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Ghost, un cult degli anni ’90 senza tempo

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Dille che l’amo!

Regia: Jerry Zucker
Genere: Fantastico, Romantico
Cast: Demi Moore, Patrick Swayze, Whoopi Goldberg, Tony Goldwyn, Rick Aviles, Vincent Schiavelli, Gail Boggs, Armelia McQueen, Stephen Root
Durata: 116 min
NAzione: USA
Anno: 1990

Trama

Sam Wheat, impiegato di banca a New York, conduce un’esistenza felice insieme alla fidanzata Molly Jensen, artista promettente ma dal carattere fragile, con la quale si trasferisce in un loft per iniziare una convivenza. Un giorno Sam, ispezionando alcuni conti correnti, si accorge della presenza di elevate somme di denaro, probabilmente sporco. Decide allora di bloccare il conto tramite password per approfondire la questione in seguito e mette al corrente della cosa solo Carl Bruner, suo collega e miglior amico. Dopo una serata trascorsa insieme a teatro, Sam e Molly vengono pedinati da un ladro. Sam viene alle mani col losco individuo, tentando di sventare la rapina, ma rimane ucciso da un colpo di pistola che parte inavvertitamente durante la colluttazione col bandito. Mentre Molly disperata chiama aiuto, Sam si ritrova al suo fianco, incredulo, in forma di fantasma. Dio richiama l’anima di Sam per accedere in Paradiso, ma lui, incapace di abbandonare Molly, sceglie di rimanere sulla terra per proteggerla e per far luce sul suo omicidio.

L’ex bancario sfrutta la sua invisibilità per pedinare il suo assassino, essendo incapace di comunicare con i vivi si avvale della truffatrice Oda Mae Brown, una sensitiva inizialmente ignara dei suoi stessi poteri. Proprio grazie a lui, Oda Mae diviene cosciente della sua abilità e, sollecitata da Sam, va ad incontrare Molly. Oda Mae le riferisce di essere in grado di comunicare col fantasma di Sam, ma Molly si mostra scettica. Sam scopre chi ha organizzato la rapina, viaggia tra inferno e Paradiso e alla fine riesce anche a sussurrare all’orecchio di Molly quel “ti amo” che in vita non era mai riuscito a dirle.

Ghost, il film romantico che ha conquistato milioni di cuori

Considerato uno dei film più romantici degli anni ‘90, Ghost è un vero e proprio cult nel suo genere. Dall’iconica scena romantica e sensuale del vaso con Patrick Swayze e Demi Moore alla divertentissima scena con Whoopi Goldberg con la suora mentre le lascia un assegno, ogni frame della pellicola è entrato nell’immaginario collettivo di tutto il pianeta diventando uno dei film maggiormente ricordato dal pubblico.

Il film, prodotto dalla Paramount, diretto da Jerry Zucker e sceneggiato da Bruce Joel Rubin (per il quale vinse un Oscar come  Miglior Sceneggiatura Originale), si regge grazie al sapiente equilibrio tra gli intermezzi comici, i risvolti romantici e al thriller della vicenda. La trama in sé non sembra mostrare chissà quale grande creatività, ma il suo essere fortemente mainstream ha reso possibile accontentare, generazione dopo generazione, gli amanti di diversi generi: dalla commedia al dramma, passando per i film romantici, i thriller e del fantasy. A creare il giusto pathos è stata anche la dolce e malinconica partitura musicale firmata da Maurice Jarre, autore di colonne sonore di grandi capolavori della storia del cinema come Lawrence d’Arabia, Il Dottor Zivago.

Rispetto ad altri cult, Ghost è stato prodotto con un budget piccolissimo, appena 22 milioni di dollari, eppure il film incassò, inaspettatamente, circa mezzo miliardo di dollari.

Woppy Goldberg e Patrick Swayze i veri pilastri della pellicola

Oggetto di numerose parodie, Ghost continua ancora a far innamorare i suoi spettatori grazie ad un giovanissimo Patrick Swayze ma soprattutto per la brillante performance di una talentuosa Whoopi Goldberg. Interpretazione che le valse un premio Oscar come miglior attrice non protagonista (secondo Oscar ad un’afroamericana dopo quello ad Hattie McDaniel per Via col Vento nel 1940), oltre che un numero di premi tra cui il Golden Globe e il Bafta. Se dovessi dividere la pellicola direi che il film è in parte comico, e funziona grazie alla recitazione di Whoopi Goldberg nei panni di una esilarante sensitiva sui generis, e in parte romantico grazie all’interpretazione di Patrick Swayze, mentre sullo sfondo resta una Demi Moore la cui interpretazione lenta non aggiunge molto o quasi niente. Insomma, i veri pilastri della pellicola sono proprio la Goldberg e Swayze. Della forza recitativa e comunicativa che questi due grandi attori hanno portato sullo schermo e trasmesso al grande pubblico la stessa Whoopi Goldberg ne era più che consapevole. L’attrice, inoltre, ha messo il luce il legame tra lei e Patrick raccontando a a Che Tempo che Fa che ad oggi ancora si emoziona a guardare il film in televisione

“Quando lo vedo piango e rido, ma principalmente piango, per Patrick Swayze. Mi manca tanto, tra l’altro è stato bravissimo perché mi ha permesso di fare quella parte perché non mi volevano. Quando lo vedo piango soprattutto per lui”.

E se il film è diventato un evergreen che ancora scalda i cuori è grazie a Swayze che volle la Goldberg. Proprio l’attrice ha più volte ricordato che per il suo ruolo furono prese in considerazione anche Tina Turner e Patti LaBelle, ma Swayze volle lei e volò di persona in Alabama con Zucker dove l’attrice era impegnata sul set di ‘The Long Walk Home’. Ed è proprio durante l’audizione che il regista si convinse che il ruolo spettava a lei.

La sintonia tra i due attori è innegabile dove la drammaticità delle scene è accompagnato dalla capacità dell’attrice di saper dare quella giusta vena comica senza eccedere mai. Decisamente sottotono Demi Moore la cui performance la trovo del tutto ininfluente. Una recitazione piatta completamente sconnessa dalla performance dei due colleghi.

La scena del vaso d’argilla

Che ci piaccia o no, la famosa scena del vaso d’argina è stata un scelta determinate che ha contribuito a rendere il film un cult. La scena che vede come protagonisti Patrick Swayze e Demi Moore viene accompagnata dal famoso brano Unchained Melody, ed è considerata dalla maggior parte del pubblico una delle sequenze più belle e romantiche nella storia del cinema. Ovviamente la scena non fu improvvisata ma ebbe due diverse preparazioni. Mentre Swayze si esercitò con la moglie che si occupava di ceramiche, mentre Demi Moore prese vere e proprie lezioni private. A questo proposito, Patrick Swayze in un’intervista dichiarò:

La scena del vaso è stata la cosa più intrigante che abbia mai fatto sul set di un film. Non avevamo idea che sarebbe diventata la scena romantica più famosa della storia del cinema. Eravamo solo due attori che cercavano di fare il loro lavoro nel modo migliore possibile. Ero davvero felice, e sollevato, a proposito della scena più difficile e più famosa del film. Demi ed io siamo riusciti a catturare un momento tra queste due persone rendendo tutto ciò che è accaduto più avanti nella storia molto più straziante ed emotivo.

Ad essere improvvisata è stata la sequenza del vaso che crolla. Pur non essendo prevista nella sceneggiatura, i due attori continuarono a recitare improvvisando talmente bene questa scena che il regista Jerry Zucker decise di inserire questa versione della scena nel montaggio finale del film.

Curiosità

  1. Il loft di Ghost esiste davvero e si trova nel quartiere di Soho a New York, più precisamente al 102 di Prince Street. Ha un’ampiezza di circa 4mila metri quadrati. E’ stato venduto a poco più di 10 milioni.
Ghost
Una camera da letto del loft di Ghost. Foto di Douglas Elliman Real Estate
  1. Grazie Amleto. Rubin prese spunto dallo spirito del padre di Amleto e ritenne che ne sarebbe venuta fuori una gran bella storia.
  2. Girare la scena dell’inseguimento è stata una tortura per Patrick Swayze. Nonostante il freddo newyorkese, l’attore non poteva indossare cappotti o indumenti pesanti, dato che un fantasma non dovrebbe patire il freddo. Inoltre, per non far vedere la nebbiolina di vapore uscire dalla sua bocca, pare che Swayze abbia dovuto masticare del ghiaccio.
  3. Demi Moore non fu la prima scelta. Inizialmente furono contattate Nicole Kidman e Meg Ryan. La Moore arrivò successivamente e fu scritturata per il film “perché sapeva piangere a comando”.
  4. Il famoso ed iconico “taglio da ragazzo” di Demi Moore nel film è stato progettato dallo stilista di capelli John Sahag di Manhattan.
  5. Già sull’onda del successo di Dirty Dancing del 1987 e reduce da quello di Ghost del 1990, Patrick fu eletto nel 1991 dalla rivista People: l’uomo più sexy. E come dargli torto!
  6.  Il rumore che fanno le ombre oscure che portano all’inferno le anime cattive sono solo la registrazione di pianti di bambini fatta ascoltare in maniera invertità e in rallentatore.
  7. Nell’iconica scena del vaso il suo “crollo” non era da copione e gli attori continuarono a recitare spontaneamente, improvvisando la sequenza che tutti conosciamo.

Quando guardarlo

Quando preferite, sicuramente quando vi sentite un pò nostalgici dei meravigliosi anni ’90 o quando desiderate rivivere un romanticismo in perfetto stile Hollywoodiano

Tre motivi per guardarlo

  1. Per la presenza di un giovanissimo Patrik Swayze e di una giovanissima e divertentissima Whoopi Goldberg;
  2. Perchè è uno dei cult da vedere almeno una volta nella vita;
  3. Per la famosissima scena del vaso;

Angela Patalano

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Le registe ribelli degli anni ’70: Cavani, Varda e Akerman

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Il cinema d’avan-guardia sperimentale ha visto, una massiccia presenza di donne dietro la macchina da presa. Tuttavia è solo negli anni ’70 con la Feminist Avant-garde che assistiamo ad una vera e propria esplosione e ritorno di un numero consistente di cineaste. Le motivazioni hanno non solo una matrice economica in quanto produrre cinema d’avanguardia speirmentale avevano costi bassi, l’altra ragione è politica. Gli anni 70 sono ricchi di lotte per i diritti e l’uguaglianza tra i generi. Proprio in questo contesto anche nella filiera cinematografica si attivano le prime rivendicazioni soprattutto in ambiente anglo-americano.

In tal senso, contribuiscono tre fattori:


1. riflessione e decodifica delle strutture sociali dominanti. È in questa fase che emergono tematiche legata alla marginalità dei
ruoli femminil. Da qui l’esigenza di superare la condizione predefinita per conquistare spazi e ruoli diversi.
2. Il secondo fattore è legato al diffondersi dell‟“Independent Cinema” e di conseguenza una crescente presenza di donne alla regia. In questo periodo sono circa duecentoquaranta i film europei e americani diretti da donne e proiettati nei diversi Women’s Film Festival.
3. Il terzo fattore è rappresentato dal ruolo attribuito nei film all’immagine femminile. [1]

L’attenzione per il genere femminile nel cinema è forte in questo tempo. Le donne sono sempre più impegnate nei diversi festival, nelle retrospettive promosse da cooperative o enti locali o ancora presso convegni universitari. Si pubblicano le prime antologie che restituiscono in maniera fedele e attenta il quadro della riflessione (come Woman in the Cinema di K. Kay e G. Peary o Woman in Film Noir di E. A. Kaplan) e si aprono insegnamenti universitari di cinema nell‟ambito dei Women’s Studies.

Sempre in questi anni, in Italiana, nasce kinomata, un collettivo artistico e politico che si preoccupa di smuovere e celebrare il protagonismo femminile dietro la macchina da presa, ponendo molta attenzione alla condizione femminile. Nel collettivo troviamo Anna Carini, Loredana Dondi, Annabella Miscuglio, Rony Daopulo.

A inizio anni settanta il cinema femminista si incarica di narrare il desiderio femminile attraverso traiettorie trasgressive e un linguaggio che abbandona la retoria voyeuristica. [2]

In quest’ottica rivoluzionaria, in linea con l’epoca di ribellione che stava attraversando la politica italiana[3],  non possiamo non citare Liliana Cavani che sfida il moralismo del tempo, al pari di Lina Wertmuller, non temendo le censure della Rai, per la quale lavorava. Nata in una famiglia anticonformista, cresciuta a pane e cinema, la cineasta è riuscita a squarciare un velo sull’indicibile che accade tra uomo e donna, su potere e assoggettamento, masochismo e sadismo, accettando il prezzo delle polemiche e dei rifiuti[3]. Proprio come la collega Wertmuller si dissocia dalla mera lotta uomo-donna e da una direzione che si focalizza solo sulla diversità e fragilità della donna. La Cavani va oltre e squarcia un velo sull’indicibile che accade tra uomo e donna, sul potere e assoggettamento, masochismo e sadismo, accettando il prezzo delle polemiche e dei rigiuti, e parallelemente raccontando in bianco e nero, spogliato di tutto, le vicende di San Francesco d’Assisi. [4]

Liliana Cavani/foto Graziano Arici

La cineasta è un paradosso vivente, donna, regista e intellettuale, Liliana Cavani racchiude la sua singolarità nelle sue opere che diventano un “luogo” dove la cineasta non teme intessere pellicole ricche di irrequietezza spirituale, conflitti, inquietudini. Un cinema semplice eppure aulico e profetico. Ricordiamo le tre pellicole su san Francesco, Chiara d’Assisi di Clarisse, dalla trilogia tedesca con Il portiere di notte, Al di là del bene e del male e Interno berlinese al rarefatto Il gioco di Ripley (Ripley’s Game)[5] Man mano l’intero corpus filmico della Cavani assume connotazioni sempre più simboliche, psicoanalitiche, non offrendo quindi mai acquisizioni sicure, ma proponendo sempre degli interrogativi. Il suo cinema è più volto a dividere che a suscitare consensi, a problematizzare la riflessione, la considerazione critica[6].

Il suo essere stata una donna della resistenza emerge anche nella sua pellicola di maggiore successo: “l portiere di notte (1974)”. Sebbene abbia avuto più accoglienza in Francia che in Italia, attraverso la pellicola la cineasta reinterpreta e rilegge il nazismo. Un lavoro che nasce dalla sua inchiesta sulle donne nella resistenza. Il film racconta l’ambiguo rapporto erotico carnefice/vittima, – preparando il terreno al filone sexy nazi che non si prende mai sul serio e mantiene toni allegri e di imbarazzante ambiguità – dove a tratti vengono superati i limiti, intrecciando perfino elementi del bondage col fascismo[7].

Le donne raccontate da Lina Wertmuller o da Liliana Cavani sono pensata per scardinare il tetto di cristallo destando stupore tra gli spettatori. [8]

In questo processo innovativo non possiamo non citare Agnes Varda, una voce unica nel coro Nouvelle Vaguee, etichetta da cui ha preso spesso le distanze. Il suo estro creativo diventa un marchio indelebile nel cinema del tempo che lo condiziona e lo rivoluziona grazie all’uso di tecniche cinematografiche innovative. Fu una delle prime cineaste, insieme forse a Michelangelo Antonioni, che comprese l’importanza del rapporto tra cinema e fotografia. Agnes Varda racconta di donne forti, ed eroine, della cui quotidianità ne esplora la condizione femminile e il rapporto con la società.

Tra le sue opere troviamo il lungometraggio La pointe courte, Il verde prato dell’amore e Senza tetto né legge.

Fu una delle prime donne ad essere candidata all’Oscar, e la prima a vincere un Oscar alla Carriera nel 2018.  

Oscar alla carriera (2018) Agnes Varga


In questa fase di transizione cinematografica non possiamo non raccontare del cinema di Chantal Akerman. La sua impronta nella filiera cinematografica non è passata inosservata. Una delle sue opere più importante è Jeanne Dielman, 23, quaidu Commerce, 1080 Bruxelles nel 1975, Il New York Post definisce questo film come “Il primo capolavoro femminile della storia del cinema”. L’iperrealismo che pervade la pellicola è espressione della sua scia sperimentalista che pervade il cinema negli anni ’70. La cineasta belga osa ulteriormente anticipando i tempi con un approccio “real time” che caratterizza il cinema d’oggi. La sua azione gira intorno all’associare dei piani fissi alla logica cronologica, il mantenere sempre lo spettatore a un certo livello di coscienza, Akerman configura il tempo della narrazione in immagine cinematografica. Cifra stilistica e dono raro nella cinematografia contemporanea[9]. Il suo fare cinema è espressione di una forte introspezione. L’ambiente diventa il principale canale comunicativo, le luci, la fotografia sono supporti “sensoriali” che vanno oltre il verbale e aiutano lo spettatore a scandire il tempo che nella sua “realtà” è lento con gesti ripetitivi quasi rituali. Questo approccio richiama una forte autoreferenzialità, puntato ad espressioni che ruotano intorno al rapporto con la madre, al suo essere viaggiatrice, alle sue relazioni. Ed è proprio nel sua prima pellicola  Je, tu, il, elle (1974) che emerge l’omosessualità della regista. Il film si divide in ben tre tappe, nella terza la protagonista arriva a casa dell’amica di cui è innamorata. Il film si conclude con una sequenza d’amore tra le due: lo stile è voyeuristico ma le scene sono esplicite. Una scelta coraggiosa per l’epoca. [10]

Chantal Akerman, Il cinema dell'interiorità e dei confini
Chantal Akerman

Genitrice di un nuovo linguaggio espressivo nella filiera cinematografica, le sue opere sono sempre state esigenti ed essenziali. A riprova di quanto la Akerman sia stata una presenza influente e di spessore troviamo il film Carol (2015) – diretto da Todd Haynes. Il regista dedica questa pellicola alla cineasta belga – candidato a sei Oscar e vincitore, a Cannes 2015, per la migliore interpretazione femminile (Rooney Mara).

Individuare le più grandi registe degli anni ’70 non è stata un’operazione facile, soprattutto per chi, come me, non ha studiato storia del cinema ma ne scrive per passione e curiosità. A riprova della difficoltà di reperire materiali e le informazioni vi è la visione estremamente maschilista della regia. Si parla quasi sempre dei soli registi, si stilano classifiche, Entertainment Weekly, Vanity Fair sono un esempio di quanto il genere maschile abbia governato e continua a governare la regia, come se il genere maschile ne possedesse tacitamente un monopolio.


[1] F. Casetti, Teorie del cinema, 1945-1990, Milano, Bompiani, 1993, p. 243.

[2] L. Buffoni (a cura di), We want Cinema – Sguardi di donne nel cinema italiano, Marsilio Editore, 2018

[3] Ibidem

[4] F. Fracasso, Dietro la macchina da presa: professioniste del cinema italiano contemporaneo, 2019 https://www.academia.edu/41855611/Dietro_la_macchina_da_presa_professioniste_del_cinema_italiano_contemporaneo

[5] L. Buffoni (a cura di), We want Cinema – Sguardi di donne nel cinema italiano, Marsilio Editore 2018

[6] Angela Bosetto, Liliana Cavani. Il cinema e i Film. Rivista del Cinematografo Pag. 78 N.10 – OTTOBRE 2021 https://www.marsilioeditori.it/media/rassegna_stampa/rcf21a012971134.pdf

[7] Al di là del bene e del male. Il cinema di Liliana Cavani, https://www.fondazionecsc.it/evento/al-di-la-del-bene-e-del-male-il-cinema-di-liliana-cavani/

[8] Jacek Górecki, Una regista disubbidiente, https://www.gazzettaitalia.pl/liliana-cavani-una-regista-disubbidiente/

[9] C. Rubessi, Chantal Akerman, http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/chantal-akerman/

[10] L. Buffoni (a cura di), We want Cinema – Sguardi di donne nel cinema italiano, Marsilio Editore 2018

Angela Patalano

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

State fermi… Altrimenti ci arrabbiamo!

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Regia: Antonio Usbergo e Niccolò Celaia
Sceneggiatura: Vincenzo Alfieri, Giancarlo Fontana, Tommaso Renzoni, Giuseppe G. Stasi
Cast
: Edoardo Pesce, Alessandro Roia, Alessandra Mastronardi, Christian De Sica, Francesco Bruni, Massimiliano Rossi, Michael Schermi, Gabriele Cristini, Christian Monaldi
genere: azione/comemdia
Nazione: Italia
Anno
: 2022

Carezza: Se voi ci ridate la nostra carriola, noi ce ne andiamo come se… niente fosse successo.
Torsillo: Altrimenti che fate?!

Trama

I due fratelli Carezza e Sorriso nonostante la parentela stretta non potevano essere più diversi, per questo sono sempre stati in lite fin dall’infanzia. Dovranno mettere da parte le divergenze quando la Dune buggy del padre viene rubata da Torsillo e suo figlio Ranieri, disonesti speculatori edilizi che vogliono distruggere il circo di Miriam. Per raggiungere i loro obiettivo Carezza e Sorriso si alleano con una comunità di circensi. Tra inseguimenti mozzafiato, scazzottate leggendarie e le famose birra e salsicce i due fratelli faranno di tutto per ritrovare la loro amata Dune Buggy.

Il remake della discordia

Altrimenti ci arrabbiamo è un film (remake di ...Altrimenti ci arrabbiamo con Bud Spencer e Terrence Hill del 1974) diretto da Antonio Usbergo e Niccolò Celaia, detti gli YouNuts!, con Edoardo Pesce e Alessandro Roia.

La generazione ’70, ’80, ’90 ricorda quasi tutti i film dell’accoppiata vincente: il grande Bud Spencer e il bellissimo Terrence Hill. Ad oggi non so quante volte abbiamo visto i loro film, averli poi sulle piattaforme streaming è una fortuna. Le risate sono sempre garantite e si respira una comicità che oggi difficilmente la ritroviamo. Un genere quasi impossibile da imitare non tanto per la regia, geniale al tempo, ma per quel cast diventato iconico.

Che piaccia o meno tutti i film di Bud Spencer e Terrence Hill sono diventati dei veri e propri cult perchè oltre la cinematografia incarnano un’epoca, quella che va dagli anni settanta fino agli anni ottanta. I loro film li ricordiamo tutti per le scazzottate, per quel rapporto Odio et Amo tra i due protagonisti e per quel genere di cinematografia comica che portava un po’ di cinema americano nelle case italiane. E se oggi dopo più di due generazioni ci sono ancora persone che continuano a guardare i loro film e a ridere come se fosse sempre la prima volta, allora non ci sono dubbi che i loro film sono vere e proprie antologie del cinema.

Quindi perchè riproporre un remake? Anche se qualcuno ha osato parlare di omaggio. In entrambi i casi la mia risposta è NO! NO! NO! Che sia un remake, un reboot o un omaggio vi sono film rappresentativi di una generazione che dovrebbero essere intoccabili. Qualunque sia stato l’intento è mal riuscito. Omaggiare cosa? Bud Spencer e Terence Hill? A me è sembrato solo un inutile tentativo di imitare un’interpretazione che non si avvicina neanche per sbaglio. Sicuramente mi hanno rubato un paio di risate estemporanee, ma nulla di più. Il pensiero fisso durante l’intera visione era chiedermi che senso avesse quello che stavo guardando. Anche il vano tentativo di richiedere il contributo di Paolo e Manuel Fondato, solo perchè sono rispettivamente figlio e nipote di Marcello Fondato, è stato inutile.

Certo, Marcello Fondato aveva lavorato con Bava e Comencini, e aveva diretto Claudia Cardinale, Monica Vitti, Catherine Spaak, ma sembra che l’apporto degli eredi non è stato sufficiente visto che al timone abbiamo gli YouNuts (per carità!) che al massimo hanno diretto Tommaso Paradiso nei vari video musicali.

Le interpretazioni

Altrimenti ci Arrabbiamo Film con Bud Spencer e Terence Hill Scena Rissa nella Palestra di Boxe Doppio Pugno di Bud Spencer

Non metto in discussione la bravura attoriale di Edoardo Pesce e Alessandro Roia, in generale. Ma in questo film le loro interpretazioni non mi hanno convinta, anzi a tratti mi hanno fatto arrabbiare perchè se omaggiare qualcosa (se questo è il filone che vogliamo seguire) significa rispettare, qui invece ho visto una produzione che ha fallito nel tentativo di emulare un grande cult degli anni’70. Le interpretazioni mi sembravano un continuo imitare qualcosa di imitabile: posizioni, atteggiamenti, espressioni e quelle scazzottate più finte della lotta che faccio io con mio nipote. Non che debbano essere vere, ma ricordiamo che nei film originali di Bud Spencer e Terence Hill i momenti di azione erano così ben recitati che quasi sembravano veri.

Vogliamo poi parlare della talentuosa Alessandra Mastronardi. Mi chiedo perchè abbia accettato questo ruolo. A differenza di Liza (Patty Shepard) quella interpretata dalla Mastronardi sembra che abbiamo scambiato il set di …Altrimenti ci arrabbiamo! per quello dei Pirati dei Caraibi. A parte questo dettaglio la sua interpretazione non mi piace in questo film eppure la ritengo una delle attrici italiane più brave.

E vogliamo parlare dell’interpretazione di Christian De Sica al posto di John Sharp (e senza Donald Pleasance)? Per carità, mi sembra uguale a milioni di interpretazioni già viste e riviste, ci mancava solo l’esclamazione “na cafonata?”

Niente scuse e più idee

Non concordo per chi voglia sferrare una sorta di freccia favorevole al film. Si, a tratti diverte, ma nulla di più! Non è un omaggio e non è vero che non ha l’ambizione di spacciarsi per quel che non è. …Altrimenti ci arrabbiamo! è un remake che ripercorre per molti aspetti un cult intramontabile replicando scazzottate e personaggi come se fosse possibile.

Purtroppo da poco meno di un decennio Netflix, Disney e tanti altri produttori hanno intrapreso la strada dei remake. Centinaia di film che riproducono qualcosa di già visto rovinando cult e la memoria che custodiamo delle grandi pellicole di un tempo. Quello a cui stiamo assistendo è una vera e propria moria di idee, sceneggiatori e produttori che non hanno più creatività e cosi si imbarcano in queste malsane iniziative di rievocare le grandi pellicole.

Diverte, NI. Ci piace, No!

Angela Patalano

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

“Will of the People”: siamo fottuti e i Muse lo sanno

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Will of the people è il nuovo album dei Muse, pubblicato lo scorso 26 agosto. La band inglese si riaffaccia nel mercato discografico a quattro anni di distanza dal loro ottavo disco Simulation Theory a dall’omonimo tour mondiale che ha fatto tappa anche in Italia.

Negli ultimi anni i lavori dei Muse si erano distinti per una tendenza alla distopia e alla narrazione di universi alternativi. Questa volta, invece, l’intento è quello di affacciarsi alla finestra e raccontare il mondo circostante con le incertezze e le paure che ne derivano.

Un “Best of” di inediti

Will of the people è stato definito da alcuni come un album deludente e poco originale. In realtà il concept è per certi versi geniale. Si tratta, infatti, di un disco che racchiude tutte le principali caratteristiche e le tendenze musicali della band sin dalle sue origini e le rielabora con qualche ulteriore sperimentazione. Alla proposta dell’etichetta discografica di produrre un disco “Best of”, Matt Bellamy e soci rispondono così, con un, come loro stessi lo hanno definito, “greatest hits di inediti”. Un Bignami dell’essenza caratteristica dei Muse, si potrebbe dire. Per questo troviamo il glam rock, l’elettronico, l’alt rock, il pop; troviamo le chitarre e i sintetizzatori, i cori e il falsetto, i momenti orchestrali e il pianoforte a cui si aggiunge qualche nuova tendenza più marcatamente metal.

La decisione di concentrarsi sulla realtà circostante è precedente allo scoppio della pandemia e sembra quasi predirne l’avvento. Will of the people è ispirato e nasce da tutti gli eventi degli ultimi anni: il Covid, le rivolte del Black Lives Matter, l’assalto al Campidoglio dei seguaci di Trump…

Proteste e rivoluzioni

La prima canzone, che dà il titolo all’album, ricorda vagamente The Beautiful People di Marilyn Manson, soprattutto nella parte iniziale. Parla della necessità di una rivoluzione, tema assai caro alla band e presente in tante loro canzoni come Uprising o Knights of Cydonia. La protesta nei confronti di una società oppressiva e alienante continua nella seconda traccia, Compliance:

“La conformità riguarda la promessa di sicurezza e rassicurazione che ci viene venduta da entità potenti durante i periodi di vulnerabilità. Gangs, governi, demagogie, algoritmi dei social media e religioni ci seducono con falsità fuorvianti e favole confortanti”

Liberation è un chiaro ed esplicito richiamo ai Queen, con l’accompagnamento al piano, il falsetto e i cori. Non per questo però risulta meno emozionante e suggestiva. Anzi, la somiglianza a capolavori di quel calibro la rende ancora più coinvolgente.

Il filone della protesta si intensifica con Won’t stand down e Kill or be killed, due canzoni decisamente heavy. Qui Matt sperimenta anche con la voce, usando per la prima volta la tecnica dello screaming tipica dell’heavy metal e dell’hardcore punk.

Le ballate romantiche

Tra la carica energica di queste tracce, trova posto anche qualche momento di maggiore intimismo e romanticismo con le ballad Ghosts (How can I move on) e Verona. Entrambe raccontano un frangente doloroso e straziante relativo alla pandemia, ma che in realtà può essere declinato in una qualsiasi situazione di rottura. Ghost (How can I move on) è una magia di voce e pianoforte che parla di una perdita e dell’impossibilità di andare avanti, intrappolati nei ricordi, nei fantasmi di ciò che è stato. È una canzone struggente, durante l’ascolto si avverte quasi una morsa allo stomaco e si sentono le lacrime che immediatamente pizzicano e inumidiscono gli occhi.

L’accompagnamento al piano e le toccanti parole del testo potrebbero per certi versi farla sembrare una delle canzoni “heartbreaking” di Adele.

How can I move on

When everyone I see still talks about you?

How can I move on

When all the best things I have we made together?

Verona ha un titolo che colpisce particolarmente noi italiani. Si tratta stavolta di una electroballad che racconta la storia di due innamorati costretti a rimanere separati. L’ispirazione è chiaramente quella della tragedia di Romeo e Giulietta.

Quando l’horror incontra la realtà

You Make me feel like it’s Halloween è una canzone decisamente particolare all’interno dell’album. L’atmosfera creepy un po’ alla Micheal Jackson viene ricreata con il suono di un organo di bachiana memoria e di sintetizzatori anni ‘80. Il richiamo ai film horror come Shining, IT o Scream è evidente anche nel videoclip rilasciato in occasione della pubblicazione del singolo e dell’intero disco lo scorso 26 agosto. Tuttavia, si tratta forse di una delle canzoni più sottovalutate dell’album. La musica a tema Halloween, spettrale ma pur sempre leggera e godibile nasconde un contenuto molto forte. La band ha infatti dichiarato che il brano tratta in realtà della violenza domestica durante il lockdown e della sensazione di sentirsi letteralmente in trappola, senza via di fuga dal proprio carnefice. Alla luce di questa spiegazione si fa ancora più inquietante il contrasto tra la musica che in alcuni punti fa quasi venir voglia di ballare e la tematica così oscura e terribile.

We are fucking fucked

Euphoria è una scarica di energia che ricorda altre canzoni della band inglese come New born o Bliss, e arriva subito prima del finale esplosivo di We are fucking fucked. I Muse, in una sorta di sarcastico pessimismo, prendono definitivamente consapevolezza di una realtà senza via di uscita. Guerre, terremoti, tsunami, virus mortali… Siamo spacciati o meglio: We are fucking fucked! Questa esclamazione diventa quasi un inno divertito che si ripete incessantemente durante tutto il pezzo. Sicuramente la canzone troverà uno dei suoi maggiori punti di forza nelle esibizioni live, quando alla voce di Matt si uniranno quelle di migliaia di spettatori infervorati.

Dopo il Firenze Rock di questa estate e il concerto del 26 ottobre all’Alcatraz di Milano, i Muse torneranno nel Bel Paese nel 2023 in occasione del tour di promozione dell’album. Si esibiranno negli stadi di Roma e Milano rispettivamente il 18 e il 22 luglio e i fan italiani non vedono l’ora di scatenarsi sulle note dei loro vecchi e nuovi successi.

Francesca Papa

“Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere”: la recensione del settimo episodio

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Arrivo in ritardo con la recensione di questo settimo episodio degli Anelli del Potere non perché abbia visto tardi la puntata ma per mancanza di cose da dire. Proverò a sintetizzare: non mi è piaciuto.

Nel corso dei vari commenti ho spesso espresso perplessità per la lentezza di alcuni filoni narrativi e la poca incisività dei personaggi secondari. Ho sempre cercato di riflettere su quanto vedevo, di evidenziare il positivo e di ricordarmi che una narrazione seriale si sviluppa in maniera più misteriosa e lenta rispetto a un film. Ormai, però, siamo arrivati al penultimo episodio e io continuo a non sentirmi completamente soddisfatta o contenta di quello che vedo. Invece di avvicinarsi a una conclusione di tutti i cicli narrativi, mi sembra che la serie continui a far procedere le proprie storie come se dovessero andare avanti per altre 10 puntate. Non è difficile ipotizzare che gli autori abbiano pensato a un finale aperto di modo da realizzare una seconda stagione, ma a livello generale non sarebbe del tutto giusto lasciare così tanti dubbi e domande irrisolte negli spettatori e nelle spettatrici.

Una puntata di riempimento

Dopo un sesto episodio ricco di tensione che aveva mantunuto viva l’attenzione come poche puntate erano riuscite a fare (forse solo la prima), siamo ritornati a guardare situazioni che abbiamo già visto.

Nori continua ad avere sentimenti ambivalenti verso il mago straniero (sarà Radagast?). Lo tratta da amico, gli sorride, vuole aiutarlo ma poi si spaventa quando lo vede compiere delle magie. Nella quinta puntata era accaduta la stessa identica cosa. Alla fine, il villaggio caccia lo stregone ma solo per poco: quando compaiono delle minacciose figure che sono alla ricerca del suo “amico”, Nori decide di andarlo a cercare insieme alla madre, all’amica e al saggio del gruppo. Peccato, però, che anche nel momento di maggiore concitazione, questa linea narrativa risulta sempre molto pesante e poco accattivante.

Anche la storyline di Elrond e di Durin ci ha detto poco di nuovo. È sicuramente commuovente vedere come il nano sfidi il proprio padre in nome della sua amicizia con l’elfo, ma si aggiunge poco o nulla di determinante a quanto già sapevamo. L’unico elemento che genera un po’ di stupore è la comparsa del Balrog.

“Seguire o non seguire Galadriel?”. Ritornano anche i grandi dubbi dei Nùmenoriani a proposito della guerra nella Terra di Mezzo. È comprensibile che ci siano, vista la nascita di Mordor e di tutte le vittime che ne sono derivate (la regina stessa con la sua cecità può considerarsi tale). La perdita della speranza e della fiducia dopo una sconfitta del genere è del tutto naturale. Tuttavia, una fuga così repentina mi è parsa strana. La guerra raramente è gentile o indolore, quindi non ci si poteva aspettare nulla di diverso.

Galadriel, Theo e i sensi di colpa

In questa puntate anche le scene di Galadriel hanno perso quel quid che le ha sempre rese il vero fuoco della serie. Continua a professarsi colpevole di quanto avvenuto eppure non riesco a trovare un senso alle sue parole. In realtà, lei è stata l’unica a ripetere che Sauron non era stato sconfitto e che era necessario prepararsi alla guerra. Non ha colpa di quanto successo, anzi. La cosa che la dovrebbe preoccupare di più è la sua condizione psicologica, il suo essere piena di rabbia e di sofferenza. Sin da subito la serie è stata impostata in modo da mettere in luce una protagonista che per far vincere il bene è costretta ad abbracciare l’oscurità. In parte lo abbiamo visto, ma a livello di scrittura si poteva fare tanto altro.

Il senso di colpa di Theo è un po’ più comprensibile, peccato che il personaggio in sé non sia particolarmente interessante. A un certo punto sembrava che potesse essere affascinato dalla reliquia di Sauron tanto da provocare qualche disastro. Forse così il personaggio avrebbe acquisito più spessore e interesse.

La concorrenza spietata di House of the Dragon

Aspetto di vedere la puntata finale prima di dare un giudizio definitivo su Gli Anelli del Potere. Sicuramente, il fatto di essere stata messa in onda in contemporanea con House of the Dragon non ha giovato alla serie. A livello di scrittura e di storia siamo su tutto un altro livello. Questo non significa che questa nuova versione delle opere di Tolkien sia da cestinare, ma credo che qualcosa manchi. Vediamo se il finale di stagione mi farà ricredere.

Federica Crisci

Villa Lazzaroni, un parco a misura di cittadino

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Roma è la città più verde d’Europa e ha numerose ville, da quelle più grandi a quelle più piccole.

Tra quest’ultime troviamo Villa Lazzaroni. Rispetto a quelle più conosciute, di grandi dimensioni e dalla storia importante, è relativamente recente. Si trova nel VII municipio all’interno del quartiere Appio-Latino. Gli ingressi principali sono da Via Appia Nuova e da Via Tommaso Fortinocca.

Si tratta di una villa a vocazione urbana, a differenza di molti parchi-campagna romani, come ad esempio la Caffarella, situata nelle vicinanze. Proprio per questo è molto apprezzata dagli abitanti del quartiere, che vi si riversano tutta la settimana, e specialmente il weekend.

La villa

Villa Lazzaroni ha circa 7 ettari e una struttura a rettangolo. I due sentieri principali attraversano il parco e delimitano uno spazio ricco di alberature. La villa ospita poi quattro fontane in tufo, distribuite lungo il percorso. Realizzata dalla famiglia Lazzaroni, divenne proprietà del comune di Roma nel 1979 e fu aperta al pubblico.

Entrando da Via Appia vi sono delle giostre e un noleggio pony, a sinistra una serie di edifici che ospitano la scuola primaria Villa Lazzaroni, la sede del municipio Roma VII e un teatro. In fondo a a destra si trova invece la pista di pattinaggio “Otello Stevanini”.

Flora

Villa Lazzaroni è inoltre uno dei parchi romani con la più grande varietà di specie vegetali, specie in rapporto alle dimensioni, e a seconda di dove si entra si possono osservare piante diverse.

Entrando da Via Appia gli alberi più diffusi sono il pino domestico (Pinus pinea) e il cedro, sia del Libano (Cedrus libani) che dell’Himalaya (Cedrus deodara). Se invece si entra da Via Tommaso Fortinocca le specie più diffuse sono il platano (platanus occidentalis), l’olivo (Olea europae) e l’alloro (Lauro nobilis).

Altre piante diffuse in tutto il parco sono il leccio (quercus ilex), la palma americana (Washingtonia robusta) il bagolaro (Celtis australis), l’acero (Acer), il tiglio (Tilia), l’eucalipto (Eucalyptus globulus) e la robinia (Robinia pseudoacacia).

Come raggiungere Villa Lazzaroni

Villa lazzaroni è raggiungibile dalla linea A della metropolitana (fermate Furio Camillo e Colli Albani) e dale linee bus590 e 671 (fermata Appia/Enea) e 87 (fermata Fortifocca/Denina).

Lorenzo Balla

Everything Everywhere All at Once: il Multiverso A24 in cui tutto è possibile

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Dovevamo aspettarcelo. Per mesi abbiamo potuto ascoltare quel coro levatosi dagli Stati Uniti fin dalla scorsa primavera che, con inequivocabile chiarezza, dipingeva la produzione multiversale targata A24 come uno dei film più interessanti dell’anno.
Dovevamo aspettarcelo, ma forse la verità è che avevamo bisogno di vederlo con i nostri occhi. Magari appiccicandoci anche in fronte l’adesivo di un terzo occhio, nella speranza che ci potesse aiutare a credere allo spettacolo che da lì a poco ci avrebbe travolto.

Perché Everything Everywhere All At Once, diretto dai Daniels (Dan Kwan and Daniel Scheinert) e disponibile nelle sale italiane dal 06 ottobre 2022, è un’opera unica nel suo genere destinata a diventare un vero e proprio cult movie. Un film di una follia visiva e stilistica tale che, come si suol dire, fa il giro e diventa pura e semplice genialità, senza però tralasciare una morale universale e più attuale che mai.

Tutto inizia in una lavanderia..

Evelyn Wang (Michelle Yeoh) gestisce con non pochi problemi una lavanderia a gettoni, districandosi tra una vita familiare basata sul non detto e i ripetuti controlli fiscali. Tuttavia, proprio quando la nostra protagonista crede di aver toccato il punto più basso della sua esistenza, tutto è destinato a cambiare.

Il corpo del gentile Waymond (Jonathan Ke Quan) viene temporaneamente “occupato” da una sua differente versione proveniente dall’Alphaverse, l’universo parallelo nel quale è stato ideato il salto-verso, nel tentativo arruolare Evelyn per affrontare un’entità malvagia che minaccia l’intero multiverso: Jobu Tupaki. Prendendo in prestito le abilità delle sue differenti versioni multiversali e trovandosi di fronte alle infinite possibilità di una vita migliore che avrebbe potuto avere, quella che fino a poco prima era una semplice proprietaria di una lavanderia, è destinata a diventare l’ultima speranza per la salvezza di tutti gli universi.

Everything..

Nell’industria cinematografica contemporanea c’è una parola che, più di tutte le altre, si è incessantemente fatta largo, soprattutto grazie alla nuova impronta narrativa che i Marvel Studios hanno optato per il loro franchise MCU, idealmente capace di risolvere con agilità le più diverse problematiche produttive, contrattuali e stilistiche: Multiverso. Un concetto non propriamente semplice da mostrare e da rendere digeribile al grande pubblico e di cui, come confessato da Doctor Strange in Spider-Man: No Way Home, “conosciamo spaventosamente poco”. Una citazione ormai di uso comune, ma che nasconde al suo interno sia il potenziale pressoché infinito che l’utilizzo delle dimensioni parallele può scatenare sul grande schermo, sia il caos che potrebbe generarne una cattiva gestione. Se nella canonicità Marvel, il multiverso viene sfruttato per ingigantire la portata della minaccia che incombe sui nostri supereroi, in Everything Everywhere All At Once esprime metaforicamente e visivamente il desiderio dell’individuo di sfuggire dall’anonimato.

Nel primo dei tre capitoli del film – intitolato appositamente Everything – scopriamo la vita tristemente vera della nostra protagonista, ormai disillusa dalla mediocrità e interpretata da una Michelle Yeoh strepitosa, capace di adattarsi a ogni repentina sterzata di un’opera totalmente esagitata. Osservandola, sin dai primi minuti ci risulta difficile immaginare un passato nel quale lei e il marito, il felicemente ritrovato Jonathan Ke Quan (ve lo ricordate ne I Goonies e in Indiana Jones e il tempio maledetto?), siano stati una coppia affiatata. Nonostante Waymond provi ripetutamente a cercare di parlarle, Evelyn non ha tempo – e nemmeno voglia – di stare a sentire cos’abbia da dire il coniuge, chiusa nella sua bolla di faccende da sbrigare e fallimenti da evitare. Un comportamento superficiale e distaccato che porterà Evelyn all’egocentrismo, andando inevitabilmente in rotta di collisione con la figlia adolescente Joy (Stephanie Hsu). Tra Jamie Lee Curtis che le sta col fiato sul collo nelle vesti dell’esattrice delle tasse Deirdre Beaubeirdre, alla quale socialmente non può ribellarsi, e l’ombra di un padre intransigente che l’accompagna, la protagonista sfoga la sua mancata realizzazione nella dimensione familiare che inevitabilmente sta per andare in frantumi.

Più ci addentriamo nei multiversi di Everything Everywhere All At Once e più le crepe dei muri di casa Wang (nascoste malamente, come verrà detto in una delle prime battute del film) risultano evidenti, non solo attraverso il desiderio di annientamento di Jobu Tupaki al motto di “niente è davvero importante”, ma soprattutto per il desiderio di Evelyn di restare ad ammirare gli squarci di migliori vite alternative cui poteva ambire. Come le dirà Alpha-Waymond: Negli altri universi sei capace di tutto, perché qui non sei capace di nulla, amplificando il malessere della protagonista e dello spettatore, entrambi desiderosi di evadere da un’esistenza qualunque. E se la prima potrà farlo assumendo il ruolo della possibile salvatrice del multiverso, forte delle sue migliori versioni di sè, il secondo è destinato a vivere ancora una volta il riflesso un’avventura proiettata sul grande schermo, in un viaggio che ha però lo scopo ultimo di riportarli alla loro realtà con un attaccamento nuovo.

Everywhere..

In questo c’è da ammettere che Everything Everywhere All at once si presta in più frangenti a essere interpretato attraverso citazioni e concetti derivativi dalla filmografia del Marvel Cinematic Universe. Perché proprio come in Avengers: Endgame, i nostri eroi venivano ammoniti da Thanos con le parole: “Non potevate sopportare il vostro fallimento. Dove vi ha condotto? Di nuovo da me”, allo stesso modo Evelyn (e con lei lo spettatore) saranno costretti a tornare alle loro dimensioni d’appartenza per affrontare a viso aperto i demoni di quella vita inappagata.

Quello di ipotetici “What if..“, o della fantasia alla Sliding Doors se volessimo rendere ancora maggiormente l’idea, è un trucco immaginario di fuga da una realtà che è sempre lì ad attenderci. Lo capirà molto bene Evelyn durante il suo caotico viaggio e, dopo essere passata dalla sua piccola dimensione terrena all’enormità del multiverso, dovrà effettuare il percorso inverso per risolvere alla base quei problemi che minacciano l’esistenza di ogni cosa. Cambiando il punto d’osservazione, quel distruttivo “niente importa” di Jobu Tupaki, verrà rielaborato in una versione solidale e pieno di vita: nulla importa, perciò prendiamoci cura di noi stessi e siamo gentili gli uni con gli altri. Apriamo il nostro cuore all’amore e non al dolore, alla vendetta o al rimorso come, ancora una volta, diceva l’MCU nell’incompreso Thor: Love & Thunder.

All at once!

Questa contaminazione tematica può sembrare un caso, ma lo è fino a un certo punto. Infatti, l’opera seconda dei Daniels è attualissima nei contesti e negli intenti. Divertendosi a sembare una scheggia impazzita tra le varie realtà e l’assurdità di molte di esse, esaspera il concetto con quella divertentissima trovata dei cosiddetti “tappeti elastici” per eseguire il salto-verso. Tuttavia, sotto quella maschera folle si nasconde un’opera dal piccolo budget (appena 25 milioni) che mischia i più disparati generi cinematografici, per portare alla luce l’ossessione tutta contemporanea di una vita diversa, dove magari siamo ricchi e famosi, abili cuochi o cantanti, persino supereroi! Dove ci ripetono che siamo speciali, che siamo qualunque cosa.. tranne noi stessi.

Un messaggio che viene mostrato attraverso le innumerevoli citazioni ad altre pellicole all’interno del film e che non dobbiamo confondere con mancanza di originalità. Chi non ha mai desiderato di poter fermare i proiettili alzando un braccio come Neo in Matrix? Chi non si è mai trovato, di fronte al grande schermo o alla TV, fantasticando sul prendere parte a quella narrazione o persino di potarsela fuori dallo schermo? Tutti lo abbiamo fatto, almeno una volta nella vita. Ed Everything Everywhere all at once sembra saperlo molto bene, suggerendoci di utilizzare l’universo pluridimensionale dell’illusione per arricchirci, per aspirare a essere la migliore versione possibile di noi stessi, non commettendo però l’errore di utilizzare il fantastico come metro di paragone per far sprofondare la nostra realtà nell’abisso. É imperfetta, ma è la nostra dimensione e non ci è permesso fuggire, se non per una breve time-out.

In conclusione, Everything Everywhere all at once è un’opera stordente e rivoluzionaria, nel vorticoso connubio tra gongfu, wuxia, melò dalle atmosfere di Wong Kar-Wai, commedia grottesca e fantascienza, dove non si può certo fare a meno di qualche sequenza animata. Anche se non privo di difetti, primo fra tutti una lunghezza forse un po’ eccessiva, siamo dunque di fronte a un vero e proprio omaggio al mezzo cinematografico, capace di coglierne la contemporaneità con acume e freschezza. E dato che siamo in questo presente dominato dalle produzioni supereroistiche (che oggi ho citato in continuazione), lasciatemi concludere sulla stessa falsariga, dicendo che: se i supereroi Marvel lottano per il salvare il multiverso da chissà quale minaccia, il nuovo film A24 ci spinge a continuare a pensare in grande, ma ricordandoci di essere gli eroi gentili della nostro universo.

Michele Finardi

La sera del dì di festa: analisi di un capolavoro

Partiamo diretti e senza mezzi termini: Leopardi è una divinità e con le divinità non si può parlare. Bisogna consultare oracoli, profeti e quant’altro e comunque non si otterrà risposta (per info fare una piccola ricerca su qualsivoglia forma di religione).

Scontato questo paradosso, possiamo procedere. Ricominciamo.

Giacomo Leopardi è uno dei sommi della letteratura mondiale. 

Chi osa dire il contrario non solo è un insensibile, ma anche un incompetente.

Troppo forte? 

Ultima prova.

Giacomo Leopardi, il poeta per eccellenza.

Non vi è modo di obiettare la seguente affermazione: il poeta per essere considerato tale deve soffrire.

Si può soffrire in svariati modi, ma c’è un sentimento comune a tutti i poeti ovvero sia la sofferenza dettata da un sentimento di solitudine, che a sua volta dipende da uno stato di smarrimento, dal non trovare pace su questa terra, dall’impossibilità di incontrare pari in sofferenza.

Gli stupidi associano Leopardi al solo pessimismo, ma è necessario sapere che sofferenza non è pessimismo per forza di cose, tutt’altro. D’altronde per comprendere un poeta c’è bisogno di un altro poeta, non se ne abbiano i più. Ora che siamo tutti un po’ più sereni, possiamo partire con la nostra analisi.

La sera del dì di festa” è un lavoro celestiale: si prova un brivido tutte le volte che gli occhi si vanno a posare su ogni singola parola.

Vediamolo assieme.

Chiaramente non faremo mica la parafrasi scolastica, ma una piccola analisi per sommi capi, entrando nei punti salienti, senza mai dimenticare che questo è soltanto un punto di vista, le emozioni sono assolutamente personali.

Dolce e chiara è la notte e senza vento,        
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna.O donna mia,
Già tace ogni sentiero |
…|”

L’incipit, l’introduzione, l’inizio, chiamiamolo come ci pare, del componimento è molto soft, oserei dire, dolce: si percepisce un “Mettetevi comodi, rilassatevi e chiudete gli occhi“.
Leopardi descrive qui, con parole e versi “delicati” e unici, la scena che fa da contorno al tutto e che lascia trasparire un senso di pace e serenità, di distacco. Ma subito si rivolge al suo dolore: “O donna mia“, e da qui in poi si cambia.

Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.

Le parole che il poeta usa per descrivere il riposo della sua donna nascondono un senso di rispetto da parte del Leopardi, di estremo amore nei suoi confronti; sembra che abbia voglia di sussurrare i suoi pensieri all’orecchio dell’amata ma così facendo rischierebbe di svegliarla e allora è giusto che lei resti così, nel sonno, quasi immersa come un tutt’uno in quel contorno descritto nei primi versi, come facente parte del paesaggio naturale, tanto che si può percepire un distacco, sia del paesaggio che della donna. È giusto che siano così, separati e che lei non ascolti perché quel dolore straziante ch’egli prova, quella piaga nel petto, non deve sfiorarla, seppure ne sia lei la causa.

E giù col dolore:

E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro        
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.

Sappiamo bene tutti quanti di essere delle vittime continuamente flagellate da un qualcosa che non sappiamo bene definire, un qualcosa, la natura, che è onnipossente.

Ma per i cuori fragili, per i pensatori, per gli animi dolci non basta soltanto cogliere tale impossibilità, c’è dell’altro.

Perché, per natura, appunto, son “fatti all’affanno” e, in più, ancora e sempre per natura, codesta madre nega loro la speranza, financo la speranza!

Non vi è possibilità alcuna di salvezza, è negata, per loro.

Qui c’è sofferenza, ma…la sentite?

Comprendete sì o no, voi, giudici del “gobbo pessimista“, che è un sentimento profondo che viene dal profondo del cuore e vibra in ogni singolo istante della sua vita? Comprendete che non se la cerca, ma la sente? Comprendete che lo invade, per natura?

Leggete qui e forse capirete:

“|…|e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,        
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate!

Non credo sia necessario aggiungere altro, perché si sente tutto, col proprio cuore lo si può sentire.

E allora che fare? Si cerca una alternativa, un diversivo, un modo per non essere presi da uno sconforto totale, maledettamente più forte di tutto ciò, se possibile. E dove trovar ristoro dell’anima? Sempre lì, nella natura.

Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto            
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia.

Nulla da fare, ci si è abbandonati ai suoni della natura, al suo piacevole conforto, ma all’ascolto del canto dell’artigiano, non a caso citato in antitesi come esempio di persona che non vive la sofferenza del Leopardi perché preso dal quotidiano lavoro, si ritorna a riflettere, ad avvertire questo fastidio di vivere.

