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Gilda, la dark lady che distrugge lo stereotipo della donna oggetto

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“Se dovessi scegliermi un motto, questo sarebbe ‘Nessun divieto’ ”   Gilda film

Titolo originale: Gilda
Regista: Charles Vidor
Sceneggiatura: Ben Hecht, Jo Eisinger, Marion Parsonnet
Cast Principale: Rita Hayworth, Glenn Ford, George Macreasy, Steven Geray, Joseph Calleia, Gerald Mohr
Nazione: USA
Anno: 1946

La storia del Cinema è contornata da personaggi femminili più disparati. Ci sono donne di potere (The Iron Lady Marie Antoinette), donne di spettacolo (Eva contro Eva, Viale del tramonto), oppure dalla semplice vita straordinaria (Diverso da me). Esistono poi le ‘femme fatale‘, quelle capaci di far fare agli uomini tutto ciò che vogliono con un sorriso o uno sguardo, intenzionate a turbare gli animi, senza il minimo pregiudizio. Pilastro cinematografico riguardo questo genere femminile è sicuramente Gilda, film del 1946 che ridiede fama e una nuova vita alla figura della diva Rita Hayworth.

La trama della pellicola è abbastanza banale

Siamo negli anni ’40. Johnny Farrell (Ford) arriva a Buenos Aires per rifarsi una vita. La sera stessa del suo arrivo si mette nei guai e uno sconosciuto gli salva la vita. Fatte le dovute presentazioni, si scopre che l’uomo è Bullin Mundsen (Macready), ricco proprietario della più elegante bisca della città, a cui, per riconoscenza, Johnny promette fedeltà, diventandone presto il più fidato braccio destro. Nel frattempo, Johnny scopre che Bullin è spostato con Gilda (Hayworth), ballerina nonché grande amore passato di Farrell. Freddezza e passione si uniscono tra i due ex amanti che, per quanto carichi di rancore per una storia passata e terminata male, non hanno cessato di amarsi. Lui lo dimostra con la sua gelosia; lei dandosi alle feste e alla bella vita, sempre lontano dal marito.

Intanto si viene a sapere la vera natura di Bullin: uomo senza scrupoli e in contatto con diverse spie naziste, in cerca di nuove alleanze.

E proprio per l’uccisione di un nazista, a seguito di un litigio, Bullin si trova costretto a scappare. Gilda e Johnny decidono, allora, di sposarsi e rimanere proprietari dei beni di Mundsen. Il passato però non cessa di seguirli e ciò che era un tempo, continua a corrodere la loro relazione: la spregiudicatezza di Gilda. Un giorno però Mundsen torna e, vedendo le sue persone più care legate in sentimento e protette dai suoi beni, sentendosi tradito, decide di vendicarsi…

Glenn Ford e Rita Hayworth in Gilda (fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Gilda_(film)#/media/File:Gilda_trailer_rita_hayworth2.JPG)

 

Letto così e senza sapere altro, Gilda può sembrare un film basato sullo scontato triangolo ‘lei-lui-l’amante’. C’è però ben altro.

La pellicola è infatti una raccolta di sequenza filmate nel miglior stile hollywoodiano. Si pensi alla gestione degli ambienti, come il locale di Bullin o i nights di Buenos Aires, passando per le strade buie, dove si fondono scenografie artificiali ad una fotografia quasi surrealista, mista ad un tempo-non tempo. Ciò che ne esce sono immagini curate ma stravaganti, creanti un universo sensuale, fittizio e dall’atmosfera decadente.

Centrale però è ovviamente la figura della protagonista.

Rita Hayworth, con Gilda, torna sul ‘bianco lenzuolo’ dopo qualche anno di assenza. Si dimostra più in forma che mai e tutto il film si basa su di lei. La sua sensualità ben incarna il ruolo della donna capace di far dannare, senza il benché minimo sforzo. Storica la sua prima apparizione, sia per il pubblico sia per il personaggio di Johnny, che la rivede dopo tanto tempo. Dopo un’ inquadratura di Johnny e Bullin che entrano in camera, in cui quest’ultimo le domanda a voce alta: “Sei presentabile?”; si passa a un mezzo busto di Gilda che, dal basso, si alza tirando indietro i capelli e sorridendo risponde di sì.

La prima apparizione di Gilda (fonte foto: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Gilda_trailer_hayworth1.JPG)

 

All’interno del film, però, Gilda ci insegna qualcosa, completamente diverso da quello che si è sempre pensato.

Quello della Hayworth è un personaggio malinconico, sensibile, lontano dalla visione egoistica della ‘dark lady’. È una donna che usa la sua spregiudicatezza non certo per avere ciò la stuzzica in quel momento; ma quasi per…attirare l’attenzione. Si pensi al celebre ‘spogliarello’. Sulle note di Put the blame on Mame, Gilda/Rita si vendica di un litigio con Johnny cantando una canzone in mezzo a un pubblico che la osserva mentre si muove in maniera sinuosa quasi fosse una spogliarellista, levandosi però un solo singolo guanto. In quei 3 minuti, Gilda vuole sfogarsi contro il suo uomo, che la trascura: cerca quindi di mandargli un messaggio. Ciò che nel film Gilda ci trasmette non è un capriccio, ma la necessità di una donna di farsi capire come può. C’è sicuramente malizia, ma non malvagità. Lei ama, ma non si sente amata: si sente un oggetto, un trofeo da esibire, ma non una donna. Ricambia quindi con la stessa moneta. Il messaggio che arriva è quindi un forte senso di identità che cerca di uscire da quello stereotipo che gli altri le hanno imposto. 

Rita Hayworth mentre canta ‘Put the blame on Mame’ (fonte foto: https://it.wikipedia.org/wiki/Gilda_(film)#/media/File:Gilda_trailer_rita_hayworth3_crop.JPG)

 

Interessante e malinconico ricordare che Gilda resterà per la Hayworth un’amica-nemica.

Grazie a questo personaggio (il primo drammatico nella sua carriera) l’attrice newyorkese tornò alla ribalta, diventando uno dei più celebri ‘sex symbol’ della storia del Cinema. La sua storia privata, però, la portò spesso a ripetere una frase (che Julia Roberts cita nel film Notting Hill) riferendosi agli uomini:

“Vanno a letto con Gilda e si risvegliano con me”

Sottolineando come molti associavano in lei il sogno ‘proibito’ di conquistare la ‘femme fatale’ di Vidor, diventando però proprio quell’oggetto di desiderio che Gilda cercava di distruggere.

 

3 motivi per vedere il film (già usato in passato ma vero):

–  il talento di Rita Hayworth

– l’energia di Rita Hayworth

– la bellezza sensuale di Rita Hayworth

 

Quando vedere il film:

È da cineteca, forse datato, ma comunque necessario ai fini della conoscenza della Settima Arte. In pomeriggio.

 

Ecco l’ultimo appuntamento del Cineforum:

Sedotta e abbondata: denuncia sociale alla legge 544

 

Francesco Fario

Gianni Schicchi, ritratti di un folletto fiorentino nel saggio di Daniele Vogrig

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«Quel folletto è Gianni Schicchi, / e va rabbioso altrui così conciando».

Sfugge a un rigido incasellamento questo saggio rigoroso di Daniele Vogrig dedicato alla figura di Gianni Schicchi, il cavaliere fiorentino collocato dall’Alighieri nella bolgia dei falsari dell’Inferno. In bilico tra analisi critico-testuale e linguistica, il volume propone un’attenta ricognizione dei lavori svolti dai commentatori e filologi danteschi e si spinge a toccare – in chiusura di excursus – la grande opera pucciniana ispirata alla leggenda dell’ambiguo «falsadore».

Supportato da un apparato bibliografico di indubbia rilevanza, Vogrig concentra in poco più di duecento pagine il peso attribuito dagli esegeti alla vicenda dello Schicchi, figura apparentemente di secondo piano nel magmatico universo delle Malebolge, solcato – nel solo Canto XXX – da personaggi come Mirra e Sinone, protagonisti ideali di approfondimenti futuri e più corposi.

In questo senso, la scelta dell’autore risulta originale e significativa, giacché permette, a un pubblico di appassionati non necessariamente addetti ai lavori, di percorrere con occhio attento la strada delle ipotesi identificative sviluppate nei secoli senza perdersi nel mare magno di infinite fonti e rivisitazioni.

Non che Vogrig si sia sottratto al necessario compito di affrontare e raffrontare una cospicua messe di materiali, ma la scelta di assumere Schicchi come osservatorio privilegiato della tradizione dell’esegesi dantesca gli consente di condurre uno studio articolato e al tempo stesso fruibile, in grado di offrire una prospettiva di lettura inedita e destinata a sviluppi futuri.

Sette capitoli dedicati all’opera e al pensiero di Dante

Nel disporre le linee guida del suo lavoro, egli sceglie di sviluppare il suo discorso lungo l’arco di sette capitoli dedicati alla ricezione dell’opera e del pensiero dell’Alighieri nei secoli che vanno dal XIV al XX.

Ciascuno di essi è aperto da un’accurata ed esaustiva contestualizzazione dei lavori di analisi, approcciati di volta in volta tenendo conto della biografia di ogni autore e del suo orientamento teorico, oltre che della temperie politico-sociale dell’epoca in cui questi si trova ad operare. Filo rosso, come è ovvio, è la trattazione del personaggio Schicchi, “raccontato” e ri-definito a partire dalle postille di Jacopo Alighieri al poema paterno.

Vogrig, tuttavia, non tralascia nulla e ancor prima di esaminare i singoli commentatori tratteggia un quadro particolareggiato dell’età presa in esame, mostrando così – mediante la lente della fortuna dantesca – i mutamenti che investirono il pensiero e l’azione.

Gianni SchicchiConcisi ma efficaci i riferimenti alle più grandi teorie e dispute intellettuali: dal modello bembiano alle «diaspore pro o contro la Crusca» (p. 87); dalla sfaccettata e divisiva ricezione settecentesca all’ingombrante «polemica crociana» (p. 159).

A cavallo di epoche, estimatori e detrattori, l’Alighieri si pone come scandaglio delle varie metodologie di approccio al testo adottate nel tempo, fattesi via via sempre più scevre da emozioni ma non per questo meno complesse e divergenti tra loro.

La descrizione di Gianni Schicchi non risente, in questo senso, di particolari variazioni, ma Vogrig è bravo a collegarla agilmente alla chiave di approccio adottata dagli esegeti.

Come una novella che si costruisce via via, la vicenda del «falsificatore di persona» si arricchisce nel tempo di particolari minimi eppure essenziali, che lo rendono di volta in volta truffatore spregiudicato o complice ed esecutore di un illecito commissionatogli da altri. Ciascun commento poi, come nota l’autore, non manca di attingere – esplicitamente o meno – al contributo fornito dalla tradizione precedente, così che in diverse versioni, seppur in piccola parte, si trovano a coesistere contributi di innovazione e dettagli già assodati.

Quel che è interessante notare è soprattutto l’interpretazione dell’epiteto «folletto» mediante il quale Griffolino d’Arezzo indica a Dante lo Schicchi.

Da Benvenuto da Imola a Pompeo Venturi sino a Gabriele Rossetti il termine attraversa le epoche e si riaffaccia, di tanto in tanto, con sfumature di significato diverse. Sfumature che vanno dal semplice «demonio» allo «spirito infuriato» (p. 99) del Lombardi, caricandosi di attributi che oscillano tra la descrizione dantesca («rabbioso») e il pallore di virgiliana memoria evocato da Carroll, al quale – viene d’azzardare – potrebbe aver guardato anche il Gozzano dell’Onesto rifiuto.

La conclusione del volume, come accennato in precedenza, è dedicata da Vogrig al Gianni Schicchi di Puccini su libretto di Giovacchino Forzato.

Notevole anche qui è la mole del materiale consultato dall’autore, il quale del resto ha alle spalle un’opera intitolata Crepuscoli pucciniani (Terracina, Innuendo, 2014) incentrata sul secondo atto del Trittico del compositore lucchese, Suor Angelica.

Ciò che esce fuori da questo paragrafo è un’analisi appassionata dell’opera, di cui Vogrig rintraccia un’ulteriore «serie di fonti correlate alla vicenda […] esemplificata dagli esegesi danteschi» (p. 198) e ne legge la costruzione e il finale alla luce del confronto – già operato da altri – con il Falstaff verdiano.

In conclusione il testo costituisce un ragguardevole supporto allo studio e alla rilettura della tradizione critica dantesca, contribuendo con una scrittura chiara ma mai banale all’approfondimento di una delle figure più interessanti e meno note dell’intera Commedia.

 

Daniele Vogrig
Gianni Schicchi. Ritratti di un folletto fiorentino
Roma, Lithos, 2019
233 pp.

 

Ginevra Amadio

 

Ed Sheeran in concerto a Firenze: “è bravo ma non si applica”

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È finalmente arrivato anche in Italia Ed Sheeran in concerto con il Divide World Tour. La prima tappa è stata Firenze, al Firenze Rocks, seguita da Roma e Milano.

La sua presenza al Firenze Rocks ovviamente ha scatenato molte polemiche. È vero che non è un cantante di musica rock, però noi non sappiamo come siano andate realmente le cose. Potrebbe essere che gli organizzatori abbiano contattato lo staff di Ed Sheeran, ma potrebbe anche essere successo il contrario. Magari gli organizzatori del tour hanno notato che durante le date in Italia si sarebbe tenuto anche il Firenze Rocks e hanno voluto aggiungere la data qui. La verità è che entrambi lo avrebbero fatto per guadagnare di più. E onestamente se io fossi stata al posto degli organizzatori del Firenze Rocks, non penso avrei detto “Ed Sheeran? Ew, no, non è rock!”. Avrei fatto la stessa cosa che hanno fatto loro.

Anche gli opening act sono stata una scelta alquanto oculata. Il cantante degli Snow Patrol è un cantautore irlandese piuttosto conosciuto da chi segue Ed e le loro canzoni sono molto apprezzate. Zara Larsson sul palco è stata fantastica! Ha ballato e cantato con una voce perfettamente intonata, nonostante il caldo afoso fiorentino, dimostrando che il suo successo è più che meritato. Matt Simons, primo ad esibirsi, ha avuto successo in Italia con alcuni singoli, e il suo talento ha colpito anche artisti italiani che hanno collaborato con lui.

