ad un vero episodio, ma poi molto liberamente adattato per inseguire i discorsi fatti finora, The Old Man & The Gun è un gioiellino che sembra uscire direttamente da un varco temporale aperto sulla New Hollywood degli anni ’70. Dal tono disincantato alla grana in 16mm della fotografia, Lowery confeziona un efficace ricordo di un cinema che non c’è più. Ne esce fuori un film avvincente, che fa diverte senza esagerare, senza vergognarsi di far ridere in determinati momenti. Che fa riflettere sulle cose davvero importanti della vita. E che addolcisce, con le scene romantiche tra Redford e Sissy Spacek costruisce su una tenerezza senza pari.

Si percepisce letteralmente come The Old Man & The Gun sia nato dalla passione, dall’amore per cosa si fa. In questo caso il cinema, per Lowery e Redford. Ma in più generale per la vita, col cinema che diventa un modo di vivere. Il film è un inno alle passioni, a non mollare mai i propri sogni, a vivere realizzandosi in ciò che ci piace, non farlo per secondi fini, ma farlo perché ci fa sentire completi.

Proprio per questo, il film lascia sempre una porta aperta. Così se Redford dovesse davvero ritirarsi, questo sarebbe il perfetto canto del cigno. Ma se volesse continuare, quasi come se il tema del film lo spronasse, il finale glielo permetterebbe. Mai dire mai, nel cinema e soprattutto nella vita.

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Emanuele D’Aniello

Sesso ed erotismo ai tempi dell’indie italiano

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Il sesso è un tema ricorrente nella storia della musica italiana.

Gli esempi più immediati li ritroviamo tra il finire degli anni ’70 e gli ’80: tra il threesome di Patty Pravo in Pensiero Stupendo, le gambe che tremano di Mina in L’importante è finire, la cappella di Lucio Dalla in Disperato Erotico Stomp e la mano di Gianna Nannini che in America accarezza la sua solitudine.

Anche nei decenni successivi sono tanti gli artisti che si sono occupati del tema che, ad esempio, è ricorrente nelle canzoni degli Afterhours. Penso a canzoni come Punto G, Elymania, Lasciami leccare l’adrenalina.

E oggi? Come è affrontato l’erotismo nella canzone italiana?

Ecco dieci brani che raccontano il sesso nell’era di Tinder, dei like su Instagram e dei messaggi vocali su Whatsapp, tra Gazzelle, Calcutta, Motta e le voci dell’acclamato indie italiano.

SOPRA – GAZZELLE

E poi, e poi, e poi

Ci ritroveremo ancora

E poi, e poi, e poi

Come quando mi stai sopra

Sotto sotto sotto sto bene

Sotto sotto sotto sto bene

E in fondo sotto sotto sotto stai bene

Sotto sotto sotto stai bene

Pure te

“Sopra” è il secondo brano, dopo “Tutta la vita”, che anticipa l’uscita, prevista per i prossimi mesi, del secondo album del cantautore romano.

L’ULTIMO GRIDO DELLA NOTTE – THEGIORNALISTI

Sono io che faccio su e giù
È tutta la notte lo sai
Che mi sembra di volare
E ti chiedo ancora di restare
Con te che voglio fare, fare e rifare
L’ultimo grido della notte
L’ultimo grido della notte

https://www.youtube.com/watch?v=gE4CIvk9zow

ANIMALI – COSMO

Basta solo allargare le gambe 
Basta perdere l’identità 
Per diventare una goccia dentro al mare
Tutto, tutto 
Corri a prenderti tutto 
Godi anche se sente tutto il palazzo.

https://www.youtube.com/watch?v=LpNgI3m1BNE

THREESOME – CANOVA

Stanotte
Un threesome si potrebbe fare
Stanotte
La luna
Dal cielo ci fa innamorare
Per poco
Canzoni stonate
Allegro di notte
Che ce ne fotte

PORNOROMANZO – BRUNORI SAS

Te sei mia 
perché hai l’innocenza e la pornografia 
per la frivolezza e la malinconia 
perché ho 40 anni più di te 
che male c’è? 

Sì,lo so 
le stelle sono tante 
milioni di milioni 
tu canti le canzoni 
ma levati i pantaloni 
che voglio fare l’amore 
lo voglio fare con te.

ORGASMO – CALCUTTA

E se mi metto davvero a nudo 
Dici che ho sempre voglia di scopare 
Servirebbe un secondo più all’anno 
Per fare un respiro profondo 
Per rilassare le spalle 
Tanto tutte le strade mi portano alle tue mutande

QUESTO LETTO – FRAH QUINTALE FEAT. COEZ

Quella sera in mezzo al trantran e già ti immaginavo a casa mia a novanta! mi piace
quando sei porca, sei come toccare come chi importa sa come piazzare ma dimmi che
importa restare a parlare dammi l’impronta del tuo lato animale. 

