In libreria ed in fumetteria dal 25 maggio “Hollywoodland” il nuovo volume inedito per Sergio Bonelli Editore.
La casa editrice Bonelli accompagna da sempre le letture grafiche di grandi e piccini. Difatti, vanta la più vasta produzione di letteratura disegnata, interamente italiana, che si sia data nel nostro Paese dal periodo prebellico a oggi.
Tra i più famosi Tex, il cui personaggio venne concepito dalla genialità creativa dello stesso Giovanni Luigi Bonelli. Tex Willer ormai icona dell’immaginario collettivo è ad oggi la più famosa e duratura serie di fumetti italiani.
Incipit doveroso per chi, non amante del genere, non conosce i fumetti.
Perché approcciarsi alla lettura di un graphic novel?
Per farsi trascinare nelle atmosfere affascinanti e misteriose degli anni Venti nella Mecca del Cinema.
Dove mille luci sfavillanti si spengono: non è un’altra vita o qualcosa di più ma forse soltanto un sogno.
Una composizione circolare ad “Hollywood – land” tra le luci dello Star System e le ombre dei traffici illegali che vivono in piena notte.
Prima che scomparisse il suffisso “land” quegli anni videro la trasformazione di quella città nata in mezzo al deserto. Un crocevia di bene e male. Un continuo alternarsi tra desiderio di rivalsa, speranza e aspettative disattese.
Soggetto e sceneggiatura sono di Michele Masiero. I disegni e la copertina a cura di Roberto Baldazzini.
Ma chi sono?
Michele Masiero è nato nel 1967 a Castelmassa (Rovigo). Diventa redattore della Sergio Bonelli Editore nel 1991. Tre anni più tardi è nominato curatore del personaggio di Mister No, per cui scrive numerose storie. In veste di sceneggiatore, collabora anche con Dylan Dog, Dampyr, Il Comandante Mark, con la collana “I Romanzi a Fumetti” e l’etichetta Audace. Dopo aver ricoperto il ruolo di redattore capo centrale, nel 2015 Masiero diventa il Direttore editoriale della Sergio Bonelli Editore.
Roberto Baldazzini è nato a Vignola (Modena) nel 1958. Pubblica la sua prima storia come professionista nel 1982, su “Orient Express”. Da allora, crea graficamente una galleria di personaggi femminili indimenticabili, primo fra tutti la diva Stella Noris. Maestro del fumetto erotico e della linea chiara, negli anni collabora con innumerevoli case editrici italiane ed estere. Con Hollywoodland riprende la sua collaborazione con Michele Masiero, iniziata nel 1991 sulle pagine della rivista “Cyborg”.
Tornando a balloon di Hollywoodland conosceremo un’America dimenticata. Il luogo delle grandi ricchezze per antonomasia appena uscito dalla Prima guerra mondiale si dovrà confrontare con solitudine, alcol, droga, tradimenti coniugali e artistici. Città estremamente legate agli scandali sessuali, allo spionaggio, alla politica, al crimine e all’omicidio. Il grande schermo statunitense ha accolto tutto questo, tanto sulla sua superficie iridescente quanto dietro di essa. È in queste atmosfere cupe e allo stesso tempo attraenti che si insinua la storia di fratelli Winter, delle loro passioni e delle loro disillusioni. Opposti per indole e vocazione, Danny e Monty non lo sanno ancora, ma sono attesi da un destino fatto di sfarzo e miseria, euforia e disperazione. A chiusura di Hollywoodland, una post-fazione di Gianmaria Contro e l’intervista a Roberto Baldazzini a cura di Marco Nucci.
Mahmood Soldi e il successo del secondo posto all’Eurovision in mondovisione, dopo aver vinto il 69° Festival di Sanremo.
Un talento giovane, già noto nel panorama musicale, sia per aver partecipato a Sanremo Giovani nel 2016, in gara con Ermal Meta e Franccesco Gabbani, che vinse con Amen, sia per aver scritto canzoni insieme ad alcuni cantanti della scena italiana attuale, come Marco Mengoni. eurovision italia
Il titolo dell’album, Gioventù Bruciata, è omonimo del pezzo con cui ha vintoSanremo Giovani, permettendogli così di partecipare alla gara con gli altri cantanti a Febbraio.
