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7 Sconosciuti a El Royale, quanto ci piace giocare

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Su quello che piace al Drew Goddard regista e sceneggiatore, ma soprattutto spettatore, e quindi vuole anche far piacere, siamo tutti d’accordo.

Lo capiamo vedendo adesso 7 Sconosciuti a El Royale. L’avevamo già capito vedendo il suo film precedente e debutto registico, Quella Casa nel Bosco. Ne siamo pienamente convinti scorrendo tutta la sua filmografia di sceneggiatore, per cinema e tv, qualsiasi genere tocchi, costruisca o decostruisca. A Goddard piace tantissimo intrattenere.

Divertirsi e far divertire, questo è il suo mantra. E magari tutti lo applicassero così bene. Perché possiamo fare tutti le analisi serie che vogliamo e trovare tutti i sottotesti metaforici che vogliamo – e tra poco lo faremo – ma 7 Sconosciuti a El Royale è prima di tutto, più di tutto, un grande film di intrattenimento. Un film che vuole divertire, coinvolgere lo spettatore con i suoi continui ribaltamenti e doppi giochi, con le sorprese e colpi di scena. Vuole farlo e ci riesce per tutte le sue due ore e venti di durata, tante, ma che sorprendentemente non pesano mai.

Semplicemente, 7 Sconosciuti a El Royale è un buon film perché seduce lo spettatore, lo fa entrare nel suo gioco, lo avvolge pian piano nel suo crescendo, e lo lascia andare solo quando gli stampa un sorriso soddisfatto in faccia. Per carità, non è un film serio o particolarmente profondo 7 Sconosciuti a El Royale, non vuole suscitare chissà quale riflessione o malessere. Eppure, nel suo gioco d’intrattenimento, raggiunge l’eccellenza.

Stabilite le cose importanti, allora provo io a fare il serio. Ricordando che c’è anche un’altra cosa che a Drew Goddard piace moltissimo. E, fortunatamente, gli riesce anche benissimo.

Questa cosa è guardare, e capire cosa sta guardando.

Non a caso, che nel precedente Quella Casa nel Bosco – senza spoiler per chi deve ancora colpevolmente recuperarlo – i protagonisti fossero osservati era fondamentale. Anche adesso in 7 Sconosciuti a El Royale appaiono specchi, e personaggi che osservano altri personaggi attraverso gli specchi.

Goddard guarda gli spettatori che guardano i personaggi guardare. Non è uno scherzo, ma lo strumento essenziale per il regista: notare come qualcuno si rifletta davanti ad uno specchio. Il film si riflette su se stesso, il genere si riflette su stesso. Dopotutto, Quella Casa nel Bosco era una grande decostruzione del genere horror e di tutti i suoi topoi. Anche adesso 7 Sconosciuti a El Royale, pur essendo molto meno metacinematografico, è un grande gioco sull’utilizzo narrativo dei cliché nel genere crime.

Il riferimento a quel sottogenere che ha creato negli anni ’90 Quentin Tarantino è lampante. Non solo 7 Sconosciuti a El Royale utilizza volontariamente ogni cliché possibile del genere crime (dimostrando l’efficacia imperitura dell’usato sicuro come recentemente ha fatto un altro film più chiacchierato), ma soprattutto utilizza ogni schema possibile provato da Tarantino. Magari sta a voi fare il gioco di individuare quale soluzione narrativa del film è stata vista in quale film di Tarantino, ma sappiate che ci sono tutte: dai dialoghi ai personaggi, dai salti temporali alla violenza, dalla divisione in capitoli alle scene riviste attraverso diverse soggettive.

Evitando il rischio della rielaborazione originale, ma anche la trappola della parodia/omaggio, 7 Sconosciuti a El Royale si infila in una nicchia strettissima tra queste due opzioni avendo come finalità la costruzione di una storia avvincente con personaggi forti. Finalità pienamente raggiunta, appunto.

Se un tema vogliamo trovare al film, è quello della dualità. Come l’hotel El Royale eretto su due stati, tutti i personaggi hanno due identità – esteriori o interiori – con cui convivere. E soprattutto, è Goddard a lavorare in una intrinseca dualità. Quella del decostruttore, da un lato, che si diverte a giocare con le aspettative degli spettatori ormai sedimentate dalla mancanza di originalità e ripetitività degli schemi narrativi dei generi cinematografici. E quella del costruttore di storie, dall’altro lato, al lavoro per creare storie nuove e puzzle labirintici per tenerci incollati alla poltrona del cinema.

Talvolta, giocare è una cosa serissima.

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Emanuele D’Aniello

In viaggio con Adele, un film che richiama il valore delle piccole cose

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In viaggio con Adele è al cinema, un film emozionante con Alessandro Haber e Isabella Ferrari

Esce il 18 ottobre al cinema, l’opera prima di Alessandro Capitani, giovane regista di “In viaggio con Adele“, che ha scelto per interpretare la sua esperienza cinematografica due artisti del calibro di Alessandro Haber e Isabella Ferrari.

Tutti ricordiamo le splendide interpretazioni dei meravigliosi anni ’80, che hanno fatto i due attori, in due dei film più appassionanti della storia del cinema italiano: “Da Grande”, dove Haber interpretava il papà di Renato Pozzetto e Isabella Ferrari, che ci ha fatto sognare con la sua bellezza in “Sapore di Mare”, una storia d’amore estiva come la sua, a fianco del bellissimo Massimo Ciavarro.

Un film ricco di emozioni, da non perdere se siete alla ricerca di sensazioni forti. Commovente, con un finale intenso, con un Haber che come al solito non delude mai, e una Ferrari sorprendente nel ruolo di “antipatica”, manager del protagonista maschile.

La protagonista della pellicola è Adele, una giovane ragazza che, dopo aver vissuto una vita senza la presenza di un padre, si ritrova a perdere improvvisamente anche la madre. A decidere il destino della “particolare” ragazza sarà la vita, fatta di scelte, ma soprattutto l’amore, un amore dettato da un legame di sangue.

Aldo, un ormai attempato attore teatrale, sta finalmente per sostituire il famoso attore Tony Servillo in una pièce unica, il suo cavallo di battaglia “Cyrano de Bergerac”. Ipocondriaco, vegano, trascorre una vita tutta di corsa, non si ferma mai e questo genera in lui una serie di ansie e paure.

Forse anche a lui, proprio come ad Adele, manca qualcosa per essere completo. Quel qualcosa che non ha mai saputo di avere, ma che invece c’è, è lì, da sempre.

Ha amato solo una donna nella sua vita, la mamma di Adele. Appena riceve la notizia che è morta, corre al suo funerale per darle l’ultimo saluto, a Foggia, dove viveva e scopre di avere una figlia.

Adele è una ragazza speciale: gira con un pigiama rosa a forma di coniglio, scrive su post-it rosa dei messaggi “strani” che pochi codificano. Il personaggio di Adele è spaventato, così come tutti i personaggi della pellicola. Proprio come suggerirà a Aldo, a seguito della sua ipocondria:

“Tu non hai paura di morire, tu hai paura di vivere”.

Adele, al contrario di Aldo, che non ha mai avuto grossi scossoni nella sua vita tranquilla, è un personaggio con una vita tragica, ma che riesce comunque a mantenere quel candore unico, di chi è “diverso”.

Non si tratta semplicemente di un film con un messaggio profondo da dare, quello del richiamo alle piccole cose, in un mondo frivolo e superfluo. A tratti è anche una commedia divertente. Qualche battuta pungente, vi farà sicuramente ritrovare il piacere della comicità pulita e mai volgare.

Alessandro Haber è una garanzia, come al solito, riesce a far emergere tutte le sfumature del carattere di Aldo.

Una chicca che contribuisce ad emozionare, le scelte per le colonne sonore scelte, davvero azzeccatissime.

Alessandra Santini

 

 

L’Ecce Homo di Mantegna arriva a Palazzo Barberini

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Nel cuore della città eterna, è stata inaugurata la mostra “la stanza di Mantegna”. Fino al 26 gennaio, sei capolavori provenienti dal museo parigino Jacquemart-Andrè, saranno ospiti di Palazzo Barberini.

Questa ristretta cerchia di opere, datate tra la metà e la fine del 400, sono i tesori del Rinascimento italiano con Ecce Homo, attrazione principale della mostra. “Ecco l’uomo”, queste le parole pronunciate da Pilato mentre presenta la flagellazione di Gesù. Ma questa volta non siamo davanti alla classica iconografia, al tradizionale racconto dell’ecce homo, questa volta è diverso. Michele Monte, curatore della mostra, ci spiega perché : “Mantegna mette in primo piano Gesù e Pilato di fronte, noi non lo vediamo, Pilato è dalla parte dello spettatore.

Noi, i fruitori dell’opera, veniamo chiamati dentro l’immagine.”

Mantegna inoltre, decide di dipingere su un supporto di lino, steso su tavola, per alludere alla sindone, al velo sacro. L’opera accanto, “Madonna con bambino tra i santi Gerolamo e Ludovico di Tolosa” datata il 1455, testimonia l’interpretazione magnentesca delle immagini di Maria. Un soggetto ampiamente trattato dalla bottega di Giovanni Bellini, con cui il pittore ebbe uno stretto legame. L’opera è di interesse antiquariale visibile soprattutto dal festone. Il bambino poggia i piedi sul parapetto di marmo, alludendo al sarcofago. Guarda il alto, verso il festone, simboleggiando, così, l’eucarestia. Le altre tre opere, visibili nella stanza sono, “la Madonna” di Cima da Conegliano, una miniatura in forma di ritratto su pergamena di Squarcione e l’opera del Riccio, scultore che prediligeva la lavorazione del bronzo.

Ma non è finita!

Insieme alla stanza di Mantegna apre al pubblico “Gotico americano”. La mostra è stata resa possibile grazie ad uno scambio con il Museum of fine art di Houston che ha prestato due tavole del trecento italiano.

La galleria d’arte antica infatti ospita “Madonna con bambino” del Maestro Senese della Madonna di Straus. Per la prima volta esposta in Europa, e “Madonna con bambino” del maestro della Madonna Straus, che per la prima volta vengono accostate alla Madonna di Palazzo Venezia.

Alessandra Forastieri

Un noioso “sogno di una notte di mezza età” quello di Daniel Auteuil

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“Sogno di una notte di mezza età” è il nuovo film diretto ed interpretato da Daniel Auteuil in uscita in Italia il 18 ottobre.

Comincio subito con il confessare che questo film non mi ha convinto. Mi sono seduta in sala con la voglia e la speranza di ridere un po’, o almeno sorridere, con una commedia francese dell’ultima generazione.

Ma, purtroppo, “Sogno di una notte di mezza età” non è abbastanza divertente, tanto meno esilarante. Sulla carta c’erano tutti gli elementi per far tornare o mantenere di buonumore il pubblico. Da un lato, abbiamo due grandi attori francesi come Gérard Depardieu e Daniel Auteuil, duetto già rodato in altri film. Dall’altro, una storia leggera e potenzialmente ricca di gag.

