Home Blog Pagina 94

John William Inchbold e la poetica del vero

0

Nato a Leeds, John William Inchbold (1830-1888) comincia a perseguire, fin dalla fanciullezza, il suo intento pittorico che perfeziona nella capitale londinese; in loco si specializza nello studio della litografia a colori.

Nel 1847 l’artista sceglie la via dell’accademismo e fa la sua entrée nella Royal Accademy, configurandosi quale esponente del paesaggismo.

La sua arte si connota di un espressivismo che colpisce lo sguardo di aderenti alla setta dei Preraffaelliti, tra cui il filosofo del manifesto John Ruskin che considera le sue opere un monito incline alla verità della natura. Costui gli riconosce una fede verso i dettami di un “naturalismo” e “verismo” che intridono le tele di una franchezza espressiva ineguagliabile.

Di contro Rossetti considera il lavoro di Inchbold anonimo, privo di slancio, esule da tensione.

Inchbold, una disgrazia e una persona noiosa cit. Rossetti

Ruskin prosegue il suo favore nei confronti dell’artista, il suo lavoro viene ammirato dalla Royal Academy.

La sua aura quasi onirica, dai tratti delicati e il suo credo nei confronti della natura lo esemplificano quale interprete perfetto del sentire preraffaellita. Lo stile è narrativo e si fonde con l’impegno di descrivere nei minimi particolari una scena rispondente al vero. Si snocciola come un racconto racchiuso nel contingente di una tela, ma che prosegue ben al di là di questa. Come un eterno presente storico, dove vige rispetto e riserbo per un passato, per una memoria che precede e preesiste. Non un’etica dell’autoreferenzialità, ma il pensiero di un continuum in cui l’umanità è un passaggio.

Inchbold, dietro l’ispirazione dei versi di William Wordsworth, nucleo del poema: “La cerbiatta bianca di Rylstone”, dà sfogo alla sua delicata espressività in un omonimo quadro del 1855. L’eco bucolico, arcadico rivive nella meraviglia di una composizione semplice, genuina.

Il senso del passare del tempo si stigmatizza in un attimo eterno e eternabile.

La descrizione puntuale fatta dal poeta, in cui sono enumerati gli spostamenti del cerbiatto settimanalmente sulle colline fino all’Abbazia di Bolton, prende vita in questo quadro di genere omettendo la presenza umana (narrata invece dai versi).

Inchbold raffigura l’animale nella solitudine e nel silenzio delle rovine campestri, posto al centro dell’apertura dei resti di una struttura dal sapore antico, dai colori variegati. La preziosità di ciò che è stato e per questo ha il potere, l’autorevolezza di essere sempre.

Muschi, licheni, piante rampicanti si inerpicano tortuose su queste pietre sapienti: il silenzio imponente del passato. La fede alla natura e alla riproduzione “verista” della stessa costituisce il monito dell’opera e sensibilizza anche lo spettatore che rimane colpito e convinto da questa autenticità; come se facesse parte per un momento di questa armonia che coniuga contingenza e ricordo. Il potere di ciò che è semplice narrazione, descrizione fedele di ciò che l’animo sente in consonanza con ciò che lo sguardo scannerizza. La rifrazione della luce, la segmentazione luminosa; le crepe, le fessure che adornano gli archi di pietra. Un simposio che si unisce con il “rumore” dello scorrere del fiume Wharfe sullo sfondo.

La solitudine serena, lieve di un luogo arcano, un’Abbazia che custodisce sapienza e che ora, attraverso le sue rovine, rimane eco di un romanticismo oramai alle porte, e vive in armonia con la natura e la sua spontaneità, rigogliosa.

Il biancore della cerbiatta è tale da darle le sembianze di un animale quasi mitologico.

Tutta l’atmosfera in cui è immerso ha qualcosa di religioso e profano al medesimo tempo.

L’epica di ciò che si rivela semplice e per questo grandioso.

Costanza Marana

Foto: JW Inchbold [Public domain]

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Casa dolce casa: 10 canzoni italiane dedicate a questo luogo simbolico

0

“Essere a casa”, “tornare a casa”, “sentirsi a casa” sono tutte espressioni che indicano quanto la casa rappresenti  un luogo emotivo. Gli americani hanno il loro modo di dire: “Home sweet Home”, ovvero “casa dolce casa”.

Quando si pensa a “casa” non si pensa solo a un’abitazione fatta di mattoni e cemento; con questo termine ci si riferisce a un contesto vivente di cui facciamo parte, un porto in cui possiamo approdare per trovare riparo, un posto del cuore.

La casa è uno spazio accogliente, dove vogliamo tornare dopo un lungo viaggio o da cui, a volte, vogliamo scappare, perché essa è anche il luogo della memoria.  La casa ospita le nostre vite: gioie e dolori, speranze e disillusioni, inizi e fini, ricordi belli e brutti. In casa nascono gli amori, crescono i figli, finiscono le relazioni.

Ecco una playlist di 10 canzoni italiane dedicate a questo non luogo simbolico e magico che ispira sentimenti controversi.

Jovanotti – Questa è la mia casa

E giro per il mondo tra I miei alti e bassi
E come Pollicino lascio indietro dei sassi sui miei passi
Per non dimenticare la strada che ho percorso fino ad arrivare qua

E ora dove si va adesso
Si riparte per un’altra città
Voglio andare a casa la casa dov’è?
La casa dove posso stare
Io voglio andare a casa la casa dov’è?
La casa dove posso stare con pace con te

Ivan Graziani – Scappo di Casa

Venti giorni di fuga e neanche un appello per radio

Evidentemente mia madre non è neanche una buona padrona

perfino per i cani smarriti si fanno appelli per radio ma io no

non ho imparato a leccare bene la mano di chi mi dà da mangiare. 

Max Gazzè – La vita com’è

Ma tu, guarda me, prendo tutta la vita com’è
Non la faccio finita ma incrocio le dita e mi bevo un caffèAmmazzo il tempo provando con l’auto meditazione, canto un po’
Nella testa (uh uh uh uh uh uh uh uh uh uh uh uh)
E mi rimetto ripulendo il mio salotto
Dal terribile ricordo che resta di te

Coez – Niente che non va

Nasci per sbaglio
Nasci bersaglio
Salti da un ponte ma non volerai
Scrivi canzoni, investi milioni
Ne hai pieni i coglioni
e non sorridi mai
Parti per Londra
scappi di casa
giri col cuore senza una metà
E non hai niente che non va

Dente – Casa mia

Fuori da questa casa che ha i capelli come tetto
che freddo che fa
questa casa che ha le fondamenta come i lacci
e un custode non ce l’ha
se inciampi al primo piano ti spacchi le ginocchia
al secondo c’è un silenzio che quasi non lo sento
al terzo la cucina, a volte piena, a volte vuota
il vino in fresco, il pane, quello non ce l’ho
al quarto il pavimento è fatto di cemento.

Daniele Silvestri – La mia casa

La mia casa è a Camden Town
Nella Londra dei canali
Dei mercati sempre pieni
Degli inglesi sempre strani
Dei vinili che nascondono tesori mai sentiti
La mia casa allora affaccia sul Tamigi
E forse è molto più lontana e in cima agli scalini di (?)
Forse casa mia è a Parigi
Tra la Bastiglia e il Bataclan
Sì, casa mia è a Parigi
Tra la Bastiglia e Notre-Dame

Guccini – Radici

La casa sul confine della sera oscura e silenziosa se ne sta,

respiri un’ aria limpida e leggera e senti voci forse di altra età, e senti voci forse di altra età.

La casa sul confine dei ricordi, la stessa sempre, come tu la sai e tu ricerchi là le tue radici se vuoi capire l’anima che hai, se vuoi capire l’anima che hai.

Dik Dik – Vendo Casa

La cucina guarda che cos’è
quanti piatti sporchi da lavare
e mia madre sempre qui
che ripete non lasciarti andare

E la gente intorno a me
come un gufo vuole guardare
ma di strano cosa c’è
questa casa ha visto amore
oggi vede un uomo che muore

Afterhours – Ritorno a casa

Sono nella casa dove abitavo da bambino
Riconosco ogni oggetto
La disposizione dei mobili, i colori
La luce era diversa negli anni sessanta, ho riconosciuto anche quella
Ho aperto tutti i cassetti per essere sicuro che in tutti questi anni nessuno
Abbia toccato la mia roba

I segreti – Torno a casa

E non ho capito se la mia era soltanto un’altra scusa per scappare

Ma poi dopo ci ripenso solo questo dove voglio andare

Io ritorno sempre torno a casa, torno a casa

Io ritorno sempre torno a casa, torno a casa.

La playlist di CulturaMente su Spotify

Porta la tua dose di musica sempre con te!

Valeria de Bari

Daniele Salvo e Ugo Pagliai tornano a scuotere il Globe Theatre di Roma con “La Tempesta”

0

Daniele Salvo è una delle firme costanti nella storia degli spettacoli del Globe Theatre di Roma.

Othello, Giulio Cesare, Macbeth sono solo alcune dell sue produzioni che il teatro diretto da Gigi Proietti ha visto sulle scene, dirette dal regista emiliano: tra queste, nel 2011, ci fu un adattamento de La Tempesta, dove la parte del protagonista Prospero era affidata a Giorgio Albertazzi. Quest’anno Daniele Salvo ha riportato in scena la commedia del bardo inglese, con lo stesso spettacolo e la stesa regia.

La trama è celebre, soprattutto agli amanti e ai lettori di Shakespeare. Il vecchio Prospero (esperto di magie e di incantesimi) vive in una grotta in mezzo a un’isola sperduta, in compagnia della figlia, la quale oltre all’anziano genitore, non ha mai visto altri esseri umani. L’umo infatti si trova lì per via di una congiura: un tempo era il Duca di Milano e, attraverso un complotto tra il fratello Antonio e il Re di Napoli, si è trovato costretto a fuggire via mare. Aiutato dagli astri e cosciente del domani, l’anziano uomo ordisce una strana vendetta. Sa che alcuni dei suoi nemici viaggiano per nave in ritorno da Tripoli. Ordina al fidato spirito magico Ariel (che gli ha giurato fedeltà dopo un’angosciante prigionia) di scatenare una tempesta che faccia naufragare la barca sulla sua isola insieme all’equipaggio, senza che nessun’anima venga colpita o il mezzo possa risentire.

Ariel, inoltre, fa separare, durante il nubifragio, Ferdinando (il figlio del re) dal resto degli altri, sotto suggerimento di Prospero. L’idea del demiurgo è semplice: vuole far incontrare Miranda al giovane erede al trono, fa sì che si innamorino e legittimare il ritorno al ducato perduto. I suoi riti porteranno tutti alla grotta, conducendoli in un finale..onirico.

Considerata una delle opere più celebri di Shakespeare, La Tempesta di Daniele Salvo ha un messaggio chiaro in sé. Andiamo però con ordine.

Iniziamo dalla scenografia. Lenzuoli bianchi e piegati che, con le giuste luci, danno quell’atmosfera calcarea di una grotta bianca, capace di nascondere spiriti e persone. Lenzuoli che possono però tranquillamente trasformarsi nella parte di un veliero. Una scenografia che si trasforma senza mai muoversi da lì: come l’attualità di un testo shakespeariano.

La Tempesta shakespeare

Il cast è carico di personalità del mondo scenico e, per molti, la combinazione del testo con la regia di Daniele Salvo non è nuova.

Prima grande novità è la presenza di un altro ‘mago’ del Teatro (non da meno ad Albertazzi), cioè Ugo Pagliai. Il Maestro non è alla sua prima esperienza con il regista (nel 2008 furono insieme nel Re Lear), né tanto meno sul palco del Globe (oltre al già citato, anche nel 2012 con Le allegre comari di Windsor). La sua voce profonda e ben disposta a cambiare tono e timbro, dona a Propsero un’austerità, diversa da quella aulica di Albertazzi. Il suo è un protagonista stanco, ma ancora forte. Inutile parlare della sua gestione della scena: la sua esperienza si vede e vale più di qualsiasi parola.

Tornano in scena nei loro ruoli Martino Duane in quello del Re e Tommaso Cardanelli in quello di suo figlio (il quale convince un po’ di meno rispetto al 2011). Sempre a loro agio invece Carlo Valli nella parte di Antonio, Marco Simeoli in quello di Trinculo e Gianluigi Fogacci in Caliban. Questi ultimi hanno trovato in Mimmo Mignemi un ‘nuovo Stefano’ degno della loro già provata complicità: la loro comicità si vede non solo dalle parole shakespeariane, ma anche dai loro gesti e dalla loro esperienza. Nuovi nella parte anche Valentina Marziali nel ruolo di Miranda (un po’ sotto tono all’inizio, ma in seguito si capisce che non è così ed è dovuto solo a un principio ‘assonnato’), Mauro Marino (ben inserito nella parte dell’anziano e petulante Gonzalo), Sebastian Gimelli Morosini e Alberto Mariotti (nei doppi panni dei marinai e dei gentiluomini).

Vera magia ci viene donata dalle coreografie. Le danze e i movimenti diretti da Micha Van Hoecke riescono a condurre lo spettatore in quel mondo onirico. Ipnotiche e cariche di energia, ma al tempo stesso ondulanti e delicate.

