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La protesta pacifica dell’arte contemporanea: intervista a Domenico Portale

Incontriamo Domenico Portale, un artista molto interessante e che sta facendo parlare di sé. Abbiamo apprezzato in passato la tua ricerca del colore e delle tue grandi superfici dove proietti le tue emozioni più profonde. Cosa ti ha spinto ad adottare questa particolare tecnica?

Le grandi superfici e il colore sono caratteristiche tipiche dell’arte metropolitana, tipiche dei murales urbani, nati proprio dalla necessità di alleviare il grigio del cemento. Oggi i nostri occhi sono ormai concentrati su schermi che divengono sempre più piccoli, destinati a un irreversibile miniatura tecnologica, e non è più solo il grigio del cemento che la nostra società si trova ad affrontare, l’arte in qualche modo deve cercare di allargare i diversi punti di vista, non di restringerli. Ecco perché dare spazio al colore e alla sua interpretazione è come tentare, non solo di superare i muri, ma addirittura di abbatterli del tutto.

Ti vedo attratto dalla street art e da tutte quelle forme d’arte nate nell’underground. Ti sei rivolto verso una dimensione più sociale o vuoi sperimentare un nuovo modo di comunicare?

Diciamo entrambe. Da una parte credo che la fonte di ogni arte sia in qualche modo radicata nel sociale, ciò che viviamo e osserviamo determina in che modo la nostra arte prenderà forma. Dall’altra penso che non ci siano forme di comunicazione sbagliata, il messaggio lanciato può essere sbagliato, ma mai il modo di lanciarlo. Una verità può essere dipinta, suonata, cantata o scritta in versi, rimarrà una verità. Io cerco di prendere ciò che considero verità e la espongo per abbracciare quante più persone.

Il tuo Cristo di legno raffigurato come un eroe più umano che icona della più grande religione occidentale sta facendo il giro del mondo. In cosa consiste questa tua provocazione pacifica?

E’ il simbolo di un sacrificio, che lo si voglia considerare dal punto di vista religioso o no. E’ l’immagine di un uomo che affronta la vita nella sua parte più difficile. E questo è un sentimento che accomuna ogni essere umano, di ogni religione o colore.
Siamo tutti eroi. Lo siamo nei piccoli gesti quotidiani, nelle difficoltà di ogni giorno. Dovremmo essere fieri di noi stessi, del nostro eroismo innato. Eroi in quanto esseri pensanti, in quanto essere umani in un mondo che a volte sembra non essere a nostra misura.

La street art è ormai la forma creativa più diffusa nei giovani di oggi: ci sono murales persino sul muro che divide i confini palestinesi da quelli israeliani e Bansky è diventato una leggenda dell’arte metropolitana. C’è’ bisogno secondo te di ideali o è l’arte a diventare più prosaica?

Negli ultimi anni la distanza tra arte e pubblico sembra si sia assottigliata molto, ma credo ci sia meno empatia verso le opere d’arte. Siamo bombardati giornalmente da informazioni, suoni e immagini ed è difficile in una frenesia del genere fermarsi un istante a osservare qualcosa di particolarmente bello, e ancor più difficile è registrarlo nella mente in modo da non dimenticarlo. Credo che l’arte debba parlare il linguaggio della gente e far riflettere. Il fatto che la street art stia crescendo sempre di più in qualità e visibilità è segno che si sta tornando a forme di comunicazione più dirette, più incisive, senza l’ausilio di intermediari.

Quanto i tuoi studi di scenografia hanno influenzato Le tue opere che hanno un grande impatto emotivo alla vista? Quali maestri ti hanno influenzato durante il periodo accademico?

Beh, sicuramente molto dal punto di vista della costruzione. L’idea di un’arte da vivere e non solo da osservare nasce da lì. L’interazione con l’opera è fondamentale, crea nuovi spunti da soggetto a soggetto, trasformando un’opera, altrimenti statica, in un percorso dinamico e personale, in un’esperienza aperta a tutti. Non ho avuto maestri nel vero e proprio significato del termine, ma potrei nominare Keith Haring per cominciare, Andy Warhol ovviamente, ma direi che una buona dose di tecnica e passione mi è giunta dal verismo, una corrente che considero fondamentale per lo sviluppo odierno dell’arte.

Cosa pensi dell’arte contemporanea e della performazione? La croce vista come un gioco antico di strada come “la campana” ha una valenza simbolica lei tuoi improvvisati format quotidiani?

Credo che l’arte contemporanea sia lo specchio del nostro tempo, nel bene o nel male. Ognuno ha una dose d’arte dentro di sé fin dall’infanzia. La sviluppiamo con i primi pensieri, con le prime opinioni, con le prime felicità e con le prime delusioni. Darle voce è più difficile, e quando ci si riesce è sempre un traguardo raggiunto. La scelta di un gioco di strada per la mia opera, un gioco di aggregazione ormai direi arcaico, è un invito a ritornare alle origini di noi stessi, per poi poter meglio capire la nostra personale evoluzione e la nostra forza. Ricordare il passato e le sue difficoltà per apprezzare la strada che si è percorsa, come eroi.

Grazie Domenico, Culturamente continuerà a seguirti nel tuo viaggio artistico. Ci sentiamo anche noi eroi del nostro tempo.

https://www.facebook.com/domenicoportaleartista/

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Antonella Rizzo

Roma in fiamme, l’ottavo avvincente capitolo della saga di Roberto Fabbri

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Giunto all’ottavo episodio, la saga storica scritta da Roberto Fabbri, legata alle gesta del futuro imperatore Vespasiano, ancora entusiasma.

In questa sua ultima fatica letteraria, edita da Newton Compton, Roberto Fabbri racconta uno dei capitoli più drammatici della storia di Roma, il rovinoso incendio del luglio del 64 d.C.

Un fatto di cui autori come Tacito e principalmente Svetonio si occuparono molto, attribuendo la responsabilità a uno solo, l’imperatore Nerone.

Proprio lo stravagante figlio dell’ambiziosa Agrippina, è uno dei protagonisti di Roma in fiamme, ennesimo capitolo di una saga iniziata anni fa con Il Tribuno.

Il romanzo storico è un coacervo di vero e di verosimile, ingredienti necessari per sviluppare una trama affascinante e al tempo stesso credibile.

Roberto Fabbri da anni non sfugge a queste regole ferree, regalando al suo pubblico romanzi storicamente ineccepibili e narrativamente appassionanti.

Anche in questo capitolo di una storia, che già prevede un nuovo episodio dal titolo Emperor of Rome, come anticipato dallo stesso autore, protagonista assoluto è Tito Flavio Vespasiano.

Questa volta il valente generale deve riportare a Roma duecento soldati resi prigionieri nel lontano regno di Garama, a 400 miglia a sud della provincia romana d’Africa.

Siamo nel 63 d.C e a Roma regna Nerone.

Il barbuto imperatore, pochi giorni prima dell’inizio di quella rischiosa missione attraverso gli aridi deserti africani, ha perso la sua bambina, morta cento giorni dopo essere stata partorita dall’avvenente Poppea.

Il racconto del pericoloso incarico conferito a Vespasiano è solo il prologo alla vera e propria storia, quella dell’incendio di Roma.

Roma in fiamme è uno di quei libri che ha il pregio di unire una rigorosa ricostruzione storica a una trama avvincente.

Grazie ad essa il lettore è direttamente proiettato nella brulicante capitale di quel vasto impero.

Bellissime le descrizioni dei celebri banchetti voluti da Nerone, in cui la stravaganza gareggiava con un’inaudita violenza. Uno di questi si svolge sul lago di Tigellino e non si tratta di finzione.

Sesso, depravazione, sopruso: nulla manca nelle pagine in cui si racconta di come Nerone amasse “intrattenere” i suoi ospiti nelle sue leggendarie feste.

Ma la parte più suggestiva di tutto il bel romanzo di Roberto Fabbri è senza dubbio quella relativa al disastroso incendio che, partito da un forno posto nel Circo Massimo, divampò in quasi tutta Roma, devastandola.

Leggendo quelle coinvolgenti pagine si è come scaraventati in quei giorni drammatici.

Si sente il crepitio delle case in fiamme, si odono le urla disperate dei romani che fuggono dal fuoco divoratore, si assiste inermi alla catastrofe.

Si corre come migliaia di altri romani terrorizzati in fuga «dalla crescente conflagrazione che, ormai, con le fiamme che artigliavano le nuvole di fumo sempre più alte, illuminava l’intero quartiere.»

Ma grazie a Fabbri entriamo anche nelle lussuose stanze della Domus aurea, la splendida dimora che Nerone iniziò a costruire sulle rovine di Roma ancora fumante.

Un romanzo che unisce la storia conosciuta a quella più intima e privata di Vespasiano e della sua famiglia.

Non solo il capostipite della gens Flavia, ma anche i suoi due figli Tito e Domiziano, l’amante, la moglie, lo stuolo di liberti e di fidati collaboratori.

Intense le pagine che raccontano la morte della moglie e di come il secondogenito Domiziano, futuro imperatore anche lui, sfuggì al desiderio di vendetta dello “Storpio”, un ex schiavo, brutalizzato da Vespasiano.

Un libro in cui si incontrano una miriade di personaggi storici, fra cui anche San Paolo, che fanno riaffiorare la memoria di fatti imparati sui libri di scuola.

Ecco, allora, gli sfortunati ideatori della “Congiura pisoniana” che avrebbe dovuto terminare con l’uccisione di Nerone.

La macchinazione, ordita da Gaio Calpurnio Pisone, venne però scoperta.

Nerone si salvò, al contrario dei suoi cospiratori che pagarono tutti con la morte.

Fra questi anche il filosofo Seneca, «il più grande pensatore, nonché il più grande usuraio dell’epoca» a cui Nerone “nella sua infinita clemenza” concesse il diritto di suicidarsi.

Roma in fiamme, un titolo che onestamente non fa onore al libro, è un fitto intreccio di potere, emozioni e umane debolezze, sullo sfondo di una storia, quella romana che, a distanza di millenni, non smette ancora di affascinare.

Maurizio Carvigno

In arrivo su Netflix: tutte le nuove uscite di maggio 2019

Maggio: esci di casa o guardi la nuova serie Netflix?

La bella stagione sta finalmente arrivando e le gite fuori porta sono all’ordine del giorno. Ma possiamo noi culturini tradire il nostro caro amico Netflix? Ovviamente no. La tentazione di fare una bella maratona davanti alla tv non ci abbandona mai e quindi è arrivato il momento di sfogliare il catalogo Netflix per scoprire quali sono le nuove uscite per maggio 2019.

LE SERIE ORIGINALI NETFLIX

WHAT / IF

24/05/2019

In questa serie thriller neo-noir, una coppia di giovani sposi accetta un’offerta redditizia, ma moralmente discutibile, da parte di una misteriosa benefattrice interpretata da Renée Zellweger.

https://www.youtube.com/watch?v=38gSv8qPqGY

LUCIFER

Stagione 4

08/05/2019

Lucifer torna con l’attesissima quarta stagione. Chloe cerca di accettare la terribile rivelazione di Lucifer, mentre un prete disonesto tenta di fermare un’antica profezia.

THE RAIN

Stagione 2

17/05/2019

Nella seconda stagione della serie originale danese Simone e i suoi amici devono trovare a tutti i costi una cura per il virus che ha infettato Rasmus, prima che uccida lui e l’intera umanità.

TUCA & BERTIE

03/05/2019

THE SOCIETY

10/05/2019

https://www.youtube.com/watch?v=cS-stecoz-s

GOOD GIRLS

Stagione 2

31/05/2019

COME VENDERE DROGA ONLINE (IN FRETTA)

31/05/2019

Cosa accadrebbe se un adolescente costruisse un impero della droga direttamente dalla sua cameretta? Una serie ispirata ad eventi reali, ambientata in Germania.

SHE’S GOTTA HAVE IT

Stagione 2

24/05/2019

Subbugli romantici, nuove sfide artistiche e un viaggio rivelatorio a Porto Rico. Questi avvenimenti, e molto altro, fanno scoprire a Nola Darling una nuova, inaspettata direzione.

WHEN THEY SEE US

31/05/2019

Ispirata alla storia che ha tenuto gli Stati Uniti con il fiato sospeso, la miniserie When They See Us narra la vicenda tristemente nota di cinque adolescenti di colore soprannominati “i cinque di Central Park”, accusati di uno stupro che non avevano commesso.

I FILM ORIGINALI NETFLIX

VOGLIO UNA VITA A FORMA DI ME

03/05/2019

Per dimostrare qualcosa a se stessa e al mondo intero, la giovane texana Willowdean Dickson si iscrive ad un concorso di bellezza locale gestito da sua madre, ex reginetta di bellezza, interpretata da Jennifer Aniston.

WINE COUNTRY

10/05/2019

In un’esilarante quanto toccante commedia diretta da Amy Poehler, un gruppo di vecchie amiche si ritrova per una vacanza a Napa Valley.

RIM OF THE WORLD

24/05/2019

Quattro campeggiatori disadattati si riuniscono per affrontare le proprie paure e salvare il mondo durante un’invasione aliena.

THE LAST SUMMER

03/05/2019

Durante l’ultima, indimenticabile estate prima del college un gruppo di amici, tra vecchie e nuove relazioni, si prepara ad entrare definitivamente nell’età adulta.

IL DOCUMENTARIO DA NON PERDERE

ALLA CONQUISTA DEL CONGRESSO

01/05/2019

Questo travolgente documentario segue le vicende di quattro donne straordinarie – Alexandria Ocasio-Cortez, Amy Vilela, Cori Bush e Paula Jean Swearengin – che fanno appello al Congresso organizzando un movimento popolare in un momento storico di precarietà della politica americana.

ORIGINALI NETFLIX PER I PIÙ PICCOLI

MALIBU RESCUE

13/05/2019

Una serie di bravate mettono Tyler nei guai. Il ragazzo è quindi costretto a indossare la muta e passare l’estate allenandosi per diventare bagnino.

CHIP & POTATO

17/05/2019

Chip è una cucciola di carlino che affronta i primi avvenimenti della vita con l’aiuto di Potato, un topo che vive nella sua immaginazione.