Daniel è un uomo di mezza età, molto “innamorato di sua moglie”. Lo dice anche il titolo originale della commedia (“Amoureux de ma femme”), decisamente più carino e pertinente di quello italiano. E già la scelta del titolo italiano è un difetto.

Daniel e sua moglie Isabelle (Sandrine Kiberlain) Invitano a cena l’amico Patrick (Gérard Depardieu) per conoscere la donna per cui ha lasciato sua moglie. Lei, Emma, è molto bella e più giovane di lui e appare subito sensuale e piena di vitalità (Adriana Ugarte).

daniel auteuil film

Appena Daniel vede Emma, ne resta folgorato e inizia un film nel film. L’uomo è ricco di immaginazione e non fa che fantasticare per tutta la serata su eventuali approcci, seduzioni, fughe, storie d’amore tra lui e la sexy ospite. Nel primo film mentale di Daniel, Emma si sfila il vestito rosso che indossa per restare nuda di fronte a lui.

Il film, per Daniel Auteuil, dovrebbe essere “una fantasia amorosa attraverso la quale ci si pone la domanda a cui ognuno può rispondere: cosa si desidera davvero quando desideriamo qualcun altro?”.

D’altronde, il protagonista del film non è diverso da alcuni di noi. Quando conosciamo qualcuno che ci attrae (ma non solo, direi), iniziare a fantasticare è una tentazione quasi irresistibile. Secondo il regista Daniel Auteuil, “chi di noi può affermare che, di tutte le vite possibili, l’unica che desideriamo è quella che stiamo vivendo?”. Quindi, sarebbe come dire che il meccanismo spontaneo dell’immaginazione  aiuta non solo a sfuggire ad una vita insoddisfacente, ma anche a viverne diverse, pur restando soddisfatti della propria.
In “Sogno di una notte di mezza età” Daniel è innamorato di sua moglie Isabelle ed è felice della sua vita con lei. Ma, per una sera, fantasticare su una relazione con la sensuale Emma lo aiuterà a chiarirsi le idee su cosa conta e vuole davvero.

Tutti ottimi intenti quelli di Daniel Auteuil, ma tutti finiti in un film privo della vitalità che, invece, vorrebbe ispirare nello spettatore.

Daniel Auteuil

Le indubbie capacità recitative dei quattro attori vengono poco in risalto, probabilmente per colpa del doppiaggio italiano, che non riesce a rendere il brio dei dialoghi originali, che si percepisce ma non arriva con naturalezza allo spettatore.

II risultato è una pellicola ripetitiva nelle fantasie e prevedibile nelle gag che nascono dall’imbarazzo tra i personaggi. Il rischio di annoiarsi è altissimo.

Stefania Fiducia

Premiato al Festival di Berlino 2018 il film “Le ereditiere” arriva in Italia

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Dal 18 ottobre potrete vedere al cinema “Le ereditiere”, film paraguaiano scritto e diretto da Marcelo Martinessi che dopo il Festival di Berlino vorrebbe conquistare anche l’Oscar.

Ambientato ad Asuncion, in Paraguay, “Le ereditiere” racconta una storia di donne anziane, un gruppo raramente rappresentato nel cinema. Chela e Chiquita sono una coppia che convive da trent’anni. La prima appare subito depressa e indolente, con simpatie e ossessioni racchiuse nel vassoio che tutte le mattine le prepara la sua compagna: medicine, cola, caffè, etc.

Fanno parte della ricca borghesia paraguiana, ma, a causa di un tracollo finanziario, devono vendere i loro beni. Chiquita viene anche accusata di frode e viene arrestata. Chela resta spaesata da questa nuova situazione: non sa come vivere il quotidiano senza Chiquita, ha paura che le persone scoprano che la compagna è in prigione. Per un caso fortuito, riprende a guidare e in pochi giorni si improvvisa tassista per alcune donne anziane benestanti.

Chela è la vera protagonista del film, interpretata da Ana Brun, intensa anche se controllatissima in ogni gesto e ogni parola. Ha decisamente meritato la vittoria dell’Orso d’argento come migliore attrice all’ultimo Festival di Berlino.

L’identità di Chela sembra più familiare che personale: lei è l’ultimo membro di una famiglia ricca. Sta perdendo tutto ciò che di materiale ha ereditato. Costretta a vendere mobili e dipinti preziosi, le resta solo l’automobile che le regalò suo padre. Quella sarà improvvisamente il mezzo con cui si riprenderà un pezzo di indipendenza prima, un pezzo di vita dopo.

È un film sulla riscoperta del desiderio, “Le ereditiere”. Chela, infatti, – quasi inaspettatamente, considerata la condizione depressiva di partenza – reagisce alla separazione momentanea da Chiquita.

Esce, seppure con timore e timidezza, dalla sua “comfort zone”. Nel suo percorso di rinascita Chela si ritrova a riscoprire il desiderio e, subito dopo, a fuggire quasi letteralmente dalla sua realizzazione. Forse intuisce subito che, assecondandolo, porterà ad un cambiamento potenzialmente irreversibile.

Il regista Martinessi lo ha definito anche un film sui confini, perché, pur scegliendo di non collocare la trama in un dato periodo storico, voleva che richiamasse la situazione della società del suo Paese. Gli interessava raccontare la “sensazione di vivere in una gigantesca prigione“.

“Le ereditiere” è un film essenziale, senza fronzoli. I dialoghi sono asciutti, i silenzi riempiono la scena. Le inquadrature sono strette e dominano i primi piani, come se il corpo per Chela non avesse tanta  importanza. Fa eccezione solo la giovane Angy (Ana Ivanova), la cui immagine fin da subito appare “completa”. La regia indugia sul viso, come sulle labbra, come sul busto o le altre parti del suo corpo. È chiaro da subito che lei è la più risolta, quella con l’identità più salda.

Le ereditiere
Ana Brun (a sinistra) con Ana Ivanova

 

Lo stesso regista Martinessi ammette che, durante la lavorazione del film, il personaggio di Angy si è imposto ai suoi occhi con la sua presenza scenica. Lei è la più diretta e fisica, per questo spezza l’inerzia di Chela e ne innesca il cambiamento.

L’essenzialità dei dialoghi e delle scene non rendono noioso il film, che scorre veloce. Anche grazie alla capacità delle interpreti di esprimere tutto con il volto l’attenzione del pubblico resta vigile.

“Le ereditiere” è il film candidato per il Paraguay all’Oscar come miglior film straniero. Per raggiungere la cinquina finale, tra gli altri, dovrà vedersela anche con il bellissimo “Dogman” di Matteo Garrone. La battaglia è aperta tra due pellicole d’autore, originali e non banali, che non possono lasciare indifferenti lo spettatore.

Stefania Fiducia

Real Bodies Milano: la nuova mostra apre i battenti

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Torna a Milano “Real Bodies, oltre il corpo umano”, dal 6 ottobre 2018. Si tratta dell’Expo di anatomia più completa mai realizzata con oltre 50 corpi interi e 450 organi umani conservati con la tecnica della plastinazione.

Code lunghissime all’ingresso, tutti i giorni della settimana e a tutte le ore, per ammirare le meraviglie del corpo umano. Anche i più impressionabili – come la sottoscritta – si fanno coraggio e decidono di visitare la mostra Real Bodies, che in realtà è una vera e propria opera d’arte.

Per tutti coloro che si sono persi la prima edizione di due anni fa, ecco che arriva la nuova mostra ampliata, per l’ultima tappa in Italia. Con questa edizione, che apre i battenti sabato 6 ottobre nello Spazio Ventura XV a Milano (via Giovanni Ventura 15), la mostra internazionale di anatomia chiude il suo tour mondiale. In seguito, diventerà una mostra permanente in una grande città europea.

real bodies milano 2018

Un lungo percorso nel corpo umano

L’esposizione che spazia dal più antico metodo di imbalsamazione dei sacerdoti egizi ai più moderni sistemi di conservazione del corpo come la plastinazione, che consiste nel sostituire tutti i liquidi della salma con polimeri, e la crioconservazione che blocca la decomposizione congelando il corpo con l’azoto. E chissà se potremo risvegliarci in piena forma in un prossimo futuro, dopo essere stati “scongelati”!

Dopo il record di 280.000 visitatori registrato due anni fa a Milano, gli organizzatori della mostra hanno deciso di inaugurare un’edizione speciale completamente rinnovata. Il percorso espositivo si snoda come un atlante tridimensionale suddiviso in 12 sezioni, ognuna dedicata ad un particolare apparato corporeo. Si parte dalla nuova sezione dedicata ai disegni di Leonardo Da Vinci, di cui sono stati realizzati dei modelli reali, compreso il famosissimo “Uomo Vitruviano”.

Le novità di questa edizione

L’edizione di quest’anno, oltre a 450 elementi tra corpi e organi plastinati, propone infatti cinque nuove sezioni. Si va da Biomeccanica e Biomedicina, sulle tecnologie più innovative applicate al corpo umano, ad Anatomia comparata, con organi umani e animali messi a confronto. Poi ci sono la sezione Da Vinci, e quella sull’Immortalità, sulle tecniche di conservazione dopo la morte. E infine Alcool, fumo e droga, sugli effetti delle dipendenze sul corpo umano.

Nella sezione di anatomia comparata sono presenti cervelli, cuori e organi di 30 specie animali a confronto con quelli umani. Anche se, va detto, la scelta di inserire solo il nome scientifico in latino disorienta lo spettatore che non ha l’audioguida. Le spiegazioni per ogni teca sono infatti ridotte al minimo, ed è quindi difficile seguire senza una audioguida.

real bodies milano 2018

Molto interessante la sezione dedicata alla biomeccanica, la cui madrina è Chiara Bordi, ribattezzata “Miss Bionica”, arrivata terza al concorso di Miss Italia e prima concorrente della storia ad essere ammessa con una protesi. Fra le novità presentate in anteprima mondiale c’è il prototipo della hypercar elettrica guidata con sistemi neuronali Prometheus realizzata da Zava Hypercars.

Real Bodies promuove anche la solidarietà civile e medica attraverso le campagne informative orientate al dono di sangue, di organi e di midollo. Ma anche il valore di destinare fondi alla ricerca scientifica per sconfiggere le malattie rare supportando la campagna promossa da Telethon.

Ma arriviamo alla domanda più importante: se sono particolarmente impressionabile, posso visitare Real Bodies? La risposta è sì, a patto di evitare la sezione dedicata ai feti e quella sulla decomposizione. Per il resto, basta non avvicinarsi troppo alle teche e lasciarsi trasportare da questo, fantastico, viaggio nel corpo umano.

Valeria Martalò

 

Real Bodies: la caleidoscopica mostra sul corpo umano

Go Wine riporta a Roma i vini veneti sostenendo il Ponte di Bassano e la cultura degli Alpini

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La quarta edizione dei vini veneti di Go Wine oltre alla viticultura regionale sostiene anche l’iniziativa “Aiutiamo il Ponte di Bassano”.

Nelle sale dell’Hotel Savoy si è svolta la degustazione dedicata al Veneto, organizzata da Go Wine per il quarto anno consecutivo. L’omaggio che l’associazione ha dedicato a questa regione, ha permesso a tutti gli ospiti di esplorare un territorio tra i più produttivi d’italia. L’organizzazione del sistema agricolo e lo spirito cooperativo sono state le chiavi per la crescita della vitivinicultura locale, oggi tra le più apprezzate dai wine lovers italiani e di tutto il mondo.

I risultati di questo lavoro sono sotto gli occhi di tutti con il fenomeno Prosecco, con il quale il Veneto domina il mercato mondiale dello spumante. Volumi e cifre da capogiro quelle mosse da questa icona italiana del bere ma la viticultura Veneta non è soltanto questo. Il Prosecco è solo la punta di una piramide qualitativa che sa esprimersi in ogni zona della regione. Tra i meriti di questa degustazione Go Wine c’è  proprio quello di dare risalto a queste realtà. Tutte quelle doc e quei produttori che grazie alla qualità espressa non soffrono di gelosia per il loro celebre spumante.

Del resto ad esempio, vini come quelli della Valpolicella non possono certo impallidire davanti a qualsiasi confronto. Il valore della degustazione di Go Wine ha ribadito ancora una volta il grande valore e i contenuti di questa grande tradizione vitivinicola. Tra i banchi d’assaggio tanti produttori hanno presentato i loro vini spiegandone i particolari. Dal tipo di suolo, al clima, ai sistemi di vinificazione, gli appassionati hanno potuto esaudire qualsiasi curiosità.

Gli spumanti Veneti dal Prosecco al Lessini Durello.

Molto interessante la realtà dell’Azienda Collis, che presente sul mercato romano  con un proprio punto vendita riesce a anche a proporre prezzi veramente interessanti.  Tra i suoi spumanti accanto al Prosecco Extra Dry l’altro protagonista regionale della tipologia, che però la realtà distributiva italiana non consente di apprezzare su tutto il territorio nazionale. Il Durello qui in versione Brut, prodotto con metodo Martinotti, dai profumi delicati di fiori bianchi e frutta, di spiccata acidità che lo rende estremamente piacevole. Della stessa tipologia Il Durello Terre dei Vescovi e il Durello Le Macine, vini veramente gradevoli, sempre profumati e di grande leggerezza.

La rappresentanza del Soave.

Tra i bianchi un posto di rilievo spetta certamente al Soave, ampiamente rappresentato da ottime produzioni. Dal Caddis Soave 2015, al Soave Classico 2017 di Gini, entrambi esuberanti e ricchi nel gusto con una vena minerale che sottolinea la qualità del territorio. Dello stesso tipo anche il Soave Superiore Corte Giacobbe Vigneto Runcata, che rispetto ai precedenti si limita nell’impatto olfattivo ma aggiunge piacevoli toni speziati, frutto di una lavorazione in legno dosata quel tanto che basta per non marcare inutilmente il vino.

Il Veneto in rosa.

Molto piacevoli anche i vini di Poggio delle Grazie, scesa a Roma in rosa con un Pinot Grigio 2016 dall’invitante rosa ramato, fresco di frutta estiva ed erbe aromatiche. Ugualmente gustoso il suo compagno di banco, il Bardolino Chiaretto 2017, blend di corvina e rondinella dal gusto di piccoli frutti rossi e agrume. Tra i rossi si è fatto notare il Vespaiolo 2017 dell’Azienda Ca’ Biasi, vino di grande semplicità e sicura soddisfazione da impiegare tranquillamente dai salumi alla pizza.

Di altro rango il Villacapodilista 2010 austero ed elegante taglio dellAzienda La Montecchia. Un Colli Euganei Doc ottenuto con uvaggio di Merlot, Carmenere, Cabernet Sauvignon e Raboso. Frutto maturo, spezie e tabacco, che matura in barrique acquistando finezza ed eleganza. Per chiudere la Valpolicella un territorio tra i più vocati del veneto intero, presente con diverse referenze tra cui i vini di Rubinelli Vajol, Valpolicella e Ripasso, eleganti, gustosi ed immediati nella loro pienezza, seguiti dall’Amarone di Trabucchi d’Illasi vino di grandissima complessità, elegante e pieno di sfumature cangianti. Di quelli che danno veramente soddisfazione nel mettere il naso nel bicchiere.

Grappa e Alpini un binomio per il Ponte di Bassano.

Nel corso della serata è stata presentata anche l’iniziativa “Aiutiamo il Ponte di Bassano”, che prevedeva già in sala una raccolta fondi per salvare il Ponte degli Alpini simbolo di Bassano del Grappa. Il ponte, disegnato da Andrea Palladio, si sta  pian piano deformando e rischia di scomparire, portando via con se una pagina eroica della storia Italiana.

Per sostenere anche culturalmente la causa degli Alpini, Go Wine ha portato in sala i prodotti dell’ Antica Distilleria Sibona. Un banco d’assaggio per esplorare la grappa a tutto tondo. Dai prodotti giovani ai più strutturati, in una scala di morbidezze differenti adatte ad ogni preferenza.

Bruno Fulco

 

“I Saw Her Last Summer” è il nuovo singolo dei Subjective

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I Subjective, l’ultimo progetto di Goldie e James Davidson, hanno presentato il 21 settembre “I Saw Her Last Summer”, un respiro di novità per l’elettronica mondiale.

Ci sono pochi nomi in campo musicale che hanno avuto un impatto profondo sulla musica dance come quello di Goldie. Dopo il suo album di debutto Timeless, ha continuato a creare, sfidare e rivoluzionare la musica elettronica spingendone i confini ogni volta un po’ più lontano. Il nuovo progetto Subjective in collaborazione con James Davidson non poteva quindi essere da meno. novità musicale 

L’ultimo singolo “I Saw Her Last Summer” in rotazione radiofonica dal 21 settembre ci regala un piccolo assaggio dell’album in uscita il prossimo 18 gennaio “Act One: Music For Inanimate Objects”. L’atmosfera è mistica, ispiratrice e piena di sfumature di colore che si intersecano tra di loro dandoci una chiara impressione sulla filosofia musicale dei Subjective.

Il video del singolo è stato realizzato da David Wexlerd di Strangeloop – una delle compagnie leader nella progettazione visuale a livello mondiale. Wexler in passato ha creato visual per The Weeknd, Flying Lotus Kendrick Lamar.

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

 

Appassionato di elettronica? Leggi anche il nostro report del live dei Chemical Brothers al Rock in Roma!

The Royals 4: la fine dell’impero

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The Royals 4 si conclude così la saga della famiglia Henstridge.

È arrivata l’ufficialità in questi giorni.

Non ci sarà una quinta stagione della serie televisiva statunitense The Royals.

La motivazione è da cercare e trovare nelle accuse di molestie rivolte al creatore Mark Schwahn da parte delle donne del cast. I social media dei protagonisti pullulano di post commoventi di congedo.

Da Alexandra Park al figlio di Elizabeth Hurley è un susseguirsi di scuse e di commozione per la fine di questo percorso narrativo.

È sempre una sconfitta che lascia l’amaro in bocca quando una serie televisiva viene sospesa, tuttavia è giusto puntare i riflettori sulle grandi problematiche che si celano in tutti gli ambienti lavorativi.

Non sapremo come la tirannia di Re Robert Henstridge influenzerà Londra e non sapremo se ci sarà un lieto fine tra la principessa Eleanor e la guardia del corpo Jasper.

Tuttavia, nonostante io odi iniziare e non finire una cosa (quindi anche una Serie), penso che quando un percorso narrativo viene lasciato in sospeso possiamo immaginare un finale come meglio lo riteniamo opportuno.

Cerco di vedere il lato positivo e di non celare la speranza che si possa magari in un futuro rimaneggiare il progetto esecutivo. Nonostante la volontà reale di non cancellazione ci sia stata. Infatti, dopo il depennamento da parte di E!, la Lionsgate  ha provato il tutto per tutto. Sembrava stesse cercando di trovare una nuova casa produttrice per la serie tv The Royals cercando così di evitare la chiusura definitiva della serie. La missione è però fallita.

Oltre il cast il congedo, quello ufficiale, è arrivato anche da Twitter per l’appunto dalla Lionsgate.

 

Alessia Aleo

 

 

“Riposo durante la fuga in Egitto” di Van Orley: spiegazione

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L’autunno ormai è qui e niente è meglio di un po’ di riposo. Quello di oggi però è un Riposo durante la fuga in Egitto di Van Orley. Scopritelo con noi!

Ottobre tempo di zucche! Sì perché se fino a pochi anni fa era un ortaggio un po’ snobbato, oggi complice la moda di Halloween è la protagonista del periodo. Qui agli #Infusidarte l’abbiamo cercata in mille dipinti per trovarla in una “fuga in Egitto” di Van Orley. Tuffatevi con noi in questo meraviglioso paesaggio autunnale!

Il dipinto di oggi è il Riposo durante la fuga in Egitto di Bernard Van Orley, dipinto nel 1515 e oggi all’Ermitage di San Pietroburgo.

Potete vederlo qui.

Cosa sta succedendo?

È un bel momento in famiglia, tanto che sembra quasi la scena di un picnic. Ma come in tutte le famiglie la calma è solo apparente. La Vergine è seduta a terra e appoggiata ad u albero ma la posizione un po’ scomposta delle sue gambe tradisce una bella scomodità. Si è certamente seduta “al volo” per allattare il piccolo Gesù che in effetti già scalpita arrampicandosi sulla mamma. E san Giuseppe? Eccolo lì di lato. Non sapendo bene come contribuire a questo momento tipicamente materno, un po’ come tutti i papà alle prime armi, è andato a prendere un frutto per la moglie. E a giudicare da come ha lasciato a terra libro e bastone deve aver deciso piuttosto di corsa. Dietro di loro si estende uno splendido paesaggio che assume toni più autunnali e caldi man mano che ci si avvicina alla scena principale.

E la zucca?

Eccola eccola. E’ lì a terra, legata al bastone. Che cosa caspita ci fa un ortaggio pure bello pesante legato ad un bastone per camminare? Semplice, fa da borraccia! In un’epoca in cui il reparto trekking di Decathlon ancora non esisteva questo era l’unico sistema per portarsi dietro l’acqua! Non proprio comodissimo visto che la zucca andava svuotata senza romperla, fatta asciugare bene e solo ora riempita d’acqua ; di solito la si legava ad un bastone o intorno alla cintura per tenerla dritta ed evitare di inzupparsi ad ogni passo. Proprio per il fatto di essere un “accessorio da viaggio” la zucca è diventata il simbolo dei pellegrini.