Gioventù Bruciata contiene le canzoni dell’EP omonimo più tre inediti e la versione di Soldi portata alla serata dei duetti con Guè Pequeño. La presenza del rapper è, a mio parere, irrilevante al valore della canzone: se ci fosse stato o no, non sarebbe cambiato niente. Anzi forse sarebbe stato meglio con qualcun altro.
Gioventù Bruciata ha sonorità internazionali, miste, che vanno oltre il Moroccan Pop, con cui si autoidentifica il cantautore. Ha un sound fresco, nuovo rispetto a quello che ci ha abituato il mercato musicale italiano (che sta ripercorrendo invece le musiche anni 80). E Mahmood con Soldi lo ha dimostrato in tre minuti a Sanremo.
Personalmente lo apprezzo moltissimo vocalmente, sin da quando cantò Dimentica 3 anni fa.
I suoi virtuosismi dai richiami arabi sono molto interessanti ed originali.
È vero che ci sono tanti cantanti italiani molto bravi coi virtuosismi, come Mango, Giorgia, Arisa, Mengoni, l’intramontabile Mina, ma in Mahmood è facilmente riconoscibile l’impronta delle canzoni arabe ascoltate da bambino: questo modo che ha di intonare le canzoni è molto personale, è suo.
Alcuni lo hanno definito trapper ma io sono molto restia a definirlo tale. Non ha nulla della trap, forse solo l’utilizzo dell’autotune in alcune canzoni come Calipso. Eppure se dovessimo definire trapper chiunque usi l’autotune dovremmo chiamare tale anche Tiziano Ferro o anche Madonna che proprio all’Eurovision, dopo alcune stecche, ha usato l’autotune.
Noi almeno non abbiamo sfigurato: l’esibizione di Mahmood con Soldi è stata fra le più semplici e belle ma d’impatto. Il secondo posto ha dimostrato a tutte le persone che, in Italia, hanno criticato aspramente la sua vittoria, che il ragazzo ha stoffa e talento. Infatti oltre ad essere arrivato secondo (per soli 30 punti di differenza!) ha vinto anche il premio come miglior testo. Il vincitore invece è l’Olandese Duncan Laurence, con l’ennesima ballad romantica di cui avremmo potuto fare a meno, dato che ne è pieno il mondo.
Credo sia opportuno ricordare che Mahmood e Soldi sono arrivati secondi in una competizione con ben 26 artisti internazionali, per cui hanno votato i rappresentanti di ben 41 Stati e le persone di tutta Europa e l’Australia. Oltretutto cantando in italiano e non in inglese.
Direi che ora abbiamo un altro motivo di cui essere orgogliosi in Italia.
Il finale di una serie tv è forse la cosa più bella e brutta che ci sia. Bella perché è il momento più atteso, talvolta atteso anni, del quale si sa benissimo si parlerà per chissà quanto tempo. Brutta perché, inevitabilmente, non potrà mai accontentare tutti, perché ognuno nel corso del tempo si è costruito un’idea e un proprio finale preferito, spesso motivatissimo e sensato, oltre che emozionale.
Prendete tutto questo e amplificato più che potete applicandolo a Game of Thrones, la serie tv più seguita e chiacchierata dell’ultimo decennio.
Che la serie realizzasse un finale senza ombre, senza sbavature, era praticamente impossibile. Ciò non vuol essere un alibi, ma una mera constatazione di quanto la natura seriale, costruita sul raggiungimento di un finale, in realtà sia per sua stessa essenza più forte e soddisfacente nel viaggio che compie, perché permette allo spettatore di percorrerlo insieme nel corso di anni, piuttosto che nel traguardo finale.
Che poi in realtà del traguardo finale di Game of Thrones c’è poco da dire. E questo è il vero paradosso che diventa difetto. Accade esattamente ciò che doveva accadere, nella maniera più lineare e logica potesse accadere.
Daenerys, ormai trasformata in tiranno, viene uccisa da Jon, l’unico che si immaginava potesse farlo, e questo gesto cambia la natura del regno rendendolo più collegiale e meno verticale, lasciando il comando ultimo a Bran, colui che è l’antitesi perfetta di Daenerys: se lei ha dimenticato il proprio passato, accecata dalla necessità del potere e di una prospettiva di giustizia del tutto personale, Bran grazie al dominio sulla conoscenza dell’intera storia dei continenti è il ponte incarnato tra passato e futuro, il legame delle storie del popolo, la fonte di saggezza definitiva. Si sceglie la conoscenza e la competenza rispetto alla forza e alla tracotanza (se volete vederla come allegoria sulla politica attuale mondiale, non lo impedisco).