MAGGIO CON I SUPEREROI

SPIDER-MAN: HOMECOMING

28/05/2019

BATMAN

15/05/2019

Batman v Superman: Dawn of Justice

LANTERNA VERDE

28/05/2019

COMMEDIE

IL DITTATORE

03/05/2019

UN’IMPRESA DA DIO

16/05/2019

FILM SCI-FI

INTERSTELLAR

01/05/2019

DISTRICT 9

01/05/2019

MAD MAX

27/05/2019

MAD MAX: FURY ROAD

27/05/2019

RITORNO AGLI ANNI 80

E.T. – L’Extra-Terrestre

09/05/2019

THE BLUES BROTHERS

16/05/2019

FILM DRAMMATICI

THE JUDGE

01/05/2019

MIAMI VICE

16/05/2019

ELIZABETH

16/05/2019

PER GRANDI E PICCOLI

DISNEY•PIXAR CARS 3

26/05/2019

CAPOLAVORI ITALIANI

IL CAPITALE UMANO

10/05/2019

LA PAZZA GIOIA

17/05/2019

Competenza e passione: Francesca Curti racconta Mattia e Gregorio Preti

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Ascoltare una storica dell’arte competente ed appassionata, come Francesca Curti, è un vero piacere, specie perché mette in risalto pittori meno noti al grande pubblico come i fratelli Preti.

Lo scorso 16 aprile, presso la sala delle conferenze di Palazzo Barberini, si è svolto il secondo appuntamento del ciclo di lezioni a margine della mostra Il trionfo dei sensi. Nuova luce su Mattia e Gregorio Preti curata da Alessandro Cosma e Yuri Primarosa.

Titolo della conferenza Mattia e Gregorio Preti nelle collezioni Angelelli e Vallone: acquisti inediti, nuove identificazioni e inaspettate occasioni di studio.

A parlare di questi temi la dottoressa Francesca Curti, massima esperta sulla marchesa bolognese Cristiana Duglioli Angelelli e sulle sue collezioni di opere d’arte.

Proprio alla figura della nobile, è dedicato il saggio Committenza, collezionismo e mercato dell’arte tra Roma e Bologna nel Seicento. La quadreria di Cristiana Duglioli Angelelli, scritto dalla Curti ed edito da Gangemi nel 2007.

D’altra parte, parlare di Mattia e Gregorio Preti, come ha sottolineato la curatrice, (autrice anche di monografie e articoli riguardanti l’arte del Seicento, con particolare attenzione al collezionismo romano, al caravaggismo e all’urbanistica urbana,) prescindendo dal citare la marchesa Cristiana Duglioli Angelelli e il suo mastro di casa, il canonico Giovan Carlo Vallone, è praticamente impossibile.

Senza il contributo della nobildonna e del suo fidato collaboratore la fortuna dei due pittori sarebbe stata decisamente diversa.

Ben sedici furono i dipinti di Mattia Preti che la marchesa acquistò tra il 1645 e il 1650, numeri che la rendono la più importante collezionista del pittore calabrese. La prima, e forse unica, ad averlo scelto come artista di punta per una raccolta d’arte.

La dottoressa Curti ha aperto la sua conferenza, partendo da alcuni tratti biografici della marchesa Angelelli.

Appartenente ad una delle famiglie più in vista di Bologna, la nobildonna giunse a Roma nel 1644,  insieme a suoi tre figli Francesco, Isabella e Laura.

Si trattò di una vera e propria fuga.

Il motivo? Molto probabilmente, l’assassinio del marito, il senatore Andrea Angelelli.

La marchesa, infatti, preoccupata per la propria incolumità e per quella dei figli, decise di lasciare Bologna per la città dei papi, aiutata anche dall’influente famiglia Barberini.

Una volta giunta a Roma, anche per «riaffermare il prestigio degli Angelelli sulla scena papale», iniziò ad acquistare opere di Mattia Preti, insieme a quelle di altri pittori protagonisti della scena romana quali: Valentin, Guercino, Bartolomeo Manfredi, Niccolò Tornioli, Michael Sweerts, JanMiel, Mario de’ Fiori, Michelangelo Cerquozzi e Niccolò Stanchi.

L’obiettivo di questa azione era duplice.

Da una parte creare in poco tempo «una collezione che fosse all’altezza di quelle delle altre famiglie romane.», dall’altra completare la quadreria iniziata dal consorte e dal suocero Giovanni, che Cristiana aveva voluto portare con sé da Bologna.

Si trattava, in vero, di una delle raccolte più importanti della città felsinea.

Fra le diverse opere di cui la famiglia Angelelli era proprietaria spiccavano autentici capolavori dell’arte emiliana di Cinque e Seicento, primo fra tutti la celebre Resurrezione di Cristo di Annibale Carracci, oggi esposta a Parigi, al Louvre.

Un’altra superba opera che arricchiva la collezione era la Crocifissione di Cristo di Guido Reni, donata nel 1669, alla morte della Angelelli, alla chiesa di S. Lorenzo in Lucina.

Straordinaria la facilità con cui la dottoressa Curti discetta delle varie opere della quadreria, frutto di diverse acquisizioni e su cui pesò enormemente la mano del Vallone.

Questi era un profondo conoscitore degli ambienti artistici romani, che iniziò a frequentare almeno dal 1635, anno in cui fu ammesso per la prima volta ad assistere alle riunioni della compagnia dei Virtuosi, ma senza facoltà di voto.

Uno dei primi acquisti della marchesa, fu quello di due opere realizzate da Valentin de Boulogne e da Bartolomeo Manfredi.

Si tratta di due «tra i maggiori protagonisti del movimento dei seguaci» di Caravaggio, raffiguranti rispettivamente un S. Girolamo e il celebre mito di Icaro e Dedalo, narrato, tra gli altri, da Ovidio nelle sue Metamorfosi.

Quest’ultimo quadro, oggi esposto a Bologna nella Pinacoteca Nazionale, fu acquistato, come ricorda la Curti, proprio perché ritenuto opera del grande Caravaggio, la cui fama in quegli anni ancora molto forte.

Uno dei momenti più interessanti della conferenza, è legato all’emozionante racconto della committenza che la marchesa conferì a Mattia Preti e al Guercino per realizzare due tele raffiguranti rispettivamente la Crocifissione di S. Pietro (oggi conservata a Grenoble) e una Pietà.

Tale incarico fu conferito dall’Angelelli «sulla base di un progetto iconografico che prevedeva la creazione di due pendants da sistemare accanto alla Crocifissione di Guido Reni», una delle ultime e più ammirate prove dell’artista bolognese.

Purtroppo l’opera del Guercino è andata smarrita.

«Una perdita –come ricorda la dottoressa Curti- che ci priva anche della rara occasione di poter studiare le diverse soluzioni compositive e stilistiche scelte da Mattia e da Guercino per la medesima commissione, soprattutto se si pensa all’interesse che, com’è noto, il calabrese dimostrò verso il pittore di Cento nel corso della sua carriera.»

La conferenza scorre piacevolmente fra dotte disquisizioni, sempre elargite con eleganza e smisurata chiarezza espositiva e suggestive immagini che presentano, di volta in volta, le opere descritte.

Non solo Mattia Preti, però.

Nel corso dell’incontro viene giustamente dato spazio anche alle opere di Gregorio Preti e in particolare alla Flagellazione di Cristo a lungo ritenuta opera di Mattia e, solo di recente, opportunamente assegnata alla mano del fratello Gregorio.

Un’opera, custodita presso l’ospedale di S. Giovanni Calabita a Roma, datata 1645 e in cui si nota «la ripresa dello schema compositivo» della Resurrezione di Cristo di Annibale Carracci.

Un’opera che la nobildonna volle fortissimamente, tanto da sborsare la considerevole somma di ben 520 scudi, pur di farla arrivare a Roma.

Francesca Curti, attraverso la comparazione fra le due opere, mette in risalto tutta una serie di richiami che legano la tela del Preti a quella del Carracci.

Ecco le parole della storica dell’arte in proposito:

«Gregorio imposta la scena secondo lo schema generale realizzato da Annibale con le figure principali al centro contornate da altri personaggi ai lati e sullo sfondo un paesaggio (che nel caso dell’opera romana è un paesaggio urbano) sul quale, in entrambi i dipinti, si staglia in evidenza la figura di un uomo anziano con la barba vestito all’orientale. Per creare un’atmosfera simile si avvale anche degli stessi toni cromatici dal giallo ocra, al terra bruciata, al rosso e al blu oltremare, scegliendo di colorare di rosso le vesti degli aguzzini ai lati e di blu quella del manigoldo al centro proprio come nella tela Angelelli.

Inoltre utilizza per l’aguzzino in armatura al centro della composizione lo stesso elmo a calotta indossato dal soldato che fugge dell’opera di Annibale. Ma soprattutto il pittore sembra aver dedicato particolare attenzione allo studio del corpo di Cristo dell’opera carraccesca perché lo riproduce fedelmente sia nella resa anatomica, in particolare del busto, sia nella posa, concepita da Annibale slanciata verso lo spettatore per dare l’idea dell’ascensione in cielo, che Gregorio riprende conferendogli il medesimo effetto del corpo sbilanciato in avanti, quasi sospeso in aria.»

 

Alla fine della conferenza i meritati applausi sono inevitabili e premiano la passione e la competenza di questa giovane ricercatrice che da anni setaccia archivi romani e non, per ricostruire la storia del collezionismo delle grandi famiglie nobili, capitolo fondamentale per conoscere ed apprezzare il nostro immenso patrimonio artistico.

 

Maurizio Carvigno

Divorzio all’italiana, ovvero l’arte di arrangiarsi

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Titolo originale: Divorzio all’italiana

Anno: 1961

Regia: Pietro Germi

Attori: Marcello Mastroianni, Stefania Sandrelli, Daniela Rocca

Divorzio all’italiana è uno dei capolavori di Pietro Germi che il nostro cineforum non poteva non celebrare.

Un immenso Marcello Mastroianni interpreta il ruolo di Fefé Cefalù, nobile decaduto di Agramonte, alle prese con un tentativo di “divorzio“. Nove anni prima della legge Fortuna-Baslini, l’unica strada percorribile per una seperazione onorevole era quella dell’omicidio. Ma quale sarebbe stato il vantaggio di non avere più tra i piedi una donna asfissiante se poi il nostro eroe avrebbe dovuto trascorrere il resto della vita in prigione? Ecco, infatti che interviene in suo aiuto l’attenuante del delitto d’onore.

Il film di Pietro Germi è un capoloavoro assoluto in cui commedia, satira e denuncia sociale trovano il loro perfetto connubio tra dialoghi e musiche.

Mastroianni-Fefé è, sì, disgustato dalla consorte, ma si decide a separarsi da Rosalìa in seguito al suo innamoramento per Angela, la giovane cugina che gli confessa casualmente il suo amore adolescenziale. Si innesca così una macchina fatta di complotti, cospirazioni e trabocchetti, volti ad indurre sua moglie al tradimento. Tale tradimento sarebbe stato poi la causa scatenante e giustificante dell’omicidio.

Sullo sfondo una Sicilia da cui Germi attinge molto. L’immagine di queste terre arse, assolate. L’immagine di quell’aristocrazia che vive di rendita, sebbene abbia praticamente perso qualsiasi cosa in suo possesso. L’immagine, anche, di quella mascolinità sempre arsa dal pensiero costante della “femmina” (pensiamo alla figura del “gallo” di Vitaliano Brancati).

Uno sfondo che non è meramente scenografico.

Al contrario, esso contribuisce ad accrescere il senso di contrasto con la materiale necessità del protagonista. Tale contrasto genera, dunque, il riso prima ancora dei singoli tic di Mastroianni-Fefé e prima ancora delle singole battute.

Eppure, il riso della commedia lascia subito spazio all’amarezza della denuncia sociale. La lentezza dei governi repubblicani per emanare una legge ormai necessaria ad una società in evoluzione si associa al torpore di una terra che non sembra curarsi di questa mancanza, trovando modo tutto suo. All’italiana, appunto.

Divorizio all’italiana ha sancito definitivamente il successo di Pietro Germi presso la critica, creando un vero e proprio genere cinematografico.

Quando vedere questo film?

Quando volete ridere e osservare un mondo apparentemente lontano da noi.

“Vi presento Joe Black”, l’arte di trasformare la sceneggiatura poesia

Avete perso l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum?

Serena Vissani

Concerto 1 maggio a Roma: scopriamo in anteprima tutti gli ospiti

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Ecco tutti gli ospiti del concerto del 1 maggio a Roma: le donne dove sono?

Sono tantissimi gli ospiti del concertone di quest’anno, che come sempre vi dà appuntamento dalle 15.00 a 00.00 in diretta su Rai Tre, dalla piazza di San Giovanni a Roma. Anche per il 2019 si è scelto di far condurre l’appuntamento sonoro agli stessi artisti della scorsa edizione. Confermati sul palco anche Ambra Angiolini e Lodo Guenzi.

Siamo giunti con questa alla ventinovesima edizione del concerto più atteso dell’anno da milioni di giovani in tutta Italia. Il concerto organizzato da Massimo Borelli vede la realizzazione di una giornata piena di musica, resa possibile grazie al contributo di CGL, CISL e UIL.

Il concertone, che ogni anno vede partecipare tantissimi artisti di fama nazionale e internazionale, è del tutto gratuito. Al contempo nella giornata dei lavoratori, si terrà una manifestazione a Bologna. Il movimento dei lavoratori è protagonista di questa giornata e quest’anno il concerto riguarda la particolare situazione dell’Italia, relativa al rapporto con il resto dell’Unione europea.

L’Europa viene vista come cardine del nostro futuro, quello a cui si ispira è un cambiamento radicale e sociale. Da sempre la musica è universale e vista come qualcosa che unisce e fa CULTURA.

Si può dire che in questo concertone, per una volta all’anno siano unite tutte le generazione, tenute insieme grazie al collante della MUSICA, che non riesce a dividere. La CULTURA è il filo conduttore chiave.

Negli anni passati abbiamo visto tante band partecipare al concerto, avere poi un vastissimo successo di pubblico. Anche cantanti meno conosciuti sono passati per il concerto del primo anno. Non sembra essere questo il caso, proprio perchè a salire sul palco della ventinovesima edizione della manifestazione dedicata ai lavoratori di tutta Italia, saranno artisti già noti al pubblico.

Tra di essi alcuni hanno già partecipato al Festival di Sanremo. Per citarne alcuni: Achille Lauro, Daniele Silvestri, Ex Otago, Motta.

