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La magia in scena con Supermagic 2019, tra sogno e reale

Cos’era l’Alchimia? Era una scienza esoterica che aveva il compito di trasformare il piombo (il negativo) in oro (il positivo). Oggi si chiama magia!

In scena al Teatro Olimpico di Roma fino a domenica 3 febbraio, la magia pura con “Supermagic –Alchimie” che in un certo senso riesce nell’intento primordiale di cui si faceva portatrice l’alchimia: far risplendere una luce, nel far emergere una propria natura.

Sul palco del Teatro Olimpico di Roma, alcuni tra i più grandi maghi ed illusionisti del panorama internazionale. I protagonisti dello spettacolo “SUPERMAGIC”, giunto alla sua 16° edizione, ci hanno letteralmente catapultato in un mondo surreale: tra sogno e reale.

Qual è il confine che ci separa dall’illusione alla magia, dal reale alla finzione, dal trucco al vero? Certamente non è possibile rispondere a queste domande, non ci è dato conoscere quello che c’è dietro lo show. Una cosa è certa: il lavoro, il talento e la dedizione la fanno da padrone.

Ben otto gli artisti che hanno calcato la scena con spettacoli unici e che lasciano senza fiato, tutti unici nella loro autenticità.

Il primo, in ordine di apparizione, Niek Takens, manipolatore di origini olandesi che apre lo spettacolo e rompe il ghiaccio con un gioco di illusione dinamico e fluido. Lo spettatore non riesce a distogliere lo sguardo neanche per un attimo.

A seguire, numerosi altri talenti provenienti da tutto il mondo: Lord Martin (illusionista dalla Francia), Nathalie Romier (cantante e trasformista francese) ci rimanda alle atmosfere parigine alla Edith Piaf.

Ma non è finita qui: la meravigliosa e poetica performance del francese Jerome Murat, dalla Corea del Sud con il simpatico show del giovanissimo Sangsoon Kim. Infine, gli italiani con Maxim, Paolo Carta e Remo Pannain.

Insomma…da non perdere! C’è tempo fino al 3 febbraio…

Serena Cospito

L’esorcismo di Hannah Grace: esci da questo… cinema!

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Vade Retro Satana. Esci da questo corpo!

Quante volte gli appassionati di film horror hanno sentito questa frase? Molte, naturalmente. Come molte volte, negli ultimi anni, saranno rimasti delusi uscendo dal cinema dopo aver visto l’ennesimo film, spacciato per horror.

Il tentativo di rinnovare un genere inflazionato ne L’esorcismo di Hannah Grace c’è, e si vede. Una trama diversa prima di tutto, che per una volta non si concentra sull’esorcismo in sé per sé con eroici ministri del Signore come protagonisti. Lo sguardo, stavolta, viene posato su quello che accade alla vittima dopo l’esorcismo.

La storia della presenza demoniaca che si impossessa di Hannah Grace si intreccia con quella di un’ex poliziotta, Megan Reed (Shay Mitchell), attualmente impegnata a fare da vigilante notturna all’obitorio. La protagonista ha un bel trauma da superare, come scoprirete durante il film, ma non sarà nulla a confronto di quello che dovrà vivere una volta venuta a contatto con la salma di Hannah Grace.

In realtà questo film più che un horror è un drama, visto che si focalizza sulla parte più squisitamente psicologica (ma nemmeno troppo), aggiungendo qua e là un pizzico di sangue, una spruzzata di possessione e una spolverata di inquietudine, risultato dei due ingredienti precedenti.

Ovviamente i colossi alle spalle erano difficili da eguagliare.

Dopo l’Esorcista la moda della possessione al cinema è tornata a gran voce con due film ravvicinati, L’esorcista – La Genesi (2004) e l’Esorcismo di Emily Rose (2005) che mi fecero morire dal ridere al cinema. Più fortunati, ma senza eguagliare il cult degli anni Settanta, i prodotti cinematografici del decennio successivo, come Il Rito con Anthony Hopkins (2011), L’ultimo esorcismo di Daniel Stamm (2010), ma anche The Possession (2012), prodotto dal grande Sam Raimi, e soprattutto l’innovativo The Conjuring (2013).

Il tema è stato parecchio inflazionato, quindi una crisi creativa è piuttosto comprensibile. Ma se decidiamo di puntare sull’introspezione perché non sappiamo più come stupire gli amanti del genere dobbiamo indagare sull’uomo come essere egoista e debole, che può lasciarsi sedurre dal male. Tutti temi facilmente ricollegabili a chi soffre di depressione o di dipendenza, come la protagonista del film in questione.

Insomma, a questo punto, se proprio dobbiamo, intrecciamo i veri demoni dell’umanità con quelli dell’immaginazione, visto che è impossibile replicare lo shock che ancora ci genera Regan quando gira la testa a 360 gradi o scende dalle scale come un demone a quattro zampe.

L’esorcismo di Hannah Grace poteva avere qualche potenziale, ma non lo ha colto del tutto né tanto meno sviluppato. La povera Kirby Johnson passa tutto il film a scricchiolare le sue ossa come se questo dovesse in qualche modo terrorizzarci. In realtà ci fa solo molto sorridere. Che dire, non ci sono più gli esorcismi di una volta.

Alessia Pizzi

Quali strategie usare per promuovere un evento culturale gratis?

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Con un’attività da gestire, commerciale divulgativa, d’intrattenimento o culturale, vi sarete resi conto della necessità di creare un momento di condivisione e coesione con i clienti o con chi, appassionatamente, segue il vostro lavoro con interesse.

Comunicare significa saper creare una relazione con il proprio interlocutore, senza che questi perda il focus e sia infine in grado di cogliere il nostro messaggio. Per fare sì che questo accada bisogna che il pubblico ci conosca e riesca a entrare a contatto diretto con il nostro operato.

Qual è il metodo più semplice e diretto? Sicuramente, creare un evento.

L’aggregazione sociale è il modo migliore percreare fiducia e accrescere la propria reputazione in un determinato ambito, mettendoci la faccia, ripassando gli squisiti cerimoniali dell’ospitalità e permettendo alle persone che vi raggiungono di sapere chi siete, emettere un giudizio e infine contribuire al passaparola.

Avete voglia di mettervi in gioco?

Come agire se ho appena iniziato e mancano i fondi per la comunicazione?

Se siete agli inizi e i vostri unici fondi sono destinati unicamente all’evento, sicuramente una consulenza esterna (per quanto utile e certamente positiva per la buona riuscita del progetto) potrebbe diventare un fardello non indifferente per le vostre già provate finanze.

In questo caso, il web ci può venire in soccorso, a patto che se ne faccia buon uso e si utilizzino i canali giusti.

Allora, pronti con il blocchetto in mano? Partiamo con la consueta lista dei punti chiave

 

  1. Un bel sito web è un ottimo biglietto di presentazione

Sicuramente lo avete sottovalutato e vi siete lasciati distrarre dai social network, ma il sito ufficiale deve essere il punto di approdo del vostro target.

Avete idea di quanto tempo a disposizione abbiate sulla home degli utenti prima che questi siano travolti dall’information overload ossia quel sovraccarico di informazioni che, ogni giorno, invade il wall di un fruitore social?

Si parla di pochi secondi. Per cui, ogni volta che create un contenuto, questo dovrà condurli verso il sito perché l’attenzione si concentri unicamente sul vostro messaggio.

Anche in questo caso si tratta di armarsi di pazienza e redigere un articolo scritto in italiano impeccabile, seppure mantenendo la vostra cifra stilistica, restando sempre riconoscibili per i vostri lettori e ricordando quanto sia importante sapersi esprimere in maniera lineare e corretta per essere compresi universalmente.

Come pubblicizzare un evento? State comunicando il vostro evento? Preparate la bozza di un elaborato completo di tutte le informazioni, senza tralasciare particolari doverosi come orari, location, contatti e prezzi da inserire alla fine dell’articolo (non spaventiamo subito i visitatori).

Utilizzate immagini definite, rappresentative e colori tenui che possano suscitare un senso di rilassatezza, così da non pregiudicare la lettura del vostro sudatissimo scritto.

Questo vale anche per il tema e la grafica del sito, un design troppo aggressivo o cupo potrebbe ridurre il tempo di permanenza dell’utente, alcuni colori hanno la capacità di generare oppressione in chi li guarda, mentre mantenendoci sui pastello o su quelli caldi si scongiura l’abbandono repentino della pagina.

Il vostro sito dice tanto di voi, della vostra attività, di come volete svilupparla e il modo in cui la comunicate. Questo è un primo passo per intraprendere uno storytelling efficiente, attuando strategie di narrazione del sé a scopo persuasivo, coinvolgendo chi ci legge o guarda, facendolo sentire parte del progetto.

  1. L’evento sui Social

Molti di voi organizzatori avranno già utilizzato l’apposita funzione di Facebook per creare un evento: come lo avete fatto?

Prendete spunto dall’articolo che avete scritto, rifinitelo, sintetizzatelo e postatelo sulle informazioni dell’evento, corredandolo di una locandina (della giusta misura) leggibile e intrigante.

Sulla vostra pagina, invece, postate l’articolo con l’anteprima di un’immagine esemplificativa e originale accompagnata da un copy breve e che rimandi verso la lettura: può essere l’anteprima dell’articolo, qualche frase per invogliare le persone a leggere il resto, oppure uno slogan efficace che dirotti verso il click del link.

Su twitter siate ancora più striminziti! Inserite uno short link (potete crearlo con strumenti come goo.gl o bit.ly), accorciate l’URL del vostro articolo e condensate ancora di più il contenuto, basta davvero una frase ad effetto, un imperativo esortativo scelto con criterio…et voilà!

Ora che abbiamo posto le fondamenta per iniziare la nostra promozione, gratuitamente, siamo finalmente pronti per affrontare un punto cruciale.

  1. Storytelling e costruzione dell’evento

Proprio no, l’argomento non si è esaurito, ma è proprio adesso che comincia il bello!

Avete mai visto il film di Steven Spielberg “Hook – Capitano Uncino”? In questa rivisitazione della figura di un Peter Pan ormai adulto, c’è una scena memorabile in cui i simpatici bimbi sperduti, stanchi e affamati, si siedono intorno ad una tavola imbandita, dove uno sfarzoso allestimento è pronto a ingannare l’occhio dello spettatore. In quei piatti, infatti, non c’è la benché minima traccia di cibo, nemmeno un frutto o qualche briciola avanzata. Nessuno, però, sembra scomporsi e i commensali si avventano sulle portate intenzionati a divorare le più svariate pietanze, saziandosi con l’immaginazione, dando forma a un lauto e invitante pasto originato dalla fantasia e dalla creatività.

Sebbene possa sembrare una scena assurda, questa è proprio la strategia che dovrete adottare.

Le risorse non ci sono? Affidatevi all’inventiva!

Il già citato storytelling sarà un alleato fidato in questo percorso di promozione, come? Più il nostro evento si avvicina, maggiore sarà il bisogno di ricordare ai nostri potenziali partecipanti che noi saremo pronti ad accoglierli, dunque prepariamo dei post che possano descrivere, ad esempio, i preparativi oppure mostriamo qualche anteprima o approfondiamo un aspetto che riguarda il nostro fatidico appuntamento.

Un esempio: abbiamo degli ospiti? Presentiamoli poco per volta. Per fare ciò potete usare la sezione “Discussione” del vostro evento Facebook così che i vostri “interessati” o “partecipanti” ricevano immediatamente una notifica e possano essere resi partecipi.

Fate in modo che nessuno, a parte voi, possa pubblicare nulla e se qualcuno vorrà chiedervi delucidazioni, sarà obbligato a scrivervi privatamente. In questo modo non perderete i messaggi e – soprattutto- preserverete il vostro spazio informativo.

Quanto scrivete sulla discussione, cercate di replicarlo anche sulla pagina (con rimando al link dell’evento) sicché possiate raggiungere quanti non abbiano ancora visto l’evento.

Un altro metodo, sicuramente molto coinvolgente, consiste nel realizzare brevi video promozionali sia attraverso le “stories” su Facebook e Instagram, sia pubblicandole direttamente sui vostri account. Ricordate che le “stories” sono temporanee, quindi i contenuti devono essere freschi, veloci, interessanti.

Se invece preferite mantenere l’attenzione più a lungo e realizzare, ad esempio, un promo della durata di più di 20 secondi, postatelo sulla pagina accompagnato da un copy essenziale, brioso o fine, l’importante è che attiri con l’essenziale.

  1. Inserisci il tuo evento su siti dedicati

Ci siamo! Eccoci arrivati all’ultimo step. Vorrete forse rimanere all’interno di un circuito chiuso? Ci sono altri modi di aumentare la risonanza di un evento: inserirlo in uno spazio web.

Il modo più semplice, se il vostro è un appuntamento di cultura, ad esempio, è scrivere una nota stampa e inviarla alle redazioni. Eventa.it è per esempio uno dei siti verticali che si occupa di eventi in Italia.  Se lo avete già fatto o, al contrario, non avete i contatti o non vi interessa passare per quei canali specifici, sappiate che il world wide web offre infinite possibilità.

Ultimamente c’è stata una crescita esponenziale di sezioni eventi all’interno di moltissimi siti internet, siano questi commerciali, vetrine di informazioni o tematici, poter esibire la propria area cosparsa di interessanti appuntamenti è divenuto sinonimo di completezza del servizio.

Per un pugno di libri: la bella tv non fa rumore

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Per un pugno di libri, il programma culturale di Rai Tre arrivato alla sua diciannovesima edizione, è una parentesi di respiro nel panorama televisivo odierno.

Motivo ben fondato per pagare il canone – come piace tanto dire oggi, oasi incontaminata di una cultura giocosa che resiste all’erosione incrociata dell’intrattenimento di massa e dell’elitarismo mascherato da divulgazione. Per un pugno di libri è un baluardo da salvaguardare, ma non certo perché invita banalmente a leggere.

Pospongo di proposito l’avverbio al verbo giacché il luogo comune – tanto duro a morire – che basti procacciarsi un testo, qualsiasi testo, per essere dei buoni lettori, è qui scavalcato con giocosa serietà.

Ci sono libri e libri, e l’intercalare del “purché si legga” ha troppo a lungo rischiato di impigrire menti assuefatte da quel supermaket del libro che si apre, molto spesso, sulle reti principali.

Testi di Vip scritti in collaborazione con varie tipologie di giornalisti, (auto)biografie di calciatori, autori da teenager che pontificano su media vecchi e nuovi alla spasmodica ricerca di una fetta di pubblico da accaparrarsi.

Per un pugno di libri è l’anti-sponsor per eccellenza, perché contrasta attraverso la stessa strutturazione del suo format questo tipo di cultura all’ingrosso.

Sin dalla prima edizione con Patrizio Roversi la centralità del testo è stata pensata e realizzata con un occhio al fruitore e l’altro alla cultura, mediante uno sguardo volutamente finalizzato all’intreccio delle due componenti. La lettura che promuove il programma non è scolastica né enciclopedica, a dispetto della presenza in scena di due classi superiori che si contendono l’audace premio di ricchissimi libri.

La stessa scelta della formula gioco, così diversa e unica per parlare di cultura in tv, giova a contrastare l’“effetto vetrina” dei tanti talk o strisce quotidiane che presentano libri tra una battuta e uno scontro. Tra una risata e un balletto.

Come fossero accessori da abbellimento o riempitivi di tempo morto. E non tragga in inganno il garbato momento dei consigli del professor Piero Dorfles, che dispensa pillole di novità senza prestarsi ad essere ingranaggio (in)consapevole del marketing editoriale.

rai tre programmiÈ la sua genuina competenza – mai ostentata né rimarcata – a rappresentare il vero punto di forza del programma. Il collante resistente e perdurante capace di tenere insieme pubblico e trasmissione. In anni di tv avanzata, ripensata, a volte semplicemente invecchiata con lifting di facciata.

Squadra vincente non si cambia e difatti Dorfles è il capitano indiscusso di Per un pugno di libri dal 1997.

I conduttori vanno, ma lui e il suo undestatement restano. Patrizio Roversi, Neri Marcorè – il più amato, il mai dimenticato – , Veronica Pivetti e ora Geppi Cucciari. Tutti apprezzati coprotagonisti di uno spettacolo che senza Dorfles perderebbe quella componente educativa che dona agli spettatori un senso di tradizione che sembrava perduta.

Al conduttore di turno tocca, d’altro canto, proprio il compito di controbilanciare tale parte, destreggiandosi tra gag intelligenti e motti arguti, in uno spirito dei tempi che ha visto la trasmissione rinnovarsi a dispetto della sua apparente conservatività. Che è tale solo nei temi, nelle atmosfere e nel meccanismo del gioco – il quale pure si è fatto più smart, in ossequio alle nuove generazioni.

Certi cavalli di battaglia però restano, e tirano fuori quanto di più genuino e teneramente divertente alberga nell’animo dei ragazzi. Dipinti dai media come perennemente annoiati, sdraiati, social-lobotomizzati. Invece quando li si vede gareggiare è una delizia: si affannano, suggeriscono titoli all’amico, con soddisfazione tracciano collegamenti immaginari tra fatti e cose letterarie.

Nel desiderio pulito e ingenuo di regalare alla propria classe un punto in più. Nella consapevolezza ancora acerba che è proprio così che si dovrebbe fare da grandi – pensare al singolo come parte di una collettività.

rai tre programmi
Geppi Cucciari

Ed è il gioco stesso a permettere questo, facendo sì che ogni barriera di reticenza venga spezzata via. Colmando per un breve lasso di tempo il divario costruito – e introiettato – tra adulti che sanno e giovani che non sanno di sapere. L’umanità di Dorfles spinge i ragazzi in gara a mollare gli ormeggi, il brio di Geppi (oggi) li fa sentire accolti.

Non basta infatti invitare giovani tra il pubblico per fare un programma di cultura che ad essi – si presuppone – desideri parlare. E non serve nemmeno chiamarli a presenziare, ogni tanto, come quota under trenta da sfoggiare in un parterre già predisposto.

Il coinvolgimento attivo e ludico non è sintomo di svalutazione ma di elasticità della cultura. Che nella sua accezione letteraria è un campo aperto, contaminato, aperto all’inclusione di generi, stili, e a volte persino attori.

La televisione, nel suo fare servizio pubblico, ha riconosciuto più di vent’anni fa il potenziale di tale strada. L’ha lastricata piano piano, in sordina, talvolta con scelte poco felici (la messa in onda il sabato in luogo della domenica) ma sempre con la tacita convinzione che da un progetto piccolo, e necessario, può nascere qualcosa di buono. Senza stravolgimenti eclatanti, senza proclami pompati. Senza réclame che è l’anima del commercio. Perché la buona televisione, inspiegabilmente, ma inesorabilmente, non ha bisogno di fare rumore.

 

Ginevra Amadio

Finalmente è qui: Dragon Trainer il Mondo nascosto vi aspetta al cinema!

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Dragon Trainer – Il Mondo Nascosto torna al cinema con il suo terzo film della saga

Finalmente è arrivato il giorno che tanto attendavamo. Sembra ieri. E invece sono passati ben nove anni dal  primo film della saga. Abbiamo dovuto aspettare poi altri quattro anni per il secondo film della serie. Ora l’attesa ci stava facendo tutti trepidare, ma finalmente è arrivato al cinema, dopo cinque lunghi anni il terzo film della saga di Dragon Trainer, dal titolo “Il Mondo nascosto”.

Se ancora non avete visto i primi due episodi di questo piccolo capolavoro della Dream Works Animation, vi consiglio di acquistare il cofanetto che la Universal Pictures mette a vostra disposizione. Qui potrete trovare il primo e il secondo episodio del film, in due dvd.

Il 31 gennaio 2019 potrete andare tutti al cinema e assistere a quello che sembrerebbe essere il film conclusivo. Cosa vi aspetta?

La storia che tutti noi vorremmo sentirci raccontare. L’ho sempre detto: “i cartoni animati non sono per bambini e questo delizioso regalo che ci fa la Dream Works sembra darmi ragione”.

Non è un film esclusivo per i bimbi, in sala a piangere e ridere erano più i grandi che i bimbi. Perché solo quando si è cresciuti abbastanza, ma non troppo, siamo ancora in grado di emozionarci davanti alle piccole cose. Il peccato più grande è che non tutti ci riescano, ma per fortuna non siamo tutti uguali.

Tra i temi affrontati: il valore dell’amicizia, la descrizione di un grande sentimento che è l’amore, il passare del tempo che non estingue i rapporti veri, i profumi che si riconoscono e riportano subito alla luce meravigliosi ricordi, il senso della famiglia.

Non vi deluderà neanche questa splendida avventura del nostro tanto amato drago Sdentato che ormai è cresciuto e vedrete alle prese con l’amore e il suo amico Hiccup.

Trailer ufficiale del film della Dream Works Animation “Dragon Trainer- Il mondo nascosto” nei cinema dal 31 gennaio 2019

SCHEDA TECNICA:

DATA USCITA: 31 gennaio 2019
GENERE: Animazione, Azione, Avventura, Commedia
ANNO: 2019
REGIA: Dean DeBlois
ATTORI: Kit Harington, America Ferrera, Gerard Butler, F. Murray Abraham, Cate Blanchett, Craig Ferguson, Jay Baruchel
PAESE: USA
DURATA: 104 Min
DISTRIBUZIONE: Universal Pictures

Buona visione a tutti: bambini veri e bambini un po’ più cresciuti, che riscopriranno la propria reale natura e voglia di amare!

Dragon Trainer: finalmente arriva la collezione completa 1 e 2

 

Alessandra Santini

“Sherlock Holmes – Uno studio in rosso” al Teatro Ciak di Roma

Da giovedì 31 gennaio a domenica 17 febbraio il Teatro Ciak di Roma apre le porte a un grande giallo: arriva Sherlock Holmes – uno studio in rosso.

Tratto dal celebre romanzo di Sir Arthur Conan Doyle, lo spettacolo avrà la regia di Anna Masullo e vedrà sul palco Alessandro Parise, Camillo Marcello Ciorciaro, Lorenzo Venturini, Mariachiara Di Mitri, Giovanni Carta, Massimo Cimaglia e Fabrizio Bordignon.

“È con cuore molto pesante che prendo la penna per scrivere queste parole, le ultime con le quali avrò mai più occasione di ricordare al mondo le straordinarie capacità che il mio amico Sherlock Holmes possedeva.” Questo è ciò che il fedele Watson pronuncia ne “L’ultima avventura” del caro Holmes conclusasi per mano dell’acerrimo nemico Moriarty, il Napoleone del crimine, sulle cascate di Reichenbach, in Svizzera. Per lenire il suo sordo dolore, Watson non manca di lasciarsi travolgere dai ricordi delle prodigiose esperienze vissute con Sherlock, come il loro primo fortuito incontro all’epoca de: “Uno Studio in Rosso”. Prima apparizione di Sherlock Holmes, primo incontro con il dottor Watson, prima indagine in cui fa sfoggio del metodo della deduzione.

Una parola, RACHE, scritta col sangue sul muro di una casa disabitata dove viene trovato il cadavere di un uomo. Ma il sangue non gli appartiene. Appartiene a Sherlock invece la soluzione di un caso che travalica i confini del tempo. Watson si sveglia da quel ricordo ed esce dalla casa di Baker Street, forse per l’ultima volta. Ma Sherlock continuerà a stupirlo…

Le scene e i costumi sono di Susanna Proietti, le musiche di Alessandro Molinari, luci e fonica di Marco Catalucci.Teatro Ciak Roma

Orario spettacoli

Da Giovedì 31 Gennaio a Sabato 2 Febbraio ore 21

Domenica 3 Febbraio ore 17

Da Giovedì 7 a Sabato 9 Febbraio ore 21

Domenica 10 Febbraio ore 17

Giovedì 14 Febbraio ore 17

Venerdì 15 e Sabato 16 Febbraio ore 21

Domenica 17 Febbraio ore 17

 

 

Redazione Culturamente

Il Primo Re, fuori dai confini del cinema italiano

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Ripescando vaghissimi ricordi dell’epoca del liceo classico, posso provare a ipotizzare che Il Primo Re sia un film sulla “Hybris” umana. Quella del suo protagonista, e quella del suo regista.

Che poi, se siamo pignoli o accaniti letterati, “hybris” etimologicamente non è corretto definirla solo come “tracotanza”. Ma quella sfrenata ambizione che diventa arroganza, che può essere inquadrata sia negativamente sia positivamente, è davvero il fulcro di ciò che Il Primo Re ci propone. Un film incarnato sul desiderio di conquistare e creare: se il Remo di Alessandro Borghi quasi impazzisce andando avanti nella storia, Matteo Rovere invece è impazzito già all’inizio ideando un progetto simile. Entrambi sono legati dall’obiettivo di fondare Roma.

Esatto, anche il regista vuole (ri)fondare Roma. La sua è una missione più metaforica, ovviamente, un impulso di scoperchiare il cinema italiano e ricostruirlo dalle sue fondamenta. Prendere Roma è prendere il luogo nel quale, decenni fa, il grande cinema italiano nasceva e prosperava, e ora si prendono le decisioni su quali film realizzare o non realizzare.

