Dalle recensioni alla narrativa: l’esordio letterario di Giulia Ciarapica

scrittori italiani

Lo scorso 2 Aprile è uscito in libreria “Una volta è abbastanza”, primo romanzo della book blogger Giulia Ciarapica, edito da Rizzoli editore. Dopo aver letto e recensito il libro, abbiamo deciso di fare due chiacchiere con lei.

Giulia è una giornalista e blogger marchigiana che avevamo già incontrato lo scorso anno con il suo manuale di bookblogging:

Come scrivere per il web e vivere felici. Manuale per aspiranti book blogger!

Ora però è passata “dall’altra” parte. Ora, infatti, è lei oggetto di recensioni e analisi. Data la sua energia e disponibilità, siamo andati ad intervistarla.

Una volta è abbastanza, un viaggio nel dialetto marchigiano

Anni di lavoro sui social, da Tweeter a Youtube, e poi lei: la scrittura. Vuoi raccontarci come è nata questa avventura?

La scrittura è arrivata nell’unico momento possibile, quello giusto. È arrivata quando avevo maturato ormai la coscienza di un percorso personale e familiare che credevo andasse raccontato. In concomitanza con questa idea – che era davvero solo un’idea – è arrivato anche l’editore, una coincidenza bellissima e a suo modo magica. Io non sono una nativa digitale, mi sono dovuta abituare ad utilizzare degli strumenti come Twitter, YouTube, Facebook e soprattutto Instagram, e non sempre è stata una cosa immediata e semplice da gestire. La mia più grande passione è la scrittura (dunque, come è ovvio, la lettura), e con questa prima prova di narrativa mi è sembrato di tenere fede al mio grande amore iniziale. È tutto molto bello e soprattutto autentico.

Parliamo un po’ del tuo romanzo, che in una stories IG hai definito “il tuo bambino”. C’è molto di te, della tua famiglia, ci sono molte figure importanti. Quali sono state le maggiori difficoltà nel descrivere dal “di fuori” personaggi che conosci molto bene.

In realtà io ho conosciuto solo due persone presenti in questo primo romanzo, ossia i miei nonni materni Valentino e Giuliana. Gli altri, nonostante siano quasi tutti personaggi realmente esistiti, non ho avuto il piacere di conoscerli in vita. In generale non ho avuto grandi difficoltà a raccontare le loro vite, piuttosto mi sono trovata in imbarazzo a rileggere certi passi nella speranza di non aver offeso in qualche modo la loro memoria. Sai, il rischio per me era quello di non essere fedele alla loro natura audace, volitiva, piena di grinta. Mi sarebbe molto dispiaciuto non rendere loro giustizia. Spero di avercela fatta.

Nella mia recensione ho parlato tanto di dialetto marchigiano, grande protagonista del romanzo. Puoi raccontarci il tuo legame personale con il dialetto? Al di là della stesura del romanzo, quale posto occupa il vernacolo nella tua vita?

Beh, io sono attaccatissima alle mie origini e quindi anche al mio dialetto. Lo parlo tutti i giorni con i miei amici, in famiglia, è una cosa di cui non posso fare a meno perché è parte di ciò che sono. Poi, anche per via degli studi che ho fatto, orientandomi soprattutto sulla filologia e sulla glottologia, credo sia normale poi sviluppare un grande interesse per le lingue e per i vari dialetti d’Italia, in primis per il proprio. Il dialetto è a tutti gli effetti una lingua, ed era l’unico modo concreto che avessi per rendere meglio certe atmosfere, per caratterizzare i personaggi, per restituire loro veridicità. Dopotutto, siamo nel 1945, a Casette d’Ete, nella provincia selvaggia o un po’ ostile delle basse Marche, in compagnia di personaggi che a malapena hanno terminato la quarta elementare.