Saranno presenti anche tantissimi artisti amati dai più giovani, del panorama romana, della new age, come Carl Brave. Ad avere la meglio sul palcoscenico romano per questa volta sembrano essere proprio i più giovani…

… spazio ai meno attempati quindi, ma dove sono le donne, invece?

Poche presenze femminili per il 2019, ma tanta MUSICA giovanile, che li avvicini speranzosi al lavoro.

Tra i super ospiti, quelli confermati sono:

  • Noel Gallagher (Oasis)
  • Manuel Agnelli (Afterhours)
  • Carl Brave
  • Ghali
  • Achille Lauro
  • Motta
  • Daniele Silvestri
  • Ex Otago
  • Ghemon
  • Negrita
  • Canova
  • The Zen Circus
  • Anastasio
  • Coma_cose
  • Gazelle
  • Subsonica

Non ci resta che augurarvi un buonissimo ascolto con tutti gli artisti strepitosi che anche quest’ anno saliranno sul palco del super concertone del 1 maggio più atteso dell’anno!

Alessandra Santini

La storia del Torino in un libro che emoziona

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Un libro per conoscere tutto, ma proprio tutto del Torino, una squadra di calcio che è da sempre una leggenda, una storia che parte da lontano, che ha l’odore dei ricordi e il colore dell’emozione.

Nel settantesimo anniversario della tragedia di Superga, in cui morì l’intera squadra del Torino Calcio, presentare il libro di Franco Ossola sulla storia del grande “Toro” è non solo un atto dovuto ma anche inevitabile.

Forse non tutti sanno che il grande Torino, edito da Newton Compton, è per i tifosi della squadra granata una sorta di Bibbia, uno strumento indispensabile per conoscere tutto, ma davvero tutto, sulla loro squadra del cuore.

A scriverlo è Franco Ossola, giornalista, ex velocista, figlio di quel Franco Ossola, mitica ala del Grande Torino, che morì nella tragedia di Superga ma in primis, grande tifoso granata.

La leggenda, perché di questo si tratta, del mitico Torino, ha inizio nella notte del 3 dicembre 1906, quando quella squadra fu fondata all’interno della birreria Voigt di via Pietro Micca.

Tredici giorni dopo, il 16 dicembre, il Torino giocò contro il Vercelli, la sua prima partita.

Vinse 3-1 e fu l’inizio di una storia fatta di grandi vittorie, numerose sconfitte e, purtroppo, anche incredibili drammi.

Pagine che Ossola ricostruisce minuziosamente in un libro che è uno scrigno di storie note e non, di aneddoti, di curiosità, tutte tinte di granata.

La particolarità di Forse non tutti sanno che il grande Torino sta proprio nell’esposizione di questa affascinane e interminabile storia.

Ossola, infatti, non sceglie una narrazione di tipo cronologico o per sezioni, come di solito avviene per opere di questo tipo, ma segue la forza trascinante dei ricordi, delle emozioni, delle sensazioni.

Ecco, dunque, che il libro si divide in due grosse parti: i paragrafi e i capitoli.

Nel primo raggruppamento sono riportate delle istantanee, dei momenti, delle pillole di storia che, come dice lo stesso autore, «intrecciano ricordo e sentimento, emozione e riflessione, a volte anche nostalgia e delusione, disdetta e voglia di riscatto.»

Impossibile riportare tutti questi vari paragrafi. Si tratta di flash di storia, di granelli di leggenda.

Si parte dal mitico Vittorio Pozzo, il tecnico alla cui guida l’Italia trionfò nei mondiali di calcio del 1934 e del 1938 e che, del Torino, non solo fu uno dei fondatori, ma anche il primo allenatore.

Pozzo, in verità, nel Torino fece di tutto. Quel piemontese tutto d’un pezzo, per cui la parola sacra, come scrisse Giorgio Bocca, era sempre e solo “eltravai”, nella squadra granata fu giocatore (piuttosto scarso in verità) ma anche accompagnatore, segretario, dirigente e ovviamente tecnico, prima della chiamata della Nazionale alla quale non poté dire di no.

Ma il suo cuore, come per molti altri dopo di lui che hanno vestito la mitica casacca del Toro, rimase sempre granata.

Nella fitta trama dei Paragrafi, i fili sono tanti e intrecciatissimi.

Uno di questi porta al grande Valentino Mazzola e a una storia davvero incredibile.

Roma, Campo Testaccio. Il grande Torino sfida fuori casa la Roma. Una partita difficile per i giallorossi ma nel Torino manca proprio lui, Valentino Mazzola.

Sugli spalti i tifosi romanisti tirano un sospiro di sollievo. Senza Mazzola forse l’impresa di non perdere con il Torino è possibile.

Ma accade l’incredibile.

Mazzola, che tutti credono a Torino ad accudire il figlio Sandro malato, entra in campo fra l’entusiasmo dei suoi compagni e la disperazione degli avversari.

Meno di un’ora prima è arrivato con l’aereo nella capitale e poi in fretta allo stadio.

Mazzola gioca, e ovviamente segna, e il Torino vince.

A fine partita il compagno di squadra Aldo Ballarin, disse che l’arrivo di Mazzola aveva rincuorato tutti, infondendo coraggio e dando la certezza che la vittoria sarebbe stata raggiunta.

Oppure quella pillola di storia legata al mitico Angelo Cereser, per tutti i tifosi semplicemente “Trincea”.

La guerra non c’entrava nulla; quel soprannome bellicoso era legato al fatto che gli attaccanti avversari dalle sue parti, difficilmente passavano.

Un difensore arcigno, insuperabile, capace anche di segnare.

Fu a lui, infatti, che l’allenatore Cadè affidò, nella stagione 1970-71, il gravoso compito di tirare i calci di rigore.

Si trattava di una vera e propria ultima spiaggia, visto che gli altri rigoristi designati prima di lui avevano quasi sempre fallito. “Trincea” non si tirò dietro e il mister non si pentì dell’anomala scelta.

Cereser calciò quattro rigori e furono tutti goal e due, addirittura, nella stessa partita e non una qualsiasi.

«Quando l’arbitro Gussoni indica il dischetto nessun granata si muove. Cereser lo fa, tira e pareggia la rete iniziale di Anastasi. Ma questo è niente: a poco più di dieci minuti dalla fine ne arriva un altro, di rigore. Il Toro è sotto 3-2 (per altre due reti di Bettega e una granata di Rampanti), concretizzarlo significa salvare il match. Di nuovo tutti fermi. Cereser invece non esita e raddoppia. Invece di abbracciarlo qualche compagno gli si inchina davanti e mima il gesto di lustrargli le scarpe, come a dire: piedi d’oro, altro che piastre d’acciaio!»

I Capitoli, invece, raccontano storie intense, «vicende piene, complete, dove la traccia narrativa è la vita sportiva di un campione, piuttosto che l’andamento di una certa annata, di un campionato.»

Come la storia di quei due campionati uniti dalla stessa identica parola: sfortuna, un vocabolo che è comparso spesso nella storia del Torino.

Nelle stagioni 1971-72 e 76-77 la squadra granata arrivò per ben due volte seconda a una sola lunghezza dalla prima che si aggiudicò lo scudetto.

In entrambi i casi a festeggiare, a fine stagione, fu l’arcinemica Juventus.

Una storia, quella del Toro, segnata dalla tragedia di Superga, ma anche da altre pagine drammatiche, come quella di Gigi Meroni, formidabile ala dal dribbling funambolico, che morì investito da un’automobile mentre attraversava Corso Re Umberto a Torino.

Ma anche una vicenda intessuta di momenti indimenticabili, come lo scudetto del 1976 con in panchina il grande Gigi Radice, pioniere di una squadra formidabile, legata a nomi scolpiti nella memoria dei tifosi come Pulici, Sala, Zaccarelli, Graziani e tanti altri.

Una storia intensa come il colore della maglia, che Franco Ossola ripercorre seguendo il cuore, lasciandosi guidare dalle emozioni.

Un libro bello e vero, non necessariamente destinato ai soli tifosi di calcio, in primis granata.

Una lettura consigliata a tutti, anche a quelli che sembrano lontani anni luce dal football che, piaccia o no, è ormai, e non solo per noi italiani, uno spazio sociale, una realtà antropologica.

Forse non tutti sanno che il grande Torino narra le gesta di una squadra protagonista della storia del pallone, una leggenda ha travalicato i confini di Torino per arrivare ovunque, toccando i cuori di molti.

 

«Così anche per chi crede di sapere tutto, non è detto non

spunti dal bagaglio delle memorie qualcosa di inedito, di

non ancora perlustrato, nello spirito più vero del titolo di

queste pagine, che quasi ammoniscono: attento, lettore,

perché forse non tutti, te compreso, sanno che…»

 

Maurizio Carvigno

Game Of Thrones 8×03, non si può combattere la morte

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Raramente, in tutta la storia della serialità tv, c’è un episodio atteso quanto questo. Posso citare le puntate cardine del vecchio Twin Peaks, il finale di I Soprano o Breaking Bad, i vari finali di stagione di Lost. Ma, appunto, quasi sempre si parla di finali. Qui invece, pur essendo nella stagione finale, siamo in presenza di una puntata evento come poche altre volte era stata concepita, realizzata e presentata.

E, quando si parla di Game of Thrones e battaglie, non ha deluso le attese. Al contempo, quando si parla di Game of Thrones, ci sono anche molti “ma”.

Poiché è chiaro che nel finale di stagione, alla resa dei conti coi white walkers introdotti fin dal primissimo episodio, con una battaglia in un solo luogo nella quale tutti i personaggi principali, eccetto Cersei, sono coinvolti, non si può andare sotto la definizione di “epico” per descrivere quanto visto. Ma è altrettanto chiaro che nelle puntate di battaglia, e questo è accaduto ogni stagione, la narrazione ne risente sempre un po’

Palese, dopotutto, che si punti tantissimo sull’estetica, prima di ogni cosa. Mai in tv, e poche volte al cinema, la rappresentazione della guerra è stata tanto viscerale come in Game of Thrones. La regia di Miguel Sapochnick in questa materia è ormai una certezza. Per la serie la guerra è la trappola mortale per eccellenza, allo spettatore deve arrivare oltre ogni misura il soffocamento razionale, l’inevitabile frenesia dello scontro, l’irrimediabile caos e confusione che circonda ogni centimetro del campo fino a diventare, per chi ne è coinvolto, la più estrema esperienza sensoriale possibile: sangue, fango, urla, rumori, respiri, tutto è amplificato senza sottigliezze.

Stavolta, c’è da dirlo, forse un po’ troppo. Complice lo scenario notturno, la confusione cercata e voluta, la fotografia scura e il montaggio serrato hanno spinto fino al parossismo estetico, trasformando la scena da una sinfonia mortale a un mal di testa visivo. La tattica dell’accumulo difficilmente è efficace.

E poi, simpaticamente, vi invito ad un gioco, un drinking game. Bevete ogni volta che la situazione si salva con un deus ex machina. Occhio a non rimanere ubriachi, mi raccomando.

Arrivano poi le problematiche narrative.

Chi vi scrive non è assolutamente un fan del fantasy in generale e degli elementi fantasy della serie, sono quindi il primo ad essere felice che ci siamo liberati dei white walkers e, per il finale, si torna ai personaggi veri, intrighi e tradimenti. Ma dire così addio ai white walkers, in un nanosecondo, è piuttosto singolare. Vero che la serie li ha presentati come minaccia terrificanti, anche in questo episodio dipinti come invincibili, e poi non li ha mai sviluppati (c’è da dire che, data la loro natura, era pure difficile svilupparli). Ma toglierli di mezzo così, senza una spiegazione sui motivi e sugli obiettivi, senza capire chi fossero e cosa volessero, non è il massimo.

E abbiamo poi le risoluzioni dei personaggi. Si badi bene, nessuno voleva stragi di massi e un ritorno al sadismo senza cuore delle pagine di George Martin. Ma tra quello, e il poco coraggio degli autori Benioff e Weiss, ci deve essere una via di mezzo. In questa puntata non ci ha lasciato nessun personaggio primario, solo figure che avevano estinto la loro funzione nella storia, oppure non l’hanno mai veramente avuta. Ripeto, non che si volesse veder morire personaggi storici a tutti i costi, ma quale miglior occasione? Soprattutto considerando come era stato costruito il tutto nello scorso splendido episodio.

Indubbiamente questo episodio rimarrà negli annali, non solo della serie ma della tv in generale, per il suo enorme impatto emotivo. Per la cornice da evento che ha incollato chissà quanti al piccolo schermo. La forza emozionale, il potere dell’hype, la soddisfazione del gesto finale di Arya (esecutore più perfetto non si poteva trovare davvero) hanno soverchiato i meriti dell’episodio, quasi in maniera sproporzionata. La qualità dell’episodio passa in secondo piano di fronte all’epicità proposta, e la storia della tv era già stata fatta prima della messa in onda, praticamente.

Quale altra serie riesce a fare (o riuscirà a fare in futuro) qualcosa di simile?

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Emanuele D’Aniello

Anacardi: buoni e salutari, ecco perché andrebbero mangiati

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Un esemplare di frutta secca non troppo conosciuto, ma che sta rapidamente diffondendosi tra gli intenditori, è l’anacardo.

Questo frutto è infatti originario del Brasile: il nome scientifico è Anacardium occidentale, appartenente alla famiglia delle Anacardiacee, e viene prodotto da una pianta di dimensioni che in media possono superare i 7 metri. Una particolarità di questa pianta è quella di produrre un doppio frutto: da una parte infatti c’è il frutto a polpa, che viene chiamato “Mela d’anacardio”, dall’altro invece c’è il frutto secco che prende il nome di “Nocciola d’anacardio”. Quest’ultima è costituita da un involucro duro, come una noce, pronto a liberare un olio irritante qualora si forzi: il seme contenuto all’interno, quindi, va lavorato a lungo con il calore per cancellare ogni traccia d’olio e renderlo nuovamente commestibile.

Come tutta la frutta secca, anche gli anacardi hanno un contenuto calorico piuttosto elevato, pari a  550 calorie circa per 100 grammi di prodotto.

Si tratta tuttavia di un concentrato di sostanze nutritive importanti: gli anacardi hanno un elevatissimo contenuto di sali minerali, specialmente Potassio, Fosforo e Magnesio, vitamina C, E, K e molte del gruppo B, buone percentuali di proteine, fibre e amido.