LA MUSICA NON C’È – COEZ

C’è troppa luce dentro la stanza, questo caldo che avanza io non dormirò
E scusa se non parlo abbastanza ma ho una scuola di danza nello stomaco
E balla senza musica con te
Sei bella che la musica non c’è
Vorrei farti cento cose ma non so da dove
Iniziare, ti vorrei viziare

PROMISCUITÀ – THEGIORNALISTI

Che siamo fuori si sa
Ma quanta bellezza, quanta promiscuità
Intorno a una sedia, un divano rosso
Sulle ali del sesso con il fiato addosso
Ci parliamo sul collo, vicino all’orecchio
Siamo dieci ma il gusto ci sembra lo stesso
Con le facce distese, l’espressione molesta
Si tira la corda

LA PRIMA VOLTA – MOTTA

E ti ricordi la prima volta
Le libertà stravolte
Tu con due bottiglie di vino
Fino alle sette sdraiati su un gradino
Non c’era niente di male
Potevamo fermarci
Dovevamo sbagliare

Il 26 ottobre uscirà poi il nuovo singolo degli Ex Otago intitolato “Questa notte”. Che parli di sesso anche la loro canzone?

Valeria de Bari

E se la vostra voglia di indie italiano non è finita potete ascoltare la nostra playlist per ex.

Se invece avete nostalgia degli anni 90 ecco la playlist giusta per voi.

Nostalgia anni ’90: undici canzoni per raccontare un decennio

Casa dolce casa: 10 canzoni italiane dedicate a questo luogo simbolico

“This is us”: 10 canzoni tratte dalla colonna sonora della serie

Se Aristofane diventa comunista

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In scena fino al 21 ottobre 2018 al Teatro Trastevere “Le donne al parlamento” di Aristofane per la regia di Lorenzo De Liberato.

Inutile dire che quando si porta in scena un classico dell’antichità il successo non è sempre garantito. Per il semplice motivo che i greci, come anche i latini, avevano un umorismo molto differente dal nostro. Inoltre, vi possono essere nel testo riferimenti ignoti al pubblico che rendono complessa la comprensione profonda di alcune situazioni e quindi, nel caso di una commedia, rendono anche difficile il divertimento, che poi è lo scopo primario, affiancato senza ombra di dubbio da quello della riflessione. aristofane commedie

Nel caso de Le donne al Parlamento De Liberato attua una semplificazione e un’attualizzazione del testo, che rendono la commedia aristofanea molto più fruibile.

Inserendo i dialetti italiani (calabrese, napoletano, veneto, siciliano) garantisce agli spettatori una sensazione di familiarità con un’opera molto lontana a livello temporale. In aggiunta, il regista stupisce inserendo anche delle parti cantate all’interno dello spettacolo. Questa versione innovativa delle Ecclesiazuse diverte e rapisce, specialmente grazie al cast. Affermo con piacere che in questa messa in scena gli attori sono stati ben scelti non solo nella loro bravura di singoli, ma anche nel lavoro di gruppo. Nessuno risulta meno competente dell’altro: insieme creano un’armonia sul palco che è molto difficile da riscontrare in spettacoli con oltre cinque attori.

Un classico ha sempre qualcosa da dire, affermava Umberto Eco, ed è senza dubbio così.

Ciò non toglie che la presenza di canzoni quali El pueblo unido jamás será vencido e Oh! Battagliero dei CCCP – Fedeli alla linea riconduce la trama aristofanea a un’attualizzazione politica che stona. Insomma, quando il commediografo metteva in scena le donne che volevano salire al potere, voleva far ridere il pubblico perché nella mentalità dell’epoca era una cosa impossibile, per questo motivo la studiosa Sarah B. Pomeroy ha definito tali opere “letteratura utopistica” (per le femministe, chiaramente, che potevano leggerle come spunti di emancipazione). Proporre questo testo oggi poteva avere senso per sottolineare, magari, il sessismo che dopo tanti secoli ancora subiscono le donne nelle cariche istituzionali, spesso screditate in primis dai media. Il regista, invece, preferisce dare risalto (e lo fa peraltro senza approfondire troppo) al tema dell’uomo abbandonato dalla moglie in carriera. Peccato, perché questa commedia poteva offrire spunti psicologici davvero interessanti sul rapporto tra i generi, chiave di lettura purtroppo smarrita tra un riferimento politico e l’altro.

aristofane commedie - cccp fedeli alla linea

Lo slancio comunista rivoluzionario e il messaggio di peace and love mi sono sembrati una forzatura.

Quando le donne di Aristofane mettono i beni al servizio della comunità e chiedono che tutti possano vivere la sessualità liberamente a patto di soddisfare anche le persone vecchie e le brutte non vogliono di certo proporre la Comune. Vogliono divertire. E l’errore più grande che possiamo commettere noi moderni è snaturare i classici leggendovi qualcosa che semplicemente non c’è. In questo caso specifico, né il potere al popolo, né tanto meno una sinistra rivoluzionaria portatrice dei valori prima menzionati.

Nonostante questa unica nota dolente è uno spettacolo che vi consiglio di vedere. Ne ho apprezzato l’audacia, in particolar modo.

 

Alessia Pizzi

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Storia di una trasmissione epica: Portobello torna su Rai Uno

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Il prossimo 27 ottobre su Rai Uno andrà di nuovo in onda Portobello, un programma mitico della televisione italiana. Ripercorriamo la storia di una trasmissione che ha vantato una miriade di imitazioni.