Perché si soffre, ci si batte, si fa a gara con se stessi dalla mattina alla sera di ogni giorno, si combatte con il mondo, con la gente, contro ogni cosa, si cercano mille modi per ovviare ogni sorta di problemi e si giunge a capire che il problema è la vita stessa.

Dopo questa interminabile ressa, cosa ci resta? Tutto passa e quasi (ma quel quasi ha un valore sottilissimo) orma non lascia.

Svanisce tutto, via. A che pro vivere?

Nella mia prima età, quando s’aspetta            
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume;ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,            
Già similmente mi stringeva il core.

Va via anche il giorno festivo, come tutto, ma quell’andare via del giorno, quella domenica sera, per intenderci, quel senso del passaggio, del passato, della fine fa stringere il cuscino anche a noi, con tanta maledetta forza!

Questi versi chiudono questo componimento, ripeto, celestiale, questo capolavoro, questa vera e propria arte di riuscire ad esprimere un’emozione, un sentimento con i versi, con poesia.

Il dolore che sente Leopardi lo sentiamo tutti, tutti noi che abbiamo il cuore delicato, fragile, dolce.

Tutti noi che, ahimè, e beato l’artigiano, riflettiamo sulla vita e non possiamo far altro che convenire con questa Nausea, direbbe Sartre, con questa mestizia, con questo dolore.

La piccolissima differenza è proprio nella grandezza dell’artista: Leopardi è in grado di rendere dolce questa sofferenza, di edulcorarla, tanto che leggendone i versi si prova un sentimento analogo a quello del poeta senza rendersi conto che, grazie a quei versi così delicati, ci si sta alienando, ci si sta beando tra le corde dell’annullamento momentaneo. È medicina, è magia!

Ecco perché Leopardi non è solo pessimismo, proprio per questa capacità di analisi e di trasmissione, per chi lo capisce, è ovvio.

Leopardi è riflessione e sofferenza, è dolcezza pura e pulita, è poesia!

Lorenzo Romano

Poetessa legge poetessa: Anne Carson traduttrice di Saffo

[CulturaMente compie 7 anni! Questo articolo fa parte delle uscite "Le magnifiche 7 (penne)", un omaggio degli ex spacciatori di cultura per festeggiare insieme agli attuali spacciatori questo importante compleanno.]

Se ci chiedessero di menzionare una e una sola poetessa dell’antichità, la risposta sarebbe probabilmente unanime: Saffo di Lesbo. Mentre altre poetesse, per un motivo o per un altro, sono cadute nell’oblio o sono comunque meno conosciute al largo pubblico, per Saffo sembra essersi avverato quello che si legge in uno dei suoi frammenti: “qualcuno si ricorderà di noi”. Non a caso, il frammento dà il titolo al corto teatrale della nostra Alessia Pizzi, dedicato proprio alla fama (o non fama) delle poetesse antiche.

Saffo non ha mai smesso di affascinarci, per i motivi più svariati. Il come e il perché lo ha spiegato recentemente il Prof. Camillo Neri (Alma Mater Studiorum – Bologna), uno dei massimi esperti di Saffo (è uscita di recente la sua monumentale edizione commentata di Saffo – De Gruyter, 2021). Nell’introduzione alla sua edizione ridotta (ed economica) di Saffo curata con Federico Cinti (Rusconi 2017), Neri spiega come la sua figura abbia vissuto una sorta di biforcazione. Da un lato, lo studio dei frammenti superstiti della poetessa, con tutti gli interrogativi che ci lasciano; dall’altro, le metamorfosi che il suo profilo ha subito nei secoli, da parte dei suoi detrattori ma anche (e forse soprattutto) di che ne ha fatto un modello femminile e omoerotico.

Copertine delle edizioni di Saffo di Neri (2021) e Neri-Cinti (2017).

Fra le varie espressioni di questo interesse per Saffo ci sono naturalmente le molte traduzioni in diverse lingue che la sua opera ha conosciuto. Una delle più interessanti di questo secolo è quella inglese di Anne Carson, poetessa lei stessa (If Not, Winter,New York 2002).

Anne Carson: profilo di poetessa sfuggente

Ma chi è Anne Carson? Canadese, nata a Toronto nel 1950, Carson rifugge le etichette. Ha studiato lingue e letterature classiche, disciplina che ha insegnato per molti anni in diverse università del Nord America. Nel frattempo ha pubblicato contributi scientifici, saggi, traduzioni. Nonostante il suo incredibile successo e i molti premi e riconoscimenti ricevuti, tiene un profilo basso, come racconta Sam Anderson un ritratto della poetessa apparso sul New York Times nel 2017.  “Anne Carson wasborn in Canada and teachesancientGreek for a living” è la biografia lapidaria sulle quarte di copertina di molti suoi libri – senza alcuna foto d’accompagnamento.

Il mondo classico pervade la poesia e più in generale l’opera di Carson, com’è evidente da Autobiography of Red: A Novel in Verse (1998, ispirato alla Gerioneide del poeta greco Stesicoro) o daAntigonick (2012), una originale rielaborazione dell’Antigone di Sofocle. Ma Saffo occupa forse uno spazio privilegiato. Eros the Bittersweet, titolo del saggio del 1986 che rielabora la tesi di dottorato di Carson (Odi et Amo Ergo Sum), è uno studio del desiderio nella letteratura greca che parte proprio da Saffo.

If Not, Winter: Carson traduttrice di Saffo

If Not, Winter è il titolo che Carson dà alla sua traduzione dei frammenti di Saffo apparsa nel 2002. La frase è tratta da un verso del Fr. 22 di Saffo ed è rappresentativa dell’effetto poetico offerto dalla raccolta. Come i classicisti ben sanno, buona parte della poesia di Saffo ci è stata tramandata da papiri che, pur essendo sopravvissuti per duemila anni o giù di lì, si trovano in condizioni abbastanza disastrose. Il risultato è che i resti della poesia che leggiamo di Saffo sono spesso pieni di lacune e misteri irrisolti – il che, però, è anche parte (involontaria) del fascinoche la sua poesia esercita su noi moderni.

[Visualizza un papiro con versi di Saffo (P.Köln XI 429, III secolo a.C., recante frammenti del ‘Tithonuspoem’ = Fr. 58]

Carson sfrutta deliberatamente questa mutilazione del testo antico. I filologi classici utilizzano le parentesi quadre per indicare le lacune materiali nel testo dovute alla frammentarietà dei papiri. Carson, come dichiara nell’introduzione al volume, ritiene che le parentesi implichino uno spazio libero che apre all’immaginazione (bracketsimply a free space of imaginal adventure, p. XI).

Così recita ad esempio il Fr. 43 nella versione di Carson:


]beautiful he

]stirs up still things

]exhaustion the mind

]settles down

]but come O beloveds

]for day is near

Il volume, poi, oltre alle caratteristiche del testo antico, sfrutta anche la disposizione del testo in modo artistico. Il Fr. 51, che è di un solo rigo nell’originale greco, è reso così:

Foto di Davide Massimo

L’impaginazione viene sfruttata in questo caso per rendere il dilemma del cuore diviso fra due pensieri. Sfogliando tutto il volume, poi, si nota come lo spazio bianco prevalga in realtà sul testo stampato (nel caso di frammenti di una sola parola o poco più, il resto della pagina viene lasciato in bianco). Questa scelta, che sarebbe bizzarra o fuori luogo per una edizione ‘tradizionale’ e specialistica della poetessa, è invece un elemento molto potente della versione di Carson. Ci ricorda quello che sappiamo di Saffo è davvero poco, ma che allo stesso tempo dà spazio all’immaginazione del lettore, libera di proseguire laddove spesso lo studioso deve fermarsi.

Lontani da Lesbo?

L’aspetto forse più celebre del personaggio Saffo, ossia il desiderio e l’elemento omoerotico, passa in secondo piano nella versione di Carson. Come dichiara lei stessa nell’introduzione: “Controversie sulla sua etica personale e il suo stile di vita hanno impegnato a lungo molti nella storia degli studi di Saffo. Pare che abbia conosciuto e amato le donne così profondamente quanto amava la musica. Possiamo lasciare qui la questione?” (p. xi)

Come ha sottolineato la classicista e traduttrice Emily Wilson in un pezzo su alcune pubblicazioni su Saffo nella London Review of Books (2004), Carson sembra mettere in secondo piano talvolta l’elemento omoerotico. Prende a esempio la traduzione del Fr. 31, la cosiddetta ‘Ode della gelosia’ in cui la persona loquens descrive l’obnubilamento dei sensi e il disagio fisico creato dalla vista della persona oggetto del desiderio che conversa con un uomo. Nell’originale grecole parole hanno una connotazione di genere, mentre Carson opta per una traduzione ‘impersonale’e che addirittura si disfa dei marcatori di persona come pronomi o aggettivi possessivi:

tongue breaks and thin
fireis racing under skin
and in eyes no sight and drumming
fillsears

La resa è ben diversa dalla consueta “la mia lingua si spezza” o “la lingua mi si spezza”, più fedele all’originale greco. Questa scelta incontrerà certamente delle critiche, ma non è un inganno: è una scelte deliberata che vuole porre l’attenzione su altri elementi poetici. E quella operata da Carson, in fondo, è un’altra delle mille metamorfosi che ha subito Saffo nei secoli. Una metamorfosi dalle mille sfaccettature, in questo caso, che passa fra le mani di una classicista che coniuga una conoscenza profonda del testo di Saffo all’originalità del proprio mondo poetico.

Fr. 22 nell’edizione di Carson (foto di Davide Massimo).

Nota: i numeri dei frammenti di Saffo si riferiscono, secondo una prassi comune, a quelli dell’edizione di Eva-Maria Voigt, Sappho et AlcaeusFragmenta (Amsterdam, 1971).

Davide Massimo

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Ultimo tango a Parigi: bellezza e scandalo in un cult (in)discusso

Io non voglio sapere come ti chiami. tu non hai nome, io nemmeno! Nessun nome. Qui dentro non ci sono nomi

Titolo originale: Ultimo tango a Parigi
Regista: Bernardo Bertolucci
Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci e Franco Arcalli
Cast Principale: Marlon Brando, Maria Schneider, Massimo Girotti, Maria Michi, Jean-Pierre Léaud
Nazione: Italia
Anno: 1972

Ultimo tango a Parigi fece il suo ingresso nella storia del cinema ormai cinquant’anni fa.

Il pubblico internazionale lo conobbe per la prima volta in occasione dell’anteprima di New York il 14 ottobre 1972, per poi uscire nelle sale italiane il 15 dicembre dello stesso anno.

Il regista Bernardo Bertolucci, autore del soggetto, ne scrisse la sceneggiatura insieme a Franco Arcalli, che avrebbe lavorato successivamente anche a quella di Novecento e di La luna dello stesso regista, nonché a quella di C’era una volta in America.

Inizialmente fu difficile trovare gli attori disposti a interpretare i protagonisti di Ultimo tango a Parigi, un film che negli anni a venire sarà definito erotico, pornografico, osceno. Alcuni attori avevano motivi “oggettivi” per rifiutare: Dominique Sanda era incinta, Jean- Louis Trintignant non voleva recitare nudo. Alain Delon, invece, definì subito il film pornografico.

Forse è stato un bene che nessuno di loro abbia accettato, perché il film si è giovato soprattutto dei volti, dei corpi e del talento di una star celebre come Marlon Brando e di una giovane attrice come la splendida (e sfortunata) Maria Schneider.

Ultimo a tango a Parigi è ad oggi uno dei maggiori successi cinematografici e un’opera artistica di vera bellezza. E mai come in questo caso un film può definirsi iconico, per la storia di censura che ha attraversato e per lo spazio che ha occupato nell’immaginario, ma anche nella fantasia del pubblico.

La trama di Ultimo tango a Parigi

C’è un appartamento sfitto e disabitato, in un palazzo d’epoca a Parigi. Vi si trovano, dopo essersi casualmente incrociati per strada, un uomo di mezza età, Paul (Marlon Brando) e una giovane ragazza, Jeanne (Maria Schneider), che vorrebbe affittarlo per andarci a vivere con il suo ragazzo (Jean-Pierre Léaud).

L’uomo è sconvolto. Quando rientra a casa sua, che in realtà è l’albergo che gestisce, attraverso la governante scopriamo che sua moglie si è suicidata poche ore prima, tagliandosi le vene nella vasca da bagno. La donna sta pulendo e gli racconta cosa ha riferito alla polizia. Dal monologo si viene a sapere che Paul ha avuto una vita avventurosa, ha svolto mestieri molteplici in giro per il mondo, prima di approdare a Parigi e sposarsi.

Intanto Jeanne prende in affitto l’appartamento, dove Paul è venuto a cercarla e dove il desiderio li farà diventare amanti. Lei vorrebbe sapere tutto di lui e dirgli tutto di se stessa. Lui le impone, invece, di restare sconosciuti l’uno all’altra, di dimenticare lì dentro tutto ciò che sono stati fino a quel momento. Si chiedono entrambi se ci riusciranno.

In effetti, il rapporto a due diventa comunque intimo, liberato da ogni sovrastruttura. Servirà a lei per capire meglio cosa vuole da Paul, dal suo fidanzato con cui, nel frattempo, decidono di sposarsi, dalla vita. Risulterà indispensabile a lui per affrontare il doloroso lutto, con l’arrivo della suocera (Maria Michi) di cui non riesce a sopportare le istanze borghesi da un lato (la volontà di offrire un funerale religioso alla figlia che era atea, oltre che suicida) e quelle emotive dall’altro (la necessità di capire i motivi del gesto fatale e di condividere la sofferenza con il genero per consolarsi a vicenda). Inoltre, la moglie Rosa lo tradiva da tempo, sotto i suoi occhi e lui sceglie in questo momento di confrontarsi con l’altro uomo, Marcel (Massimo Girotti) per capire cosa li distingueva e li accomunava agli occhi di Rosa.

Non rivelerò il finale, ma avverto che nella trama i ruoli di forza vengono scambiati, prima lui lascia lei, poi se ne scopre innamorato. Ma la loro vita non può essere insieme, anche se – parafrasando Jeanne – alla fine effettivamente lei e Paul avranno trasformato il caso (che li ha fatti conoscere) in destino.

La costruzione dei personaggi e le interpretazione di Brando e Schneider

Il contrasto tra la calma che i due amanti vivono nell’appartamento (che il critico Morandini definisce efficacemente “una zattera per naufraghi), e ciò che avviene fuori quando Paul rientra a casa è dato proprio dal non sapere niente l’uno dell’altra. Ma i buoni propositi restano in parte non realizzati e molto il film ci racconta dei due.

Paul è un uomo che, parlando del suo passato, confessa di non riuscire mai a trovare un bel ricordo. “La tua solitudine è pesante. Sei un egoista!” lo rimprovera Jeanne.

Lei è una ragazza rimasta innamorata del padre che ha perso durante la guerra in Algeria, quando lei era una bambina (la sua pistola di ordinanza avrà un ruolo cruciale nel film). Ora è una ventenne che si sente sfruttata dal suo maturo amante esigente, così come dal ragazzo cineasta, entrambi accusati di volerle far fare ciò che non ha mai fatto.

L’indiscutibile carica erotica dei protagonisti è parte essenziale della bellezza e del fascino di Ultimo tango a Parigi.

Maria Schneider è indimenticabile in questa pellicola. Aveva solo diciannove anni, ma da qui si capiva quanto sarebbe potuta andare lontano.

Marlon Brando, da solo, è Ultimo tango a Parigi: bellissimo, sexy, perfetto in ogni battuta e inquadratura. A guardare il suo Paul, lo si ama, lo si desidera, lo si detesta.

Personaggi e dialoghi sono al servizio di una sceneggiatura che vuole essere una feroce critica sociale, soprattutto al matrimonio e alle convenzioni borghesi. In questo senso il film è figlio dei movimenti culturali portati dal Sessantotto.

Visto a distanza di cinquant’anni dall’uscita, probabilmente il messaggio liberatorio e culturalmente “rivoluzionario” del film risulta meno potente e ciò che colpisce a livello emotivo è più la parabola discendente di un uomo distrutto dal dolore e di una giovane che deve completare la sua educazione sentimentale e sessuale.

L’erotismo visto con gli occhi di Bertolucci è qualcosa che va preso tremendamente sul serio, all’inizio sembra presentato come salvifico, nel finale come l’unico elemento o fonte di verità della relazione tra un uomo e una donna, che però è anche violenta e distruttiva.

La fotografia e la colonna sonora

Il talento di Vittorio Storaro arricchisce il film di una fotografia impeccabile. Nelle scene degli incontri tra gli amanti nell’appartamento le immagini hanno una palette di colori caldi e avvolgenti. Fuori, l’arancio, il rosso e il giallo cedono il passo ai colori più realistici di un inverno parigino, a partire dal grigio. I toni si fanno, invece, scuri, cupi, tetri, quando Paul fa rientro nell’albergo/casa, dove è costretto ad affrontare i demoni del lutto, che diventa quasi una resa dei conti con i nodi della sua vita coniugale e non solo.

Indimenticabile è anche la colonna sonora, interamente scritta dal compositore e sassofonista argentino Gato Barbieri. Gioca, come è facile immaginare, con i ritmi e le atmosfere del tango, erotico e malinconico come tutta la pellicola. Oggi quella musica potrà risultare datata a un pubblico contemporaneo, non certo più abituato all’uso (o abuso) del sassofono, come quello degli anni ’70 e ’80 del novecento. Tuttavia la colonna sonora è in perfetta armonia con l’atmosfera del film.

Un assurdo caso di censura

Ultimo tango a Parigi è stato il caso più clamoroso di condanna di un film da parte della censura, dopo quello di Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, che subì il taglio di ben quattro scene (tra cui quelle dello stupro di Nadia e del suo accoltellamento).

