Ritratto di donna: Fabrizia Ranelletti, Signora della performance

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Intervistare l’eccellenza contemporanea della performance Fabrizia Ranelletti è una grande emozione, sebbene il legame umano e artistico che ci lega è ormai consolidato da tempo.

I suoi particolarissimi lavori si ispirano a tematiche sociologiche come la caccia alle streghe, il giudizio universale, l’alterità, il tempo dando vita a personaggi come Joseph Beuys, Pier Paolo Pasolini, Vladimir Vladimirovič Majakovskij e Ipazia d’Alessandria. Tra i suoi progetti culturali figurano dei format sulla follia e sul femminicidio.

Fabrizia, hai il carisma dei grandi scultori: modelli la materia viva e inanimata e le conferisci nuova vita. Dal gesto crei una storia.

Senza emozioni è impossibile creare legami tra persone o proporre qualsivoglia spunto artistico. Le giustapposizioni non comprendono spazi emozionali, sono soltanto banali rappresentazioni.

A proposito di scultura, parafrasando Michelangelo, credo che ogni tipo di “materia” sia soltanto da rivelare, in quanto insita all’interno di ogni essere umano, in ogni artifizio e in ogni accadimento naturale. Le storie sono rivelazioni.

Sei prima di tutto una storica dell’arte, qual è la tua interpretazione dell’estetica e come sei riuscita a coniugare il senso della grande Storia con il concetto di Bellezza migrante che si incarna nella vita quotidiana, nel tuo lavoro, anzi nei tuoi lavori?

Penso che l’estetica sia “il volto” della storia. Non si può prescindere dal corpus delle immagini artistiche, antiche e moderne.

I modelli di Bellezza cambiano il loro corso, ritornano, si ribaltano. Senza regole uniche. Con le loro differenze. La Bellezza non ha preconcetti sborda, trabocca e travolge.

Teorica o concreta abbisogna di sensi, anche inconsapevoli. Da lirica a drammatica ha accompagnato e accompagna il cammino dell’uomo nella sua realtà quotidiana.

Talvolta, però, guardare solo ai grandi capolavori distorce il divenire storico. Occorre avere una visione più ampia che solo nella storia sociale si può trovare.

La storia fatta dalla stragrande maggioranza delle persone che sono vissute nella loro, molto spesso, dura quotidianità. Con l’unica e sostanziale visione del reale, al di fuori della cultura dotta, del potere e dei potenti.

Mi piace trasferire, senza surrealtà alcuna, processi storici, esistenziali, grandi personalità nella vita presente. Nella nostra contemporaneità, contestualizzando e decontestualizzando. Non interpretando ma trattando. Riflettendo.

Vivo raccontando la Bellezza. Svolgo da svariati anni la professione di guida turistica in zone archeologiche, spazi monumentali, musei, mostre, gallerie. Il mio intento è la sensibilizzazione al patrimonio monumentale, evitando accuratamente il nozionismo e la lettura accademica che ho lasciato da tempo.

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Ci sono dei personaggi ai quali hai dedicato delle monografie performative. Quali sono i tuoi riferimenti più cari?

Ho incontrato Joseph Beyus, Pier Paolo Pasolini, Vladímir Vladímirovič Majakóvskij, Ipazia di Alessandria, portandoli con me in strada, a teatro e in eventi culturali. Ce ne saranno sicuramente altri e altre.

I grandi Maestri della Storia dell’Arte, poi, sono in me per la teoria dell’Arte che ho praticato nella mia vita di Storica e Critica d’Arte. Ho preso da loro gestualità e forme.

Cosa significa performare oggi dopo l’eredità della body art e le sue propaggini?

Significa cercare in sé per trovare gli altri. Utilizzare il corpo come astrazione e concetto è il mio interesse. Una sorta di andare poetico nella realtà quotidiana. Nulla di più evocativo del e nel divenire eterno.

Il gesto, la parola, l’improvvisazione sono i mezzi con i quali impronto un argomento storico, artistico, esistenziale, filosofico, sociale.