Quarantuno anni fa, esattamente il 27 maggio 1977, dagli studi di Milano, gli stessi dove era andato in onda il mitico “Lascia o Raddoppia” di Mike Bongiorno, iniziava l’avventura di Portobello sulla Rete 2 della RAI.
Conduttore e creatore di quella trasmissione era uno dei personaggi più noti della televisione italiana: Enzo Tortora.
Per il giornalista nativo di Genova, che per anni aveva condotto la Domenica Sportiva, si trattava di un ritorno in Rai.
Nel 1969, infatti, a causa di un’intervista rilasciata al settimanale “Oggi” era stato allontanato dalla Rai, nonostante fosse uno degli uomini televisivi più famosi e apprezzati.
Fatali erano stati alcuni giudizi espressi da Tortora che, con la sua nota franchezza, aveva definito la TV di stato «un jet colossale pilotato da un gruppo di boy scout che si divertono a giocare con i comandi.»
L’ostracismo era durato otto anni nel corso dei quali Tortora aveva fatto esperienza in quel mondo delle televisioni private che stava nascendo e che in poco tempo avrebbe definitivamente mutato l’universo televisivo italiano, a partire dai palinsesti.
Alle 20.50 di quel venerdì 27 maggio 1977 iniziava una piccola rivoluzione nell’etere nostrano.

Portobello, infatti, non fu solo una trasmissione capace di incollare davanti allo schermo anche 25 milioni di italiani ma anche di influenzare molti programmi futuri.
Sono tante le trasmissioni che a partire dagli anni Ottanta per arrivare fino ai giorni nostri devono molto al programma ideato da Enzo Tortora.
“Carramba che sorpresa” di Raffaella Carrà; “I Cervelloni” di Paolo Bonolis; “Stranamore” di Alberto Castagna e “Chi l’ha visto”, sono solo quelli fra i più celebri che vantano debiti verso Portobello.

Portobello era una trasmissione declinata al plurale.

Le sue diverse rubriche erano loro stesse piccole ma innovative trasmissioni.
C’era “Fiori d’arancio”, dedicata a trovare l’anima gemella, ma anche “Dove sei”, che permetteva di ritrovare una persona scomparsa, un vecchio amore, un amico perduto.
Un’altra rubrica imperdibile era quella in cui inventori di varia estrazione presentavano le proprie creazioni, alcune davvero strambe che poi, nel corso del programma potevano essere vendute o scambiate.
A permettere questo catodico baratto era il Centralone.
Dentro una cabina delle belle centraliniste, (alcune di loro divennero famose come Paola Ferrari, Eleonora Brigliadori, Federica Panicucci, Carmen Russo e Susanna Messaggio) ricevevano le chiamate con relative offerte che venivano passate agli inventori.
E come in ogni compravendita che si rispetti le trattative erano lunghe e serrate.

Ma il momento più atteso della trasmissione era quello legato al simbolo stesso del programna: il pappagallo Portobello.

Uno spettatore, sorteggiato fra quelli presenti in sala, doveva in trenta secondi far dire al pennuto il suo nome.
Un’impresa improba, secondo alcuni detrattori addirittura impossibile, che riuscì una sola volta.
A far pronunciare al pappagallo il suo nome fu una spettatrice speciale: Paola Borboni.
La grande attrice italiana, all’epoca ottantaduenne, dopo aver indossato un improbabile mantello da maga, riuscì a far parlare il terribile Portobello.
La trasmissione, ideata oltre che da Enzo Tortora anche dalla sorella dello stesso conduttore e dal pubblicitario Angelo Citterio, riprendeva il nome del celebre mercatino londinese.
Un programma rivoluzionario, fin dalla sua stessa collocazione, quella del venerdì.

Fino a quel fatidico 27 maggio quel giorno della settimana era dedicato al teatro di prosa.

Ma la televisione stava cambiando e molto rapidamente.
L’irruzione delle TV private, con il loro corollario di palinsesti commerciali, influenzò e non poco anche la Rai che, necessariamente e semplicemente mutò.
Il criterio della complementarietà, che aveva sempre segnato la tv di stato, lasciò il passo a quello della competitività e Portobello ne fu un evidente esempio.
Quel programma, come ha scritto Franco Monteleone, per molti anni dirigente RAI, fu «il frutto di un primo grande cedimento dell’apparato televisivo pubblico alle zone d’ombra delle televisioni private, ai loro giochi casalinghi, alle pratiche delle compravendite attraverso il video, all’uso ripetitivo del telefono.»

Portobello fu davvero una trasmissione innovativa, una rivoluzione copernicana per l’ingessata tv nazionale dell’epoca.

In anni difficili, come furono gli ultimi di quegli anni Settanta, Portobello fu qualcosa in più che una semplice trasmissione televisiva.
In un’Italia insicura e insanguinata, piena di cadaveri, come scritto da Stefano Massini nel suo bellissimo 55 giorni L’Italia senza Moro, l’agorà di Tortora portava nelle case degli Italiani un’agognata normalità.
Portobello piaceva proprio per la sua semplicità, per essere un programma popolare, comprensibile da tutti, capace di rassicurare in un momento in cui la serenità era un bene ricercatissimo.
Ed emblema di quella spensieratezza era la sigla di apertura del programma, composta da Lino Patruno e cantata dal coro dei Piccoli Cantori di Milano.
Un motivo davvero orecchiabile con protagonista il pappagallo Portobello.
Il dispettoso pennuto, proposto in versione animata, saltellava gioiosamente, vestito elegantemente in abito da sera.