Proprio per via dei nutrienti contenuti negli anacardi, questi piccoli frutti hanno in realtà degli impressionanti effetti sulla salute umana, andando ad intervenire su diverse patologie attutendone i sintomi o prevenendone l’insorgere. Un primo target degli effetti benefici degli anacardi pare sia proprio il cuore: appartengono infatti a una categoria di frutti secchi che riducono il colesterolo cosiddetto “cattivo”, e aiutano pertanto a diminuire il pericolo di malattie cardiache. A questo contribuisce anche la arginina, amminoacido che favorisce il rilassamento dei vasi sanguigni. Sempre contro il colesterolo agiscono l’acido palmitico e quello oleico, che essendo acidi grassi monoinsaturi combattono il colesterolo cattivo e aumentano invece quello buono. Ottimi anche gli effetti sulla pressione, grazie all’azione del Magnesio che ne determina un abbassamento.

Alcuni studi inoltre sembrano mostrare una correlazione tra il consumo di anacardi e delle funzioni antidiabetiche nel caso di diabete di tipo 2.

Gli anacardi sono infatti ricchi di grassi MUFA: questi andrebbero a rallentare la velocità di rilascio degli zuccheri nel sangue, così come la presenza di acido anacardico interviene contro il diabete supportando il controllo degli zuccheri, i cambiamenti repentini di glicemia e il possibile dolore alla testa che ne consegue.

Gli anacardi poi hanno anche proprietà antiossidanti, grazie al pigmento di zeaxantina che ha influssi positivi per prevenire i danni apportati dal sole alla retina e il naturale peggioramento della vista con l’età. Infine, gli anacardi sono ottimi per combattere lo stress e anche la depressione: contengono infatti triptofano, un neurotrasmettitore estremamente importante perchè funge da precursore della serotonina, il cosiddetto “ormone della felicità”. Consumare anacardi, dunque, contribuisce a donare una sensazione di benessere e rilassatezza in maniera del tutto naturale.

Se avete deciso quindi di adottare nel vostro stile di vita gli anacardi, dove si comprano non sarà di certo un problema: esistono infatti ottimi rifornitori da cui poter fare scorta di questi ottimi alleati della salute.

Black Summer, la nuova serie tv sui morti viventi

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Ogni volta che esce un nuovo film sugli zombi gli appassionati del genere (come la sottoscritta) vengono pervasi da una sensazione di gioia mista a timore.

Se George Romero ha reso cult il genere e la serie tv The Walking Dead ha reso il filone mangiabile anche in monodosi da un episodio alla settimana, c’è da dire che il confine tra un buon prodotto zombi e una “trashata” è sempre molto labile.

Cresciuti a pane e zombi con i film di Romero

Su Netflix arriva Black Summer, la serie spinoff di Z Nation. In otto episodi vengono raccontati i primi giorni di terrore dell’apocalisse zombi. Cosa c’è di nuovo potreste – giustamente – chiedervi?

In primis, la struttura. Ogni episodio è dedicato a un personaggio differente e spiega tutta la strada fatta per arrivare ad incontrare gli altri. In questo modo si ha la possibilità di sapere con chi si ha a che fare prima che lo sappiano gli altri protagonisti.

Non solo è possibile conoscere la prospettiva dei vari personaggi, ma anche quella degli infetti: le parti interessanti di Black Summer sono quelle in cui una persona che prima vedevamo lottare per la sopravvivenza si trasforma in zombi.

In quel momento non si perde il focus sul personaggio, ma la telecamera continua a seguire il morto vivente nelle sue corse fameliche. Lo sguardo sull’infetto getta un velo di malinconia su questi pericolosissimi cannibali, che gridano come invasati inseguendo i loro pasti bipedi.

Emerge quasi un senso di frustrazione, nello spettatore, quando lo zombi non riesce a buttare giù la porta che lo separa dalla sua preda.

La trama in sé per sé spesso manca di fondamenta, ma soprattutto di dialogo. Tuttavia, ho avuto come l’impressione che questa serie abbia voluto mettere in scena più che altro le emozioni. Non è tanto il linguaggio verbale che fa la differenza, quanto le azioni di persone che combattono per la propria esistenza, con o senza empatia nei confronti degli altri. Questo chiaramente apre molti scenari di stampo squisitamente antropologico, che vi invito ad osservare.

Alessia Pizzi

Gomorra 4×09/4×10, dubbi e scelte

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Commentando il finale della scorsa stagione, e l’inizio di questa, ho elogiato Gomorra per un particolare: il coraggio.

Evidentemente, ho parlato troppo presto.

Eppure la direzione era esattamente quella: non aver paura di cambiare (ambientazione o personaggi) pur rimanendo fedeli allo spirito della storia, ai temi racconti e ai sentimenti esplorati. Insomma, ciò che dovrebbe fare una grande serie, aver capacità di rigenerarsi nei propri pregi.

Invece, i due nuovi episodi di Gomorra hanno dimostrato che la serie tiene molto, forse fin troppo, più di quanto fosse lecito attendersi, al suo status quo. Me lo aspettavo da Suburra, perché lo fa ripetutamente, e quasi sempre male. Non me lo aspetto da una serie scritta bene, girata bene, pensata bene come Gomorra. Il dispiacere è quindi maggiore.

In due puntate nelle quali i personaggi hanno tanti dubbi, e in base a questi, senza avere la certezza di poterli risolvere, devono prendere delle scelte spesso istintive, dettate dall’orgoglio e dalla necessità di sopravvivenza, sembra di vedere gli autori stessi allo specchio, persi tra i loro dubbi su come andare avanti e le scelte da fare per soddisfare un pubblico ancora affamato.

Una stagione iniziata benissimo, con la capacità di esplorare nuove strade, sta finendo nell’ovvio più scontato. Le risoluzioni narrative, che in una serie crime inevitabilmente sono guerra tra bande e omicidi, sono diventate prevedibilissime, meccaniche, stantie. Ormai in ogni puntata vediamo personaggi che fanno il doppiogioco e alla fine muoiono perché anticipati nei loro piani. Non solo la prevedibilità ha tolto ogni pathos emotivo, ma la ripetitività del meccanismo ha cancellato l’intrattenimento.

E poi, naturalmente, non parliamo della scelta finale di Gennaro, che grida al fan service più estremo.

Uno dei temi della serie, sicuramente, è la sua ciclicità maledetta. L’impossibilità di uscire da un mondo del quale i personaggi sono al tempo stesso creatori e vittime, è il punto cardine per comprendere i personaggi. E tale inevitabilità maledetta era stata incarnata benissimo dal percorso di Ciro nelle stagioni precedenti.

Dunque è giusto battere su questo tasto, essendo forse il tema portante di Gomorra: la serie. Ma un conto è declinarlo in differenti storie, un conto è usarlo per chiudersi a riccio nell’usato sicuro. Gennaro che, dopo un’intera stagione nella quale si allontana, di disinteressa, delega, decide di tornare per fare la guerra, è quasi una barzelletta.

La sua storyline era, paradossalmente per una serie crime, la più interessante e potenzialmente dirompente finora. Mostrare come la criminalità poteva radici in altre settori della vita pubblica, nell’economia e nell’imprenditoria, in Italia come all’estero, era il modo più affascinante per evolvere Gomorra, e far comprendere anche l’essenza del romanzo di Roberto Saviano da cui tutto nasce.

Riportare invece, adesso, la sua storia e il suo percorso nelle strade di Secondigliano, pistola in mano e sul motorino senza casco, è una diminutio infinita. Un assist al fan che vuole sparatorie ogni puntata, certo, e una chiusura creativa che banalizza tutto quanto fatto finora.

Mancano due episodi alla fine della stagione, ora. Vi aspettate davvero grandi sorprese?

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Emanuele D’Aniello

Prima di dire rock: “Dai Led Zeppelin allo Zen” di Antonio Papagni

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Quando si dice una cultura enciclopedica: il libro di Antonio Papagni Dai Led Zeppelin allo Zen è una stesura precisa e appassionata di un periodo di vita attraversata dall’amore per la musica.

L’opera di Papagni, difficimente catalogabile nei tradizionali generi letterari, fa parte della collana Script manent della casa editrice CartaCanta Editore, particolarmente attenta alla qualità delle sue pubblicazioni.

Tutto inizia con la scoperta di un disco dei Led Zeppelin, esperienza comune agli adolescenti di tutto il mondo. Perché il famoso gruppo ha una consistenza atemporale e costituisce il punto di partenza del percorso di iniziazione alla musica.

Il libro cammina sulle strade percorse da migliaia di ragazzi che adesso, da donne e uomini adulti, continuano a battere il tempo ai concerti dei grandi monumenti della musica.

Mi ha emozionato profondamente la lettura di questo volume che ha tracciato i momenti salienti della mia vita, scandita dalla musica e completamente pervasa dal suo significato più profondo. La musica ha rappresentato per quelli della mia generazione qualcosa di totale e ha plasmato sentimenti.

Ed è stata il sentimento stesso in un’epoca nella quale venivano meno le certezze della rivoluzione e iniziava la solitudine dello smarrimento degli ideali.

Papagni inizia dai Led Zeppelin il pellegrinaggio attraverso le stanze della modernità musicale e del nichilismo crescente che trasforma i suoni potenti del rock monumentale nelle ruminazioni metalliche del punk e del post-punk, dal classicismo iniziatico del progressive al narcisismo nevrotico della new wave.

Chi ha iniziato ad ascoltare musica in quegli anni è stato contaminato da infinite sollecitazioni e da cronista di guerra è fisiologico che abbia trovato rifugio nello Zen. Tutto passa attraverso il filtro della sociologia a tutto tondo: cinema, estetica, psicoanalisi, arte, politica.

Buona l’architettura letteraria di sfondo che introduce ogni passaggio cronologico; fa comprendere come la maggior parte della vita sia compresa proprio nello spazio dell’imprinting musicale, destinato a connotare le scelte di tutta l’esistenza.

Lo scrittore ha una cultura musicale antropologica, contestualizza con precisione ogni avvenimento e sa fornire una chiave di comprensione di ogni movimento come interno alla propria vita.

Un libro che non deve mancare nella libreria di ogni musicofilo che si rispetta, e noi di Culturamente abbiamo preso nota.

Antonio Papagni è nato e lavora a Roma. Oggi vive in un borgo in prossimità del lago di Vico dove è riuscito a riunire le sue passioni: la lettura, la musica, la natura. Nel dicembre 1991 ha partecipato al Guitar Craft fondato e diretto da Robert Fripp.

Ha creato e mantiene il sito Centro Studi Addizionali. Dopo essersi dedicato alla chitarra classica, da qualche tempo ha iniziato lo studio del violino.

Antonella Rizzo

La verità sul caso Harry Quebert e la forza del cliché

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La verità sul caso Harry Quebert nasce per la tv, è tv.

Joël Dicker, abilissimo enfant prodige della letteratura di consumo, lo ha sempre dichiarato. Al pari dell’editore a cui nel suo testo affida il compito di banchettare sopra i cadaveri dilaniati dalla cronaca nera.

“Avete presente Homeland, la serie tv? Vedi una puntata, poi un’altra, poi cominci a fare delle stupidaggini tipo vederne quattro di fila di notte così il giorno dopo non riesci a lavorare… La mia ambizione era ottenere lo stesso risultato con un libro.”

Scommessa vinta, giacché dal momento della sua uscita il romanzone thriller-giallo ha catalizzato l’attenzione di mezzo mondo – fagocitato non si sa bene come da una storia carica di cliché e citazioni al limite del plagio.

La verità sul caso Harry Quebert. 700 pagine in 7 giorni

Eppure la formula funziona.

L’autore svizzero, allora figlio ventisettenne dell’american appeal, ha saputo coniugare suspense, morbosità e scenari idilliaco-tempestosi in un mix di innocente abitudine che fa a pezzi l’estetica della ricezione di Jauss, ormai masticata e rigettata dalle generazioni Y e Z.

La verità sul caso Harry Quebert è una rassicurante strizzata d’occhi ai Segreti di Twin Peaks, conditi dal melanconico richiamo a un amore perduto e proibito, attualizzazione neanche troppo velata del nabokoviano Lolita rievocato persino nella computazione sfacciata dei nomi: Lo – la; No – la. E poi, per i più raffinati, c’è il Philip Roth della Macchia umana scientemente unito al ben più prosaico Karate Kid, che dei rapporti maestro-allievo è il riferimento archetipico dei nati negli anni Ottanta.

Dicker è una macchina da guerra (di quelle che portano soldi) e sa bene che per confezionare un page turner – nell’epoca del post-edonismo – non occorre nascondere le proprie intenzioni. La gente ama la genuina sfrontatezza, e (invidiosamente) ammira il talento del self-made guy dalla faccia pulita e la penna fluente.

Non c’è elemento fuori posto nell’incredibile successo de La verità sul caso Harry Quebert. Nessun accorgimento è lasciato al caso. Dalla citazione in epigrafe alla copertina dell’Éditions de Fallois, che racchiude il tesoro di 670 pagine dentro uno scrigno sormontato da Portrait of Orleans di Edward Hopper.

“Quando abbiamo chiesto i diritti al Fine Arts Museums of San Francisco – afferma Dicker, manager di se stesso – forse abbiamo colto qualcosa dello spirito del tempo. Quel quadro mi sembrava perfetto, evoca la stessa atmosfera del libro. Quell’America del New England che tutti hanno in mente”.

La stessa, desolata America che Jean-Jacques Annaud rende protagonista silenziosa della sua serie (su Sky Atlantic). Una cartolina chiaro-scura di mare e folti boschi, con solo una timida pioggia a disturbare il panorama. Tutti gli stereotipi del romanzo di Dicker sono trasferiti sullo schermo come in un calco animato, fedele riproposizione di uno schema già nato con le caratteristiche filmiche, o meglio ancora serial-televisive.

La verità sul caso harry quebert film
Marcus Goldman (Ben Schnetzer)

Ma è una convenzionalità che cattura, atterrisce e stupisce; un progetto perfetto, capace di abbattere le difese dello spettatore più puro.