In sintesi direi che chi ha organizzato il festival è stato arguto a non farsi scappare Ed Sheeran ed ha scelto artisti in linea con il genere del cantante inglese.

E poi, se un uomo che mette su un concerto da solo e con una chitarra non è un rocker, chi lo è?

Il live è stato molto coinvolgente, Ed Sheeran durante il concerto sa come far divertire i suoi fan e renderli partecipi attivamente.

Ad un certo punto, durante Photograph e Thinking Out Loud ha cominciato a piovere ed è stato un momento molto dolce, vista la combinazione degli eventi. Mi sono emozionata sia con The A Team che con Give Me Love, pensando a quante cose sono cambiate da quando seguo Ed e agli amici fantastici che ho conosciuto grazie a lui quasi cinque anni fa.

Ed Sheeran concerto
Ed Sheeran in concerto il 14 giugno al Firenze Rocks. Fonte foto: Firenze Rocks

Sono rimasta amareggiata dal fatto che alcune canzoni non siano state eseguite, poiché al festival tutti gli headliners si sono esibiti per un’ora e mezza al massimo. Avrei voluto sentire qualche canzone in più oltre a quelle di successo, come Kiss me che amo, soprattutto perché aspettavo di vederlo live dal 2012!

È indubbio che sappia cantare bene e anche molto velocemente (come lui stesso canta “I’m a singer with the flow”) e che sappia incantare tutti con le sue belle canzoni.

Tuttavia sono rimasta delusa perché Ed Sheeran in concerto dal vivo è uguale a qualsiasi altro concerto registrato due giorni fa o sette anni fa.

È bravissimo a fare uno show solo voce e chitarra ma non mi è piaciuto, non mi ha stupita.

Suona la chitarra nelle code, ad esempio in Bloodstream, in modo nevrotico e più che musica mi è sembrato solo caos, rumore, o uno sfogo sull’oggetto. Non ci sono variazioni di un certo spessore. Secondo me dovrebbe rinnovarsi e usare lo strumento in modo diverso, perché sono tanti i modi per suonarlo: potrebbe fare accordi diversi invece dello stesso eseguito in modo frenetico per cinque minuti filati. A parer mio, non è necessario che suoni con una band al completo, come suggerito da molte altre persone. Basterebbe che cambiasse la tecnica nelle code di alcuni pezzi. Forse avevo io delle aspettative troppo alte, però non poteva essere diversamente considerando che si tratta di un cantante rinomato in tutto il mondo per il suo talento.

E invece (e mi duole dirlo perché sono sempre stata una sua grande fan) l’ho trovato un concerto leggermente al di sopra della media, ma nulla di speciale.

So che potrebbe fare di più e spero che in futuro si evolva e che mi faccia dire “è valsa la pena di andare a rivedere Ed Sheeran in concerto!”.

Prima di ogni cosa spero però che presto si fermi per un po’ di tempo per riposarsi e magari prendere lezioni di canto. Durante il live infatti è capitato almeno tre o quattro volte che avesse un calo di voce, senza però mai steccare. Penso che nessuno dei suoi fan vorrebbe vederlo avere problemi in futuro come è successo ad Adele.

Dopo tre anni in tour è ora di dire basta a “Sing” e dire sì a “Relax: take it easy”, come cantava Mika.

 

Ambra Martino

 

Queste fotografie sono relative al concerto di Ed Sheeran Firenze Rocks e sono protette da copyright. Si ritiene che esse possano essere riprodotte su CulturaMente, limitatamente alle voci che riguardano direttamente l’opera, in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», o per mere finalità illustrative e per fini non commerciali, e in quanto la presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera». In osservanza del comma 3, deve sempre essere presente la «menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta». Questa immagine non può essere utilizzata per altri scopi senza il previo assenso del titolare dei diritti.

Toy Story 4, una nuova avventura nel mondo dei giocattoli

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Per parlare di Toy Story 4, dobbiamo inevitabilmente riparlare e ripartire dal finale di Toy Story 3.

Perché quel finale così perfetto, entrato immediatamente nel novero delle scene immortali del cinema, racchiude tutta l’essenza della saga Pixar su giocattoli immotivatamente e sorprendentemente senzienti. Andy che lascia i suoi giocattoli a Bonnie, con i giocattoli che capiscono il passaggio, è una massima sul ciclo della vita, sulla crescita, sul profondo significato dell’amicizia. In un certo senso, anche sul capire il proprio posto nel mondo.

Ecco, da questo concetto riparto ora. Perché lungo tre film, e adesso nel quarto capitolo, abbiamo seguito la storia di Woody in cerca del proprio ruolo. Woody è uno dei personaggi più complessi mai visti pur essendo, oltre che un giocattolo, definito da una sola caratteristica: la sua lealtà. Anzi, la sua sconfinata lealtà e il suo infinito senso d’amicizia verso Andy, e adesso verso Bonnie. Da una singola caratteristica i creatori di Toy Story hanno creato e delineato un personaggio ricco di paure e desideri, sogni e fragilità, doveri e difetti.

Non a caso Toy Story 4 è, più di tutti i precedenti, il film di Woody. Lo è perché arriva all’apice, e forse a compimento, il suo percorso di scoperta e accettazione, che poi altro non è che una crisi esistenziale umana.

Crisi esistenziale, paura, accettazione, non vi sembrano elementi comuni a qualcosa? A me sì: la morte. Il percorso di Woody è quello di chi deve capire e accettare la morte.

Allora, voglio ricollegarmi ancora a Toy Story 3 (non è colpa mia se è un film perfetto). Voglio ricordare, precisamente, la scena dell’inceneritore, quel momento in cui tutti abbiamo pensato che un film d’animazione su giocattoli parlanti avesse il coraggio di farli morire. Davanti agli spettatori, tragicamente. Non neghiamolo, per un secondo tutti ne siamo stati convinti. Rivedere quella scena, oggi, non perde di potenza.

https://www.youtube.com/watch?v=j2EwPmNe9kA

Pare incredibile a dirsi, ma Toy Story 4 è un film sulla mortalità.

La Pixar cerca di celarlo bene con un ritmo altissimo e un profondo senso d’avventura. Probabilmente, è il film della saga nel quale il divertimento è maggiore, le risate più di pancia, e il vertiginoso susseguirsi di assurde peripezie non lascia mai respirare.

Dopotutto, non dimentichiamolo mai, sono film orientati prima di tutto ai più piccoli. Eppure il target Pixar non è stato mai, ma proprio mai, quello dei bambini. I creatori sono dei geni perché riescono a mescolare i due mondi, offrendo prodotti divertenti e pieni di energia a chi non può cogliere i significati metaforici, e onestamente mai nascosti, destinati agli adulti. Discorsi profondi sui quali si fonda tutto l’universo animato Pixar.

Ne è pieno zeppo Toy Story 4, appunto. E se nel precedente film si chiudeva la storia della crescita di Andy, che come tutti i ragazzi diventati grandi lascia, ad un certo punto, il proprio nido (i genitori e il mondo dell’infanzia, della sicurezza, rappresentato dai giocattoli), adesso abbiamo l’altro lato della storia, ovvero cosa succede ai genitori quando i propri figli lasciano casa. Se prima abbiamo vissuto il cerchio della crescita, adesso c’è letteralmente il cerchio della vita: Woody “fa nascere” il simpatico Forky, lo fa crescere come fosse un bambino, e quando è rapito dalle vecchie bambole del negozio d’antiquariato in Woody quel senso di crisi esistenziale esplode in una autentica battaglia contro il destino.

Più di altri film, e pur essendo come già detto forse il più divertente, Toy Story 4 ha numerosi lati oscuri mai visti prima.

Un negozio d’antiquariato che pare un cimitero e nel quale le bambole si muovono come zombie. Personaggi così nichilisti da preferire la solitudine. Una letterale operazione di trapianto. Woody in questo film è vecchio, ed ogni gesto che compie, il più caparbio e altruista come sempre, lo spinge soltanto verso nuovi dubbi.

Da un lato, ha i suoi amici giocattoli, dall’altro, scopre un nuovo mondo di giocattoli abbandonati, senza padroni, che lo spingono verso di loro. Non ci vuole uno scienziato per intendere questi giocattoli come una sorta di fantasmi che abitano un limbo. La paura di diventare irrilevanti, che Woody ha sempre avuto fin dal primo film, fin da quando Buzz Lightyear ha “minacciato” di sostituirlo nel cuore di Andy, assume adesso i contorno della paura dell’abbandono. Una paura che si fa concreta quando conosce questi nuovi giocattoli: l’abbandono quindi, materializzato, è la paura di accettarlo e accettare cosa c’è dall’altra parte.

Non voglio naturalmente spoilerare il finale del film in questa sede. Basti dire che, pur non avendo l’impatto emotivo del finale del terzo film (ma parliamoci chiaro, era impossibile lo replicasse), ha addirittura più coraggio. Opera una scelta audace, e drastica, proprio perché la mira è su quel senso di consapevolezza finale. Segue il naturale percorso di Woody verso l’accettazione, oltre le proprie ossessioni. Per la prima volta Woody non pensa agli altri, non perché smetta di essere altruista, ma perché la paura dell’abbandono, dell’irrilevanza, quindi della morte, lo ha soffocato troppo a lungo.

Woody lungo quattro film ha rappresentato la classica persona che, pensando ai problemi, pensando all’inevitabile, vivendo nelle paure e nelle insicurezze, non è riuscito a godersi veramente la vita. Ha consumato i propri giorni pur essendo circondato da amici che gli vogliono bene.

L’amicizia vissuta attraverso la crescita è il tema fondante di Toy Story, ma non di Woody. Questa è la tragicità, pertanto anche la bellezza estrema, del personaggio: ha talmente tanto voluto bene a Andy, e ora a Bonnie, da non riuscire mai a godersi quei momenti per paura che finissero.

Che la Pixar sia riuscita a raccontare tutto ciò non solo attraverso l’animazione, ma soprattutto attraverso vicende di giocattoli parlanti, è incredibile. Davvero, non si può descrivere a parole l’intelligenza dei creatori, quanto hanno sedimentato il ruolo di Toy Story nella storia del cinema, quanto sono riusciti a farci voler bene a giocattoli parlanti che non esistono. Quante volte abbiamo pianto con loro, e ci siamo rivisti in loro.

Il finale perfetto di Toy Story 3 ci ha fatto sperare non ci fossero altri film, non si toccasse più quella magia per non rovinarla. Invece, Toy Story 4 non solo non ha deluso, ma è diventato addirittura il film più completo e necessario della saga (si potrebbero spendere altre mille parole sul ruolo e significato di Bo Peep), pur non essendo il migliore. Soprattutto, ci ha ricordato quanto siamo innamorati di questi giocattoli: il cerchio tematico forse è chiuso definitivamente, stavolta, ma siamo a pronti a gustarci altre mille avventure con loro.

Lunga vita alla Pixar. Lunga vita a Toy Story.

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Emanuele D’Aniello

Storie spaziali, il racconto delle missioni lunari nel saggio di Emiliano Battisti

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Dello sbarco sulla Luna, avvenuto esattamente cinquant’anni fa, si sa molto; meno, invece, delle missioni che precedettero e che seguirono quella dell’Apollo 11.

A raccontare il prima e il dopo quel 20 luglio 1969, ci pensa Emiliano Battisti con il suo Storie spaziali.

Nell’anno del cinquantenario dello sbarco sulla Luna, non si contano libri nuovi o rieditati legati alla Luna e più in generale allo spazio.

Raccontare l’universo e specialmente la Luna, è sempre stata una prerogativa di noi essere umani. Ne sanno qualcosa, fra i tanti, Ludovico Ariosto o Jules Verne.

In questo florilegio di libri, una menzione speciale spetta a Storie spaziali di Emiliano Battisti.

Pubblicato dalla casa editrice Paesi Edizioni, Storie spaziali rappresenta un modo originale e accuratissimo per raccontare la conquista dello spazio.

Perché Battisti, come scrive nella prefazione del libro il giornalista Paolo D’angelo, racconta «piccole storie ricche di vicende sconosciute ai più, che oltre a destare curiosità danno l’idea di cosa si è fatto per andare nello spazio.»

Laureato in Scienze politiche e Relazioni internazionali presso la LUISS, collaboratore del Centro Militare di Studi Strategici CEMISS, Emiliano Battisti è al suo primo saggio, e si tratta di un esordio “stellare”.

Il suo racconto prende inizio da un dies nefasti per gli americani: il 12 aprile 1961.

Quel giorno Jurij Gagarin, dalla sua navicella spaziale, pronunciava quella frase leggendaria:

«Da quassù la terra è bellissima, senza frontiere né confini

I confini, invece, sulla terra esistevano ed erano pure alti e invalicabili, specie quelli fra USA e URSS.

Dopo l’umiliazione patita quattro anni prima, gli Stati Uniti subivano la seconda forte battuta d’arresto nella corsa alla conquista dello spazio.

Se, infatti, nel 1957 avevano assistito increduli al primo lancio di un satellite ad opera dei sovietici, ora l’affronto era decisamente maggiore.

Il timido Jurij Gagarin, che ironia della sorte morirà sette anni dopo a bordo di un piccolo aereo da caccia, fu il primo uomo nello spazio.

Nella corsa alla conquista dell’universo, l’odiata URSS era arrivata prima e questo, per la “democratica” America, era un’onta inaccettabile.

Occorreva reagire e in tutta fretta.

Ma pareggiare i nemici sovietici non era più sufficiente, era necessario superarli, anzi di più surclassarli.

Solo così, infatti, quell’ignominia poteva davvero essere almeno in parte cancellata. Per questo il giovane presidente degli Stati Uniti, John Kennedy, decise di alzare l’asticella della sfida.

Il 12 settembre 1962, a Houston, alla Rice University, in occasione della nomina a professore onorario, fece un discorso che rimase celebre:

«Abbiamo scelto di andare sulla Luna e di fare altre cose, non perché sono facili, ma perché sono difficili.»

Kennedy, che di lì a poco più di un anno fu ucciso a Dallas, lanciò una vera e propria sfida, sostenendo che la Luna sarebbe stata raggiunta prima del 31 dicembre 1969.

E così si arrivò allo sbarco sulla Luna.

Ma quel traguardo non fu un romanzo uscito dalla penna di Jules Verne, ma un percorso ad ostacoli fatto di successi ma anche di tragedie.