Dopo sei fortunatissime edizioni arrivò l’incredibile, drammatico stop.

Il 17 giugno 1983 Tortora venne arrestato fra mille accecanti flash che lo immortalarono con le manette ai polsi come uno dei peggiori delinquenti al mondo.
L’accusa era terribile: traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico.
Iniziò un incubo infinito, che sembrava la trama di un romanzo di Kafka.
Solo tre anni dopo, il 15 settembre 1986, Tortora fu definitivamente assolto dalla Corte d’appello di Napoli.

Pochi mesi dopo, il 20 febbraio 1987, il conduttore tornava in tv alla guida del suo Portobello visibilmente provato.

Per sciogliere la sua palpabile emozione, lui che dominava il mezzo televisivo con una proverbiale loquacità, pronunciò una semplice ma icastica frase: «Dove eravamo rimasti?»
Poi, dopo aver sottolineato di essere lì anche per conto di quelli che non potevano parlare, disse «ed ora ricominciamo, come facevamo esattamente una volta.»
Sono passati decine di anni dall’ultima puntata di Portobello. L’Italia è cambiata e ancor di più gli italiani. Sarebbe bello se questo “nuovo” Portobello, condotto da Antonella Clerici, riuscisse a ritrasmettere quel clima familiare che Enzo Tortora con eleganza e delicatezza aveva portato in milioni di case italiane.

Maurizio Carvigno

Halloween, non si finisce mai di aver paura

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Halloween 2018, la recensione

Ha senso, 40 anni dopo, tornare sulle tracce di Halloween, il capostipite del genere slasher movie? Anzi, ha senso provare a raccontare ancora qualcosa attraverso il genere forse più abusato e inflazionato del cinema?

Film horror da vedere ad Halloween 2021: i nostri consigli, anche per i fifoni

La domanda è più che lecita. L’horror è realmente il genere che ha più sofferto dell’ondata di sequel e remake, abbandonando ogni idea, stilistica o concettuale, a favore dell’incasso facile, dello spavento banale. Più che un genere cinematografico, l’horror è una mucca spremuta fino al midollo.

L’unico modo per continuare a battere efficacemente questa strada, paradossalmente, è molto semplice. Si tratta solo di avere un’idea. Una sola, ma buona, in grado motivare l’esistenza di un qualcosa che meriterebbe di essere lasciato in pace, e goduto per ciò che è stato e ha rappresentato.

Fortunatamente, David Gordon Green e Danny McBride un’idea l’hanno avuta, e John Carpenter l’ha apprezzata talmente tanto da benedire e collaborare ad una nuova versione di Halloween. Nel 2018, sì, ancora oggi, a 40 anni precisi dal suo film che ha cambiato tutto. Un’idea così buona che si è deciso di spazzare via tutta l’ondata di sequel e reboot dei decenni successivi, andando a collegarsi direttamente al primo indimenticabile capitolo: questo nuovo film è il diretto sequel del classico del 1978, tutto il resto è cancellato dal canone ufficiale.

Dopotutto, come fa a non stuzzicare l’idea che, 40 anni dopo, Laure Strode sia la predatrice e Michael Myers la preda? Come fa a non eccitare l’idea che lei speri lui ritorni per chiudere i conti lasciati in sospeso?

Questo nuovo Halloween non reinventa la ruota, non rivoluziona il genere, non cambia il modo di fare cinema. Segue tutte le regole dello slasher, segue tutti i cliché narrativi offerti – un trend molto di moda recentemente, e sempre con grande successo – e include quel pizzico di divertimento necessario alla formula vincente.

Il punto è che questo Halloween capisce cosa era e perché è tanto piaciuto quel vecchio Halloween. Capisce i personaggi, azzecca lo spirito giusto, rimane in perfetto equilibrio tra l’omaggio e la rielaborazione. Non è un horror psicologico che cerca di generare inquietudine, malessere, ansia, e non è nemmeno un gore che cerca la violenza esagerata e lo splatter ridicolo. Semplicemente, ricorda che Carpenter aveva creato quell’horror che ti fa saltare dalla sedia e al tempo stesso ridere, divertendoti per come ci si è appena spaventati, eccitando un istante dopo percependo l’adrenalina della tensione che schizza a mille.

Oltretutto, i temi della solitudine e della paura strisciante sono ancora, se possibile, ancora più potenti al giorno d’oggi.

Michael Myers è l’incarnazione del male, oltre l’umano, una macchina che non si ferma davanti a nulla e vuole solo uccidere. Laurie Strode è una donna ferita nell’animo, vittima di stress post traumatico e soprattutto di una paranoia insopprimibile che l’hanno trasformata in una reclusa, isolata dal mondo, fragilissima, pronta a tutto per difendersi di fronte all’inevitabile.