L’obiettivo di Rovere, più che girare un film, sembra quella di rivedere il sistema produttivo italiano: Il Primo Re quindi non va inteso al passato, come un ritorno al genere che si girava a Cinecittà oltre 60 anni fa (dopotutto questo è un antepeplum, posto cronologicamente prima dell’ambientazione temporale di quei film), ma visto in avanti, con un occhio al futuro, come prova che scardinare lo status quo del cinema italiano attuale si può, fare film ambiziosi e di genere si può, cambiare le carte in tavola e proporre progetti dal respiro internazionale si può.

Inevitabilmente, l’elemento di Il Primo Re che risalta agli occhi è l’aspetto tecnico e produttivo, ancora prima della semantica o della narrazione.

L’ambiziosa e positiva hybris di Rovere e ciò che permette, ancora prima della sua visione cinematografica, di concepire un progetto simile. Un film che sottrae invece di aumentare, che racconta il mito della fondazione di Roma azzerando l’aspetto mitologico, puntando sul realistico laddove, per tradizione, il realismo non ci è stato tramandato. Un realismo che si riflette sulla messa in scena, sulla costruzione di scenografie e costumi arcaici, sul modo di girare i combattimenti con approccio quasi amatoriale, sulla volontà di riprendere tutto con luce naturale. E, oltretutto, mettendo in bocca ai personaggi una lingua a noi incomprensibile.

La scelta del latino arcaico non è solo una decisione di testarda aderenza al realismo. È una decisione fondamentale per creare un’atmosfera ostile. La durezza della lingua si riflette nella durezza di ciò che vediamo. La chiusura dei personaggi nei rapporti e nelle scelte è la chiusura degli spettatori nel non capire ciò che fanno.

Pertanto, come già detto, quella di Rovere è un’operazione ancora prima di essere un film. Una scommessa già vinta in partenza col solo risultato di essere riuscito a concretizzarla. Un’idea che propone un qualcosa di diverso nel nostro cinema, ribaltando anche le aspettative di un pubblico assuefatto a vedere sempre i soliti film. E soprattutto mostra che quasi ogni idea, per quanto azzardata, si può fare. Un film che, da qualsiasi prospettiva lo si voglia approcciare, va innegabilmente difeso e forse addirittura esaltato come testa d’ariete per cambiare il nostro cinema.

Eppure, al tempo stesso, il coraggio produttivo e l’ambizione visionaria di Rovere non deve diventare una giustificazione. Perché Il Primo Re è sicuramente una scommessa vinta sul piano dell’operazione, ma come film la somma degli addendi che lo compongono non dà il medesimo risultato.

Forse troppo impegnato nella sfida della realizzazione tecnica, Rovere ha troppo sottovaluto la scrittura e l’aspetto emotivo della sua storia. La sua è una continua tensione frustrata tra le ovvie spinte autoriali e le necessità di genere. Se con le prime ritroviamo la voglia di un film intimista, d’atmosfera, che punta sui gesti più che sui fatti, col secondo arriva l’azione che pare uscire da un altro film e la semplificazione che renda la visione accessibile a tutti. Trionfa il compromesso che, in realtà, scontenta tutti. Azzera l’epica, la sua cornice naturale, e azzera l’indagine del divino, che pare fondamentale ma non lo è mai veramente. In sostanza, perde per strada l’anima del film.

Così a mancare, soprattutto, è un puro contatto emozionale, di empatia. Una storia interamente costruita sulla simbiosi tra due fratelli perde pian piano quel rapporto per la folle scelta narrativa di “addormentare” il personaggio di Romolo per oltre metà film. Romolo è un non personaggio, l’interazione con Remo si esaurisce subito e, pertanto, anche l’arco narrativo di quest’ultimo, che improvvisamente diventa un canonico villain, è molto forzato.

Più la storia va avanti, più emotivamente il seminato è pochissimo. I personaggi rimangono tutti sulla carta. Lo scontro finale tra Romolo e Remo non ha alcun peso emotivo, né sul piano personale né su quello ideologico. Lo scontro tra due modi di vedere, pensare e costruire non è superficiale. Tutto arriva veloce e indolore.

Alla fine, Il Primo Re punta, volontariamente o involontariamente, più sulla forma che sulla sostanza.

Per tutte le tante premesse fatte all’inizio non è necessariamente un difetto, ribadendo cosa rappresenta all’interno della nostra industria cinematografica. Ma, al tempo stesso, è purtroppo anche deludente, c’è da ammetterlo senza remore.

Non scalfisce quanto di buono fatto, ma lascia l’amaro in bocca. Un film dalla partenza roboante che perde ritmo e si spegne da solo, forse sotto il peso della propria ambizione. Forse anche sotto il peso delle citazioni, che da pure ispirazioni (come l’ossessione onnipotente di Herzog o l’animalità di Gibson) diventano cedimenti estetici palesi (il look di Revenant da visivo si trasferisce anche nei costumi o nei volti dei personaggi).

Fare l’esegesi si cosa sia veramente Il Primo Re è complicato, sciogliere la tensione tra operazione cinematografica e film per tutti non è facile. Va applaudito, va difeso, e al tempo stesso criticato perché poteva addirittura fare di più. Soddisfa lo spettatore e fa desiderare anche qualcosa di più.

Ma forse, paradossalmente, anche farci parlare così tanto e mandarci in contraddizione così fortemente è una vittoria di Matteo Rovere.

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Emanuele D’Aniello

Approda al MAXXI la mostra di Zerocalcare: scavare fossati-nutrire coccodrilli

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La mostra di Zerocalcare al MAXXI, che nasconde una giusta e profonda denuncia sociale

Non è la prima volta che noi di CulturaMente decidiamo di dedicare spazio ad un artista che per noi vale molto: Zerocalcare. Se ancora non l’avete fatto potete visitare l’imperdibile e velata denuncia sociale che l’artista fa del nostro paese: “Scavare fossati-nutrire coccodrilli”.

Fino al 10 marzo 2019 al MAXXI di Roma, potrete cimentarvi a tutto tondo con una mostra tutta dedicata a Michele Rech, classe 1983.

Da sempre legato alla scena underground, l’artista é nato ad Arezzo. Ormai è stato, però, adottato dalla capitale italiana e continua ad essere un grande esempio per una generazione cresciuta tra web, precariato, serie tv, social.

Il fumettista, famoso specialmente nel quartiere romano di Rebibbia, dove sono stati creati la maggior parte delle sue opere da sempre si interessa del genere della graphic-novel.

Proprio lui è stato, infatti, uno dei primi coraggiosi ad esplorare il genere nel nostro paese.

A partire dal 2011 pubblica il suo libro “La profezia dell’armadillo”, che diventa subito un caso editoriale, edito da BAO Publishing, da cui è stato tratto anche un film dall’omonimo titolo, prodotto da Fandango.

Nella sua carriera ci sono citazioni di ogni tipo: dagli zombie, a Dragon Ball, da Lady Cocca di Robin Hood ai protagonisti di Guerre Stellari. Possiamo dire che la capacità di Michele Rech è unica, in quanto attraverso le metafore più conosciute dei nostri tempi egli riesce a descrivere quello che accade nella società odierna. La sua vuole essere una denuncia sociale, ma in forma divertente e del tutto velata, a tratti svelata, con simpatia e citazioni.

I suoi disegni evocano luoghi e sentimenti comuni, quali l’incertezza di un lavoro stabile, specialmente tra i più  giovani, che come lui da sempre lottano per portare a casa una propria dignità, le disuguaglianze sociali sempre più marcate in questo mondo e la lotta per i diritti dei più deboli.

Già dal titolo dell’esposizione, ZEROCALCARE scavare fossati-nutrire coccodrilli si suggerisce al pubblico una specifica riflessione sul momento storico in cui viviamo. I coccodrilli e i fossati altro non sono che le paure dell’uomo e una condizione emotiva che è costretto a superare l’uomo del nostro millennio, ma rappresenta anche una grottesca metafora dell’invasione legata al proprio territorio e alla preservazione di quest’ ultimo.

Alcune immagini tratte dalla mostra al MAXXI di Roma, a cui potrete partecipare fino al 10 marzo 2019

Tutte queste affascinanti riflessioni potrete trovarle al MAXXI fino al 10 marzo 2019. I nuclei tematici all’interno dell’esposizione sono quattro e sono: Pop, Tribù, Lotte e Resistenze, Non-Reportage.

La mostra inizia con una serie di murales commissionate per la metro Rebibbia. Sul corpo delle scale vi è una timeline con la biografia dell’artista. Entrando nella sala principale sarà possibile trovare: video, interviste, audio, articoli di giornale, che ripercorrono i momenti cruciali e le opere più famose dell’artista, con una serie di tavole originali della Profezia dell’Armadillo. Per ultimo potrete ammirare una serie di poster dell’artista, che sarà divertentissimo leggere, mentre vi accingerete verso l’uscita.

Poster, fumetti, disegni, insomma una mostra completa se anche voi siete curiosi di conoscere questo giovane artista che ha fatto della denuncia sociale il suo pane quotidiano. Buona mostra a tutti!

Alessandra Santini

Kiko Loureiro live a Roma il prossimo 2 febbraio

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Il virtuoso chitarrista brasiliano live a Roma musica live

Kiko Loureiro sarà in concerto al CrossrRoads di Roma il prossimo 2 febbraio nel noto locale romano sulla Braccianene. Loureiro può vantare una carriera da chitarrista di tutto rispetto. Dopo aver suonato nella band power metal degli Angra, attualmente è chitarrista solista nei Megadeth. Durante la sua carriera, Loureiro ha inciso anche quattro dischi da solista, nei quali ha messo ulteriormente in risalto le sua capacità tecniche e virtuosistiche. Il chitarrista, di origine brasiliana, ha sempre mantenuto nella sua musica la presenza delle ricchezze musicali del suo paese, mescolandole con il genere metal.

Insieme a lui, in questa serata saranno presenti anche due bravissimi musicisti : Con Felipe Andreoli al basso e Bruno Valverde alla batteria. Si preannuncia, quindi, una grandissima serata per gli amanti dei virtuosi delle sei corde, che anche grazie alla fantastica location ( di cui abbiamo già parlato in altre recensioni), non potrà che lasciarci esterreffati.

 

Kiko Loureiro Trio

 

Ingresso + Consumazione: 20,00€

Apertura Porte: 20:00

Inizio Spettacolo: 22:00

 

Credits foto in evidenza: Kiko Loureiro by Diego Baravelli

Green Book, una strana coppia a spasso contro i pregiudizi

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Nell’America socialmente divisa degli anni ’60, il Green Book era un libretto verde nel quale erano segnati i locali degli stati del sud in cui agli afroamericani era consigliato o sconsigliato andare. Un’involontaria mappa dell’intolleranza, insomma. Un vademecum anche per i bianchi, per far capire loro cosa non essere.

Adesso, Green Book è il titolo di un film ma, in un certo senso, è ancora un vademecum, una mappa per capire come far contento il pubblico, cosa fargli e non fargli vedere, come farlo sentire e cosa fargli provare.

La sostanza di Green Book, infatti, è quella di essere un film iper-classico, appartenente quasi all’Hollywood di 50 anni fa, che ha avuto qualche erede sparso nel tempo (A Spasso con Daisy, The Help i primi esempi che vengono in mente), e di essere anche un film enormemente costruito, una sagace tessitura a puntino per non scaldare troppo su un tema attualissimo – il razzismo – ma farlo comunque assorbire come lezione sociale e personale.

L’essere molto classico e tremendamente costruito sono, al tempo stesso, pregi e difetti del film. Pregi, perché raramente al giorno d’oggi si vede un film così ben riuscito diretto al grande pubblico. Difficilmente non si ride e poi riflette con Green Book, non si rimane conquistati dalla parabola dei personaggi, non si lascia la sala provando qualcosa. Difetti, perché cercare di piacere a tutti, inevitabilmente, vuol dire che inevitabilmente è poco approfondito. Il tema del razzismo è al servizio dello sviluppo emotivo del rapporto tra i due protagonisti. Una fugace finestra sull’omosessualità è aperta ma subito richiusa, per farla digerire rapidamente e nasconderla. La convenzionalità della messa in scena sposta tutta l’attenzione dal piano sociale a quello personale.

La forza di Green Book, che supera pregi e difetti, la ritroviamo nell’interpretazione e nella chimica dei due protagonisti.

Viggo Mortensen e Mahershala Alì sono semplicemente due uragani lasciati senza guinzaglio. La storia frena spesso ogni possibilità di introspezione, ma il carisma e il talento dei due permette di incidere e fare tanto col poco a disposizione.