Chi merita però una non scontata ‘standing ovation’ è Melania Giglio nel ruolo di Ariel.

Attrice con un grande curriculum alle spalle, allieva (come Salvo) di Luca Ronconi, Melania era già presente nell’edizione del 2011. Ma non è uguale ad allora. Si vede la complicità con Pagliai (con cui recitò già in passato, tra cui nel citato Re Lear, nel ruolo di una spietata Goneril); ma anche con il regista, con il quale ha già messo in scena testi di Genet, Eschilo e Sofocle.

Dona al personaggio una straordinaria unione tra lo spirito e il terreno. Spirituale nella gestione del corpo, così delicato e capace di lasciarsi andare, fino a diventare protagonista di quelle coreografie; e in quello vocale, che cambia tono e di volume, senza il minimo sforzo o accenno di sporcatura. Ed è terrena, nella sua ricerca di libertà: maestosa nello strapparsi la maschera, così pirandelliana per quell’essere fatto d’aria che vuole la cosa più naturale del mondo cioè la libertà.

Il testo poi è sempre portatore di un grande messaggio, oggi più che mai da ricordare a tutti: l’inutilità della vendetta e del rancore. In un momento storico in cui il mondo sta cercando se stesso, poiché ancora perso, dove i valori umani non si ricordano neanche tra loro di esistere e la corruzione è la sola cosa che sembra decidere ogni cosa, lo spettatore (soprattutto quello che non ha mai letto il testo) si ritrova in questa simbolica rappresentazione dove ci si può ricredere sull’idea che non esista altra soluzione, oltre al lasciarsi andare dalla rabbia. Concidenza o volontà del regista? Solo Daniele Salvo lo può dire.

Per concludere, la rappresentazione fa tacere ogni tipo di critica, visto che messaggio e tecnica camminano di pari passo. Gli attori hanno capacità e talento e il testo non delude mai. 5 stelle su 5.

 

Francesco Fario

“Imagine”. Dell’immortalità dell’amore e della musica

0

Immagina… un uomo e una donna.

Immagina… un amore.

Immagina.

Lui, star british pop con l’occhio ceruleo e i basettoni. Lei, artista minuta e allo stesso tempo intrisa di fascino orientale carnoso e algido. John Lennon  Yoko Ono

Yoko, John, Yoko, John, due semplici nomi che insieme hanno segnato la storia. Imagine è un docufilm del 1972 da loro diretto e interpretato (nelle sale italiane grazie a Nexo Digital dall’8 al 10 ottobre 2018), che esprime perfettamente la criticatissima simbiosi della coppia e, allo stesso tempo, i messaggi per cui si è battuta negli anni.

L’empatia, la naturalezza, la semplicità, se vogliamo, vengono espressi in questo film, che alla fine è fatto d’amore e di musica. Non saprei nemmeno dirvi se mi è piaciuto o meno, sicuramente è caratterizzato da molte immagini e grandi silenzi. Le parole sono poche e tanto spazio viene naturalmente dato alle canzoni.

Giochi, baci, fotografie, ma soprattutto John che imbraccia la chitarra e intona In the middle of the night I call your name, oh Yoko, my love will turn you on. La compagna, sdraiata accanto a lui, canticchia con la sua vocina da eterna bambina.

Durante tutta la pellicola, mentre li vedevo amarsi in un modo così – passatemi il termine – semplicemente architettonico, non facevo altro che pensare alla terribile morte di John Lennon. Yoko Ono era presente quando fu ucciso. Allora mi sono chiesta cosa resta di questo amore. O meglio, cosa resta della vita quando ti viene strappato un amore così sotto agli occhi. E poi ancora mi sono detta che vale davvero la pena vivere ogni momento con anima vergine, circondarsi di persone che nel bene e nel male ti fanno sentire vivo. Perché di questa vita non ci resta nulla se non questi attimi di baci e arte, di note scordate appiccicate su un letto.

È l’amore degli sguardi struccati, degli abbracci sulle panchine, di una partita a scacchi dove alla fine ti mangi le pedine perché non ti importa di vincere, ma solo di giocare. Giocare tra gli alberi, le piante, giocare con la fama imperitura che ti sei guadagnato ma che, senza chi ami al tuo fianco, vale meno di niente. Giocare alla vita col tuo compagno di giochi.

Yoko, John, Yoko, John. Si chiamano gli amanti mentre si corrono incontro sulla sabbia che mangia le loro scritte d’amore, Yoko Loves John, John Loves Yoko.

Questa scena mi ha ricordato l’Antonio e Cleopatra visto poco tempo fa al Macro Testaccio: anche nello spettacolo del regista portoghese Tiago Rodrigues i due amanti non facevano che chiamarsi per nome in una cantilena senza fine. Cos’è l’amore, alla fine, se non due nomi che si rincorrono. Due nomi che in realtà non hanno significato alcuno e che la vita unisce per caso, o meglio per occasione.

Non esistono amori senza ombre, né è importante la loro durata, forse. Nel caso di Yoko e John, l’onda del mare si è portata via la scritta, ma la storia resta impressa nel cuore di milioni di fan e, ovviamente, di chi l’ha vissuta.

Alessia Pizzi

“This is us”: 10 canzoni tratte dalla colonna sonora della serie

0

Fin dal suo primo episodio This is us è riuscita a coinvolgere emotivamente milioni di spettatori, che non vedevano l’ora di poter seguire in televisione le vicende della famiglia Pearson, protagonista indiscussa della serie targata NBC.

This is us racconta infatti la storia d’amore e di vita di Jack (Milo Ventimiglia), Rebecca Pearson (Mandy Moore) e dei loro gemelli, i “big three”.

Creata da Dan FogelmanThis is Us è uno show che ha già dimostrato, nelle prime due stagioni, come non conti soltanto la storia narrata ma il modo in cui la si racconta. La serie è scritta, diretta e montata in modo tale da risultare estremamente coinvolgente, strappalacrime, travolgente. Lo stesso Milo Ventimiglia ha affermato: “Io e Mandy abbiamo una tradizione. Guardiamo tutti gli episodi insieme. Guardiamo ogni episodio insieme e piangiamo sempre. Fa piangere anche noi”.

La colonna sonora di This is us non fa altro che accrescere il pathos già espresso con le immagini.

La terza stagione della serie è già partita negli USA lo scorso 25 settembre, mentre in Italia arriverà prossimamente e sarà trasmessa su FoxLife. Dunque, mentre attendiamo la messa in onda dei nuovi episodi, godiamoci una playlist di 10 canzoni struggenti e catartiche tratte dalla colonna sonora della serie. Tenete i fazzolettini a portata di mano.

DEATH WITH DIGNITY – SUFJAN STEVENS

I forgive you, mother, I can hear you
And I long to be near you
But every road leads to an end
Yes every road leads to an end
Your apparition passes through me in the willows
Five red hens – you’ll never see us again
You’ll never see us again

NORTHERN SKY – NICK DRAKE

Would you love me for my money, would you love me for my head
Would you love me through the winter, would you love me ‘til I’m dead
Oh, if you would and you could
Come blow your horn on high.

ROMEO AND JULIET – DIRE STRAITS

Juliet, when we made love you used to cry
You said ‘I love you like the stars above, I’ll love you till I die’
There’s a place for us you know the movie song
When you gonna realize it was just that the time was wrong, Juliet

LITTLE BIT OF RAIN – FRED NEIL

And if you look back
Try to forget all the bad times
Lonely blue and sad times
And just a little bit of rain
And just a little bit of rain

BADFINGER – WITHOUT YOU

Well, I can’t forget this evening
And your face when you were leaving
But I guess that’s just the way the story goes
You always smile, but in your eyes your sorrow shows

PHOTOGRAPH – RINGO STARR

Every time I see your face

It reminds me of the places we used to go

But all I’ve got is a photograph

And I realize you’re not coming back anymore

ALL I REALLY WANT – ALANIS MORISETTE

Why are you so petrified of silence? Here can you handle this?
Did you think about your bills, you ex, your deadlines
Or when you think you’re going to die? Or did you long for the next distraction?

IT’S TIME – IMAGINE DRAGONS

This road never looked so lonely
This house doesn’t burn down slowly
To ashes
To ashes

ALPS – NOVO AMOR & ED TULLET

And I saw the peaks on my own
That you probably meant for us
And I tore the fear from my bones
That you probably never lost

TIME AFTER TIME – CINDY LAUPER

Lying in my bed, I hear the clock tick and think of you
Caught up in circles, confusion is nothing new
Flashback, warm nights almost left behind
Suitcases of memories, time after…

Valeria de Bari

A Star is Born, l’importanza di rimanere autentici

3

“You’re just ugly”

Che poi si finisce sempre in quelle due categorie, bello o brutto. Dobbiamo sempre decidere se una cosa, qualsiasi cosa, sia bella o brutta. Come se fossimo incastrati in un eterno loop manicheo, come se da queste due categorie si decidesse tutto.

In realtà, oltre il bello e il brutto c’è l’interessante, il vero, il profondo, l’importante, il sentito, l’umano. Pure se il film ce lo chiede continuamente, non è importante decidere se Ally, la protagonista di A Star is Born, sia bella o brutta, è importante sapere che lei ha qualcosa da comunicare e far sentire. Così come non posso decidere io se A Star is Born sia bello o brutto: oltre ad essere un giudizio puramente soggettivo, è anche infinitamente riduttivo. Anzi, in questo caso, è soprattutto infinitamente sbagliato e superfluo: è un film che ha qualcosa da dire, e riesce a dirlo nel modo più potente e autentico possibile. Oh, se ha qualcosa da dire.

Quasi senza volerlo, e sul perché ci arriviamo tra qualche paragrafo, A Star is Born è uno dei film più metacinematografici in assoluto senza essere di genere metacinematografico.

Vive su questo sottilissimo ma decisivo equilibrio grazie all’intelligenza di chi è al timone. Bradley Cooper, che qui è un vero factotum avendo prodotto, diretto, scritto e interpretato, capisce esattamente cosa ha tra le mani. E fidatevi, pare scontato, ma spessissimo i registi non sanno nemmeno cosa fare col proprio film. Cooper invece lo capisce, sa perché fare un 4° remake di questa storia, sa come farlo, cosa dire, e come sfruttare le proprie armi vincenti.

Indubbiamente si potrebbe chiedere perché fare l’ennesimo remake di una vicenda, per quanto bella e forte, piuttosto semplice. Il punto è proprio questo, però: realizzare una storia semplice, ma in realtà profondissima. Realizzare un film dall’intento artistico, che però sia anche commerciale. Raccontare una storia d’amore seminale che tocchi chiunque, e nasconda pure tantissimi altri elementi. Non tradire minimamente lo spirito delle precedenti versioni, seguendo pedissequamente la trama, riuscendo però ad essere originali e, forse, persino più audaci.

Il risultato è che vediamo e viviamo la storia d’amore tragica in A Star is Born. Si percepisce il coraggio di raccontare l’amore senza alcun intento catartico o confortevole verso lo spettatore E, appunto, si riflette sull’autodistruzione personale che è sempre dietro l’angolo.

Ma, più di oltre ogni cosa, A Star is Born è un film sui compromessi per diventare e chiamarsi artisti. Su come l’arte si distrugga quando interferisce inevitabilmente l’aspetto commerciale. Che Cooper riesca a dire queste cose in un film che nasce per gli incassi, è da applausi.

Probabilmente, solo l’approccio di Bradley Cooper avrebbe funzionato nel pensare un nuovo A Star is Born. E nel farlo adesso, oltretutto. Perché lui non è soltanto interessato a fare un film, a raccontare una storia, ma a mettersi in gioco, mettersi a nudo, far provare emozioni, a dire che il cinema è meraviglioso quando ha qualcosa, qualsiasi cosa, da comunicare.

L’elemento infatti più unico ed incredibile di questo film è la sua dose di autenticità. A tratti è quasi pazzesco quanto il film risulti vero e onesto. L’impegno di Cooper, la sua infinita voglia di farsi prendere sul serio e riuscire a fare un buon lavoro, trasudano dallo schermo. Ogni minuto, in ogni fotogramma.

Qui, nel renderlo VERO, si tocca con mano la magia di A Star is Born e la sua capacità metacinematografica non ingombrante o presuntuosa. Cooper sceglie Lady Gaga, le affida un ruolo da cantante, e sa benissimo che per lo spettatore, dal più smaliziato al più esperto, è praticamente impossibile scindere la figura mainstream della vera Gaga da quella del personaggio in una storia. Tanto più che quel personaggio, in pratica, ha una evoluzione che la porta a diventare un’acclamata popstar. La sospensione dell’incredulità è difficilissima.