Ma è l’unico simbolo nel dipinto o ce ne sono altri?

No no, qui di simboli è pieno! Cominciamo dalla quercia dietro la Madonna: simboleggia la forza e la fermezza della fede, è tipica della Vergine ma compare anche con alcuni santi. Intorno alla quercia di avvolge una magnifica edera, questa simboleggia la fedeltà e l’affetto perenne. Infine la pera che San Giuseppe offre alla Madonne e a al Bambino rimanda alla dolcezza, attribuita quasi soltanto a Gesù, con poche eccezioni.

Questo  dipinto è prima di tutto una celebrazione della Vergine e del Bambino. Ma da cosa lo vediamo?

Prima di tutto dalla composizione: Madre e Figlio sono isolati dal resto del dipinto dalla quercia con l’edera e da uno spesso cordolo di terra, inoltre sono al centro della scena e sono le uniche due figure totalmente visibili. Tutti i simboli presenti infine, a parte la zucca, si riferiscono a loro.

Due parole sullo stile…

Van Orley, manco a dirlo visto il nome, è un fiammingo. LA sua caratteristica principale quindi è la grandissima cura dei dettagli: lo vediamo bene nel paesaggio e negli oggetti che compaiono ( il bastone con la zucca ed il libro). Oltre a questo però si nota anche l’effetto maestoso del panneggio sulla Vergine, questo è dovuto al fatto che Van Orley ebbe probabilmente un soggiorno in Italia e quindi la possibilità di vedere le opere dei grandi maestri ( come Raffaello ad esempio).

Anche questo Infuso d’Arte è finito! Ma se avete ancora voglia d’arte qui ci sono alcuni link.

I coniugi Arnolfini dipinti da Van Eyck: spiegazione del quadro

Appassionati di libri? Venite a conoscere questa lettrice ribelle!

Servitevi pure senza complimenti!

Chiara Marchesi

Soldado, l’abisso umano non è mai stato così impalpabile

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Una delle cose più interessanti, al cinema e non solo, è l’esplorazione della cattiveria. Come nasce, perché nasce, come si espande, se ha ancore morali che ne fermano l’esplosione definitiva e soprattutto se è bilanciata da lati grigi.

La cattiveria è un elemento così essenzialmente nell’approfondimento della conoscenza umana – e, se possibile, ancora di più oggi vedendo i tempi in cui viviamo – da non poter essere tratta con superficialità o sussiego. Ma, ecco appunto, questa è esattamente la cosa che fa Soldado e l’errore nel quale si muove per due ore.

Per un film che infatti nasce figlio di storie di confini – non solo geografici, ma soprattutto morali – è sorprendente quanto Soldado sia sicuro di ciò che fa e quanto poco caratterizzi le sfumature o si affidi ai lati grigi. In un certo senso, Soldado è un film che va assolutamente dritto: imbevuto di machismo e amoralità, non si ferma mai un attimo a riflettere su ciò che mostra, ma è interessato solo a colpire nella maniera più ruvida possibile. Che poi, queste potrebbe andare anche bene in altri casi. Un film che sceglie di affidarsi all’esegesi della violenza per ciò che è, senza filtri o sovrastrutture, sarebbe coraggioso.

Il problema è che Soldado sceglie questa strada convintamente ma arrogantemente, debolmente. Non colpisce nel profondo perché è essenzialmente una storia vuota, non lascia alcun impatto perché non ha una vera distinguibile personalità.

La mancanza di un vero senso si riflette nella storia. La trama non va letteralmente da nessuna parte, e già verso la metà inizia a girare inutilmente su se stessa. Soprattutto, si affida a dei banali ami che non sono mai seguiti: il discorso d’apertura sulle infiltrazioni dei terroristi islamici nei territori di frontiera è interessante, e pure tremendamente attuale, ma rimane finalizzato solo allo shock stesso del momento, diventando quindi un qualcosa di pura exploitation che fa infuriare.

La mancanza di personalità la ritroviamo nella confezione. Spiace dirlo, perché vorremmo sempre che un regista italiano faccia successo a Hollywood, ma qui la mano di Stefano Sollima è uno dei punti più dolenti. Il regista romano è bravissimo a girare, non lo scopriamo certo ora, ma non è l’autore capace di far fare il salto di qualità ad una sceneggiatura. Sollima svolge il compitino affidato, e l’unica cosa che aggiunge è una sua eccessiva freddezza e forte compiacimento nel nichilismo messo in scena. La riflessione umana cui Sollima contribuisce è sempre asettica.

Questo in realtà è Soldado. Un film girato bene, recitato bene, calibrato bene, ma fin troppo cinico, distaccato, così disinteressato all’approfondimento, su qualsiasi aspetto, da limitarne l’impatto emotivo, qualunque esso sia.

Alcuni difetti sono ereditati da Sicario, ma lì si sopperiva a tutto esaltando i pregi. Ho cercato di ritardare il paragone con Sicario, ma francamente è inevitabile, sia perché Soldado abbraccia completamente quel mondo, sia perché il finale trasforma questo film soltanto nell’ennesimo capitolo di mezzo di una saga aperta. Indubbiamente Soldado vive in funziona di Sicario, ma perde completamente per strada la lezione impartita da quel film. Nel 2015 Denis Villeneuve riusciva ad elevare una storia piuttosto ordinaria in una grande indagine sui confini della moralità. In quel percorso, sfruttava il personaggio di Emily Blunt come surrogato del pubblico, che assiste alla violenza del mondo e ne rimane continuamente vittima. Ora, nel 2018, Sollima prosegue un discorso sulla violenza in maniera meccanica e poco ispirata, che tratta quasi con fastidio ogni (piccolo) squarcio di umanità.

L’abisso che Soldado mostra è sicuramente molto buio. Ma se contemporaneamente non ci mostra anche la luce come alternativa, non capiremo mai quanto è profondo.

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Emanuele D’Aniello

Grey’s Anatomy 15×03-04: seduzione significa dipendenza?

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Non c’è nulla da fare, le sorelle Grey non riescono ad aprire il cuore, come canta il recente inedito di Maryam Tancredi. E sempre per menzionare la stessa canzone pop: non è una buona idea.

Qual è la paura più grande di una donna indipendente? È facile, quella di dipendere. E qual è la cosa che ci fa dipendere di più, che dà il potere all’altro? Ovviamente, la seduzione, parola che dal latino significa proprio “separare”, quasi a voler sottolineare una separazione da noi stessi affinché l’altro ci possieda.

Per questo motivo Meredith continua la sua lotta contro la matchmaker in cura all’ospedale – che tenta appunto di aprirle il cuore  – e Maggie a malapena riesce a scrivere un messaggino a Jackson.

L’episodio 15×03 è all’insegna delle celate fragilità delle due sorellastre. Una durezza apparente, la loro, che in realtà nasconde la paura di svelarsi. L’unica che ha fatto il salto di qualità, per ora, è Amelia, che continua l’idillio familiare con Owen. Purtroppo, però, aleggia su questa coppia la gravidanza di Teddy, che prima o poi si farà sentire (o vedere).

Non si parla solo d’amore, però.

Alex si ritrova a fare il capo dell’ospedale (con un’etica e un approccio alle finanze davvero opinabili) mentre Miranda lo controlla a distanza. Nel frattempo, tra un guaio e l’altro del marito, Jo continua a richiedere attenzioni per il suo progetto, mentre Webber rivela ancora una volta il suo lato più competitivo. Si prevede un nuovo trio composto da lui, De Luca e il nuovo sexy ortopedico, che si chiama Atticus e a quanto pare è un vecchio amico di Brooke (ovvero della Jo-prima-di-Paul).

Dell’episodio 15×04 sono rilevanti due punti, a mio avviso. Prima di tutto il meraviglioso scambio tra Amelia e la madre di Owen e l’appuntamento al buio di Meredith. Nel primo caso troviamo il neurochirurgo alle prese con l’adolescente Betty, ma soprattutto con l’inedita idea di “fare la madre”. Subentra quindi il dubbio sul “cosa è meglio fare”, su come comportarsi. Non voglio pensare che il figlio di Teddy e Owen rovinerà il rapporto tra Amelia e Owen per il semplice fatto che secondo me stanno trovando un nuovo equilibrio. Quello che credo, però, è che Maggie, l’unica persona a conoscenza del segreto (professionale, nel suo caso, in quanto medico curante della Altman), continui a non essere all’altezza delle situazioni in cui si trova. Fa sempre la bambina, non è mai davvero pronta a confrontarsi, sia che si tratti della vita affettiva che di quella professionale. E anzi, ha difficoltà anche solo a tenerle scisse.

Per quanto concerne Meredith, invece, finalmente riesce a divertirsi con un uomo, che però fa uno scivolone allucinante dicendogli che non tollera le mamme single.

Quello che si deduce da questo incontro è che Meredith è pronta a giocare, ma vuole farlo con chi dice lei. Semplicemente non si accontenta e fa bene, soprattutto quando di fronte agli occhi si ritrova un uomo che vive di luoghi comuni, come appunto LA MADRE SINGLE che ti ammorba per avere una storia seria. E, dunque, per tornare al quesito iniziale, se proprio dobbiamo cedere al gioco della seduzione, se proprio vogliamo dare potere all’altro e aprire il cuore, vale la pena farlo con qualcuno che ci ispiri davvero a fondo.

Meredith ha tre figli, ha una carriera, ha conosciuto il grande amore. Perché dovrebbe buttarsi tra le braccia del primo che capita giusto per farsi una sveltina? Ma tranquilli, che a breve ci pensa De Luca…

La nuova stagione di Grey’s Anatomy inizia col botto: protagonista il desiderio

Alessia Pizzi

La Pop Art arriva a Roma con Andy Warhol

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Andy Warhol arriva finalmente a Roma al Complesso del Vittoriano dal 3 ottobre fino al 3 febbraio. andy warhol opere

Finalmente arriva a Roma al Complesso del Vittoriano una mostra molto attesa: “Andy Warhol”. L’Istituto per la storia del Risorgimento Italia, il patrocinio della Regione Lazio, con il contributo dell’Assessorato alla Crescita culturale del comune di Roma promuovono l’esposizione, organizzata dal Gruppo Arthemisia, in collaborazione con Eugenio Falcioni&Art Motors srl e curata da Matteo Bellenghiandy warhol opere

È possibile ammirare le straordinarie opere dell’artista americano, accedendo all’Ala Brasini del Museo.

In occasione del novantesimo anniversario dalla sua nascita, è stata organizzata la mostra, dedicata interamente all’artista newyorchese. Andy Warhol nasce a Pittsburgh, in Pennsylvania il 6 agosto del 1928. Ideatore della  famosissima Pop Art, alla quale dedica interamente la propria vita, Warhol è un artista completo: un personaggio poliedrico, un pittore, un creativo, un pubblicitario, un manager di se stesso.