Il film costruisce magistralmente le personalità di entrambi – per quanto quella di Michael sia sottilissima per forza di cose – e il crescendo verso la reunion finale. Capisce e costruisce, soprattutto, il mondo che il loro primo incontro ha generato 40 anni prima: un mondo in cui tutti si armano per essere pronti ad affrontare il prossimo, gli uomini più miti fanno corsi di per autodifesa, gli orrori sono talmente grandi che ormai pensare ad omicidi causa coltello non fa più effetto, non lascia più angosciati o disgustati. Un mondo che contagia tutto ciò con cui entra a contatto.

È quel senso di inevitabile, che pervade tutta la storia, tutto il film, a lasciare di sasso. Michael sa che deve uccidere Laurie, non può farne a meno. Laurie sa che Michael tornerà, non può essere altrimenti. Noi tutti sappiamo che il male nel mondo può uscire sempre fuori, in qualsiasi modo, qualsiasi momento, e viviamo addestrati ad aspettarci il peggio. Non lo combattiamo nemmeno più, semplicemente lo aspettiamo.

Quella Laurie Strode che da 40 anni convive con la paura siamo noi, tutti noi, che abbiamo imparato a vivere con la paura. Quotidianamente, purtroppo.

Il male è così onnipresente che corrode, passando di generazione in generazione, tutti i legami di una famiglia per anni. Contamina e trasforma le vittime in carnefici. Ma non vuol dire che non ci possa essere una reazione. Non vuol dire che non possano essere proprio quelle tre generazioni di donne, insieme, a provare a reagire. Laddove il caposaldo del 1978 creava il ruolo della screem queen, che giustamente Jamie Lee Curtis si riprende con iconico carisma, ora il sequel del 2018 esalta l’unione femminile che si ribella alla violenza maschile, quella senza forma e senza pudore.

Il film non si lascia andare a discorsi metaforici troppo profondi, per quanto evidenti: non è il suo intento. Li propone ed esplora, ma non ne abusa. Semmai, li abbina alla formula perfetta e sempre avvincente del genere slasher per realizzare un film soddisfacente sia per il pubblico più generalista sia per gli appassionati accaniti.

Il nostro nuovo Halloween è quello che i fans attendevano da anni e, francamente, si meritano. Che l’eredità stessa di Carpenter si merita. Che si apprezza e cattura fin da quando quelle note musicali inconfondibili partono a tutto volume. Fin da quando il tipico font arancione (ri)scrive i titoli di testa. E quella spaventosa zucca festiva va pian piano rinascendo.

A rinascere è un tipo di cinema, soprattutto un amore verso questo cinema. E, purtroppo, anche quella consapevolezza che la paura dell’inevitabile male nel mondo ci accompagnerà sempre.

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Emanuele D’Aniello

Il Vizio della Speranza, un greatest hits di disgrazie

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Prima di iniziare una qualche analisi, vorrei fare l’elenco delle cose che si vedono in Il Vizio della Speranza. Anzi, delle disgrazie che si vedono nel film, precisamente. Un inizio schematico, lo ammetto colpevolmente, ma così è più facile capire cosa abbiamo di fronte.

La compilation è la seguente:

  • miseria umana e degrado ambientale ad ogni angolo;
  • lamiere che fanno da scenografia e spazzatura che fa da pavimento;
  • una vita cambiata da uno stupro subito in giovanissima età;
  • sfruttamento della prostituzione;
  • sfruttamento dell’immigrazione, probabilmente clandestina;
  • gravidanze non desiderate, gravidanze che rischiano di sfociare nella morte, compravendita dei bambini appena nati;
  • annuncio di malattie terminali, annuncio oltretutto completamente fine a se stesso;
  • morte di cani, uno degli elementi narrativi più ruffiani possibili;
  • bambine zoppe.

Credo di aver finito, ma forse ne dimentico un paio.

Spero che questo bizzarro mio approccio alla recensione di Il Vizio della Speranza possa rendere l’idea. Non di un brutto film, perché alla fin fine non lo è, onestamente. Ma di un film manipolatore, fortemente insincero, che si crede più profondo di quanto realmente sia. Un film che si nutre delle più basilari disgrazie umane senza mai approfondirle troppo, lasciandole a tassello in un mosaico fatiscente di degrado. Un degrado vero e realistico, questo nessuno lo mette in dubbio, ma fin troppo accentuato e abusato dal film, fino al parossismo emotivo.

Perché l’emotività c’è anche in Il Vizio della Speranza. Ci sono momenti di autentica tenerezza, di autentica umanità perduta. Il problema è che quei momenti non sono seguiti da un crescendo, da un cambio di registro, ma sono sotterrati dal passaggio alla disgrazia successiva. La speranza della storia è quella di uscire dall’orrore che il film mostra, ma tale speranza non è mai accompagnata da una vera costruzione.

Semmai, è una reazione, un semplice opposto all’incubo sulla Terra, non un vero sentimento essenziale per continuare a vivere. Edoardo De Angelis prova a far uscire e trionfare l’umanità dalla sporcizia, ma è più interessato a quest’ultima che non alla prima. Il regista è certamente bravo, come già sapevamo, ma anche molto esagerato. Il suo è un approccio che indulge nelle avversità, si specchia nel dolore, col tocco beffardo di chi pensa di stare a realizzare grande cinema ancora prima di girare.

Di poetico, in realtà c’è ben poco, di manipolatorio per far commuovere tutti, a tutti i costi, c’è moltissimo.