Che fa allora il film? Accetta questa sfida, la fa propria, e ribalta la prospettiva. Prende Gaga, la spoglia di qualsiasi orpello e forma, mette a nudo i pregi talentuosi e le sue note insicurezze fisiche, fino a farle diventare un tema del film, e decostruisce il mito che rappresenta fino a tornare alla sua essenza. Che poi anche Lady Gaga sia bravissima, e questo per il sottoscritto è una piacevole sorpresa, mi pare giusto evidenziarlo. La sua interpretazione è semplice, emotiva e pura. Pur essendo l’icona che tutti conosciamo, paradossalmente è più brava nella prima parte, quando deve interpretare la ragazza semplice, proprio perché il film fa un lavoro egregio nella costruzione dei gesti, dei momenti, delle piccole espressioni.

a star is born

Dire che anche questo sia merito di Bradley Cooper è ovvio quanto riduttivo. Lui si carica, dietro e davanti la macchina da presa, l’intero film sulle spalle.

Da regista, come detto, è attentissimo a non sbagliare nulla e curare la dinamica tra i personaggi, dalla quale naturalmente nasce tutta l’empatia degli spettatori. Da creatore tuttofare, è intelligentissimo nel costruire un film dalle chiare aspettative commerciali ma venato di premesse artistiche. Guardate, in tal senso, l’uso del montaggio nel film: non c’è un solo momento morto o una scena superflua, per 130 minuti il film scorre fluido, incessante, con piccoli momenti che si sovrappongono senza soluzione di continuità ai grandi momenti, con tagli che danno l’idea di un ricordo a volte sfuggente, a volte doloroso.

Da attore, è ancora più immerso nel microcosmo che ha creato. Dal look all’incredibile tonalità di voce, la sua interpretazione è il segno tangibile della confusione umana. Un uomo decadente non tanto per gli eccessi – comunque onnipresenti – ma per una desolazione interiore resa benissimo dal lavoro sullo sguardo carismatico ma trasandato.

Cooper, dopo i successi comici dell’esplosione della sua carriera, avrebbe potuto continuare ad accettare ruoli per soldi, e invece si è messo a lavorare con autori più maturi per allargare la propria conoscenza. Con quei ruoli sono arrivate tre nominations consecutive al premio Oscar. Dopo quelle avrebbe potuto fare qualsiasi film e qualsiasi ruolo, e invece ha deciso di andare a teatro, a Broadway e Londra, per interpretare The Elephant Man sul palcoscenico. Ha deciso poi di esordire alla regia con un film stranoto a tutti, accettando una sfida all’apparenza piccola ma in realtà piena di pressioni e paragoni.

Bradley Cooper qui diventa un vero artista che vuole farsi prendere sul serio. Ci tiene tantissimo a far sapere agli altri che non è solo un bravo attore o un bel volto, ma una persona con qualcosa da dire.

Nel film stesso, dopotutto, lo comunica espressamente più volte. Afferma che non basta solo il talento, ma ci vuole qualcosa da saper esprimere. Ricorda che non bisogna farsi traviare da voci e aspettative, ma sempre guardare alla verità dentro di noi. E, infine, ricorda che le note della musica sono sempre quelle per tutte le canzoni, ma conta come si esprimono e cosa esprimono.

Questo film avrebbe potuto puntare serenamente sulla fusione tra musical e storia d’amore tormentata. Semplice ma sempre efficace. Avrebbe potuto limitarsi alla critica verso il mondo delle show-business col suo discorso di contrapposizione tra forma e sostanza. Semplice ma efficace, ancora una volta. Invece, questo nuovo A Star is Born, pur dicendo tutte queste cose, le rilegge e analizza sotto altra luce. Una luce che lo rende, appunto, un film possibile solo con questo approccio, solo adesso nel 2018.

Prendiamo, ad esempio, la parabola distruttiva del protagonista maschile. Il personaggio di Cooper non prova un briciolo di gelosia nei confronti dell’ascesa della sua compagna. Anzi, l’appoggia sinceramente in ogni momento, la consiglia, aiuta. La sua spirale infernale non è dovuta quindi ad una ipotetica minaccia, oppure semplicemente all’alcolismo. Il suo crollo è dovuto alla fine di un’era davanti alla quale lui non può opporsi, nella quale si ritrova vittima di una traiettoria inevitabile segnata dal destino dei tempi.

Lui rappresenta un mondo che sta svanendo, raffigura tutto ciò che è vecchio. Un uomo di mezza età che suona rock ‘n’ roll e si esibisce come spalla ai concerti tributo di star passate. Lei invece è la freschezza, l’energia, colei che impone il proprio talento ripiegando ogni costrizione formale alle proprie esigenze artistiche. Una donna giovane che riafferma il pop come strumento di comunicazione di massa verso i giovani.

Non è il protagonista a crollare, ma il mondo che rappresenta, e lui cade di conseguenza travolto dalle macerie. Ha di fronte un’onda inarrestabile di cambiamento in tutti i sensi: di genere, di età, di gusto, di forma e sostanza. Vive in un mondo da lungo tempo incontaminato, sempre uguale a se stesso, sempre arroccato su se stesso, e finisce travolto dal nuovo. Il percorso tragico del personaggio non è solo una scelta, ma soprattutto una resa sia artistica sia sociale. L’apparizione della Ally di Gaga è l’avvento di un mondo che il Jackson di Cooper non comprende, non può comprendere e di cui non può fare parte. Un uragano d’amore che fa rivivere il vecchio cuore di Jackson all’inizio, ma al tempo stesso uccide tutto ciò che conosce e per cui ha vissuto.

È pazzesco come A Star is Born, nella sua autenticità, riesca a toccare le corde delicatissime dei conflitti sociali e sessuali in stravolgimento nel mondo contemporaneo.

È pazzesco come tutto ciò accada in un film destinato al grande pubblico dei multisala, forse interessato solo ai patemi d’amore dei due protagonisti. Ma anche questa, in fondo, è la forza di un film universale, di un remake. Non è “usato sicuro” questo A Star is Born, ma una centrifuga di sentimenti e temi che sfrutta un qualcosa di preesistente per raggiungere il più ampio pubblico possibile e certificare la propria potenza emotiva. Dopotutto, c’è un motivo se qualcosa che funziona si ripete all’infinito, come una legge dell’universo non scritta.

L’onestà che Cooper infonde fa di questo A Star is Born la quintessenza del cinema americano. Ovvero un film che non inventa nulla, ma quando raggiunge i suoi apici è talmente efficace da entrare subito nell’immaginario collettivo della cultura popolare: il rock che diventa pop, appunto, ancora una volta sia nel film sia nella realtà.

.

Emanuele D’Aniello

La nuova stagione di Grey’s Anatomy inizia col botto: protagonista il desiderio

0

DESIDERIO deriva dal latino e significa letteralmente “mancanza di stelle”. Per estensione l’accezione corrente è percezione della mancanza, ricerca appassionata.

Il desiderio è il protagonista dei primi due episodi della quindicesima stagione di Grey’s Anatomy, accompagnato dal concetto di bisogno.

Bisogno e desiderio, ricordano un po’ quel mito del Simposio in cui Platone racconta la nascita di Amore, ipotizzando un’unione tra l’Ingegno e la Povertà durante i festeggiamenti per la nascita di Afrodite. Ma quanto conta nei rapporti l’equilibrio tra la mancanza e il desiderio?

Le puntate che aprono la nuova stagione di Grey’s Anatomy presentano temi molto forti, dalla brevità della vita all’importanza di vivere il momento appieno, aprendo il cuore senza troppe remore.

Certo, non tutte le reazioni saranno positive, ma vale la pena aspettare? Alle volte no. Ci rintaniamo nella comfort zone, come fa Meredith continuando a vivere per il lavoro, oppure nei principi, come fa Amelia celando i suoi sentimenti per l’ex marito, o più semplicemente nella paura, come fa Maggie ignorando la proposta di matrimonio di Jackson. Non si tratta solo di sentimenti, ovviamente.

Jo ci dimostra che il bisogno di emergere spesso non ha il momento giusto: durante la sua luna di miele viene colta da un improvviso lampo di genio.

Un po’ inaspettato, devo ammetterlo, ma gli autori hanno sempre voluto mostrare che dietro la ragazza stalkerata dall’ex marito ci fosse un potenziale inespresso. Onestamente ho sempre avuto l’impressione che fosse una forzatura, ma è pur vero che per anni Jo ha dovuto vivere nell’ombra, terrorizzata all’idea di emergere e di essere quindi trovata da Paul, che come sapete ha finalmente tirato le cuoia nella scorsa stagione. E dunque è il momento di aprire le ali anche per la piccola Jo – Brooke, in amore come nel lavoro. Mentre Meredith e le sue sorelle devono iniziare a fare i conti col bisogno dell’altro e il desiderio di vivere intensamente le emozioni. Ma soprattutto, la necessità di ammettere queste emozioni a se stesse (e ai diretti interessati).

C’è da chiedersi come intende vivere le proprie emozioni anche Teddy, rimasta incinta di Owen e in bilico tra l’idea di restare al Grey-Sloan Memorial Hospital oppure lasciare la città senza dire nulla.

Per quanto io sia una fan della coppia Amelia – Owen devo ammettere che quando il cinico Tom ha ricordato alla sua pupilla che non è stato per il tumore che ha lasciato suo marito… non ho potuto dargli torto. Owen ha sempre voluto una famiglia e Amelia, semplicemente, non era pronta. Ora si ritrovano catapultati in questa dimensione domestica, mentre lui accudisce il piccolo Leo come figlio adottivo e lei si prende cura di sua madre Betty per farla uscire dal tunnel della droga. Il figlio di Teddy e Owen potrebbe mettere a dura prova il riavvicinamento della ex coppia.

Inizia col botto, quindi, la quindicesima stagione di Grey’s Anatomy, che non riesce proprio ad annoiarci. Tra la dottoressa Carina che parla di stimolazione rettale e il nuovo sexy ortopedico i primi episodi della serie promettono anche momenti divertenti, oltre alle consuete riflessioni sulla vita e sulla morte.

Ma se Jackson diventa cattolico ora che De Luca gli ha salvato la vita, ve lo dico: April è autorizzata a farlo fuori dopo tutte le critiche che ha dovuto subire per le sue scelte religiose.

Alessia Pizzi

Caravaggio a Milano, mostra senza quadri che non potrai dimenticare

0

Al museo della Permanente, esposizione immersiva senza quadri, con proiezioni tridimensionali e voce narrante. Sedici videoproiettori e 360 ore di girato

Caravaggio a Milano: mostra da non perdere. L’ultima esposizione sull’opera di Michelangelo Merisi ha il titolo di Caravaggio, oltre la tela. La mostra immersiva e si visita al museo della Permanente, fino al 27 gennaio. Ideale proseguimento della rassegna Dentro Caravaggio, dell’anno scorso a Palazzo Reale, quella della Permanente è una mostra senza quadri: entri, indossi la cuffia e visiti quattro stanze nude. La full immersion nell’opera di Caravaggio sta nella tecnologia: sedici videoproiettori, effetti sonori e visivi per proiettare, su tutte le pareti dei locali, via e opere del pittore. Le opere riprodotte sono circa cinquanta, ma il racconto parte da lontano: dalla Milano della peste e da Caravaggio bambino, intrecciando la biografia di Michelangelo Merisi con l’analisi delle opere. Il risultato non è il solito video e come avrebbe detto Julia Roberts nel film Pretty Woman, fa “attorcigliare le budella”.

Caravaggio a Milano, un esperimento? Riuscito

Julia Roberts si espresse così dopo aver assistito all’Opera. Probabilmente, l’iniziativa alla Permanente farà qualcosa di simile: avvicinerà il pubblico a Caravaggio, già molto noto, ma in modo diverso dal solito. Come una visita guidata, la mostra immersiva racconta la vita di Caravaggio, ma spiega anche perché è così importante per la storia dell’arte moderna.
Le tele sono proiettate, ingrandite, viste nei dettagli e nelle fasi di lavorazione. Negli ultimi tempi, la tecnologia ha permesso agli studiosi di vedere i ripensamenti e gli strati di pittura apportati dal maestro. Già nella mostra a palazzo Reale, il pubblico aveva potuto guardare dentro la tela, scoprendo che cosa faceva l’artista quando iniziava a dipingere e come proseguiva. In questa non-mostra le opere sono raccontate a partire dalla vita di Caravaggio: un grande romanzo di per sé, tormentata e ancora misteriosa.

Caravaggio a Milano San MatteoCaravaggio a Milano San Giovanni Battista

Genio e dolore: oltre lo storytelling, è la vita

Oscar Wilde disse la vita imita l’arte e per Caravaggio sembra proprio così. Scappato dalla peste a Milano a 5 anni, orfano di padre e del nonno, Michelangelo Merisi ebbe una vita travagliata, con grandi successi artistici, ma infelice. L’ombra della violenza, le risse, la perdita di soldi al gioco, la colpa di un omicidio, fanno della vita di Caravaggio una fuga senza via di salvezza. Il racconto biografico, però, non è gratuito. Interessante sapere, ad esempio, che l’artista iniziò a usare uno specchio come aiuto per dipingere: era troppo povero per pagarsi un modello e doveva ritrarre sé stesso. Molti soggetti che affascinarono i committenti romani, il realismo e la drammaticità delle scene dei suoi dipinti, hanno legami con le frequentazioni dell’artista dei bassifondi. L’angoscia di alcuni personaggi è quella di Caravaggio; ma le tecniche pittoriche che l’hanno portata sulla tela stupiscono ancora.