Si pensa in grande, del resto, in operazioni del genere. Abbassare l’asticella è vietato, pena l’insuccesso della prossima Verità, del prossimo Caso, della nuova – succulenta – Scomparsa da cospicui diritti. E così Annaud, già garanzia di qualità, chiama a raccolta Ron Perlman (attore feticcio, vecchia volpe delle buone riuscite) e Virginia Madsen, rispettivamente nei ruoli dell’editore cinico arruffa soldi e della locandiera della cittadina, spietata gestrice del fast-food e dei destini altrui.

Accanto a essi – quasi in veste di coprotagonista tanto è alto il livello del parterre attoriale – si colloca l’ormai ex dottor Shepherd Patrick Dempsey, calato nel ruolo bello, maledetto e penoso di Harry Quebert, docente e autore di successo nel cui giardino viene rinvenuto il cadavere della donna amata nel 1975, a trent’anni di età contro i quindici di lei.

È un intreccio torbido e scontato, che si fa pruriginoso man mano che si scava nella vita della giovane. Indagata rimestando nel fondo del maschilismo e del bigottismo, della perversione voyeur e dei pensieri indicibili. Dicker – prima di Annaud – sa che funziona e vi calca la mano, proiettando spudoratamente se stesso nel personaggio di Marcus Goldman (Ben Schnetzer), alias “il formidabile”, pupillo di Quebert che ne ha raccolto il testimone. Autore di successo dalle donne e soldi facili, che firma un contratto milionario per raccontare una «miniera d’oro» fatta di «sesso, abusi, violenze su minore».

la verità sul caso harry quebert film
Jenny Quin (Tessa Mossey)

È il prezzo del successo, il sentiero già tracciato nel manuale del perfetto autore di best seller.

A muovere Marcus è un fine nobile – la volontà di scagionare il suo mentore – e nel farlo, oltre a garantirsi un posto nel Paradiso degli intrepidi, ottiene il ristabilimento dell’alterato ordine di Aurora, fittizia cittadina di un incontaminato Maine da utilizzare come palcoscenico di morte almeno finché lo spettatore saprà riconoscerla così come l’ha sempre vista (immaginata): il tempo di un’estate. I continui flashback tra il 1975 e il 2008 restituiscono infatti la sensazione di un’atmosfera inalterata, resa mobile dai fili grigi nei capelli degli abitanti e dalle scritte ingiallite di diner e motel. Per il resto lo sfondo è intatto, ed è una scelta rassicurante così come ogni (in)atteso colpo di scena messo in atto: prevedibile eppure agognato, decifrabile e al contempo atteso.

Ma in fondo è la struttura stessa del giallo a essere rassicurante.

Il processo di rammendo che in essa si sviluppa e ristabilisce un equilibrio – rattoppa un buco nella trama. La soluzione che restituisce il normale andamento al tempo, e fa combaciare le tessere disperse di un mosaico. Dicker – e Annaud con lui – ci mette solo un pizzico di pepe in più, la salsa piccante che copre i soliti sapori dando l’illusione di star gustando un piatto etnico che però sa di casa. È la ricetta di ogni prodotto dal ritorno positivo, mai nascosto dietro il velo di una presunta e proclamata diversità di intenti.

la verità sul caso harry quebert film
Nola e Harry (Patrick Dempsey)

Ed è qui che sta la forza dell’operazione Harry Quebert. Non c’è affettazione, né ansia di mostrarsi altro da sé. I personaggi rispondono a una logica rodata, già nota, incredibilmente efficace perché sperimentata. Li si segue nelle azioni tagliate loro addosso, confezionate secondo un codice condiviso dall’autore e dal lettore, dal regista e dallo spettatore. Nola (Kristine Froseth) dietro la faccia pulita nasconde segreti e tormenti interiori. Jenny Quin (Tessa Mossey nei flashback, poi Victoria Clark) sogna da reginetta ma finisce a friggere patatine come la mamma. Marcus Goldman, sfrontatezza e sorrisi, insegue la chimera del successo per occultare la sua ingenua insicurezza.

Poi c’è Harry Quebert, che inganna tutti – finanche se stesso.

E qui no, l’orizzonte d’attesa del fruitore non è più teneramente blandito. Vi è turbamento, forse persino qualche sussulto. Jean-Jacques Annaud lo rende bene, lasciando lo spazio per una contenuta e ricercata commozione che nel romanzo di Dicker è assente, complice la diversità del mezzo e lo stile scarno, ridotto all’osso. Il cerchio del successo si chiude allora con un tratto inatteso. Quando entrano in gioco le emozioni la macchina si inceppa e diventa umana, esce dai margini e si compie nell’imperfezione. Dalla scrittura alla tv, dalla tv alla vita.

Ginevra Amadio

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Quando l’arte incontra la bellezza: Roma nella camera oscura

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Roma e la fotografia, un binomio perfetto, un connubio inestricabile. Se amate la fotografia e ancor di più la Città Eterna non potete perdervi la mostra Roma nella camera oscura.

Allestita al piano nobile di Palazzo Braschi, affacciato sulla splendida piazza Navona, Roma nella camera oscura è un tributo non solo alla Città eterna ma anche alla fotografia, una forma d’arte meravigliosa.

Inaugurata lo scorso 27 marzo, questa mostra, curata Flavia Pesci e Simonetta Tozzi e promossa da Roma Capitale, (Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali), rappresenta un’occasione irrinunciabile per farsi rapire dalla bellezza.

Suddivisa in nove sezioni Roma nella camera oscura ripercorre, attraverso oltre trecento immagini, il particolare legame fra l’Urbe e la fotografia.

Vari sono i livelli di lettura proposti: dalla possibile ricostruzione della storia e dell’evoluzione delle tecniche fotografiche, alla comprensione del ruolo specifico svolto da tanti artisti in base alla tipologia del proprio lavoro, fino alla possibilità di “leggere”, secondo nuove e moltiplicate chiavi interpretative, la città stessa, in un percorso storico-fotografico che illustra globalmente il contesto visivo di Roma.

Dagli albori di questa arte, nata 180 anni fa, fino ai nostri giorni, con al centro sempre e comunque la città di Roma, vista attraverso obiettivi ogni volta differenti ma sempre “magici”.

Non si può non rimanere incantati davanti a una delle prime fotografie che si incontrano nel percorso espositivo.

Si tratta di un’antica stampa in albumina risalente al 1860, scattata dal fotografo Robert MacPershon e raffigurante un torrione emergente dal lago di Ninfa, località a sud di Roma.

Per molti anni la fotografia è stata il miglior modo per documentare l’antico e per esaltare le vestigia capitoline, riproducendo inquadrature ideate nei secoli precedenti dai grandi vedutisti, come ad esempio Piranesi.

Antichità e fotografia, un’unione per decenni indissolubile.

Tutto testimoniato da una messe di straordinarie immagini, molte delle quali presenti nella mostra, che raffigurano le  meraviglie della Roma imperiale.

L’Arco di Tito, il Foro, il Colosseo, ovviamente, ma anche luoghi meno noti ai più ma di eguale bellezza, come nel caso della Meta sudans, antica fontana della Roma imperiale, collocata a pochi passi dall’Anfiteatro Flavio e rimossa nel 1933, nell’ambito dei lavori per la creazione di via dell’Impero.

Non solo, però, capolavori dell’antichità ma anche i simboli della cristianità, di cui la fotografia si impossessò quasi subito per renderli eterni.

Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano e naturalmente San Pietro.

La chiesa, cuore pulsante dell’universo cattolico, è ampiamente presente nella mostra di palazzo Braschi, attraverso vedute non sempre scontate.

Particolarmente suggestiva è un’immagine del 1850, di Robert Eaton, che mette in luce, non solo il possente profilo della basilica petrina, ma anche la celebre Spina di Borgo, quell’affascinante groviglio di case che precedevano l’ampio colonnato beniniano, distrutto nel corso dei lavori per la realizzazione dell’attuale via della Conciliazione.

Impossibile non soffermarsi anche su un’altra magnifica fotografia.

Ancora una volta l’oggetto è la basilica di San Pietro ma ritratta, stavolta, in modo decisamente anomalo.

Non attraverso la celebre cupola michelangiolesca o la possente facciata realizzata da Carlo Maderno, ma dal punto di vista della gente comune.

Nel 1929 il fotografo Adolfo Porry Pastorel, italianissimo nonostante il cognome farebbe supporre altro, ritrasse una folla immensa in piazza San Pietro, in una piovosa giornata.

Uno stuolo di ombrelli, ripresi dando le spalle alla basilica, con in lontananza, ancora una volta Spina di Borgo.

Non solo antichità e religiosità. Roma nella camera oscura è uno sguardo sulla campagna romana, sulle celebri ville capitoline, sul Tevere e sui nuovi quartieri fuori dalla cinta urbana.

Allora ci facciamo rapire dalla rovine dell’Acquedotto Claudio, ritratto in una rarissima foto del 1868.

Ma anche dal profilo imponente dell’appena costruito Monumento a Vittorio Emanuele II, fotografato in occasione dell’inaugurazione solenne nel 1911.

Ma forse la sezione che maggiormente incanta il visitatore, è quella legata a quella quotidianità in cui tutti ci riconosciamo.

Bellissima, a tal proposito, la stampa in sali d’argento che Ottaviano D’Agostini realizzò nel 1967 intitolata Quartiere Don Bosco.

Si vede una porzione di piazza Don Bosco, cuore pulsante dell’omonimo quartiere della periferia romana.

Fra giovani alberi ancora incapaci di stagliarsi, dei ragazzi giocano a pallone mentre una donna, ripresa di spalle, scruta l’orizzonte di palazzi ancora in costruzione.

Accanto a lei un bambino in terra che stringe fra le mani i suoi giochi.

 

Sempre in questa sezione, di rilievo è la foto che ritrae dei manifesti elettorali affissi sui muri del centro di Roma.

Si tratta di poster elettorali, inneggianti a votare un giovane ma ambizioso John Kennedy.

Decisamente suggestiva è anche l’ultima sezione della mostra, intitolata Attraverso lo specchio negativi su lastra.

Si tratta dell’esposizione di una serie di lastre in vetro al collodio umido e ai sali d’argento realizzate tra la seconda metà dell’Ottocento e gli anni Cinquanta del secolo scorso.

Questi preziosi negativi, di cui sono in mostra solo una piccola parte di quelle conservate presso l’Archivio fotografico del Museo di Roma, sono presentati al pubblico in una suggestiva veste retroilluminata che ne esalta ancora di più la bellezza e l’originalità.

Ecco allora l’immancabile basilica di San Pietro.

Fu ritratta alla fine del XIX secolo, in occasione di una solenne benedizione papale.

Dal sacro al profano.

Ecco il negativo di una corsia dell’ospedale Littorio, l’attuale San Camillo, negativo del fotografo Umberto Sciamanna risalente agli anni Trenta del Novecento.

Il percorso espositivo si chiude nelle sale al pianterreno di Palazzo Braschi con la sezione Ritratti.

Si tratta di ritratti di personaggi famosi, modelli in posa e interni di studi d’artista ottocenteschi, ma anche di tableaux vivants, i “quadri viventi” molto diffusi tra fine Ottocento e primo Novecento.

Si esce da Roma nella camera oscura, visitabile fino al prossimo 22 settembre, pieni di meraviglia per un binomio, quello fra la capitale e la fotografia, che ancora oggi non smette di esistere anche nelle immagini di tutti i giorni.

Maurizio Carvigno

“Vi presento Joe Black”, l’arte di trasformare la sceneggiatura poesia

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Titolo Originale: Meet Joe Black
Nazione:
U.S.A.
Anno Produzione: 1998
Genere:
Sentimentale/Fantasy
Durata:
180′
Regia:
Martin Brest
Interpreti:
Brad Pitt, Anthony Hopkins, Claire Forlani, Jake Weber, Marcia Gay Harden

https://www.youtube.com/watch?v=E3tYqyJ-AaY

 Bill: Chi sei?
Joe: Pensa solo a millenni moltiplicati per secoli connessi dal tempo senza fine, io esisto da allora…

Nella vita abbiamo due sole certezze: il passato e la morte. Chi non ha paura della morte? Quali angosce scatena questo pensiero? Per quanto possa spaventare, c’è una costante davanti alla quale anche la morte si piega: l’amore in ogni sua forma. Purò, incondizionato e disarmate. Un sentimento forte in grado di attraversare la morte stessa.

Una pellicola che sa ricalcare la bellezza del cinema pre Sessantotto

Vi presento Joe black è un film cult degli anni 90, rifacimento de “La Morte in Vacanza” di Mitchell Leisen (1934). Costato circa 90 milioni di dollari senza che sia stata applicata alcuna particolare tecnologia, la pellicola si distingue dalla massa diventando un evergreen da tenere nella propria videoteca.

Non un classico da blockbuster romantico, ma una produzione che, con il suo fare moraleggiante, pone al centro della storia gli affetti familiari, l’amicizia, l’amore eterno e fedele.

Fin dalle prime battute la pellicola è magnetica grazie all’utilizzo di atmosfere da vecchia Hollywood. Fedele a questo stile sono le musiche del compositore Thomas Newman. Melodie malinconiche e romantiche che travolgono lo spettatore fino alle viscere.  La bravura di Newman si sposa con la perfetta regia di Brest come se fossero pezzi di un puzzle.

Bill: Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente equivale a non vivere. Ma devi tentare, perché se non hai tentato non hai mai vissuto.

Claire Forlani & Brad Pitt in “Vi presento Joe Black”

Delle influenze del cinema classico la pellicola ne è piena. Brad Pitt e Claire Forlani hanno saputo ricreare quelle scene romantiche del calibro di Via col Vento e Sabrina Gli incontri tra i rispettivi personaggi creano, nello spettatore, un vortice di emozioni. Ci si ritrova a trattenere il respiro, si percepisce la tensione, il desiderio di toccarsi, il timore di farlo. Ogni sguardo, ogni tocco, ogni sospiro risulta delicato, dolce e sinuoso senza mai cadere nel volgare. Forlani è stata in grado di rimettere sullo schermo la purezza di un solo bacio. Indiscusso è, infatti, il richiamo alle madri del cinema romantico: a Vivien Leigh, Veronica Lake, Greta Garbo. Brest ha saputo dirigere abilmente i due attori in un viaggio esplorativo tra due anime che non si conosceranno mai fino in fondo; tra due corpi si desiderano, si assaporano ma che non potranno mai appartenersi.