Mortensen è un vulcano d’energia, il suo dinamismo riempie lo schermo. Se il ritratto che fa dell’italoamericano non evita la macchietta e il senso di già visto in decine di film e serie tv, è comunque pazzesco il senso di immedesimazione con cui si appropria del personaggio, e pian piano durante il film l’attore completamente sparisce e pare di vedere davanti davvero un emigrato italiano. Alì, come suo solito, sottace il dolore e riesce a caricare di emozione ogni espressione o gesto. Il suo è un personaggio fantastico (un personaggio che, probabilmente, avrebbe meritato un film serio e tutto suo), un nero che si sente più bianco e dribbla le proprie radici in risposta all’intolleranza subita dalla sua gente, trasferendo tutta la sua rabbia nei tasti del pianoforte. Guardare Alì suonare, o ricevere l’ennesima umiliazioni da bianchi razzisti, è una trasfusione di intensità di rara potenza.

L’ambientazione, i temi ed i personaggi di Green Book sono così interessanti che dispiace vederli in un film, complessivamente, così poco interessante. D’altro canto, però, è anche impossibile voler male a Green Book, perché il lavoro che fa sull’animo umano, talvolta silenzioso, talvolta fragoroso come una risata, è innegabile.

Un film che appartiene ad un’altra epoca, ad un altro cinema. Decidere se rimpiangerlo o no, vedendo dove va il mondo adesso, è una scelta puramente personale.

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Emanuele D’Aniello

Sympathy for il Woland di Michele Riondino

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Al Teatro Eliseo di Roma fino al 3 febbraio è in scena “Il Maestro e Margherita”, stupendo adattamento di Letizia Russo e Andrea Baracco del romanzo di Bulgakov.

Si capisce subito che lo spettacolo “Il Maestro e Margherita” è il frutto di un grande amore per il romanzo omonimo di Michail Bulgakov. La riscrittura di Letizia Russo ne riesce a cogliere, esprimendola al meglio, l’atmosfera visionaria e grottesca. La regia di Andrea Baracco e l’affascinante Woland di Michele Riondino completano la magia.

Lo spettacolo è di immediato impatto visivo. Semplicemente stupendo. La scenografia è apparentemente spoglia. Porte e finestre si aprono, svelano personaggio, scompaiono nelle tre pareti che formano le quinte. Dipinte di nero effetto metallo, sono coperte di graffiti in gesso, tra i quali spiccano i disegni di altoparlanti.

Su quelle pareti a un certo punto qualcuno scriverà: “liberati dal Maligno, sono rimasti maligni”, frase del Faust di Goethe. Mi è sembrato un riferimento implicito ad uno dei temi sottesi al romanzo di Bulgakov: la critica alla cultura e alla società sovietica (e ancor più stalinista) dell’epoca che, convintamente atea,  rifiutava ogni forma di misticismo e religione, senza però riuscire davvero a mettere al centro l’amore per l’essere umano. Il Diavolo non esiste (più), ma la malvagità è viva e vegeta.

Teatro Eliseo Roma
Foto di Guido Mencari

Letizia Russo ha, quindi, mantenuto un filo con questo tema del romanzo, come con quello della critica all’immobilismo sovietico. Parlando dello spettacolo di magia nera di Woland si allude al popolo russo come ad un popolo che ha rinunciato alla libertà e all’immaginazione. Attraverso un implicito paragone con la Gerusalemme di Ponzio Pilato si descrive Mosca come una città imprevedibile che non si ribella ad una condanna ingiusta (il rifiuto del manoscritto del Maestro da parte degli editori), perché si prepara ad una festa.

Ma tra i tanti temi che affronta “Il Maestro e Margherita”, lo spettacolo predilige quello dell’immaginazione umana, “un’arma potente e fragile, in grado di erigere strutture grandiose ma incapace di contenere davvero il Mistero”.

Nella versione teatrale di Russo e del regista Andrea Baracco, le tre linee narrative su cui si muove il racconto di Bulgakov (l’irruzione a Mosca del Diavolo e dei suoi aiutanti, la tormentata storia d’amore tra il Maestro e Margherita, e la vicenda umana del governatore di Palestina, Ponzio Pilato, che dovrà decidere delle sorti di un innocente) sono “lette e restituite attraverso un meccanismo di moltiplicazione dei registri e dei ruoli, facendo dell’evocazione e dell’immaginazione le chiavi per immergersi in un racconto complesso e tragicomico come la vita. Ma a quella forza in grado di sovvertire l’ordine e di abbattere confini reali e immateriali, all’amore tra due esseri umani e alla sua capacità di sopravvivere anche alla morte, sarà affidato il compito di tenerci per mano e domandarci, insieme al Maestro e alla sua Margherita: cos’è la verità?”.

La coppia protagonista è interpretata da Federica Rosellini (che non è nuova agli spettacoli dall’atmosfera “diabolica”) e Francesco Bonomo, che interpreta anche Ponzio Pilato. Entrambi sono credibili e coinvolgenti nei ruolo ruoli. Margherita è proprio la donna nei cui occhi “brillava una tale solitudine …”, come la descrive il Maestro. Lui è lo scrittore, l’artista ingiustamente incompreso, la parte autobiografica del romanzo di Michail Bulgakov.

Il loro amore è intenso nonostante la lontananza. D’altronde quell’amore è balzato davanti a loro “dal nulla come un assassino in un vicolo” e li ha trafitti entrambi, nello stesso istante, come una lama.

Teatro Eliseo Roma
Michele Riondino as Woland

Il tutto è messo in scena dalla regia di Andrea Baracco in maniera impeccabile e coinvolgente: 2 ore e 35 minuti di spettacolo in cui, personalmente, non mi sono annoiata neanche per un secondo.

Risultano molto efficaci le soluzioni sceniche per rappresentare immagini complesse sul piano ambientale: l’arrivo di un tram; una nuotata nel fiume; il volo di Margherita nel cielo stellato di Mosca; la persistenza del Maestro nei pensieri di Margherita, quando lui la lascia ed è detenuto in manicomio. Non vi svelerò cosa si sono immaginati il regista Barraco, la scenografa Marta Crisolini Malatesta (che ha curato anche i costumi) e il tecnico delle luci Simone De Angelis per rendere queste scene. Vi auguro di poterlo vedere a teatro.

L’adattamento in scena al Teatro Eliseo esalta il carattere grottesco del romanzo di Bulgakov, a partire dal seguito del Diavolo, Woland. Il valletto Korov’ev, il gatto Behemot e la strega Hella sono interpretati rispettivamente dai bravissimi Alessandro Pezzali, Giorgano Agrusta e Carolina Balucani. Tra l’altro, ci deliziano con balletti surreali, accompagnando le scene più drammatiche o più solenni, ad esempio il colloquio tra Caifa e Ponzio Pilato.

Divertenti, sopra le righe, inquietanti questi personaggi descrivono un mondo diabolico, ma simpatico, che alla fine non fa troppa paura, ma descrive l’umanità.

Tra loro regna Woland, qui un grandissimo Michele Riondino, che non tradisce le aspettative del pubblico. Dalla postura all’impostazione della voce costruisce un Satana a tratti terrificante e grottesco, come il Joker di Heath Ledger, a tratti rassicurante.  Ci dirà, infatti, verso la fine: “quando tutto è perduto, io nasco”.

E quando alla fine risuonano le note di Nick Cave e dei Rolling Stones, si prova effettivamente “compassione per il diavolo”.

Stefania Fiducia

Credits: la foto di scena in copertina è di Guido Mencari

Fate attenzione alla cultura che rifiutate

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Lasciate che vi racconti che cos’è Latitudine Teatro.

Sul loro sito ufficiale troverete scritto: “un’associazione culturale che si struttura come centro di formazione e produzione teatrale“. Da oltre 15 anni, bambini, ragazzi e adulti hanno avuto la possibilità di studiare dizione, storia del teatro, respirazione, tecniche di recitazione e di improvvisazione. Inoltre, si sono messi in gioco sul palcoscenico, confrontandosi con testi e autori contemporanei, alcuni mai tradotti in Italia o sicuramente poco conosciuti. In altre occasioni, hanno lavorato sul loro corpo, sui loro limiti fisici e mentali in spettacoli di autodrammaturgia.

“About Lear”: il racconto si fa immagine

In un periodo in cui tutti improvvisano le proprie competenze, in cui basta un tutorial su YouTube per diventare esperti di qualsiasi cosa, diventa raro imbattersi nella professionalità. Ebbene, a Latitudine Teatro essa non è mai mancata. La qualità del lavoro di ciascun gruppo di allievi è sempre stata altissima. Questo perché sia Stefano Furlan, direttore e fondatore del centro, sia Michela Sarno hanno sempre creduto nel Teatro. In quello vero. Quello fatto per comunicare al pubblico messaggi spesso scomodi, ma necessari. Il loro teatro è quello che permette alle persone di scoprirsi, di cambiarsi, ma diciamo pure di salvarsi.

A Latitudine Teatro si è sempre cercato di far vedere agli allievi che cosa significa lavorare come un attore professionista.

Si sono messi in campo progetti teatrali che erano vere e proprie visioni. Visioni che dovevano essere comunicate, perché questo fanno gli artisti. E questa era la missione che ha sempre guidato l’operato di Latitudine Teatro. La cosa straordinaria è che tutto questo è avvenuto a Latina. Una città di provincia, relativamente giovane in cui è molto difficile uscire fuori dagli schemi consolidati. Un luogo in cui non è così scontato che arrivino sprazzi di modernità e ci sia un livello così alto di attenzione e di cura per l’arte.

Ma Latitudine Teatro è anche una grande famiglia, composta da persone molto diverse accomunate da un’esperienza di vita unica, entusiasmante e difficilmente ripetibile. Sono nati legami di amicizia, sentimentali, professionali. Chiunque sia entrato a contatto con l’associazione non ha potuto fare a meno di sentirsi toccato dal percorso fatto. Perché fare l’attore significa innanzitutto scoprire aspetti della tua personalità che non pensavi di avere. Latitudine Teatro è diventata la casa di molte persone.

Perché allora parlarne al passato? Perché è molto probabile che non ci sarà futuro per l’associazione. Sicuramente non in via Cisterna 3.

Lo ha comunicato lo stesso Stefano Furlan in un comunicato stampa uscito qualche giorno fa. I motivi che hanno portato a questa decisione sono legati alle vicende susseguitesi a partire da ottobre 2018 fino ad arrivare ad oggi. La sede dell’associazione fu sequestrata per la mancata regolarizzazione dei lavori per la messa in sicurezza secondo quelle che sono le norme antincendio. Per quanto sia giusto il principio, bisogna dire che Latitudine aveva presentato i progetti per effettuare tali lavori ed era in attesa di risposte da chi di competenza.

A seguito della chiusura, l’associazione ha anche acconsentito a usare quei locali come spazi di sola formazione, rinunciando alla sala teatrale usata per gli spettacoli di fine anno. Ma il declassamento di quegli spazi da “locale di trattenimento o pubblico spettacolo” a “scuola” non è bastato. Sembra che sia impossibile per un centro di formazione fare solo educazione. A livello giuridico siamo nell’ambito dell’interpretazione. E l’interpretazione è sempre soggettiva. In questo caso, però, parliamo di persone che avevano voglia di mettersi in regola, di fare ciò che era burocraticamente necessario e corretto. Ma gli è stato impedito. Il perché non si capisce.

Le spese che hanno colpito questa realtà sono state tante. Se si volessero fare i già citati lavori o cercare un altro luogo ce ne sarebbero ancora altre. Troppe per un’associazione culturale che non gode di alcun tipo di finanziamento pubblico. Ecco perché Latitudine è dovuta arrivare a questa decisione. Non prima, però, di aver fatto un’ultima promessa ai suoi allievi e ai suoi affezionati sostenitori: il compimento della stagione. I progetti che erano in cantiere per quest’anno saranno portati a termine con tutta la professionalità, l’impegno e l’entusiasmo che ha sempre caratterizzato la scuola.

scuola di teatro

È una notizia veramente tremenda.

Per chi lavora nell’associazione (perché c’è gente che perderà il posto di lavoro). Per chi frequenta quella scuola da diverso tempo e la considera una vera e propria casa. Per la città di Latina che perde una delle sue realtà culturali più importanti. Per chi non ha mai partecipato a una lezione di Latitudine e non potrà avere la possibilità di provare un percorso unico.

Stupisce il silenzio delle istituzioni comunali. Nessun intervento per aiutare e sostenere un’associazione che ha sempre lavorato per la propria città. Che questo sia un paese economicamente in difficoltà lo vediamo tutti i giorni. Sappiamo anche che è un paese che non rispetta, né valorizza sufficientemente la cultura. E questo è vergognoso. Perché se c’è una cosa di cui l’Italia può farsi vanto è il suo patrimonio culturale, in tutti i suoi molteplici aspetti. Basta con quest’idea che fare cultura sia un passatempo! L’arte ci forma come persone. Ci permette di conoscerci e riconoscerci come esseri umani. È bellezza e il mondo ne ha bisogno. Ne ha bisogno per respirare in mezzo a tutti gli orrori da cui siamo circondati.