Il problema di questo finale, pertanto, non è “cosa è successo”, ma il “come è successo”.
Per una serie così gigantesca, così ricca di personaggi e tematiche, nella quale ogni gesto e parola ha avuto conseguenze che hanno scatenato terremoti dall’eco lunghissimo (nello spazio geografico e nel tempo), il finale è stato assolutamente sobrio, misurato, di basso profilo. Talmente lineare e silenzioso da sembrare una pratica da sbrigare senza troppo rumore, senza troppo impegno. È palese che gliautori sapessero, da tempo, come voler far terminare la storia. Soprattutto come volerci arrivare dal punto di vista tematico e della coerenza narrativa. Ma a quel punto si è arrivati (e probabilmente, loro sono arrivati così) in maniera molto stanca, un po’ spenta, quasi svogliata.
Ripeto, il peso di terminare una serie evento diventata fenomeno culturale come Game of Thrones è insormontabile. Gli eventi sono tutti giusti, la maniera di svolgimento un po’ sofferente.
La tensione dell’omicidio di Daenerys è spenta dalla sua ineluttabilità (anche se la scelta di farla morire di fronte al trono tanto agognato, sul quale non riesce a sedersi, è una chicca). Gli archi narrativi dei personaggi erano già talmente tanto esauriti (vedi Arya, Brienne, Sam per fare esempi) che non avevano più nulla da dire, e in taluni casi sono finiti nell’inutilità. La simbolica scelta di separare il Nord dal regno, dopo tante stagioni in cui si è ventilato, avviene troppo facilmente con una frasetta.
Non è stata la mancanza di tempo o il numero ridotto di puntate. A mancare è stata la voglia e la maniera di fare le cose per bene, come una stagione finale avrebbe pienamente meritato. Indubbiamente, per meriti già acquisiti negli anni, Game of Thrones è già nell’Olimpo delle serie tv, ma non lo è per il suo finale.
Allora, nel chiudere l’epopea di questa grande avventura condivisa e commentata in tutto il mondo, non resta che rintanarci nel percorso di Jon Snow. Triste, tragico e bellissimo allo stesso tempo. Lui, nel suo arco fatto di solitudine umana, è il vero cuore di ciò che una serie sul potere, sul cercare il proprio ruolo in un mondo vastissimo, può insegnarci. L’uomo predestinato, il vero erede al trono, che tutti amano, tutti stimano, che tutti vogliono compia l’inevitabile, poi quando lo fa….è abbandonato da tutti, dai suoi alleati, dalla sua famiglia, da chi lo aveva spinto a fare quel gesto, e lasciato col dubbio e il rimorso di non sapere se ha fatto bene. Lui, amato e ripudiato, è la vera anima di cosa sia Game of Thrones, nei pregi e difetti.
Nashville non è mai stata la sola città della musica in America. Fino alla fine degli anni ‘60, Springwood Avenue di Asbury Park era il bacino che raccoglieva musicisti jazz, soul e i primi padri del rock!
Il film Nexo Digital “Asbury park: lotta, redenzione e Rock and roll” racconta la storia di questa città dei primi rocker. Sebbene sia finita presto, è stata la protagonista indiscussa di quegli anni di gloria. Negli ultimi anni sta rinascendo proprio in nome di ciò che l’ha fatta fiorire in passato: l’amore per la musica.
Asbury Park era stata fondata per essere priva di casinò e bar, che nelle città vicine erano dei veri e propri covi di giocatori d’azzardo e alcolisti. È resistita pochi anni così, prima di cedere anch’essa ai vizi e diventare un luogo di villeggiatura per bianchi benestanti di New York nell’East Side.
Nel West Side invece sorgevano le case di neri, italiani ed ebrei che lavoravano al servizio nelle ville dei bianchi o negli alberghi nella zona est di Asbury Park.
I binari della stazione dividevano i due lati della città e nella strada che li taglia, Springwood Avenue, c’erano i locali più cool: qui si sono esibiti per anni tanti musicisti della musica contemporanea della prima metà del Novecento e i creatori del rock and roll.
Dagli anni ‘50 alla fine degli anni ‘60 Asbury Park ha ospitato e dato modo di esprimersi a tutti i più grandi e famosi artisti: B.B. King, Rolling Stones, The Doors, Ella Fitzgerald…
È però nel locale unico e storico Upstage Club che sono nati i grandi rocker come David Sancious, Southside Johnny Lyon e il leggendario Bruce Springsteen!