Ogni capitolo di questa straordinaria avventura è sapientemente descritto da Emiliano Battisti nel suo Storie spaziali.

Un saggio, che come ricordato nello stesso sottotitolo, racconta i successi ma anche gli insuccessi dei pionieri dell’universo, senza i quali Neil Armstrong non sarebbe mai sceso sulla Luna cinquant’anni fa.

Diviso in tre parti, Storie dei pionieri, Storie lunari e Storie orbitali, il libro edito da Paesi Edizioni, (di cui abbiamo già recensito il bel testo su Cesare Battisti), racconta con una dovizia di particolari un sogno diventato realtà.

Ecco allora narrati i primordi delle missioni spaziali statunitensi, a cominciare da quella che vide protagonista John Glenn.

Appartenente al Corpo dei Marines, e selezionato dalla NASA nel 1959 insieme ad altri astronauti, Glenn fu il primo americano in orbita intorno alla Terra.

Lo fece a bordo della capsula Mercury, per l’occasione ribattezzata Friendship 7, un luogo non proprio confortevole visto che tra gli astronauti si diceva che «non si entrava dentro la Mercury, ma la si indossava.»

Storie Spaziali è un libro dal ritmo incalzante, che narra vicende ai più sconosciute, ricche di particolari interessanti, compresi i brani delle comunicazioni spaziali intercorse fra gli astronauti in orbita e le basi sulla terra.

Un racconto che ripercorre non solo l’epica avventura della conquista dello spazio, ma anche la cruda realtà di immani tragedie, come quella che toccò l’equipaggio dell’Apollo 1, in quel fatale 27 gennaio 1967. Quel giorno perirono tre astronauti e sembrò davvero che la conquista della Luna dovesse tragicamente arrestarsi.

Ma così non fu.

Come disse Eugene Francis Kranz, direttore delle operazioni di volo della Nasa durante i programmi Gemini e Apollo, quegli uomini non morirono invano.

Poco più di due anni dopo altri tre astronauti, Armstrong, Aldrin e Collins, che però non scese mai sul suolo lunare, trasformarono il sogno dell’umanità in una fantastica realtà.

E il 20 luglio 1969 avvenne il tanto atteso sbarco sulla Luna.

Belle e intense le pagine che Battisti dedica all’impresa realizzata in quella magica notte di cinquanta anni fa.

Ancor di più quelle che raccontano il surreale dialogo intercorso fra Ruggero Orlando, in collegamento da Houston e Tito Stagno, dagli studi Rai di Roma. Quel Tito Stagno che «detiene il record come prima persona sulla Terra ad aver dato l’annuncio dell’atterraggio sulla Luna, poiché lo fece con 55 secondi di anticipo rispetto all’evento vero

Storie spaziali è un libro da leggere nelle sere d’estate, con un occhio alla Luna e uno magari a Marte, il possibile nuovo obiettivo nella conquista dello spazio.

Ma, come scrive Battisti, «tra il dire e il fare non c’è il classico mare, ma 225 milioni di chilometri

Non resta, dunque, che aspettare il futuro.

 

Maurizio Carvigno

Galliani e Leonardo, un volto attraverso il tempo

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Ciò che lega Leonardo da Vinci a Omar Galliani è un volto di donna. Questa è, sicuramente, la prima sensazione di chi visita la mostra “Leonardesca” al Castello Svevo di Bari.

La tecnica classica dello “sfumato” crea velature e strati di colore che restituiscono, pure nel 2019, le sensazioni delle opere rinascimentali.

E una figura femminile emerge tra le luci e le ombre. Potrebbe ricordare il ritratto che Leonardo fece a Isabella d’Aragona (1470-1524), o potrebbe rievocare il volto giovanile della figlia di quest’ultima, Bona Sforza (1494-1557), che fu duchessa proprio di Bari, come anche sua madre.

Nella storica fortezza barese, Omar Galliani fa perdere la concezione del tempo e dello spazio.

Il Castello Svevo era lì ai tempi di Leonardo, ed è lì ancora oggi. Tra i suggestivi saloni medievali, nuove proporzioni fanno sì che si possa passeggiare tra opere che, senza che ce ne si renda conto, stanno raccontando di un tempo passato e contemporaneamente del presente e del futuro. I ritratti sono, infatti, ritratti ideali che suggeriscono appena l’idea che dietro di essi si celi proprio l’immagine di Bona Sforza o di Isabella, ma allo stesso tempo lasciano intendere che, in realtà, ad essere rappresentata potrebbe essere chiunque.

Le opere dell’artista sono una collezione di lavori che Galliani ha prodotto negli anni. L’occasione di ricordare il genio e l’estro di Leonardo da Vinci è dovuta al cinquecentesimo anniversario dalla scomparsa del maestro rinascimentale. In tutta Italia quest’anno ci sono stati eventi per celebrare le ispirazioni e le arti di un vero genio, di cui Galliani ha seguito da sempre gli insegnamenti. Esposti in mostra sono i disegni risalenti anche agli anni ’70 che rievocano gli studi di Leonardo sui movimenti, sull’acqua e sulla luce.

Le diverse sensazioni della luce

Le diverse sensazioni della luce furono, in particolare, oggetto di meticolosa ricerca scientifica da parte di Leonardo Da Vinci e, inutile negarlo, anche da parte di Galliani. Impressioni luminose, differenze che a noi appaiono scontate della luce attraverso acqua o oggetti, sono quello che rappresentano i disegni esposti al Castello Svevo.

E, ancora una volta, volti di donna. Volti di donna scrutabili nei minimi dettagli, perché la cosa davvero interessante è come Galliani abbia portato lo sfumato a un nuovo livello: creando opere enormi che occupano intere pareti e regalano sensazioni uniche, facendo sentire lo spettatore parte dell’opera, o parte minuscola di un grandissimo “tutto”.

Omar Galliani afferma:

“La mostra muove da un volto, il volto giovanile di Bona Sforza, tramandato attraverso idealità leonardesche, a cui si sono sovrapposti nel tempo diversi possibili lineamenti, transitati poi in altrettante note opere del genio vinciano. Cercare un volto nella moltitudine potrebbe essere attività di un detective o di un difficile identikit, nel mio caso invece la ricerca è puramente ideale ed enfatica.”

La mostra è impreziosita dall’esposizione di abiti d’alta moda, creati da Via della Spiga e ispirati proprio alle opere d’arte di Galliani presenti in mostra. Aperta fino al 9 settembre, merita una visita se si passa da Bari.

Cristiana F Toscano

L’arte nel dipingere le uova. Il concorso dell’Ovo Pinto

Chi non ha mai dipinto un uovo per Pasqua? A Civitella del Lago da decenni esiste un concorso per premiare le migliori uova dipinte. Abbiamo incontrato Barbara Bilancioni che ci ha raccontato la magia dell’Ovo Pinto.

Lo scorso 1° maggio, a Civitella del Lago (TR), si è conclusa la XXXI edizione della mostra concorso “Ovo Pinto” che dal 1982, regala emozioni e veri e propri capolavori.

Si è trattato di un’edizione incredibile per partecipazione del pubblico e opere in concorso.

Sono state oltre 130 le uova dipinte che la giuria, presieduta dalla giornalista Benedetta Tintillini e composta dalle artiste Sara Sajeva e Francesca Pastore, da Pier Francesco Pennazzi di Liberovo, sponsor del concorso, più un membro del consiglio dell’Associazione, ha vagliato e oculatamente giudicato.

Tre, come sempre, le categorie in concorso: studenti/scuole, dilettanti, artisti.

Due i temi per poter partecipare. Quello libero, che ha visto sbizzarrirsi la fantasia dei concorrenti e quello speciale dedicato, e non poteva non essere altrimenti, a Leonardo da Vinci, del quale si festeggia il cinquecentenario della morte. Quest’ultimo scelto da oltre cinquanta artisti, soprattutto nella categoria scuole.

A vincere nella categoria artisti Emile Pascar Catalin, con il suo Artefix Genius, premiato anche dalla giuria popolare, mentre in quella dei dilettanti a prevalere è stata Claudia Mecarelli  con l’opera intitolata There’s no plan(et)B.

Molta curiosità per la categoria studenti-scuole, che ha visto trionfare Gianluca Vittorio Frattarelli con il suo uovo intitolato Speranza

Ad aggiudicarsi il primo premio per il tema speciale è stato Gianni Anselmi con il suo bellissimo Il mondo visto da Leonardo.

Di questa edizione ma anche di altro abbiamo parlato con Barbara Bilancioni, presidente dell’Associazione Culturale Ovo Pinto e vera e propria memoria storica, anche se è giovanissima, del magico mondo dell’Ovo Pinto di Civitella del lago.

Barbara per rompere subito “l’uovo” chi avresti premiato se avessi deciso solo tu?

Domanda difficilissima. Scegliere tra le tecniche utilizzate, o per la raffinatezza d’esecuzione piuttosto che l’idea geniale, è molto complicato.

Una tra tutte mi ha portato indietro nel tempo catapultandomi nel mitico secchiello dei Lego, un gioco che ho amato tantissimo, di cui ero gelosa, con il quale giocherei ancora.

Vedere i mitici mattoncini rappresentare una ipotetica macchina di Leonardo da Vinci mi ha fatto letteralmente sciogliere: prima di tutto perché io non avrei mai ceduto i mattoncini per nessun motivo chiedendomi quanto sia costato per l’autore privarsene, e poi perché ho trovato l’abbinamento Lego-Leonardo originalissimo.

Ingegno, fantasia e l’estro senza limiti, rappresentati attraverso una forma semplicissima. L’opera, dal titolo “Leonardo in Lego” di un ragazzo delle scuole medie, è arrivata da Lenola, provincia di Latina.

Raccontaci come è nata anni fa l’idea del concorso dell’Ovo Pinto e del relativo museo?

Nasce tutto per gioco, nessuno mai avrebbe potuto immaginare sulle prime battute che ne sarebbe uscita fuori un’esposizione permanente.

Anni ’80, feste paesane dedicate alle antiche tradizioni locali: questo il contesto.

Per quello che riguardava il periodo pasquale, il comitato organizzatore decise di rispolverare l’antica tradizione della bollitura delle uova di gallina con elementi naturali: questa tecnica permetteva al guscio di assorbire il colore, le uova venivano benedette dal parroco e abbellivano la tavola durante la colazione pasquale.

Per dare valore e importanza a questo, fu proposto alle scuole locali di dipingere le uova.

L’ideatore, attuale sindaco del nostro comune, nel giro di pochi anni propose l’iniziativa fino alla provincia, poi alla regione e via via si estese in tutta Italia.

I primi anni le uova bollite furono buttate tutte, eccezion fatta per una che fu genialmente svuotata!

Da qui in poi il regolamento del concorso prese forma con  l’obbligo dello svuotamento del contenuto per conservare le uova e l’idea di trattenerle divenendo opere di proprietà dell’Associazione organizzatrice.

Un magazzino in crescita che ha posto il problema di gestione, una moltitudine di oggetti talmente belli e particolari, sono stati gli ingredienti giusti per attivare l’Associazione Ovo Pinto e la popolazione di Civitella del Lago, a impostare un museo.

L’edizione di quest’anno ha avuto una straordinaria partecipazione, vi aspettavate simili numeri ed entusiasmo?

Ci speravamo molto! E questo è accaduto!

Abbiamo impostato la nostra pubblicità attivandoci anche in nuovi canali artistici cercando di stimolare su più fronti la partecipazione al concorso.

Sono arrivate opere da nord a sud Italia e dall’estero; hanno partecipato nomi nuovi da nuove località e questo ci ha gratificato molto. I

l tema speciale poi legato a Leonardo da Vinci per i suoi 500 dalla morte, ha stimolato sia agli artisti, che i dilettanti e gli studenti.

Sai dirci in media quanto tempo dedicano i partecipanti per realizzare le loro opere?

Dipende molto dal tipo di esecuzione che scelgono.

Può trattarsi di una realizzazione razionale che con pochi elementi e poche ore può essere conclusa, come possono volerci settimane se si tratta di una pittura raffinata o di una particolare scultura che non da spazio a errori, per cui occorre molta attenzione.

La categoria che amo di più è quella dedicata alle scuole. Puoi raccontarci qualcosa in più su questi giovani artisti?

Adorabili: approvo e sai perché? Perché le opere della loro categoria sono ricche di colori.

I ragazzi osano coi materiali, non hanno paura di esprimersi, si lasciano guidare dalla fantasia e a volte nella loro semplicità di esecuzione emergono i loro sogni.

Quali “uova” di questa edizione andranno ad arricchire la bellissima collezione del vostro incantevole museo?

Marta Fossati, la nostra curatrice del museo, ha già arricchito le vetrine con una quindicina di opere sul tema speciale di Leonardo da Vinci.

Dalla mongolfiera che ospita il genio con il volto di Leonardo disegnato su un ovetto di diamantino alto poco più di un centimetro, al suo famoso ritratto realizzato a mosaico con gusci di gallina rotti.

Ma anche la rappresentazione del mondo incisa su guscio di struzzo, fino alla raffinatissima scultura della Gioconda su uovo di struzzo.

Ci saranno, poi, anche altre opere, circa trenta, legate al tema libero, a quello ambientale/ecologico, ma anche ad altri temi come quello sugli sbarchi dei profughi, l’Alzheimer, l’amore, l’amicizia.

A proposito del museo, ci puoi descrivere lo stupore dei visitatori quando vedono le vostre bellissime uova?

Un difetto che abbiamo e che con fatica riusciamo a smussare, è dare per scontato che le uova siano vere.

Iniziamo a raccontare da dove nasce tutto questo ma non essendo incisivi sul fatto che siano di gallina, quaglia, piccione, oca, cigno, forse perché per noi è normale, capita spesso che la domanda più frequente sia “Ma sono vere?”

Ed ecco che il visitatore si trasforma in Alice nel paese delle meraviglie, spalanca occhi e bocca e, pervaso dalla meraviglia, naviga tra le vetrine coccolato dallo stupore.

Poi, stupito dice:

“Non mi sarei mai aspettato di vedere un mondo dietro ad un elemento così semplice come l’uovo.”

Ormai la mostra concorso “Ovo Pinto” è un evento imprescindibile per Civitella. Puoi svelarci qualche anticipazione per il prossimo anno?