“Una volta è abbastanza” è un romanzo delle radici, della famiglia, prima ancora di tanti altri aspetti. È però una famiglia diversa, lontana nel tempo da quella che viviamo oggi. Tenendoci lontani da argomenti scottanti, mi ha affascinato rivedere una dinamica molto comune del centro Italia, ossia quella della nascita del nucleo familiare intorno al lavoro (e viceversa). Nel tuo romanzo, famiglia e lavoro sono strettamente connessi. Trovi che tale legame racconti una società molto diversa?

L’Italia in generale ma le Marche in particolare sono famose per l’organizzazione di aziende a conduzione familiare. È un aspetto su cui ho puntato molto, come dici anche tu, proprio perché ritengo che si parta anche da qui per raccontare un’Italia che oggi non esiste quasi più. Quella che ho cercato di descrivere era un’Italia poverissima, misera, che avrebbe dovuto reinventarsi da cima a fondo, e che proprio perché non possedeva nulla, sentiva di avere in mano il futuro e soprattutto la voglia di farcela. Molto spesso il fatto di non avere nulla è il punto di partenza ideale per progettare il domani partendo da zero, senza la paura di mettersi in gioco, proprio perché non si ha niente da perdere. Questo è quello che mi piace definire “shining”, qualcosa che prima avevamo e che oggi ci manca. La famiglia faceva parte di questa “luccicanza”, anzi, ne era il fulcro, perché tutto partiva da lì, da quel luogo di affetti, di rancori e di grandi aspettative che è il nucleo famigliare. Oggi, forse, abbiamo un po’ perso il senso vero di famiglia, nonostante se ne faccia un gran parlare (e a volte, spesse volte, a vanvera).

Come hai tu stessa sottolineato durante la presentazione del libro a Osimo, tutta la tua famiglia lavora nel mondo delle scarpe, tranne tu. I libri sono la tua vita e la tua libreria ne è la prova più convincente. Quale credi sia il ponte, il legame che ti mantiene salda alle tue origini?

Rispondo a questa bella domanda descrivendoti il logo del mio blog, disegnato da Alessandro Boasso. Ho voluto che all’interno di un doppio cerchio venissero racchiusi due elementi: una penna e un martello da calzolaio. Che c’entrano, ti chiederai, una penna e un martello? Sono rispettivamente il mio presente e il mio passato, perché senza quello che sono stata, senza la memoria di ciò che la mia famiglia ha costruito, io non avrei potuto scegliere di diventare qualcos’altro e di raccontare la loro storia. E poi, era Franz Kafka che diceva una cosa molto vera: “Di una cosa sono convinto: un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”. La mia penna, in questo caso, non sarà un’ascia, ma un martello sì.

Ultima domanda che però chiude un po’ il cerchio. Volendo usare due termini cari a Machiavelli, nel tuo libro, attraverso il lavoro, viene messo in luce il rapporto della virtù dell’uomo contro le avversità della fortuna. È quello che più volte hai chiamato il “genio” che si manifesta in un’epoca in cui “non c’era niente”. Riflettendoci, però, non trovi che ci sia qualcosa di analogo in quello che è accaduto anche a te? Mi spiego meglio. Ti sei laureata in un momento di crisi economica generale (e nello specifico del mondo dell’insegnamento), ma sei comunque riuscita a trovare la tua strada, coniungando il tuo amore per la lettura e la scrittura con un lavoro nuovo e stimolante. Hai mai riflettuto su questo aspetto?

In realtà non ci ho mai riflettuto ed è bello che tu mi metta di fronte a questo punto di vista. Sono, come è chiaro, due momenti storici differenti, ma ognuno a suo modo, come ben sottolinei tu, possiede delle forti similitudini con l’altro. Forse proprio per questa – chiamiamola così – sinergia di coincidenze storiche ed economiche, abbiamo buone ragioni di credere che anche noi potremmo farcela. Con altri strumenti, con altre ambizioni, ma con la stessa tenacia di ieri. Basta solo capire qual è il punto di incontro tra ieri e oggi. Ed io me lo auguro.

Serena Vissani

Credits foto di copertina: Matteo Nardone

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