Il locale era nato per dare la possibilità ai ragazzi minorenni di incontrarsi, ballare e suonare la loro musica in un locale in cui non ci fossero alcolici.
Gli amplificatori erano inseriti nel palco e nella parete alle sue spalle: in questo modo qualsiasi persona poteva salire sul palco, attaccare il proprio strumento ad alcune casse e suonare.
Così molti giovani rocker si sono conosciuti e hanno realizzato delle jam session irripetibili e una nuova forma di rock and roll,ricca delle contaminazioni della musica jazz, soul e blues.
L’idea di un locale così è impensabile in questi tempi, in cui le persone pensano al proprio profitto. Nessuno creerebbe un posto del genere al solo scopo di dare un luogo ricreativo di ritrovo ai giovani.
Trovo che sia un grandissimo peccato! Come trovo anche avvilente che i proprietari dei locali in cui si può suonare chiamino sempre le cover band e mai band emergenti, come ai bei vecchi tempi.
Quegli anni sono stati i più armoniosi di Asbury Park.
Musicisti e persone, bianchi e neri, si incontravano, pagandodue dollari per il biglietto d’ingresso, per avere ispirazioni, costruendo un sano e fruttuoso ambiente di integrazione.
Tutto è finito nel 1970 con la rabbia esplosiva del West Side, causata dal sovraffollamento e dalla disoccupazione, ed Asbury Park è entrata in una spirale di declino che alla fine ha coinvolto anche l’East Side.
Lo spirito di unione e inclusione della città invece è rimasto vivo e le ha ridato vita, una decina di anni fa, accogliendo la comunità LGBT+ con un locale a tema. Tuttavia finora solo l’East Side ha ripreso a svilupparsi.
Per riportare Asbury Park musicalmente ai vecchi splendori, è stata aperta una scuola di musica per bambini e ragazzi. Qui studiano futuri rocker di qualsiasi colore, religione, nazionalità ed estrazione sociale. Inoltre vengono organizzati alcuni eventi per far rinascere il West Side.
La morale di questo film e di questa città è molto profonda e importante: solo restando uniti e includendo le diversità con reciproca stima che una comunità, può svilupparsi e dar luce a cose nuove e belle. La rabbia è nemica di questa realtà che, come la storia di Asbury Park ci insegna, non è utopica ma può realizzarsi ancora.
Viva l’amore, viva il rock and roll, viva la musica!
Il pubblico di Roma sogna con una lunga storia d’amore cantata da uno straordinario Gino Paoli all’Auditorium Parco della Musica
Proprio a Roma domenica 12 maggio si è esibito sul palco della Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, un cantante, un poeta, un interprete, uno scrittore, un’artista e un sognatore:Gino Paoli. Una lunga storia d’amore
La sala era piena, dalla prima all’ultima poltrona.
Il pubblico in estasi sin dal primo istante, non ha potuto fare altro che restare ammirato dall’interpretazione unica del cantante genovese. Chiamarlo solo cantante, sembra quasi un’offesa.
In effetti, le emozioni che è riuscito a regalare in una sola sera, sono degne di tutta l’attesa, valsa per vedere finalmente dal vivo un suo concerto.
Una sensazione di libertà e serenità trapela dalle parole dell’artista di Genova, che ripercorre la sua carriera, non solo attraverso i successi principali, ma anche attraverso i proprio ricordi.
Le canzoni che hanno fatto letteralmente venire la pelle d’oca al pubblico sono state:
“Sapore di mare”, “Una lunga storia d’amore”, “Senza fine”, “Il cielo in una stanza”, “La gatta”.
Photo credits by: Auditorium Parco della Musica Pagina Facebook.
Racconta Gino Paoli:
“L’esistenza di un’artista è tutta basata sul liberarsi”. Gino Paoli una lunga storia d’amore
Aggiunge ancora: “il mio animale preferito è il gatto, perché è come me, lui si fa i ca**i suoi e non dà fastidio a nessuno”.
Un altro concetto che lo affascina e di cui ci parla è quello della fine. Dentro un inizio c’è sempre una fine, spiega e dentro una fine c’è sempre un inizio. Alcuni gli chiedono come abbia fatto ad avere una carriera così ricca e piena di successi e lui risponde così, con queste dolci parole:
“Fare musica significa amarsi, si tratta di un rispetto reciproco degli uni con gli altri. Condividere la musica è anche un po’ imparentarsi.