Questo nuovo Consiglio di Amministrazione, insediatosi a gennaio, è carico e convinto che attraverso la crescita del museo e del concorso possa svilupparsi turismo ed economia attirando un pubblico curioso che abbia voglia di scoprire un museo davvero unico e insolito.

Proporremo sicuramente iniziative nuove oltre al Concorso 2020 e cercheremo di essere attivi e operativi anche in altri momenti dell’anno.

 

Grazie Barbara per questo emozionante racconto che ci ha fatto tornare un poco tutti bambini.

Maurizio Carvigno

Tu quale scuola superiore avresti scelto?

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L’esame di maturità continua con la temutissima seconda prova.

Se la prova d’italiano serviva a rompere il ghiaccio, oggi gli studenti hanno dovuto davvero rimboccarsi le maniche. Questa mattina hanno affrontato la seconda prova. La nuova seconda prova, quella che prevede due materie invece di una.

Tu quale traccia avresti fatto?

Bisogna dire che suona più difficile di ciò che è effettivamente. Alla fine, si cerca di unire in un unico compito le discipline d’indirizzo, evitando agli studenti la famosa terza prova. Insomma, agli scritti i maturandi del 2019 devono affrontare solo tre materie in due scritti, invece di sei in tre. Sembra un buon compromesso.

Anche per questa nuova sfida l’attesa e la curiosità erano ad alti livelli. E non solo da parte degli studenti, ma anche di tante persone fuori dalle aule, compresi noi culturini che, una volta lette le tracce, abbiamo iniziato a chiederci cosa ci sarebbe piaciuto fare. La domanda di oggi è stata, quindi: “Quale scuola superiore avresti scelto?”.

Anche oggi, prima di dirvi ciò che è uscito fuori dalla nostra conversazione, vediamo per ciascun indirizzo quali sono state le richieste.

Gli studenti del liceo classico se la sono vista con Tacito e un suo brano delle Historiae che racconta la fine dell’imperatore Galba. Dopo la traduzione, è stato loro richiesto di confrontare il passo con un altro tratto dalla Vita di Glaba di Plutarco, evidenziando analogie e differenze a livello contenutistico e stilistico e riflettendo sul genere storiografico nell’antichità.

Per quanto riguarda il liceo scientifico, invece, i ragazzi hanno dovuto risolvere dei problemi legati all’elettromagnetismo classico e svolgere diversi esercizi. I maturandi del liceo delle scienze umane hanno risposto a delle domande inerenti al tema dell’educazione, partendo da due testi: Lettera a una professoressa scritta nel ’67 dagli studenti di una scuola di Barbiana e Storia della scuola di Saverio Santamaita. La prova per il liceo artistico varia. Chi fa parte dell’indirizzo di grafica ha dovuto realizzare logo, locandina e invito per un nuovo spazio espositivo. Coloro che hanno approfondito gli studi di architettura dovevano progettare un nuovo museo dedicato alle scuole, gli studenti di arti figurative si sono occupati di autoritratto e di selfie. Infine, chi fa parte dell’indirizzo audiovisivo e multimediale si è dovuto confrontare con una traccia sull’anniversario dello sbarco sulla Luna.

Gli studenti di lingue hanno dovuto svolgere dei temi su argomenti diversi: il viaggio per l’inglese, il ruolo della donna nella Prima Guerra Mondiale per lo spagnolo e il cinese, la salute per il tedesco. Quelli dell’istituto tecnico di economia aziendale hanno analizzato i rischi del business; quelli di agraria hanno parlato dello sviluppo territoriale.

Insomma, tantissima varietà di materie e di tracce.

Ma nella nostra redenzione ce n’è stata una che ha entusiasmato la maggior parte di noi presenti alla discussione. Sto parlando della prova sull’autoritratto e sul selfie. Al mio esame di maturità ho tradotto Platone e anche se non ricordo grandissime difficoltà e la doppia prova del classico non mi dispiace, devo dire che il tema dell’indirizzo di arti figurative mi ha completamente conquistata! E la stessa cosa vale anche per Serena e Simona, due culturine provenienti dallo scientifico.

Anche Ginevra ha frequentato lo scientifico, ma tornando indietro sceglierebbe il classico, soprattutto dopo aver visto le prove di oggi. Valeria e Cristiana, invece, rimangono fedeli al liceo da loro frequentato (rispettivamente il linguistico e lo scientifico). Cristiana ci ha detto che avrebbe affrontato la traccia uscita oggi come una vera e propria prova di sopravvivenza!

Chiacchiere a parte, terminata questa seconda prova, per i maturandi si è conclusa la parte degli scritti e ora non resta altro che l’esame orale.

Il colloquio non prevede più la discussione della tesina, ma l’estrazione di una busta che conterrà un input (un’immagine, una citazione, un articolo di giornale) da cui lo studente dovrà costruire un discorso. Insomma, una prova che può essere molto semplice o molto difficile a seconda non solo di ciò che esce, ma anche del carattere e delle attitudini dello studente. Fanno parte dell’esame orale anche domande sull’esperienza di alternanza scuola/lavoro e su cittadinanza e Costituzione.

Mentre in redazione continuiamo a discutere sulle nostre scelte scolastiche, rinnoviamo il nostro in bocca al lupo a chi sta sostenendo gli esami!

Federica Crisci

Con la collaborazione di Serena Cospito, Simona Specchio, Valeria De Bari, Ginevra Amadio e Cristiana Toscano

 

 

Canzoni Surf Rock anni ’60: la playlist estiva alternativa di CulturaMente

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È arrivata l’estate. Le temperature sono sempre più bollenti; nei mezzi pubblici delle grandi città la situazione si fa complicata a livello olfattivo; in tv vediamo servizi giornalistici sull’importanza del bere acqua e del mangiare frutta e verdura; le radio passano brani di genere raeggeton o latino. In questo afoso 2019 neanche Madonna ci ha risparmiato la sua hit di genere e il titolo la dice già lunga sul testo e sul ritmo della canzone: One, two cha cha cha.

Il proliferare di questi tormentoni nella stagione estiva è un dato di fatto. Basta dare un rapido sguardo alla Top 50 – Italia di Spotify. In questa classifica dei brani più ascoltati compaiono titoli come Baila Baila Baila di Ozuna; Te Robaré di Ozuna e Nicky Jam; Adan y Eva di Paulo Londra; Corazon Morado di Elettra Lamborghini e Sfera Ebbasta.

Per chi, come me, è stanco di questo sound caliente ho pensato a una playlist nostalgica di brani anni ’60, decennio in cui la musica da spiaggia per eccellenza era il surf rock.

La playlist surf su Spotify

Beach Boys – Surfin Usa

Dick Dale & His Del Tones – Surf Beat

The Beatles – Twist and Shout

Dick Dale – Misirlou

The Honeys – Shoot The Curl

Bruce and Terry – Summer Means Fun

The Trashmen – Surfin Bird

The Surfaris – Point Panic

Jan & Dean – Surf City

The Beach Boys – Fun Fun Fun

Valeria de Bari

Playlist canzoni da spiaggia anni 60

Se ancora non  ne hai abbastanza delle canzoni anni Sessanta prova questa playlist tutta italiana!

Canzoni da spiaggia anni ’60: la playlist italiana per sognare

Tu quale traccia avresti fatto?

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Inizia oggi l’esame di Maturità con la prima prova d’italiano.

Dopo aver passato la serata a cantare Notte prima degli esami e a scommettere su quali autori sarebbero usciti, arriva il fatidico giorno. L’inizio degli esami di maturità. La prima prova è sempre quella meno temuta dagli studenti e quella che probabilmente incuriosisce di più anche chi la scuola l’ha finita da tempo. D’altra parte, si tratta di dimostrare di saper veicolare contenuti di senso compiuto tramite la scrittura. Un compito basilare e allo stesso tempo difficile. E poi diciamo anche che tutti noi ci divertiamo a sentire il nome dell’autore da analizzare, spesso rimanendo a bocca aperta davanti a scrittori che non abbiamo mai sentito nominare neanche per sbaglio.

Quest’anno la maturità è piena di novità, alcune delle quali riguardano proprio la prima prova. Il saggio breve e il tema storico hanno lasciato il posto al testo argomentativo, mentre l’analisi del testo e il tema libero hanno raddoppiato ciascuna le tracce a disposizione.

Alla maturità valutano le competenze. Ma una migliore preparazione non guasterebbe

E dopo tanta attesa e molte speculazioni basate anche sulle simulazioni uscite durante quest’inverno, stamattina abbiamo finalmente letto le tracce. Ed è partita LA domanda.

Tu quale avresti fatto?

Ce lo siamo chiesto anche noi culturini e ci siamo dati una risposta. Ma prima di svelarle, ricapitoliamo quali sono stati i temi proposti.

Gli autori proposti per l’analisi del testo sono stati Giuseppe Ungaretti per la poesia e Leonardo Sciascia per la prosa.

La poesia Risvegli di Ungaretti (già uscito nel 2011 con Lucca) permette di riflettere sul tema della guerra e sul percorso interiore e poetico del poeta, mentre il brano tratto dal romanzo Il giorno della civetta di Sciascia chiede di riflettere sul rapporto tra giustizia e illegalità. Un tema simile è proposto dalla prima traccia del tema libero dove, partendo dal discorso commemorativo per il trentennale dalla morte del Prefetto Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, si chiedeva agli studenti di parlare liberamente della lotta contro la mafia. L’altra traccia del tema libero, invece, vuole portare a riflettere sul rapporto tra sport e società, portando come esempio un episodio della vita del ciclista Gino Bartali che nel 1943 usava il proprio allenamento per consegnare documenti falsi alle famiglie ebree in fuga dalla deportazione.

I tre testi argomentativi, proprio come era successo nelle simulazioni, possono essere ricondotti a tre grandi aree tematiche: l’importanza della cultura, il rapporto con la tecnologia, il peso della storia nel nostro presente. Erano presenti: un testo di Tommaso Montanari in cui si parla del patrimonio culturale italiano e del suo peso sulla nostra formazione intellettuale e caratteriale; un brano di Sloman e Fernbach in cui si discute della capacità inventiva dell’essere umano evidenziandone la genialità e la crudeltà; infine, un intervento di Corrado Stajano sull’eredità culturale e storica del Novecento. Oltre alla comprensione degli estratti, era richiesta agli studenti un’argomentazione sul ruolo salvifico della bellezza, sull’ingegno umano, così brillante e allo stesso tempo letale, e sui problemi attuali dell’Europa in relazione al suo passato.

A mio avviso, si tratta di tracce alquanto impegnative.

Nessuna di esse, neanche l’analisi del testo, richiede conoscenze nozionistiche e tutte lasciano libero lo studente di condurre il discorso dove lo ritiene più opportuno. Ma è altrettanto vero che i maturandi devono dimostrare di avere una sviluppata capacità critica e un’articolata cultura generale (si chiede continuamente di fare riferimento non solo alle proprie esperienze, ma anche alle proprie letture o visioni). I temi trattano argomenti piuttosto generali che richiedono, però, una preparazione e una sensibilità particolari che punta molto sulla consapevolezza dei concetti assimilati. Lo conferma anche la tipologia della prova orale che il Ministero ha scelto.

E dopo queste considerazioni, vi dico quale traccia avrei scelto io!

La me diciottenne che si preparava ad affrontare l’esame di maturità nel 2010 avrebbe probabilmente scelto l’analisi del testo di Ungaretti. D’altra parte, spinta dalla mia professoressa d’italiano, ho passato tutto l’ultimo anno di scuola a esercitarmi su questa tipologia di testo, studiando una marea di autori del Novecento così da essere preparata su chiunque fosse uscito. Inutile dirlo, venne fuori l’unico autore da noi non trattato (Primo Levi) e così addio alla possibilità di fare l’analisi. Però sarei stata preparata su Ungaretti. La ventisettenne di oggi, invece, si sarebbe felicemente buttata sul testo argomentativo sulla bellezza e sul patrimonio culturale italiano. Sono argomenti che oggi mi interessano moltissimo e che mi emozionano sempre molto.

Serena, invece, quando le ho chiesto cosa avrebbe scelto lei di fare, mi ha risposto così:

“Ed eccoci qui… Ci ritorviamo, come ogni anno in questo periodo, a parlare delle tracce uscite alla prova di maturità! È sempre un’emozione pensare a quei giorni, è sempre bello pensare “Ma io, cosa avrei scelto, al posto dei giovani maturandi?”. Be’, quest’anno è particolarmente ardua la scelta: Ungaretti o Sciascia? Mariano o la Sicilia? Entrambi mi sono piaciuti e mi hanno letteralmente coinvolto con i loro scritti. Forse, se guardo e mi concentro alla persona che sono oggi, la mia scelta va su Sciascia. Ma non so se la ragazza del 2006 avrebbe scelto questo autore. Una cosa è certa: l’emozione di trovarsi tra quei banchi do scuola sarebbe stata tremendamente forte anche oggi…”.

Analisi del testo anche per Alessia!

“Se mi trovassi oggi tra i banchi di scuola a sostenere gli esami di maturità sicuramente la mia scelta sarebbe stata indirizzata sicuramente sull’analisi e l’interpretazione di un testo letterario italiano dell’opera di Leonardo SciasciaIl giorno della civetta. È un testo che ci fecero leggere alle scuole medie e che porto dentro perché purtroppo la Sicilia è anche questo e guardare al passato in un momento di oblio storico come quello contemporaneo è necessario, perché la Mafia non è solo un retaggio del passato ma è attuale, reinventata e forte”.

Valeria, invece, non ha dubbi: avrebbe scelto il tema su Bartali.

“Io avrei sicuramente scelto la traccia su Gino Bartali, il ciclista che nel ’43 si è allenato percorrendo in bicicletta la tratta Firenze-Assisi per consegnare documenti falsi agli ebrei salvandoli dalla deportazione. Bartali è l’esempio di come ognuno di noi può e deve impegnarsi attivamente per rendere il mondo un posto migliore. Trovo inutile nascondersi dietro le scuse più improbabili per rimanere fermi e impassibili davanti agli stravolgimenti della società. Non condivido l’atteggiamento della gente a cui “non frega niente se il mondo cade senza prenderla”, per citare Levante“.

E voi? Cosa avreste scelto?