Caravaggio a Milano: le opere

Realizzata da MondoMostreSkira, con patrocinio del Ministero dei Beni e le Attività Culturali e del Turismo e la consulenza scientifica di Rossella Vodret, Caravaggio oltre la tela presenta opere che non potrebbero essere esposte in un allestimento reale. Si tratta, infatti, di opere inamovibili, come quelle della Cappella Contarelli a San Luigi dei Francesi, a Roma, o la Cappella Cerasi a Santa Maria del Popolo. Le tele appartenenti al Louvre di Parigi sono molto fragili, per esempio la Morte della Vergine, così come la Medusa degli Uffizi di Firenze. È un’occasione anche vedere le immagini della Decollazione del Battista, custodita a Malta, nella Concattedrale de La Valletta.
Video, musica e suoni della mostra immersiva si avvalgono di tecnologie studiate: l’audio binaurale, per percepire i suoni a dinamica naturale, il mapping con proiezioni tridimensionali e strumenti Ultra High Speed, per movimenti molto veloci.

Al museo della Permanente: note utili

L’esposizione di Caravaggio a Milano alla Permanente non è la prima che proietta immagini di opere d’arte sulle pareti, accompagnate da musica e da un buon allestimento: è, però, forse tra le poche a coniugare racconto e descrizione artistica.
Come arrivare alla mostra di Caravaggio: il museo della Permanente è in via Turati, MM Gialla Turati, poco lontano da piazza Repubblica. Orari: Caravaggio, oltre la tela. La mostra immersiva si visita, da lunedì a domenica, dalle 9.30 alle 20 e il giovedì fino alle 22.30.
Nello stesso periodo, è aperta anche una richiestissima mostra su Tex. Meglio presentarsi per tempo, può esserci coda all’ingresso!

Claudia Silivestro

Il complicato mondo di Nathalie: ritratto di donna alla soglia dei cinquanta

0

“Il complicato mondo di Nathalie”, la commedia campione d’incassi in Francia, arriva in sala da Officine UBU l’11 ottobre

È in arrivo nelle sale italiane “Il complicato mondo di Nathalie”, pellicola che vale la pena vedere già a partire dalle domande che suscita. Quand’è che si smette di essere madri e ci si ricorda, a un tratto, di essere anche donne? Quando è successo che nostra figlia sboccia come un fiore in primavera mentre noi spalmiamo massicce dosi di crema su un viso piacente che rivela, allo specchio, tutta la sua tensione? Il periodo che precede la menopausa sa essere spiacevole in tutta la sua terribile consapevolezza. È un traghettatore spietato verso il lido di un non-ritorno che per alcune donne è vissuto come autentica condanna. Comporta stravolgimenti nella sfera fisica, psichica, sociale. Va a toccare persino quell’universo di affetti che sino ad allora si era preservato con dedizione da tutti i mali e le storture del mondo.

È ciò che accade a Nathalie Pêcheux (Karin Viard), professoressa di lettere dallo charme indiscutibile e la lingua tagliente. Ha una figlia di diciotto anni futura promessa della danza, un’amica spiritosa che è la sua perfetta spalla e un ruolo di prim’ordine in un liceo prestigiosissimo cui è approdata dopo anni di studio matto alla Normale.

È una donna che ha tutto e che improvvisamente vede tutto sgretolarsi.

Il marito sta per raggiungere un resort cinque tridenti con la nuova compagna giovane e svampita. Mathilde (Dara Tombroff), la figlia, ha un fidanzato amorevole e un concorso che potrebbe renderla la reginetta del balletto. E, come se non bastasse, all’amato liceo d’élite è appena sbarcata una supplente di ventotto anni che «si crede Simone de Beauvoir». Per Nathalie è l’inizio della fine. Perde la bussola, non controlla le emozioni, elargisce battute taglienti che allontanano chi sino a quel momento le era sempre stato accanto. A nulla vale persino l’amore, scansato e umiliato alla luce di una cieca gelosia che getta un cono d’ombra profondissimo sulla vita della protagonista. La costringe in un tunnel senza uscita come dice l’amica Sophie (Anne Dorval).

Karin Viard

“Jalouse”, del resto, è il titolo originale de “Il complicato mondo di Nathalie”. Una gelosia che ha tante facce, milioni di sfumature che attraversano il volto di Nathalie declinandosi a fasi alterne in invidia, possessione, frustrazione e desiderio d’amore. È un sentimento che conduce al baratro, si alimenta di frasi sconnesse e sguardi male interpretati. È segnalata dal medico come parte integrante del periodo di transizione verso la menopausa ma è un tarlo che rode dentro. Nonostante lo yoga, nonostante la forma ancora smagliante. Per Nathalie non c’è paracadute nella discesa verso il fondo, in un viaggio autodistruttivo che soltanto l’accettazione di sé può trasformare in ripartenza.

Nathalie che non sarebbe la stessa senza l’aspetto e l’incisività di Karin Viard.

È lei che ha ispirato il personaggio de “Il complicato mondo di Nathalie” a David e Stéphane Foenkinos. I registi francesi, dopo l’omonima trentenne de “La délicatesse” (1991) hanno infatti deciso di scandagliare mente e animo di una donna alla soglia dei suoi cinquant’anni e lo fanno egregiamente. Senza giudizio, senza spregio. Nathalie è infatti moralmente deprecabile, sbadata sino all’esasperazione e supponente da mandare in bestia, eppure non si può non amarla. Le sue follie sono seguite, riportate e fanno scattare un’umana solidarietà nei confronti di questa primadonna ridotta a rottame umano. Ne “Il complicato mondo di Nathalie” tutto è sfasato e irrimediabilmente fuori posto, ma nel suo disordine esistenziale c’è un fondo di umanità da suscitare tenerezza.

Karin Viard

 

La Viard è straordinaria, si muove con quella nevrotica naturalezza che ricorda a tratti la Margherita Buy nostrana e non fa altro che confermarne il talento che le è valso due César. Ad affiancarla un cast di solida statura, da Bruno Todeschini alla ballerina Dara Tombroff sino ad arrivare all’attrice più amata da Xavier Dolan, Anne Dorval. Tutti in grado, in questa commedia agrodolce, di muoversi a perfezione, rappresentando le molecole impazzite del sistema Nathalie. Il cui mondo non è di certo favoloso ma straordinariamente e umanamente complicato.

Ginevra Amadio

Arriva la street art di Banksy a Milano: impossibile perderla!

0

Un artista che sceglie la strada per esprimere sé stesso, per gridare a gran voce quello che ha da dire: questo è Banksy, un writer la cui figura è avvolta nel mistero. Una mostra che no, proprio non potete perdere quella di Banksy.

È la città meneghina che accoglie, negli spazi del MUDEC una mostra dedicata ad uno dei più celebri protagonisti di un panorama contemporaneo che sta elevando la street art a une vera e propria forma d’arte contemporanea che si integra perfettamente all’ambiente urbano.

La street art nasce nei ghetti newyorkesi negli anni ‘70 come forma di espressione e nuovo approccio all’arte e realizzandosi attraverso gli stencil poster o i dipinti murali realizzati con vernice acrilica.

Diffusasi negli anni ’90, il fenomeno della street art in Italia prende piede e diventa di grande interesse per critici e amanti dell’arte che riconoscono in questa nuova forma espressiva, un modo di trasformare il mondo in un’enorme tela bianca, pronta ad accogliere e trasmettere immagini, idee ed emozioni.

In Italia è Milano che si fa culla e portavoce di questa nuova forma d’arte che ormai tanto nuova più non è, infatti, come già accennato, è al MUDEC, il Museo delle Culture che, a partire dal 21 novembre, l’arte di Banksy sarà la vera protagonista. Banksy, un writer inglese che lascia celata la sua identità sotto un alone di mistero che rende il suo lavoro ancor più affascinante e suggestivo.

La mostra personale raccoglie, per la prima volta in un luogo pubblico, circa 70 lavori che vanno dalle sculture, ai dipinti, alle fotografie e agli oggetti di colui che è considerato, a giusto titolo, il maggiore esponente della street art contemporanea. Questa è davvero una tra le esposizioni più attese di questa stagione.

Da writer di strada, Banksy si fa largo nel campo dell’arte imponendosi come vero e proprio fenomeno mondiale di massa. Le sue opere sono la trasposizione figurata di denuncia mista a provocazione che si scaglia conto l’establishment, che attacca il potere, il conformismo, le guerre e il consumismo. Il suo nome comincia a farsi sente nei primi anni del nuovo millennio e i muri di Londra si animano con l’ironia dei suoi personaggi che sono pungenti e, a tratti, provocatori e irriverenti. Nasce immediatamente un vero fenomeno e i suoi stencil cominciano ad apparire ovunque, arrivando al cuore soprattutto delle giovani generazioni.

Si rende protagonista di una vicenda che ha dello straordinario e conferma come la sua arte sia al servizio di una determinata e puntuale denuncia politica e sociale. Banksy ritrae Shera Dogan, un’artista curda incarcerata per aver pubblicato la foto di un dipinto che racconta la distruzione di una piccola cittadina al confine con la Siria che l’ha fatta incolpare di collusione con il PKK e di terrorismo.

È chiaro, dunque, come la sua sia un’arte che non passa inosservata, seppur in un anonimato che, probabilmente nato da una ricerca e da uno studio calcolato, assicura una maggiore eco a quanto raccontato.

Il MUDEC, che ospita la mostra non autorizzata dall’artista, è un polo museale fondato nel 2014 come luogo di scambio tra arti visive e arti sonore, design e costume. Nasce nell’area dell’ex Fabbrica Ansaldo e si inserisce in un contesto di archeologia industriale che restituisce immediatamente al contesto un fascino inusuale.

Un luogo dell’eccellenza, dunque, che a Milano non resta solo se si pensa alla fondazione Pirelli Hangar Bicocca che nasce nel 2004 in un ex stabilimento industriale con l’obiettivo di promuovere e produrre arte contemporanea.

Da una decisione della famiglia e del Gruppo Pirelli, arriva il chiaro intento di dedicare un luogo all’arte contemporanea e, in particolare, agli eventi legati al design.

15.000 metri quadrati di spazi espositivi che accolgono mostre di scultura pittura, fotografia, permanenti e temporanee, sempre organizzate in stretta osmosi con la struttura architettonica dell’edificio che è composto dalle Navate, uno spazio espositivo che unisce gli altri due edifici che fanno parte dell’Hangar; dallo Shed, un edificio costruito da mattoni a vista, caratterizzate da volte non molto alte, tetti a doppio spiovente e grandi lucernari; e dal Cubo, un edificio aggiunto successivamente, cubico e con le volti a botte. In particolare, all’esterno di questo edificio vi è una vasta area messa a disposizione per accogliere le mostre dei tanti street artist, italiani e non.

Sarà possibile visitare la mostra dal 21 novembre al 14 aprile, dal lunedì alla domenica.

La mostra seguirà i seguenti orari:

il lunedì, dalle 14,30 alle 19,30;

il martedì, il mercoledì, e la domenica dalle 9,30 alle 19,30;

il giovedì e il sabato dalle 9,30 alle 22,30.

“L’amica geniale”: dal libro alla serie tv

0

Dopo essere stati presentati alla Mostra del cinema di Venezia, i primi due episodi della serie tv L’amica geniale arrivano nelle sale in attesa del debutto televisivo.

La tetralogia di Elena Ferrante, L’amica geniale, è un caso editoriale e letterario straordinario. Con milioni di copie vendute non solo in Italia, ma anche all’estero, ha dato nuova visibilità mondiale alla nostra letteratura, dopo tantissimi anni. I suoi libri hanno tenuto con il fiato sospeso lettori con gusti molto diversi. Raramente si era arrivati a parlare di amicizia in maniera così realistica e profonda. Non si entra in contatto solo con le emozioni delle protagoniste, ma anche con il contesto storico e geografico nel quale esse vivono e si muovono. Il tutto è raccontato in maniera asciutta, semplice eppure mai banale, anzi.

Era solo questione di tempo prima che dalla pagina scritta si passasse alle immagini.

Trasportare un libro sullo schermo è sempre un’operazione complessa. Bisogna mantenere inalterato l’anima della storia usando degli strumenti completamente diversi. Inoltre, si corre il rischio di andare contro il mondo immaginato dai lettori, deludendone le aspettative. Sarà così anche per la serie tv L’amica geniale? Sembra proprio di no.

Quel che appare evidente sin dall’inizio è che si tratta di una serie che non ha nulla da invidiare alle grandi produzioni internazionali. Si percepisce subito che è un progetto grande che cerca la qualità. Grandi sono i nomi che sono dietro la produzione: Fandango, Rai Fiction, HBO, TIMVISION Production, Wildside, Umedia. Tra gli sceneggiatori, oltre alla Ferrante, troviamo Francesco Piccolo, scrittore tra i più apprezzati del panorama contemporaneo, Laura Paolucci e Saverio Costanzo. Ed è proprio Costanzo a dirigere la serie, lui che tanto ha già dato alla serialità italiana con un capolavoro come In treatment. Sono gli attori a essere poco noti al grande pubblico, ma non deludono affatto le aspettative. Le due piccole protagoniste, Elisa Del Genio (Elena) e Ludovica Nasti (Lila), pur essendo nuove al mondo della recitazione, regalano delle interpretazioni notevoli.

La serie tv ricrea perfettamente l’atmosfera del rione.

Il clima di violenza e povertà è tangibile. Prevalgono sempre la forza, il denaro, l’autorità paterna. La cultura e l’educazione alla bellezza riescono a farsi strada solo a fatica.

Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi.

Questo mondo è filtrato dallo sguardo delle due bambine. Uno sguardo attento ma, ovviamente, ingenuo. Ed ecco che le atmosfere diventano ancora più cupe, a tratti quasi horror, mettendo lo spettatore in vere e proprie situazioni di ansia. Quelle paure che leggendo il romanzo pure percepivamo ma con la consapevolezza di fondo che si trovassero soltanto nell’immaginazione delle piccole protagoniste, ora ci vengono scagliate sullo schermo con crudezza e violenza senza possibilità di sottrarcene.

Così come non possiamo sottrarci al mimetismo sonoro che permea la trasposizione televisiva. Se infatti il libro della Ferrante è scritto in un italiano che potremmo definire standard, gli attori della serie tv utilizzano costantemente il dialetto (con l’aiuto dei sottotitoli per i meno avvezzi). Il napoletano è la lingua naturale e quotidiana tanto dei bambini quanto degli adulti. È una scelta importante che sottolinea la volontà di avvicinarsi e ritrarre nel modo più fedele possibile la periferia partenopea del secondo dopoguerra.

L’amicizia tra Lila e Lenù è, anche in questo caso, la colonna portante della storia.

Ciò che ha reso famoso il libro della Ferrante è questo legame tra le due protagoniste così ricco di contraddizioni. Elena e Lila si amano, si odiano, sono complici, si completano, si spronano a vicenda eppure nel corso della vita si faranno anche molto male. Ed è in questa ambiguità, così tipica del reale, che sta la forza di tutta la storia.

Tale ambiguità risulta naturalmente più difficile da rendere con le immagini piuttosto che con le parole e infatti nei primi due episodi della serie non è restituita con la stessa enfasi che caratterizza le pagine del libro. Lila e Lenù sembrano molto legate. Quello che ci viene mostrato è l'”incontro” tra le due, piuttosto che lo “scontro” (che comunque, seppur in parte, si percepisce). Sembra quasi scomparire l’ansia di Lenù derivante dal continuo confronto con l’amica. Sarà interessante vedere le altre puntate per capire in che modo verrà trattato lo sviluppo così complesso del rapporto tra le due.

l'amica geniale serie tv
Lenù e Lila alle prese con la lettura di “Piccole donne”.

La vera nota dolente della serie televisiva è la voce narrante di Alba Rohrwacher.

Priva di particolari enfasi o emozioni, sembra più una lettura che una rievocazione del passato della protagonista. Inoltre, nella sua voce viene del tutto a mancare la cadenza napoletana che ci saremmo aspettati. Ciò potrebbe anche andare bene se pensiamo che la Elena adulta fa di tutto per cancellare le proprie origini; si poteva optare per un accento toscano oppure per un italiano quanto più pulito possibile. Invece, sentiamo una voce con inclinazioni romanesche, molto sporca dal punto di vista della dizione. Ed è davvero un peccato per la narrazione.

In conclusione, possiamo dire che i primi due episodi della serie tv L’amica geniale, pur con qualche tentennamento, fanno venire la voglia di continuare e rendono giustizia al lavoro dell’autrice.

La serie sarà in programmazione prossimamente su RaiUno con due episodi a settimana per un totale di otto puntate che copriranno gli eventi di tutto il primo romanzo della saga. Noi non vediamo l’ora, e voi?

Federica Crisci e Francesca Papa

“Il tè delle tre”: un giallo esilarante che parte dall’amore/odio per il proprio terapeuta

0

Dal 5 al 7 ottobre la Compagnia Live di Salerno ha portato in scena al Teatro Kopò la commedia “Il tè delle tre”, con la regia di Alessandro Tedesco.

Non è certo la prima volta che al Teatro Kopò si parla di donne con ironia. Stavolta va in scena “Il tè delle tre”, liberamente ispirato ad un altro testo teatrale, “Psycho ladies” di Anna Beltrame.

In scena ci sono tre attrici bravissime che interpretano tre donne con nomi evocativi delle loro personalità e delle loro nevrosi. Linda (Michela Ventre) è una maniaca dell’ordine, dell’igiene e del pulito; vanta cultura e carriera brillante come gallerista d’arte. Ursula (Rossella De Martino) è una ninfomane, ma anche un’eterna bambina. Sofia (Annalaura Mauriello), infine, soffre di narcolessia, crede nelle vite precedenti, infatti pensa di essere già vissuta nella Cina del III secolo.

Cosa hanno in comune queste donne? Il loro psichiatra e – scopriremo presto – il rancore verso di lui e il sottaciuto desiderio di farlo fuori. Guarda caso, il dottore è appena morto in circostanze misteriose. D’altronde, chiunque abbia vissuto il rapporto terapeutico con uno psichiatra o uno psicologo conosce bene quel mix di sentimenti tra amore, odio e frustrazione che si crea con il transfert.

Al cimitero dove si incontrano, le tre protagoniste entrano subito in competizione tra loro, per poi stringere un legame scoppiettante davanti al rito orientale del tè a casa di Sofia. La follia e le nevrosi più o meno evidenti di ognuna danno vita a dialoghi surreali, sopra le righe, istrionici. Grazie alla regia sapiente di Alessandro Tedesco e ai perfetti tempi comici delle interpreti ne esce una commedia esilarante.

Ma “Il tè delle tre” è una commedia un po’ noir. Infatti, per un’ora di spettacolo il pubblico vive la suspence di scoprire chi ha ucciso il dottore e come, mentre i possibili moventi abbondano.

La ricerca dell’assassino tiene lo spettatore in un’allegra allerta, stemperata non solo dalla comicità dei dialoghi, ma anche dalle pause necessarie ai cambiamenti della scenografia. Gli oggetti sul palco sono semplici e la scenografia è velocemente cambiata dalle attrici ad ogni cambio di scena. Il tutto accompagnato da una colonna sonora perfetta, che aggiunge altro brio alla rappresentazione.

Ma, se vedrete “Il tè delle cinque”, vi chiederete fino alla fine perché in scena c’è un water. Anch’esso, come tutto il resto, muta spesso funzione.

Lo spettacolo della Compagnia Live di Salerno è un esempio convincente di quanto la competenza e la passione possano produrre ottimo teatro off. Un plauso va anche al Teatro Kopò, una realtà autofinanziata che porta la cultura nella periferia sud – est della Capitale con originalità e gusto, come dimostra la scelta di mettere “Il tè delle tre” nel cartellone della stagione 2018-2019.

Stefania Fiducia

La “Creatura breve” di Gabriele Galloni, trilogia della contemporaneità

0

Si conclude, a detta dell’autore stesso, la trilogia poetica di Gabriele Galloni con Creatura breve per Ensemble edizioni.

Una delle voci più interessanti e vivaci della poesia italiana, ancora oscurata dall’ombra insistente dei grandi Miti.

Galloni inizia e finisce il suo viaggio, dalle fermate brevissime come il tempo che intercorre tra una pubblicazione e l’altra, confermando che la Poesia oggi è viva e si veste e traveste di abiti umbratili. Una linfa che nel Novecento in fiamme traeva linfa dai grandi drammi e oggi da una immobile privazione di senso.

In questo ultimo libro il giovane poeta svela definitivamente la natura della sua poetica con un’azione di destrutturazione e concettualizzazione della natura estrema della sua interiorità. Non è provocazione giovanile la sua, timore degli esordi, ma un’operazione intellettuale sull’uso della parola con il metodo freudiano dei primi tentativi psicoanalitici.

La poesia di Galloni abita i terreni della psiche più remota, fatta di pulsioni addomesticate dalla lettura del terapeuta che ascolta impassibile una narrazione suggerita dagli incubi perversi del sonno e del sacro.

Gabriele GalloniNon è lettura blasfema della quotidianità o la liberalizzazione crittografata di chissà quale satanismo intellettuale ma una lirica calata nell’assurdo e nel canto pagano. Il poeta deve avere la trascendenza del senso e l’aderenza alla sua realtà, fatta di pazzia lucida. La sequela anagrafica di portatori insani di libido dissipa le resistenze borghesi all’ascolto: ciò che è nominato acquisisce forma e sostanza; quello che viene coltivato nel giardino dei buoni pensieri è lo stesso albero del peccato che produce conforto e dannazione.

In realtà la poesia di Gabriele Galloni ha una forte spiritualità di fondo e la provocazione del gesto è cabalistica, esoterica: la creatura breve uccisa dal male assoluto è la natura stessa del poeta che parla la lingua del demone per spaventarlo nella lotta quotidiana.

Rompi la roccia e ne uscirà dell’acqua/potrai berla /pensare un ritorno alla materia dell’ultimo giorno.

Niente di più profetico e concreto come il testamento della creatura di Galloni, un pensiero veloce che contiene l’universo.

Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Ha pubblicato le raccolte poetiche Slittamenti e In che luce cadranno. Autore e ideatore, per la rivista «Pangea», della rubrica “Cronache dalla ne dodici conversazioni con altrettanti malati terminali”.

Antonella Rizzo

Vera Gheno e Bruno Mastroianni: Tienilo acceso, guida per navigare responsabilmente

0

Tienilo acceso: questo il messaggio di Vera Gheno e Bruno Mastroianni. Che sia riferito allo smartphone o al nostro cervello, la sostanza non cambia: abbiamo bisogno di consapevolezza e di responsabilità per utilizzare Internet.

Questo libro parla di noi, persone connesse tramite i social network con le parole, forse lo strumento più immediato e potente che abbiamo a disposizione. Siamo sempre più iperconnessi, ma sembriamo incapaci di distinguere una fake news da una notizia reale. Non sappiamo comunicare con gli altri in modo efficace. Né riusciamo a comportarci sul web in modo consono. Come mai? E come si può migliorare? Vera Gheno e Bruno Mastroianni rispondono a tutte queste domande in Tienilo acceso (Longanesi, 288 pagine).

vera gheno bruno mastroianni
© Vito Maria Grattacaso

Non esistono formule magiche, di certo, ma, nel suo piccolo, ciascuno di noi può fare la differenza, curando il modo in cui vive e parla in rete. Come scrive Piero Dominici, i sistemi sociali attuali sono ipercomplessi, e questa ipercomplessità necessita di una piena consapevolezza del ruolo centrale della comunicazione.

Nella prima parte del libro, “Parole al centro”, Gheno e Mastroianni analizzano il linguaggio dell’odio che troppo spesso è presente in rete. Ma la soluzione non è “spegnere tutto”, anzi! Spegnendo gli smartphone abbiamo la sensazione di poter controllare la dimensione online, contenendola il più possibile, come a non permetterle di debordare nelle nostre vite. Ma questo non è di certo il modo giusto di affrontare le cose.

Superando un po’ di pigrizia mentale e avvicinandoci ai diversi medium online, infatti, è facile, ad esempio, non cadere nelle notizie false o nei tranelli di chi ci provoca “trollandoci”. Non è neanche impossibile presentarsi al meglio e in modo consono su ogni social, ricordando sempre che ciò che scriviamo resta per sempre. Qualche semplice esercizio: cercatevi su Google e guardate i primi tre risultati. Che immagine vien fuori di voi? E quali sono gli ultimi tre post sul vostro profilo Facebook? Rispecchiano davvero la vostra personalità?

Anche cercare online e scovare le notizie vere non è impossibile, basta ricordare piccoli accorgimenti e non fermarsi solo al titolo. Ecco una piccola guida da tenere sempre a mente:

Ogni volta che incontri un contenuto, fatti almeno queste 5 domande:
a. qual è la fonte?
b. quando e dove è stato detto/pubblicato?
c. qualcuno conferma?
d. quanto è autorevole chi lo conferma?
e. c’è un’altra versione?

Al termine del libro, un utile glossario (app, cloud, dark web, clickbait…) spiega dettagliatamente tutte le parole che usiamo comunemente, spesso senza capirne il senso. Insomma, vivere sulla rete in modo responsabile e “maturo” si può, basta volerlo e superare un po’ di pigrizia mentale!

Valeria Martalò

Regina Blues, un omaggio alla resistenza degli esseri umani

0

Regina Blues è un romanzo corale che racconta di un momento cruciale nella vita di ventidue personaggi e nell’esistenza di una città, Regina, che dovrà risorgere dalle sue ceneri, e i suoi abitanti con lei.

Dopo un evento catastrofico e imprevedibile il microcosmo perfetto in cui vivono i giovani protagonisti verrà stravolto, e non resterà che cercare di dimenticare “l’agghiacciante urlo della terra” ma non i ricordi impressi nella coscienza di una comunità che non vuole arrendersi. Un romanzo che sa preparare il terreno all’inevitabile sciagura dell’ultima parte della vicenda toccando le corde più intime del lettore, facendolo immergere nelle storie private dei personaggi e creando un legame con loro che prosegue oltre la pagina scritta.