Per Pop Art si intende Popular Art, l’arte popolare, a portata di tutti.

andy warhol opere

“Cinque bottiglie di Coca Cola”, Andy Warhol, 1962.

 

È per questo che Andy Warhol dovrebbe essere considerato l’artista di tutti, del popolo. Affronta per la prima volta il tema della riproduzione meccanica, sintesi della società del consumo e basata sul concetto della copia e dell’originale.

Si arriva, così al problema dell’invisibilità, che affligge diversi artisti. La definizione di estetica con lui cambia.

La mostra parte dalle origini artistiche della pop art, nel 1962, anno in cui il genio di Pittsburgh scopre la serigrafia, tecnica usata per la maggior parte delle sue opere. Con questa modalità darà vita alle popolari riproduzioni di “Campbell’s Soup”, rende famosa la zuppa in scatola, prelevandola direttamente dai supermercati e  le varie immagini di Marilyn, sempre nello stesso anno. Della stessa serie sono le opere: Elvis e Coca-Cola.

Opere presenti alla mostra “Andy Warhol” al Complesso del Vittoriano di Roma fino al 3 febbraio 2019.

Andy voleva prendere in esame qualcosa che potevano comprare tutti (come ad esempio la Coca-Cola), più abbienti e meno abbienti, per parlare del divario tra ricchi e poveri, ma in cui tutti potessero ammirare l’oggetto in questione e contemplare l’ arte. Per la prima volta nella storia, l’arte non è più qualcosa di “elitario”, ma è un qualcosa che riguarda tutti, che tutti possono permettersi..

Il caso della zuppa, non sarà l’unico ad essere preso direttamente dai supermercati, ma anche la famosissima scatola di legno “Brillo Box”, di un detersivo molto comune, usato per lavare i vestiti.

Le opere presenti all’interno del percorso espositivo sono 170. La mostra è suddivisa in diverse tappe: “Icon”, in cui sono presenti le migliori icone degli anni 60’-70’; tra le opere “Marilyn” 1967, “Mao” 1972, in cui si affrontano il tema del ritratto e della moda. I maggiori esponenti di questi anni vengono ritratti con la tecnica della serigrafia.

Nella seconda tappa: “Music”, vengono presentati i maggiori esponenti del mondo musicale internazionale degli stessi anni, vengono raffigurati: “Mick Jagger “ 1977, “Miguel Bosè” 1983, “Grace Jones” 1984.

Famosissima la “banana sbucciabile”, che Warhol ha prodotto nel 1965 per la copertina dell’album dei “Velvet Underground”.

Le pareti del Vittoriano sono arricchite da questi immensi ritratti. Tra di essi troviamo anche i celebri  jeans di “Sticky Fingers” dei Rolling Stones del 1971.

La celebre scatola di legno del “Brillo Box”, il famoso detersivo americano, simbolo del consumismo.

C’è poi una parte dedicata ai “self portrait”, i ritratti dello stesso Warhol e una parte che racconta il “Cinema”, le principali star di quegli anni, sono ritratti: “Liz” 1964, “Arnold Schwezzenegger” 1977, “Sylvester Stallone” 1980.

Sono presenti, inoltre, polaroid di diverse celebrità, che entrano a contatto di Andy, nel corso della sua carriera: Valentino, Armani, Sylvester Stallone, Caroline di Monaco, John Wayne, Michael Jackson.

Nel 1963 si trasferisce a lavorare nella sessantaquattresima e fonda la SILVER FACTORY, una fabbrica d’argento, che il suo amico e fotografo, stretto collaboratore, Billy None, riuscì a riportare alla luce, arricchendo le pareti con la carta stagnola, da qui il nome “silver”. In tanti iniziarono a frequentare la Factory, tra i più assidui: Bob Dylan, John Lenon, Mick Jegger, Salvador Dalì.

In questi anni inizia a dire che ognuno di noi ha diritto a 15 minuti di celebrità, da cui tutti, specialmente lui, sono ossessionati. Inizia anche a frequentare, nello stesso periodo, i locali più in dell’ambiente newyorchese: Studio 54 e Max’s Kasas City con alcuni personaggi di rilievo, come: Paloma Picasso, Liza Minelli, Debbie Harry.

Nel 1969 fonda “Interview”, un magazine delle celebrità.

All’inizio della mostra è possibile, per immergersi meglio nella storia del personaggio, assistere ad un breve documentario sula vita e la carriera di Warhol. Negli anni 70’-80’ diventa una vera e propria icona della cultura pop.

La celebre vita dell’artista statunitense si conclude il 22 febbraio 1987, nel New York Hospital, di New York, mentre stava subendo una semplice operazione alla cistifellea. Ci lasciava alla giovane età di 59 anni.

Nonostante l’artista si è sempre dichiarato lontano dalla politica, inevitabilmente ha influenzato le masse più disparate.

Tra i partners della mostra ricordiamo: RDS (Radio Dimensione Suono), Sky Arte HD e Arthemisia Books che si è occupata del catalogo.

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“Alcuni critici hanno detto che sono il Nulla in persona e questo non ha aiutato per niente il mio senso dell’esistenza. Poi mi sono reso conto che la stessa esistenza non è nulla e mi sono sentito meglio”. Andy Warhol

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-Andy Warhol-

Alessandra Santini

Anticotestamento: la miseria e la bellezza dell’umanità

Al Teatro Trastevere dal 10 al 14 ottobre, Anticotestamento. Appuntamento con la storia dell’umanità.

Un viaggio indietro nel tempo. Uno sguardo rivolto a pagine di testi biblici in cui riecheggia la sacralità dell’umanità e al tempo stesso i suoi misfatti.

Anticotestamento, selezionata da C. T. Genesi poetiche come una tra le migliori realtà teatrali del Lazio nell’ambito del Contest Lazio Creativo 2017/2018, non è che una riflessione consapevole sul nostro vivere, sui limiti dell’uomo e, allo stesso tempo, sulla sua costante ricerca di infinito.

Il regista, Gianluca Paolisso, regala al pubblico l’immagine di un’umanità dispersa e sanguinante. Un’umanità devota alla morte che continua a fabbricare guerre e che sembra aver perso di vista la bellezza dell’esistenza.

Un percorso tra i testi sacri e le nostre radici

Il testo teatrale si riaggancia al significato profondo e alle storie di alcuni libri del Vecchio Testamento.

Il primo è il Libro di Giuditta, storia di un’ eroina capace di sconfiggere l’esercito babilonese di Nabucodonosor uccidendo il suo capitano Oloferne. Il coraggio di Giuditta darà gloria a Dio e al Popolo d’ Israele.

Il potere verrà dunque spezzato per mano di una donna, un essere prescelto e devoto, capace di proteggere la sua gente.

Il secondo testo è il Cantico dei Cantici, l’esaltazione dell’amore tra lo Sposo e la Sposa, ossia tra Salomone e Sulammita.

La rievocazione di immagini fiabesche, di scenari lontani, trasporta il pubblico in un’altra dimensione. Sulammita aspetterà il suo diletto, li dove era stabilito, per una danza tra gli alberi di melograno. Accettare che la guerra glielo abbia portato via per sempre non sarà possibile. La sua non è una pazzia ma una malattia d’amore, l’unica cosa capace di vivere tra e macerie.

Lo spettacolo si conclude con il giudizio finale attraverso alcuni Libri Profetici e il richiamo all’Apocalisse estremamente attuale.

I protagonisti di questo momento finale sono i massacri, le guerre mondiali e la creazione di un Dio di carta che non chiede preghiere ma è capace di costruire eserciti assassini ed essere venerato all’unisono. Un popolo che non comprende precipita nell’ oscurità e l’umanità, definita “non amata” porta la bellezza dinanzi ad ogni conflitto, dimenticandosene.

Guardare all’umanità sconfitta e sperare nell’amore.

Anticotestamento è la storia dell’uomo che ha rigettando e abbandonato il suo ruolo, la missione per la quale  è stato creato; è un racconto di sangue poiché chi non è capace di raccontare il sangue non conosce bellezza vera.

L’amore resta l’unica cosa capace di dare un senso al vuoto e volare lontano, di andare oltre gli imperi, le gesta per giungere a noi sotto il nome di misericordia.

Una rappresentazione concettuale, fatta di fisicità e movimenti nervosi, di sguardi violenti e pianti liberatori; uno spettacolo che sogna la rinascita e il ritrovamento di quella bellezza abbandonata che ancora si nasconde dietro i cespugli dell’animo umano e attende un nostro ritorno.

Maria Grazia Berretta

Mantegna e Bellini a Londra. Una mostra da non perdere

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Un motivo in più per visitare Londra per la prima volta o magari per ritornarci in questo autunno? La mostra su Andrea Mantegna e Giovanni Bellini.

Inaugurata lo scorso 1° ottobre alla National Gallery di Londra, la mostra Mantegna and Bellini rappresenta un’occasione unica, irripetibile. National gallery london

La straordinarietà di questo evento sta nella possibilità di vedere a confronto due geni assoluti del Rinascimento.

La rassegna infatti mette a contatto due artisti che hanno scritto una delle pagine più significative del nostro Rinascimento.
«Una storia d’arte, di famiglia, di rivalità, di personalità» come ha affermato in occasione della presentazione dell’evento dal direttore del museo inglese, l’italiano Gabriele Finaldi.
Non è naturalmente la prima volta che la National Gallery, uno dei musei più visitati al mondo, con oltre cinque milioni di ingressi annui, si occupa di pittura italiana.

Dopo i recenti successi delle mostre dedicate a Michelangelo e Caravaggio, l’attenzione viene ora rivolta a Mantegna e Bellini.

Sei anni di lavori per confezionare uno dei prodotti più importanti di tutto il panorama espositivo europeo.
«L’idea di questa avventura», ha spiegato a “Venerdì di Repubblica” la curatrice della mostra Caroline Campbell, «risale al 2012».
Sulle prime si pensò al solo Giovanni Bellini, che la Campbell adora da quando, ancora adolescente, aveva visto alcune sue opere.
Poi ecco l’intuizione geniale: Perché non metterlo a confronto con Andrea Mantegna?
Un’idea sensazionale, anche se per molti aspetti naturale, visto che i due pittori, oltre che parenti, (Mantegna aveva sposato la sorella di Bellini, Nicolosia), lavorarono per sette anni a stretto contatto presso lo studio veneziano di Bellini.
«Una connessione familiare» spiega ancora la Campbell, «dalla quale entrambi hanno tratto la forza e la lucentezza durante la loro carriera.»
Anni fondamentali per entrambi gli artisti che operarono fra la metà del Quattrocento e i primi anni del secolo successivo.
Un periodo di intensa collaborazione che produsse effetti straordinari sul loro stile pittorico e che questa mostra vuole sottolineare.
Ottanta le opere esposte provenienti dalle più importanti collezioni europee pubbliche e private.
Dipinti, disegni, sculture. Capolavori arrivati da tutto il mondo, persino dal Brasile.