Federica Crisci

Con la collaborazione di Serena Cospito, Alessia Aleo, Valeria De Bari 

Sedotta e abbondata: denuncia sociale alla legge 544

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Titolo originale: Sedotta e abbandonata

Genere: commedia

Anno: 1964

Regista: Pietro Germi

Attori: Stefania Sandrelli, Aldo Puglisi, Sandro Urzì

Sedotta e abbandonata è un capolavoro di Pietro Germi che non possiamo non citare nel nostro Cineforum.

Sedotta e abbandonata, racconta una Sicilia degli anni ’60, in cui la giovane Agnese, interpretata dalla meravigliosa Stefania Sandrelli, viene sedotta da Peppino, fidanzato di sua sorella. L’intera pellicola vedrà lo svolgersi di una serie di peripezie dei numerosi personaggi che affollano la scena nel tentativo di superare il problema preservando l’onore della famiglia.

Protagonista di Sedotta e abbandonata è, oltre alla Sandrelli, la legge 544 del codice penale, meglio nota come legge sul “matrimonio riparatore“.

Alla maniera di Germi, la scena assume toni grotteschi, arrivando a soluzioni iperboliche e paradossali. Si ride, insomma, ma con l’amaro in bocca.

Mentre nel precedente Divorzio all’italiana, il tema del delitto d’onore si svolge sulle note della commedia, in questo caso le pennellate di colore sono più cupe. Lo spettatore ride poco e quando lo fa lo fa sulla falza riga dell’eccesso, dell’assurdo. Mancano i tic di Fefé, i personaggi caricaturali visti alla lente di ingrandimento. Il tema è affrontato in manienta seria e Germi tiene affinché questo venga percepito.

Tuttavia, ci sono alcuni punti di contatto che allontanano il film dal genere drammatico per accostarlo a quello della commedia. Vediamo ad esempio le musiche, o la scena in cui Don Vincenzo ripensa nel treno ai possibili seduttori di sua figlia: il legame con Fefé Cefalù che riflette nel treno pensando al modo di uccidere sua moglie è importante e si sente.

Insomma, si ride con serietà di un tema estremamente drammatico, quale la persistenza nel codice penale italiano della legge 544, la legge che attraverso il matrimonio riparatore consente di legittimare qualsiasi rapporto sessuale avvenuto fuori dal matrimonio, compresa la violenza carnale.

L’onore da salvare e preservare è la parola chiave ricorrente in tutto il film. Manca del tutto la cura, ossia la preoccupazione, per la giovane protagonista che, per certi aspetti del suo carattere e delle sue azioni, anticipa la rivolta di Franca Viola di qualche anno, ribellandosi al comune volere della società.

Nonostante tutto però, non c’è un lieto fine e lo spettatore resta con l’amaro in bocca.

Quando vedere questo film: Quando volete ridere e osservare un mondo apparentemente lontano da noi.

Avete perso l’ultimo appuntamento del nostro cineforum? Ecco il link:

Una Renée Zellweger irriconoscibile tra amore e altruismo

 

Serena Vissani

Cosa hanno in comune i film Fantozzi 2000, Il Grande Botto e Baciato dalla Fortuna?

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Usciti a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, le tre commedie italiane di grande successo Fantozzi 2000 (1999), Il Grande Botto (2000) e Baciato dalla Fortuna (2011), hanno in comune due cose: la dea bendata e il SuperEnalotto, la lotteria nazionale in concessione alla Sisal.

Fantozzi 2000 – La clonazione: quando la Megaditta riportò in vita il ragioniere

Nel primo film Fantozzi viene clonato dalla sua ex azienda per riportare in vita il modello di dipendente considerato un “esempio” dagli industriali: obbediente, sottomesso, ligio al dovere. Il protagonista inizia a giocare al SuperEnalotto sperando in una vincita da capogiro che gli consenta di fuggire proprio da quella vita di soprusi.

Ma quando riesce a centrare i numeri vincenti, tuttavia, scopre con grande amarezza che proprio in quell’occasione la moglie Pina non ha giocato al SuperEnalotto. Come sempre accade nei film di Fantozzi, la sfortuna non abbandona mai il protagonista, anche quando sembra che la sorte inizi a girare a suo favore.

La trama, nonostante sia lineare e semplice, è resa esilarante grazie all’interpretazione unica nel suo genere di Paolo Villaggio. Nel film viene descritta in maniera tragicomica la situazione dell’uomo medio: semplice dipendente, diviso tra la schiavitù di una vita da sottomesso e la voglia di ribellarsi per avere una vita migliore. E il dipendente cerca quindi un riscatto, magari al gioco, approfittando di un colpo di fortuna.

Baciato dalla Fortuna: la divertente commedia con Vincenzo Salemme

In Baciato dalla Fortuna, uscito nelle sale qualche anno dopo, il protagonista è un vigile urbano d’origine napoletana, Gaetano. Trasferitosi a Parma per via del suo lavoro, Gaetano non ha una vita facile: viene continuamente tradito dalla compagna Betty con il suo comandante ed è oppresso dai debiti e dagli alimenti arretrati che deve dare alla sua ex moglie.

Come per Fantozzi, l’unica cosa che ancora consente a Gaetano di avere un barlume di speranza è la vincita alla lotteria del SuperEnalotto. Tre volte a settimana, gioca fiducioso i suoi sei numeri fortunati, senza riuscire però a centrare la combinazione vincente. La commedia entra nel vivo quando incontra una psicanalista appena laureata, Anna, che lo convince a diventare suo paziente e gli fa giurare di non giocare più. Nonostante intenda rompere la promessa appena fatta, arriva in ritardo e non riesce a scommettere la solita sestina.

Ecco dunque che la storia si ripete, la dea bendata volta le spalle al protagonista e se ne prende gioco: l’unica volta in cui non è riuscito a giocare, i numeri estratti sono i suoi. Lo shock è talmente grande che Geatano sviene battendo la testa. Al suo risveglio, tutti credono che sia lui il vincitore e inizia una vera e propria gara da parte dei suoi concittadini per ingraziarselo. Colpi di scena continui e un finale divertente, poi, sono il valore aggiunto della pellicola di Salemme.

Il Grande Botto: un’avventura tragicomica alla ricerca del biglietto vincente

Il Grande Botto, uscito appena un anno dopo Fantozzi 2000, sembra inizialmente andare nella direzione dei due film appena citati, ma a un certo punto la trama se ne discosta completamente. Questa commedia italiana vede protagonisti un gruppo di amici, che hanno ormai l’abitudine di trovarsi nel bar Santos, a Ostuni, per giocare insieme la lotteria del SuperEnalotto: Michele, che è anche il proprietario del bar, poi c’è Emilio, Mario, Giuseppe e Antonio.

Durante una di queste serate, mentre sono (quasi) tutti insieme al bar in attesa dell’estrazione, alla tv annunciano i numeri vincenti, che sono esattamente quelli giocati sempre dalla comitiva.

Dopo il momento di gioia iniziale, gli amici cercano il biglietto e si rendono conto che nessuno di loro ce l’ha. E il caso vuole che Michele, ex calciatore professionista dell’Inter, sia assente proprio in quell’occasione e che sia lui in possesso del biglietto vincente.

I quattro, quindi, si mettono alla ricerca dell’amico assaliti dal panico e dalla rabbia che Michele possa essere fuggito via con il biglietto. Arrivati a Milano, però, la comitiva scopre che in realtà i timori erano del tutto ingiustificati e che nessuno ha tentato di tradirli. Michele non cercava di scappare, anzi! Il lieto fine attende, quindi, i nostri protagonisti che alla fine riescono a realizzare anche il sogno di mettere finalmente piede nel glorioso stadio di San Siro!

Il Racconto dell’Ancella 3: sia lodata la rivolta (delle donne)

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Due stagioni per rapirci il cuore, schiacciarlo, riempirlo ancora e poi lasciarci col vuoto dell’attesa. L’attesa di una terza stagione carica di aspettative, di cambiamenti, di rese dei conti.

Torna il Racconto dell’Ancella 3 in streaming: la serie tv che ha sconvolto l’immaginario comune con un futuro distopico terrificante è pronta a turbarci ancora una volta.

Avevamo lasciato June come la madre di tutte le madri: quella che affida la sua neonata all’amica Emily pur di tornare a salvare la primogenita Hannah. Una scelta difficile, inaspettata, che ci ha fatto amare il personaggio interpretato da Elisabeth Moss ancora una volta in più.

The Handmaid’s Tale 2×12/2×13, occhio per occhio

E se nella seconda stagione il potere delle donne è quello dell’unione contro il sistema, nella terza questo concetto si rafforza e mostra come gli uomini non siano che pedine nelle mani delle burattinaie: che siano mogli altolocate, ancelle o una delle tante Marte relegate in cucina, la resistenza ha ufficialmente inizio. Le donne di Galaad si aggirano per la città come spie: sotto l’apparente silenzio della censura ribolle lo spirito della rivoluzione: del resto, cos’hanno da perdere?

June conosce le regole di questo mondo ormai: si camuffa, si orienta, baratta favori. La sua esistenza è un’alternanza tra la stasi di chi deve aspettare il momento opportuno e il dinamismo di chi lo deve cogliere al volo per sopravvivere.

Non c’è spazio per gli uomini in questi primi due episodi della terza stagione del Racconto dell’Ancella: comandanti, amanti, mariti non sono altro che controfigure relegate all’angolo. Spalle a cui appoggiarsi, ma mai figure fondamentali per attuare la strategia del giorno.

La terza stagione, come la seconda, oscilla tra il regime totalitario di Galaad e il limbo canadese, ultimo baluardo della libertà “alla vecchia maniera”. Uno dei focus principali della stagione persegue da subito sull’effetto Galaad: ovvero i postumi delle “sopravvissute”.

Riprendere una vita ordinaria dopo aver vissuto la violenza in tutte le sue forme più inquietanti, sia fisiche che psicologiche, è uno degli aspetti più raccapriccianti della terza stagione.

Ogni istante di normalità è un tuffo al cuore per chi ha lottato, giorno dopo giorno, contro una società che controlla anche la durata di un respiro. La riconquista della dignità, potremmo definirla, ma forse no, non è di questo che stiamo parlando.

Stiamo parlando piuttosto della riconquista della libertà, il bene più prezioso. Quello che le ancelle hanno perseguito con caparbia, coraggio, audacia affinché non venisse scalfito l’ultimo anelito di indipendenza che infiamma (ancora e nonostante tutto) i loro animi.

 

Alessia Pizzi

In ricordo di Franco Zeffirelli, quell’esteta del cinema dal tocco sempre classico

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Il mondo cinematografico piange, da sabato scorso, il Maestro Franco Zeffirelli.

Una figura certa nel panorama italiano e internazionale. Una personalità che ha unito estetica, letteratura e musica in un abbraccio così forte e con un taglio così personale, dal tocco sempre preciso, che non poteva passare inosservato. film di zeffirelli

La sua biografia, la sua storia privata, le sue posizioni politiche le lasciamo ai media.

La poesia che il regista e sceneggiatore fiorentino ha lasciato ai posteri è presente nelle sue pellicole, tutte unite da un filone comune: l’estetica, intensa nella maniera più settecentesca del termine. Chi, infatti, ha visto i film di Franco Zeffirelli ha notato quanto fosse viva la ricerca del bello e dell’artistico.

Il Maestro ha cercato sempre questa forma di perfezione in ogni singola ripresa. Si pensi solo alle sceneggiature. Le trame sono rese filmiche di grandi opere liriche (La Traviata o Otello di Verdi, Cavalleria Rusticana di Mascagni) oppure di grandi classici della letteratura, sia italiana (Storia di una capinera) sia inglese (da Charlotte Bronte fino a Shakespeare). Altri film ci narrano biografie di personalità importanti, da quelle del mondo della lirica (come Toscanini e la Callas) arrivando al mondo cattolico (come San Francesco o lo stesso Gesù). Tutte storie, quindi, che hanno qualcosa di grandioso già nella loro natura!

Ovviamente non basta.

Si uniscono allora grandi interpreti che riescono a dare forma e carattere a ciò che qualcun altro ha scritto. Pensiamo solamente al mondo teatrale, dove diresse Anna Magnani ne La lupa; o Enrico Maria Salerno in Chi ha paura di Virginia Woolf?; o allo stesso cinema, dove collabora con artisti quali Elisabeth Taylor, Richard Burton, Mel Gibson, Glenn Close, Maggie Smith, Joan Plowright, Judi Dench, Valentina Cortese e il tenore Placido Domingo.

Anche la ricerca delle scenografie viene coinvolta.

Pensiamo solo a Romeo e Giulietta, dove fanno da sfondo ambienti come Palazzo Borghese, Palazzo Piccolomini di Pienza o la Basilica San Pietro a Tuscania.

Palazzo Piccolomini Pienza
Negli interni del Palazzo Piccolomini di Pienza si svolge la festa dei Capuleti, dove Romeo e Giulietta s’incontrano nel film (fonte foto: Wikipedia.it)

 

E quando l’Arte non può essere usata come sfondo, la si usa per ispirare scene o momenti. Molti, ad esempio, hanno già associato il vestito di Caterina/Elisabeth Taylor nel finale de La bisbetica domata alla Lucrezia di Lorenzo Lotto.

Zeffirelli, quindi, rappresenta, soprattutto ora dopo la sua dipartita, una personalità che necessita di essere studiata, tanto dai posteri quanto dalle attuali generazioni, poiché capace di dare autenticamente e con uno slancio sempre più classico il titolo di ‘Arte’….alla Settima Arte.

Addio Maestro!

 

Francesco Fario

Lo schermo è donna: 6 giorni di proiezioni al Castello Ducale

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Riparte “Lo schermo è donna”, la rassegna che premia il talento femminile nel cinema, dal 17 al 22 giugno 2019 (a partire dalle ore 20:30) a Fiano Romano, a due passi da Roma, nella suggestiva cornice del Castello Ducale.

Francesco Pannofino, Serena Rossi, Manetti Bros, Cecilia Valmarana, Francesco Munzi, Francesco Ferracane, Sabrina Ferilli, Tiziana Cruciani, Marco Giallini, Paola Mammini, Carlotta Antonelli e tanti altri

Ingresso libero, fino a esaurimento posti

La Manifestazione, giunta alla sua XXII edizione e con la direzione artistica di Alberto Crespi e Rocco Giurato, è promossa e organizzata dall’associazione culturale “Città per l’Uomo” con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del comune di Fiano Romano.