«[…] Mettetevi le cuffie e seguite le note struggenti. Fatevi trasportare, liberate l’emozione. Vi accorgerete subito dell’effetto che fa. Vedrete i posti descritti, odorerete nitidamente i profumi di Regina, ritroverete persone, sguardi andati perduti nel tempo vi torneranno in mente e, con essi, le voci dei protagonisti di questa storia incredibile. E la tristezza, pian piano, lascerà spazio al sorriso. Alla bellezza e alla magia del ricordo. Ad una nostalgia a tratti malinconica, ma che ti fa sentire ancora vivo. E che dà colore alla speranza».

Regina Blues di Antonello Loreto è il racconto di una morte e di una rinascita, e un omaggio alla resistenza degli esseri umani. Ed è anche una raccolta di storie d’amore, di tutte le forme d’amore che si possono provare, non ultimo il sentimento che lega la voce narrante, Syd, alla sua città, Regina, dipinta da Loreto con sensibilità e accuratezza. Regina: una città di provincia che sa parlare ai cittadini, che sa restituire tutto il loro amore, ma che sarà anche teatro della fine dei loro sogni e delle loro speranze. Tanto particolareggiata è la descrizione della città che il lettore sembra avvertire il caldo opprimente che la soffoca, e che preannuncia la catastrofe imminente. Ma Regina Blues parla anche di un’altra storia d’amore: quella dello scrittore con i suoi personaggi.

I ventidue giovani protagonisti della vicenda sono infatti caratterizzati con profondità e con un interesse per le loro esistenze che non lascia indietro nessuno, neanche coloro che ritorneranno solo per poche scene nel corso della storia.

antonello loreto - regina blues

Antonello Loreto ama i suoi personaggi, di ognuno racconta anche i più intimi moti dell’anima, e di ognuno lascia un ricordo indelebile. Dalla storia di Syd e Nico, contrastata dalle famiglie perché una relazione omosessuale non è ammissibile per i loro standard borghesi, a quella straziante di Hann e Duse, fino all’amore incondizionato di Pasao per il cinema o di Monrao per la musica, ogni tassello che va a comporre il mosaico vitale e colorato della comunità di Regina rimane nel cuore del lettore e fa sì che nell’epilogo si soffra per la perdita di tante anime semplici e straordinarie insieme. E in ultimo, ma non ultimo, Loreto offre un omaggio alla cultura, forse l’unico rimedio alle sofferenze della vita. Nella salvezza che un uomo trova nella biblioteca, unica stanza di un palazzo rimasta quasi intatta nonostante il terremoto, lo scrittore vuole simboleggiare la forza della parola, arrivando a citare Aristotele: “La cultura è un ornamento nella buona sorte e un rifugio in quella avversa”. E ancora, nella passione smisurata di Radio Ed per la musica, e nelle numerose citazioni che Loreto fa dei gruppi e delle canzoni degli anni ottanta, e nella citazione della poesia Funeral Blues di Wystan Auden, parafrasata da Syd in onore delle persone e dei luoghi che ha perso per sempre, si sente ancora forte quell’omaggio alla cultura e alla produzione artistica dell’uomo, unica ed eterna testimonianza del suo passaggio su questa terra.

TRAMA

In un caldo pomeriggio di aprile nella città di Regina va in scena la finale del Torneo di calcio delle Scuole Superiori, nella quale si affrontano la squadra del Liceo Classico (i Santi) e quella del Liceo Scientifico (gli Eroi). Per una città di provincia il torneo rappresenta un momento importante, quasi solenne, di aggregazione della comunità. La mattina che precede la partita, si incrociano le storie dei ventidue ragazzi che daranno vita all’atteso incontro: ognuno con il proprio bagaglio di esperienze, per taluni esaltanti e per altri tristi, e con le proprie aspettative e i propri sogni. Giovani vite costrette a diventare adulte troppo presto a causa di un evento drammatico ed epocale che in pochi istanti sconvolgerà un’intera città. Sullo sfondo degli scorci panoramici, delle piazze e delle strade di Regina, la voce narrante di Syd, arbitro designato per la finale, accompagna i destini degli altri personaggi fino al futuro di chi sopravvivrà alla catastrofe in cui “il cielo si oscura e la terra lancia un urlo agghiacciante”. La vicenda di Regina Blues fa infatti un salto di ventotto anni in cui Syd, tornato a vivere in una città che ha provato a rialzarsi con alterni risultati, si è comunque riappropriato in qualche modo della sua vita, pur se tormentato dai ricordi del passato. Ed è a questo punto che Loreto riannoda i fili, chiude i destini e pone le basi per un futuro dominato da una pace ritrovata e dalla consapevolezza che ogni minuto va vissuto come se fosse l’ultimo.

BIOGRAFIA

Antonello Loreto è nato a L’Aquila nel 1970 e vive a Roma. Laureato in Giurisprudenza, per quasi venti anni è stato un consulente e un manager esperto di marketing nel settore della finanza e della comunicazione. Ha inoltre collaborato con l’Istituto Cinematografico “La lanterna magica”, con l’Accademia dell’Immagine dell’Aquila, e come articolista della rivista mensile “Victor l’Avvoltoio”. Da qualche anno ha deciso di cambiare vita e di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Pubblica in self publishing nel 2014 La favola di Syd e nel 2016 Un’Altra Scelta (Edizioni Progetto Cultura). Per la stessa casa editrice pubblica nel 2018 Regina Blues. Affianca attualmente alla sua attività di autore la direzione artistica di alcune rassegne letterarie a Roma e Milano e la consulenza marketing applicata al mondo dell’editoria.

 

PRESENTAZIONI  REGINA BLUES

DATA LOCALITA’ ORA LUOGO INDIRIZZO MODERATORE
27/10/2018 PESCARA 18 LIBRERIA CITYLIGHTS Via del Porto, 18 FILIPPO MONTEFUSCO
10/11/2018 L’AQUILA 18 LIBRERIA COLACCHI C. Commerciale Amiternum SIMONA MALAVOLTA
17/11/18 ROMA 18 CAFFE’ LETTERARIO MANGIAPAROLE Via Manlio Capitolino 7/9 PAOLO FAMIGLIETTI
23/11/2018 GIULIANOVA (TE) 21 ARS ACADEMY c/o BAR LAS VEGAS Via Nazario Sauro, 43 NOEMI MORRESE
29/11/2018 MILANO 19 RISTORANTE MIERU MIERU Via Magolfa, 14 CHIARA AZZIMONTI
07/12/2018 VILLANOVA DI CEPAGATTI (PE) 18 BIBLIOTECA DI VILLANOVA Piazza Garibaldi, 5 GIOVANNA GALLI
12/12/2018 REGGIO CALABRIA 19 MALAVENDA CAFE’ Via Zecca, 1 ROSANNA PALUMBO
13/12/18 CATANIA 18 CUB – CASTELLO URSINO BOOKSHOP Pzza Federico di Svevia CARLA CONDORELLI
21/12/2018 FRANCAVILLA AL MARE (CH) 19 AUDITORIUM SIRENA Via Aldo Moro CARLA PORCARO
12/01/2019 PALESTRINA (RM) 18 LIBRERIA CAFFE’ ARTICOLO 9 Via Barberini, 24 ROBERTO PAPA
01/02/2019 L’AQUILA 21 TEATRO SPAZIO RIMEDIATO Via Fontesecco, 22 GIUSEPPE TOMEI

 

Contatti

https://www.facebook.com/antonello.loreto.9

https://it-it.facebook.com/pages/category/Book/La-favola-di-Syd-345071995662509/

https://it-it.facebook.com/pages/category/Book/Unaltra-scelta-610022879148896/

https://twitter.com/Lordpinkerton/status/918549837028773889

https://www.instagram.com/lord_pinkerton/

http://www.progettocultura.it/

IL TACCUINO UFFICIO STAMPA

Sito: iltaccuinoufficiostampablog.wordpress.com

Facebook: www.facebook.com/iltaccuino.ufficiostampa/

Mail: iltaccuinoufficiostampa@gmail.com

Grande verticale di Rum Diplomatico a ShowRum 2018

0

La grande degustazione condotta dal “Maestro Roneros” Nelson Hernandez conduce tutti i presenti nel cuore del Rum Caraibico.

La sesta edizione di una manifestazione è già abbastanza per essere definita un classico e ShowRum si può fregiare del titolo a pieno merito. Come per gli anni precedenti sono stati in tanti a manifestare il loro apprezzamento per l’evento, affollando le sale in cui si sono radunate più di 80 produzioni mondiali di Rum e Cachaca. Due giornate dedicate a tutto tondo al mondo di questi nobili distillati, con spazi dedicati tanto agli appassionati quanto agli operatori commerciali.

L’appuntamento annuale, nato dall’intuizione del suo organizzatore Leonardo Pinto e dalla collaborazione con Isla de Rum e Sdi Group, va oltre l’aspetto della degustazione. Cultura e tradizione del Rum hanno trovato il loro spazio nella presentazione del libro “Il Mondo del Rum” scritto dallo stesso Leonardo Pinto. Nel libro grazie ai contributi di Gianni Zottola e Paolo Sanna vengono proposte anche nuove interpretazioni di classici della mixology. Un testo che va nella direzione del bere consapevole e all’educazione al gusto per quanto riguarda gli alcolici.

La grande competenza di Nelson Hernandez.

Ad anticiparne la presentazione alla stampa, uno dei momenti più significativi con la verticale di Diplomatico condotta da Nelson Hernandez. Maestro “Roneros” praticamente parte integrante dell’Azienda Venezuelana nata nel 1959, appena giunto nella capitale appositamente per partecipare all’evento. Il Maestro ha distribuito la sua passione catturando l’attenzione dei presenti e, nemmeno la contrazione dovuta all’inevitabile traduzione ha limitato lo spessore della sua competenza assoluta.

Ha dapprima illustrato il territorio per contestualizzarne la produzione rispetto alla tipologia di Rum Caraibico. Certamente la costa Venezuelana con le sue centinaia di chilometri esposti sul Mar dei Caraibi assicura l’aderenza alla tipologia. Da questo, l’Azienda dista circa 200 chilometri, adagiata ai piedi della cordigliera delle Ande. Un posizionamento geografico quello tra le alture e il mare che garantisce l’escursione termica tra giorno e notte. La miglior condizione possibile per favorire le caratteristiche organolettiche durante l’invecchiamento.

Nelson Hernandez spiega anche orgogliosamente, come la filosofia Aziendale metta al centro la condizione dei suoi lavoratori a cui assicura una condizione di benessere, che estende anche ai bisogni primari delle loro famiglie. La stessa responsabilità è sentita verso il territorio, verso il quale l’Azienda cerca di contenere al massimo l’impatto ambientale. Politica che ha portato la stessa alla certificazione ISO 14001. Un insieme di fattori che posizionano la realtà Diplomatico tra i più importanti produttori di Rum del Venezuela, ma anche al mondo, in cui figura tra le cinque etichette più importanti.

Una lezione tra metodi produttivi e invecchiamento.

L’interessante introduzione alla verticale ha toccato anche aspetti più vivi della produzione, come i sistemi di distillazione e le fasi di invecchiamento o la provenienza delle botti impiegate. Queste ultime esclusivamente provenienti da distillerie di Bourbon, Sherry Oloroso o Whisky Scozzese. L’azienda non utilizza il metodo ”Solera”, ma affina i suoi prodotti in capannoni con il solo tetto, esposti quindi alle temperature esterne ed alla ventilazione. Sistema che garantisce un rapporto osmotico tra botte e ambiente, tale che un anno di invecchiamento venezuelano vale quanto tre anni scozzesi.

Dopo l’ampia introduzione al mondo del Rum, la verticale ha affrontato cinque annate di Diplomatico a partire dalla 1997, naso ricco dalle tostature alla frutta secca, poi miele caramello e vaniglia. Bouquet olfattivo che mantiene lo stesso impianto delle altre annate concedendo più spazio ad alcuni sentori e contraendone altri. Nel Diplomatico 2000 ad esempio, sono emerse più le note del legno aromatico tipo scatola da sigari e vaniglia, accompagnate da una sentore fumè, profilo che nella 2001 vira ancor di più verso note di tabacco e speziate.

La 2002 è di nuovo sulle tostature e sulla frutta secca, miele e cioccolato, ma presenta la componente alcolica più integrata che nei precedenti. Nell’ultimo bicchiere viene presentato in anteprima assoluta il Diplomatico 2004, che non si trova ancora in commercio e che rivela la sua propensione aromatica. La vocazione eterea viene introdotta dal richiamo chimico della nota smaltata, seguita da vaniglia, cioccolato caffè e frutta secca, persistente e di grande rotondità. Grande bicchiere per terminare una bella degustazione resa preziosa del Maestro Hernandez, che ha guidato i presenti nel cuore del Rum. Un distillato dal valore troppo spesso sminuito a sproposito dal mondo degli  “shortini” e, delle altre pratiche lontane dal bere consapevole e di qualità.