La commissione incaricata della censura negò il nulla osta all’uscita del film di Bertolucci, definendolo osceno in almeno dieci punti e proponendo diversi tagli alla pellicola. Dopo l’uscita nelle sale, ci furono delle denunce, a seguito delle quali il Pretore ordinò il sequestro del film.

Seguirono quattro anni di battaglia legale fino alla sentenza della Corte di Cassazione che, nel 1976, confermò la decisione del pretore e ordinò la distruzione della pellicola.

Il regista Bernardo Bertolucci scrisse una lettera aperta paragonando la reazione, ingiustamente oscurantista, delle istituzioni al film addirittura all’Olocausto, con un parallelismo tra un genocidio da un lato e il rogo delle idee dall’altro.

Solo nel 1987 interverrà un’altra sentenza che libererà il film; da quel momento si potrà vedere nella sua interezza, mostrando anche quanto fossero sproporzionate le accuse di oscenità.

Questo tortuoso percorso fu ripagato dal pubblico, con incassi record in Italia per la pellicola sia nella stagione di uscita nel 1972/73, sia alla seconda uscita nel 1987, grazie alla riabilitazione. Anche all’estero il successo di pubblico fu amplissimo.

La pellicola è stata restaurata nel 2018 dalla Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia, con la supervisione del direttore della fotografia Vittorio Storaro e si può vedere in questa versione sulla piattaforma Sky/Now.

Il vero scandalo di Ultimo tango a Parigi.

Ciò che davvero avrebbe dovuto indignare la censura e il pubblico non è quanto si vede sullo schermo, bensì quanto avvenne sul set.

Molti sapranno già che una delle scene di Ultimo tango a Parigi entrate nel mito – anche perché per lunghi anni nessuno la potè vedere –  era la cosiddetta scena del burro, che Paul usa in un rapporto anale con Jeanne. Anche nella finzione della pellicola è chiaro che quello non è sesso consenziente tra i due, ma un vero stupro.

Ma per molti anni nessuno ha immaginato la violenza che aveva subito l’attrice Maria Schneider. Lei non sapeva di dover girare questa scena, semplicemente perché nel copione non c’era. Lo venne a sapere solo pochi minuti prima di girare, a differenza di Brando.

Anni dopo, sia Schneider sia Bertolucci rivelarono che l’attrice era rimasta traumatizzata dalla scena, perché girarla fu come violentarla davvero.

Secondo il racconto dello stesso regista in un’intervista ad una testata specializzata francese nel 2013, sia lui che Brando erano d’accordo che Schneider non dovesse essere a conoscenza di tutti i dettagli della scena di violenza. “La sequenza del burro è un’idea che ho avuto con Marlon al mattino prima di girarla. Sono stato, in un certo senso, terribile con Maria, perché non le ho detto cosa stava per succedere. Volevo che avesse una reazione spontanea, da ragazza, non da attrice (…) Volevo che venisse fuori la sua umiliazione“. Bertolucci si dichiarava “molto in colpa”, ma in ultima analisi non rimpiangeva di aver preso quella decisione.

Maria Schneider, morta prematuramente nel 2011, rivelò da parte sua che quella scena la fece sentire umiliata e “un po’ violentata”. Dopo le riprese né Brando né Bertolucci le chiesero scusa. Dichiarò anche che era un’attrice ancora inesperta, non aveva capito del tutto il contenuto erotico del film. Avrebbe dovuto fare intervenire il suo agente o il suo avvocato, perché non si può costringere un attore o un’attrice a recitare scene non contenute nella sceneggiatura. Ma lei era alle prime armi nel mondo del cinema e non lo sapeva.

Forse dovremmo ricordarci di cosa è avvenuto sul set di un capolavoro come Ultimo tango a Parigi, dove tutti erano professionisti pieni di talento artistico, ogni volta che riteniamo opportuno commentare con dileggio o facendo i “dovuti distinguo”  un movimento come il “Me too”, partito proprio dal mondo del cinema.

3 motivi per guardare il film:

  • per la scena nella sala da ballo durante la gara di tango, che da il titolo al film;
  • perché è un film “a cui è successo di tutto e ha fatto succedere tutto” (Tatti Sanguineti);
  • per l’interpretazione magistrale e la bellezza di Marlon Brando.

Quando vedere il film:

in un pomeriggio d’autunno, magari con il partner.

Stefania Fiducia

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Le “Illuminazioni” di Frainetti, l’architetto poeta

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Quante sono le parole per definire un cambio di rotta, una metamorfosi improvvisa, un evento significativo nella vita? La silloge di Franco Frainetti per le Edizioni Croce, Illuminazioni, le contiene quasi tutte come suggerisce il titolo.

Frainetti è un Leonardo da Vinci contemporaneo: architetto, pittore e poeta, si muove con la stessa maestria nel segno grafico come nell’uso della parola poetica. Nel suo caso la poliedricità è garanzia di una personalità votata all’arte per investitura mistica, assoluta.

Una visione estemporanea della realtà

Così le poesie di Frainetti si rivelano al lettore, con la visione estemporanea della realtà proprio con una serie di illuminazioni. Le liriche dell’autore sono destinate a un popolo senza coscienza, affinché possano redimersi dall’abitudine all’indifferenza.

Gli esercizi di consapevolezza del poeta iniziano con l’osservazione sistematica della realtà e la restituzione in mappe concettuali attraverso la lettura dei particolari, come in un progetto architettonico corredato da piani, disegni, diagrammi.

La chiarezza del messaggio poetico può essere paragonato a una pulizia prospettica, che ritrova la bellezza eliminando la volgarità degli eccessi.

Scrive nella prefazione Giorgio Ghiotti:

“Bordi di pagine, stanze secondarie, deserte, letti senza avventure; illuminazioni minime eppure fondamentali si compiono nei versi di Franco Frainetti, poeta della forma breve, brevissima, dell’epigramma, di più, del pensiero se il pensiero immediato, l’intuizione fulminea, potessero affidarsi alla carta senza passare dal filtro dell’arte, della parola”.

Le Illuminazioni di Franco Frainetti sono versi chiusi nel recinto della quotidianità. Sono scene che ricordano il cinema francese nel periodo del realismo poetico, ritratti calibrati di vita e fatalmente inchiodati dal destino ma illuminati dalla bellezza della poesia del marciapiede.

Fa bene leggere poesia. Non ci stanchiamo mai di ripeterlo: sostituiamo il significato gravoso di impegno con quello di privilegio.

Biografia

Franco Frainetti è nato nel 1949 a Sezze Romano in provincia di Latina dove tuttora vive e opera. Si è laureato in architettura a Roma nel 1976. In seguito ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Frosinone dove si è diplomato nel 1986. Architetto, pittore e poeta, si è distinto in vari concorsi letterari, nazionali e internazionali, ottenendo significativi riconoscimenti di critica e di pubblico. Le sue poesie sono state selezionate e inserite in numerose antologie e riviste. Ha pubblicato nel 2014 la silloge Poesie (Edizioni Croce); nel 2019 le sillogi Insofferenze (FusibiliaLibri) e L’ombra delle cose (deComporre Edizioni); nel 2020 la silloge Il cielo in bocca (Dialoghi).

Antonella Rizzo

Erica: caratteristiche, significato e abbinamenti culturali della pianta perenne

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La bellezza dell’erica non è solo nell’essere una pianta perenne è anche nei piccoli fiori di colore bianco e rosa che decorano e illuminano le giornate sempre più corte dell’autunno.

Caratteristiche

L’erica, come già accennato, è una pianta perenne, cespugliosa e sempreverde, originaria dell’Europa occidentale e mediterranea e dell’Africa. Appartiene alla famiglia delle Ericacee ed è composta da circa 400 specie, di cui tre crescono in Italia: l’erica scoparia e l’arborea, che sono le più diffuse, e l’erica multiflora.
Nelle Alpi e sugli Appennini, isolata, si trova l’erica carnea. Per questo viene anche definita scopa da bosco.

La pianta viene coltivata a scopo ornamentale, soprattutto perché fiorisce alla fine dell’estate, proprio quando i fiori e le piante iniziano a sfiorire per andare in letargo. Raggiunge un’altezza che varia dai venti centimetri al metro e mezzo.
L’erica è costituita da un suffrutice ricco di rami, a volte con della peluria. Le foglie sono aghiforme e piccolissime, di una lunghezza tra i due e i quindici millimetri, e ricoprono i rami per tutta la loro lunghezza.

I fiori sono numerosissimi e piccoli, hanno la forma di un calice tubolare rovesciato a 4 divisioni. Possono essere singoli o riuniti in grappoli in un corimbo. I colori variano dal bianco al rosa, al fucsia, al rosso.

Altre piante della stessa famiglia delle ericacee, la calluna e la daboecia, vengono scambiate per l’erica e talvolta vengono vendute come tale pianta, in particolare la calluna vulgaris che è molto simile all’erica.
Questa è, tra l’altro, la pianta più diffusa nelle brughiere, di fatti viene chiamata anche brugo (non l’ex amico di Morgan), parola che viene dal tardo latino di origine celtica brucus. E brucus, alla fine di questi giri di parole per mezza Europa, vuol dire proprio erica!

Significato

Il nome della pianta deriva dal greco ereiko, che vuol dire frangere. Il motivo del nome è dovuto alla fragilità dei fiori e le foglie della pianta che si rompono facilmente.

Abbinamenti culturali

Una pianta che porta un nome proprio di persona inspira tanti collegamenti.

Canzone

C’è una canzone, uscita nel 1995 che si è incollata, fissata, nella mente di tutte le persone che l’hanno sentita anche solo una volta, non importa l’età che hanno.

Questo pezzo di nomi femminili ne cita tanti… è un po’ la controparte maschile di Alejandro di Lady Gaga.
Parlo di Mambo No. 5 di Lou Bega, e ora so che il vostro jukebox mentale ha fatto partire la canzone in testa, anche senza cliccare sul video.

A little bit of Erica by my side

Mambo No.5

Film

Alcune varietà di erica, multiflora, cornea e arborea, sono chiamate scopa e scopa da ciocco, e ottobre è il mese di Halloween. Per tutti questi motivi ho scelto di abbinare Pomi d’ottone e manici di scopa, una pellicola bellissima, tra realtà e animazione, troppo poco conosciuta.

Non a caso una dei nostri pusher di film cult l’ha recensito, e poi tra gli attori c’è anche l’immortale Signora in giallo, Angela Lansbury: una ragione in più per vederlo!

Ambra Martino

“House of the Dragon”: recensione del settimo episodio

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Proviamo a immaginare le cene di Natale a Casa Targaryen. Provate più disagio o imbarazzo? O un misto delle due? Potreste rispondere pensando a come vi siete sentiti/e guardando il settimo episodio di House of the Dragon, Driftmark.

A differenza delle altre puntate, in questa abbiamo tutti i personaggi riuniti all’interno di un unico spazio. Questo offre possibilità immense a livello di scrittura. Possibilità che sono state sfruttate alla grande da Kevin Lau, sceneggiatore dell’episodio. La storia continua a svolgersi in modo molto veloce anche se questa volta non ho avuto la sensazione di straniamento provata durante la sesta puntata e ho anche apprezzato i dettagli forniti all’interno dei dialoghi che illuminano ancora una volta su quanto successo nel corso dei dieci anni passati.

Una puntata che coglie nel segno e che vede molti personaggi riuscire a raggiungere una parte dei propri obiettivi.

Daemon e Rhaenyra

Sono passate 7 puntate (più di 12 anni, se non mi sbaglio) dalla prima volta che abbiamo visto insieme Daemon e Rhaenyra. Questo incontro avviene nella sala del trono (scelta che ora non possiamo considerare affatto casuale ma che va interpretata in molteplici modi) e rappresenta anche la prima apparizione del Principe nella serie.

La chimica tra i due personaggi è stata subito evidente tanto che il web ha immediatamente iniziato a riempirsi di immagini di loro insieme e di commenti in cui si fantasticava su una loro possibile storia. Il tutto sotto gli occhi compiaciuti dei lettori e delle lettrici di Fuoco e sangue che già sapevano come sarebbe andata a finire.

Dopo che si sono cercati a lungo e dopo che entrambi hanno vissuto momenti infelici alternati ad altri di breve pace, l’unione tra i due figli del drago è finalmente compiuta. Insieme sono pronti ad affrontare tutte le sfide che si apriranno al momento della morte di Viserys (che sembra essere sempre più prossima). Sfide che ci saranno sicuramente (non serve aver letto il libro per immaginarlo) soprattutto dopo quanto abbiamo visto in questi episodi.

Prima di parlare della scena madre di Driftmark, bisogna dire che la scena del matrimonio tra questi due Targaryen è trattata visivamente molto bene. Le riprese dei particolari del corpo, la grande presenza del sangue, gli sguardi e i sorrisi tra i due restituiscono un senso di sacralità e di romanticismo. Sembrano davvero una coppia regale salda e forte.

Trovo assolutamente convincente che sia Rhaenyra tra i due a prendere in mano le redini della situazione. Assistiamo a un completo rovesciamento di quanto avevamo visto nel quarto episodio: lo zio seduttore viene ora sedotto dalla nipote. Quella che un tempo era una ragazza pronta a vivere fino in fondo le sue esperienze senza lasciarsi frenare dalla paura ora è diventata una donna adulta che vuole combattere per difendere se stessa, la sua posizione e la sua famiglia in ogni modo possibile. Nello scorso episodio abbiamo visto una Rhaenyra fragile, sola e spaventata. In questo la vediamo cercare di recuperare forza e determinazione non attraverso complotti e violenze (come fanno molte delle persone vicino ad Alicent Hightower), ma seguendo il suo cuore e le sue emozioni. Rhaenyra cerca la forza nel suo sangue, nel suo cognome. Lo zio rappresenta anche questo. È una parte di lei. Daemon si lascia guidare da Rhaenyra e anche se appare un po’ strana la sua mancanza di iniziativa o di azione, i suoi sguardi ci aiutano a capire le emozioni non verbalizzate.

Il premio di Alicent

Un altro personaggio che ottiene una grande vittoria in questo episodio è Alicent, anche se potrebbe sembrare il contrario. In effetti, in Driftmark la donna tocca davvero il fondo. È pronta a far cavare un occhio a un bambino semplicemente per non permettere che Rhaenyra resti ancora una volta impunita per la benevolenza del padre (che lei non ha mai conosciuto). Perde sempre più lucidità fin quando non è lei stessa a cercare di colpire e uccidere la vecchia amica. Nel veloce scambio di battute tra le due esce fuori tutta la frustrazione della donna (di cui avevamo anche parlato nella scorsa recensione). Frustrazione che trova consolazione nelle parole che il padre le riserva subito dopo.

Il riconoscimento da parte del genitore di quanto sia cambiata e della sua forza è sicuramente importante per lei che ha sempre agito per compiacerlo anche andando contro la sua stessa volontà. Alicent è pronta per il gioco del trono. Sebbene le sue motivazione siano piene di una rabbia e di un dolore di cui lei stessa non capisce davvero l’origine, è impaziente di ottenere il suo riscatto. In realtà, Alicent ha già perso. Quello che desidera davvero – essere padrona della propria vita e della propria felicità come Rhaenyra – non lo può più ottenere. In un mondo così, d’altra parte, sono davvero poche le donne che possono concedersi questo lusso.

Il suo personaggio, anche se popolarmente odiato, è in realtà molto tragico.

Personaggi odiosi e momenti divertenti

I bambini vittime di bullismo si trasformano spesso in carnefici spietati. Aemond Targaryen ne è un perfetto esempio. Il giovane che non aveva ricevuto alcun drago alla sua nascita reclama per sé Vhagar, una delle bestie più antiche di Westeros. Prima di Laena, infatti, era stata Visenya Targaryen a cavalcare quel drago, la regina che insieme ai fratelli Aegon e Rhaenys sottomise i Sette Regni. Una volta conquistata la fiducia di questo animale, Aemond non perde occasione di sfidare apertamente i cugini e le cugine, né di affrontare il proprio padre e re. Anche la perdita dell’occhio non lo scoraggia affatto.

I pollici in alto sono ancora una volta per Viserys e per la sua stanchezza davanti ai litigi familiari. Io non ho potuto fare a meno di sorridere quando ha chiesto ai figli e ai nipoti sanguinanti e con gli sguardi carichi di odio di fare pace e di andare d’accordo. È un re decisamente buono ma del tutto incapace di affrontare i sentimenti che lo circondano.

Ho trovato molto divertente anche il momento in cui Laenor arriva da Rhaenyra e dai “figli” e, trovandoli feriti e stravolti, chiede che cosa sia successo. Fa quasi tenerezza nel suo essere completamente incapace di agire nelle situazioni che vive.

Mentre aspettiamo con impazienza l’ottavo episodio, vi invito a unirvi a me nella lettura di Fuoco e sangue che sto portando avanti con i Postumi Letterari. Vi giuro che ne vale davvero la pena!

Federica Crisci

Storia del nero, il colore più elegante del guardaroba

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Il nero è un colore con luminosità nulla, eppure ci garantisce massima visibilità!

Nell’Antico Egitto, il nero era attinente al Caos originario da cui tutto deriva. Era un colore simbolo dell’Aldilà come luogo di rigenerazione in cui, mancando la luce, tutte le cose erano indistinte e presenti solo in potenza. Nel medioevo, era il colore del demonio, che veniva rappresentato con sembianze umane ma dalla pelle nerissima.

Come si otteneva il nero?

Non pensiamo ad oggi, dove tingere un capo è un’azione elementare e cheap, che possiamo fare anche a casa in lavatrice. Nell’antichità (e ancora oggi in alcuni paesi) la tintura era un’attività lunga e laboriosa, un mix tra chimica, botanica, artigianalità. Ma, sopratutto, era il colore più costoso da ottenere. Il nero scuro effetto inchiostro era infatti frutto di un procedimento di estrazione lungo e dispendioso. venivano utilizzate le galle, escrescenze anomale presenti sulle piante, piene di uova di insetti. Per altri neri un po’ più sbiaditi si potevano usare i malli delle noci e le cortecce di alcuni alberi. A livello culturale, dal medioevo in poi il nero richiama più o meno inconsciamente un oggetto per pochi, sofisticato e quasi unico. Non c’è da stupirsi quindi che questo tipo di giudizio sul nero sia ancora ben ancorato nella coscienza collettiva.

