La cena delle belve al Quirino: homo homini lupus

Homo Homini Lupus. Un antico detto latino può bastare per descrivere sinteticamente il senso de La cena delle belve, spettacolo in scena al Teatro Quirino dal 19 febbraio al 3 marzo 2019 per la regia di Julien Sibre e Virginia Acqua.

Il testo è una traduzione firmata Vincenzo Cerami de “Le Repas des fauves”, spettacolo del franco-armeno Vahé Katchà.

Italia,1943. Sette amici sono a cena insieme. Quella stessa sera vengono uccisi due ufficiali tedeschi fuori dal palazzo in cui si trovano, così la Gestapo irrompe in ogni appartamento chiedendo due ostaggi. Nel caso dei protagonisti, il comandante tedesco decide che saranno loro a scegliere i due che dovranno sacrificarsi, lasciando liberi gli altri cinque.

Non a caso, durante la messa in scena, viene citato un verso sofocleo dell’Antigone, personaggio femminile che nel corso dei secoli ha incarnato proprio il valore dei diritti umani, della dignità di ogni vita e soprattutto di ogni morte:

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Sette capi contro sette porte: duelli in equilibrio, e al dio di disfatta lasciarono regali di metallo pieno. Esclusa la coppia disperata, doppio frutto d’unico padre, d’una madre sola fermo incrocio di punte trafiggenti, equa spartizione di una fine insieme.[/dt_quote]

Il verso spiega proprio lo scontro che sta per avvenire tra i sette amici, tra le sette belve. Come Eteocle e Polinice ci sarà una lotta di potere e una lotta alla sopravvivenza. A differenza di quanto si potrebbe pensare, La cena delle belve non è solo una storia di guerra. È un’accurata esegesi della natura umana e della sopraffazione reciproca quando entra in gioco la paura per la propria esistenza.

Ho apprezzato molto lo schermo alle spalle degli attori, che consente di vedere cosa accade fuori dalla porta di casa in modalità fumetto: un espediente sicuramente molto apprezzabile per far entrare il pubblico nello spettacolo.

Belle le scene di Carlo De Marino e i costumi Francesca Brunori; del cast, che si avvale di nomi abbastanza noti come Francesco Bonomo e Silvia Siravo, ho apprezzato in particolar modo la performance di Maurizio Donadoni.

Che l’idea dell’opera fosse interessante si poteva intuire dal successo della versione originale, vincitrice ai Molières 2011 come migliore spettacolo privato, migliore adattamento e messa in scena. Lo humor nero, che permane nella traduzione italiana, come spesso accade in molte trasposizioni perde un po’ la sua verve. L’attore nostrano, che si ritrova a interpretare un personaggio pensato originariamente in francese, fa un po’ fatica a cogliere alcune sfaccettature estranee alla propria tradizione.

Anche il pubblico coglie questo distanza e stenta a riconoscersi, a volte, in questo spettacolo, ma più nella parte umoristica. Nella parte cruda (e anche un po’ inquietante) si ritrova invece a deridere la piccolezza umana. Con il compito finale di prenderne anche consciamente atto.

 

Alessia Pizzi

 

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