La cosa che più stupisce è una voce così intensa, dolce, emozionante, che racchiude un’esperienza di vita vissuta, accanto ai cantautori più importanti della musica italiana.
Una voce così vissuta e al tempo stesso, giovane e fresca.
L’applauso finale da parte del pubblico sembra il rumore del mare, in una scenografia fantastica alle sue spalle, il mare di Genova, registrata dai figli. Uno spettacolo vero e proprio organizzato e realizzato con tutto l’amore del mondo, dal primo all’ultimo istante, pieno di arte, di sapore e anche se non li ho mai vissuti, aggiungerei d’altri tempi.
Alla fine del concerto sembra quasi che il pubblico non voglia smettere di ascoltarlo e voglia gridargli uno dei suoi ritornelli più conosciuti:
Era quasi inevitabile che, nel filone degli adattamenti live action dei classici animati, la Disney sfornasse anche Aladdin.
Ed era anche qualcosa di molto delicato, perché Aladdin non è un film come gli altri. Appartiene all’epoca del famoso “rinascimento disneyano“, ed uscendo negli anni ’90 ha cresciuto quella fetta demografica dei trentenni di oggi che sono il target di riferimento per tantissimi prodotti d’intrattenimento. Il vento della nostalgia va forte, oggigiorno.
Fortunatamente, c’è da dire che i tanti timori della vigilia sono rimasti solo timori. Non solo perché era difficile far peggio del paragone più fresco in mente, ovvero Dumbo. Ma soprattutto perché Aladdin è realmente un film d’intrattenimento per grandi e piccoli pienamente azzeccato.
Certo, per seguire appieno i dettami dell’operazione nostalgia è, più o meno, la copia pedissequa del classico animato. Nella trama, nello sviluppo delle situazioni, nelle citazioni non solo visive, nella replica esatta di scene, comportamenti, dinamiche. Ma lo fa in maniera energica e sostenuta, divertita e divertente, ritmata e persino magica. Non c’è traccia, insomma, dello svogliato e piattissimo effetto da copia carbone come La Bella e la Bestia. Qui il nuovo Aladdin aggiunge un paio di innovazioni (un accenno di love interest per il Genio, e uno sviluppo femminista per Jasmine) che non stonano perché ben integrati nei meccanismi narrativi e nella trama conosciuta da tutti.
Più che altro, Aladdin fa il suo dovere e convince perché azzecca la riproposizione dei momenti più amati del classico animato, quelli che in sostanza non poteva proprio permettersi di sbagliare. I numeri musicali, cui si aggiungono talvolta i colori sgargianti di scenografie e costumi reali, sono coinvolgenti. L’esuberanza e simpatia del Genio è intatta, e il casting di una personalità vulcanica come Will Smith si è rivelato vincente. Guy Ritchie, un regista dallo stile netto e opposto al canonico Disney, qui saggiamente fa un passo di lato e “sparisce” per mettersi al servizio della narrazione visiva.
Nel sottogenere degli adattamenti disneyani, Aladdin è uno dei più riusciti. Intrattiene costantemente e riporta la nostra memoria a quando si era piccoli. È la nostra fantasia a volare, anche senza tappeto magico.
Vi lasciamo qui con un’altra opinione sul film! Correte a leggerla:
Venerdì 24 maggio la Mondadori di piazza Vittorio Emanuele a Roma ospiterà la presentazione del testo I Rompiscatole.
Storie di giovani eroi senza mantello, edito da Risfoglia con il patrocinio dell’UNHCR. L’autrice Vittoria Iacovella dialogherà con Domenico Iannacone, giornalista e conduttore della striscia quotidiana di Rai 3 Che ci faccio qui. L’appuntamento è alle ore 18.
È una storia di speranza quella raccolta, ri-assemblata e rivissuta da Vittoria Iacovella, giornalista televisiva e autrice di rara sensibilità. I rompiscatole che danno il titolo al suo testo sono giovani uomini che hanno sfidato i tabù, piccole donne che gettano il cuore oltre l’ostacolo. Campioni di un’umanità diversa, in grado di opporsi con i loro semplici gesti all’ipocrisia normativa – e normalizzante – della società. Hanno un sogno e lottano per soddisfarlo, al di là delle convenzioni, dei divieti, delle stesse – imbriglianti – precauzioni razionalizzanti.
