Roma 2018: Quello che non uccide, uomini che odiano il cinema

Quello che non uccide

Parafrasando una celeberrima battuta di Casablanca, possiamo dire che, nonostante Quello che non uccide, “avremo sempre il film di David Fincher”.

Ora, so benissimo che partire con i paragoni è fortemente ingeneroso. E forse anche non giusto, essendo questo nuovo film non un sequel di quello del 2011, e nemmeno un vero reboot, ma un adattamento dei romanzi americani della saga Millenium. C’è da dire che, non a caso, l’americanizzazione che parte dalle pagine si percepisce anche in ogni scelta narrativa del film.

Non abbiamo più davanti, pertanto, una complessità di ruoli e situazioni con forti sfumature morali incarnate da una interessantissima protagonista asociale quasi ai tratti della pericolosità, ma comunque interiormente fragile. No, dimenticate quelle atmosfere. Adesso con Quello che non uccide abbiamo davanti un generico thriller action come ce ne sono a centinaia.

Un peccato, perché trovarsi a disposizione una tale storia e galleria di personaggi, e poi utilizzarli nella maniera più banale possibile, è un grande spreco. Anzi, in un certo senso nemmeno utilizzarli: è come se la personalità di Lisbeth non ci fosse, e al suo posto potrebbe esserci qualsiasi altra figura interscambiabile da action.

Peccato supplementare perché Claire Foy è molto brava, ad iniziare dal lavoro sull’accento e sulla fisicità. Ma da sola non può salvare un film che propone la versione più inutile di sempre di Mickael Blomquist, un villain che definire cartoonesco è riduttivo, e una trama che pare uscita da una fan fiction di basso livello.

Non vorrei nemmeno sparare così tanto a zero su Quello che non uccide, ma definirla solo “una visione godibile” dovrebbe essere il requisito minimo indispensabile, non l’unica cosa positiva di un film.

Fede Alvarez non ha sottigliezza di Fincher, e nemmeno la sua spinta all’esplorazione dei comportamenti umani. Le sue evidenti armi sono quelle di raccontare semplicemente una storia di genere. Il problema è la poca cura e infima originalità con la quale è trattata.

Lisbeth improvvisamente è un qualsiasi vigilante, che passa la prima metà del film a sembrare Batman, e la seconda a vestire i panni di Bond. Proprio quelle spy stories scanzonate – ma fidatevi, le peggiori – sembrano essere alla base di questo film, con tanto di presenza di tirapiedi del villain e piani di distruzione di massa.

Partendo da una storia personale che più banale non si può (raccontata inoltre con immagini e metafore più marcate possibili), che umanizza fin troppo Lisbeth facendole perdere la sua grandiosa unicità, arriviamo ad un subplot che coinvolge il furto di un sistema missilistico nucleare.

Sì, in questo film Lisbeth deve impedire un furto nucleare. Improvvisamente, Quello che non uccide si abbandona senza motivo ai cliché peggiori dei film di Bond o Mission Impossible.

Verrebbe davvero da chiedersi perché, ma la ricerca della risposta sarebbe inutile quanto la risposta stessa. Rimane, quindi, un film brutto e inutile che ha azzoppato sul nascere una saga interessante e soprattutto diversa. Ora, di diverso non c’è più nulla. Lisbeth, ci mancherai.

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Emanuele D’Aniello

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