Latitudine Teatro ha lavorato ogni giorno cercando di dimostrare quanto nobile e utile sia avere a che fare con la cultura. Vi direi di provare per credere, ma è probabile che non ce ne sarà più la possibilità. Aver fatto chiudere Latitudine Teatro è un danno (e non da poco) per la città di Latina. Lo è a livello economico, civile, sociale, culturale, ma soprattutto umano.

Federica Crisci

Dichiarazione d’amore a Edoardo D’Erme, alias Calcutta

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Era il lontano 2015 quando ho ascoltato per la prima volta una canzone di Calcutta.

Un mio carissimo amico mi ha inviato su whatsapp il link di Gaetano.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=hzfz82wyPFs]

Ho ascoltato la canzone fino alla fine e sugli ultimi versi ricordo di aver pensato “mi piace come scrive questo ragazzo”. Le parole in questione sono:

“E quante volte ho pensato che alla fine un sorriso è una parentesi se vedi bene/ Mi annoiavo alle feste, mi annoiavo alle cene/ E quante volte ho pensato che alla fine un sorriso è una paresi se vedi bene/ Mi annoiavo alle feste, mi annoiavo alle cene”.

Ho trovato interessante il gioco di parole e anche il senso di questi versi.

E, visto che non mi capita tutti i giorni di trovare una così bella armonia tra significato e significante, ho fatto delle ricerche su Calcutta e ho ascoltato tutti i suoi brani precedenti (e poi anche quelli futuri).

È stato, lo devo dichiarare, amore al primo ascolto. Per usare un’espressione molto diffusa nei talent show Calcutta mi è decisamente arrivato.

Ciò che mi piace di Edoardo da Latina è che riesce a esprimere situazioni e sentimenti universali e condivisibili.

Penso alla nostalgia che si prova quando una persona con cui abbiamo condiviso del tempo non ci ama più in Cosa mi manchi a fare, alle difficoltà (anche economiche) di una relazione a distanza in Del Verde, alla solitudine tipica del Natale in Natalios, alla sensazione di essere l’unica persona sveglia in tutta la città in Frosinone.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=pOKaXSyeKaA]

Finalmente, quattro anni dopo quel primo ascolto di “Gaetano”, sono anche riuscita a vedere Calcutta dal vivo per il tour di Evergreen. Sono arrivata al palazzetto con delle aspettative altissime.

Tra parentesi ho fatto i salti mortali per arrivare puntuale ma, mentre mi dirigevo verso la meta (come un toro verso il rosso), ho scoperto con una story di Calcutta che il concerto, per problemi tecnici e organizzativi, sarebbe iniziato alle 21:30. E va beh sono cose che succedono.

Prendo posto sul terzo anello (biglietti per il prato non ce n’erano più) e mi metto comoda, si fa per dire, in trepidante attesa, finché le luci si abbassano. Il palco accoglie una band numerosa, quattro coriste, e uno schermo su cui vengono proiettati video e grafiche dall’estetica retrò, come l’avatar di Calcutta che ricorda tanto Super Mario. Il concerto inizia con Briciole.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=XgYutWBNGZY]

E poi Kiwi.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=GyRQKFhlmUQ]

E dopo Orgasmo, che è stata letteralmente un orgasmo sonoro.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=Tq8XMlfZKpQ]

Lo spettacolo continua con Cani, Fari, Milano, Limonata, Paracetamolo e Rai. Dopodiché la band fa una piccola pausa ed Edoardo con la sua chitarra regala la versione acustica di Amarena e Pomezia.

Il palazzetto torna a cantare con Oroscopo, introdotta da un video di Rosario Fiorello e Paolo Fox; Gaetano, annunciata graficamente da un cellulare che squilla; Frosinone e Pesto.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=aqrJVihJTDo]

Sullo schermo compaiono i titoli di coda che annunciano la fine dello spettacolo che ha pienamente soddisfatto le mie aspettative da fan sfegatata.

Certo, speravo che Edoardo cantasse la sua versione di Se piovesse il tuo nome, ma pazienza, me ne farò una ragione e continuerò ad ascoltarla su youtube.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=5BttrxJy7Ew]

 

 

Valeria de Bari 

 

Spesso il mal di vivere ho incontrato: il malessere nell’indie italiano

 

Sesso ed erotismo ai tempi dell’indie italiano

Edith Piaf, la tormentata rinascita musicale del Passerotto

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“Non si lasciano sole le grandi stelle! E’ per questo che sono stelle”

Così affermava Gloria Swanson, nei panni della diva Norma Desmond, nel film Viale del Tramonto di Billy Wilder. Le ‘star’ infatti brillano sempre e accendono il cammino di chi le guarda, come un naufrago nel mare o un disperso nei boschi. Solo loro ci indicano la giusta strada, sia che stiano per esplodere o che siano nel pieno del loro splendore.

Tante dive hanno illuminato la via di molte persone, sia tramite la loro arte sia attraverso la loro vita. Tra queste c’era il Passerotto francese, Edith Piaf. Lei, che fece tornare rosa la vita di molti dopo la guerra. Lei che non rimpiangeva niente, neanche la sua vicinanza ai ghettizzati, alle donne di strada (qualunque esse fossero), ai dimenticati, ai folli. A Edith Piaf, Melania Giglio rende omaggio nello spettacolo, da lei scritto e interpretato, Edith Piaf – L’usignolo non canta più, con la regia di Daniele Salvo, in scena al Teatro della Cometa fino al 3 febbraio.

Siamo nel 1960. Edith si è ritirata dalle scene. Il fantasma di Marcel Cerdan la ossessiona, oltre alla dipendenza dall’alcool e dai farmaci per combattere una dolorosa e evidente artrite. La sua fiamma si è spenta. La sua gioia di vivere c’è più: come poter cantare ‘La vie en rose‘ se non la si vede più?

Alcuni però hanno ancora bisogno di lei, della sua voce, della sua energia. Come Bruno Coquatrix, direttore artistico dell’Olympia, considerato il ‘tempio sacro’ della musica parigina, che va a bussare alla sua porta per farla cantare. È qui che due amici, colleghi, anime irrequiete parlano, ricordano, litigano e cantano. Riuscirà Coquatrix a far uscire dal nido il Passerotto di Francia?

Piaf Melania Giglio

Lo Spettacolo è veramente degno di questo nome.

Escludendo il fatto che la biografia di una cantante come la Piaf è di per sé uno show, chiunque non conoscesse niente dell’artista riuscirebbe qui a capire tutto di lei e del suo mondo in un’ora. In un solo giorno, in un salotto Bruno Coquatrix (interpretato da Martino Duane) e Edith Piaf (Melania Giglio) si confrontano a un ritmo degno di un battito cardiaco, a volte lento e tranquillo, per poi diventare accelerato e forte. La scenografia è elegante e semplice, ricca nei minimi particolari. Ogni cosa ha un suo perché, ogni elemento inserito per un motivo, un richiamo. Si pensi al telo che ricopre tutto all’inizio, come la nebbia della malinconia; e che con soffio viene tolto, ridando colore alla scena. Oppure la…casualità dell’abbigliamento rosa (come quella vita cantata) della protagonista.

Lo spettacolo però è lei, Melania Giglio. Parliamo dell’autrice.

Il testo racconta tutta la vita di Edith Piaf, con il rispetto di chi l’ha ammirata e la minuziosità di chi vuol raccontare una storia vera, vissuta, autentica. Una biografia quasi. Ci sono parti romanzate? Non ha importanza. Alcune persone hanno conosciuto la cantante francese solo nel 2007 con il film ‘La vie en rose‘. Non ci viene descritto il tutto però con distanza, ma come solo un testo teatrale sa fare. Edith infatti nega fino all’ultimo quanto gli manchi Marcel, così come quale fosse la vera essenza della sua amicizia con la Berteaut (chiamata amichevolmente Momone). Sarà Coquatrix a ricordare insieme a lei alcune personalità, come Yves Montand e Leplée. Un testo ricco di emozioni, ricordi, rabbia e malinconia.

Parliamo della cantante.

Edith Piaf…No dico: Edith Piaf. Una delle voci divine francesi. Il paragone è notevole! Melania Giglio invece riesce nell’intento. Forse è riduttivo dire ‘riesce’. Infatti per molti, anche quando interpretano grandi personalità e ne gestiscono la voce, durante il canto le cose cambiano. Per lei no. Eseguendo brani che si associano subito alla voce della Piaf, Melania Giglio ci accoglie con ‘La vie en rose‘, ci commuove con ‘L’accordeoniste‘, ci mostra abilità con ‘Bravo pour le clown‘ e ci dà speranza con l’eterna ‘Non, je ne regrette rien‘. Tutto con un buon francese anche.

Piaf Melania Giglio

Parliamo infine dell’Attrice.

Lo studio alle spalle si vede. La complicità già collaudata con Martino Duane (anche lui perfetto nella parte, purtroppo un po’ da contorno rispetto a lei) e con Daniele Salvo anche. Ben sapendo tutto ciò, ci stupisce. Già dalla sua entrata. Gobba, lenta, sofferente. Il capriccio della viziata, dell’ape regina abituata ad avere solo uomini intorno. Il grugnito onnipresente sul suo volto. Aiutata anche (va detto) da un buon trucco e parrucco, la prima impressione arriva.

Si fa caso poi a un dettaglio, anche se non è poi così piccolo poiché era l’elemento che distingueva il canto del Passerotto: l’uso delle mani.

Si vede quanto, nella sua Piaf, Melania Giglio abbia dato importanza ai suoi arti superiori. Sono sempre rannicchiate, come davvero distrutte da quell’artrite che ossessionava la cantante francese. Anche durante le canzoni, le due donne si somigliano molto. Da applauso il cambio di atteggiamento, dopo lo sfogo di Coquatrix, dove lei ‘ammette’ di essere stata un po’ infantile. Autoironica ma permalosa, incapace di accettarsi per come è diventata, dallo spirito un po’ cameratesco: il corpo, le gambe, la schiena e, soprattutto le mani ci mostrano tutto questo. Per non parlare delle espressioni del viso ma quelle con, Melania Giglio, sono praticamente scontate.

Piaf Melania Giglio

Ritmo, storia, interpreti, testo, un tocco un po’ retrò, senza esagerazioni o effetti speciali.

5 stelle su 5.

 

Francesco Fario 

La giornata della memoria: alcuni film per non dimenticare

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In occasione della giornata mondiale della memoria, vogliamo ricordare alcuni film sulla Shoah. Per non dimenticare. shoa

Come ogni anno, il 27 gennaio si celebra la giornata mondiale della memoria affinché gli orrori dell’Olocausto non vengano più ripetuti. Quest’anno abbiamo deciso di celebrare questa giornata citando alcuni dei film che hanno toccato il tema della shoah.

Schindler’s List

In occasione del 25° anniversario del film, tornerà nelle sale per alcuni giorni, fino al 27 gennaio.

La vita è bella

Capolavoro di Benigni, che procurò all’Italia un oscar nel ’98. Indimenticabile, la meravigliosa colonna sonora di Piovani.

Il bambino con il piagiama a righe

Tratto dall’omonimo romanzo, il film che racconta dell’amicizia tra due bambini divisi da un filo spinato.

Il diario di Anna Frank

Pellicola del 1959 e tratto dall’omonimo romanzo, simbolo dell’olocausto, vinse 3 premi Oscar.

Hannah Arendt

Arrivato in Italia nel 2014, questo film racconta dell’esperienza della giornalista Arendt con il processo al nazista Adolf Eichmann. Sarà la scoperta della banalità del male.

Serena Vissani

MasterChef Italia 8: intervista all’autore Davide D’Addato

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MasterChef non ha bisogno di presentazioni: è il cooking show più famoso della tv e in Italia è giunto alla sua ottava edizione.

La prima puntata, andata in onda giovedì 17 gennaio, è stata seguita da 1.103.625 spettatori medi (in crescita del +7% rispetto all’esordio della scorsa edizione) e 1.596.088 spettatori unici: un vero successo.

Quando guardiamo la tv spesso dimentichiamo che dietro un programma c’è un’enorme macchina produttiva che coordina il lavoro di tantissimi professionisti.