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Emanuele D’Aniello

Assemblea Nazionale SIEDAS: un inno al nostro patrimonio culturale

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L’Assemblea SIEDAS è stato un vero successo per tutti i soci e gli esponenti del Diritto delle Arti e dello Spettacolo.

Si è appena conclusa la tre giornate dell’Assemblea Nazionale SIEDAS, che si è svolta in varie location di Roma. Quest anno per il terzo anno consecutivo sono intervenute diverse personalità del mondo delle Arti e dello Spettacolo.

La giornata di apertura dell’evento si è svolta il 12 ottobre all’interno di una location molto suggestiva, i Musei Capitolini. In occasione dell’Anno Europeo della Cultura 2018, l’Assemblea Nazionale della SIEDAS (Società Italiana Esperti di Diritto delle Arti e dello Spettacolo) ha lo scopo di tutelare e valorizzare i beni e le attività culturali in tema di spettacolo e cinema.

Nella sala “Pietro da Cortona”, sede del primo museo al mondo, fondato da Paolo Sisto IV nel 1471 si è tenuta la premiazione alla Carriera dei 3 settori: diritto, arte e spettacolo.

Da sempre arti e spettacolo hanno una valenza giuridica.

Non esiste altro paese che possa segnalare un patrimonio artistico culturale equivalente a quello italiano. La Cultura serve per combattere la criminalità e per evitare che quest’ultima si espanda.

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, forniremo un’arma contro la rassegnazione”.  Peppino Impastato

Apre la conferenza stampa Vittorio Ferraresi. Il mondo del diritto, ci dice, è molto legato a quello dell’arte. Cultura, Arte e Creatività sono i punti fondamentali della nostra società. Lo spazio in cui ci si incontra, condiziona il confronto: arte e diritto. Gli avvocati hanno lo scopo di valorizzare e difendere i diritti degli artisti.

Il primo spazio è stato dedicato alle relazioni. Ad intervenire per primo, direttamente d Dubai, Saquer Alraisi, ambasciatore relazioni con gli EmiratiArabi. Ci fa notare che, quando l’arte assumerà la stessa importanza della fisica e della matematica, allora potremmo dire di essere giunti al successo.

Il secondo intervento riguarda il settore canto e danza e lo smantellamento del corpo di ballo all’ interno dell’Arena di Verona, per cause economiche. Rischio di innovazione.

Il terzo intervento è del presidente dell’ AGCOM, che ci parla del Diritto d’Autore.

Il secondo spazio è dedicato al CINEMA. Il primo ad intervenire è l’ex sindaco di Roma, Francesco Rutelli, presidente dell’ANCA, che fa un intervento su Netflix e i dipendenti pari a zero che ha in Italia, una fabbrica di successo come quella. Aggiunge che le regole devono essere rispettate da tutti.

Interviene poi il vicedirettore di “Rai Cultura” e ci fa subito presente che il 28% degli italiani è analfabeta di ritorno, cioè non capisce i contenuti che legge. L’economia statunitense si basa per il 40% sulla cultura: videogiochi,film, musica. L’Italia non è nemmeno tra gli altri paesi, non è in percentuale.

Moltissime persone che si occupano di cultura fanno volontariato, circa 850.000 persone che lavorano nell’ambito della cultura.

Ad intervenire per ultimo è stato Vincenzo De GregorioPreside dell’Istituto Pontificio di Musica Sonora, che ci fa notare come mettere insieme arte e spettacolo significa mettere insieme arti stabili, come il cinema, con arti instabili, in continuo mutamento, come il teatro, o la musica, che nel momento in cui c’è, cessa di essere.

Si giunge alla fine dell’incontro con la consegna dei premi carriera. A concludere l’evento uno straordinario Gigi Proietti, che rappresenta la categoria Spettacolo. Nei giorni successivi, 13 e 14 ottobre si sono susseguiti altri eventi con la cena conclusiva di gala presso il Circolo Ufficiali delle Forze Armate di Roma.

Appuntamento al prossimo anno, con un grande successo per il presidente dell’associazione Prof. Avv. Fabio Dell’Aversana e tutto il suo preziosissimo staff, tra cui la nostra “culturina” Angela Patalano, responsabile della segreteria organizzativa dell’evento. Per maggiori info consultare il sito: www.siedas.it.

 

Alessandra Santini

Ritratto di donna: Fabrizia Ranelletti, Signora della performance

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Intervistare l’eccellenza contemporanea della performance Fabrizia Ranelletti è una grande emozione, sebbene il legame umano e artistico che ci lega è ormai consolidato da tempo.

I suoi particolarissimi lavori si ispirano a tematiche sociologiche come la caccia alle streghe, il giudizio universale, l’alterità, il tempo dando vita a personaggi come Joseph Beuys, Pier Paolo Pasolini, Vladimir Vladimirovič Majakovskij e Ipazia d’Alessandria. Tra i suoi progetti culturali figurano dei format sulla follia e sul femminicidio.

Fabrizia, hai il carisma dei grandi scultori: modelli la materia viva e inanimata e le conferisci nuova vita. Dal gesto crei una storia.

Senza emozioni è impossibile creare legami tra persone o proporre qualsivoglia spunto artistico. Le giustapposizioni non comprendono spazi emozionali, sono soltanto banali rappresentazioni.