Berlino, Parigi, Copenaghen, Madrid, che ha prestato il bellissimo La morte della Vergine del Mantegna, o Il Musèe des Beaux-Arts di Besançon che ha concesso L’ebbrezza di Noè di Giovanni Bellini.
Particolare attenzione merita La Discesa di Cristo al Limbo, giunta da Bristol. Un’opera che, basata su un disegno di Mantegna, è stata, solo dopo scrupolose analisi, attribuita a Bellini.

In alcuni casi si tratta di opere mai prestate prima anche per la loro fragilità e che, ora, è possibile ammirare in un unico suggestivo spazio espositivo.

Tutte le sei sezioni in cui si articola la mostra londinese, dagli Esordi ai Ritratti, passando, fra le altre, per il Paesaggio e la Pittura devozionale, sono sempre incentrate sul parallelo fra i due maestri, in un costante e affascinante gioco di costanti richiami.
Identici soggetti, come nel caso della Preghiera nell’orto o della Presentazione di Gesù al tempio, che testimoniano le scelte adottate dai due artisti ma, anche, le influenze che i due reciprocamente esercitarono uno sull’altro.
Perdersi nelle sale del museo in Trafalgar square ammirando La Pietà o I Trionfi di Cesare del Mantegna ma, anche, Il Calvario di Bellini, è un’occasione eccezionale come dichiarato, non senza emozione, da Caroline Campbell, per «esplorare la relazione e le opere di questi due artisti che hanno svolto un ruolo fondamentale nella storia dell’arte.»
La mostra Mantegna e Bellini è visitabile tutti i giorni, dalle 10 alle 18 (il venerdì fino alle 21) e si chiuderà il prossimo 27 gennaio.

E chi per vari motivi non potrà in questi mesi andare a Londra?

Tranquilli esiste un’altra, straordinaria possibilità.
La mostra, da marzo fino a giugno, sarà infatti ospitata dal Gemäldegalerie di Berlino, museo che ha collaborato alla realizzazione di questo evento.

Maurizio Carvigno

Funk Shui Project & Davide Shorty, una boccata di soul

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I Funk Shui Project sono tornati e insieme a Davide Shorty ci accompagnano in un viaggio soul/funk con il nuovo album “Terapia di gruppo”.

Ad un anno di distanza dall’ultimo lavoro i Funk Shui Project tornano per dare una boccata di ossigeno alla scena musicale italiana con l’album “Terapia di gruppo”. A fiancheggiare il gruppo torinese è Davide Shorty, una delle voci soul italiane più belle, reduce anch’esso dall’ultimo album “Straniero” uscito nel 2017.

“Terapia di gruppo” si presenta come un perfetto mix tra stili e innova un genere che sembra negli ultimi anni prender sempre più piede sullo scenario italiano. Una base solida e groovy accompagna la voce di Shorty perfettamente con un risultato affascinante. Ad essere trattati, oltre ai soliti temi amorosi della musica soul, sono anche fatti che toccano la quotidianità del nostro paese.

Ad anticipare “Terapia di gruppo”, uscito lo scorso 21 settembre, è stato il singolo “Blues di mezzogiorno”. L’album di Funk Shui Project & Davide Shorty vanta anche le collaborazioni di Hyst e Tormento rispettivamente per le tracce “Enigmatica” e “Fuori di noi”. Il sound di alcune tracce ricorda persino il grande Andeson .Paak  .

Terapia di gruppo si prospetta come un disco da consumare per gli amanti del genere e una probabile rivelazione per i “profani”. Non ci resta che lasciarvi all’ascolto di questo piccolo gioiello soul/funk, nella speranza che questo nuovo progetto continui nel futuro a sorprenderci.

 

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

Fedra tra Euripide e Seneca: video-riassunto del significato del dramma

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Protagonista di questa settimana è una delle eroine più tormentate del mito cretese, Fedra.

Il dramma tra gli autori: non solo Euripide e Seneca

Figlia di Pasifae, sorella della più nota Arianna (quella del filo, per intenderci), Fedra viene colpita da uno dei mal d’amore più pericolosi di sempre, quello per il proprio figliastro Ippolito, che non disprezza solo lei, ma tutte le donne, in nome del culto di Artemide. Il figlio di Teseo pagherà molto cara la propria misoginia, ma ci lascia spunti davvero interessanti sulla concezione della donna nell’antichità. 

In questa storia, infatti, possiamo trovare vari elementi: oltre alla sintomatologia dell’amore che Euripide mette in primo piano nelle lucide analisi della sua eroina, uno dei punti focali è proprio la misoginia di Ippolito che ben riflette gli stereotipi di genere in auge durante l’età classica.

La lezione di Fedra: in amore tutto è lecito?

Il mito di Fedra, diventato famoso col tragediografo ateniese, conquisterà anche i secoli successivi, diventando protagonista anche della penna di Seneca, di Racine e di D’Annunzio. 

Il messaggio, ad ogni modo, persiste e sottolinea la pericolosità dell’amore e la scissione che genera nell’animo umano. Fedra, come Didone, alla fine si suiciderà per preservare il suo buon nome, sempre secondo i canoni della società della vergogna, che prevedono per le donne una pudicizia irriducibile.

Ecco una delle frasi più belle tratte dall’Ippolito di Euripide.

Da quando amore mi ferì, io cercai come sopportarlo nel modo più nobile. E cominciai dunque da questo, dal tacere questo morbo e nasconderlo; poiché non ci si può fidare della lingua, che ben sa consigliare i pensieri degli altri, ma si produce da se stessa gravissimi danni. Poi, provvidi a sopportare nobilmente la mia demenza, vincendola con la virtù. Infine, poiché con questi mezzi non riuscivo a vincere Cipride, decisi di morire: il proposito migliore, nessuno lo negherà. E mi sia concesso di non restare nascosta, se agisco bene, e di non avere troppi testimoni, se agisco male. Sapevo che questa azione e questo male sono disonorevoli: e inoltre, essendo donna, non ignoravo di essere odiosa a tutti.

Fedra, Ippolito di Euripide

Ecco il significato del mito di Fedra raccontato in 10 minuti!

Letteratura Classica in pochi minuti è anche su YouTube: scopri tutti gli altri miti!

Alessia Pizzi

Un sogno dai ritmi rock: il sequel di Volevamo essere gli U2

L’Argot Studio apre la sua stagione teatrale: dal 03 al 21 ottobre va in scena “Volevamo essere gli U2 ma forse era meglio Vasco”.

Una cantina sgangherata, strumenti musicali impolverati ed un gruppo di vecchi amici messi insieme dal caso o, forse, chissà.

È questo l’incipit di uno spettacolo di cuore, sequel dello storico Volevamo essere gli U2 scritto da Umberto Marino, presentato al Teatro Argot Studio all’inizio degli anni ’90, trasformato in un film poco dopo.

Una storia di grandi ritorni che mette insieme pezzi di vita vera e memorie teatrali.

Un ritorno è quello degli interpreti che nuovamente si ritrovano a calcare il palco di quel Teatro, fabbrica creativa e palestra per tantissimi artisti a Roma.

Il ritorno è, allo stesso modo, quello dei protagonisti,  vecchi membri di un gruppo rock ormai adulti e, senza dubbio, nostalgici.

Alla morte di uno di loro, Filippo, i vecchi amici si ritroveranno per suonare di nuovo inisieme in occasione del suo funerale, rendendogli così omaggio.

La generazione dei grandi ideali e dei grandi sogni

Cinque cinquantenni dai capelli un po’ ingrigiti e dagli sguardi sbiaditi raggiungono la cantina. Non si porteranno dietro solo il loro strumento ma un bagaglio pieno di vittorie e disdette.

La sola ed unica prova generale prima dell’esibizione non sarà facile da gestire.

Volevamo essere gli U2 ma forse era meglio Vasco è uno spettacolo che raccoglie i desideri e i grandi sogni di una generazione passata  e, allo stesso tempo, lascia emergere lo sgomento della stessa che, oggi, si vede completamente sconfitta. È l’esibizione del “come eravamo” e “come siamo diventati”, un resoconto fantastico di come la vita possa cambiare senza chiederci il permesso, mai.

Le esistenze dei protagonisti si intrecciano nuovamente, tra matrimoni falliti, lavori inadatti e mal pagati, incomprensioni genitori-figli, verità nascoste e speranze.

L’amicizia vera suona il suo repertorio

Questa straordinaria pièce è una riflessione sul confronto, quello dinanzi allo specchio dell’amicizia, quello che spesso ci fa più paura. Fare i conti con la realtà non è facile, ancor meno donarsi, mettersi a nudo dinanzi a qualcuno.

La musica e i bei ricordi saranno decisivi e diventeranno il collante capace di rimettere di nuovo insieme i pezzi, nonostante tutto.

Il puzzle si ricompone e i cinque amici si renderanno conto presto che, in fondo, una parte di quei giovani scalmanati è ancora viva in loro e che sognare è ancora possibile.

Vivere: il comandamento per andare avanti

Anche se il desiderio di essere come gli U2 non si è avverato, l’importante è ascoltare il richiamo dirompente della vita e vivere nella pienezza. Vivere, così come canta un famossisimo pezzo di Vasco Rossi che suggella la fine di questa fantastica performance teatrale:

« vivere è ridere e pensare che domani sarà sempre meglio».

La bravura magistrale di interpreti del calibro di Marco Galli, Enrico Lo Verso, Alberto Molinari, Carolina Salomè, Francesca Sau e Federico Scribani sarà l’arma vincente per uno spettacolo imperdibile.

Sul palco di quel piccolo teatro chiamato Argot, nato a metà degli anni ’80 come casa accogliente per artisti alle prime armi e laboratorio creativo, l’amicizia entra in scena.

Il primo spettacolo della stagione teatrale in questo spazio mostra il legame vero, fatto di condivisione e scambi autentici tra persone e va oltre le nuove mode tecnologiche e le filosofie dei social odierni.

Una rappresentazione sincera, non solo rievocativa ma estremamente attuale, capace di giocare con ironia  e leggerezza anche con gli aspetti più complicati della vita.

Maria Grazia Berretta

Federico Moccia: “Se un uomo uccide la compagna la loro colpevolezza è pari”

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No, il titolo di questo articolo non è il nuovo bestseller di Federico Moccia, bensì la sua ultima perla sul femminicidio, pubblicata sul Corriere della Sera qualche giorno fa.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Se un uomo di una certa età decide di uccidere la moglie o la compagna di una vita, perché magari è deluso dal fatto che certe dinamiche di coppia siano cambiate, perché il suo progetto di vita si è interrotto e con esso la complicità che c’era, o perché magari non si è trovato prima il modo e il coraggio di dire che un sentimento era finito da anni, il suo gesto tradisce il valore del tempo e l’obbligo etico che abbiamo tutti di viverlo al meglio e con sincerità, ma la loro colpevolezza è pari. Non hanno saputo vedere le loro mancanze, domandarsi che cosa non è andato, perché quel rapporto è fallito.”[/dt_quote]

Facciamo un semplice esercizio di comprensione del testo e tentiamo di spiegare a Moccia la differenza tra un amore finito e la violenza di genere.