Il nero è dei ricchi o dei poveri?

Sembra una domanda inutile, visto quanto abbiamo detto prima. Il fatto è che la moda subisce e recepisce in modo ciclico e ondivago i diktat della società che la circonda e che a sua volta plasma. Carlo Magno pensa bene di eleggere il nero come colore dei contadini, un nero stinto, striato, sciatto. Non tanto per far loro un dispetto economico, ma per marchiarli con un colore associato all’oscurità e quindi anche alla paura e alla sottomissione. Temi questi ultimi, cari anche al Cattolicesimo, che si attiva nel XII secolo per rimettere in gioco il ruolo di un colore, veicolo di moltissimi messaggi potenti. Se i cistercensi vestivano in candidi abiti bianchi a simboleggiare la purezza di Dio, i benedettini iniziano ad avvicinare il concetto di umiltà, povertà e ubbidienza proprio al nero. Inizia una diatriba, vinta -simbolicamente- dai benedettini. Il nero diventa quindi un colore importante, inizia ad orlare gli abiti dei ricchi nobili del rinascimento, nascono i Cavalieri Neri e i papi lo scelgono in Quaresima, dandogli l’ennesimo significato del lutto e della penitenza.

L’ascesa del nero

Nel 1400, con le esplorazioni e il commercio, arrivano nuovi tessuti in Europa. Nel frattempo le leggi suntuarie, che cercavano di mettere un freno allo sfarzo e all’opulenza, limitavano l’uso di colori come il porpora il blu. Il nero viene quindi visto come un’alternativa per aggirare questi divieti che per secoli tentarono di imbrigliare la moda, senza successo. Quindi magistrati, notai, dottori, da Venezia a Napoli iniziarono a utilizzare il nero come colore scuro -e quindi elegante- senza incorrere in sanzioni. Da qui in poi sarà praticamente impossibile debellare dalla società il colore nero, che rimarrà ancorato alla doppia semantica dell’eleganza e del lutto.

Il nero nell’età moderna

Senza scomodare i massimi sistemi, il nero passa attraverso secoli in cui viene escluso -insieme al bianco- dallo spettro cromatico grazie a Newton. Inoltre, nei secoli delle esplorazioni in Africa e dello schiavismo, il nero è associato a tematiche esotiche e di sfruttamento. Fino al 1800, quando le città si riempiono di fabbriche, fumi, scavi minerari, carbone. Il volto dell’operaio è sia pallido che nero, quello dei ricchi deve essere luminoso e colorito (quindi prendono il sole dopo secoli di ombrellino). Il nero non scompare mai definitivamente dal radar della moda, fino ad arrivare al ‘900.

Little black dress, un’icona destinata a durare

Negli anni 20, durante la guerra, gli uomini erano al fronte. le donne rimaste portavano avanti la società, lavorando in ambiti fino a quel momento impensabili. Postine, operaie, impiegate hanno bisogno di abiti senza stecche, senza lacci, senza costrizioni che impossibilitano i movimenti. Coco Chanel intercetta questa spinta evolutiva del vestiario e regala alle sue contemporanee (e all’umanità) degli abiti finalmente comodi. Ed economici. Per quanto può farci sorridere pensare a Chanel come un’alternativa economica, all’inizio della sua carriera utilizzava materiali meno costosi dei grandi couturier e più adatti a linee morbide. A lei dobbiamo l’invenzione del little black dress, riproposto a tutte le latitudini e in tutte le salse, un semplice tubino nero che ha il vantaggio di essere perfetto dall’alba al dopo cena, dalla colazione di lavoro al party in discoteca. Dove lo trovate un altro capo d’abbigliamento così versatile e perfetto in ogni ruolo? In più, ovviamente, è nero. Serio e affidabile, ma anche sensuale e misterioso, romantico ma rigoroso. La perfezione. Non a caso, se lo mette anche Audrey Hepburn nel suo film più iconico.

Il nero oggi

Il nero ormai non ha più un ruolo primario, né nel mondo dell’eleganza né nel mondo religioso. La moda minimalista lo ha riportato a galla- insieme al bianco- ma ad oggi è uno dei tanti colori a disposizione dell’uomo e della donna. Anche espressioni come libro nero, uomo nero, lista nera sono un po’ cadute in disuso. Nonostante sia rimasto il colore di alcuni gruppi violenti o di cultura street, non ha più il ruolo che aveva prima. Ma non fa niente, perché come una fenice che non muore mai, il nero è paziente ed aspetta di secolo in secolo il suo turno per tornare a splendere.

Micaela Paciotti

Foto: Le Marins by Charoltte Whales for Jean Paul Gaultier. Fashion Film Festival 2022.

Emergenza climatica in letteratura: il boom della “climate fiction”

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[CulturaMente compie 7 anni! Questo articolo fa parte delle uscite "Le magnifiche 7 (penne)", un omaggio degli ex spacciatori di cultura per festeggiare insieme agli attuali spacciatori questo importante compleanno.]

Non si può fare a meno di fare i conti con il cambiamento climatico: fa parte della nostra quotidianità, è diventato una vera e propria emergenza. Qualcuno soffre anche di stati di ansia collegati all’incertezza sul futuro, costretti a fare i conti con una mancanza di concretezza che dà la sensazione di dover affrontare qualcosa di imprevedibile e ingestibile. La letteratura non poteva fare a meno di raccontare questo momento di transizione: libri distopici, che parlano di un futuro più o meno lontano, nel quale l’umanità affronta i mutamenti catastrofici subiti dall’umanità. Si chiama “climate fiction” ed è diventato un vero e proprio genere letterario, che sta raggiungendo un pubblico sempre più ampio grazie a una generazione di scrittori di alta qualità.

5 libri per indagare la climate fiction

Nel 2020 Lydia Millet è stata finalista al National Book Award con il suo “I figli del diluvio”. Protagonisti un gruppo di ragazzi in vacanza con la famiglia che si trovano a dover fare i conti con un diluvio apocalittico dal quale cercano di scampare mettendo in salvo quello che possono, anche a costo di lasciarsi alle spalle il mondo degli adulti.

Gli alberi e la grandiosità della natura sono i protagonisti de “Il sussurro del mondo” di Richard Power che ha vinto il Pulitzer nel 2019: un’opera difficile e visionaria, che è anche un simbolo di resistenza e un inno alla natura. Più recente “I Greenwood” di Michael Christie: una saga familiare che si snoda tra gli alberi delle foreste canadesi. Anche in questo caso lo sguardo è proiettato in un angosciante futuro, dove tutto è stato distrutto e l’aria è diventata irrespirabile, se non in quel piccolo angolo di mondo dove è ambientata la storia.

La natura e il fragile equilibrio ambientale sono protagonisti anche de “La storia delle api” di Maja Lunde. Un romanzo che fa riflettere, ma che è anche molto coinvolgente. 

Il “padre” della climate fiction può essere considerato “Il mondo sommerso” di J.G.Ballard: scioglimento dei ghiacci, temperature roventi, il genere umano destinato all’estinzione. Un libro profetico, che descrive un mondo che speriamo di non dover vedere mai. 

Per affrontare l’ansia da emergenza climatica il mondo migliore è prendere consapevolezza di quello che sta accadendo: Jonathan Safran Foer con “Possiamo salvare il mondo prima di cena” è lo scrittore che riesce a fare la fotografia più coinvolgente dei rischi che sta correndo il pianeta. A metà strada tra un saggio e una raccolta di articoli, è un libro da regalare a ogni negazionista del cambiamento climatico. Perché anche se la letteratura ha ormai già intercettato la grande ansia dei nostri tempi, c’è ancora chi fa tempo che il problema non esista.

Serena Vissani

“Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere”: recensione del sesto episodio

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Le pedine si sono mosse. La guerra è appena iniziata e la sua conclusione non può essere data per scontata, come ci ha mostrato la sequenza finale dell’episodio (visivamente molto convincente).

La sesta puntata degli Anelli del Potere è strutturata in maniera diversa rispetto alle precedenti. Invece di lasciare spazio alle diverse linee narrative della serie, ci si concentra interamente sullo scontro tra gli orchi guidati da Adar e gli esseri umani capitanati da Bronwyn e Arondir. A loro si uniranno anche Galadriel, Halbrand, la regina e i soldati di Nùmenor. Nonostante le tempistiche non siano state gestite molto bene (tanto che si crea una certa confusione in chi guarda), l’episodio conosce diversi momenti importanti e significativi.

Un occhiolino alle battaglie del Signore degli Anelli

È difficile non pensare ad alcuni frame del Signore degli Anelli mentre si guarda questo episodio. L’inquadratura dei cavalli di Nùmenor al galoppo riporta alla mente la carica degli uomini di Gondor guidata da Faramir per riprendere Osgiliath nel Ritorno del Re mentre tutte le sequenze della battaglia nella torre e nel villaggio ricordano la difesa del Fosso di Helm nelle Due Torri.

In questi richiami è chiara l’ambizione della serie di ricreare scene d’azione altrettanto memorabili e impressionanti. Ci riesce adottando alcune scelte stilistiche interessanti in particolare per lo scontro tra Arondir e l’orco grosso il doppio di lui. La lotta viene raccontata tramite un unico piano sequenza interrotto una sola volta da un’altra scena e da pochissimi stacchi. Grazie ad alcuni evidenti movimenti di macchina, emerge prepotentemente la fisicità e la violenza del combattimento. L’apice della tensione si raggiunge nella parte finale del duello: le tempistiche ben gestite contribuiscono a coinvolgere lo spettatore e la spettatrice.

Per il resto, le battaglie funzionano molto bene. Gli scontri sono cruenti e sanguinolenti, proprio come avevo già sottolineato nella recensione dell’episodio tre. La scelta di iniziare a unire le linee narrative contribuisce a rendere più alta l’attenzione per le immagini sullo schermo.

Gli orchi alla ricerca di una casa

L’episodio si apre con il discorso di incoraggiamento alle truppe di Adar. L’ho trovata una scelta molto interessante e non ho potuto fare a meno di leggerci dentro la realtà sociale dei nostri tempi.

Più volte nel corso della puntata il padre degli orchi (scopriamo, infatti, che è lui uno dei Moriondor, gli elfi catturati da Morgoth e trasformati in creature del male) parla della sofferenza sopportata dalla sua gente esiliata dalla propria terra. In questo, io ci vedo un tentativo di umanizzare gli orchi e di dare loro uno scopo, una motivazione, che nella saga di Tolkien non hanno mai avuto. Da sempre quelle figure nascono con il solo intento di rappresentare il male nella sua forma più pura e spaventosa. In questa puntata, invece, non hanno tratti sadici. Verso Adar mostrano venerazione e quasi affetto. Non li vediamo quasi mai azzuffarsi l’uno con l’altro, né trattarsi male.

Viviamo in un mondo che ha smesso di rappresentare la dicotomia tra bene e male in maniera netta. Si preferisce mostrare le sfumature del bianco e del nero mescolando tra loro questi colori così da sottolineare la complessità dell’animo umano e delle situazioni che si affrontano. È difficile trovare un cattivo che sia realmente tale anche perché dal punto di vista narrativo è meno affascinante. Non so ancora dire se nello scrivere Gli Anelli del Potere ci sia stato un vero e proprio intento di mostrare un lato più “umano” degli orchi. Lo potremo dichiarare solo alla fine della stagione. Di certo, non mi era mai capitato di assistere ai discorsi portati avanti da Adar nel mondo di Tolkien.

Galadriel

Morfydd Clark continua a incantare nel ruolo di Galadriel. L’elfa è elegantissima nel combattimento, determinata, forte. Nonostante questo, l’oscurità la circonda in maniera sempre più importante tanto che alla fine verrà del tutto investita dalla valanga di fumo e di ceneri che darà origine (probabilmente) al Monte Fato. Mi incuriosisce il suo arco di trasformazione e spero che nelle ultime puntate assisteremo ad eventi ancora più decisivi per quanto la riguarda.

Il dialogo con Halbrand dopo l’interrogatorio di Adar offre un momento molto intenso tra i due. Il loro rapporto è sicuramente tra gli elementi più intriganti della stagione (sì, mi è partita la ship) e sarà interessante vedere dove arriverà questo legame.

Non manca molto alla fine della serie e i dubbi sono ancora molti. Chissà se troveranno risposta nelle ultime due puntate o se dovremo attendere la prossima stagione.

Federica Crisci

La fantastica signora Maisel 4: Midge fa ancora ridere?

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In attesa della quinta e conclusiva stagione della serie tv La fantastica Signora Maisel, è arrivato il momento di ragionare un po’ sulla quarta.

Tornata su Prime Video a febbraio 2022, Miriam (detta Midge) Maisel è stata accolta con un po’ di delusione. Gli spettatori, infatti, si sono lamentati di una stagione che ha fatto meno ridere delle precedenti.

Per questo l’ho guardata due volte, cercando di ritrovare lo spirito di una serie tv che, tra l’altro, ha insistito molto sul fatto che le donne possano fare le comiche. Sembra un’asserzione ovvia oggi, che anche in Italia, nel passato (pensiamo solo a Franca Valeri o ad Anna Marchesini) come nel presente (vedi Michela Giraud), abbiamo riso grazie al talento e al mestiere di molte donne. Ma non è stato così per tanto tempo.

Proprio la signora Maisel, direttamente dalla New York degli anni ’50, ci ricordava nella prima stagione che gli uomini dicono in giro che le donne non possono essere divertenti, ma – ribatteva lei direttamente dal palcoscenico – “la comicità è alimentata dall’oppressione, dalla mancanza di potere, dalla tristezza e dal fallimento, magari dall’abbandono e dall’umiliazione. Ora, c’è una descrizione delle donne migliore di questa? A giudicare da ciò solo le donne dovrebbero essere divertenti”.

Come darle torto? Infatti, noi con lei e gli altri personaggi della serie abbiamo riso moltissimo. Secondo me anche in questa quarta stagione, che tuttavia sembra più una fase di passaggio a quella conclusiva che una narrazione con un suo carattere e un suo sviluppo.

La trama della quarta stagione

La terza stagione si era conclusa con Midge Maisel (Rachel Brosnahan) e la sua manager Susie Myerson (Alex Borstein) sulla pista dell’aeroporto, licenziate a pochi minuti dalla partenza per il tour europeo del cantante Shy Baldwin, di cui Midge apriva i concerti.

La quarta stagione, quindi, è tutta incentrata sulla reazione di Midge a questo shock. Senza l’ingaggio che avrebbe dovuto portare popolarità e denaro a lei e a Susie, dovrà affrontare le inevitabili difficoltà economiche, ma anche decidere come impostare la sua carriera.

Visto che il licenziamento dal tour era dovuto ad un’esibizione in cui aveva parlato nella massima libertà, rivelando troppo su Shy, Midge decide di non voler più “aperture”, ovvero ingaggi per esibirsi prima dell’artista star dello spettacolo. Susie cercherà di farle capire che questa scelta rischia di penalizzarla, essendo comunque ad inizio carriera.

Per continuare ad esibirsi e guadagnare abbastanza da mantenere la sua famiglia e pagare l’appartamento coniugale che il suo ex suocero le ha rivenduto, si fa assumere in un locale di spogliarello come presentatrice. Come prevedibile da chi conosce il personaggio, con il suo tocco e la sua intraprendenza non solo il locale aumenterà gli incassi e accoglierà anche un nutrito pubblico femminile,  ma i numeri diventeranno degli eleganti spettacoli di burlesque e le spogliarelliste saranno più rispettate e più consapevoli dei propri diritti.

L’attenzione ai personaggi e alle storie secondarie

Nella quarta stagione è stato dato ampio spazio alle storie – bene intrecciate con quella della protagonista – degli altri personaggi, tutti in cerca della propria dimensione nel mondo. L’ex marito di Miriam, Joel (Michael Zegen) approfondisce la relazione con la sua nuova compagna Mei (Stephanie Hsu), con le difficoltà dovute alla sua origine cinese. Susie allarga, grazie ad un aiuto discutibile, la sua attività da manager, accaparrandosi altri clienti talentuosi e aiutando di nuovo la dispotica Sophie Lennon (Jane Lynch) a tornare in auge sulle scene.

L’emancipazione femminile e professionale della madre di Midge, Rose Weissman (la bravissima Marin Hinkle) e il nuovo lavoro del padre Abe (l’esilarante Tony Shalhoub) ci regalano episodi tanto assurdi quanto brillanti.

La scelta di puntare i riflettori soprattutto sui personaggi secondari e su come interferiscono con lo sviluppo del personaggio protagonista ha trovato il suo apice nell’episodio dedicato alla morte di Jackie, collega e strampalato coinquilino di Susie. La puntata è un omaggio all’interprete, Brian Tarantina, scomparso nel 2019, ma anche ai caratteristi e ai personaggi (e alle persone, direi) che non vengono mai notati. Il discorso commosso e commovente che gli dedica Susie al funerale è l’essenza del rammarico che molti di noi provano quando si accorgono improvvisamente di quanto una persona sia stata importante nelle loro vite, pur restando ai margini.

Il personaggio di Lenny Bruce

Tra i personaggi secondari che hanno un impatto dirompente sul percorso di Midge, spicca Lenny Bruce, interpretato da Luke Kirby.

Non si tratta di un personaggio inventato, perché Bruce è stato una star della stand up comedian americana negli anni in cui La fantastica Signora Maisel è ambientata. Nella serie la storia del personaggio ricalca molto bene quella del comico reale. Quindi, ci si chiede quanto della sua storia vera (e della sua fine, soprattutto) faranno parte della trama della prossima stagione.

