Venezia 2017: First Reformed, prete sull’orlo di una crisi di nervi

first reformed

Ammettiamolo: Paul Schrader non è mai stato un grande regista. Già che ci siamo, ammettiamo pure che vive di rendita da decenni.

Indubbiamente è un grande sceneggiatore, ma la sua gloria è dovuta a due titoli: Taxi Driver e Toro Scatenato. Non nascondiamoci, suvvia. Se si fosse ritirato il giorno dopo quei film sarebbe comunque rimasto nel mito. E, senza farlo apposta, nessun suo lavoro successivo ha mai più raggiunto quel livello. Forse per la vena creativa di allora. Forse perché ha dato quei copioni in mano a Martin Scorsese che li ha plasmati in capolavori. O forse perchè, appunto, Paul Schrader non è un grande autore, semplicemente.

Una cosa però Paul Schrader è sicuramente: interessante.

Ed è anche altro: vulcanico, creativo, tagliente, egocentrico, senza freni e senza peli sulla lingua. Poco interessato a ciò che gli altri potrebbero pensare, Schrader fa film col gusto di stupire, con gusto di scatenare una reazione, e quasi sempre ci riesce. Che poi essa sia positiva o negativa, è un altro discorso.

Il suo nuovo First Reformed si inserisce in tale categoria: è interessante, se poi sia bello o brutto decidiamolo in un altro momento.

E, appunto, è figlio della classica vena poetica di Schrader dal primo all’ultimo secondo, per questo ho parlato cos’ tanto finora del regista e non solo del suo prodotto. First Reformed vive e muore nel cuore e nella testa di Schrader, nel suo tormento interiore su temi religiosi, nel suo senso di colpa dilagatante verso la stessa esistenza umana, nel suo continuo interrogarsi sul cammino dell’uomo, nella sua carica anarchica vero le istituzioni sporsonalizzanti (e la citazione anche visiva di Taxi driver è lampante).

Grazie anche ad un Ethan Hawke assolutamente in palla, First Reformed non annoia mai. Anche quando parla troppo, nella prima parte, o si perde in sottotrame inutili nella seconda, come quella ambientalista che alla fine non porta da nessuna parte. Il film rimane in piedi proprio perché è esattamente come il suo autore: interessante, ricco di cose da dire e domande da porre. Che poi tali domande e tali tormenti possano essere davvero efficaci, possano colpire davvero nel segno, lo lasciamo decidere al pubblico. Ma forse, se Schrader fosse anche un buon regista, sapremo già la risposta.

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Emanuele D’Aniello

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