Sono rompi- per eccellenza, giacché la “sola” sfida al sistema non basta loro per affermarsi.
Rompicapo per menti logiche – anestetizzate allo sguardo oggettivante della tradizione scientifica –, rompiscatole nel valore pieno (e polisemico) della parola. Per comprenderli occorre sospendere il giudizio, leggere le loro storie abbandonando il punto di vista acquisito e interiorizzato dello spettatore, che distingue strenuamente tra soggetto che guarda e oggetto guardato.
Iacovella, in apertura di testo, invita a spegnere il pulsante delle opinioni, le quali – poi – altro non sono che categorie predisposte da altri, spazi già organizzati entro cui ordinare la nostra conoscenza, il nostro sentire. Scatole confezionate ed etichettate, che solo il coraggio di chi sa guardare oltre può squarciare e ridefinire.
Nella dimostrazioni che i limiti esistono per essere superati e i muri – specialmente quelli ideologici – per essere abbattuti.
Vittoria Iacovella
Le dieci storie che l’autrice riporta con levità sono un inno alla forza di volontà, al bisogno – nei giovani vissuto come dovere etico e morale – di rendere la diversità normale, allo scopo di liberare i rapporti umani e gli stessi sguardi dalle incrostazioni del pregiudizio e del senso comune. «Oggi sono i bambini a raccontare le favole ai grandi. Ma invece che per farli addormentare lo fanno nella speranza che si sveglino» dichiara Felix Finkbeiner, il “bambino da mille miliardi di alberi” che rivive, insieme agli altri piccoli eroi, la sua impresa tra queste pagine.
Vittoria Iacovella dà voce a questi eroi senza mantello dopo averli incontrati quasi tutti, saggiandone le insicurezze e le speranze, i sorrisi e le esitazioni.
Due di loro – Valerio Catoia e Syed Hasnain – saranno presenti all’incontro di venerdì, a testimoniare l’eccezionalità di una storia che è innanzitutto quotidiana resistenza all’appiattimento generale, alla tacita e complice convinzione che le cose non possano mutare. Il giovane atleta paraolimpico (distintosi per aver salvato una bambina in mare) e il mediatore culturale arrivato in Italia viaggiando sotto al motore di un Tir a nove anni incarnano i valori perduti di una società che ha disimparato ad amare, incattivita – in ogni luogo, in tutti i tempi – dalla paura, dall’incertezza, dall’ossessione dell’identità.
Così, accanto alle loro storie, Iacovella inserisce quella di Ruby Nell Bridges, prima afro-americana a frequentare una scuola per soli bianchi a New Orleans, e di Louise Braille, «monello che si è fatto male e l’ha pagata cara», padre della scrittura per persone non vedenti.
Additati e emarginati, si sono riscattati senza essersi mai arresi. Per loro e per gli altri, in nome di un bene comune, superiore perché utile al prossimo, a una causa maggiore. Come per Yusra Mardini, Boyan Slat, Hillary Yip e gli altri prorompenti «ragazzi autentici».
Duri come la roccia, teneri come un abbraccio che spezza le catene delle convenzioni.
Coadiuvata dai disegni di Lorenzo Santinelli – veri e propri specchi del sentimento – Vittoria Iacovella restituisce al pubblico più giovane un messaggio di speranza e affetto, in tempi in cui i ragazzi vengono additati come sdraiati, annoiati, incollati ai telefoni. E redarguisce al contempo, con la consueta grazia, coloro che confezionano tali etichette: gli adulti, supremi campioni nello sport del giudizio. Questo libro parla anche a loro, nel tentativo di costruire insieme – sulla scorta dei “piccoli” – un modello di società migliore. Ascoltare Vittoria dal vivo sarà un’occasione importante per cominciare a farlo.
I Rompiscatole. Storie di eroi senza mantello Testi di Vittoria Iacovella
Illustrazioni di Lorenzo Santinelli
Risfoglia, collana giovani mondi
118 pp.