Bruno Fulco

Titanic: a 20 anni dall’uscita torna sul grande schermo

0

Il capolavoro di James Cameron nei cinema di tutta Italia solo per tre giorni: 8, 9 e 10 ottobre.

A 20 anni dall’uscita torna sul grande schermo Titanic, il capolavoro di James Cameron vincitore di 11 premi Oscar®. È questo l’evento speciale promosso da QMI Stardust per celebrare il compleanno del film campione d’incassi che ha tenuto col fiato sospeso il pubblico di tutto il mondo, secondo al botteghino solo ad Avatar (dello stesso Cameron) nell’intera storia del cinema. titanic 2018

L’avventura di Jack e Rose sul transatlantico più tragicamente noto di sempre, che ha lanciato un giovanissimo Leonardo DiCaprio nell’olimpo di Hollywood ed è valso a Kate Winslet la seconda candidatura agli Academy Awards, rivive in tutta la magia e la potenza della prima volta.

L’amore travolgente sbocciato sull’oceano, l’indimenticabile colonna sonora impreziosita dalla voce di Céline Dion e le immagini mozzafiato firmate da Cameron sono ancora oggi gli ingredienti di uno tra i film più amati di tutti i tempi, per un’esperienza cinematografica imperdibile.

Il film sarà nelle sale italiane solo per tre giorni da lunedì 8 a mercoledì 9 ottobre, distribuito da QMI Stardust.

Il fumetto in mostra a Milano: Tex, 70 anni di un mito

0

Dal 2 ottobre 2018 al 27 gennaio 2019 sarà disponibile a Milano la mostra Tex – 70 anni di un mito. Il personaggio del fumetto più venduto in Italia compie infatti 70 anni, e il Museo della Permanente vuole omaggiarlo con un’esibizione davvero interessante.

La mostra Tex – 70 anni di un mito apre a Milano al Museo della Permanente, in via Turati. Insieme alle opere di Caravaggio, in questo museo si potranno ammirare tavole, disegni originali, gadget e tanto altro ancora dal mondo di Tex Willer. Tex è ancora il fumetto più venduto in Italia, pubblicato ininterrottamente da settant’anni.

Dal 1948, infatti, l’eroe creato da Gianluigi Bonelli e realizzato graficamente da Aurelio Galleppini (in arte Galep) cavalca sulle piste del West e dell’Avventura, dall’Arizona al Grande Nord. Raddrizzatore di torti e dispensatore di giustizia, Tex non è però un cavaliere solitario. Può contare sull’aiuto del vecchio Kit Carson, del fiero navajo Tiger Jack e del figlio Kit.

Chi è Tex?

Tex è stato un fuorilegge, ha combattuto la Guerra Civile con il Nord, pur essendo texano, perché fieramente antischiavista. Ha lottato per la libertà del Messico con l’amico Montales e, dopo aver conosciuto Kit Carson, è entrato nel corpo dei rangers. È diventato capo dei Navajos (il suo nome indiano è Aquila della Notte) sposando Lilyth, figlia del capo Freccia Rossa.

Questa la storia iniziale. Ma Tex è molto di più, e la mostra di Milano lo dimostra. Percorrendo la sua storia negli anni, il visitatore può ammirare tavole e disegni originali, biografie degli autori, copertine, ritratti dei protagonisti. E anche immagini indissolubilmente legate alla memoria personale, alla cultura circostante, e persino un pizzico di tecnologia. Tramite degli schermi touch si puòinterrogare” Tex, o scoprire qual è la copertina del proprio giorno di nascita, e ancora entrare a far parte del Vecchio West con la realtà virtuale.

Durante la mostra si può ammirare l’originale della prima striscia di Tex, sceneggiata da Gianluigi Bonelli 70 anni fa. Inoltre si possono leggere le sceneggiature scritte da Bonelli stesso, contemplare la sua macchina da scrivere, e tanto altro ancora. Un modo per ripercorrere 70 anni di Tex e di storia italiana: la mostra racconta anche il parallelo tra le avventure a fumetti del ranger e quelle del nostro Paese.

Ma passiamo ora agli annunci e alle novità. Bonelli in questa occasione ha annunciato l’avvio di una nuova serie di Tex! Per celebrare il compleanno di Tex, Sergio Bonelli Editore ha infatti lanciato una nuova serie dedicata al passato del celebre Ranger, che andrà ad affiancare il mensile classico. La nuova testata si intitolerà Tex Willer e guiderà i lettori attraverso la giovinezza di un Tex giovane e ancora fuorilegge.

 

Come spiega Mauro Boselli, curatore di Tex: “La nostra intenzione è quella di farvi riassaporare il gusto e il ritmo d’altri tempi di un giovane West e di un giovane Tex, il sapore dell’avventura semplice, diretta e incantata, come la vivevano le fantasie di Bonelli, di Galep e dei loro lettori. La prima storia, per un sentito e necessario omaggio al mito e ai due grandi fumettari che l’hanno creato, prenderà avvio proprio da quel primo episodio con Tesah e il suo tesoro segreto, ma, come vedrete, scoprendone antefatti, seguiti e particolari nuovi”.

Tex arriva a Lucca

E non finisce qui! Anche Lucca Comics & Games si unisce alle celebrazioni dedicate ai 70 anni di Tex. Grazie alla virtual reality, infatti, nei giorni di Lucca Comics & Games (31 ottobre-4 novembre 2018) presso l’Auditorium Agorà, in Via delle Trombe 6, i visitatori potranno entrare virtualmente all’interno della mostra del Museo della Permanente di Milano dedicata ai 70 anni di Tex. Nel corso dell’esperienza l’utente sarà in compagnia di un disegnatore di Tex che gli farà da Cicerone e lo accompagnerà per le sale della mostra, facendogli scoprire gli aspetti più curiosi e appassionanti dell’esposizione milanese. Inoltre, verranno esposti a Lucca il Tex più grande mondo e rari cimeli legati al celebre ranger.

L’esclusiva TEX EXPERIENCE è realizzata da Sergio Bonelli Editore, che sarà come ogni anno presente in fiera con il suo padiglione (in piazza San Martino). In mostra ci saranno anche gli innovativi Oculus Go, visori “stand alone” con lo schermo incorporato. Nella piazza antistante l’Auditorium Agorà sarà inoltre collocata una statua in vetroresina a grandezza naturale di Tex che accoglierà tutti i visitatori.

Che dire di più? Lunga vita a Tex!

Valeria Martalò

Il patrimonio culturale al centro dell’assemblea nazionale SIEDAS 2018

L’Assemblea Nazionale SIEDAS (Società Italiana Esperti di Diritti delle Arti e dello Spettacolo) è ormai alle porte. Dal 12 al 14 ottobre Roma diventerà la capitale della cultura: un unicum in cui il patrimonio culturale si fa protagonista indiscusso.

Un evento creato da un giovane team diretto dal Professore e Avvocato Fabio Dell’Aversana e coordinato con l’ausilio delle sue collaboratrici: la dott.ssa Francesca Salvato (Ufficio Stampa SIEDAS) e la dott.ssa Angela Patalano (Responsabile della Segreteria Organizzativa dell’Assemblea Nazionale SIEDAS).

In una società sempre più digitalizzata dove l’arte spesso si osserva attraverso pixel, l’Associazione SIEDAS fa un passo avanti e prende il largo tentando di restituire bellezza alla bellezza attraverso questo evento frutto di una sfida interessante e coraggiosa. Un a manifestazione creata da chi l’arte la respira, la vive e la sogna.

Nessun settore del Patrimonio Culturale (cinema, arte, teatro, danza, scenografia, arti visive ecc.) sarà lasciato fuori dalla nostra iniziativa.

Aperto a tutti ma, soprattutto, agli appassionati che amano comprendere le mille possibilità che sono offerte a noi cittadini e alla nostra nuova generazione che ha il compito di valorizzare la ricchezza di cui è erede. Una ricchezza che si tramanda da secoli ma che spesso viene abbandonata a sé stessa. Per cui la sua tutela diventa una priorità indiscutibile di questo giovanissimo e motivato team che della cultura è appassionato e che di questa passione ne ha fatto un lavoro.

Un ringraziamento sentito alla dott.ssa Francesca Salvato, responsabile dell’Ufficio Stampa SIEDAS, che abbiamo intervistato. Qualche domanda per raccontarci della mission di questa Associazione e dell’Assemblea a cui stanno lavorando. Ve la presento brevemente. Francesca è una grande appassionata di cultura: una giornalista, laureata in Filologia, Letterature e Storia dell’Antichità con una tesi in Papirologia dal titolo “Le donne e la violenza attraverso i papiri documentari nell’Egitto greco – romano”. Insomma, della cultura ne ha colto l’essenza e ne ha fatto un lavoro. Ha all’attivo un master presso l’Università LUMSA di Roma in “Organizzazione e gestione degli eventi culturali” e uno stage ai Musei Capitoli.

L’Italia pullula di una ricchezza culturale, storica e artistica che da secoli e secoli attira milioni di visitatori ogni anno. Come la SIEDAS si inserisce in questa realtà?

SIEDAS è consapevole dell’immenso patrimonio culturale ed artistico di cui è ricca la nostra nazione ed il suo scopo primario è proprio quello di valorizzarlo opportunamente. Nello specifico, la nostra associazione è nata con l’intento di incentivare gli studi e le ricerche di carattere scientifico nel campo del diritto delle arti e dello spettacolo, di respiro nazionale ed internazionale.

 Tra gli argomenti più caldi troviamo le recenti riforme sullo spettacolo e sul copyright. Cosa ha spinto il Presidente Avv. Fabio Dell’Aversana a creare un evento cosi impegnativo in una cornice così prestigiosa?

Quando il Presidente Dell’Aversana ha deciso di organizzare l’Assemblea 2018 a Roma ha trovato d’accordo sia me che gli altri fidati collaboratori. Abbiamo intuito subito che per SIEDAS la città prescelta sarebbe stata un’ottima vetrina. La Capitale non necessita di presentazioni: dal patrimonio artistico alle opportunità professionali è un esempio straordinario che consente di far conoscere le attività della nostra Associazione ad un pubblico alquanto vasto e di entrare in contatto con nuove e stimolanti sfide. Crediamo profondamente nell’importanza della cultura, è questo il vero petrolio dell’Italia.

 L’Assemblea aspira ad essere una tavola rotonda dove importanti voci Nazionali e non solo esporranno le proprie opinioni su un tema particolarmente delicato. Allora, raccontaci un po’, com’è strutturata quest’assemblea? So che quest’anno l’evento ha assunto una portata notevole, cosa dobbiamo aspettarci?

patrimonio culturale
Fonte: https://sharingheritage.de/en/projects/europaeischer-wettbewerb/

 

Posso fornirvi poche anticipazioni al momento, anche perché rischierei di togliervi tutta la curiosità! L’Assemblea sarà una tre giorni interamente dedicata alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale, soprattutto dal punto di vista normativo. Le sedi prescelte sono situate nel pieno centro di Roma e le personalità che interverranno ci offriranno una panoramica dettagliata su un argomento estremamente vasto.

Ci saranno momenti di confronto ma anche eventi musicali con raffinati artisti. E poi, come sempre, saranno consegnati i premi alla carriera. Ma, anche in questo caso, non vi svelerò nulla! A breve sarà diffuso il nostro comunicato stampa dove saranno riportate nel dettaglio tutte le informazioni utili. Ci saranno molte sorprese!

In che modo SIEDAS pensa di riuscire a valorizzare il nostro patrimonio culturale? Quali progetti ci sono in cantiere?

SIEDAS è presente su tutto il territorio nazionale attraverso i suoi collaboratori, proprio perché crede profondamente nella bellezza e nella cultura della nostra Italia ed intende valorizzare anche i suoi angoli più reconditi.

Le iniziative in cantiere sono numerose e ancora in fase di definizione perché le idee, prima di prendere corpo, hanno bisogno di un’analisi attenta e di una progettazione oculata che le renda concrete. Continuate a seguirci per restare aggiornati sulle iniziative del nostro team!

Per gli interessati, curiosi e appassionati della cultura che vogliono aderire a questo evento, è possibile iscriversi  inviando una mail all’indirizzo: assemblenanazionale@siedas.it

Se, invece, volete accreditarvi come stampa scrivete a: ufficiostampa@siedas.it

Angela Patalano

Il virtuosismo di Greg Howe farà tappa a Roma il 10 ottobre

0

Si esibirà il prossimo 10 ottobre al CrossRoads Live Club, il virtuoso e poliedrico chitarrista Greg Howe

Il chitarrista americano Greg Howe, nato in Pennsylvania, arriverà a Roma. Suonerà, infatti, il prossimo 10 ottobre per promuovere il suo nuovo album: WheelhouseSi tratta del suo nono album in studio da solista, dopo altrettanti album di collaborazioni e numerose presenze in tour con artisti del calibro di Micheal Jackson e Victor Wooten.