Hai ideato dei veri e propri format artistici come le passeggiate performative presso i luoghi di Pasolini ai flashmob museali con la collaborazione di “attori” improvvisati. Parlaci delle tue creature.

Le passeggiate poetico/performative al Mandrione, in uno dei luoghi pasoliniani romani, sono state un saliscendi tra la poesia pasoliniana e la durissima vita quotidiana delle famiglie ma soprattutto delle donne che hanno vissuto, parte della loro vita, sotto le arcate di un acquedotto romano.

Ho intrecciato lo spazio, la storia, la poesia in un connubio esistenziale, concreto, profondo e leggero nello stesso tempo. Nella mia espressione performativa sono presenti linee contrastanti, dove c’è sorpresa e dove si genera magia.

Amo particolarmente interagire con le persone presenti, in molte occasioni ciò è avvenuto. E’ il caso di “Alterità” un mio classico, performance portata in vari contesti negli anni.

Di volta in volta mi accompagno a persone diverse che non sono “preparate” su ciò che avverrà. Dico loro soltanto che devono ripetere ciò che dico io e devono assumere la posizione che gli faccio prendere io muovendole.

Il tuo è un femminismo attivo senza clamori. Sei una donna che non ha rinunciato alla maternità, nonna di uno splendido bimbo, un’artista irriverente e complice della sua corporeità. Qual è lo scoglio che le donne artiste fanno ancora fatica a superare oggi?

Hanno paura della loro unicità. Tendono a conformarsi e non condividono la loro creatività. Sono nemiche di sé stesse.

Certo, la “posizione” storica della donna è difficile da scardinare ma proprio per questo dato, c’è da aspettarsi qualcosa in più. Gli stereotipi della donna creativa, purtroppo, sono innumerevoli.

Si pensa di frequente che un’artista non debba avere cura di sé piuttosto che debba fare una vita ascetica, chiusa nel suo pensatoio. Ho sempre vissuto i miei momenti vitali senza remore.

Il mio sentire è sempre stata l’unica traccia da perseguire. Passo dalla cura della casa all’happening performativo, da ore di gioco con il mio nipotino a interventi in convegni storico-artistici. Mi annoia la vita monotematica. Solo felicemente schizofrenica.

Fabrizia, l’ideologia nell’arte ha ancora un senso secondo te?

Fondamentale. Senza ideologia utopica non può esistere creazione.

I tuoi impegni attuali e futuri?

L’ultimo lavoro è stato Ecce mulier, performance che ho avuto l’onore di condividere con un’interprete eccelsa del mio testo come te… La nascita di una mia performance ha un’incubazione di letture e approfondimenti, sulla tematica da affrontare, che può durare anche mesi.

In questo caso, ad esempio, le fonti esaminate sono state: Vangelo di Giovanni 19, 5-22, Apocalisse di Giovanni; Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Ecce homo, Storia sociale, Storia delle donne, Storia mia. In gestazione una performance condivisa con un grande artista.

 Fabrizia Ranelletti è un’eccellenza della performance contemporanea, critica d’Arte, curatrice di mostre, direttrice artistica di eventi. Ha redatto numerosi testi critici ad artisti e articoli su riviste di settore. Docente di Storia dell’Arte e di marketing culturale. Ideatrice di una linea di comunicazione storico-artistica che, dal 2012, ha depositato alla OLAF (SIAE), in cui, attraverso delle performances, presenta argomenti storici, artistici, sociali e filosofici. La comunicazione, secondo la sua visione, non deve limitarsi al nozionismo, ma arrivare alle corde emozionali delle persone, per rendere l’esperienza di partecipazione una fase vitale attiva. Le performances, contestualizzanti e decontestualizzanti, hanno un filo conduttore di comunicazione verbale coadiuvato da gestualità corporee, dall’uso di oggetti avvaloranti concetti di base, nonché da trucchi e travestimenti. Peculiare il carattere di spontaneità, dinamismo e improvvisazione: non c’è mai un copione da seguire, c’è solo un argomento da affrontare.

 

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Antonella Rizzo

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