14,90 euro
Vittoria Iacovella è giornalista televisiva e autrice. Dopo la pubblicazione del suo primo libro per ragazzi Islam da vicino (2005, G. D’anna edizioni), si è trasferita per qualche mese a Damasco, in Siria, per approfondire la conoscenza della lingua araba. Da sempre sensibile alle tematiche ambientali, ha lavorato come addetta stampa per Greenpeace. La voglia di muoversi e fare inchieste video ha preso il sopravvento e si è dedicata al giornalismo: ha collaborato con Rai News, per l’americana Cbs News e con Repubblica, vincendo l’ambito premio Ilaria Alpi. Dal 2014 consuma scarpe come cronista inviata per La7. Autrice per documentari su Discovery Channel, oggi lavora anche per Rai3.
Torna il prossimo weekend a Milano, nella cornice del parco dell’idroscalo presso il circolo Magnolia, il MiAmi: il festival organizzato da Better Days e Rockit che prevede tre giorni di concerti e musica Importante.
Il tema della nuova edizione è Amor Vincit Omnia rappresentato dal manifesto realizzato dall’artista fiorentino Andrea De Luca, che sottolinea come sia l’amore che il MiAmi siano duri a morire. Canzoni di Mahmood
“15 edizioni sono un traguardo importante. Mai come quest’anno abbiamo cercato di superarci facendo semplicemente le cose per bene, senza smanie di grandezza ma continuando saldamente sulla strada di una crescita organica e sostenibile”, hanno commentato i due direttori Carlo Pastore e Stefano Bottura.
Anche in questa edizione sono tantissimi gli artisti che si esibiranno sui quattro palchi del Festival.
Venerdì 24 saliranno in scena, tra gli altri, Clavdio, Coma Cose, Fast Animals & Slow Kids, Eugenio in via di gioia, Giorgio Poi, Franco 126.
Protagonisti della giornata successiva, sabato 25 maggio, saranno Motta, Ensi, Frenetik&Orang3, Myss Keta e Mahmood.
Chiuderanno la serata di domenica 26, tra gli altri, Bugo, Dimartino e Luca Carboni.
Così il cantautore ha commentato la sua partecipazione al festival della musica “giovane”:
“Ho ricevuto tanti apprezzamenti che non m’aspettavo, è un grande piacere esser stato invitato in una dimensione piena di giovani, che sento abbastanza vicini a me come formazione. Mi sono sempre considerato un cantautore atipico, fuori dai meccanismi del pop tradizionale”.
Nell’attesa del MiAmi Festival potete ascoltare questa playlist di “musica Importante”.
“Non lo sapevi che è sempre una questione di faccia? Io da quando sto al mondo e porto una divisa ne ho viste a migliaia e a migliaia. Anche qui, in mezzo a voi, ce n’è di tutte le razze. Ognuna ha il suo destino e nessuno può farci niente”.
Titolo originale: Riso amaro Regista: Giuseppe De Santis
Sceneggiatura: Giuseppe De Santis, Carlo Lizzani, Gianni Puccini, Carlo Musso, Ivo Perilli, Gianni Puccini Cast Principale: Silvana Mangano, Doris Dowling, Vittorio Gassman, Raf Vallone
Nazione: Italia Anno: 1949
Tra i vari film del neorealismo, “Riso amaro” è probabilmente l’esempio più popolare, avendo avuto il maggior successo di pubblico alla sua uscita nelle sale.
D’altronde, si presenta apparentemente e da subito come una pellicola attraente: una specie di “guardia e ladri” un po’ western e molto melodramma, con protagonisti belli e pieni di sex appeal.
Interamente girato nelle risaie del vercellese, interni compresi, si apre come un servizio giornalistico, con il primo piano di un giornalista di “Radio Torino” che dalla stazione ferroviaria illustra il lavoro delle mondine o “mondariso”. Segue un bellissimo piano sequenza, che inquadra i binari e i lavoratori, fino a fermarsi su due poliziotti, in cerca di un fuggitivo.
Francesca (Doris Dowling), cameriera in un albergo, è stata istigata dal suo amante, Walter Granata (Vittorio Gassman), a rubare una collana. Compiuto il furto, entrambi si nascondono tra le mondine, in attesa di partire per Vercelli dalla stazione di Torino. Salita sul treno, Francesca si imbatte in Silvana (Silvana Mangano) e arrivata alla risaia inizia anche lei a lavorare, clandestinamente, come mondina.
Silvana aiuta Francesca a farsi accettare dalle altre mondine, soprattutto quelle assunte regolarmente che si vedono sottrarre il lavoro dalle clandestine. Ma le ruba la refurtiva e si innamora del suo amante Walter, nonostante il corteggiamento di Marco (Raf Vallone), un soldato che fatica a dimenticare la trincea e sogna di andare lontano a ricominciare la sua nuova vita.