Ho fatto due chiacchiere con Davide D’Addato, autore di MasterChef, per scoprire qualcosa in più del programma e del dietro le quinte. Mi piacerebbe dirvi che ci siamo incontrati in un bar di Isola a Milano, ma la realtà dei fatti è che Davide è sempre in giro per portare contenuti sui nostri schermi. Quindi ho dovuto raggiungerlo telefonicamente: lui è su un treno che lo porta chissà dove e io sono comodamente seduta alla mia scrivania.

MasterChef Italia 8: il re dei programmi sulla cucina

Davide, come sei diventato autore tv?

All’università ho studiato Linguaggi dei media e, subito dopo la laurea, ho iniziato uno stage a “Il grande talk”, un programma che parlava di programmi televisivi. Erano altri tempi: esistevano solo sette canali e la tv aveva il tubo catodico.

Al mio secondo programma ho lavorato come redattore per Crozza. Erano i tempi della stagione dei record di “Italialand” (Berlusconi si era appena dimesso). Poi per “G Day” con Geppi Cucciari mi sono occupato del montaggio dei servizi, in quanto redattore senior. Il programma era in diretta e andava in onda quotidianamente. È stata una “guerra”: tutti i giorni ero continuamente sotto pressione, ma è stato stimolante.

Poi ho fatto un late night su Rai 3: “Il volo in diretta”. Dopodiché mi sono trovato a piedi e ho mandato un cv a una piccola casa di produzione: qui ho lavorato per la prima volta come autore interno; scrivevo format e ho collaborato con Mastrota. Lo ricordano tutti per le telepromozioni ma è un grandissimo professionista.

Successivamente ho seguito i branded content di X Factor: passavo dai tutorial di trucco a video con gli youtuber e a quiz per gli sponsor. È stata una bella palestra.

Ho poi collaborato a una prima serata di Rai 3 e a una web series dedicata ai maturandi del Parini.

Dopo ho fatto un anno in un’agenzia di comunicazione a gestire video di automobili, probabilmente perché ero l’unico a capire qualcosa di motori.

Poi ho scritto un programma di gag con delle belle ragazze per Endemol e da lì ho fatto MasterChef, poi “Cucine da incubo”, poi ancora MasterChef e poi ancora Cucine e poi ancora MasterChef.

Ma quanti anni hai? Sessanta?

39 … tra un mese.

Quando hai deciso che volevi fare l’autore televisivo?

Ho deciso di diventare autore televisivo in corso d’opera. In generale volevo occuparmi di contenuti ma all’inizio non sapevo bene cosa volevo fare. Sono cresciuto con dei mostri della televisione come Bottura, Monarca, Cananzi e pensavo “non sarò mai come loro”. Invece poi ho capito che potevo trovare la mia dimensione e in effetti l’ho trovata.

E da piccolo cosa volevi fare?

Da piccolo volevo fare il pilota di macchine. D’altra parte ero un bambino milanese degli anni ’80 cresciuto con dei genitori che appena potevano mi mettevano davanti alla tv con un piatto di sofficini. Per questo ho una grande cultura televisiva, perché la tv è sempre stata un’amica, un conforto.

Ora cosa guardi in tv?

Quando accendo la televisione a caso, per avere compagnia, sono fisso su SkySport24.

Come l’italiano medio?

Esatto esatto (ride). Quando accendo la tv per guardare i programmi che mi piacciono vedo i grandi show, come X Factor, serie di Sky, film e Food Network, se non mi addormento, perché ho questo problema di addormentarmi seduto sul divano. In generale per deformazione professionale guardo tutte le prime puntate dei programmi nuovi.

Gioie e dolori del tuo mestiere?

Goie: esprimere la creatività e soprattutto vedere il mio nome nei titoli di coda.

Dolori: ci si fa il mazzo. Bisogna creare a comando. E poi c’è il grande tema della precarietà.

Mi è successo raramente ma quando mi è capitato di stare fermo è stato tosto: credere in se stessi, avere davanti l’oceano del non sapere cosa farai potrebbe farti sbroccare se non sei psicologicamente bilanciato.

A quale programma vorresti lavorare a tutti i costi?

Top Gear – che adesso è diventato “Grand Tour” su Amazon – e Man vs Food. In Italia però sarebbe difficile trovare gli stessi fenomeni da baraccone che ci sono in America. Lì ci sono delle fiere e la gente si può iscrivere alle gare: c’è molto materiale umano.

Ancora motori e cibo, quindi. Ma tu sei un bravo cuoco?

Ho appreso a livello teorico, ma non ho mai messo in atto le conoscenze. Poi per cucinare devi avere tantissima voglia e tantissima voglia di sbagliare. Mi piace fare arrosti e paste, nulla di sofisticato. “Nella semplicità bisogna trovare l’eccellenza” come dicono i nostri Chef.

Cosa ci dici degli Chef?

Con Antonino lavoro da due anni, lo conosco un po’, mi diverte molto. È una persona attenta al lavoro altrui. Quest’anno poi mi ha sorpreso molto Giorgio Locatelli: è sensibile, aperto, si mette in discussione, è interessato a cosa sta facendo. Sono entrato molto in sintonia con lui.

Ti sei mai preso una pacca da Antonino Cannavacciuolo?

Sì sì ovvio, fa malissimo!

Qual è l’edizione di Masterchef a cui sei più affezionato e perché?

A questa qui, l’ottava, perché ho avuto la possibilità di lavorare con degli esseri umani di grande valore. Sono entrato in empatia con i concorrenti. Mi sono occupato di tutta la parte dei casting e degli aspiranti Masterchef, in modo tale che ognuno di loro potesse dare il meglio per se stesso e per il programma.

Perché dobbiamo assolutamente guardare MasterChef giovedì?

Sarà un’edizione con un sacco di sorprese, bellissimi personaggi che sanno cucinare benissimo. Ci sarà una bella sfida culinaria.

Hai un concorrente preferito?

Mmmmm … Io cercherei di rimanere super partes, anche per non spoilerare.

E dopo MasterChef cosa farai?

Non te lo posso dire…

Fai il prezioso …

Ti ricordi la scena di Boris in cui Ferretti se la prende con la televisione di qualità. Secondo te una televisione di qualità è possibile?

Certo, se sei disposto a rinunciare a una parte degli ascolti. Il pubblico va sempre educato e una volta educato sarà in grado di fare lo sforzo necessario per seguirti. Sky fa televisione di qualità. Ha una mission diversa dalla televisione generalista.

So che sei un musicista. Come ti aiuta la musica nel tuo mestiere?

Il senso del ritmo ti aiuta nel montaggio video.

Per CulturaMente io scrivo sempre delle playlist, che tu leggi e ascolti, spero. Ti va di scegliere per noi 5 brani che ti hanno cambiato la vita?

“Innuendo” dei Queen; è la prima canzone “seria” che ho ascoltato da bambino.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=ZrJngCioc4o]

 

“State of love and Trust” dei  Pearl Jam. Ho letteralmente consumato la videocassetta di un loro live e su questa canzone ho deciso di suonare la batteria.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=FdgJl1AIsto]

 

“The Everlasting” dei Manic Street Preachers con cui mi sono affacciato al brit pop e l’ho amato.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=FeU_qC5tBOE]

 

“What’s the frequency Kenneth?” dei REM. È la seconda canzone che hanno cantato al concerto del ’99 a Bologna. Lo ricordo come fosse ieri.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=jWkMhCLkVOg]

#41 dei Dave Matthew’s Band. Vatteli ad ascoltare se non li conosci, mi ringrazierai.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=9Sk55fGpf9M]

 

Valeria de Bari

L’idea di ucciderti al Teatro Ghione. Quando l’amore è un’arma di distruzione di massa

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Al teatro Ghione fino a domenica 27 gennaio L’idea di ucciderti.

Uno spettacolo che mette in scena la storia di un uomo che sta cercando di salvare un mondo, il suo, ma che dipana anche altre storie, in un intreccio terribile e assolutamente reale.

In una fredda sala di un penitenziario, sul far della notte, si svolge un lungo, complesso, drammatico interrogatorio.

Da una parte Luca Modin, accusato di un efferato uxoricidio. Dall’altra una tenace pubblico ministero che vuol far luce su una storia che sembra chiara ma che in verità non lo è.

In mezzo un impaurito avvocato (Antonio Rampino), un giovane carabiniere con un’infanzia difficile (Mauro Racanati) e una affascinante cancelliera (Francesca Annuziata).

Tutti con una loro storia da raccontare, tutti con dei segreti da confessare.

In quella sala, mentre la notte distende le sue nere mani, lentamente si sfila la storia dell’accusato ma anche quelle di tutte le altre persone presenti.

Storie oscure, tutte da scoprire.

Un inferno che spalanca le sue fiammeggianti porte, svelando le vite di poveri dannati.
All’alba, quando quell’estenuante interrogatorio ha finalmente fine, ogni cosa è illuminata, tutto è drammaticamente chiaro.
Scritto e diretto da Giancarlo Marinelli L’idea di ucciderti, come ricorda il suo stesso autore, «è una storia vera, non nella tragedia qui scritta, ma nei presupposti che avrebbero potuto condurre a quella tragedia.»
Tutto ruota intorno al serrato confronto fra l’indagato, interpretato da Fabio Sartor e già apprezzato sul palco del Ghione per il bellissimo Giro di vite, e il pubblico ministero, a cui da voce e anima la bravissima Caterina Murino che interpreta, con fascino e dirompente fisicità, anche la moglie di Luca Modin.

I due si studiano, si scrutano, si sfidano, mettendo in gioco la loro astuzia, la loro intelligenza, il loro vissuto.

Ma alla fine necessariamente i due si fidano uno dell’altra, forse non possono farne davvero a meno.

C’è una verità da scoprire ma anche al tempo stesso una verità da difendere. Ci sono ombre da fugare, pezzi di un puzzle da ricomporre e tutto prima che la tragedia non diventi irreversibile, facendosi abbacinare da un’incipiente alba.

C’è un uomo in balia della corrente da salvare, c’è una verità apparente da fugare e una reale da svelare.

L’idea di ucciderti, in scena fino a domenica 27 gennaio al teatro Ghione di Roma, che si distingue sempre per portare sul palco storie mai banali, non è un testo sul femminicidio o ancor di più sul maschicidio, come scrive Martinelli.
Si tratta di un testo coraggioso sull’amore inteso, però, «come un’arma di distruzione di massa, sull’amore come trappola mortale, sull’amore che dovrebbe essere la negazione di ogni luogo comune.»

L’idea di ucciderti è anche uno spettacolo sulla mala giustizia, su come, talvolta, purtroppo, in un’aula di tribunale non si accerti la realtà dei fatti ma solo una presunta verità.

Da applausi la prova di tutti gli attori in scena che danno vita a interpretazioni tutte molto fisiche, nelle quali, prima che la voce a parlare sono i loro corpi.
Menzione speciale per Paila Pavese che presta il suo volto a due donne molto diverse fra loro: la mamma del pubblico ministero e quella della donna uccisa.
Molto riuscite le scene di Lisa De Benedittis che permettono, attraverso un sapiente gioco di luci, dirette da Luca Palmieri, di raccontare il presente e il passato di tutti i protagonisti in scena, in un quadro di insieme che ricorda certi dipinti di Giotto dove, su un’unica superficie, più storie sono semplicemente e straordinariamente narrate.
Senza svelare il finale, possiamo dire, prendendo in prestito le parole dello stesso regista, che alla fine la risposta non c’è, non può esserci.
Perché il teatro non si occupa del vaccino, ma solo del contagio!
*Le foto presenti in questo articolo sono di proprietà del teatro Ghione
Maurizio Carvigno

Si chiama Rowdy il discorock ‘n’ roll degli italiani The DiMaggio Connection

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Rowdy, il terzo disco dei Di Maggio Connection è un orgoglio tutto italiano

Non capita sempre di poter vantarsi a livello mondiale di qualcosa fatto nel bel paese, e questa volta ci siamo riusciti. Si chiama Rodwy ed è il terzo lavoro discografico della talentuosa band di rockabilly The Di Maggio Connection.

L’album è un gioiellino per gli amanti del genere per la qualità e la bellezza dei brani a cui è stata posta un’attenzione negli arrangiamenti. Non è cosa da poco se si tiene conto che viviamo in un epoca molto lontana da quella in cui questo genere musicale ha avuto il suo apice di fortuna. Inutile girarci intorno, in questo album c’è una star del mestiere: Marco Di Maggio, un vero portento della chitarra rock and roll. Tra i vari riconoscimenti è stato eletto anche Honorary Member dalla Official Rockabilly Hall of Fame. Un eccellente lavoro lo hanno svolto anche il contrabbassista Matteo Giannetti e del batterista Marco Barsanti a formare un’ottima band.