Un chitarrista dalle mille sfaccettature musicali

Il suo chitarrismo ha riscontrato un enorme successo grazie alla sua capacità di fondere insieme numerosi generi musicali: funk, rock, blues e jazz, ma anche ritmi e sonorità  “esotiche”. Greg Howe è considerato infatti uno dei migliori musicisti fusion del mondo. A renderlo tale è il  suo approccio fresco e pieno di personalità sullo strumento, che non lo rende mai noioso. Il suo stile è caratterizzato da una elevata dose di virtuosismo sempre presente nei suoi brani.

 

Greg Howe
Il chitarrista Greg Howe

Un’occasione imperdibile per sentire Greg Howe

Per gli amanti dello strumento e non solo, la serata si presenta come un’occasione unica per poter vedere il talento di questo chittarista, spesso ospitato per delle masterclass, in concerto. Suoneranno con lui infatti, Ernest Tribbs al basso e Gianluca Palmieri alla batteria. Il chitarrista suonerà brani dai suoi nove album realizzati durante la sua carriera di solista.

Il locale, come già detto, è uno dei migliori della capitale per la qualità con cui è possibile assistere ai numerosi e interessantissimi concerti in programma tutto l’anno, come questo. Inoltre è possibile consumare degli ottimi pasti e bere ottime birre e cocktail ( sempre consigliata la prenotazione in questi casi).

Qui trovate le informazioni sulla serata, ma per qualsiasi necessità è possibile contattate il locale anche attraverso la sua pagina facebook.

Ingresso + Consumazione: 20,00€

Apertura Porte: 20:00

Inizio Spettacolo: 21:30

Un Nemico Che Ti Vuole Bene, la farsa al potere

0

Esistono tante categorie di film, e tanti tipi di categorie di giudizi sui film. Tra queste, una delle più singolari si chiama ufficiosamente “ma che razza di film sto vedendo?”. Ecco, in quest’ultima categoria rientra Un Nemico Che Ti Vuole Bene, appunto.

Questo thriller comico – e già lo strampalato genere dovrebbe rendere l’idea – è una visione avventurosa tutta particolare. È quel tipo di film che inizia come una cosa, poi diventa rapidamente un’altra cosa (e peggiore), poi inizia a frustrare per ciò che propone e come lo propone, e infine diventi talmente assuefatto e rassegnato che perdi ogni ormeggio di sanità mentale e ti godi insensatamente la schizofrenica visione in un clima involontariamente comico.

L’interessante idea di partenza – un killer professionista che per ricambiare un favore ad uno sconosciuto si offre di uccidere un qualsiasi suo nemico – diventa ben presto soltanto un pretesto narrativo. Un pretesto che il film, oltretutto, tratta via via come un fastidioso ingombro. Quello che inizialmente poteva essere un thriller, per quanto dalle venature leggere comunque accettabili, si rivela essere semplicemente l’ennesima commedia degli equivoci. Vista e rivista, stanca, ripetitiva, banale e soprattutto scolastica.

Nulla è preso veramente sul serio in Un Nemico Che Ti Vuole Bene, ma soprattutto nulla è minimamente approfondito. Dalle dinamiche dei personaggi, al modo in cui la trama si dipana, fino al finale che, oltre a perdere per strada tutto quanto fatto prima, è talmente ridicolo da risultare fastidioso.

Indubbiamente era sbagliato attendersi in partenza un vero thriller da questa produzione. Per quanto, c’è da ricordarlo e sottolinearlo, tutto il marketing punti su quell’aspetto. Ma era lecito volere un minimo di attenzione e una coerenza di fondo.

Non è quasi giusto, adesso, sprecare tante parole per un film che non merita troppi ragionamenti. Ma ci sarebbe da chiedersi perché ambientare una vicenda simile nella bellissima Puglia che uccide ogni atmosfera velatamente noir. Ci sarebbe da ragionare sui motivi di un casting così raffazzonato e poco ispirato. Ci sarebbe da domandarsi perché proporre un finale così sciatto che arriva senza la minima tensione. Potremmo chiederci come il protagonista possa avere dei veri nemici, se poi in realtà non sembra passarsela tanto male a forza di sfilare banconote da 100 euro dal portafoglio, e tutta la galleria di figure che gli gravitano attorno sono macchiette mai e poi mai esplorate. Potremmo anche e soprattutto domandarci perché partire dall’idea del killer professionista se in realtà Un Nemico Che Ti Vuole Bene vuole essere soltanto una commedia innocua di famiglia e amicizia senza l’ombra di un vero dilemma morale.

Le scenette e gli scambi con Diego Abatantuono fanno ridere, perché lui riesce sempre a far ridere. Semplicemente, non si capisce perché tra le tantissime commedie che già esistono pure Un Nemico Che Ti Vuole Bene volesse far ridere.

.

Emanuele D’Aniello

William Congdon, i quadri che voleva distruggere

0

In biblioteca Sormani a Milano una mostra di opere inedite di William Congdon. Fu il suo assistente Rapetti a custodirle, anche quando l’autore aveva deciso di non tenerle più. Fino al 23 ottobre

La mostra William Congdon. Il gesto dell’io. Inediti (salvati) dalla collezione Rapetti svela un segreto. Le opere, esposte sullo Scalone Monumentale della biblioteca, sono quadri mai visti: fanno parte della collezione di Carlo Rapetti, assistente dell’artista. Nella raccolta, figurano tele che Congdon regalò a Rapetti, ma anche opere che dovevano essere distrutte. Cancellate: così avrebbe voluto l’artista e questo aveva chiesto a Rapetti. Rapetti, però, non aveva cuore di obbedire: così prendeva tempo, procurava nuove tele al maestro per farlo lavorare, conservava le vecchie. È nata così una raccolta che oggi ha dell’incredibile: per gli esperti, mostra il work in progress del lavoro dell’artista ed è una serie di inediti per il grande pubblico.

Wiliam Congdon a Milano: perché

Scomparso nel 1998 a Milano, Congdon aveva fatto dell’Italia la sua seconda casa. Nato a Providence, nel Rhode Island, aveva conosciuto l’Europa già durante la seconda Guerra Mondiale, come autista volontario in ambulanza. Al rientro, si legò all’ambiente pittorico dell’Action painting a New York: il gesto diventava pittura, il pennello doveva scorrere guidato dall’inconscio.
Negli anni ’50 Congdon scopre Venezia; ma il suo legame con l’Italia tocca anche Assisi, città che risveglia in lui la conversione al cattolicesimo. Dagli anni ’80 Congdon vive e lavora nella Bassa milanese, a Gudo Gambaredo, frazione di Buccinasco. In questo periodo si lega a Carlo Rapetti: qui nasce una nuova, intensa stagione pittorica.
Per chi la conosce, la Bassa Milanese si ritrova nelle opere esposte in Sormani: c’è il monastero benedettino Cascinazza, i campi, l’atmosfera a volte solare, a volte cupa delle nebbie padane.

Biblioteca Sormani Milano: Monastero di William Congdon

Biblioteca Sormani Milano: Primavera di William CongdonBiblioteca Sormani di Milano: Cielo di WIlliam Congdon

William Congdon crocifissi? Non solo

Non ci sono solo crocifissi per William Congdon. Dopo la conversione, le opere religiose sono le più note al pubblico; ma per Mario Cancelli, curatore della mostra, l’estetica dell’autore americano è intimamente laica. Le immagini religiose sono un modo, per l’artista, per parlare di sé: “L’incontro con Cristo mi fa scoprire che il suo dramma di Croce è pure il mio”, diceva Congdon.
Piccola, ma intensa, la mostra alla biblioteca Sormani di Milano è un’occasione per riscoprire l’arte di William Congdon, da più punti di vista. Da non perdere la bacheca con fotografie, lettere autografe, diari e strumenti di lavoro, a cura della Fondazione William Congdon. Chi ama l’arte contemporanea non resterà deluso!
Nota di servizio: per vedere la mostra bisogna entrare dall’ingresso laterale, in via Francesco Sforza. Si visita fino al 23 ottobre ed è ingresso libero.

Claudia Silivestro 

Le Tremila figlie di Oceano: diario di una schiava d’amore

0

Ne Le Tremila Figlie di Oceano potete assaggiare un cuore femminile fiero, sprezzante, incredibilmente acuto, deliziosamente cavilloso.

La penna di Silvia Ripà delinea la fragilità umana di fronte alla passione, una passione che pochi esseri sanno vivere liberamente.

In media tutta la popolazione di questo pianeta è aggiogata dai luoghi comuni e dagli schemi imposti dalla società. Tale tendenza non va affatto di pari passo con Eros, il più sfrenato di tutti gli déi. Ma vallo a raccontare a uomini e donne che vivono di pregiudizi e girano per strada anonimi, con le etichette strette sotto al braccio. Per dormire tranquilli.

Questo breve racconto è un diario psichico che ripercorre la storia di due anime che si desiderano e cozzano brutalmente. Il protagonista maschile ricalca perfettamente la rigidità mentale che domina l’80% degli esseri umani: non lascerà la sua compagna di vita se non per una storia sicura con “L’altra”. Quest’ultima, d’altro canto, disputa la sua ipotetica “mediocrità” con lucidità, mettendo in luce moltissime questioni di genere legate ai comportamenti ritenuti opportuni, alle tradizioni e alle abitudini.

Attraverso una scrittura pulita ed essenziale il flusso di coscienza non risulta mai asfissiante. È uno sguardo dalle feritoie del cuore, un assaggio di schiettezza in un mondo di favole velenose, che ci consumano da dentro.

L’insicurezza, l’ardore, la rabbia, il desiderio, la frustrazione, l’ossessione sono solo alcuni dei sentimenti che invadono queste pagine ricchissime di riferimenti classici: chi sono le tremila figlie di Oceano se non le numerose anime di una donna? Quanti volti si celano in ognuno di noi… ma alcuni scelgono di viverne uno solo. Per convenzione o forse per vigliaccheria. La protagonista se ne fotte di fare la principessa trasognata e incarna – in sole 100 pagine – tremila anime, tranne una. Quella della vittima. Almeno finché non subentra il lato patologico che la spinge a vivere questa situazione scomoda – con una persona tanto idealizzata quanto omologata – in modo esasperato.

Sviscerando un desiderio sincero emergono grandi consapevolezze. Non sarò una sposa, una madre o una puttana, sarò semplicemente me stessa.

Un pensiero che tutte le donne dovrebbero fare almeno una volta nella vita. Ma quanto fegato ci vuole a uscire dagli schemi? Non è forse più facile autocommiserarsi come fa il personaggio maschile, costantemente alla ricerca di sicurezza nell’altra prima di poter lasciare la propria compagna? Si potrebbe dire che le scelte audaci e difficili non sono fatte per gli uomini e questo libro potrebbe esserne la dimostrazione. In realtà, però, considerato il finale, forse le scelte audaci non sono fatte nemmeno per le donne e tutte le  parole sulla libertà sviscerate in questo diario alla fine si barricano ancora una volta nella torre di un orgoglio roboante. E chi ci rimetterà davvero, alla fine, sarà solo la protagonista.

 

Alessia Pizzi

Il bene mio, il nuovo film con Sergio Rubini: dal 4 ottobre al cinema

0

Il Bene Mio, il nuovo film di Peppe Mezzapesa con Sergio Rubini al cinema a partire dal 4 ottobre.

La trama del film vede come protagonista Elia, interpretazione egregia di Sergio Rubini, che come al solito, ma in questo caso ancor di più, domina la scena cinematografica, quasi a sembrare l’unico attore del film.

A interagire con lui sono i pochi attori che intervengono in questo film, tra cui Dino Abbrescia, che interpreta Gesualdo, il migliore amico del protagonista, Michele Sinisi, che interpreta Pasquale e Teresa Saponangelo, che interpreta Rita.

Ad andare contro il protagonista è tutta la popolazione, che abita Provvidenza, paese fantasma, distrutto da un terribile terremoto in Puglia. Il resto della comunità si è ormai spostato nella “Nuova Provvidenza” e ha preferito dimenticare, ma non lui. Elia si riduce a vivere come un eremita, per tenere vivo ogni ricordo, che gli riporta alla vita la sua amata Maria, la moglie che ha perso nella drammatica tragedia.

Egli avverte una strana presenza nel paese, che ormai sembra essere completamente deserto. Ma chi sarà? Lo scopriremo solo vedendo il film, nelle sale in questi giorni.

Un film realizzato grazie al contributo economico del MIBACT-DG CINEMA, riconosciuto di interesse culturale e realizzato con il sostegno della REGIONE LAZIO – fondo regionale per il cinema e l’audiovisivo e grazie anche al contributo della REGIONE PUGLIA.

Un film che ci porta davanti una cruda realtà, quella italiana, in cui le catastrofi naturali sembrano difficili da superare.

Specialmente se pensiamo alla mancanza dei fondi che nel nostro paese poco sono investiti per la ricostruzione, la cultura, l’arte e l’architettura. La distruzione di chiese, luoghi di culto e biblioteche, luoghi di cultura, oppure monumenti architettonici italiani, simbolo della più divina arte, sembrano cadere nel dimenticatoio, per questioni considerate assurdamente più “rilevanti”.

Trailer ufficiale del film in uscita il 4 ottobre 2018.

Alessandra Santini