Roma 2018: Se la Strada Potesse Parlare, non parlerebbe così

Se la Strada potesse parlare

Se la Strada Potesse Parlare non è, purtroppo, il nuovo film di Barry Jenkins, ma il primo film di James Baldwin.

In questo assunto paradossale c’è tutta la contraddizione problematica di questo film. Jenkins, che dopo il successo di Moonlight poteva realizzare davvero tutto, ha deciso di portare al cinema un romanzo fondamentale di James Baldwin, l’intellettuale di riferimento della società afroamericana del secolo scorso. Seppur poco noto in Italia, il ruolo di Baldwin nel mondo afroamericano e la sua forte voce sono così importanti che Jenkins si è trovato immediatamente in soggezione. La sua non è solo sconfinata ammirazione, ma autentica paura di trasgredire lo spirito del suo idolo.

Parliamo dopotutto del primo adattamento di un lavoro di Baldwin, ed il peso di questa enorme responsabilità si sente tutto nel film.

L’assoluta e piena fedeltà al romanzo originale – ultimissima scena esclusa – è indubbiamente il grande problema di Se la Strada Potesse Parlare. Il film mischia storia d’amore a conflitti sociali nella Harlem degli anni ’70, ma Jenkins non riesce mai a coniugare le due anime del racconto, intrappolato nella paura di mancare di rispetto alle parole di Baldwin.

Perlomeno, Jenkins si conferma un regista formalmente magistrale. Il suo uso dei primi piani, la sua abilità nel creare e sfruttare una distinguibile paletta cromatica che caratterizzi il suo lirismo visivo, c’è tutto. Qui a mancare, semmai, è la capacità iniziale di creare un’opera che sia coerente e non solo la somma delle sue parti.

La grandezza di Moonlight era quella di creare prima un mood, in cui rinchiudere l’emozione dello spettatore, e solo dopo una storia. Con incredibile tenerezza, così facendo l’intimità diventava pian piano universalità. Adesso con Se la Strada Potesse Parlare accade l’esatto opposto: il racconto, la storia di Baldwin ha la precedenza sullo stato d’animo, che deve essere creato dalla trama, e di conseguenza non arriva mai a realizzare il salto nella vera empatia.

Jenkins è troppo preoccupato a portare in vita le pagine del libro, e così invece di un sentimento che procede e cresce organico, abbiamo continuamente degli stop nella narrazione, delle microsequenze che interrompono lo scorrere fluido del mood del film. Con un po’ più di coraggio sarebbe state tagliate. Così non è stato, purtroppo.

Jenkins riporta la lezione di Baldwin alla sua comunità di oggi, infondendo il messaggio di speranza e spirito d’unione. Questo è innegabile. Ma rimane anche la constatazione che l’impatto sarebbe stato addirittura più forte se l’approccio al materiale fosse stato meno riverente e più cinematografico.

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Emanuele D’Aniello

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