Un disco che rievoca molte nostalgie ma che ci rassicura sul tempo che viviamo

Il risultato è stato un disco che rievoca il sound anni cinquanta e sessanta ma con vesti alla moda. Nel disco sono presenti dodici brani, dei quali tre sono dei “remake” di grandi classici, su tutti una magnifica versione di Smoke On The Water. Un ascolto più che piacevole per chiunque non sia avvezzo a questo tipo di sonorità e sicuramente apprezzatissimo, per tutti coloro che amano il rock ‘n’ roll, rockabilly e dintorni. L’elemento innovativo di questo disco consiste proprio nel saper continuare una tradizione musicale portandola avanti fino ad oggi, senza per questo risultare anacronistica.

rockabilly
              The Di Maggio Connection

Il sound del disco rivela tutta l’esperienza del gruppo in particolare quella del leader giunto alla sua dodicesima pubblicazione totale.  In questo lavoro in particolare si percepisce un’ottima sintonia del trio, rendendo così il disco qualitativamente omogeneo in tutti i suoi momenti. Ascoltando Rowdy, la prima impressione è che in Rowdy ci sia tutto ciò che un buon disco di Rock ‘n’ Roll dovrebbe avere: ritmo, melodia, groove e in questo caso anche una giusta dose di virtuosismi musicali che arricchiscono il tutto.

Let’s goin on, let’s groovin on

L’unica speranza che si può avere per The Di Maggio Connection che questo progetto possa continuare a esistere e a regalarci altri splendidi lavori musicali come questo e poter tornare a parlarne nella nostra sezione di musica . La loro musica ha un potere,  quello di metterci di buon umore nelle peggiori giornate, facendoci scordare tutto, buttare via giacca e farci mettere a ballare. Si esattamente come su Pulp Fiction.

Tommaso Fossella

Alessandro Borghi e Suburra stanno per tornare

Torna la nuova stagione di Suburra dal 22 febbraio 2019 solo su Netflix

A circa un mese dal debutto della seconda stagione di Suburra, la serie, previsto il prossimo 22 febbraio 2019, Netflix rilascia oggi il trailer ufficiale. Suburra, la serie è il primo crime thriller italiano originale Netflix prodotto da Cattleya in collaborazione con Rai Fiction.

Nel trailer Aureliano, tra le ombre dei personaggi a lui cari scomparsi nella prima stagione, Spadino, stanco di prendere ordini, e Lele, entrato in polizia dopo la morte di suo padre, dimostrano di essere ancora più determinati e pronti a tutto per avere il controllo di Roma e della politica.

 

Tratta dall’omonimo romanzo scritto da Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, Suburra, la serie 2 è ambientata nei quindici giorni che precedono le elezioni del nuovo sindaco di Roma, a tre mesi dalla fine della prima stagione. La battaglia tra criminalità organizzata, politici corrotti e la Chiesa si fa ancora più intensa e i personaggi diventano sempre più affamati di potere. Quali nuove alleanze stringeranno i protagonisti?

E quali nuove strategie metteranno in atto per conquistare il controllo del litorale romano?

Nel cast Aureliano (Alessandro Borghi), Spadino (Giacomo Ferrara), Lele (Eduardo Valdarnini), Sara Monaschi (Claudia Gerini), Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro) e Samurai (Francesco Acquaroli). Accanto a loro, altri personaggi già presenti nella prima stagione si riveleranno decisivi nelle dinamiche del potere: la sorella di Aureliano, Livia Adami (Barbara Chichiarelli), Adelaide Anacleti (Paola Sotgiu) e Angelica (Carlotta Antonelli), rispettivamente la madre e la moglie di Spadino.

Le vicende dei protagonisti si intrecciano a quelle di nuovi personaggi che entrano a far parte del cast secondario: Nadia (Federica Sabatini), giovane figlia di un piccolo boss di Ostia che sarà complice di Aureliano. Cristiana (Cristina Pelliccia), poliziotta schietta e determinata che metterà i bastoni tra le ruote alla carriera di Lele. E infine Adriano (Jacopo Venturiero), speaker radiofonico, nonché “figlioccio” di Samurai, che segue attivamente le vicende del candidato sindaco Cinaglia.

La seconda stagione è scritta da Barbara Petronio – che cura anche la supervisione editoriale – Ezio Abbate e Fabrizio Bettelli, e diretta da Andrea Molaioli (Suburra La Serie, La ragazza del lago, Il gioiellino) e da Piero Messina (L’attesa).

Suburra: la serie, Netflix porta la sporcizia di Roma nelle nostre case

La Redazione

“Sindacato dei sogni” è il nuovo album dei Tre allegri ragazzi morti

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Tre allegri ragazzi morti è il gruppo indipendente più amato d’Italia.

Conosciuti perché nascondono la loro identità dietro una maschera di teschio disegnata dal cantante, Davide Toffolo (noto autore di fumetti e graphic novel) Tre allegri ragazzi morti sono considerati uno dei pilastri della scena punk rock alternativa italiana fin dalla loro formazione, nel 1994.

La band ha ispirato le ultime generazioni di artisti e ha dato senso alla parola indipendente, pubblicando con l’etichetta  La Tempesta Dischi, la più significativa musica degli ultimi 20 anni: Le luci della centrale elettrica, The Zen Circus, Il pan del diavolo, Maria Antonietta, solo per citarne alcuni.

Il loro nuovo album di inediti si intitola “Sindacato dei sogni” e arriva tre anni dopo “Inumani”, il precedente lavoro discografico.

Il titolo è un chiaro omaggio al rock psichedelico: “Sindacato dei sogni” è la traduzione di The Dream Syndicate, il gruppo californiano formato nel 1981 da Steve Wynn, esponente del movimento musicale Paisley Underground.

Il disco è stato anticipato dai singoli “Caramella”, “Bengala” e “Calamita”,  i nomi dei tre gattini protagonisti della copertina.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=__avXKX6Y0I]

Di questo terzo singolo la band ha detto:

Ironico e realistico allo stesso tempo, il testo del brano si presta ad una parafrasi che qui offriamo solo nella parte finale del testo: 

“Nella città di carta più piccola del mondo” / Pordenone, dove ci sono molti disegnatori di fumetti, Davide compreso, ha dimensioni pari ad un quartiere di un’altra città. Pordenone ha cinquantamila abitanti, come ad Atene quando nacque la democrazia.

“Dove la notte è fredda e siamo in giro in tre” / Dove la temperatura in inverno si abbassa molto, e dove sono anche difficili le relazioni. È anche la città dei Tre allegri.

“Dove c’erano i punk meglio vestiti al mondo” / Il primo disco punk auto-prodotto è stato realizzato a Pordenone da punk notoriamente stilosissimi (Tampax, Hitler SS).

“E dove c’è di sfondo il Fujiyama” / Come diceva Pier Paolo Pasolini, lo skyline della città di Pordenone, con il Monte Cavallo alle spalle, ricorda proprio quello giapponese.

Il Sindacato dei sogni tour toccherà ben 15 tappe in tutta Italia partendo da Ravenna il 16 febbraio e chiudendo a Roma il 18 aprile.

Ecco tutte le tappe:

16-02-2019 Ravenna – Bronson

23-02-2019 Senigallia (AN) – Mamamia

02-03-2019 Padova –  CSO Pedro

08-03-2019 Brescia – Latteria Molloy

09-03-2019 Livorno – The Cage

15-03-2019 Santa Maria a Vico (CE) – Smav

16-03-2019 Conversano (BA) – Casa delle Arti

22-03-2019 Trieste – Teatro Miela

23-03-2019 Bologna – Estragon

29-03-2019 Roncade (TV) – New Age

30-03-2019 Lugano – Studio Foce

05-04-2019 Torino – Hiroshima Mon Amour

13-04-2019 Arezzo – Karemaski

16-04-2019 Milano – Alcatraz

18-04-2019 Roma – Monk

 

Stay tuned!

 

 

Credits: La foto del gruppo in copertina è di Ilaria Magliocchetti Lombi.

Tom. Istruzioni su come custodire un’amicizia

Nel cuore di Roma, al Teatro Trastevere, dal 22 al 27 gennaio in Prima assoluta in scena Tom. Una tromba, baffi arruffati e tanti grattini. Un gatto speciale sulle note di Space Oddity ci racconta il valore della vera amicizia.

Il rumore delle onde, la veranda di una vecchia casa al mare e uno strano gatto che suona la tromba.

Si apre così la prima scena di Tom, spettacolo dai mille toni che riflette sul dono dei ricordi e sulla possibilità di mantenerli in vita.

Il giovane e triste Leo ormai da anni vive nella sua casa al mare, insieme al suo fedele gatto Tom, un randagio che con cura ha lui stesso addomesticato e dal quale è inseparabile.

La ricerca improvvisa di un nuovo padrone per Tom spinge Leo a contattare Jo ed Anna, due vecchi amici di adolescenza con i quali ha condiviso davvero tutto ma che, per le vicissitudini della vita, ha perso di vista.

Resoconto di una rimpatriata:  viaggio nei ricordi e quesiti dell’anima

In un’ atmosfera silenziosa e pacifica e in quella casa che improvvisamente sembrava essere il centro del mondo per Tom e Leo, irrompe la rumorosa presenza del passato.

Dopo i primi imbarazzi, i tre amici iniziano a dar voce alle proprie esistenze ormai apparentemente così diverse.

I ricordi di infanzia legati al gioco, alla leggerezza, lasciano il sorriso sulle labbra e fanno spazio ad analisi approfondite su ciò che si era e ciò che nel tempo si è diventati, sperando di ritrovare ancora parte di quella fanciullezza nel caos delle loro anime.

Alle risate seguono le inevitabili incomprensioni causate dalla distanza, dal non detto o dal non fatto, da ciò che si desiderava e non si è mai realizzato, da verità dolorose.

Un tripudio di emozioni che cade giù pungente, come la pioggia della tempesta che li coglierà di sorpresa. L’atmosfera seguente delineerà un affetto mai svanito e il desiderio, nonostante tutto, di credere ancora in un’ avventura insieme.

Tom: al suon di tromba un monologo sull’esistenza

I flussi di coscienza di Tom, sensibile a ciò che accade attorno a lui,spezzano la linearità delle scene. Il suo mondo e quello di Leo, ormai amici per la pelle, sembra subire delle modifiche.

Tra grattini e coccole vicendevoli, il simpatico gatto non sembra essere pronto a lasciare andare quel mondo che lo ha condotto lontano dalla strada e più vicino al cuore di una vera casa e di un vero legame.

I pensieri di Tom parlano di eternità, di amicizia, dell’incapacità di abituarsi agli imprevisti che la vita ci mette davanti, della consapevolezza che, prima o poi, toccherà farlo.

Le parole di Tom, alternate al suono della sua tromba, ci spiegano quanto i ricordi siano importanti e, più di ogni altra cosa, quanto condividerli con qualcuno sia importante. Solo in questo modo il ricordo vivrà per sempre nella memoria.

Ad aiutare Tom, fornendo dinamicità e colore alla pièce, giunge Alex, un giovane ragazzo sulla soglia dell’età adulta che si appresta ad affrontare un grande viaggio. Il suo vivere  a cavallo tra la spensieratezza e la consapevolezza dell’adulto giocheranno un ruolo molto importante per Leo e i suoi amici.

Condividere è vivere

Uno spettacolo teatrale di Rosalinda Conti con la regia di Matteo Ziglio, interpretato da giovanissimi, talentuosi ed espressivi attori (Giuseppe Ragone, Gioele Rotini, Marco Usai,Fabrizio Milano, Giordana Morandini) che scuote gli animi, emoziona e lascia agire il cuore.

Sulle note di Space Oddity e il racconto del suo Major Tom, questo strano viaggio che è la vita approda come una navicella spaziale ad una conclusione che ci mette in gioco e segna il cammino di ciascuno.

La nostra avventura avrà davvero un senso se saremo capaci di prenderci cura di qualcosa o di qualcuno malgrado gli evidenti limiti e rispetto all’immensità di un infinito indefinito.

È la condivisione della vita che la rende eterna, oltre il tempo che scorre e le pareti di una casa al mare.

Solo così le nostre orme sulla sabbia non saranno trascinate via dalle onde e basta; solo così resteranno indelebili: se qualcuno si ricorderà di aver passeggiato insieme a noi.

Maria Grazia Berretta

“Noi siamo Afterhours”: il docufilm che racconta 30 anni di storia della band milanese

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Uscirà il 25 gennaio Noi siamo Afterhours il primo progetto live della band milanese di Manuel Agnelli: 2 CD e DVD con il concerto sold out al Forum d’Assago del 10 aprile scorso e il docufilm che racconta i 30 anni di storia degli Afterhours.

Le immagini del concerto si alternano alla voce narrante di Manuel che conduce lo spettatore in un viaggio intimo attraverso la musica di una band entrata nella storia del rock italiano.