Joe: Sono innamorato di tua figlia e la porto via con me stanotte. […]
Bill: Tu non porti Susan da nessuna parte […] Prendi quello che vuoi perché ti fa piacere, non è amore. […] è una inconsulta infatuazione che per il momento hai voglia di concederti, manca tutto ciò che più conta.
Joe: Sarebbe cosa?

Anthony Hopkins & Brad Pitt in “Vi presento Joe Black”

 

Inopinabile è la bravura di Brad Pitt nel ruolo dell’avvocato sognatore, generoso, romantico e un po’ imbranato investito da una macchina e in quello dell’angelo della morte. Due ruoli opposti, due personaggi completamente diversi. Il primo naif, romantico, il classico ragazzo della porta accanto che tutte le donne vorrebbero conoscere. Il secondo, beh è la morte che si incarna: onnipotente, tenebroso, affascinante, sensuale, ma anche disorientato, divertente e goffo quando “indossa” un corpo.

Bill: Fiducia, responsabilità, assumerti il peso delle scelte e dei sentimenti, passare il resto della vita tenendo fede a questi e soprattutto non ferire l’oggetto del tuo amore.

Pitt e Hopkins hanno saputo dare il giusto equilibrio tra dramma, romanticismo e momenti esilaranti

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Brad Pitt & Anthony Hopkins in ” Vi presento Joe Black”

L’angelo della morte di Brad Pitt è semplicemente straordinario. Un’interpretazione perfetta che sa coinvolgere lo spettatore senza appesantire la lunga pellicola. Grazie ai momenti esilaranti come la scena del burro di noccioline, o del giochino con la sedia in CDA, Pitt ha trasformato il suo personaggio, indubbiamente di spessore, in un essere di una dolcezza disarmante, per alcuni versi fragile che deve piegarsi davanti alla realtà: lasciare il passo all’amore, alla vita. Naif con quel vestito beige un po’ grande; entusiasta mentre assaggia il burro d’arachidi o mentre si sedeva per la prima volta sul letto; amorevole, quando sembra integrarsi con la famiglia; passionale quando i suoi occhi incrociano quelli di Claire Forlani.

Magistrale è stata l’interpretazione di Hopkins il cui personaggio è schiacciato fra la vita e la morte di cui è a conoscenza e tutto in un costante equilibrio precario con i suoi affetti e la sua azienda. La vita sembra scorrergli davanti agli occhi, se ne rattrista senza mai disperarsi. A malincuore il suo personaggio attraversa i suoi ultimi giorni senza remore, conscio di lasciare sulla terra una grande eredità, non quella materiale, ma quella morale: i valori, l’amore sacrale per la famiglia e la fedeltà.

Se siamo fortunati forse abbiamo dei ricordi da portare via

L’amore viene analizzato in ogni sua dimensione. Diviene il motore propulsivo della pellicola senza mai cadere nel banale. La morte è vinta dall’amore perché, solo alla fine, l’angelo si sposta da sé stesso, si rende libero lasciando andare la donna che ama follemente. Una morte sui generis:  vive, in prima persona, il passaggio. Quel non ritorno che gli umani affrontano con dolore, ma custodisce con sé una verità:  aveva compreso, infatti, che al di là dell’addio c’era il ricordo!

In conclusione

Vi presento Joe Black è una favola nera che si tinge di rosa. La lunghezza della pellicola non viene percepita grazie ai dialoghi profondi, agili e fluidi.

Tre motivi per cui vedere il film

  • C’è Brad Pitt, ai tempi d’oro. Una bellezza da togliere il fiato;
  • Un film di grande spessore morale;
  • Un film che potrebbe aiutarvi a fare colpo sulle donne.

Quando vedere il film?

Sicuramente per una serata romantica con dell’ottimo vino. Ma anche tra amiche o semplicemente quando desiderate prendervi qualche ora per voi senza distrazioni.

Angela Patalano

Si ritiene che le immagini, nella presente recensione, relative a un film protetto da copyright possano essere riprodotto su CulturaMente, limitatamente alle voci che riguardano direttamente l’opera, in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», o per mere finalità illustrative e per fini non commerciali, e in quanto la presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera». In osservanza del comma 3, deve sempre essere presente la «menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta». Questa immagine non può essere utilizzata per altri scopi senza il previo assenso del titolare dei diritti.

Dalle recensioni alla narrativa: l’esordio letterario di Giulia Ciarapica

Lo scorso 2 Aprile è uscito in libreria “Una volta è abbastanza”, primo romanzo della book blogger Giulia Ciarapica, edito da Rizzoli editore. Dopo aver letto e recensito il libro, abbiamo deciso di fare due chiacchiere con lei.

Giulia è una giornalista e blogger marchigiana che avevamo già incontrato lo scorso anno con il suo manuale di bookblogging:

Come scrivere per il web e vivere felici. Manuale per aspiranti book blogger!

Ora però è passata “dall’altra” parte. Ora, infatti, è lei oggetto di recensioni e analisi. Data la sua energia e disponibilità, siamo andati ad intervistarla.

Una volta è abbastanza, un viaggio nel dialetto marchigiano

Anni di lavoro sui social, da Tweeter a Youtube, e poi lei: la scrittura. Vuoi raccontarci come è nata questa avventura?

La scrittura è arrivata nell’unico momento possibile, quello giusto. È arrivata quando avevo maturato ormai la coscienza di un percorso personale e familiare che credevo andasse raccontato. In concomitanza con questa idea – che era davvero solo un’idea – è arrivato anche l’editore, una coincidenza bellissima e a suo modo magica. Io non sono una nativa digitale, mi sono dovuta abituare ad utilizzare degli strumenti come Twitter, YouTube, Facebook e soprattutto Instagram, e non sempre è stata una cosa immediata e semplice da gestire. La mia più grande passione è la scrittura (dunque, come è ovvio, la lettura), e con questa prima prova di narrativa mi è sembrato di tenere fede al mio grande amore iniziale. È tutto molto bello e soprattutto autentico.

Parliamo un po’ del tuo romanzo, che in una stories IG hai definito “il tuo bambino”. C’è molto di te, della tua famiglia, ci sono molte figure importanti. Quali sono state le maggiori difficoltà nel descrivere dal “di fuori” personaggi che conosci molto bene.

In realtà io ho conosciuto solo due persone presenti in questo primo romanzo, ossia i miei nonni materni Valentino e Giuliana. Gli altri, nonostante siano quasi tutti personaggi realmente esistiti, non ho avuto il piacere di conoscerli in vita. In generale non ho avuto grandi difficoltà a raccontare le loro vite, piuttosto mi sono trovata in imbarazzo a rileggere certi passi nella speranza di non aver offeso in qualche modo la loro memoria. Sai, il rischio per me era quello di non essere fedele alla loro natura audace, volitiva, piena di grinta. Mi sarebbe molto dispiaciuto non rendere loro giustizia. Spero di avercela fatta.

Nella mia recensione ho parlato tanto di dialetto marchigiano, grande protagonista del romanzo. Puoi raccontarci il tuo legame personale con il dialetto? Al di là della stesura del romanzo, quale posto occupa il vernacolo nella tua vita?

Beh, io sono attaccatissima alle mie origini e quindi anche al mio dialetto. Lo parlo tutti i giorni con i miei amici, in famiglia, è una cosa di cui non posso fare a meno perché è parte di ciò che sono. Poi, anche per via degli studi che ho fatto, orientandomi soprattutto sulla filologia e sulla glottologia, credo sia normale poi sviluppare un grande interesse per le lingue e per i vari dialetti d’Italia, in primis per il proprio. Il dialetto è a tutti gli effetti una lingua, ed era l’unico modo concreto che avessi per rendere meglio certe atmosfere, per caratterizzare i personaggi, per restituire loro veridicità. Dopotutto, siamo nel 1945, a Casette d’Ete, nella provincia selvaggia o un po’ ostile delle basse Marche, in compagnia di personaggi che a malapena hanno terminato la quarta elementare.

“Una volta è abbastanza” è un romanzo delle radici, della famiglia, prima ancora di tanti altri aspetti. È però una famiglia diversa, lontana nel tempo da quella che viviamo oggi. Tenendoci lontani da argomenti scottanti, mi ha affascinato rivedere una dinamica molto comune del centro Italia, ossia quella della nascita del nucleo familiare intorno al lavoro (e viceversa). Nel tuo romanzo, famiglia e lavoro sono strettamente connessi. Trovi che tale legame racconti una società molto diversa?

L’Italia in generale ma le Marche in particolare sono famose per l’organizzazione di aziende a conduzione familiare. È un aspetto su cui ho puntato molto, come dici anche tu, proprio perché ritengo che si parta anche da qui per raccontare un’Italia che oggi non esiste quasi più. Quella che ho cercato di descrivere era un’Italia poverissima, misera, che avrebbe dovuto reinventarsi da cima a fondo, e che proprio perché non possedeva nulla, sentiva di avere in mano il futuro e soprattutto la voglia di farcela. Molto spesso il fatto di non avere nulla è il punto di partenza ideale per progettare il domani partendo da zero, senza la paura di mettersi in gioco, proprio perché non si ha niente da perdere. Questo è quello che mi piace definire “shining”, qualcosa che prima avevamo e che oggi ci manca. La famiglia faceva parte di questa “luccicanza”, anzi, ne era il fulcro, perché tutto partiva da lì, da quel luogo di affetti, di rancori e di grandi aspettative che è il nucleo famigliare. Oggi, forse, abbiamo un po’ perso il senso vero di famiglia, nonostante se ne faccia un gran parlare (e a volte, spesse volte, a vanvera).

Come hai tu stessa sottolineato durante la presentazione del libro a Osimo, tutta la tua famiglia lavora nel mondo delle scarpe, tranne tu. I libri sono la tua vita e la tua libreria ne è la prova più convincente. Quale credi sia il ponte, il legame che ti mantiene salda alle tue origini?

Rispondo a questa bella domanda descrivendoti il logo del mio blog, disegnato da Alessandro Boasso. Ho voluto che all’interno di un doppio cerchio venissero racchiusi due elementi: una penna e un martello da calzolaio. Che c’entrano, ti chiederai, una penna e un martello? Sono rispettivamente il mio presente e il mio passato, perché senza quello che sono stata, senza la memoria di ciò che la mia famiglia ha costruito, io non avrei potuto scegliere di diventare qualcos’altro e di raccontare la loro storia. E poi, era Franz Kafka che diceva una cosa molto vera: “Di una cosa sono convinto: un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”. La mia penna, in questo caso, non sarà un’ascia, ma un martello sì.

Ultima domanda che però chiude un po’ il cerchio. Volendo usare due termini cari a Machiavelli, nel tuo libro, attraverso il lavoro, viene messo in luce il rapporto della virtù dell’uomo contro le avversità della fortuna. È quello che più volte hai chiamato il “genio” che si manifesta in un’epoca in cui “non c’era niente”. Riflettendoci, però, non trovi che ci sia qualcosa di analogo in quello che è accaduto anche a te? Mi spiego meglio. Ti sei laureata in un momento di crisi economica generale (e nello specifico del mondo dell’insegnamento), ma sei comunque riuscita a trovare la tua strada, coniungando il tuo amore per la lettura e la scrittura con un lavoro nuovo e stimolante. Hai mai riflettuto su questo aspetto?

In realtà non ci ho mai riflettuto ed è bello che tu mi metta di fronte a questo punto di vista. Sono, come è chiaro, due momenti storici differenti, ma ognuno a suo modo, come ben sottolinei tu, possiede delle forti similitudini con l’altro. Forse proprio per questa – chiamiamola così – sinergia di coincidenze storiche ed economiche, abbiamo buone ragioni di credere che anche noi potremmo farcela. Con altri strumenti, con altre ambizioni, ma con la stessa tenacia di ieri. Basta solo capire qual è il punto di incontro tra ieri e oggi. Ed io me lo auguro.

Serena Vissani

Credits foto di copertina: Matteo Nardone

Game of Thrones 8×02, la tempesta prima della quiete

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“In the name of the warrior, I charge you to be brave. In the name of the father, I charge you to be just. In the name of the mother, I charge you to defend the innocent. Arise, Brienne of Tarth, a knight of the Seven Kingdoms.”

Non c’è alcun dubbio nel definire questa puntata 8×02 di Game of Thrones una puntata di transizione, un canonico filler. E, al tempo stesso, non ci deve essere nemmeno vergogna nel definirla così. Perché i filler vanno comunque saputi fare, scrivere, concepire inquadrandoli nel lungo sentiero della serie. E questa è probabilmente una delle migliori puntate di transizione mai viste nella storia della serialità tv.

Non so come reagiranno i problematici fan del “non succede niente”, come se per loro ogni settimana debba succedere un evento cataclismico e ogni settimana debba essere stravolto lo status quo della storia. Per loro c’è la prossima puntata, quella dell’annunciata e attesa battaglia contro i morti. Ma quella battaglia, si badi bene, non avrebbe il medesimo impatto emotivo (soprattutto perché ci aspettiamo qualche personaggio ci lascerà per sempre) senza una puntata come questa.

Un momento di calma apparente, ma in realtà di incredibile tempesta emotiva. Una puntata quasi esistenziale, nella quale i vari personaggi si ritrovano tutti presenti in un solo luogo (evento rarissimo conoscendo la struttura rapsodica di Game of Thrones), anche coloro che con Winterfell non hanno praticamente mai avuto nulla a che fare, a meditare e riflettere sulla strada fatta, sul come e perché sono arrivati lì insieme, sulle probabilità che quella possa essere la loro ultima notte in assoluto.

Non c’è però dramma o tragedia, ma quel filo umanissimo di malinconia che unisce ogni diversissimo percorso.

Ci sono abbracci e lacrime, ovviamente, ma c’è anche spazio per le risate, come giusto che sia. C’è soprattutto quel senso di inevitabile destino che loro stessi hanno costruito, verso il quale bisogna prepararsi come meglio si può. E con grande onestà verso se stessi e gli altri.

Così c’è chi ha ancora forza di tramare, chi pensa ad un futuro su spiagge lontane, chi vuol togliersi segreti dalla coscienza, chi cerca il conforto della scoperta del sesso. E poi ci sono sei personaggi, in una stanza, che stanno seduti a bere, cantare, raccontarsi storie e regalarsi vicendevolmente i probabili ultimi momenti di serenità. L’essenza delle dinamiche di onore e sentimento di Game of Thrones è racchiusa nella scena tra quei sei personaggi, il cui culmine, Jamie che nomina Brienne cavaliere, è forse uno dei momenti più toccanti dell’intera serie.