Fin dalla prima, tra Miriam e Lenny ci sono state attrazione, simpatia, intesa e ammirazione reciproche. Midge lo stima al punto da considerarlo un modello da seguire. Lenny, presente per pochi minuti in pochi episodi, quando appare lo fa, sempre, per ispirare le scelte di Midge o per aiutarla, spesso segnando una svolta nella trama, come nel caso dell’ultima puntata della quarta stagione.

In questo caso, il successo di Lenny – raggiunto attraverso compromessi con la realtà, per raggiungere la libertà  artistica che insegue Midge – la spinge a interrogarsi su quanto siano state giuste le sue scelte professionali. Anche questa volta, insomma, Lenny arriva a fare da specchio a Midge, forte non tanto dell’“amore”, quanto della stima, quasi della venerazione professionale che suscita in lei. 

Anche l’occhio vuole la sua parte

Ciò che resta di qualità inalterata anche nella quarta stagione sono i bellissimi costumi de La fantastica signora Maisel, tutti impeccabili. La costumista Donna Zakowska, in particolare, per i vestiti di Midge si è ispirata alla moda francese degli anni ’50, modellando il personaggio sui icone di stile come Grace Kelly, Audrey Hepburn e Mamie Van Doren.

Resta ancora perfetta la fotografia, diretta da M. David Mullen, che per questa serie ha già vinto due Emmy Award nel 2019 e nel 2020.

Stefania Fiducia

Blonde: Marilyn Monroe e i conflitti dietro l’icona

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Desiderata ma mai realmente vista. Conosciuta da chiunque ma mai davvero capita. Norma Jeane è destinata a rimanere schiacciata sotto il peso del suo pubblico alter-ego nel film di Andrew Dominik, presentato in concorso a Venezia 79 e disponibile su Netflix dal 28 settembre. Una pellicola che fin dalla prima proiezione in laguna è al centro di accesi dibattiti, continuando a spaccare in due sia critica che pubblico. Tra chi l’accusa di essere sessista e irrispettoso, e chi al contrario inneggia al capolavoro, è doveroso fare una precisazione sostanziale: Blonde non è un biopic convenzionale.

Si tratta infatti dell’adattamento cinematografico dell’omonima biografica immaginaria firmata Joyce Carol Oates, che valse alla celebre autrice la terza candidatura al Premio Pulitzer. Una riscrittura della vita dell’icona tra realtà e finzione, capace di unire la veridicità di alcune delle più celebri fotografie della diva ai pettegolezzi mai provati che ne segnarono la carriera, portando così a schermo una riflessione stratificata sulla mitizzazione e mercificazione del corpo della star.

Alcuni amano Marilyn, altri odiano Marilyn..

Non dobbiamo dunque compiere l’errore di pensare che tutti gli avvenimenti mostrati all’interno dei 160 minuti di narrazione corrispondano alla realtà dei fatti. In questo senso, sia ha l’impressione che Blonde dia per scontato che il pubblico conosca i passaggi chiave della vita dell’indimenticabile attrice; per certi versi anche sfidandolo avendone idolatrato la figura per così tanto tempo. Non dando punti di riferimento visivi, e consapevolmente alimentando l’ira dello spettatore più possessivo, Andrew Dominik stuzzica a più riprese, riportando il tutto al concetto: che Blonde sia un racconto reale o fittizio, fa davvero differenza? Dopotutto, da più di mezzo secolo ci nutriamo di una fantasia, abusando compulsivamente del corpo di una donna di cui a stento ci si ricorda il vero nome. L’idealizzazione della società contemporanea di Marilyn Monroe, non è già di per sè una finzione?

La fragile Norma Jeane, con alle spalle un’infanzia travagliata e un (dichiarato) passato di molestie subite dal padre adottivo Erwin Goddard, ancora prima della sua prematura scomparsa, fu completamente travolta e inghiottita dal suo alter-ego che aveva il compito di proteggerla. La persona reale è stata sostituita dal personaggio di fantasia, del cui volto e nome la società dell’epoca, e la successiva ondata pop, si sono nutriti con sempre maggior foga, transfigurando la diva di Hollywood in un’entità extracorporea e reinventandone la figura a piacimento. Un processo del quale anche Joyce Carol Oates, su carta prima, e Andrew Dominik, su pellicola poi, fanno proprio ma con l’obiettivo di ribaltare il punto di osservazione, lottando per l’individualità di Norma con lo stessa spada di chi ha contribuito a cancellarla. È il percorso inverso: destrutturare il mito, per tornare all’individuo.

In tutta la sua durata, Blonde si rivela essere un lento, lungo e impietoso affondo ai danni di un pubblico che si troverà inevitabilmente sempre più scomodo davanti allo schermo, impotente di fronte all’accusa di aver contribuito a uccidere l’amata diva. Al termine di quella che è una vera e propria marcia funebre, chi guarda sarà chiamato a guardarsi dentro per chiedere finalmente perdono a Norma Jeane. Tuttavia, come l’ampio dibattito sta dimostrando, c’è anche la possibiltà che non si voglia compiere questo esame di coscienza, non ammettendo il proprio ruolo di abusatore ed etichettando l’intera produzione come “fastidiosa, offensiva e inaccettabile”.

Qualunque sia il vostro punto di vista, è però evidente che Blonde appare come un’odissea nella conflittuale mente della donna dietro da la leggenda. Partendo dai traumi subiti fin dall’infanzia, e proseguendo con l’ossessiva ricerca di una figura paterna, si arriverà all’impossibilità di Norma Jeane di essere padrona del suo stesso corpo. Ed è proprio su questi ultimi due aspetti che la pellicola insiste con forza.

Nutrirsi di una fantasia

Come vedremo nel primo atto del film, l’instabile madre Gladys mostra alla nostra piccola protagonista, la fotografia di quello che le viene detto essere il suo papà. Un gesto dietro al quale non possiamo sapere se, nella rappresentazione cinematografica, ci sia un fondo di verità dato lo stato mentale della madre, ma che avrà enormi ripercussioni sulla vita della piccola. Da quel momento, quell’immagine rimarrà un punto fermo e, con il passare degli anni, l’aspirante attrice inizierà la sua dolorosa crociata alla ricerca di un padre figurativo, come vedremo nei matrimoni con Joe DiMaggio prima (Bobby Cannavale), e Arthur Miller dopo (Adrien Brody).

Perennemente sofferente per l’assenza del genitore, e venendo ripetutamente tradita da tutti gli uomini di cui è circondata, Norma mette sul piedistallo l’uomo ritratto nella foto sopra il letto della madre, continuando a credere che quell’individuo esista davvero. La protagonista costruisce dunque un’identità totalmente inventata sulla base delle sue necessità, partendo da quanto ha bisogno di credere per poter andare avanti. Inconsapevolmente, mitizza un’immagine e, pensando a quanto espresso precedentemente, è lo stesso meccanismo che la società attuerà nei suoi confronti. In questo senso, una delle scene più eloquenti si svolge durante la proiezione di Gli uomini preferiscono le bionde, dove Norma Jeane è spettatrice della sua stessa trasformazione attraverso lo schermo cinematografico. In quel momento, si renderà di star ammirando una donna che ha il suo aspetto, ma che non è realmente lei. Eppure, quelle immagini in movimento sono più che sufficienti per i presenti per avere la presunzione di conoscerla, dandogli il diritto di ammirarla, desiderarla e invidiarla.

“Oh Daddy, quella non sono io” dirà con un filo di voce mentre la sua provocante controparte canta Diamonds Are a Girl’s Best Friend, incantando il pubblico in sala. Tuttavia, con il sopraggiungere di una fama sempre più ingombrante, Norma perde sempre più il diritto di disporre del suo corpo come desidera. Prigioniera della sua stessa immagine pubblica, farà affidamento a uomini senza scrupoli che osteggeranno certe sue relazioni, limiteranno la sua vita privata e la porteranno ad abortire contro la sua volontà più volte. A seguito di queste ripetute violenze fisiche e mentali, il confine tra Norma e Marilyn si fa più labile, con la prima che arriverà a invocare disperatamente l’entrata in scena della seconda, essendo capace di sopportare i soprusi molto meglio di lei. Apparendo come incubi notturni e squarci di una vita altrui, questi abusi daranno vita a un vero e proprio atto dissociativo attraverso la figura della diva Monroe, che porterà Norma Jeane a soffocare sotto le luci dello spettacolo.

Una situazione che la già fragile mente della protagonista non potrà sopportare a lungo, arrivando al punto di rivendicare la proprietà del proprio corpo nell’unico modo possibile: sabotandolo. La strada per la libertà di Norma Jeane passa dunque per l’alcool e gli psicofarmaci che la porteranno alla tragica scomparsa.

Ma è Ana de Armas o Marilyn?

Durante la visione di Blonde, sarà più volte lecito domandarsi se quella sullo schermo sia davvero Ana de Armas o siano immagini di repertorio di Marilyn Monroe. Se il contenuto e il giudizio dell’opera può essere oggetto di dibattito, la straordinaria performance dell’attrice cubana è fuori discussione. Già con Blade Runner 2049 potevamo intuire di trovarci di fronte a una delle più promettenti leve dell’industria hollywoodiana contemporanea e se, anche dopo Knives Out o No Time to Die, c’era qualche scettico che poteva nutrire ancora qualche dubbio in merito, dopo la sua trasformazione nel duplice ruolo di Norma Jeane/Marilyn Monroe non c’è più spazio per averne.

Sì, perché siamo di fronte a un’attrice che ha saputo cogliere perfettamente le sfumature della complicata esistenza di Norma e, al tempo stesso, adattarsi alla bidimensionalità dell’icona Monroe. Consigliamo caldamente di usufruire dell’opera nella sua versione originale, in modo da poter godere pienamente dell’incredibile prova di Ana de Armas che cambia sia il tono che la cadenza, passando da un ruolo all’altro, con estrema verosimiglianza. Uno studio meticoloso da parte dell’attrice nel dare le battute senza tralasciare le movenze e i piccoli gesti, che le consente di impersonificare in tutto e per tutto la leggenda che sembra essere tornata in vita per l’occasione.

Anche da un punto di vista prettamente estetico, la somiglianza è straordinaria. Un risultato che porta sotto i riflettori la cura del dettaglio non solo di trucchi, costumi e scenografie, ma di un comparto tecnico che nel complesso non lascia nulla al caso, attingendo all’ampio archivio fotografico che disponiamo del personaggio. Alcuni dei più famosi scatti della diva prendono vita e l’autore li utilizza per raccontare la complicata vita della leggenda, umanizzandola e donando al film quell’intermittente taglio da film biografico che risveglia le conoscenze dello spettatore.

Andrew Dominik gioca con il pubblico togliendo i punti di riferimento anche esteticamente, alternando una fotografia a colori con una in bianco e nero, a piacimento. A una prima impressione, può sembrare che sia una scelta stilistica attua a differenziare le parti del privato di Norma Jeane da quelle pubbliche di Marilyn, ma è una chiave di lettura che viene presto smentita. Infatti, ci si rende conto che il regista utilizza diversi stili prospettici, passando dal 4.3 al widescreen in 16:9, senza una linea di continuità. Certe volte viene fatto per enfatizzare il passaggio da un momento di soffocamento a un successivo più liberatorio e onirico, altre per intravedere squarci di passato, alcune per un puro vezzo estetico. Una strategia indubbiamente caotica, ma funzionale per addentarsi efficacemente nell’essenza di un personaggio complesso come Norma Jeane.

In conclusione, Blonde si può accostare per intenzioni a Spencer di Pablo Larraìn, nel tentativo di portare a un cambia di prospettiva riguardo a due delle icone più idealizzate dalla nostra società, rendendo giustizia alle donne rimaste schiacciate dal peso del mito. Se per Diana Spencer vi era però un’immaginaria fuga, per Norma Jeane l’epilogo è sempre lo stesso. Andrew Dominik porta fedelmente sul grande schermo il collage di realtà e finzione ideato da Joyce Carol Oates, attraverso il quale assistiamo inermi alla tragedia sull’altare di Marilyn Monroe. La diva che tutti gli uomini volevano avere, la bionda che tutte le donne volevano essere e l’icona immortale che tutti, chi più chi meno, abbiamo egoisticamente fatto nostra. Siamo tutti complici della scomparsa della donna che ne portava le vesti e che abbiamo sacrificato, mercificato e deflagrato per glorificare il consumistico mito di Marilyn Monroe. È forse una caso che Blonde sia stato distribuito da Netflix? No, ed è l’ennesimo spunto su cui dovremmo riflettere.

Michele Finardi

La fantascienza: da letteratura “breve” a bestseller mattone

[CulturaMente compie 7 anni! Questo articolo fa parte delle uscite "Le magnifiche 7 (penne)", un omaggio degli ex spacciatori di cultura per festeggiare insieme agli attuali spacciatori questo importante compleanno.]

Che fine ha fatto la fantascienza sintetica, quella dei grandi affreschi galattici compressi in due righe? Dei futuri svelati in un paragrafo? Il cosmo e il tempo in minuscola edizione tascabile? Da decenni ormai la fantascienza ha preso la stessa deriva del fantasy. Ne ha copiati i vizi: la scrittura verbosa, logorroica, le avventure senza fine, l’obbligo del bestseller mattone o della saga presto al cinema in sette film da due ore l’uno. Le virtù le praticano in pochi. Tra queste, il dono della brevità. 

La fantascienza è stata per buona parte del secolo scorso, e per gran parte dei suoi capolavori, breve. Era un’esigenza più che una scelta, dettata dai limiti editoriali (se vogliamo, alimentari) delle uscite sulle riviste (come per l’origine della Fondazione asimoviana negli anni Quaranta). Ubbidiva alle necessità della letteratura considerata “bassa”, a cui non poteva essere concesso più spazio per esprimersi e allora doveva concentrare tutte le sue aspirazioni e la potenza nei pochi spazi disponibili. 

Per lo scrittore di genere, che all’inizio non poteva aspirare a essere notato dalla critica alta salvo in rari casi, la prospettiva – certo avvilente –  di essere destinato al nulla produceva però risultati qualitativi molto alti. Nel vuoto di premi (non mancavano: lo Hugo nei Cinquanta già esisteva, ma aveva il sapore delle premiazioni da fiera locale), l’autore bravo sapeva donarsi al lettore senza secondi fini. Se non il critico, poteva certo conquistare e sbalordire l’appassionato. È quella sincerità intellettuale, o meglio quel lasciarsi andare, che porta a improvvisi sprazzi di genio; la “memoria involontaria” che per Walter Benjamin è il soffio vitale del romanzo, e cioè lo spirito del creativo insufflato inconsciamente nell’impeto della scrittura. Certo, Benjamin usa come esempio Marcel Proust, noi qui pensiamo ad alcune storie di Philip K. Dick e di Isaac Asimov.

Queste madeleine fantascientifiche appaiono come epifanie in scene brevi ma realizzate ad arte. Come l’aprirsi di un varco verso una realtà parallela ne L’uomo nell’alto castello di Dick o l’impero galattico riassunto in un paragrafo nel Ciclo della Fondazione di Asimov. Rientrano nella lista distopie fin da subito riconosciute nella letteratura alta, da 1984 di George OrwellFahrenheit 451 di Ray Bradbury. 

A questa grandezza fantascientifica corrisponde una grandeur in forma di sintesi. Non è solo la capacità della lingua inglese di essere compatta (o “croccante”), perché le derive del mercato letterario contemporaneo raccontano ben altra storia. È la moda che cambia. La precisione quasi scientifica della sintassi, asciutta come lo scorrere del tempo, chiara e inequivocabile come una pièce teatrale, si perde dagli anni Sessanta, con le lungaggini di Robert Heinlein, per dire. Che il modello sia il fantasy alla J.R.R. Tolkien diventa evidente in opere come il Ciclo di Dune di Frank Herbert, in cui è palese il ruolo che ha giocato il Signore degli anelli

La deriva del troppo si propaga fino a oggi – pur non essendo, è ovvio, l’unica regola. Esempi contemporanei sono la riscrittura monstre dei Racconti di Canterbury, realizzata da Dan Simmons a partire dall’89, il Ciclo di Hyperion. Le trilogie new weird di Jeff VanderMeer. Le uscite infinite per autori come il duo Daniel Abraham e Ty Franck, noti sotto lo pseudonimo di James S.A. Corey e firme dell’universo The Expanse: nove romanzi in dieci anni. Non che la qualità sia più bassa. Sono tutti libri finiti per merito nel canone della fantascienza (quantomeno i primi volumi di ogni serie). Solo, è diverso.

Sembrano indicare una inversione di tendenza le più recenti uscite di penne asiatiche, in particolare le antologie cinesi, come quella di Hao Jingfang, Pechino Pieghevole. Però, ecco, ormai poca sci-fi sembra salvarsi dalla tentazione del bestseller corposo e a più volumi. Chissà quando sbucherà qualche novello Guido Morselli, magari riconosciuto prima che sia troppo tardi, con una Dissipatio o una Roma senza papa nel cassetto.

Gabriele Di Donfrancesco

“Se incontrassi un orso”: un libro per non avere pregiudizi

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Se incontrassi un orso è un libro dedicato ai bambini (la lettura è consigliata a partire dai 3 anni) edito da Minibombo e ideato dall’autrice Silvia Borando.

Questo albo illustrato, a insindacabile giudizio di 14.000 piccoli lettori, ha vinto nel 2022 il premio Nati per leggere nella sezione “Crescere con i libri”.

La trama

Il protagonista della storia è un piccolo scoiattolo che ha delle convinzioni radicate su grotte e orsi.

Le grotte, si sa, sono piene di orsi e gli orsi, si sa, sono creature terribili…

Questo pensiero impaurisce il nostro roditore che decide di tenersi alla larga dalle grotte.

