Roma 2018: 7 Sconosciuti a El Royale, quanto ci piace giocare

7 Sconosciuti a El Royale

Su quello che piace al Drew Goddard regista e sceneggiatore, ma soprattutto spettatore, e quindi vuole anche far piacere, siamo tutti d’accordo.

Lo capiamo vedendo adesso 7 Sconosciuti a El Royale. L’avevamo già capito vedendo il suo film precedente e debutto registico, Quella Casa nel Bosco. Ne siamo pienamente convinti scorrendo tutta la sua filmografia di sceneggiatore, per cinema e tv, qualsiasi genere tocchi, costruisca o decostruisca. A Goddard piace tantissimo intrattenere.

Divertirsi e far divertire, questo è il suo mantra. E magari tutti lo applicassero così bene. Perché possiamo fare tutti le analisi serie che vogliamo e trovare tutti i sottotesti metaforici che vogliamo – e tra poco lo faremo – ma 7 Sconosciuti a El Royale è prima di tutto, più di tutto, un grande film di intrattenimento. Un film che vuole divertire, coinvolgere lo spettatore con i suoi continui ribaltamenti e doppi giochi, con le sorprese e colpi di scena. Vuole farlo e ci riesce per tutte le sue due ore e venti di durata, tante, ma che sorprendentemente non pesano mai.

Semplicemente, 7 Sconosciuti a El Royale è un buon film perché seduce lo spettatore, lo fa entrare nel suo gioco, lo avvolge pian piano nel suo crescendo, e lo lascia andare solo quando gli stampa un sorriso soddisfatto in faccia. Per carità, non è un film serio o particolarmente profondo 7 Sconosciuti a El Royale, non vuole suscitare chissà quale riflessione o malessere. Eppure, nel suo gioco d’intrattenimento, raggiunge l’eccellenza.

Stabilite le cose importanti, allora provo io a fare il serio. Ricordando che c’è anche un’altra cosa che a Drew Goddard piace moltissimo. E, fortunatamente, gli riesce anche benissimo.

Questa cosa è guardare, e capire cosa sta guardando.

Non a caso, che nel precedente Quella Casa nel Bosco – senza spoiler per chi deve ancora colpevolmente recuperarlo – i protagonisti fossero osservati era fondamentale. Anche adesso in 7 Sconosciuti a El Royale appaiono specchi, e personaggi che osservano altri personaggi attraverso gli specchi.

Goddard guarda gli spettatori che guardano i personaggi guardare. Non è uno scherzo, ma lo strumento essenziale per il regista: notare come qualcuno si rifletta davanti ad uno specchio. Il film si riflette su se stesso, il genere si riflette su stesso. Dopotutto, Quella Casa nel Bosco era una grande decostruzione del genere horror e di tutti i suoi topoi. Anche adesso 7 Sconosciuti a El Royale, pur essendo molto meno metacinematografico, è un grande gioco sull’utilizzo narrativo dei cliché nel genere crime.

Il riferimento a quel sottogenere che ha creato negli anni ’90 Quentin Tarantino è lampante. Non solo 7 Sconosciuti a El Royale utilizza volontariamente ogni cliché possibile del genere crime (dimostrando l’efficacia imperitura dell’usato sicuro come recentemente ha fatto un altro film più chiacchierato), ma soprattutto utilizza ogni schema possibile provato da Tarantino. Magari sta a voi fare il gioco di individuare quale soluzione narrativa del film è stata vista in quale film di Tarantino, ma sappiate che ci sono tutte: dai dialoghi ai personaggi, dai salti temporali alla violenza, dalla divisione in capitoli alle scene riviste attraverso diverse soggettive.

Evitando il rischio della rielaborazione originale, ma anche la trappola della parodia/omaggio, 7 Sconosciuti a El Royale si infila in una nicchia strettissima tra queste due opzioni avendo come finalità la costruzione di una storia avvincente con personaggi forti. Finalità pienamente raggiunta, appunto.

Se un tema vogliamo trovare al film, è quello della dualità. Come l’hotel El Royale eretto su due stati, tutti i personaggi hanno due identità – esteriori o interiori – con cui convivere. E soprattutto, è Goddard a lavorare in una intrinseca dualità. Quella del decostruttore, da un lato, che si diverte a giocare con le aspettative degli spettatori ormai sedimentate dalla mancanza di originalità e ripetitività degli schemi narrativi dei generi cinematografici. E quella del costruttore di storie, dall’altro lato, al lavoro per creare storie nuove e puzzle labirintici per tenerci incollati alla poltrona del cinema.

Talvolta, giocare è una cosa serissima.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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