Roma 2018: Capernaum, senza il vizio della speranza

Capernaum

La visione di Capernaum mi ha convinto di una cosa: il Neorealismo italiano rimane insuperabile.

Inutile fare paragoni, naturalmente, ma la nuova opera della regista libanese Nadine Labaki, che nulla ha a che vedere con i suoi film precedenti intrisi di ironia e dinamismo, è davvero un film neorealista. Aderisce a quei criteri Capernaum perché utilizza attori non professionisti e mostra la miseria umana, sociale e urbana dei suoi luoghi. Però ecco il punto: la miseria, in un film come Capernaum, è tutto.

I nostri bellissimi film neorealisti avevano un enorme cuore, e soprattutto la consapevolezza di non dover sfruttare il degrado circostante. Era uno sfondo, inevitabile e potente, ma raramente era la storia principale: i grandi del neorealismo raccontavano la miseria, non la mostravano e basta, inserendola in un contesto veramente e puramente cinematografico. Insomma, costruivano una storia attorno a quegli elementi.

Forse, uno dei motivi è che il dramma del dopoguerra italiano apparivano fin da subito, per quanto devastante e tragico, fortunatamente momentaneo. I creatori del neorealismo vivevano la miseria ma ne erano al di fuori e, soprattutto, erano consapevoli che prima o poi il paese ne sarebbe uscito. Il Neorealismo raccontava la verità, la vita vera, ma al tempo stesso creando grande cinema e un messaggio didattico.

La differenza con Nadine Labaki è lampante. Nelle zone che conosce, la miseria è uno stato permanente. La povertà è un dato di fatto assodato e inscindibile. Quello di Capernaum, pertanto, non è vero Neorealismo, ma un realismo sociale che si nutre di se stesso, e non può fare altrimenti.

Più che un problema, questo è un limite, che impedisce a Capernaum di alzare la qualità. Siamo in presenza di un buon film, ma poteva essere un grande film.

Che sia buono, come detto, è innegabile. Labaki gira con mano sicura una vicenda dai contorni singolari – un dodicenne fa causa ai propri genitori per averlo messo al mondo e quindi fatto vivere in uno stato di povertà assoluta – ed è certamente l’artefice primaria di alcune tra le migliori interpretazioni mai viste da attori bambini (non professionisti, oltretutto).

Il film colpisce dritto al punto, indubbiamente, e oltre alla denuncia di un paese abbandonato alla propria miseria, riesce addirittura a diventare il character study di un bambino costretto a diventare adulto. Tutto ciò senza cedimenti troppo melodrammatici, perché quello che si vede è reale, e con paradossalmente un buon ritmo. Forse, la sorpresa migliore di Capernaum è che, per un essere un film simile, non annoia mai.

Che però non sia un grande film, è un peccato. Soprattutto nella seconda parte, si insinua una certa ripetitività nelle disavventure del giovane protagonista. Tutto vero e drammatico, per carità, ma anche poco cinematografico. Rimane emotivamente potente, ma l’efficacia a tratti si ingolfa.

Dopotutto, è un film che per sua natura non può che far leva sul pietismo. Una storia su un bambino poverissimo circondato da disgrazie personali e povertà estrema non può che essere empatica. Un film manipolatore non perché voglia esserlo, ma perché nasce così: se non ti commuovi, c’è qualcosa che non va. E tale pregiudizio emotivo, al cinema, non va mai bene.

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Emanuele D’Aniello

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