Ma se la palla finisce proprio in una grotta cosa si fa?
Lo scoiattolo allora prende il coraggio a due mani e si lancia nella ricerca del suo giocattolo, augurandosi di non incontrare mai un orso. Perché se ne incontrasse uno non saprebbe proprio cosa fare, o almeno questo è quello che crede.

La recensione

Minibombo non sbaglia mai un colpo e con Se incontrassi un orso riesce ancora una volta a regalare ai bambini un’idea semplice, la gioia del divertimento e un grande insegnamento sul pregiudizio.

Il timoroso scoiattolo protagonista della vicenda è proprio vittima di un preconcetto, quello per cui gli orsi sarebbero delle terribili creature. Si tratta di una convinzione talmente radicata nella sua mente che quando l’orso compare e si comporta diversamente da come se l’era immaginato, lo scoiattolo non è in grado di riconoscere l’orso nell’animale che gli si palesa davanti agli occhi.

Il pregiudizio, come leggiamo su Treccani, è “un’idea, un’opinione concepita sulla base di convinzioni personali senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore”. Lo scoiattolo si sbaglia sugli orsi così come spesso noi adulti ci sbagliamo su fatti e persone verso cui abbiamo maturato dei pregiudizi.

Silvia Borando con questo libro insegna sia ai piccoli lettori sia a noi adulti che li accompagniamo nella lettura quanto sia importante liberarci dalle idee stereotipate, i preconcetti e la prevenzione nei confronti dell’altro.

L’ironia, il gioco e il divertimento, sono delle armi utilissime per combattere i pregiudizi fin dalla tenera età e Minibombo ha deciso fortunatamente di utilizzarli nei libri che pubblica.

Valeria de Bari

Classifica dei Libri 2022: voti e recensioni

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Come anno anno arriva la classifica dei libri di CulturaMente, consigli di lettura per lasciarsi ispirare: in questa lista potrete trovare i libri che abbiamo letto nel 2022 con una novità, i nostri punteggi!

Quest’anno abbiamo inserito i voti sotto ogni recensione in varie categorie del sito, quindi l’elenco sarà ordinato dal libro migliore al libro peggiore. Naturalmente il voto si basa sul gusto critico di chi ha recensito, quindi non pretendiamo sia una legge universale né per voi lettori e lettrici, né per noi spacciatori e spacciatrici di cultura. Il voto va da 0 a 5.

Alcuni dei libri elencati fanno parte della rubrica “Postumi Letterari”, il nostro club del libro, che per ogni recensione propone anche una versione podcast. Uno dei libri più apprezzati del bookclub è stato il Premio Strega Giovani 2022, “Niente di Vero”.

La lista sarà in corso di aggiornamento fino a Dicembre 2022.

Clicca sui titoli per leggere la recensione di ciascun libro e decidi quale fa al caso tuo!

5 stelline

Testimone la notte

Tutto sarà perfetto

4,7 stelline

Libri che mi hanno rovinato la vita

4,5 stelline

Sopra e sotto la realtà

100 motivi per chiudere con un narcisista

Stanotte guardiamo le stelle

4,4 stelline

Niente di vero

4,3 stelline

Legate da un sottile filo rosso

Le disgrazie del libro in Italia

L’evento della scrittura

4 stelline

Virginia Woolf, Diari, Volume 1

La canzone di Achille

La casa del sonno

Il canto di Calliope

Scrittrici!

Le minime di malinconico

La signora M

Miseria Puttana

Via Buiocortile

Vita mortale e immortale della bambina di Milano

3,8 stelline

La danzatrice di Seul

3,7 stelline

Possiamo salvare il mondo prima di cena

3,4 stelline

Mrs Caliban

3,3 stelline

Il club degli insolenti

3 stelline

Roe e l’inganno della memoria

Le portatrici

Riflessi di sé (A Twisted Tale)

2,6 stelline

Spatriati (Premio Strega 2022)

2,5 stelline

La verità su tutto

2 stelline

Finché il caffè è caldo

1,6 stelline

Rancore

The Handmaid’s tale 5: recensione del quarto episodio

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Dear Offred è il quarto episodio della quinta stagione di The Handmaid’s Tale. Una puntata che scorre lenta rispetto allo standard a cui i fan sono abituati.

Un titolo provocatorio

Il titolo riprende il destinatario di un biglietto inviato da Serena a June, “Cara diFred”. La vedova non perde occasione di provocare la sua acerrima nemica ora che si è stabilita a Toronto presso una sorta di ambasciata di Gilead, pronta per essere inaugurata. June non ci sta più con la testa e non fa altro che pensare a come ucciderla. Più di una volta si reca sotto la sua finestra, osservando con terrore i cortei dei sostenitori, e più di una volta non spara contro Serena nonostante abbia con sé una pistola. L’umanità della nostra eroina è ancora intatta di fronte al pancione di Serena: June non ce la fa, e Luke è sempre al suo fianco, finalmente con un ruolo più attivo.

L’uomo è stanco di vedere la compagna soffrire e decide di supportarla in ogni sua decisione. Sarà proprio questo feroce schieramento a riaccendere la passione e la complicità tra i due. Se prima Luke provava a far ragionare June chiedendole di non commettere atti che l’avrebbero allontanata dalla sua famiglia, ora anche lui è pronto a tutto pur di farla finita con quello che resta dei Waterford. Complice l’umiliazione subita in una missione in solitaria, in cui ha provato a minacciare Serena “a modo suo”, ovvero dicendole che l’edificio in cui si è trasferita non è in regola e che farebbe meglio ad andarsene prima che June la uccida. La donna, algida come sempre, non ha ceduto alla minaccia, controbattendo che Luke non ha fatto nulla per salvare Hannah, a differenza di June. Questa affermazione deve aver fatto scattare qualcosa nella sua mente, un’idea possiamo già intuire nel promo trailer del prossimo episodio “Fairytale”.

Il risveglio di Janine

Nel frattempo Janine si risveglia e zia Lydia già inneggia al miracolo. Quello che non sa è che la ragazza è stanca di stare sotto al regime. Il suo corpo è provato e ha dovuto affrontare mille prove, tanto psicologiche quanto fisiche: la sua amarezza ormai è evidente, come anche la sua misericordia nei confronti di Esther, che secondo lei è solo una vittima troppo giovane di Gilead. Non porta rancore per essere stata avvelenata dalla giovane, ma se la prende con Lydia e con il sistema di cui fa parte: un sistema violento e repressivo, che non lascia speranza. Un risveglio, quello di Janine, che non sembra solo fisico ma anche mentale. Basta reggere il gioco, basta stare in silenzio. Sì, ma per quanto? La stabilità, del resto, non è mai stata il suo forte.

Alessia Pizzi

Promo trailer del quinto episodio

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Willow, il cult-fantasy più sconosciuto dell’universo di George Lucas

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“Pulce”

Titolo originale: Willow
Regista: Ron Howard
Sceneggiatura: Bob Dolman
Cast Principale: Warwick Davis, Val Kilmer, Jean Marsh, Patricia Hayes, Joanne Whalley, Pat Roach, Kevin Pollak, Phil Fondacaro
Nazione: USA

Il prossimo 30 novembre, sulla piattaforma Disney+, uscirà la serie televisiva (ancora non ben chiaro se un sequel o uno spin-off) Willow, basata sull’omonimo film diretto da Ron Howard ed in streaming sempre su Disney+.

La trama

La storia parte nell’oscuro e magico regno di Nockmaar, dove una profezia ha annunciato alla perfida regina-strega Bavmorda (Marsh) che il suo regno è in pericolo: sarà una neonata a porre fine al suo impero! Tutte le puerpere e le donne incinte vengono portate al castello e le piccole vengono uccise. Quando la predestinata viene al mondo- che poi scoprire chiamarsi Elora Danan – la nutrice decide di salvarla e, prima i perfidi e feroci segugi di Bavmorda le uccidano entrambe, la mette su una zattera d’erba e la lascia portare via dalla corrente di un fiume.

La corrente porta la piccola al villaggio degli nelwyn (nani) e trovarla sono i figli di Willow Ufgood (Davis), contadino e aspirante stregone, che insieme alla sua famiglia accoglie subito la piccola con amore ed affetto. L’arrivo di un altro segugio nel villagio però scatena il panico tra i nelwyn e Willow è convinto – e non solo lui – che la presenza di una daikini (persona di dimensioni normali) sia presagio di sventura.

Il capo villaggio dice quindi che una spedizione di volontari porti la piccola tra i suoi simili: tra questi, c’è il buon Ufgood.

Durante il tragitto, Willow incontrerà un mercenario burbero ma dallo spirito cavalleresco di nome Martmartigan (Kilmer), folletti dispettosi, l’anziana maga Fin Reziel (Hayes) che è stata esiliata perché capace di combattare da pari Bavmorda; ma anche Sorsha (Whalley) la figlia della perfida regina, il terribile generale Kael delle armate nere di Nockmaar (Roach), mostri a due testi, troll e molti pericoli. Un viaggio dove Willow dovrà capire quanto il cuore e la fiducia in se stessi possano essere ingredienti fondamentali anche per poter realizzare il suo grande sogno.

Lo zampino di George Lucas

Noto ma non da tutti, Willow è uno dei film che meglio rappresenta l’universo di George Lucas. Siamo nel 1982. Saghe fortunate come Guerre stellari e Indiana Jones hanno reso il suo nome e quello di Spielberg un pilastro del fantasy. A lui però non basta mai. Già anni prima cercava qualcosa che fosse ispirato (e si vede facilmente) all’universo di Tolkien, ma non copiato. Qualcosa di mitologico, in un universo immaginario, che coinvolgesse però non solo bambini.

Ecco quindi questo film, fine a se stesso, dove tutto è unico. La scelta stessa di Davis è un’unica. L’attore e lo sceneggiatore si erano conosciuti durante le riprese de Il ritorno dello Jedi, dove Davis interpretava – sotto mentite spoglie ovviamente – il piccolo Ewoks che per primo avvicina Leyla. Quando Lucas decide di dare vita, come sceneggiatore, a Willow, la scelta del protagonista va subito sul giovane Davis, che all’epoca aveva appena 18 anni. La scelta del film è facile da inserire nell’universo di Lucas: in questo film è ufficiale il suo tema ricorrente, cioè qualcuno che possa modificare gli eventi contro un sistema più grande di lui, che sia magico (Guerre Stellari) o forze del passato a noi oscure (Indiana Jones).

Effetti speciali

Come possono mancare in un film come questo gli effetti speciali? Sono oggettivamente i veri protagonisti. Vero che noi ormai siamo abituati a spettacolarità senza necessità di spiegazione, in film fatti esclusivamente di effetti speciali. Pensiamo però che siamo nel 1982… Le creazioni di capolavori come Jurassic Park ancora non ci sono.

Come creare queste meraviglie? L’effettista Dennis Muren scelse alla stop motion, una tecnica ancora non molto utilizzata, cioè la morphing, vale a dire la trasformazione graduale, senza arresti di vari oggetti, anche di natura diversa: facile vederlo nella trasformazione di Fin Raziel. Questa tecnica – strano a dirsi – fece fare per il futuro un enorme balzo in avanti nella computer grafica.

3 motivi per vedere il film

  • Le espressioni curiose della piccola protagonista
  • La colonna sonora del Maestro James Horner carica di influenza di generi diversi
  • Vedere l’evoluzione di effetti speciali

Quando vedere il film

La sera, d’inverno, anche con i più piccoli. Una favola è pur sempre una favola…

Francesco Fario

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Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Athena: una rivolta rabbiosa in piano sequenza

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Sarebbe estremamente semplice, nonché riduttivo, definire Athena come il film dove la rabbia degli invisibili parigini esplode, trascinando una nazione intera in una vorticosa escalation di violenza. In realtà, il nuovo lungometraggio di Roman Gavras presentato in concorso alla 79esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, porta sul grande schermo una vera e propria tragedia greca, adattandola alla crescente ricerca del conflitto che contraddistingue la nostra contemporaneità.

Andando a esplorare le divisioni in seno a una Francia – ma potremmo dire mondo – sempre più collerica, la sceneggiatura di Ladj Ly rende Athena il successore designato del magnifico Les Misérables, vincitore del Premio della Giuria a Cannes 2019 e candidato all’Oscar come miglior film internazionale. Per certi versi, si ha la netta impressione che questa produzione targata Netflix sia nata proprio da una costola dell’atto conclusivo del film di Ly mostrando, per l’intera sua durata, una guerriglia urbana che a più riprese risulta straordinariamente tangibile.

Sangue chiama sangue

In seguito alla morte del fratello Idir, che si vocifera essere stato pestato a sangue da alcuni poliziotti parigini, Karim istiga una rivolta violenta dell’intera banlieue di Athena pur di avere i nomi degli agenti coinvolti. Nonostante sia anch’esso sconvolto dalla perdita del fratellino più piccolo, il militare Abdel si fa largo nel quartiere-fortezza per tentare di far desistere Karim e per evacuare gli abitanti delle case popolari che non aderiscono alla guerriglia. Mentre la situazione degenererà sempre più, a causa dei ripetuti assalti di frotte di agenti speciali con scudi e manganelli, il fratello maggiore Moktar tenta disperatamente di preservare i suoi interessi criminali. Ancora in vita, i tre si troveranno a scontrarsi vicendevolmente e, mentre il quartiere è sotto assedio, piccoli atti di rivolta emulativi, solidali alla causa della banlieue parigina, metteranno l’intera Francia a ferro e fuoco.

Non c’è nessun “noi”

Senza dare alcun preavviso, e senza mostrare a schermo l’atto scatenante, Roman Gavras decide di portare immediatamente lo spettatore di fronte alle rabbia di Karim. Dalla piccola fiamma di un accendino, il suo contagioso desiderio di vendetta divampa, e viene così scagliata la prima delle tante molotov che vedremo durante il corso dell’assedio. È un gesto di ribellione e frustazione dal quale non si può più tornare indietro, sopratutto quando il giovane si rende conto di essere divenuto cuore pulsante della rivoluzione armata. L’ira di un’intera comunità costantemente sminuita sfocia in un dichiarato atto di guerra contro un sistema intero, in una narrativa filmica che si concentra unicamente sulle conseguenze delle continue divisioni sociali che martoriano il Paese.

In Athena non c’è più tempo per le parole, soprattutto quando anche fuori dallo schermo la diffidenza è la benzina che alimenta giornalmente l’allontanamento dei vari strati della popolazione, anche all’interno delle fasce più deboli. Lo scontro ideologico, culturale o d’interesse personale viene costantemente ricercato ed è un destino al quale nemmeno i tre protagonisti, che condividono lo stesso sangue, riusciranno a sottrarsi. Attraverso la sua buona sceneggiatura, Ladj Ly riserva a Karim, Abdel e Moktar un percorso differente all’interno del quartiere-fortezza, andando così a esplorare svariate sfaccettature del problema anche se, dobbiamo ammetterlo, un po’ superficialmente. È evidente che il film di Gavras non ha la potenza significativa di Les Misérables che, al contrario, ha osato andare maggiormente a fondo nell’analisi politica della Francia contemporanea, complice anche un costrutto narrativo più organico e stratificato.

“Non c’è nessun noi o loro; c’è solo un noi” verrà detto in un momento chiave della narrazione e, seguendo le azioni di Karim, Abdel e Moktar, non possiamo non notare come siano le rappresentazioni delle diversi gruppi che vengono citati all’interno del film stesso. Tra estremisti criminali, la repressiva polizia armata e i dimenticati che devono ricorrere ai disordini per farsi ascoltare, regista e sceneggiatore condannano l’odio e la violenza che non può che portare unicamente alla tragedia. Mostrando l’assedio e la scintilla di una Guerra Civile, Athena punta il dito contro un’ideologia e una fascia della popolazione ben precisa che, alimentata da un tossico senso di superiorità, vorrebbe veder bruciare il mondo intero.

Un piano sequenza che funziona a metà

L’azzardata scelta di spogliare la narrativa della causa, portando direttamente lo spettatore all’interno della conseguente rivolta rabbiosa di Karim e della sua comunità, risulta vincente grazie alla funzionale decisione di girare il lungometraggio intereamente in piano sequenza e long take. Soprattutto nella prima metà del film, si ha la sensazione di potersi muovere tra le rappresaglie seguendo le azioni dei protagonisti e i continui tentativi della polizia di sfondare le difese di Athena, quasi stessimo assistendo in diretta gli avvenimenti.

Con il passare del minutaggio però, la disperata ricerca del piano sequenza appare sempre più forzata e sempre meno efficiente, andando così a rompere quel patto di estremo coinvolgimento e verosimiglianza che l’opera aveva stretto con lo spettatore. Un effetto che scaturisce però anche dal progressivo rallentamento della narrattiva in termini di ritmo e dalla demarcazione dei percorsi conclusivi dei nostri protagonisti, alcuni un po’ troppo repentini e poco credibili. Una situazione che può non rendere immediato il significato dietro quel cambio d’abito, capace di delineare la violenza e l’odio come i veri e propri morbi contagiosi del quale dovrammo preoccuparci, al quale nessuno è immune. Il sangue chiama sangue, portando inevitabilmente alla tragedia e al dolore di una madre, che fugacemente appare e metaforicamente diviene la nazione stessa, che inevitabilmente soffrirà per i suoi figli.

I cuccioli sono inferociti e i leoni scappano. Le generazioni che hanno coltivato l’odio e l’egoismo, non possono che fare quello che hanno sempre fatto: starsene fermi a guardare, mentre la città viene messa e ferro e fuoco, incapaci di guardarsi allo specchio affrontando le loro colpe. Dalla Francia arriva un piccolo gioiello imperfetto, che va ad aggiungersi a quel cinema delle banlieue che vede nel film capolavoro L’odio di Kassovitz la sua opera fondante. Un filone capace di uscire dai confini dei quartieri di periferia per rivolgersi al mondo intero, con la rabbia e la determinazione di chi vuole soltanto essere visto, ascoltato e messo al pari di tutti gli altri.

Michele Finardi