San Valentino: non è una festa per donne

san valentino storia

Dai Lupercalia a San Valentino ripercorriamo – con l’aiuto di Francesco Pacifico e del suo libro – le tappe di una tradizione sconosciuta, divenuta protagonista del consumismo internazionale.

I single possono infischiarsene, possono criticarlo senza pietà, ma San Valentino è sempre un ostacolo da superare. Ultimo baluardo dell’amore romantico e antica frontiera del marketing, l’annuale celebrazione non salva proprio nessuno.

San Valentino è una terribile scocciatura anche per chi è in coppia (i fortunati?): c’è sempre uno dei due partner meno portato a festeggiare, che ogni volta cercherà di evitare la discussione con l’altro/a lanciando a mezza bocca la frase tipica di chi teme la tempesta: “Amore, quest’anno che lo festeggiamo a fare? Lo sai che ti amo tutto l’anno…”

Alcuni coraggiosi sopravvivono, altri subiscono infinite ritorsioni da parte della “dolce metà” per aver osato tanto.

La società in sé non può fuggire da San Valentino, per tradizione. E come molte consuetudini ereditate, nessuno si è mai chiesto da dove provenga e cosa c’entri un santo con la festa pagana dell’amore.

Nella Roma antica il 15 febbraio si festeggiavano i Lupercalia, dedicati a Luperco. Il rito prevedeva che le donne si offrissero nude in strada per farsi frustare dai giovani seguaci del dio selvatico, a favore della fertilità.

 

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Come troverete in molte fonti errate del web, si narra che i Cristiani abbiano voluto inserire il festeggiamento di San Valentino proprio per sostituire questa celebrazione così poco “pudica”. Nella fattispecie si crede che fu Papa Gelasio I, nel 496 d.C, a proporre la modifica, successivamente diffusa tramite i monasteri dei benedettini in tutta Italia, ma anche in Francia e in Inghilterra.

Sul perché sia stato scelto proprio Valentino come protettore degli innamorati ci sono svariate teorie, come quella secondo cui il martire continuò ad officiare matrimoni nonostante l’editto di Costantino lo proibisse in favore della leva militare.

All’incarcerazione di Valentino (da Terni? da Roma?) sarebbe legata anche la stessa tradizione della “valentina”, il biglietto da mandare anonimo all’innamorato. Sembra infatti che il martire fosse solito scrivere delle lettere firmate “tuo Valentino” alla figlia del suo carceriere, a cui, tra l’altro, restituì la vista.

Nonostante il miracolo compiuto, Valentino fu giustiziato il 14 febbraio e, duecento anni dopo, il suo culto fu sostituito a quello della fertilità di Luperco. O almeno, così si dice.

Come fa notare Francesco Pacifico nel suo interessante libro “San Valentino”, sembra strano pensare che nel V secolo l’istituzione matrimoniale meritasse già una festa dell’amore, visto che fu riconosciuta come sacramento ben dieci secoli dopo! La Prima attestazione scritta di San Valentino, non a caso, risale al XIV secolo ed è firmata dal padre della letteratura inglese, Geoffrey Chaucer.

In questo clima incerto di testimonianze false e manipolate resta la certezza che verso la fine dell’Ottocento le valentine diventano protagoniste, insieme alle neonate agenzie pubblicitarie, del consumismo.

Con un’interessante excursus storico, l’autore tocca un argomento noto su cui nessuno si è mai interrogato con serietà, partendo dai Lupercalia per arrivare fino alle strategie di marketing americane che hanno reso San Valentino una festa tanto amata e tanto odiata.

Curiosa è senza dubbio la sparizione del santo dal calendario liturgico, visto che il 14 febbraio si festeggiano Metodio e Cirillo dal 1969, momento in cui la celebrazione della giornata degli innamorati inizia ad assumere connotazioni troppo commerciali.

Le romantiche poesie d’amore per il proprio “Valentine” si sono così trasformate in slogan pubblicitari.

«Nel nome di quel buon vescovo / alziamoci e andiamo a vedere / Quale bellezza mai sia / che la natura ci assegnerà // […] // Tu, brillante stella del mattino / son venuto da lontano / a cercare una Valentina // Ridiamo di coloro che estraggono / le Valentine a sorte / […] / Che scelta povera / la irridiamo / San Valentino sia con noi…».

         (Micheal Drayton, XVI-XVII secolo)

Attualmente i paesi musulmani sono in lotta contro San Valentino, il giorno della sete di sesso (mentre nell’Inghilterra settecentesca si era diffuso con gli evangelici per rafforzare i precetti del matrimonio…), e gli indiani non lo contemplano perché significherebbe “occidentalizzarsi“. 

In Italia, invece, accogliamo i festeggiamenti dagli anni Sessanta, periodo in cui San Valentino da Terni riconquista le sue origini umbre e il Bel Paese accoglie le mode americane con l’invenzione dei Baci Perugina.

E quello è stato il minore dei mali, visto che ora dal “Dillo con un bacio!”  si è passati a “Mettila a 90!”, “grazie” a Keyaku.

Gli spot sui pannelli pubblicitari recitano rispettivamente: A San Valentino mettiglielo in mano (il cellulare), A San Valentino mettila a 90 gradi, se la ami davvero fare il bucato sarà semplicissimo (con riferimento alla lavatrice), e A San Valentino falla venire (nei loro punti vendita, s’intende).

Come Pacifico inneggia al romanticismo medievale, che cantava l’amore senza pensare al sesso o al matrimonio – era il 2007 quando questo libro usciva per i tipi della Fazi Editori – dieci anni dopo, non possiamo che confermare lo scetticismo dell’autore nei confronti dell’ennesima tradizione festeggiata senza una reale motivazione.

Tuttavia possiamo aggiungere che, a prescindere dal legame o meno con i Lupercalia, dove le donne venivano picchiate a favore della fertilità, San Valentino (festa dell’amore?) non sembra essere una buona giornata per il genere femminile, visto che alla cartolina sentimentale si è sostituito il cartello pubblicitario sessista.

Alessia Pizzi

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