La protesta pacifica dell’arte contemporanea: intervista a Domenico Portale

Incontriamo Domenico Portale, un artista molto interessante e che sta facendo parlare di sé. Abbiamo apprezzato in passato la tua ricerca del colore e delle tue grandi superfici dove proietti le tue emozioni più profonde. Cosa ti ha spinto ad adottare questa particolare tecnica?

Le grandi superfici e il colore sono caratteristiche tipiche dell’arte metropolitana, tipiche dei murales urbani, nati proprio dalla necessità di alleviare il grigio del cemento. Oggi i nostri occhi sono ormai concentrati su schermi che divengono sempre più piccoli, destinati a un irreversibile miniatura tecnologica, e non è più solo il grigio del cemento che la nostra società si trova ad affrontare, l’arte in qualche modo deve cercare di allargare i diversi punti di vista, non di restringerli. Ecco perché dare spazio al colore e alla sua interpretazione è come tentare, non solo di superare i muri, ma addirittura di abbatterli del tutto.

Ti vedo attratto dalla street art e da tutte quelle forme d’arte nate nell’underground. Ti sei rivolto verso una dimensione più sociale o vuoi sperimentare un nuovo modo di comunicare?

Diciamo entrambe. Da una parte credo che la fonte di ogni arte sia in qualche modo radicata nel sociale, ciò che viviamo e osserviamo determina in che modo la nostra arte prenderà forma. Dall’altra penso che non ci siano forme di comunicazione sbagliata, il messaggio lanciato può essere sbagliato, ma mai il modo di lanciarlo. Una verità può essere dipinta, suonata, cantata o scritta in versi, rimarrà una verità. Io cerco di prendere ciò che considero verità e la espongo per abbracciare quante più persone.

Il tuo Cristo di legno raffigurato come un eroe più umano che icona della più grande religione occidentale sta facendo il giro del mondo. In cosa consiste questa tua provocazione pacifica?

E’ il simbolo di un sacrificio, che lo si voglia considerare dal punto di vista religioso o no. E’ l’immagine di un uomo che affronta la vita nella sua parte più difficile. E questo è un sentimento che accomuna ogni essere umano, di ogni religione o colore.
Siamo tutti eroi. Lo siamo nei piccoli gesti quotidiani, nelle difficoltà di ogni giorno. Dovremmo essere fieri di noi stessi, del nostro eroismo innato. Eroi in quanto esseri pensanti, in quanto essere umani in un mondo che a volte sembra non essere a nostra misura.

La street art è ormai la forma creativa più diffusa nei giovani di oggi: ci sono murales persino sul muro che divide i confini palestinesi da quelli israeliani e Bansky è diventato una leggenda dell’arte metropolitana. C’è’ bisogno secondo te di ideali o è l’arte a diventare più prosaica?

Negli ultimi anni la distanza tra arte e pubblico sembra si sia assottigliata molto, ma credo ci sia meno empatia verso le opere d’arte. Siamo bombardati giornalmente da informazioni, suoni e immagini ed è difficile in una frenesia del genere fermarsi un istante a osservare qualcosa di particolarmente bello, e ancor più difficile è registrarlo nella mente in modo da non dimenticarlo. Credo che l’arte debba parlare il linguaggio della gente e far riflettere. Il fatto che la street art stia crescendo sempre di più in qualità e visibilità è segno che si sta tornando a forme di comunicazione più dirette, più incisive, senza l’ausilio di intermediari.

Quanto i tuoi studi di scenografia hanno influenzato Le tue opere che hanno un grande impatto emotivo alla vista? Quali maestri ti hanno influenzato durante il periodo accademico?

Beh, sicuramente molto dal punto di vista della costruzione. L’idea di un’arte da vivere e non solo da osservare nasce da lì. L’interazione con l’opera è fondamentale, crea nuovi spunti da soggetto a soggetto, trasformando un’opera, altrimenti statica, in un percorso dinamico e personale, in un’esperienza aperta a tutti. Non ho avuto maestri nel vero e proprio significato del termine, ma potrei nominare Keith Haring per cominciare, Andy Warhol ovviamente, ma direi che una buona dose di tecnica e passione mi è giunta dal verismo, una corrente che considero fondamentale per lo sviluppo odierno dell’arte.

Cosa pensi dell’arte contemporanea e della performazione? La croce vista come un gioco antico di strada come “la campana” ha una valenza simbolica lei tuoi improvvisati format quotidiani?

Credo che l’arte contemporanea sia lo specchio del nostro tempo, nel bene o nel male. Ognuno ha una dose d’arte dentro di sé fin dall’infanzia. La sviluppiamo con i primi pensieri, con le prime opinioni, con le prime felicità e con le prime delusioni. Darle voce è più difficile, e quando ci si riesce è sempre un traguardo raggiunto. La scelta di un gioco di strada per la mia opera, un gioco di aggregazione ormai direi arcaico, è un invito a ritornare alle origini di noi stessi, per poi poter meglio capire la nostra personale evoluzione e la nostra forza. Ricordare il passato e le sue difficoltà per apprezzare la strada che si è percorsa, come eroi.

Grazie Domenico, Culturamente continuerà a seguirti nel tuo viaggio artistico. Ci sentiamo anche noi eroi del nostro tempo.

https://www.facebook.com/domenicoportaleartista/

https://www.instagram.com/domenicoportaleartista/

Antonella Rizzo

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui