I coniugi Arnolfini: ritratto di nozze o dipinto col fantasma?

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Un dipinto che sembra normale e invece non lo è, una gravidanza che appare e scompare e nientemeno che un fantasma. Gli Arnolfini sono tutta una sorpresa!

Giugno tempo di matrimoni e di foto-ritratto dei novelli coniugi. Come sempre qui agli infusi d’arte abbiamo un bel dipinto per l’occasione. Ma non sarà un banale, scontato noiosissimo ritratto di nozze, preparatevi infatti ad enigmi, fantasmi e misteri. Pronti per l’Avventura? Proseguite la lettura!

Il quadro di oggi è il Ritratto dei coniugi Arnolfini dipinto da Jan Van Eyck nel 1434 e conservato alla National Gallery di Londra. Un dipinto famoso per la sua bellezza come per i suoi misteri, su quella tela infatti ci sono più domande che colpi di pennello. Ma andiamo con ordine.

Il quadro è visibile qui.

Chi sono questi due?

Gli sposini in questione si chiamano Giovanni Arnolfini e Costanza Trenta e sono, guarda caso, i più ricchi, famosi, influenti mercanti di sete di Bruges. Trasferitisi qui da Lucca nel 1420 frequentano il bel mondo fiammingo e fanno parte del circolo più esclusivo del momento: quello del duca di Borgogna. E’ proprio lì che conoscono Jan Van Eyck e lo ingaggiano per il loro ritratto. I due sono rappresentati in piedi nella loro stanza da letto. Indossano le loro vesti migliori e la posa sembra proprio quella di un giuramento di nozze.

Tutti gli elementi presenti rimandano infatti alle nozze: dal fedele cagnolino, all’arancia simbolo di fertilità, alla verga appesa al muro che allude con un gioco di parole alla verginità della sposa. Un altro dettaglio sono le ciabattine a terra. Oltre a dare un senso di intimità son rivolte verso i due ambiti di competenza degli sposi: quelli di lui, in primo piano, verso il mondo esterno, quelle di lei verso l’interno della casa. Il dipinto rimanda anche alla loro ricchezza e come sempre nei quadri fiamminghi lo vediamo dai dettagli. Le finestre hanno i vetri, un lusso enorme per l’epoca, un vezzo che solo pochi potevano permettersi.

 Gli sposi però non sono gli unici personaggi presenti nel dipinto, basta infatti uno sguardo sullo specchio convesso là sul fondo per notare che davanti a loro ci sono almeno altri due personaggi. Uno di essi è di sicuro il pittore dato che afferma con la propria firma di essere presente. Dice infatti “Joannes De Eyck fuit hic” piuttosto che la consueta formula con “fecit”. Van Eyck ci fornisce anche la data: siamo nel 1434 e il mese è giugno. Come lo si capisce? In un’epoca in cui le serre erano fantascienza le ciliegie sul davanzale parlano chiaro, anche il fatto che la finestra sia aperta è un altro indizio. In quella zona le temperature lo consentono solo per pochi mesi all’anno.

Lo specchio convesso, oltre ad essere un vero e proprio ” pezzo di bravura” di Van Eyck ha un preciso significato simbolico. Sul bordo esterno infatti si intravedono le scene della passione di Cristo, un invito a sopportare con fede le tribolazioni del matrimonio.

Il dipinto è quindi un ritratto della cerimonia di fidanzamento degli Arnolfini, la firma del pittore con la data è necessaria in quanto è uno dei due testimoni richiesti. Il quadro prende quasi il valore di un documento in cui il ventre gonfio della sposa è solo un’allusione ad una futura sperata gravidanza, oppure uno scherzo del pesante vestito che indossa. Tagliato sotto al seno e di quel velluto bello pesante di sicuro non la snellisce sul davanti. A questo aspetto allude anche il colore dell’abito: il verde infatti era associato alla fertilità.

Questo crea un piccolo problemino. La signora non era morta nel 1433?