Sei giorni di proiezioni, incontri con i protagonisti del cinema italiano e approfondimenti sui film, che includono recenti uscite cinematografiche, successi degli ultimi anni e un classico intramontabile del nostro cinema.

Ad aprire quest’anno la rassegna, lunedì 17 giugno, lo speciale di Paramount Channel dedicato ai 90 dalla nascita di Audrey Hepburn, Speciale colazione da Tiffany diretto da Marco Spagnoli e il film L’uomo che comprò la Luna di Palo Zucca. Saliranno sul palco il produttore Amedeo Pagani, l’attore Francesco Pannofino e il regista Marco Spagnoli.

Martedì 18 giugno introdurranno il film Ammore e Malavita l’attrice Serena Rossi, che riceverà il premio De Santise i registi Manetti Bros.

Venezia 2017: Ammore e Malavita, musica al ritmo di pallottole sul golfo di Napoli

Mercoledì 19 giugno sarà proiettato il film Anime Nere: il regista del film Francesco Munzi salirà sul palco per incontrare il pubblico e discutere del film assieme all’attore Fabrizio Ferracane e alla produttrice Cecilia Valmarana, la quale riceverà uno dei due premi De Santis alla carriera, assegnati anche quest’anno a donne che svolgono nel cinema un lavoro “dietro le quinte”.

Giovedì 20 giugno sarà proiettato il film Ricchi di fantasia, introdotto dalle attrici Sabrina Ferilli e Paola Tiziana Cruciani e dal presidente del sindacato giornalisti cinematografici Laura Delli Colli.

Venerdì 21 giugno è la serata di Perfetti sconosciuti: arriva sullo schermo del Castello Ducale di Fiano il grande successo di Paolo Genovese; a presentarlo al pubblico del festival saranno l’attore Marco Giallini, la giornalista de “La Repubblica” Alessandra Vitali e la sceneggiatrice Paola Mammini, che durante la serata riceverà il secondo premio De Santis alla carriera.

Perfetti Sconosciuti: dare o non dare il cellulare al partner?

Sabato 22 giugno per la serata conclusiva della rassegna arriva sul palco di Fiano Romano l’attrice Carlotta Antonelli, che riceverà il premio De Santis come miglior attrice emergente, per introdurre il film Bangla di Phaim Bhuiyan.

La seconda vita di Ettore Majorana, in un libro edito da Chiarelettere

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Che fine ha fatto Ettore Majorana? In tanti hanno provato a rispondere. Un libro edito da Chiarelettere ha fatto luce su una storia che pare uscita da un libro giallo.

Il 25 marzo 1938, uno dei più grandi scienziati del Novecento, l’italiano Ettore Majorana spariva nel nulla, dando inizio a uno dei misteri italiani più controversi e longevi di sempre.

Alcuni supposero un rapimento; altri un suicidio.

Molti, più concretamente, formularono l’ipotesi di un suicidio.

Il grande Leonardo Sciascia, nel bellissimo La scomparsa di Ettore Majorana, ritenne, al contrario, che il fisico siciliano fosse semplicemente fuggito, nascondendosi nella certosa di Serra San Bruno, in provincia di Vibo Valentia.

Nei mesi successivi alla scomparsa non si parlò d’altro. Gli italiani, e non solo, volevano sapere e subito.

Mussolini in persona fece pressioni sugli inquirenti per risolvere quello che, per il regime, poteva essere uno scomodo mistero.

Poi, complice anche l’inferno della Seconda guerra mondiale, sul caso Majorana scese semplicemente l’oblio e, almeno fino alla pubblicazione dell’opera di Sciascia, non se ne parlò più.

Nel 2008, però, il mistero Majorana riemerge dal silenzio e torna a fare notizia.

A riaprire il caso è la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto” che intervista Francesco Fasani.

Questi ritiene di aver conosciuto in Venezuela, nella seconda metà degli anni Cinquanta, proprio Ettore Majorana, seppur sotto mentite spoglie.

Proprio da questo sconcertante annuncio, parte La seconda vita di Ettore Majorana, il libro inchiesta di Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini.

Edito da Chiarelettere, La seconda vita di Ettore Majorana, rappresenta un elemento imprescindibile per chi è interessato alla vicenda dello scienziato definito da Enrico Fermi «il più grande fisico teorico dei nostri tempi».

I tre autori, dopo aver delineato per sommi capi il complesso carattere di Ettore Majorana, «una persona sensibilissima e introversa, ma profondamente buona» e averne ripercorso la straordinaria carriera, entrano nel vivo.

Le porte di quello che sembrava un mistero si spalancano su una realtà tutta da scoprire.

E la luce illumina la possibile seconda vita che Majorana avrebbe condotto in Venezuela, negli anni Cinquanta.

E proprio questa è la parte più interessante del libro, che ha lo spessore di un reportage ma la scorrevolezza di un romanzo.

Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini, come facevano i giornalisti di una volta, hanno cercato in loco elementi utili per suffragare quanto sostenuto nel 2008 dal signor Fasani.

Un racconto che parte da Terracina, cittadina d’adozione del Fasani e che si trasferisce prima in Sicilia e poi in Venezuela, terra che anni addietro divenne una seconda ed accogliente casa per milioni di immigrati.

Un racconto appassionato, fatto di colpi di scena, di suspense, di piccole, grandi verità, ingredienti perfetti per una storia tutta da leggere.

Gli autori, come esperti sciatori, si destreggiano abilmente in un avvincente slalom fra storia, cronaca e vicende giudiziarie, cercando di non lasciare nulla di intentato.

A fare da sfondo a questa complessa ricerca, il Venezuela di Maduro, uno stato scosso dalla crisi economica, dalla lotta sociale e da una miseria devastante.

Un compito spesso molto pericoloso, un percorso a ostacoli in una terra martoriata dalla fame, dagli scontri, dalla cieca violenza.

Proprio il racconto di quel Venezuela, in cui i tre si muovono sulle tracce del signor Bini, alias Ettore Majorana, rappresenta la parte concretamente più interessante di questo bel libro.

La lucida e serrata testimonianza della realtà venezuelana, coinvolge pienamente, al netto della stessa vicenda della scomparsa e della presunta seconda vita del grande fisico siciliano.

In un costante ping pong fra il Venezuela dove visse il signor Bini e quello attuale, il lettore approfondisce non solo la storia dello stato sudamericano, ma anche la scottante e drammatica attualità.

Intense le descrizioni della vita, nelle diverse città venezuelane visitate nel corso dell’indagine, iniziata l’8 luglio 2015.

Dall’inferno di Caracas, «dove è più facile buscarsi una pallottola che a Baghdad o a Donetsk» a Valencia: città di grandi fabbriche dalle ciminiere fumanti dove ricchi quartieri collocati a nord, contrastano con veri e propri ghetti abitati dagli ultimi, dai diseredati.

Un reportage fatto di pericoli, porte chiuse in faccia, sospettosa diffidenza, ma anche un’incredibile disponibilità che permette di dipanare lentamente una matassa inizialmente complicata.

Bellissime le foto che fanno da corredo a questo libro.

A partire dalla celebre immagine che mostra un giovane Francesco Fasani accanto all’ossuto signor Bini davanti a una vetrina di un’agenzia bancaria

Sul retro di quella piccola foto, ingiallita dal tempo, è riportata da una mano anonima una data fondamentale:

Valencia, 12.6.55, Venezuela

Si tratta della prova principe, attraverso la quale i carabinieri del Ris (Reparto investigazioni scientifiche) hanno potuto dimostrare la perfetta sovrapponibilità tra alcune parti del volto del Bini con quelle di Ettore Majorana.

Per questo, nel febbraio del 2015, la Procura di Roma sancì che Ettore Majorana si fosse «trasferito volontariamente all’estero permanendo in Venezuela almeno nel periodo tra il 1955 e il 1959.»

Con l’approssimarsi dell’estate, La seconda vita di Ettore Majorana, rappresenta una di quelle letture da consigliare.

Questo libro unisce il fascino del mistero alla seduzione del giallo; il rigore dell’indagine giornalistica alla completezza del saggio storico e d’attualità.

Probabilmente questo libro sarebbe piaciuto anche a Leonardo Sciascia, che ne avrebbe apprezzato il coraggio originario e la freschezza narrativa.

Negli occhi dei tre autori, come scritto nella prefazione da Salvatore Majorana, nipote del fisico siciliano,

«ho trovato la scintilla della curiosità e un modo delicato di trattare le scoperte che di volta in volta facevano.»

 

Maurizio Carvigno

 

Filosofia indispensabile come l’aria

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Sopraffatti dalla quotidianità non riusciamo più a fermarci, a dedicarci al “pensiero” per più di cinque minuti.

Parlare di filosofia al giorno d’oggi può sembrare un atto cacofonico. Bisogna, invece, addentrarsi tra i fitti rovi di “sofia” e cancellare l’immagine di vecchi libri impolverati da tirare fuori dalla cantina. La filosofia, ieri come oggi, ha un ruolo fondamentale per la vita di tutti i giorni.

Le scienze filosofiche sono bistrattate e tacciate come discipline per pochi eletti: non vi è luogo comune più errato. L’amore per il sapere, declinato in tutte le sue forme, deve avvicinare e non pretendere di ergersi a staccionata di diversità.

Lungi dal voler giustificare i tuttologi.

L’intento della filosofia, concepita ed interpretata in chiave contemporanea, dev’essere quello di offrire un valido strumento per spiegare, non solo epistemologicamente, la vita.

Ovviamente non basta aver letto Hegel per definirsi filosofi.

Se si necessita di un’etichetta la più opportuna potrebbe essere quella di divulgatori di storia della filosofia.

La filosofia è come l’aria. E se concepiamo l’aria come principio – ἀρχή – parlare di uno dei filosofi naturalisti di Mileto è tappa necessaria.

Anassimene di Mileto, insieme ai predecessori Talete e Anassimandro, individua il principio originario di tutte le cose in elementi della natura (da cui il titolo delle rispettive opere Περί Φύσεως – Sulla Natura – delle quali ci sono pervenuti solo dei brevi frammenti).

Siamo nel VI secolo a.C., nella Ionia Minore, l’attuale costa turca dinnanzi Atene, e Anassimene individua nell’aria il primordio. L’aria è fondamentale per gli esseri viventi e da questo semplice concetto egli sviluppa la sua tesi per cui l’aria, intesa anche come respiro – πνεύμα –  sia il principio assoluto.

Mentre per Talete era l’aqua – ὕδωρ – e per Anassimando l’astratto infinito – ἄπειρον -, Anassimene ricerca il principio in ciò che è concreto e visibile quotidianamente, in quello che egli spiega, in maniera innovativa, come un processo meccanico di rarefazione e condensazione.

La respirazione è il suo punto di partenza per la spiegazione meccanicistica del suo ἀρχή.

L’aria in un processo di raffreddamento si condensa. Una volta assunto il suo nuovo stato materico diventa vento, poi nuvola e, condensandosi ancora, acqua, terra e infine pietra. All’opposto dilatando la sua materia diventa fuoco.

Caldo e freddo diventano dicotomia del principio, dal quale dipenderà la densità che genererà gli elementi dell’universo, concepito come un organismo vivente.

Come l’anima nostra che è aria, ci tiene insieme,
così il soffio e l’aria abbracciano tutto il mondo.

DK fr. 13 b2

Perché un pensatore del VI secolo a.C dovrebbe essere riletto nella nostra contemporaneità?

Innanzitutto per applicare il sapere come strumento di conoscenza effettiva della verità. In secondo luogo per conoscere le basi di quell’evoluzione scientifica che diamo per scontata e ormai, quasi, non apprezziamo più.

Conoscere il passato per comprendere il futuro.

Alessia Aleo

Una Renée Zellweger irriconoscibile tra amore e altruismo

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Un matrimonio in crisi, un senzatetto e un sogno. Apparentemente il film sembra preannunciare la solita sceneggiatura drammatica dal lieto fine. Non so cosa intendiate per lieto fine, ma questa produzione rivoluziona il concetto, mostrando un finale che sfugge alla logica umana, ma a volte anche il deserto fiorisce.

 

Titolo originale: Same Kind of Different as Me
Genere:
drammatico
Anno: 2017
Regia: Michael Carney
Attori: Greg Kinnear, Renée Zellweger, Djimon Hounsou,
Paese: USA
Anno: 2017

 

Dietro tutto questo c’è una storia che comincia e finisce con la ragazza che ho sposato: Dabbie Hall. Una ragazza dal cuore così grande che neanche il Texas può contenerlo.

Diretto da Michael Carney, il film narra la storia di Ron Hall (Greg Kinnear), mercante d’arte di successo. La sua vita sembra perfetta: una moglie, Debbie (Renée Zellweger), due figlie, una casa bellissima. Tutta sembra suggerire una vita da sogno, ma nulla è come sembra. L’ apparenza ha i giorni contati. Ben presto la favola degli Hall imploderà fino a quando un legame improbabile con un senzatetto li condurrà in un viaggio introspettivo che darà vita ad un’amicizia destinata a durare per sempre cambiando definitivamente il senso della loro vita e di chi li circonda.

Tratto da una storia vera, Diverso come me è un film che “abbraccia la bellezza dello spirito umano”. Una storia vera e commovente. Un film potente e stimolante il cui unico obiettivo è quello di mostrare, con semplicità, la forza che si cela dietro ogni singolo atto di gentilezza. Il regista ha saputo sintetizzare, per esigenze cinematografiche, l’effetto domino che si riverbera intorno a noi quando ci lasciamo amare senza pretese. Forse a volte si perde romanzando eccessivamente delle dinamiche di dolore che appaiono non troppo reali, ma il messaggio è inequivocabile. Sta allo spettatore accoglierne la genuinità o trovare elementi e punti di debolezza per abbattere la pellicola.

Indubbiamente il film farà arricciare il naso a molti. Avendo come protagonista invisibile la fede, eppure, basta andare un passo oltre per comprenderne le potenzialità. Un film fonte di ispirazione, forza e coraggio con una Renèe Zellweger irriconoscibile.

La fede, la speranza e l’amore sono al centro della pellicola.  Come può un perfetto sconosciuto risollevare le sorti di un matrimonio e rivoluzionare la vita di un’intera comunità? Beh dal film testimonianza sembra davvero possibile. Attraverso i flash back la pellicola sembra seguire un filo rosso che rinviene il proprio senso solo sul finire.