In base all’articolo da lui scritto quella che potrebbe essere una semplice spiegazione di una relazione andata male (le due parti non si trovano più, come spesso accade) diventa la giustificazione per il femminicidio. Ho trascritto l’articolo cartaceo senza tralasciare una parola e credo che sia il significato sia chiaro e manifesto a tutti.

Quindi, per essere terra terra, se il mio partner mi uccide è colpa pure mia che non mi sono chiesta perché il rapporto non andava.

Posso accettare il suggerimento implicito di non trascurare le avvisaglie (magari la violenza fisica o psicologica), ma vi risulta per caso che le donne siano credute mediamente quando denunciano i compagni o gli ex compagni alle autorità? Quanti centri antiviolenza raccontano che le donne si vergognano a denunciare perché non sono credute? Quanti casi di cronaca devo ricordare in cui la vittima aveva già allertato le autorità competenti di essere vittima di violenza o di stalking da parte dell’ex?

Inoltre, i media hanno coniato l’infelice espressione “delitto passionale” a cui il termine femminicidio ha messo una toppa a livello sociale e antropologico per far capire alle persone che alcuni, molti uomini uccidono le donne. Certo, succede dall’alba dei tempi, solo che ora se ne parla. Se ne è parlato come di raptus di gelosia o di incapacità da parte dell’uomo di accettare donne “troppo indipendenti, che escono con le amiche”, tutte espressioni sessiste che vanno a minare l’identità e la credibilità della donna.

La donna è troppo libera nella vita, poco credibile quando denuncia, troppo autonoma quando lascia. L’uomo, poverino, cade preda della sindrome dell’Orlando Furioso oppure è sotto l’effetto di stupefacenti quando se la prende con la compagna.

Il risultato è che una testata nazionale del calibro del Corriere della Sera accetta che Federico Moccia pubblichi frasi di questa portata.

A detta dello scrittore, il povero uomo ferito, sentendosi solo, se la prende con i propri cari. Povera stella! Moccia – confuso, in preda a un raptus oppure sotto stupefacenti? – prosegue citando Martin Luther King: “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi ma l’indifferenza dei buoni“. Sapete cosa spaventa me invece? Che persone anche solo in grado di partorire un pensiero di questo tipo pubblichino libri e articoli su testate nazionali.

L’invito finale di Moccia è quello di “coltivare sempre il meglio di noi e di chi ci circonda“. Quindi, donne vittime di violenza, se siete morte è perché non avete coltivato bene il vostro partner e non perché in questo Paese lo stupro fino al 1996 era considerato affronto alla moralità pubblica e non al corpo e all’anima di un essere umano. Vogliamo ancora essere figli di quel tempo? Vogliamo ancora deresponsabilizzare l’uomo per le azioni che compie e ritenere la donna un oggetto che ha preso vita inaspettatamente e che ora sembra una bomba a orologeria tra le mani dei poveri maschietti?

Mi chiedo – ma è una domanda retorica perché siamo tutti disperatamente fottuti, donne e uomini – da quale dimostrazione di determinazione derivino espressioni come “avere le palle” o “essere cazzuti”, visto che essere portatori di genitali maschili non mi sembra affatto essere una garanzia di credibilità. Specialmente quando alcune persone vanno blaterando frasi da Bacio Perugina sulla morte di migliaia di donne.

Insomma, siamo stati anni a disquisire sulla legislazione, a combattere per i diritti delle donne, quando invece sarebbe bastato aprire i cuori ed essere tutti più buoni per evitare secoli di omicidi! Ad averlo saputo prima…

Qualche dato ISTAT per supportare chi ha difficoltà a comprendere:

La violenza contro le donne è fenomeno ampio e diffuso. 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri. […] I partner attuali o ex commettono le violenze più gravi. Il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Gli autori di molestie sessuali sono invece degli sconosciuti nella maggior parte dei casi (76,8%).

Per i più “di coccio” anche un PDF con le immagini, che aiutano sempre:

https://www.istat.it/it/files//2018/03/Violenza-di-genere_Prof.-G.-Alleva.pdf

https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg18/Focus_femminicidio_1.pdf

Dulcis in fundo, per gli amanti del brivido, l’articolo di Moccia:

federico moccia - femminicidio 2018 in Italia

 

 

Alessia Pizzi

 

In copertina : http://humorchic.blogspot.com

Pixar, 30 anni di animazione in mostra a Roma

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Da decenni la Pixar contribuisce a far sognare bimbi di tutte le età.

Dopo essersi unita alla Walt Disney dando vita a film dalle trame commoventi raccontate con una grafica all’avanguardia, è entrata ufficialmente a far parte dell’Olimpo dell’animazione.

Non ha alcuna importanza quanti anni abbiamo, se siamo bambini, adolescenti, baldi giovani o adulti: amiamo tutti i film e i corti della Pixar!

L’azienda di animazione ha compiuto 30 anni e tre anni fa è nata una mostra a lei dedicata. Partita nel 2015 dal MoMA, l’esibizione di opere a matita, acquarello, disegni digitali e calchi in resina uretanica dopo aver viaggiato in tutto il mondo è giunta anche a Roma, al Palazzo delle Esposizioni.

 

È interessante vedere il lavoro che si cela dietro i lungometraggi, in particolare dei film della Pixar, che ha cambiato il volto dell’animazione.

L’obiettivo di questa mostra, che sarà visitabile fino al 20 Gennaio, è di sottolineare l’approccio umanistico al digitale e di ispirare tutti a raccontare qualcosa di nuovo.

Sotto la lente d’ingrandimento viene sempre messa la tecnologia, che ha dato origine ad ansie di cui siamo ormai affetti tutti. Con questa esposizione si intende cambiare punto di vista per vedere il rapporto umanistico uomo-macchina e l’uso critico delle innovazioni tecnologiche.

Viviamo in un’epoca di grande cambiamento, di transizione dall’analogico al digitale. Anche se la tecnologia progredisce, è sempre l’uomo ad avere la forza creativa.

Al Palazzo delle Esposizioni si potranno vedere i lavori di 40 artisti della Pixar.

La mostra è stata organizzata per stanze, facendo attenzione alla metodologia e alle storie. Due stanze sono state riservate all’artscape allo zootropio, un’installazione di pura magia. Ad arricchire il tutto saranno i laboratori, i programmi di dibattito e le proiezioni organizzate durante tutto il periodo.

È una mostra che deve essere vista, per lasciarsi emozionare ancora una volta da quei film di animazione ma diversamente, in modo più intimo. Quello che vediamo non è il lavoro finito che guardiamo andando al cinema, ma sono i retroscena dei cartoni, sono i passaggi di idee, la loro evoluzione. Questa mostra è il “nasce, cresce, corre” dei film di animazione più amati dalle ultime generazioni.

I film Pixar si basano sulla storia, sul soggetto e sulla trasmissione di emozioni. Per creare tutte queste componenti in maniera coerente, il team di lavoro si basa anche sulle emozioni vissute in prima persona: ad esempio per Nemo l’equipe fece delle immersioni per realizzare con la grafica gli ambienti esplorati e per rendere nel film le emozioni che aevano provato.

A dir poco meraviglioso è scoprire il mondo che si nasconde dietro l’arte dell’animazione e la sua storia evolutiva che punta continuamente “Verso l’infinito… e oltre!”

 

Ambra Martino

Le Vibrazioni a Marino: la 94esima sagra dell’uva impazzisce per il concerto di chiusura

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Le Vibrazioni arrivano a Marino alla 94esima sagra dell’ uva e il pubblico esulta per il concerto finale della band

Lunedì 8 ottobre 2018, come ogni anno si è conclusa a Marino la sagra più attesa e famosa dei Castelli Romani: la Sagra dell’Uva, che quest anno è arrivata alla sua 94esima edizione.

Per il primo anno si è deciso di far pagare 3 euro di biglietto nella giornata principale: domenica, in cui si svolgono il corteo storico, la sfilata allegorica dei carri e il miracolo delle fontane che danno il vino.

Per la prima volta, ad accompagnare la caratteristica sagra, in cui è possibile degustare il famoso vino “de li Castelli” e le ciambelline al vino, si è tenuto lo spettacolo delle luci. Una serie di illuminazioni, dopo il concerto di chiusura della sagra hanno animato il corso di Marino.

                    Le Vibrazioni Band

A chiudere il concerto di fine sagra quest anno è stata la band de Le Vibrazioni, che ha scelto la location romana per terminare il proprio tour.
Il concerto è stato un evento straordinario, ricco di musica, la band ha dato il meglio di se, cantando “Vieni da me”, “Amore Zen”, “Portami via”, “Ovunque andrò“, “Così sbagliato“, “Dedicato a te“, “In una notte d’estate“.

Un successo confermato dal calore del pubblico, per la band che è riuscita a dare il meglio di sè sul palco, fra un brindisi e l’altro a suon di musica, battute, simpatia e rock.

Una conclusione davvero al top, per una Sagra dell’Uva, unica e indimenticabile, con una band davvero straordinaria che ha fatto vibrare tutto il comune dei Castelli Romani.

L’ultimo successo della band, “Pensami così”.

Alessandra Santini

Better Call Saul 4×10, il vincitore prende tutto

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Questa fascinazione e riscoperta negli ultimi anni degli ABBA ha indubbiamente qualcosa di misterioso e quasi patologico. Ma c’è da ammettere che le parole di The Winner Takes It All sembrano scritte proprio per questo finale di stagione di Better Call Saul.

Tra i concetti di vincitore, perdente, e soprattutto non giocare secondo le regole, più che una canzone sembra la sceneggiatura della stagione. Possiamo dire allora che gli ABBA hanno contribuito a scrivere una delle migliori puntate nella storia di questa serie? La risposta è affermativa, anche se fino ad un certo punto non credevo fosse così buona. Ero completamente rapito dalla visione, ma in me c’era un pizzico di delusione: Better Call Saul ha spessissimo raccontato due storie separate in una, quella morale di Jimmy e quella adrenalinica di Gus e Mike, ma mai come questa volte parevano separate, parevano due show completamente diversi.

Poi però, per prendere in presto ancora una canzona  dagli ABBA, la puntata stessa mi ha detto Take A Chance On Me: io l’ho fatto, mi sono fidato, e sono arrivati un paio di momenti che hanno collegato tutto.

Il primo, è il monologo di Jimmy davanti alla ragazzina che non ha ottenuto la borsa di studio. Il secondo, è Mike che ricorda a Werner, realizzandolo insieme a lui, come le seconde chance in realtà non esistono, e quando si fa qualcosa di sbagliato poi la macchia rimane per sempre. Si può lavare, certo, ma l’alone rimarrà sempre.