Lo è perché Jamie e Brienne, tra i tantissimi accoppiamenti bizzarri di personaggi che la serie ha proposto, hanno sempre funzionato benissimo insieme. Lo è perché è un atto sincero, tremendamente umano, che nel contesto del momento a cui si preparano assume ancora più forza. In pratica, è una delle pochissime scene, in una serie densa di odio reciproco, macchinazione e omicidi, in cui i personaggi fanno in maniera disinteressata qualcosa per l’altro. Pur provenendo da mondi diversissimi.

La bellezza della generosità, e la forza del sorriso, sono forse le uniche armi a disposizione per combattere morte e distruzione che incombono. La prossima settimana gli spettatori soffriranno, soprattutto perché in questa puntata si sono riavvicinati a tutti i personaggi. Li abbiamo visti nel loro lato più fragile e empatico, e stretti attorno a noi. Li abbiamo conosciuti e capiti come mai prima d’ora.

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Emanuele D’Aniello

Mike Stern in concerto a Roma stupisce e trasporta il pubblico

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L’entusiasmo di un ragazzino e l’esperienza di un veterano 

Ascoltare la Mike Stern Band suonare, in concerto a Roma, ancora con la stessa energia, lo stesso entusiasmo di una band di giovani musicisti nel pieno del loro entusiasmo è un emozione che difficilmente trova parole che possano esprimerla. Il chitarrista americano ha saputo creare quell’atmosfera di intimità con il pubblico in sala. Ne è scaturita una serata di jazz e fusion di altissima qualità, unica nel suo genere, coinvolgendo tutti i presenti.

Ad assistere al concerto un pubblico romano numeroso, giunto per l’occasione nella prima delle sue quattro date italiane. L’esperienza di Mike Stern e dei musicisti ha reso la serata, un evento memorabile. Il successo è stato riscontrato sia per chi aveva avuto modo di assistere ad altri suoi concerti, sia per chi come me, era la prima volta che assisteva ad un’esibizione di questi fantastici musicisti.

Una Mike Stern Band in forma smagliante quella salita sul palco romano lo scorso 12 aprile, piena di vitalità e voglia di suonare.

Una biografia degna di invidia

Per chi non conoscesse la biografia di questo chitarrista basti sapere che ha iniziato la sua carriera quando viene notato da un altro gigante delle sei corde come Pat Metheny. Sarà lui a introdurlo al suo percorso che in breve tempo lo porterà a collaborazioni con musicisti quali: Miles Davis, Billy Cobham e Jaco Pastorius.

Con lui sul palco a formare la Mike Stern Band sono saliti: Dave Weckl, batterista con cui collabora da molti anni, Bob Franceschini, al sax e Tom Kennedy al basso. I quattro hanno dato vita ha un concerto che ha ripercorso la carriera del chitarrista. Si parte con Nothing Personal brano scritto da Michael Brecker che ha tenuto il pubblico incantato per i primi quindici minuti. A seguire una splendida ballata Avenue B eseguita, per l’occasione, a velocità superiore rispetto alla versione dell’album. Prova della splendida forma in cui versano ancora oggi questi musicisti.

concerto Roma
                                                                                    Mike Stern

Il concerto diviso in due set, ha ospitato anche brani più recenti come Trip, tratto dall’omonimo ultimo lavoro di Mike Stern uscito nel 2017. Ovviamente, non poteva mancare una jam, durante la quale i musicisti hanno improvvisato assoli colmi di groove e melodia che hanno trascinato il pubblico in una trance ipnotica dalla quale, alcuni di noi, stanno ancora tentando di uscire. Finale a sorpresa con un tributo a Jimi Hendrix: Red House in pieno stile fusion, brano sul quale i musicisti hanno dispiegato ulteriormente tutte le loro doti tecniche improvvisando assoli da perdifiato.

Groove, melodia e trasporto ingredienti essenziali della musica di Mike Stern nel concerto di Roma

Una capacità di entrare così dentro la musica, dopo tanti anni di palchi di tutto il mondo è veramente ammirabile e lodevole. Anche quando si sta in un ambiente intimo e non eccessivamente grande come è quello del Crossroads. Questa intimità ha concesso una sintonia tra il pubblico e i musicisti che nei grandi eventi è quasi sempre difficile che si crei.

Non possiamo quindi che ringraziare questo straordinario chitarrista e tutti i musicisti per la splendida serata che hanno regalato al pubblico romano. Pubblico composto di questo concerto a Roma, per altro, da molti giovani, sinonimo che non è vero che la musica sta morendo e che, invece, è più che mai viva e sentita anche dalle nuove generazioni. Speriamo, quindi, di poter continuare a recensire concerti così belli.

Tommaso Fossella

Il Silenzio dell’Acqua: gli adulti sono così prevedibili

È andata in onda dall’8 marzo, “Il Silenzio dell’Acqua”, la serie tv firmata canale 5, diretta da Pier Belloni, che segue l’ondata dello scenario thriller del palinsesto, per citarne alcune: “Non mentire”, “Scomparsa”.

Iniziamo dalla trama: cattura il pubblico. Un intreccio di eventi, azioni, colpi di scena che lasciano lo spettatore incollato al piccolo schermo. Tutto parte dalla morte di una giovane ragazza, Laura Mancini. Bella, brava, amata da sua madre e dai suoi amici, insomma nessuno può pensare di poter avercela con lei.

La storia nasce in un piccolo comune, Castel Marciano, nelle vicinanze di Trieste.

Il paesino è molto piccolo e tranquillo e nessuno potrebbe mai pensare che vi si possa celare un odio così forte e radicato. Già solo a partire dal contesto si evince il taglio della serie: il male lo possiamo trovare ovunque, nella grande metropoli, ma anche nel paesino di mare o di montagna. E soprattutto, il male può celarsi dietro una faccia pulita, può essere rappresentato dal parroco del paese, dal buon padre di famiglia, dalla madre premurosa, dalla compagna di banco con la quale si condividono segreti e passioni. Insomma, il male non ha un nome unico, non è riconoscibile subito.

Lo stesso Robert Stevenson scriveva “Tutti gli esseri umani che incontriamo sono una mescolanza di bene e di male.” E ciascun protagonista, a modo suo, con il suo carattere, le sue peculiarità, porta con sé esattamente quello di cui Stevenson ci parla; una miscela tra bene e male.

Passiamo al cast: ammetto che avevo dei pregiudizi, in particolare sull’attore protagonista, Giorgio Pasotti. Figura che assimilavo alla nota pubblicità di dolci per la colazione. Invece mi ha sorpreso! E sono sicura che ha sorpreso anche la maggior parte degli spettatori. Giorgio Pasotti si cala perfettamente nei panni dell’ispettore Andrea Baldini, e lo stesso vale per l’intero cast. Ambra Angiolini regala un pathos incredibile al suo personaggio, Luisa Ferrari. Ma non è la sola… Molti i giovani, brillanti attori, ci dicono molto anche solo attraverso uno sguardo.

silenzio dell'acqua
Silenzio dell’acqua Mediaset Fiction

È proprio vero comunque, fino all’ultima puntata non si capisce chi sia l’assassino. Quasi possibile capirlo. Da qui si coglie in pieno la solidità dell’impianto complessivo della sceneggiatura. Non sveleremo certamente qui né gli indizi, né tanto meno l’assassino.
Comunque una buona mini serie nel complesso che personalmente mi ha davvero tenuta “incollata” al piccolo schermo!

Riprendiamo qui una frase che dirà uno dei personaggi della storia: “Gli adulti siete così prevedibili“… Una frase che fa riflettere e mette in risalto quello che rappresenta il filo conduttore di quasi tutta la trama: il divario che si può creare tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi.

silenzio dell'acqua
Silenzio dell’acqua Mediaset Fiction

Serena Cospito

 

Gomorra: la serie 4×07/4×08, non fidarsi è meglio

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Fin dall’inizio, il metodo degli autori di Gomorra per togliere ogni glamour dalla storia e dai personaggi è stato chiaro: circondarli dalla morte. Impellente, prevedibile, continua.

Da un lato è un sistema quasi naturale, essendo questa una serie tv di genere crime. Dall’altro lato, la prevedibilità della morte è riuscita a dare una forza tematica ancora più propulsiva, rinchiudendo i protagonisti nel loro fatale destino del quale sono pienamente consapevoli.

Ma c’è un problema. Ovvero, come questo metodo è stato narrativamente usato dalla serie. Fin dall’inizio ad essere onesti, e in maniera ancora più lampante in queste due nuovi episodi.

La morte dei personaggi spessissimo è stata l’unica arma narrativa usata, talvolta con estrema facilità. E, seppur debba essere prevedibile per i personaggi, non dovrebbe mai esserlo per noi spettatori. Invece, quasi sempre Gomorra: la serie quando decide di “far fuori” un personaggio, struttura l’intero episodio attorno a loro.

Può funzionare nella costruzione di capitoli di un grande romanzo, come questa 4° stagione è letteralmente disegnata, con ogni episodio che pare autonomo dagli altri. Ma non può funzionare nel lungo termine, poiché annulla completamente l’impatto dell’avvenimento. Improvvisamente, un episodio si concentra su un personaggio a lungo tenuto in secondo (talvolta terzo) piano, e ci chiede di empatizzare o quantomeno interessarci alla sua sorte nello spazio di 40 minuti. Oltretutto, ci chiede di farlo proprio nel momento in cui il suo destino è diventato telefonatissimo.

Una scivolata narrativa che diventa vero difetto considerando quanto è stato usata questa identica struttura dalla serie (addirittura in entrambi gli episodi di questa settimana). E che, onestamente, toglie anche un po’ di tragicità agi eventi raccontati: il doppiogiochismo tra gli Alleati e l’incapacità di Gennaro di uscire dal proprio mondo.

In sostanza, due buone puntata nelle quali però gli spettatori potevano leggere con largo anticipato ogni evento e sviluppo. Arrivati già oltre metà stagione, a Gomorra: la serie è lecito chiedere un po’ di più.

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Emanuele D’Aniello

London calling: i consigli per visitare Londra

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Sarà che è arrivata la primavera, sarà che le ultime ferie sono un ricordo lontano, sarà che la voglia di evadere si fa pressante, ma a noi è venuta una gran voglia di prenotare un viaggio.

È per questo che abbiamo pensato di scrivere una rubrica a tema, dove darvi tutti i consigli per visitare le più belle città europee, perché già vi immaginiamo su un sito per prenotare aerei e alberghi.

Partiremo da Londra, la capitale del Regno Unito, una metropoli dai mille volti, ricca di storia, musei, eventi e opportunità.

PER COMINCIARE…

Londra ha ben 5 aeroporti. Ad eccezione dell’aeroporto di London City, tutti gli altri 4 aeroporti son distanti dal centro città.

Noi vi consigliamo di atterrare a Heathrow o a Gatwick: dal primo è possibile prendere la metro per raggiungere il centro; dal secondo c’è un treno che vi porta alla stazione di Victoria Station.

In ogni caso non dimenticate di acquistare subito una Oyster card, che sarà il vostro lasciapassare per muovervi coi mezzi pubblici.

MUSEI

Londra con i suoi musei gratis è un paradiso per gli amanti dell’arte.

Se siete in città non potete non fare un giro al British Museum (fermata della metro: Tottenham Court Road oppure Holborn) dove troverete la famosissima Stele di Rosetta e le decorazioni architettoniche del Partenone di Atene. Inoltre, qui gli appassionati dell’Antico Egitto troveranno la seconda più grande collezione al mondo di oggetti provenienti da quella civiltà del passato.

La National Gallery domina su Trafalgar Square (Charing Cross Station è la vostra fermata metro) e ospita alcuni capolavori universali dell’arte. Potrete ammirare La Vergine delle rocce di Leonardo, il Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan van Eyck, i Girasoli di Van Gogh, solo per nominarne alcuni.

Sempre gratuitamente, avete la possibilità di visitare la galleria d’arte moderna Tate Modern e il Victoria and Albert Museum. Se amate la scienza non potete perdervi né il Natural History Museum, né il Science Museum, entrambi raggiungibili a piedi dalla fermata Gloucester Road.

LIBRI E LETTERATURA

Tante sono le personalità letterarie legata alla città di Londra: Charles Dickens, Virginia Woolf, Conan Doyle, Ian Fleming, Oscar Wilde, J.K.Rowling e tanti altri.

Se siete degli adulti eterni bambini e Peter Pan è il vostro idolo, andate a rendere omaggio alla statua a lui dedicata nei giardini di Kensington, approfittandone anche per passeggiare in questo meraviglioso parco.

Fan di Harry Potter? Andate alla stazione di King’s Cross: il binario 9 e 3/4 vi attende insieme a un simpatico carrello per metà scomparso nel muro. Se ciò non vi basta, potete visitare i set autentici della saga negli studi della Warner Bros, passeggiare per il Millennium Bridge, andare a cercare il numero 12 di Grimmauld Place in Claremont Square oppure il Paiolo Magico all’interno dell’ottico che si trova al numero 42 di Bull’s Head Passage.

Per chi ama il teatro, la tappa obbligatoria è il Globe Theatre, situato nella parte sud di Londra a pochi passi dal Tate Modern.

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Globe Theatre

SERIE TV

Appassionati di Sherlock abbiamo una serie di tappe che potrebbero fare al caso vostro! Ovviamente, dovete andare al numero 221 di Baker Street (scendendo all’omonima fermata della metro) dove troverete una statua dedicata al personaggio di Doyle e anche il museo con dentro la ricostruzione dell’appartamento del detective. Ma se volete vedere la strada che è Backer Street, 221 nella serie, dovete assolutamente recarvi in Northumberland Street (la fermata della metro più vicina è Charing Cross Station). Qui troverete anche la tavola calda Speedy’s Cafè vista diverse volte nel corso della serie. Potete fermarvi anche a mangiare un boccone, ammirando così alcune foto del personale insieme agli attori del cast. Al di là dei luoghi più noti presenti nello show, come Piccadilly Circus o il Big Ben, potete recarvi al St. Bartholomew’s Hospital (vicino la stazione metro St. Paul) o a Leinster Gardens, via dove hanno girato alcune scene clou del finale della terza stagione.