Ma come si può guardare un film che parla di Dio se non si è credenti? Dipende dai punti di vista. Da quale prospettiva si decide di guardarlo. Il regista non si pone l’obiettivo di convertire persone ma quello di raccontare con semplicità  quanto immenso possa essere il cambiamento dovuto ad un semplice e gratuito gesto di altruismo.

L’amore chiama amore? Si, esattamente come le patatine, l’una chiama l’altra

Il mio consiglio? Approcciarsi alla pellicola senza pregiudizi legati alla religione. La fede è sicuramente un elemento fondamentale, ma ad avviso di chi scrive, chiunque potrà guardarlo e comprendere che a prescindere dal nostro Credo, sapersi porre al servizio dell’altro, amare e perdonare (esattamente in quest’ordine), sono elementi comuni a molte religioni, oltre che piccoli passi che ci conducono ad una maggiore consapevolezza di noi stessi. Proprio per il messaggio sotteso, il regista tenta di differenziare questo prodotto filmico da altri di genere aprendosi ad un vasto pubblico.

diverso da me

Renèe Zellweger e Djimon Hounsou in “Diverso come me”

Il perdono, la redenzione, l’amore, la paura e la morte sono elementi chiave della storia. Gli eventi tristi sono allietati da sprazzi di umanità che invadono lentamente la pellicola. Non c’è speranza che non trovi il proprio binario, non c’è pianto che non venga tramutato in gioia perché li dove tutto sembra sterile torna a fiorire, anche nella morte.

Diverso come me è un film coraggioso che nasce da un gran lavoro di squadra che ha saputo trasformare le parole in gesti concreti rendendo il film accessibile a chiunque.  Certo, la pellicola non eccelle sotto l’aspetto tecnico, tuttavia nel suo insieme funziona anche se, in prima battuta, fatica a decollare. Bisogna aspettare 20 minuti prima di iniziare a comprenderne il senso profondo. Grazie all’utilizzo di monologhi accompagnati da flashback, si inizia a conoscere Denver e il suo passato, solo cosi lo spettatore trova la bussola per orientarsi all’interno del film.

Denver: Dimmi una cosa, quando dai un dollaro da mangiare ad un senza tetto, che cosa pensi di fare?
Ron: Non lo so, gli do una mano
Denver: No, un po’ di cibo non cambia niente, lui resta un senza tetto. Quello che fai è dirgli tu non sei invisibile, io ti vedo. Tutto qua!

Dunque, guai a dire che si tratti di un film scontato, perchè questa piccola citazione  rivela come in realtà sottovalutiamo gesti che spesso compiamo in maniera automatica.

Il film, inserendosi perfettamente nel nostro tempo – viviamo in una società troppo frettolosa, non abbiamo mai il giusto sguardo verso l’altro, troppo occupati a pensare agli impegni, ai propri problemi, alle proprie frustrazioni – illustra fedelmente il dramma dei senza tetto che sembra crescere a dismisura e la superficialità con cui ci approcciamo a loro, a volte, semplicemente per sentirci a posto con al nostra coscienza.

Interessante, inoltre, è l’approccio alla questione razziale, che emerge quando Denver manifesta, senza filtri, la sua avversione verso i bianchi. Mostrando come spesso il razzismo non è a senso unico, ma soprattutto che nasce da ferite e drammi che ci portano ad odiare l’altro quale unica scappatoia per esorcizzare violenze e ingiustizie. Queste fatiche verranno superate grazie ad un percorso di “conversione” che porta Denver a lottare contro il proprio passato e, solo quando perdona e si perdona riuscirà a comprendere di essere amato cosi com’è facendo emergere  grazie a Debbie (Renèe Zellweger), la sua parte migliore. Lo spettatore intuirà questo passaggio grazie ai  profondi monologhi sulla condizione umana che lo lasceranno  intontito, inducendolo, o almeno si spera, ad una profonda riflessione su se stesso.

In conclusione, il film pur rientrando in un genere specifico è rivolto a tutti. Una storia in cui l’amore è con la A maiuscola. È quell’ amore che non chiede nulla, si dona completamente fino alla fine e oltre la morte.

Tre motivi per guardarlo:

  • una Renèe Zellweger al di fuori dei soliti personaggi;
  • perchè c’è dell’umano che lascia lo spettatore con un senso di speranza;
  • perchè fa sempre bene – in una società consumistica e ricolma di apparenze – ricordarsi che prima di tutto nella vita bisogna amare ed essere amati, cosi come si è!

Quando vedere il film:

Non c’è un momento specifico, in viaggio, la sera, o semplicemente quando si ha bisogno di continuare a sperare nel bello!

Ti sei perso le uscite precedenti? Tranquillo, ecco l’ultimo appuntamento!

“Buongiorno, notte” e la storia che si fa finzione

Angela Patalano

Ci lascia Valeria Valeri, il teatro con il volto di donna

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Si è spenta all’età di 97 anni la grande attrice Valeria Valeri che ha fatto del suo mestiere un mestiere di vita.

Classe 1921, Valeria Valeri, pseudonimo di Valeria Tulli, nasce a Roma, e sin da giovane inizia la sua professione nel mondo dello spettacolo. La sua prima tappa professionale decisiva, infatti, riguarda proprio il teatro: con la stagione 1948-1949, all’interno della Compagnia di Laura Carli, esordisce a Forlì, nello spettacolo “Caldo e freddo” di Fernand Crommelynck. Successivamente recita con Gino Cervi, ed entra a far parte della Compagnia del Teatro Stabile di Genova, portando in scena pezzi di Giraudoux, Cechov, Dostoevskij e Bertolazzi (La Gibigianna), Diego Fabbri e Marco Praga.

Non si contano sulle dita di una mano gli innumerevoli sodalizi: con Alberto Lupo nel ’63-’64 e soprattutto tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 con Alberto Lionello con cui recita in tante commedie brillanti.

All’inizio degli anni ’70 incontra Enrico Maria Salerno, con cui ha anche una figlia, Chiara. Alla fine dello stesso periodo, recita con Gino Bramieri e Paola Tedesco nella commedia di Terzoli e Vaime “Anche i bancari hanno un’anima“. Poi negli anni ’80, continua la sua vita teatrale con Paolo Ferrari in testi come “Fiore di cactus” di Barillet e Gredy, “Vuoti a rendere” di Maurizio Costanzo.

Ma la Valeri non si ferma solo al teatro. Numerosissime le sue esperienze nel mondo della televisione, del doppiaggio e del cinema. Per quanto riguarda il doppiaggio, la mitica Valeria Valeri, ha prestato la sua voce a Julie Andrews, Natalie Wood ed Anne Bancroft.

Domani alle ore 11.30, presso la Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo a Roma, si celebreranno i funerali.

Se ne va una grande artista, se il teatro fosse rappresentato da una donna, avrebbe sicuramente il bellissimo volto di Valeria Valeri.

Ciao Valeria!

 

Serena Cospito

The Lego Movie 2 arriva in home video, in dvd e blu-ray

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Dal 13 giugno sarà disponibile l’home video di The Lego Movie 2 nei negozi specializzati.

La Warner Bros Italia, che ringraziamo, ci ha fatto arrivare una copia del film, che sarà disponibile nei formati dvd e blu-ray. Un piacere potersi gustare con una qualità video così impeccabile l’animazione originalissima dei film Lego. Ovviamente non mancano i contenuti speciali, con tutta la preparazione e la realizzazione di un film difficile da creare, con i suoi curatissimi effetti visivi e sonori.

L’esperienza è garantita dalla visione di un grande film. Come detto nella nostra recensione: “Oltre i colori, oltre le citazioni, oltre le battute, oltre il divertimento, The Lego Movie 2 riprende, amplifica e addirittura completa temi complessi. Ponendosi in una sorta di film parallelo ma opposto a Inside Out, per il quale la morale era accettare la tristezza come fase e strumento fondamentale per crescere, adesso The Lego Movie 2 ci insegna e ricorda che la tristezza è una parte essenziale della vita, perché non tutto può essere sempre meraviglioso, ma crescendo non dobbiamo essere solo tristi, solo duri, solo cinici, perché per vivere è essenziale mantenere in noi lo spirito giocoso dei bambini e, invece di chiuderci, abbracciare il prossimo.

The Lego Movie 2, cantiamo “è meraviglioso” ancora una volta

Dopotutto, quando l’animazione funziona, coinvolge ugualmente grandi e piccoli. Potersi gustare direttamente a casa The Lego Movie 2 in home video è il regalo migliore da potersi fare. O da poter fare a qualche bambino, naturalmente.

Insomma, dvd o blu-ray, non fatevi scappare The Lego Movie 2 in arrivo in tutti i negozi dal 13 giugno!

 

Dentro Caravaggio: il film alla scoperta dei luoghi e delle opere del Merisi

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Dentro Caravaggio, il nuovo film Nexo Digital, attraversa tutta l’Italia e giunge fino a Malta per raccontare l’evoluzione delle opere del pittore dalla vita più tormentata di tutta l’arte.

Benché il documentario si intitoli “Dentro Caravaggio”, in realtà mostra come, al contrario, Michelangelo Merisi fosse in ogni uomo.

Questo viaggio parte dalla mostra di Milano sull’artista, “L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri”, e a fare da cicerone per tutto il tempo è l’attore Sandro Lombardi. La cosa che ha catturato la mia attenzione è che lui ci conduce in questa scoperta su Caravaggio e le sue opere e lo fa con un temperamento che è in netto contrasto con quello del Merisi.

Caravaggio film
Sandro Lombardi

In questo film, lo scopo è spiegare i quadri in relazione al luogo in cui sono stati dipinti da Caravaggio.

A Roma, Caravaggio frequenta l’Aristocrazia e la plebe, ma, in proporzione, entra più in contatto con chi vive nei quartieri bassi: si sente uno di loro. Vuole dipingere non per i nobili ma per le persone comuni e capisce che per farlo deve realizzare le sue opere per le Chiese. Così chiunque potrà ammirare i suoi lavori.

Caravaggio ha inventato una nuova tecnica, più veloce, dipingendo su una base scura. In questo modo le ombre risaltano maggiormente sulla tela.

Mentre vive a Roma, le sue opere hanno più luce ed i soggetti sono più visibili. In seguito all’uccisione del suo rivale in una lotta fra bande e alla sentenza emessa sulla sua vita, i suoi dipinti iniziano a perdere sempre più luminosità e diventano sempre più scuri.

Caravaggio a Milano, mostra senza quadri che non potrai dimenticare

Le ombre inghiottono i personaggi.

Secondo gli storici dell’arte, intervistati per Dentro Caravaggio, negli anni a Roma il pittore voleva mostrarsi per il suo talento, mentre dopo la condanna il desiderio di nascondersi si rifletteva nella cupezza dei suoi quadri.

Fuggito da Roma, arriva a Napoli, dove si ispira, anche qui, al popolo. Crea il capolavoro Sette opere di Misericordia, conservato al Pio Monte della Misericordia. A Napoli, prima di partire alla volta di Malta, produce la Flagellazione di Cristo, il Martirio di Sant’Orsola e il noto Salomè con la testa del Battista.

A Malta entra nell’ordine dei Cavalieri di Malta e gli viene assegnata la più grande pala d’altare che abbia mai dipinto: la Decollazione di San Giovanni.

Il suo carattere animoso ancora una volta lo caccia nei guai. Caravaggio finisce in prigione, da cui evade dopo qualche mese, e viene espulso dall’ordine.

Caravaggio film
Decollazione del Battista, nella cattedrale di San Giovanni a La Valletta (Malta)

Trova rifugio a Siracusa, dove dipinge il Seppellimento di Santa Lucia, e a Messina, in cui si trova la sua Resurrezione di Lazzaro. Le due tele sono fra le più buie da lui prodotte.

Nel 1609 torna a Napoli e l’ossessione per la taglia sulla sua testa è sempre più presente nelle sue tele, che raffigurano spesso scene di decapitazioni.

La vita di Caravaggio e il film si concludono sulla spiaggia di Porto Ercole, in Toscana, dove il pittore muore, in seguito ad una febbre e alla speranza di ottenere la grazia dal Papa.

Secondo la mia opinione, questo non è stato uno dei documentari più belli e meglio riusciti alla Nexo Digital. L’ho trovato meno coinvolgente di altri e i quadri di Caravaggio meritavano riprese migliori, adatte alla meravigliosa verosimiglianza dei corpi ritratti. Il risultato è comunque discreto e ben fatto.

Ambra Martino

Romania Film Fest “Sulla cresta dell’onda”…ed anche della memoria

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Al via la nona edizione di ProCult – Romania Film Fest “Sulla cresta dell’onda” che durerà fino al 9 giugno.

Si è aperta il 6 giugno la 9° edizione di ProCult – Romania Film Fest “Sulla cresta dell’onda” che durerà fino al 9 giugno. L’iniziativa si svolge sia all’interno della splendida cornice regalata dall’Accademia di Romania, sia nell’altrettanto suggestiva Casa del Cinema. Il programma è ricco di proiezioni, tutte in lingua originale con sottotitoli in italiano e ingresso gratuito.

Al centro delle proiezioni, in veste di filo conduttore, il panorama culturale romeno, con tutte le sue mille sfaccettature, le sue mille contraddizioni. Il tema prescelto è quello della memoria, delle tracce che lascia il passato nell’animo umano.

Molto introspettiva, sicuramente anche intima, la dimensione assunta dal Festival è quella di voler dar luce al binomio esistenziale che ci caratterizza tutti in quanto esseri umani, quello tra passato e futuro. Dove finisce il ricordo, dove inizia la realtà? Queste sono solo alcune delle domande che ci attanagliano la mente… e che vengono ancor di più messe alla luce durante questo Festival.

Giovedì 6 giugno 2019 alle ore 18:30 si è aperto il Festival – presso l’Accademia di Romania (Roma, Piazzale José de San Martin, 1) – con il bellissimo e suggestivo lungometraggio “Octav” di Serge Ioan Celebidachi, il quale firma la sua opera prima.

Film del 2017, girato interamente in pellicola, racconta la storia di un ottantenne che, grazie al crollo del comunismo, ha ripreso possesso della sua casa d’infanzia. Una volta fatto ingresso, vive di ricordi, vive delle emozioni legate a questi ricordi, e lo spettatore non distingue più ciò che è presente da ciò che è più lontano.

Questo gioco della mente non può non farci pensare a quello che Proust sosteneva sempre: “i ricordi assalgono l’essere umano“. Proust, non a caso, parlava di una memoria olfattiva, sensoriale, ed anche ovviamente visiva, e tutte queste mille facce della memoria riaffiorano durante il film.

Lo spettatore, assieme al personaggio protagonista della storia, vive attraverso un’esperienza sensoriale, tutti i ricordi della sua gioventù.

casa del cinema

Il viaggio è senza dubbio lento, quasi a voler calcare anche la “pesantezza” che la memoria può portare con sé. Non sono ricordi leggeri, sono ricordi che vivono come fardelli nell’animo del protagonista Octav.

La fotografia, curata da Blasco Giurato, così come le musiche del compositore Vladimir Cosma, rappresentano senza dubbio il fiore all’occhiello del film. Alcuni dialoghi rimangono impressi come indelebili istanti, e che portano lo spettatore a riflettere, a porsi delle domande.

Il programma

La manifestazione terminerà il 9 giugno, con la trasmissione di ben 14 film, la cui proiezione si dislocherà tra le sedi della Casa del Cinema a Villa Borghese, l’Accademia di Romania, e la sede della FAO alle Terme di Caracalla.

Gli appuntamenti sono davvero imperdibili e segnano la nuova “onda” del cinema rumeno.

casa del cinema

Concludo con una citazione emersa durante i discorsi di apertura che mi ha particolarmente colpita e che richiama all’importanza della Cultura nel risvegliare le nostre menti e le nostre anime.

Se l’Europa fosse da rifare, bisognerebbe cominciare dalla cultura“. (Jean Monnet)

 

Serena Cospito

Educazione sessuale alternativa: Sara Gaiani ci parla di La Chiave di Gaia

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Il sesso è sempre stato un argomento tabù, in particolare la sessualità femminile, per questa ragione un’educazione sessuale, fatta bene, servirebbe per informare le persone adulte e istruire bene quelle più giovani.

Il piacere sessuale delle donne ancora oggi crea scandalo e anche nella scienza e nella medicina è un tema poco affrontato e a volte poco gradito. Sul funzionamento degli organi genitali femminili ancora non si conosce tutto, per esempio ancora non si sa molto dello squirting. La “pillola rosa”, che aiuta le donne in menopausa contro cali della libido e secchezza, è vietata alla vendita. Al CES di quest’anno è stato dato un premio ad un sex toy, pensato per le donne, che poi è stato revocato perché definito “osceno”; però hanno gradito molto la bambola gonfiabile in versione robot…!

Per fortuna il femminismo sta aiutando a far cadere il velo di imbarazzo su mestruazioni, sesso, masturbazione e sex toys. A farlo attivamente ci pensano le Sensual Trainer, che aiutano le donne e le coppie ad esplorare la loro sessualità e a sviluppare la loro femminilità. La loro è un’educazione sessuale a largo spettro, fatto in modo alternativo a come siamo abituati, creativo, giocoso e sempre con professionalità.

Sara Gaiani è l’eroina di questa storia che nel 2017 ha ideato e creato “La Chiave di Gaia”, un’impresa che si occupa di consulenza, educazione sessuale, salute sessuale e conoscenza del proprio corpo.

Sul sito è annessa anche una parte di e-commerce per prodotti legati al sesso, fra cui Sex Toys (per lei, per la coppia e per lui!), cosmetici sessuali e altro ancora.

Educazione Sessuale
Sara Gaiani, fondatrice di La Chiave di Gaia

Sei anni fa per curiosità si è approcciata a questo lavoro della consulente sessuale, fino a farlo diventare la sua passione primaria. È sposata, ha una figlia e soprattutto è una donna vivace, allegra, sensibile, altruista e una femminista che combatte per difendere la figura femminile e abbattere gli stereotipi di genere. Lei stessa è un esempio di spicco dimostrando di poter essere un’ottima amante, una mamma e un’imprenditrice.

Ho deciso di intervistarla per conoscere meglio la sua professione e per dare voce ad una donna che attivamente viene incontro alle difficoltà delle donne e delle coppie con delle consulenze ad hoc, supportata dal suo team di trainers.

1) Cos’è una sensual trainer?
Una sensual trainer è una consulente che lavora e viene formata nella Chiave di Gaia e ha un’alta conoscenza di prodotti inerenti alla salute, al benessere e al piacere sessuale. Una donna o una coppia si affida a lei per iniziare o integrare un percorso, con l’utilizzo dei suddetti prodotti. La nostra vita sessuale cambia in base alla vita, ambiente ed età: una sensual trainer ti può consigliare il prodotto giusto e adatto a te e al partner per non sbagliare. L’obiettivo è quello ed è importantissimo

2) Come e quando è nata l’esigenza di creare la figura della sensual trainer?
Avendo lavorato per un altro marchio per più di tre anni, ho sentito l’esigenza di staccarmi e creare una figura più professionale in questo settore. Avevo voglia di far capire alle persone che questo è un lavoro vero e proprio, ed è difficile perché richiede tanta informazione e studio in vari argomenti sessuali e di sessualità. Inoltre una sensual trainer deve avere un modo di affrontare questi temi simpatico ma professionale e non volgare!

3) Qual è la differenza tra un sex expert, una sensual trainer ed un* sessuolog*?
Noi siamo delle consulenti preparate nei prodotti ma non siamo specialiste. Io mi affido a degli specialisti del calibro del Dottor Marco Rossi, psichiatra e sessuologo.

4) Quando e perché è nata La Chiave di Gaia? Cosa fa?
La Chiave di Gaia è nata nel 2017 da una mia precedente esperienza in Valigia Rossa; come già detto avevo voglia di creare una figura professionale vera e propria come la sensual trainer, infatti il termine l’ho coniato io. Ho voluto mirare non solo ad un target femminile ma anche di coppia. Infatti moltissimi nostri clienti sono coppie e anche uomini.

Il motto di La Chiave di Gaia è “Testa Cuore Sesso”: la testa sono gli obiettivi, il cuore i sentimenti e il sesso perché è un bisogno primario come respirare e mangiare.

La nostra attività consiste nella ricerca e selezione dei migliori prodotti di salute, benessere e piacere sessuale sul mercato, nell’offrire una consulenza, off-line tramite le sensual trainer a domicilio e on-line via chat o mail.

5) Quali figure lavorano in La Chiave di Gaia o ci collaborano?
Nell’impresa ci siamo io e mio marito; ho dei professionisti che mi seguono nei rapporti con la stampa e media come Beatrice Pazi, con lei stiamo facendo un ottimo lavoro. Poi ho 11 sensual trainer fra Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. Sono alla ricerca di nuove sensual trainer e in Italia non è facile trovarle.

6) Chi sono i clienti? Quali sono le ragioni maggiori per cui viene contattata una sensual trainer?
Donne di più dai 22 ai 32 anni e poi c’è un salto di età con donne e coppie dai 37 ai 60 anni. Contattano le sensual trainer per acquisti e consigli sui prodotti oppure per le riunioni a domicilio, che sono gratuite.

7) Parlando di tabù: chi ne ha ancora e di più? Per quali ragioni, secondo te?
I tabù più forti li vedo in alcuni specialisti soprattutto ginecologi mentre nelle clienti c’è più tabù nell’uso di una coppetta mestruale che in un vibratore: pazzesco!!!

8) Sul sito c’è una sezione dedicata allo shopping online di prodotti per il sesso: come vengono scelti i sex toys, i lubrificanti e tutti gli altri prodotti? Quali sono i parametri per definire un prodotto di qualità?
Abbiamo una linea di cosmetica sensuale e di salute come Nuei, di cui siamo anche distributori in Italia. I prodotti di cosmetica come i lubrificanti sono 100% naturali, senza zuccheri e rispettano tutte le certificazioni europee e sono fatti in europa. Ad esempio, gli stimolanti non contengono ormoni o altre sostanze che irritano gli organi genitali. I sex toys sono selezionati in base alla qualità (durata, tipo di materiale e vibrazione…) e al design, ma soprattutto alla tutela della salute sessuale. Sono quasi tutti prodotti in europa con siliconi medicali certificati.

Attenzione perché anche se un silicone è medicale non è detto sia certificato e non è detto sia piacevole e di qualità nell’uso.

Buona qualità non vuol dire sempre prezzo alto in questo settore, ma ovviamente per avere qualità il prezzo non è neanche bassissimo; molte aziende di sex toys vendono il marchio più che la qualità.

9) Come si diventa sensual trainer e come avviene la formazione? E chi può diventare sensual trainer?
Basta mandare un curriculum vitae, una foto e una breve spiegazione del perché si vuole fare questo lavoro, o che idea si ha, alla mail ufficiale di La Chiave di Gaia. C’è una formazione di base appena si entra e poi aggiornamenti costanti attraverso una responsabile e me. Ho un gruppo facebook dove faccio delle dirette per le sensual trainer sui prodotti, sulle tecniche commerciali e sulla gestione dei social!
Per fare la sensual trainer serve molto impegno e moltissima passione. Si può fare anche se si ha un altro lavoro, senza problemi, l’importante è avere qualche sera libera.

10) Quale consiglio ti sentiresti di dare alle donne (e non solo)?
Cercate di vivere al meglio la vostra sessualità. Il consiglio più importante è la consapevolezza: per avere questa ci si deve informare e si deve provare e avere curiosità! Solo così acquisiamo nuove conoscenze di noi stesse per migliorarci nei rapporti con il partner e con noi stesse, chiaramente.

Ascoltate il vostro corpo e prendetevi cura, sia donne che uomini, dei vostri organi genitali con dei prodotti specifici e di qualità per la salute sessuale; se non c’è consapevolezza e ascolto non si arriva nemmeno al piacere.

Abbiate rispetto sempre del vostro corpo e di voi stesse perché solo così possiamo averne anche per gli altri. Non bisogna prendere troppo sul serio gli articoli che riguardano il sesso e i prodotti erotici che girano su web: la maggior parte sono spesso pubblicati a pagamento per cui non proprio sempre sinceri e veri fino in fondo.
Affidatevi sempre per l’acquisto di sex toys, prodotti di salute sessuale e cosmetica ad aziende professionali e a delle professioniste come noi sensual trainer.

Ambra Martino

CulturaMente presenta “La Locandiera” di Goldoni

CulturaMente ha il piacere di presentarvi “La locandiera” di Goldoni, in scena al Teatro San Luca il 14 giugno 2019, per la regia del nostro culturino Francesco Fario.

Nella compagnia “Così è se ci pare” troverete anche Alessia Pizzi e Marco Rossi della redazione… perché non si dica che #SpacciamoCultura solo con la penna! 

I primi 20 che prenotano a nome di CulturaMente avranno uno sconto sul biglietto e pagheranno 9€ invece che 12€: inviare la prenotazione a compagnia.cosiesecipare@gmail.com con oggetto “Prenotazione spettacolo via CulturaMente


Dopo i larghi consensi di pubblico degli ultimi anni ed il ”tutto esaurito” della scorsa stagione, per coronare i 5 anni della creazione della Compagnia, il giovane ed esperto regista-capocomico Francesco Fario ha scelto La Locandiera di Carlo Goldoni, un grande classico della Commedia dell’Arte, nonché l’opera senza dubbio più celebre dell’autore settecentesco.

”La Locandiera”: la commedia della realtà e della gente

La Compagnia dei ”Così è (se ci pare)” mette dunque in scena la storia dei lazzi e dei capricci della celebre e machiavellica Mirandolina (Alessia Pizzi, al suo debutto teatrale con la compagnia), attorniata e contesa dalle lusinghe e dall’orgoglio del Cavaliere di Ripafratta (Andrea Massimiliano Gentili), dalle vanità e dal lusso del Conte d’Albafiorita (Livio Cellucci) e dagli slanci nobiliari dell’esuberante Marchese di Forlipopoli (Marco Rossi). Il tutto sotto lo sguardo attento ed interessato di Fabrizio (Roberto Cannoni), lavorante alle dipendenze di Mirandolina. Completano il quadro il fedele servo del Cavaliere (Daniele Fedeli) e le due commedianti ospiti della locanda: la scaltra e ”sciantosa” Ortensia (Mariaelena Pagano) e l’ingenuotta Dejanira (Laura Bernardi).

È uno spettacolo in cui l’ipocrisia regna sovrana ed in cui a prevalere su tutto e tutti è il desiderio di mostrarsi. Il microcosmo rappresentato è un mondo in cui l’apparire e la maschera trionfano sull’essere e sulla vera natura della persone: un testo, perciò, molto attuale ancora oggi…

La Compagnia

I ”Così è (se ci pare)” nascono nel 2014, sulla scia di una precedente esperienza registica pluriennale di Francesco Fario. Con la collaborazione preziosa di Laura Bernardi, unica reduce insieme a Fario del progetto ”Actors in progress”, La Compagnia dei ”Così è (se ci pare) prende dunque forma e vita e nel corso degli anni passa dalla commedia classica seicentesca dell’Avaro di Moliere (Teatro Italia, nel 2014), alla comicità più moderna in stile Totò, con ”Il Medico di Fiducia” (Teatro della Visitazione, 2015), rifacimento teatrale del celebre film ”Sua Eccellenza di fermò a mangiare”, per poi approdare nel 2016 al dramma autobiografico e dai tratti tragici di ”Una vita banale” (Teatro della Fondazione Cristo Re). L’anno scorso poi il ritorno sul versante comico con ”Miseria e Nobiltà”, fiore all’occhiello della Compagnia ed opera capace di ottenere grandi riscontri di pubblico e giudizi entusiastici dai critici.

Si arriva così al presente de ”La Locandiera”, con un’opera che farà fare agli spettatori un bel viaggio con la mente nella Firenze del ‘700. E chissà che Mirandolina non sappia dispensare consigli buoni anche per il 2019…

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DOVE – Teatro San Luca, via Renzo da Ceri, 136 (zona Prenestina)

QUANDO – Venerdì 14 giugno alle ore 21:00

BIGLIETTI – Posto Unico 12 euro (gratis bambini 0-3, ridotto 6 € bambini 3-6). I biglietti sono acquistabili in loco, a partire dalle ore 20:00

UFFICIO STAMPA – Livio Cellucci: 3493137801 – livioluz@yahoo.it

CONTATTI – RomaEasy: info@romaeasy.it / compagnia.cosiesecipare@gmail.com

Facebook: http://www.facebook.com/cosiesecipareteatro

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