True Detective 3×01/3×02: il tempo è un cerchio piatto

True Detective 3x01

Come diceva Rust Cohle, con quel suo fortissimo accento texano, nella prima indimenticabile stagione di True Detective, “time is a flat circle”. Il tempo è un cerchio piatto. Tutto è al suo interno, nulla esce, e tutto si ricrea ripartendo dall’origine, inclusi gli errori fatti destinati ad essere ripetuti.

In quel cerchio piatto è quindi chiuso pure, per forza di cose, il destino di True Detective.

La serie antologica è destinata a tornare alle sue origini, a quanto già vissuto, e noi spettatori costretti a rivedere quanto già visto. Ora, alla terza stagione, ci ritroviamo ancora di fronte un omicidio in una piccola cittadina americana dimenticata da Dio. Ad indagare, ancora, è un detective problematico e traumatizzato da esperienze passate. Ancora una volta, il caso sembra nascondere più misteri di quanto inizialmente appaia, e non abbandona mai il detective costretto a riviverlo e ricordarlo lungo tre archi temporali distinti, sempre interrogato da colleghi che cercano di fare luce su cosa è andato storto all’inizio dell’indagine.

Sì, True Detective è davvero tornato alle origini, letteralmente, con un caso, e soprattutto una struttura narrativa, che ricorda pedissequamente quella della prima stagione. Non è necessariamente un problema, sia chiaro, perché quella prima esperienza, seppur irripetibile adesso, è la strada da seguire come esempio. Molto più della inutilmente intricata e a tratti soporifera seconda stagione, che pare adesso totalmente cancellata dalla memoria collettiva.

Cancellata, in primis, dalla memoria del creatore della serie Nic Pizzolatto, il quale rivive ugualmente la propria esperienza in un cerchio piatto costretto a ripetersi. Come il nostro nuovo detective Wayne Hays cerca, nell’arco di storyline del 2015, di ricordare cosa è successo nel 1980, facendosi strada nei ricordi delle rivelazioni del 1990, adesso Pizzolatto, arrivato al suo terzo tentativo nella serie, cerca di ricordare cosa fece di buono nel primo tentativo facendosi strada tra gli errori del secondo tentativo.

Un gioco meta, forse involontario, ma che rende l’idea di quanto Pizzolatto sia True Detective, nel bene e nel male.

E qualcosa di male, indubbiamente, c’è in questo terzo capitolo. I chiarissimi rimandi alla prima stagione, inevitabilmente, rendono la vicenda poco originale. La visione, più che arricchirsi di interrogativi, si abbandona ad un costante senso di deja vu. Un già visto peraltro indebolito, poiché manca completamente la visione di Cary Fukunaga, che nella prima stagione aveva diretto tutti gli episodi celebrando il matrimonio perfetto con la scrittura di Pizzolatto. Le immagini soffocanti, la capacità di creare tensione, l’abilità nell’incedere nel mistero, tutto quello era l’approccio di Fukunaga e non lo abbiamo più ritrovato.

Ma, tra le cose buone, è altrettanto indubbio che anche questa terza stagione presenti un magnetismo non indifferente. Laddove manca l’originalità nella storia o nell’atmosfera, si sopperisce con l’esplorazione dei personaggi. Il detective interpretato da Mahershala Ali, seppur ancora solo abbozzato, è già un pozzo di empatia e malinconia puramente umana. La dignità che l’attore premio Oscar gli conferisce, soprattutto interpretandolo da anziano, trasmette tutto il peso emotivo di una figura traumatizzata e cresciuta con un accumulo di senso di colpa. Un ritratto molto complesso e multisfaccettato che il carisma di Alì è in grado di umanizzare, trasformando il suo stoicismo in autentica confusione emozionale.

Grazie a questa ottima interpretazione Pizzolatto può, dunque, proseguire sul suo vero percorso, nel suo vero intento. Anche stavolta, come nella prima stagione, il caso di cronaca ed i misteri apparentemente soprannaturali sono l’espediente per analizzare la crisi del machismo tipicamente americano, divenuto nel corso del tempo maschilismo tossico. Ora Pizzolatto è anche meno sfumato, citando esplicitamente due fatti che collegano, in un filo rosso immaginario, la sua idea: da un lato la guerra del Vietnam, che ha stuprato la coscienza collettiva di generazioni di maschi americani, dall’altro altro la morte di Steve McQueen, preso a simbolo di quel maschio tutto d’un pezzo sparito da decenni.

La costruzione del maschilismo tossico, di cui purtroppo tanto si parla ai giorni nostri, è ancora l’aspetto più interessante della serie. E anche la chiave di volta, in un certo senso, per capire pregi e difetti della serie stessa.

Pizzolatto, infatti, è talmente innamorato dei suoi temi da non essere in grado di svilupparne altri. Un limite quando ci troviamo davanti i personaggi femminili, come al solito di True Detective poco sviluppati. Ma un pregio quando la fascinazione esistenziale della scrittura diventa approccio filosofico per spiegare il male e leggerlo come vademecum dei problemi dei giorni nostri.

Insomma, anche quando True Detective sembra essere arrivato creativamente alla frutta, come adesso, rigirando spesso nei medesimi temi col medesimo tono, riesce comunque a farlo con estremo fascino e acuto interesse. Forse Pizzolatto sa scrivere e fare una cosa sola, ma almeno sa farla bene.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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