Il “Cinquecento a Firenze”. Una mostra assolutamente da non perdere

Il Cinquecento a Firenze

“Il Cinquecento a Firenze” rappresenta la possibilità per vedere una mostra meravigliosa, un’occasione davvero irripetibile.

Quando si recensisce una mostra, qualunque essa sia, si usano, spesso, frasi roboanti “come evento unico, occasione irripetibile.” Talvolta, obiettivamente, si tratta di espressioni esagerate, che mal si conciliano con l’effettiva realtà dell’evento espositivo.
Non per la mostra Il Cinquecento a Firenze. Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna. In questo caso, infatti, ogni termine, anche trionfalistico, risulta assolutamente appropriato.
Inaugurata all’interno di Palazzo Strozzi, nel pieno centro di Firenze, lo scorso 21 settembre, questo evento, fortemente voluto dai due curatori, Carlo Falciani e Antonio Natali, rappresenta il terzo capitolo di una straordinaria trilogia di percorsi artistici, iniziati nel 2010 con una retrospettiva su Bronzino e proseguiti, poi, nel 2014 con una grande esposizione su Pontormo e Rosso Fiorentino.
Attraverso un totale di oltre sessanta opere, di cui ben diciassette completamente restaurate per l’occasione, la mostra ripercorre il secolo d’oro del Cinquecento, ponendo, in particolare, l’accento sulla seconda metà del secolo e mostrando «una straordinaria coralità di stili rappresentati da grandi artisti come Giorgio Vasari, Jacopo Zucchi, Santi di Tito, Vincenzo Dati, Alessandro Allori e Giambologna», figure meno conosciute, magari, ma di certo pietre miliari dell’arte di quel florido periodo artistico.
A salutare il visitatore, nella prima sala espositiva, ci pensa direttamente uno dei più grandi artisti di sempre: Michelangelo, con un’opera straordinaria, sebbene non celeberrima. Si tratta, infatti, del Dio fluviale, un modello, incompleto, realizzato in diversi materiali, fra cui argilla, terra, sabbia e fibre animali e vegetali.

Questo bozzetto, realizzato negli anni 1526-1527, avrebbe dovuto essere la base di una scultura marmorea che Michelangelo aveva ideato, insieme a quelle di altre opere rappresentative di fiumi, tutte mai realizzate, per adornare la Sagrestia Nuova nella chiesa fiorentina di San Lorenzo.

Il Cinquecento a Firenze
Il Dio fluviale

Nella medesima sala significativa è anche la presenza di una splendida tela di Andrea del Sarto: Compianto su Cristo morto, meglio conosciuta come Pietà di Luco. L’opera, eseguita dall’artista fiorentino, (la cui firma compare al centro in basso, attraverso il monogramma delle due A intrecciate, che fa riferimento al vero nome del pittore, Andrea dell’Agnolo), ebbe una storia piuttosto complessa. Realizzata fra il 1523 e il 1524, su committenza del monastero camaldolese di San Pietro a Luco di Mugello, l’opera fu acquistata nel 1782 dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo per la cospicua cifra di 2400 scudi. In seguito il capolavoro di Andrea del Sarto, il soprannome deriva dall’attività del padre, in virtù delle spoliazioni napoleoniche, prese nel 1799 la strada di Parigi, per fare bella mostra di sé nel complesso museale del Louvre. Nel 1815, caduto Napoleone, la pala tornò nuovamente e definitivamente a Firenze, trovando collocazione nella Galleria Palatina presso il museo degli Uffizi.

La mostra prosegue nella seconda sala dove, oltre a un’Immacolata concezione del Vasari, vengono per la prima volta esibite contemporaneamente tre mirabili deposizioni di Cristo. Si tratta, nello specifico, della Deposizione dalla croce di Rosso Fiorentino (Giovan Battista di Jacopo), opera commissionata dalla Compagnia della Croce di Giorno di Volterra e dipinta nel 1521; della Deposizione del Pontormo, (Jacopo Carucci) tela che l‘artista, originario di Pontorme, un paesino vicino Empoli, da qui il toponimo, dipinse fra il 1525 e il 1528, nell’ambito della decorazione della cappella Capponi all’interno della chiesa di Santa Felicita in Firenze; e, infine, del Cristo deposto di Bronzino, che il pittore caro ai Medici realizzò fra il 1543 e il 1545 e che avrebbe dovuto essere il fulcro decorativo della cappella di Eleonora di Toledo, in Palazzo Vecchio e che, invece, finì a Besancon, dono del duca Cosimo dè Medici a Nicolas Perrenot de Granvelle, segretario particolare dell’imperatore Carlo V e originario della cittadina francese, nella regione della Borgogna.

Poter vedere in un solo battito di ciglia, tre diverse rappresentazioni di un unico e celeberrimo soggetto, quello della deposizione, realizzate da tre artisti rappresentativi, come pochi, della pittura manierista, varrebbe, da solo, il prezzo del biglietto e la scelta di visitare questo evento.

Cristo deposto di Bronzino
Cristo deposto di Bronzino

Ma la mostra non si conclude solo in questa sala. Sono molte altre le opere che esaltano, in questo percorso guidato, il visitatore, conducendolo, ad esempio, in una sorta di riproposizione dello straordinario Studiolo di Francesco I, il piccolo ambiente che il rampollo di casa Medici fece realizzare in Palazzo Vecchio. Frutto delle geniale collaborazione tra l’intellettuale Vincenzio Borghini e un gruppo di artisti guidati da Giorgio Vasari, lo Studiolo è un luogo, come descritto dalla storica dell’arte Cristina Acindini, «segreto e riservato in esclusiva agli studi e al diletto del principe,» uno scrigno prezioso dentro il quale Francesco I amava ritirarsi per coltivare, lontano da occhi indiscreti, le sue più intime passioni, dagli studi scientifici alle pratiche magiche, senza disdegnare esperimenti di tipo alchemico.
In questo spazio espositivo ammiriamo opere senza tempo di Giambologna, fra cui l’Allegoria del principe Francesco I, Alessandro Allori, il discepolo di Bronzino, ma anche del Poppi e del Naldini.
La mostra, infine, si conclude con la settima e ultima sezione, intitolata Avvio al Seicento, in cui viene gettato un interessante sguardo sulla produzione artistica fiorentina del tardo Cinquecento, verso la quale, come osservato da Elizabeth Cropper, «la storia dell’arte non è stata sempre generosa.» Questa panoramica avviene attraverso suggestive opere del Cigoli o di Jacopo da Empoli ma, principalmente, con uno splendido San Martino che divide il mantello con il povero, un altorilievo di Pietro Bernini che lo scultore, originario di Sesto Fiorentino, realizzò nello stesso anno in cui nacque il figlio Gian Lorenzo, «esempio eloquente e illustre» come osservato da Massimiliano Rossi, «della temperie artistica nella quale Pietro allevò il figlio prodigioso.»
La mostra è visitabile, salvo proroghe, fino al 21 gennaio 2018. Per maggiori informazioni su costi e orari si consulti il sito www.palazzostrozzi.org.

 

Maurizio Carvigno

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