Il docufilm è stato diretto da Giorgio Testi nominato ai Grammys per il suo lavoro con i Blur in No distance left to run/Live at Hyde Park.

In occasione della pubblicazione di Noi siamo Afterhours è stata programmata una serie di incontri esclusivi con il pubblico:

MILANO, 25 GENNAIO  SKYLINE MULTIPLEX CENTRO SARCA h 15.00

TORINO 26 GENNAIO MONDADORI CC 45 NORD h 15.00

GENOVA 28 GENNAIO FELTRINELLI VIA CECCARDI h 18.00

PADOVA 29 GENNAIO FELTRINELLI CAFFÈ PEDROCCHI h 18.00

SAVIGNANO (FORLÌ-CESENA) 30 GENNAIO UCI CINEMAS ROMAGNA CC ROMAGNA SHOPPING VALLEY h 15.00

PESCARA 31 GENNAIO FELTRINELLI VIA MILANO h 18.00

BARI 1 FEBBRAIO FELTRINELLI VIA MELO h 18.00

SALERNO 2 FEBBRAIO CINEMAXIMALL CC MAXIMALL h 15.00

ROMA 3 FEBBRAIO FELTRINELLI VIA APPIA h 17.00

Io amo gli Afterhours e per celebrarli vi propongo la mia personale selezione di dieci canzoni della band che, ancora oggi, al loro milionesimo ascolto mi regalano un sussulto emotivo indescrivibile a parole.

Voglio una pelle splendida 

Passo le notti
Nero e cristallo
A sceglier le carte
Che giocherei
A maledire certe domande
Che forse era meglio
Non farsi mai

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=7HqSRYs0TZI]

Non è per sempre

Ma non c’è niente
Che sia per sempre
Perciò se è da un po’
Che stai così male
Il tuo diploma in fallimento
È una laurea per reagire

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=qQK5aYNfd_M]

Male di miele

Copriti bene se ti senti fredda
Hai la pressione bassa nell’anima
Com’è strano il sapore che non riesco a sentire
Male di miele
E la grandezza della mia morale
È proporzionale al mio successo

 

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=0ECJoiGkBpk]

 

Quello che non c’è 

Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo
Rivoglio le mie ali nere, il mio martello
La chiave della felicità è la disobbedienza in sé
A quello che non c’è

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=DVRf6zoFbyE]

Pelle

E puoi maledire
La tua bocca
Se sbagliando mi chiama
Quando lui ti tocca

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=buE2TZxOQGo]

Ballata per la mia piccola iena

L’autista che ti guida ha una sola mano
Ma vede cio che credi invisibile
Nel tuo piccolo mondo fra piccole iene
Anche il sole sorge solo se conviene
Fra piccole iene, solo se conviene
Mia piccola iena, solo se conviene

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=PgXqBAKu2cc]

Dentro Marylin

Lei è qua, falsità come, radioattività
Che mentre c’è da osare
Uccide lo spettacolo carnale
E l’anima brucia più di quanto illumini
Ma è un addestramento mentre attendo
Che io m’accorga che so respirare
Che sei il mio sovversivo
Mio sovversivo amore
Non c’è torto o ragione
E’ il naturale processo di eliminazione

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=0L-hQYv3IcA]

Ci sono molti modi

È quello che sai che ti uccide o è quello che non sai
a mentire alle mani, al cuore, ai reni
lasciandoti fottere forte
per spingerti i presagi
via dal cuore su in testa, sopprimerli

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=GmeruGkVjLw]

 

Sangue di Giuda

Sai quando tornerai io sarò già via

Senza un’idea

Vendendo roba tua

Riciclandomi

Restando vivo

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=j5MWgJ8jimA]

La verità che ricordavo

Spiego ai miei sogni
il concetto di onestà
loro che si son trasformati
in una professione adatta
voglio la verità che ricordavo
perché questa è troppo brutta

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=kJGDr0v-qsY]

 

Valeria de Bari

Immagine di copertina: www.afterhours.it

MasterChef Italia 8: il re dei programmi sulla cucina

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Si ricomincia a sintonizzarci su Sky Uno il giovedì sera: ricomincia MasterChef Italia!

I programmi televisivi dedicati alla cucina non mancano di certo; sono disponibili a ogni ora del giorno su qualsiasi canale. Eppure, MasterChef è MasterChef. È il talent show culinario più popolare in Italia, tra i più seguiti e quello in grado di appassionare non solo aspiranti cuochi o appassionati di cucina, ma anche chi, in mezzo alle pentole, entra nel caos più totale. Forse è merito della simpatia dei giudici che lo conducono. Forse è perché si tratta di un programma di puro intrattenimento che sa il fatto suo. O forse perché vedere esseri umani che affrontano delle sfide, si mettono alla prova, cercano di riscattarsi da esistenze deludenti è catartico.

Giovedì scorso è iniziata l’ottava stagione del programma italiano.

Anche quest’anno c’è un’importante novità per quanto riguarda i giudici. Il posto lasciato vacante dalla chef Antonia Klugmann viene preso da Giorgio Locatelli, cuoco italiano emigrato a Londra dove ha un suo ristorante – la Locanda Locatelli – che serve piatti della tradizione italiana (una stella Michelin). Locatelli era stato uno degli chef ospiti della scorsa stagione. Durante le prime puntate sono immediatamente venute fuori la sua grande energia e la passione per il proprio lavoro. Sembra anche molto simpatico e sarà divertente vedere che siparietti riuscirà a creare con Cannavacciuolo, Bastianich e Barbieri. Peccato, però, che si torni così a una giuria formata da soli uomini.

MasterChef Italia 7: quella discesa innevata verso il traguardo

Come sempre, prima di entrare nella famosa cucina del programma è necessario conoscere i concorrenti.

Assistiamo alle selezioni degli aspiranti cuochi e da subito iniziamo a conoscerne storia, personalità, punti forti e deboli. Ci sono alcune prove che divertono per la simpatia o per le stravaganze dei concorrenti. C’è Verardo che cede il gilet regalatogli dalla ragazza (il più brutto gilet mai visto al mondo, secondo Bastianich) per ottenere il grembiule. C’è la moglie di Claudio che vaga per lo studio alla ricerca del proprio posto. O, ancora, il 37enne Giovanni ancora studente universitario in medicina. Lorenzo si è distino per aver portato il suo “orologio organizzativo”, una sorta di piano orario di lavoro. E come dimenticare Maurizio che, venendo dalla stessa città di Poggio Bracciolini, ha passato tutta la prova a raccontare ai giudici la vita dell’umanista?

Non mancano i momenti più teneri o di forte commozione. Perché a MasterChef arrivano sempre persone interessate a dare una svolta importante alla propria vita. È il caso di Virginia, studentessa di giurisprudenza a cui non piace il percorso intrapreso. Ma è anche quello di Gloria, che non vuole andare in pensione da operaia, ma da cuoca. La signora Anna intenerisce tutti con il racconto della sua storia d’amore con il marito scomparso da qualche anno e con la sua voglia di mettersi in gioco a 72 anni. Federico, invece, ha scelto di fare il cuoco per smettere di condurre una dura vita da pescatore, professione che svolgono tutti i suoi parenti più stretti.

Nelle prossime puntate assisteremo a un’ulteriore selezione: da 40 concorrenti, si passerà a 20.

Chi riuscirà ad entrare? E quali saranno le prove che gli aspiranti chef dovranno superare?

 

Federica Crisci

MasterChef Italia 8: intervista all’autore Davide D’Addato

 

Creed II, che le colpe dei padri ricadano sui figli

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Creed 2 conferma la mia risposta a quella domanda sul miglior sottogenere cinematografico di sempre. Se me la dovessero rifare, risponderei ancora “i film sul pugilato”.

Davvero, nonostante sia anno dopo anno uno sport in declino, al cinema la boxe è sempre bellissima e soprattutto ricchissima di significato. È coinvolgente per gli spettatori, perché li eccita appagando la loro voglia inconscia e repressa di combattere contro i problemi quotidiani e chissà quali nemici. Una funzione terapeutica che non fa veramente male a nessuno. Ed è creativamente utile per gli autori, perché nessuno sport al cinema racchiude così perfettamente la metafora di caduta e redenzione.

Tutti questi strumenti, sia psicologici sia narrativi, Creed 2 li usa spudoratamente. Non è un film che cerca di ribaltare i cliché, perché i film sul pugilato hanno un template chiarissimo. Non è nemmeno un film che cerca di sorprendere veramente gli spettatori, che possono prevedere quasi tutti gli eventi, soprattutto per come sono scaglionati nella narrazione. E, onestamente, non è nemmeno un film che cerca l’innovazione, e questo si riferisce alla mancanza di Ryan Coogler dal primo film, qui non più regista ma solo produttore. Se nel primo film Coogler cercava di intendere e riprendere la boxe in maniera nuova, in questo sequel siamo di fronte ad un approccio molto più classico.

Ma siamo onesti, Creed 2 non lo si va a vedere cercando l’originalità. E, innegabilmente, il film la consapevolezza di tutto ciò. Sa benissimo di non essere un film innovativo e decide di sfruttare a suo vantaggio non solo i vari cliché del genere, ma soprattutto i punti di forza dei personaggi e della saga stessa. L’eredità di Rocky al cinema, insomma.

Se Creed era un film sulla lotta contro la vita, sulla necessità di abbandonare il passato per abbracciare il futuro, Creed 2 invece quel passato lo recupera per analizzare come gli errori di ieri ricadano sull’oggi. C’è un forte senso di inevitabile predestinazione in Creed 2, un discorso quasi biblico sulle colpe dei padri che ricadono sui figli. Il recupero e reinserimento di Ivan Drago da Rocky IV non è, allora, solo una disperata mossa commerciale come si poteva pensare. Semmai, è forse la scelta azzeccata per analizzare quel senso ciclicità maledetta che pervade l’esistenza umana.

Rocky non riesce a liberarsi dai fantasmi della sua vita. Adonis non riesce a creare una sua eredità perché deve terminare gli “affari” lasciati aperti dal padre. Eppure, paradossalmente avendo meno minutaggio a disposizione, le figure più interessanti, tragiche, perfettamente allineate al tema del film, sono Ivan Drago e suo figlio.

Coloro che all’iniziano sembrano dei classici villain robotici ritirati fuori dal passato per l’effetto nostalgia, in realtà sono il simbolo di tutti gli uomini sconfitti dalla vita. Ivan ha vissuto decenni da esiliato, abbandonato, dimenticato, ancorato ad un pensiero di redenzione che può passare solo attraverso il figlio. Quando, ricordando il match di Rocky IV, afferma “per me è come fosse ieri”, non dice una battuta banale, ma un concetto che racchiude come il tempo si cristallizzi nei momenti brutti e non in quelli belli. Suo figlio Viktor, invece, nell’esilio del padre ci è nato, ed è stato allevato solo col rancore: non conosce una vita al di fuori dello stato di abbandono, non conosce una vita che non sia fare a pugni, perché solo quello sa fare.

Come il padre 30 anni fa, anche lui è una macchina letteralmente costruita da altri, ma costruito così perché non ci sono altre alternative.

Il patetismo e la disperazione di Ivan e Viktor non sono intrisi di malinconia, come per Rocky, o di rabbia come per Adonis. La loro è l’espressione dell’impotenza umana davanti al destino.

Attraverso una storia di padri, madri, figli e addirittura nipoti nel finale, di continui passaggi di testimoni e necessità di un lascito generazionale, Creed 2 guadagna una dignità e profondità che dimostrano nuovamente la potenza emotiva di una saga che oramai trascende l’immaginario collettivo. Rispetto ai primi film c’è meno ispirazione e più rassegnazione, ma ciò la rende se possibile ancora più intimista e universale. Gli uomini combattono e sputano sangue perché non possono mai arrendersi di fronte ai drammi della vita, chi si ferma è perduto. I peccati originali passano ai figli anche attraverso le madri, che qui hanno un ruolo essenziale nella formazione di chi sta accanto. Nel bene e nel male.

Forse Creed 2 ha il difetto di giocare troppo sul sicuro, con la struttura e con la narrazione.  Ma raschiando sotto la superficie, il tema dell’eredità umana e l’evidente malessere con cui è analizzato rendono la storia molto più profonda di quanto non appaia. Con etica, orgoglio e esasperazione, il film affronta quello che appare scontato con forza drammatica e cura degli stati d’animo, creando un intenso reticolato cinematografico che conferma l’anima commerciale ma, partendo da quella, scava nell’analisi esistenziale.

Ecco, tra le qualità del genere della boxe al cinema mancava, forse, l’aggettivo “esistenziale”. Solo la saga di Rocky poteva aggiungere anche questo tassello.

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Emanuele D’Aniello