LUOGHI DELLA MUSICA

Da sempre Londra è fucina di arte e musica. Non è un caso che la capitale inglese abbia ospitato molti cantanti e gruppi diventati famosi in tutto il mondo e seguiti da milioni di fan, primi fra tutti i Beatles.

Tutti conosciamo le famosissime strisce pedonali di Abbey Road immortalate nella copertina del dodicesimo album dei Beatles. Abbey Road si trova nel quartiere di Camden, alla fermata metro di St. John’s Wood, sulla Jubilee Line. Da lì, si scende verso Groove End Road e si arriva ad un incrocio, proprio quell’incrocio che state cercando. A Soho, invece, al numero 3 di Savile Row, si trova la sede della Apple Records, sul cui tetto si tenne l’ultimo concerto dei Beatles, il 30 gennaio del 1969.

Se siete fan dei Queen vi consigliamo di fare una capatina alla casa in cui ha abitato Freddy Mercury, che si trova in Logan Place, una piccola strada residenziale a Kensington.

Berwick Street è invece la strada del centro di Londra che gli Oasis scelsero per la copertina del loro album (What’s the Story) Morning Glory?.

Prima di partire vi consigliamo poi di monitorare i concerti previsti nei giorni in cui sarete a Londra: i luoghi in cui si può assistere ad eventi straordinari sono il Royal Albert Hall, The O2, SSE Arena, la Roundhouse e il  London Palladium.

RISTORANTI E CUCINA

Una volta a Londra, non potete non provare il famosissimo fish and chips. Vi consigliamo di provarlo al Shakespeare’s Head Pub che troverete passeggiando in Carnaby Street, una delle vie storiche in cui si potevano trovare numerose botteghe d’abbigliamento maschile e femminile.

Ma Londra è soprattutto una città internazionale dove diverse culture gastronomiche si incontrano. Lo capirete facendo un giro per Camden Town. Lì troverete diverse bancarelle che offrono le pietanze più disparate.

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Il pub Shakespeare’s Head

VITA NOTTURNA

Sull’onda dell’entusiasmo per la musica vi proponiamo il Ronnie Scott’s, un locale accogliente dove è possibile prendere parte a delle avvincenti jam session. Questo bar è un vero e proprio tempio del jazz: da qui sono passati i più grandi artisti della storia.

Il Nightjar è un bar incredibile, dove si può ascoltare dell’ottima musica jazz dal vivo e bere dei drink che non troverete in nessun altro posto.

Non a caso il Nightjar è entrato nella classifica dei migliori 50 bar al mondo: qui i cocktail sono delle vere opere d’arte. Gli ingredienti, di primissima scelta, sono miscelati sapientemente per creare intrugli inediti e golosissimi.

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Il menù del Nightjar

IL CONSIGLIO CULTURALE

Be polite! La traduzione italiana di “politeness” è educazione, garbo, cortesia. In realtà la politeness è una vera e propria cultura.

Tra le parole più pronunciate dagli inglesi ci sono sorry, thanks e please. Ricordatevi di ringraziare sempre, di chiedere “per favore” quando ordinate un caffè e di scusarvi se urtate un passante.

DA NON PERDERE PER FEDERICA…

Prendetevi del tempo per passeggiare nei magnifici parchi di Londra. Hyde Park, Green Park, St. James’ sono i più noti, ma se cercate qualcosa di più “periferico” e di meno conosciuto, andate a Battersea Park. Un tempo luogo dove si svolgevano duelli, oggi ospita uno zoo per bambini, attrezzature sportive e un laghetto dove è possibile fare un giro in barca. Troverete anche la Pagoda della Pace.

DA NON PERDERE PER VALERIA… UN TOUR PER LA STREET ART DI BANKSY

Banksy è il massimo esponente della street art contemporanea e le strade di Londra sono state un vero museo a cielo aperto. Uso il passato perché il murales per definizione è una forma d’arte soggetta al deterioramento e, di conseguenza, molte opere di Banksy nel tempo sono andate perse. Fortunatamente molte altre sono ancora presenti da Shoreditch a Portobello Road. Per localizzarle, potete usare un’applicazione grazie alla quale è possibile programmare un tour dei graffiti dell’artista.

Federica Crisci

Valeria de Bari

Maestre d’amore: i consigli di Ovidio in chiave pop

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All’Ar.Ma Teatro di Roma lo spettacolo “Maestre D’Amore” porta in scena i precetti di Ovidio in una nuova vivacissima veste.

Se pensate che i classici facciano sbadigliare, evidentemente non avete letto nulla di Ovidio. Il praeceptor amoris che visse a cavallo tra il I secolo a.C e il I d.C., meglio noto per il gigantesco compendio mitologico che prende il nome di Metamorfosi, ha ancora qualcosa da insegnare alla sua migliore alunna: l’umanità.

Passano i secoli, ma i consigli del poeta di Sulmona, non solo sono ancora straordinariamente attuali, ma fanno anche sorridere. Specialmente se a portarli in scena sono le tre pimpanti attrici della compagnia PolisPapin, che noi di CulturaMente avevamo già apprezzato per lo spettacolo Talia si è addormentata.

Lasciatevi incantare da “Tália si è addormentata” e tornerete bambini

Le tre maestre d’amore fondono i meravigliosi precetti ovidiani tratti dai Remedia Amoris e dall’Ars Amatoria e realizzano una piccola guida moderna per gli amanti.

Dall’arte della seduzione a quella della dissimulazione, il trio passa al crivello con dissacrante ironia tutte le tipologie di donne – la vergine, la vedova, la traditrice, la moglie – senza dimenticare gli uomini ovviamente.

Il gioco tra i sessi è narrato, ma anche cantato e musicato dalle tre attrici, che sono riuscite nell’impresa di rendere Ovidio assolutamente pop.

Lo spettacolo coinvolge pienamente anche il pubblico nel piccolo Ar.ma Teatro di Roma, dove un’ora scorre veloce al ritmo dei jingle e delle battute di Cinzia Antifona, Valentina Greco, Francesca Pica; quest’ultima è anche autrice delle musiche.

Tutto lo show è raccolto il pochi metri quadrati, nella semplice ma dettagliatissima scenografia di Domenico Latronico. Meritano una menzione anche ai bei costumi di Cunegonda La piccola Costumeria.

Per concludere, Umberto Eco diceva che un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire e questo spettacolo non può che confermare tale celebre affermazione. Aggiungo, però, che sta anche nella bravura della compagnia rendere fruibile una lettura che per alcuni può risultare ostica o addirittura noiosa, come quella di un poeta vissuto oltre venti secoli fa.

Duemila anni di Ovidio: un amore senza età

Alessia Pizzi

“In the end”: il nuovo album dei Cranberries sarà anche l’ultimo della band

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I Cranberries hanno annunciato che “In the end”, l’album in uscita il prossimo 26 aprile, sarà il loro ultimo lavoro.

Il disco è composto da canzoni su cui Dolores O’ Riordan aveva lavorato prima della sua morte, avvenuta il 15 gennaio del 2018.

Eileen O’Riordan, la madre di Dolores, ha affermato:

“Non riesco a pensare ad un modo migliore per commemorare l’anniversario della morte di Dolores […] Lei era eccitatissima all’idea dell’uscita di questo nuovo album […] Non ho dubbi sul fatto che sarebbe contentissima di questo annuncio”.

E dopo l’uscita del disco i Cranberries si scioglieranno definitivamente. Lo ha dichiarato Noel Hogan in un’intervista al Guardian:

“Faremo uscire questo album e poi sarà chiusa lì. Non c’è nessun bisogno di continuare”.

Lo scorso 15 gennaio, in occasione del primo anniversario della scomparsa di Dolores, i Cranberries hanno rilasciato il loro primo singolo tratto da questo ultimo lavoro: All Over Now, un titolo alquanto suggestivo e premonitore.

Dovremo aspettare qualche giorno per ascoltare l’intera tracklist, ma nel frattempo vi propongo una playlist della band irlandese, con canzoni dagli anni ‘90 ad oggi.

The Cranberries. Dreams – 1993

The Cranberries. Zombie – 1994

The Cranberries. Salvation – 1996

The Cranberries. Promises – 1999

The Cranberries. Animal instinct – 1999

The Cranberries. Just my immagination – 1999

The Cranberries. Analyse – 2001

The Cranberries. Stars –  2002

The Cranberries. Time is ticking out – 2002

The Cranberries. Tomorrow – 2011

The Cranberries. Why – 2017

Valeria de Bari

Immagine in copertina tratta da Axs.

“7 Minuti” quando i diritti diventano un lusso

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Il dramma dei lavoratori che lottano per difendere dei diritti. Lo scontro fra bisogni e ideali, il serrato confronto fra generazioni, questo e molto altro è “7 Minuti” lo spettacolo scritto da Stefano Massini andato in scena al Teatro Studio di Roma.

La sensazione che molti spettatori provano prima ancora che lo spettacolo “7 Minuti” inizi, è di essere davvero all’interno di una fabbrica, nel pieno di una decisiva vertenza sindacale.

Impressione che si acuisce quando le bravissime attrici, allieve dell’Accademia Fondamenta La Scuola dell’Attore,  entrano in scena e allora la finzione diventa realtà.

Grazie alla particolare conformazione del Teatro Studio, che non prevede un vero palco, tanto più un boccascena o una platea, ogni spettatore è davvero catapultato in mezzo a quelle nove operaie.

L’allestimento, infatti, si svolge volutamente in un ambiente industriale, nel padiglione di una ex fabbrica ora adibito a spazio culturale e sede di Fondamenta La Scuola dell’Attore.

Ecco, allora, che grazie alla magia del teatro si è davvero all’interno di una stanza di una grande fabbrica.

Si sentono i rumori assordanti e ripetitivi, si annusano gli odori acri, si percepiscono le tensioni.

Scritto da Stefano Massini nel 2015, autore anche del bellissimo 55 giorni L’Italia senza Moro, “7 Minuti” è uno straordinario esempio di teatro sociale.

In scena sale il lavoro, una volta diritto inalienabile, oggi un lusso, un regalo da accettare senza poterlo nemmeno scartare.

Ispirato a una storia vera accaduta in Francia, il testo teatrale di Massini, nel 2016 è stato portato sul grande schermo da Michele Placido.

Ne nacque un film intensissimo, con nel cast una straordinaria Ottavia Piccolo e una convincente Fiorella Mannoia, all’esordio su un set cinematografico.

La trama dello spettacolo è semplice, ma drammatica.

Chiuse in una stanza, nove rappresentanti del Consiglio di Fabbrica di un’importante azienda tessile, da poco passata di proprietà a una multinazionale straniera, devono prendere una decisione relativa al loro futuro e a quello di altri 200 lavoratori.

I temuti licenziamenti sono stati evitati, così come le possibili decurtazioni dello stipendio.

C’è una sola, apparentemente insignificante condizione, che la nuova proprietà pone alle nove delegate.

Nella lettera che ognuna di loro ha ricevuto è scritta una piccola clausola che dovranno decidere se accettare o meno.

I capi, le cravatte come sono sarcasticamente chiamati, chiedono a operaie e impiegate della fabbrica di rinunciare a sette minuti della loro pausa di quindici minuti.

Una richiesta minima a fronte del rischio di perdere il lavoro o comunque di veder ridotto il già magro stipendio.

Fra le delegate serpeggia un palpabile entusiasmo per lo scampato pericolo.

Il lavoro è salvo, un raggio di sole, seppur pallido, filtra nel grigio cielo che sovrasta la fabbrica.

Bisogna solo votare, una mera formalità che le delegate desiderano espletare nel minor tempo possibile per tornare alle loro vite, fuori di lì.

Ma una di loro, Bianca, la più anziana nonché portavoce delle delegate, non è convinta di votare a favore di quella richiesta. Chiede alle altre colleghe di poter discutere la questione, di non liquidare il tutto con una semplice, sbrigativa adesione.

Le prega solo di riflettere, di andare oltre l’apparenza di quella richiesta.

Si tratta di un diritto che si trasforma in lusso, di minuti che diventano, a fine anno, centinaia di ore regalate alla proprietà.

Significa accettare un pericoloso precedente, aprire le porte all’incertezza, acconsentire a un ricatto che lacera, trasformando esseri umani in belve affamate.

Ecco che un voto scontato si trasforma in un’accesa discussione.

Il vissuto, la cultura, le esperienze, le paure, i desideri di ognuna di quelle delegate emergono con virulenza, rabbia, partecipazione.

Nove donne, nove storie che nel chiuso di una stanza si sbranano, costrette a quel gioco al massacro dall’arroganza di un sistema che trasforma lavoratori in numeri, uomini in cartellini da timbrare a inizio e fine turno.

Un testo amaro, drammaticamente attuale, perfettamente reso da tutte le bravissime attrici, che sono un tutt’uno con il loro personaggio.

La saggezza di Bianca, le certezze di Ariana, i dubbi di Ornella, gli incubi delle due operaie straniere che la paura l’hanno vista più volta in faccia e che vorrebbero non sfiorarla più.

Nel suggestivo spazio del Teatro Studio anche gli spettatori sono chiamati a porsi delle domande, a chiedersi se sia più giusto lottare per un ideale o  accettare un piccolo, apparentemente insignificante ricatto, per poter continuare a lavorare e a sopravvivere.

Anche loro saranno chiamati a votare, ad accettare o meno la rinuncia a sette minuti.

E quando arriva il momento di decidere, il peso di quella definitiva scelta, di quel voto, è come un macigno sulla nostra sempre più distratta coscienza.

Un grande, infinito applauso saluta tutte le attrici in scena: Benedetta Nicoletti, Ludovica Alvazzi Del Frate, Giulia Bruni, Elisa De Paolis, Rebecca Giorgi, Maria Beatrice Giovani, Vanessa Litteri, Alisia Pizzonia, Marika Ruta e la piccola Silvia Catalano.

Complimenti alla regista Paola Maffionetti, a Fondamenta Teatro e Teatri che ha prodotto lo spettacolo e all’Associazione “Ritmica Tuscolana” e un sentito grazie all’Ufficio Stampa Federica Guidozzi per la fattiva e cordiale collaborazione.

Il teatro non è solo magia, sublimazione della parola, ma anche impegno e speranza di un futuro, nonostante tutto, migliore.

«Che siamo disposte a fare per lavorare?

Tutto siamo disposte a fare.»

Testo: Maurizio Carvigno

Foto: Teatro Studio