A proposito di scultura, parafrasando Michelangelo, credo che ogni tipo di “materia” sia soltanto da rivelare, in quanto insita all’interno di ogni essere umano, in ogni artifizio e in ogni accadimento naturale. Le storie sono rivelazioni.

Sei prima di tutto una storica dell’arte, qual è la tua interpretazione dell’estetica e come sei riuscita a coniugare il senso della grande Storia con il concetto di Bellezza migrante che si incarna nella vita quotidiana, nel tuo lavoro, anzi nei tuoi lavori?

Penso che l’estetica sia “il volto” della storia. Non si può prescindere dal corpus delle immagini artistiche, antiche e moderne.

I modelli di Bellezza cambiano il loro corso, ritornano, si ribaltano. Senza regole uniche. Con le loro differenze. La Bellezza non ha preconcetti sborda, trabocca e travolge.

Teorica o concreta abbisogna di sensi, anche inconsapevoli. Da lirica a drammatica ha accompagnato e accompagna il cammino dell’uomo nella sua realtà quotidiana.

Talvolta, però, guardare solo ai grandi capolavori distorce il divenire storico. Occorre avere una visione più ampia che solo nella storia sociale si può trovare.

La storia fatta dalla stragrande maggioranza delle persone che sono vissute nella loro, molto spesso, dura quotidianità. Con l’unica e sostanziale visione del reale, al di fuori della cultura dotta, del potere e dei potenti.

Mi piace trasferire, senza surrealtà alcuna, processi storici, esistenziali, grandi personalità nella vita presente. Nella nostra contemporaneità, contestualizzando e decontestualizzando. Non interpretando ma trattando. Riflettendo.

Vivo raccontando la Bellezza. Svolgo da svariati anni la professione di guida turistica in zone archeologiche, spazi monumentali, musei, mostre, gallerie. Il mio intento è la sensibilizzazione al patrimonio monumentale, evitando accuratamente il nozionismo e la lettura accademica che ho lasciato da tempo.

performance art

Ci sono dei personaggi ai quali hai dedicato delle monografie performative. Quali sono i tuoi riferimenti più cari?

Ho incontrato Joseph Beyus, Pier Paolo Pasolini, Vladímir Vladímirovič Majakóvskij, Ipazia di Alessandria, portandoli con me in strada, a teatro e in eventi culturali. Ce ne saranno sicuramente altri e altre.

I grandi Maestri della Storia dell’Arte, poi, sono in me per la teoria dell’Arte che ho praticato nella mia vita di Storica e Critica d’Arte. Ho preso da loro gestualità e forme.

Cosa significa performare oggi dopo l’eredità della body art e le sue propaggini?

Significa cercare in sé per trovare gli altri. Utilizzare il corpo come astrazione e concetto è il mio interesse. Una sorta di andare poetico nella realtà quotidiana. Nulla di più evocativo del e nel divenire eterno.

Il gesto, la parola, l’improvvisazione sono i mezzi con i quali impronto un argomento storico, artistico, esistenziale, filosofico, sociale.

Hai ideato dei veri e propri format artistici come le passeggiate performative presso i luoghi di Pasolini ai flashmob museali con la collaborazione di “attori” improvvisati. Parlaci delle tue creature.

Le passeggiate poetico/performative al Mandrione, in uno dei luoghi pasoliniani romani, sono state un saliscendi tra la poesia pasoliniana e la durissima vita quotidiana delle famiglie ma soprattutto delle donne che hanno vissuto, parte della loro vita, sotto le arcate di un acquedotto romano.

Ho intrecciato lo spazio, la storia, la poesia in un connubio esistenziale, concreto, profondo e leggero nello stesso tempo. Nella mia espressione performativa sono presenti linee contrastanti, dove c’è sorpresa e dove si genera magia.

Amo particolarmente interagire con le persone presenti, in molte occasioni ciò è avvenuto. E’ il caso di “Alterità” un mio classico, performance portata in vari contesti negli anni.

Di volta in volta mi accompagno a persone diverse che non sono “preparate” su ciò che avverrà. Dico loro soltanto che devono ripetere ciò che dico io e devono assumere la posizione che gli faccio prendere io muovendole.

Il tuo è un femminismo attivo senza clamori. Sei una donna che non ha rinunciato alla maternità, nonna di uno splendido bimbo, un’artista irriverente e complice della sua corporeità. Qual è lo scoglio che le donne artiste fanno ancora fatica a superare oggi?

Hanno paura della loro unicità. Tendono a conformarsi e non condividono la loro creatività. Sono nemiche di sé stesse.

Certo, la “posizione” storica della donna è difficile da scardinare ma proprio per questo dato, c’è da aspettarsi qualcosa in più. Gli stereotipi della donna creativa, purtroppo, sono innumerevoli.

Si pensa di frequente che un’artista non debba avere cura di sé piuttosto che debba fare una vita ascetica, chiusa nel suo pensatoio. Ho sempre vissuto i miei momenti vitali senza remore.

Il mio sentire è sempre stata l’unica traccia da perseguire. Passo dalla cura della casa all’happening performativo, da ore di gioco con il mio nipotino a interventi in convegni storico-artistici. Mi annoia la vita monotematica. Solo felicemente schizofrenica.