Giustissimo, vero. E qui arriva la seconda ipotesi: il dipinto potrebbe essere un ritratto commemorativo. La donna è morta da un anno circa e il marito si fa ritrarre in una posa che rievoca il loro fidanzamento, le giura quindi una fedeltà che va oltre la morte di lei. Costanza probabilmente morì di parto dato che viene rappresentata in gravidanza. Ad una circostanza funebre alluderebbe anche la candela spenta sul lampadario. Di due presenti l’unica accesa è quella che rappresenta lo sposo. In poche parole il marito ha voluto ricreare sulla tela quella circostanza precisa, testimoni compresi, alludendo alla perdita dell’amata moglie. Poco significato avrebbe però la firma del pittore con “fu qui”.

E i misteri?

Ve li avevo promessi, dunque eccoli. ….Postel, medico e amico di Daniel Pennac per il bibliofili, ha pubblicato a marzo di quest’anno un interessante saggio. Secondo lui infatti  la signora Arnolfini non sarebbe altro che …un fantasma.

Si si avete capito bene. Secondo Postel il dipinto darebbe voce, o per meglio dire colore, ad una diffusa superstizione dell’epoca. Non erano rare infatti le storie in cui un‘anima “revenant” torna dal Purgatorio per chiedere ad un congiunto delle messe di suffragio per la propria anima. Postel associa il dipinto con un episodio, da lui letto in un libro ottocentesco. Qui è un marito defunto che torna dall’aldilà e si fa giurare dalla moglie le ben note celebrazioni. Per essere ben sicuro della fedeltà della donna alla propria parola le chiede di giurare. E un giuramento del genere si fa con la giunzione delle mani, come si usava per le nozze. La donna però da quel gesto ritira la mano tutta nera e bruciacchiata. Probabilmente a causa della sua poca fedeltà nei confronti del caro estinto.

L’autore ipotizza che qui possa essere in corso proprio la stessa cosa, ma a ruoli invertiti. Una prova a sostegno della sua tesi viene individuata nel riflesso dello specchio convesso dove il cagnolino, emblema di fedeltà, scompare. Per di più al posto delle due mani degli sposi c’è una macchia nera e fumosa.

Un altro elemento suo favore, o forse solo una coincidenza, sarebbe da intravedere nel ritratto di Giovanni Arnolfini. Realizzato pochi anni dopo dallo stesso Van Eyck. Qui la mano sinistra è ben nascosta dal braccio destro. Che nasconda una scottatura?

Dopo tutti questi inquietanti enigmi, due rilassanti parole sullo stile…

Van Eyck come tutti i fiamminghi presta grandissima attenzione ai dettagli e adora giocare con le fonti di luce. Nel dipinto infatti sono ben tre: la finestra sulla sinistra, l’altra finestra sulla destra (ben visibile dallo specchio) e la candela. I dettagli sono invece sparsi ovunque nella stanza. Dalla frutta, ai riflessi sugli oggetti in vetro, alla virtuosistica esecuzione del manto del cagnolino. Lo specchio convesso è davvero la ciliegina sulla torta: in meno di cinque centimetri c’è praticamente un altro quadro. Un altro aspetto importante è la particolare prospettiva adottata dal pittore. Chi guarda ha la sensazione di essere nel quadro piuttosto che di guardarlo da fuori. E questo grazie alla presenza di più punti di fuoco. Gli artisti italiani dell’epoca ne adottavano uno solo centrale dando l’impressione allo spettatore di guardare la scena da una finestra.

Anche questo infuso d’arte da brivido è finito. Avete ancora sete? Tra due settimane c’è un’altra tazza ghiacciata che vi aspetta!

Chiara Marchesi

Chiara Marchesi: Laureata in Storia dell'arte, con un'insana passione per la scrittura e per il rinascimento italiano. Curiosa di tutto si occupa principalmente di eventi d'arte senza disdegnare teatro, cinema e libri. Perchè la bellezza è ovunque...

1 Commento

  1. Mio padre , amante delle culture latine, voleva andare a Londra, solo per vedere questo quadro !!! Purtroppo non ci è mai andato .

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