I quei momenti, le strade emotive dei due personaggi incrociano definitivamente. La puntata prende una forma emotiva e tematica univoca, e soprattutto il Better Call Saul che conoscevamo, in un certo senso, finisce.

Mike diventa ufficialmente un assassino, il fixer al soldo di Gus che abbiamo conosciuto in Breaking Bad. In queste quattro stagioni si è sporcato le mani con l’illegalità tante volte, ma sempre in maniera giustificabile o ingegnosa. Lo abbiamo visto, meticoloso e calmo come sempre, diventare il maestro delle soluzioni alternative: c’è sempre un piano, sempre un modo per fare una cosa nel modo meno drastico ma più efficace possibile.

Ora invece abbiamo davanti il Mike che deve uccidere a sangue freddo, e lo fa. L’uomo che lega il proprio destino a quello del Cartello, indissolubilmente. L’uomo che accetta ordini, e soprattutto abbandona le mezze misure e non potrò più predicarle, più tornare indietro.

Jimmy diventa ufficialmente Saul Goodman. Arriveranno le camice colorate e gli spot tv esuberanti, ma la mentalità è già arrivata. Che la morte di Chuck, e le sue conseguenze, lo avessero portato verso la strada del cinismo, lo sapevamo. Ma mai come ora l’aridità e la prontezza a tutto per raggiungere uno scopo hanno cancellato il Jimmy a cui ci siamo affezionati.

I due grandi monologhi che ha nella puntata, oltre ad essere uno showcase meraviglioso per l’interpretazione di Bob Odenkirk, sono il manifesto ideologico del suo nuovo/vecchio Saul. L’amoralità che nasce non per cattiveria, ma per un profondo risentimento. Profondo e totale, poiché rivolto verso la società e verso le persone. L’arrivismo verso la professione di avvocato che tanto vuole riconquistare, diventata ancora di più un mezzo e basta. Il cieco rifiuto per i sentimenti passati: quando promette a Chuck che farà di tutto per realizzare ciò che si aspettava, sa benissimo di dire la verità, perché Chuck si aspettava il peggio dal fratello, e Saul Goodman sarà proprio tutto ciò che Chuck avrebbe detestato. In tutto ciò, non accorgendosi di alienarsi definitivamente Kim, perché Saul è tale solo quando è pieno di se stesso.

La quarta stagione di Better Call Saul si chiude con un grandissimo episodio, in modo molto soddisfacente ma doloroso. Abbandoniamo un mondo illusorio ed entriamo in un’era più spietata. La fine di Better Call Saul, in tutti i sensi, è davvero vicina.

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Emanuele D’Aniello

Better Call Saul 4×07/4×08, facciamolo di nuovo

Il grande assente a Stoccolma: niente Nobel per la letteratura 2018

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Assegnati tutti i premi Nobel del 2018, tranne uno: letteratura.

Dal 1 all’8 ottobre 2018 sono stati annunciate a Stoccolma i vincitori dei premi Nobel 2018. Prima ci sono stati fisiologia e medicina, poi fisica e chimica. Infine, pace ed economia. Spicca un grande assente: letteratura. Già la decisione del 2016 di assegnare il premio a un cantautore, Bob Dylan, aveva sollevato scalpore e addirittura polemiche. Quest’anno, però, la decisione è ancora più straordinaria. A maggio l’Accademia svedesa aveva annunciato che non ci sarebbe stato alcun Nobel per la letteratura nel 2018, cosa che non accadeva dai tempi della guerra mondiale (fino al 1943).

Il perché di un’assenza.

Oltre a delle complicazioni di ambito finanziario, il motivo principale di questa decisione è uno scandalo. Sulla scia della campagna Me Too iniziata dopo lo scoppio del caso Weinstein negli Stati Uniti (novembre 2017), lo scorso autunno diciotto donne hanno accusato di aggressione e molestie sessuali regista e fotografo franco-svedese Jean-Claude Arnault. Si sono aggiunte poi accuse di molestie alla principessa Vittoria di Svezia. A seguire, diversi membri dell’accademia si sono dimessi per protesta. Peraltro, le loro cariche sono tecnicamente a vita e si è iniziato a discutere di una riforma dell’Accademia per consentire le dimissioni. Lo scorso lunedì 1º ottobre, arriva per Arnault la condanna a due anni di carcere per uno dei due stupri di cui era stato accusato.

Crisi di fiducia.

La scelta dell’Accademia è stata motivata da Anders Olsson, Segretario Permanente ad interim, in un comunicato stampa.

I membri attivi dell’Accademia svedese sono ovviamente consapevoli che l’attuale crisi di fiducia deve portare necessariamente ad un cambiamento. Riteniamo fondamentale recuperare la fiducia del pubblico prima che possa essere annunciato il prossimo vincitore. Questo deve essere fatto in segno di rispetto per i precedenti e futuri vincitori in ambito letterario, per la Nobel Foundation e per il pubblico in generale.

Una scelta che fa riflettere.

Tantissime le riflessioni spuntate online. C’è chi sostiene che si possa fare a meno di un premio del genere, nutrendosi di consolidati scetticismi su tali riconoscimenti (basti pensare alle costanti polemiche sui premi Oscar). Inutile poi aggiungere che dopo gli ultimi sviluppi in Italia del caso Asia Argento le polemiche sono destinate ad aumentare. Che si condivida la scelta dell’Accademia o meno, una cosa è certa: l’annuncio ha avuto grande risonanza mediatica. Il vaso di Pandora del movimento Me Too è stato ormai scoperchiato. Uno dei suoi aspetti più notevoli è che si è propagato, con una reazione a catena, dal mondo del cinema ad altri campi, quali le università e in questo caso l’Accademia. Il punto, probabilmente, non è domandarsi se la posticipazione del Nobel sia una scelta ragionevole o appropriata. Si dice che quando il dito indica la luna, l’imbecille guarda il dito. Forse non è il caso di guardare il dito ed è opportuno invece riflettere su un fenomeno che, letterati e non, ci riguarda tutti.

Stockholm’s great absent   (ENGLISH VERSION)

Davide Massimo 

A tu per tu con Nicola Piatta dell’Abbondio Giana, l’artista della provocazione

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All’indomani dell’ennesima provocazione al Sotheby’s e alla conseguente consapevolezza di essere “banksyzzati” come ha detto Alex Branczik, il Senior Director and Head of Contemporary Art, Europe di Londra ci ritroviamo a parlare di arte contemporanea in Italia.

La provocazione tradotta in arte in Italia, più precisamente.

Nicola Piatta dell’Abbondio Giana è un artista capace di reinterpretare su tela la bruciante contemporaneità.

La sua formazione è tra le più “policrome”. Nella sua valigia, di provocazione  e ricordi, l’ispirazione dai grandi del passato come Luis Buñuel e D.A.F. De Sade.

Il Nord Italia lo ha accolto ed ospitato a più latitudini. Adesso si trova a realizzare i suoi processi creativi a Milano.

Milano fulcro dell’arte e snodo di avanguardia.

  • L’arte è il racconto personale della percezione che si ha del mondo. Qual è la tua percezione del mondo?

La mia percezione del mondo è che tutto non sia reale, come se tutto fosse una maschera, una facciata che nasconde dietro di sé qualcosa di non noto che io, secondo la mia fantasia e conoscenza di dati certi a riguardo, cerco di rendere concreto ai miei occhi e agli occhi di chi sta guardando le mie opere. In questo mondo manca la conoscenza della vera essenza delle cose. Ci sono troppe infrastrutture. Io con la mia arte cerco sempre di andare all’origine delle cose distruggendo le infrastrutture che ne danneggiano la reale essenza. Cerco di vedere il mondo dietro il mondo che l’uomo costruisce, perciò per me esistono due percezioni: quella legata al mondo reale, nascosto al nostro sguardo (che è quella a cui faccio affidamento io),  e quella legata invece al mondo finto costruito sopra il mondo reale. Questo è anche il modo in cui l’arte si divide.

  • Un illustratore racconta con il proprio punto di vista, utilizzando canoni di linguaggio sempre differenti, ciò che lo circonda. Quanto è doloroso, terapeutico, necessario elaborare la profondità concettuale della denuncia?

Personalmente non ritengo né doloroso né terapeutico il percorso che mi porta a elaborare la miriade di messaggi che inserisco nelle mie opere, nelle mie performance. Non trovo nemmeno terapeutico il partorire un’opera di denuncia, non lo faccio per stare bene con me stesso, per sentirmi a posto. Io sono fuori posto. Io partorisco senza sforzo. Immaginate una divinità che mi abbia condannato a partorire senza sforzo, praticamente l’esatto contrario di ciò che è stato riservato a Eva. La mia storia non è stata scritta dagli uomini, perciò il parto, nella mia dimensione, non è sforzo.

illustratori italiani

  • Le tue opere sono dei messaggi schermati di provocazione: un urlo per denunciare il bisogno di rendere pubblica e fruibile “l’arte contemporanea” come strumento di riflessione?

Sono consapevole del fatto che se le mie opere non generassero disturbo, scandalo e repulsione il mio compito sarebbe finito. E potrei dunque iniziare a creare per comunicare altrove, a un’altra civiltà, ad altri essere senzienti. Non mi sforzo per niente di creare qualcosa che serva come denuncia di una particolare situazione, io mi limito a riprodurre ciò che la mia mente percepisce come più oscuro, nascosto, vile e violento. Il mio è un urlo non gridato.

  • Qual è il senso primordiale delle tue opere?

La vera essenza della più pura filantropia, l’amore senza pregiudizi, il bene incondizionato, l’istinto materno di sopravvivenza. Queste sono le radici su cui è fondata ogni mia opera.

  • Il tuo percorso artistico da cosa è stato influenzato?

Da quando sono piccolo cerco, come un “archeologo dei reali sentimenti”, di intercettare e fare emergere tutto ciò che sta al di sotto della terra che ci mettono addosso fin dai primi anni di vita con la quale finiamo per ricoprirci dall’adolescenza fino alla fine della nostra esistenza. Sicuramente i miei studi al DAMS di Bologna hanno influito moltissimo sul mio percorso artistico. Il senso di libertà provato in quella città, la mia autonomia personale, il costante approccio con le diversità hanno nutrito la mia mente e la mia anima.

  • L’arte riuscirà a redimere le coscienze sporche?

Le coscienze sporche difficilmente si puliscono, ma quelle appena nate si possono nutrire di bellezza. Io creo affinché il mio messaggio insegni alla mente acerba più che a quella sporca. Esistono molte coscienze che vogliono rimanere sporche e che vivono con la melma e sono felici di ciò; purtroppo per queste non c’è niente da fare. L’arte è amica delle coscienze limpide, che vogliono rimanere pulite, l’unica cosa che l’arte può fare è mantenere vive queste coscienze affinché sopravvivano alle pestilenze e traccino il solco per le generazioni future.

Alessia Aleo