Fabrizia, l’ideologia nell’arte ha ancora un senso secondo te?

Fondamentale. Senza ideologia utopica non può esistere creazione.

I tuoi impegni attuali e futuri?

L’ultimo lavoro è stato Ecce mulier, performance che ho avuto l’onore di condividere con un’interprete eccelsa del mio testo come te… La nascita di una mia performance ha un’incubazione di letture e approfondimenti, sulla tematica da affrontare, che può durare anche mesi.

In questo caso, ad esempio, le fonti esaminate sono state: Vangelo di Giovanni 19, 5-22, Apocalisse di Giovanni; Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Ecce homo, Storia sociale, Storia delle donne, Storia mia. In gestazione una performance condivisa con un grande artista.

 Fabrizia Ranelletti è un’eccellenza della performance contemporanea, critica d’Arte, curatrice di mostre, direttrice artistica di eventi. Ha redatto numerosi testi critici ad artisti e articoli su riviste di settore. Docente di Storia dell’Arte e di marketing culturale. Ideatrice di una linea di comunicazione storico-artistica che, dal 2012, ha depositato alla OLAF (SIAE), in cui, attraverso delle performances, presenta argomenti storici, artistici, sociali e filosofici. La comunicazione, secondo la sua visione, non deve limitarsi al nozionismo, ma arrivare alle corde emozionali delle persone, per rendere l’esperienza di partecipazione una fase vitale attiva. Le performances, contestualizzanti e decontestualizzanti, hanno un filo conduttore di comunicazione verbale coadiuvato da gestualità corporee, dall’uso di oggetti avvaloranti concetti di base, nonché da trucchi e travestimenti. Peculiare il carattere di spontaneità, dinamismo e improvvisazione: non c’è mai un copione da seguire, c’è solo un argomento da affrontare.

 

performance art

Antonella Rizzo

Lie To Me? Merita più per il cast che per la trama

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Lie To Me e il suo cast eccelso.

Purtroppo, per noi, però la serie è finita nel 2011.

Ma grazie a Netflix sono riuscita a compensare i salti causati dalla mia incostanza con gli appuntamenti durante la trasmissione sui canali televisivi. Ammettiamolo guardare serie TV e film dalla piattaforma in streaming è di una comodità disarmante. Ovviamente, non c’è più il fascino dell’appuntamento serale e della lotta al telecomando per avere la supremazia, ma tutto sommato non spiace.

Tuttavia, non è da dimenticare che i telefilm hanno una data di scadenza su tutte le piattaforme. Quindi se siete curiosi di intraprendere un percorso filmico, non temporeggiate. Potreste non trovarlo più.

Sono passati ben sette anni da quando si sono spenti i riflettori sul Lightman Group.

E l’ultima puntata della terza stagione offre un senso di truce sospensione, di storia incompiuta. Un finale tagliato che sicuramente a tratti ti fa arrabbiare.

C’era ancora molto da raccontare, a mio parere, e soprattutto ancora tempo per godere dell’interpretazione magistrale di Tim Roth nei panni di Cal Lightman.

Ma chi è Cal Lightman?

Il protagonista è uno dei maggiori scienziati esperti di psicologia delle emozioni e della menzogna. Una scienza contemporanea che include la comunicazione non verbale, il linguaggio del corpo, la prossemica e la cinesica, ossia la disciplina che studia la mimica facciale e i movimenti involontari.  Curiosità che non tutti conoscono: il protagonista di Lie To me, prende liberamente ispirazione dalla vita privata e professionale dello psicologo Paul Ekman. Lo studioso è stato inserito nel 2009 sul Times Magazine nella lista delle 100 persone più influenti al mondo.

Cal Lightman, uomo dalla vita sentimentale travagliata, è consulente esterno per le Forze dell’Ordine, l’FBI, il Dipartimento della Difesa. Ad ogni puntata lo seguiamo nelle sue indagini accompagnato dalla brillante dottoressa Gillian Foster (l’unica che non riesce a “leggere”), da Eli Loker e Ria Torres.

Eccentrico e geniale Cal catalizza l’attenzione e ti porta a far crescere costantemente la curiosità verso il suo reale ego.

La domanda a questo punto sorge spontanea.

Perché guardare una Serie Tv che è stata tagliata?

Innanzitutto perché è un monile prezioso nella sceneggiatura.

E soprattutto per Roth, scelto da registi del calibro di Tornatore e Tarantino per la sua bravura, e che con questo personaggio riesce a catalizzare simpatie e antipatie contemporaneamente.

Vedere Lie To Me anni dopo per il suo cast e non per la storia.

Difatti, in un’ipotetica lista di pro e contro si gioca ad armi (più o meno) pari. Come pro ovviamente il cast e il plot delle singole puntate. Come contro, invece, il fatto che la trama viene tagliata alla terza stagione, lasciando tutto in sospeso e le vicende dei personaggi “appese”.

Ma dopotutto, se si intraprende la visione di una serie tagliata, possiamo immaginare la realtà dei personaggi, al di là delle puntate conosciute, come preferiamo. Creare noi il prosieguo e forse regalare un tono romantico e con un lieto fine.

Alessia Aleo