Francesca e Silvana lo incontrano nel dormitorio. Poco prima lui ha scritto su un muro del dormitorio: “vivo morendo in caserma non in tempo di guerra, ma in tempo di vita”.
Il gioco d’amore e le schermaglie tra Marco e la mondina Silvana sono classiche scene del melodramma, ma anche delle commedie italiane degli anni ’40, ’50 e ’60 del secolo scorso. Marco potrebbe denunciare Francesca, come gli chiede Silvana, ma non lo fa, perché non crede che abbia la faccia di una criminale e la galera non è il suo destino.
La trama scende presto nell’intreccio delle coppie, nelle contraddizioni che si vogliono mettere in luce. Dal dramma si passerà, infine, alla tragedia.
Al centro della storia di “Riso amaro” ci sono Francesca e Silvana. La loro rivalità è emblematica di quella tra due categorie di mondine: quelle assunte e quelle “clandestine”.
Così come la rivalità tra le donne si trasforma in amicizia (“Chi si accapiglia, si piglia”), anche tra le lavoratrici l’iniziale guerra tra povere si trasforma in una solidale lotta “sindacale”.
Il regista Giuseppe De Santis si ispira al cinema hollywoodiano e sovietico. Infatti, è evidente una grande maestria nelle scene d’insieme. Trasforma “Riso amaro” in un film impegnato, per denunciare le dure condizioni lavorative delle mondine. Non a caso, all’uscita nelle sale, Ennio Flaiano lo definì “drammatico-sindacale”.
Lavoratrici stagionali, le mondine venivano assunte per svolgere un lavoro faticosissimo, senza diritti, senza garanzie. Se pioveva, per ogni giorno in cui non si poteva lavorare si sottraeva un chilo di riso dalla paga finale, che era costituita parte in denaro e parte in natura, ovvero in parte del raccolto. Ed è proprio quello che avviene nel film: presto il pericolo non sono più le clandestine, ma il maltempo, che rischia di mandarti a casa con meno riso per la tua famiglia.
L’analisi critica di Ennio Flaiano accomunava “Riso amaro” ad altri due film usciti nello stesso periodo: “Campane a martello” e “Cielo nella palude”. Come gli altri due film, questo avrebbe una bella partenza, corse faticose, squarci notevoli e un arrivo poco felice.
Silvana Mangano in “Riso amaro” – Autore ignoto
Doris Dowling e Vittorio Gassman in “Riso amaro” – Autore ignoto
Non posso che condividere l’autorevole parere su “Riso amaro”, soprattutto per quanto riguarda la bella partenza e gli squarci notevoli.
Dell’inizio vi ho già detto, ha un carattere quasi epico. Gli squarci notevoli non mancano: le scene d’insieme; il momento dell’alterco cantato tra mondine regolari e clandestine; la sensuale leggerezza delle due scene in cui Mangano e Vittorio Gassman ballano il boogie woogie.
Ennio Flaiano poi si sofferma sull’arrivo poco felice del film, sostenendo, però, che “sembra essere questo il destino di quei nostri film che aspirano ad essere considerati opere d’arte pur inseguendo in realtà altri scopi”. Il film lo aveva, dunque, “attratto, annoiato e parzialmente deluso”.
Se la delusione di Flaiano era dovuta al finale “poco felice”, anche qui concordo. Non svelerò nulla ai pochi che non l’abbiano visto, ma risulta frettolosamente tragico. La parabola discendete di Silvana appare eccessiva, ma forse lo spettatore si è affezionato troppo al personaggio per accettarne la fine.
Per quanto riguarda, invece, il destino del film, Flaiano non è stato lungimirante. Per molti “Riso amaro” è l’esempio migliore del cinema di Giuseppe De Santis. Il suo è stato un neorealismo evoluto e spettacolare. Nel film ha unito i generi e creato momenti di grande intensità visiva e coinvolgimento emotivo del pubblico
Il suo scopo, forse, era realizzare un racconto popolare che fosse anche di denuncia di una condizione di povertà della società italiana dell’epoca, che spingeva a fare sacrifici enormi per sopravvivere, ma anche a cercare delle scorciatoie, che inducevano a compromessi. Ma, di fatto, non si esagera se oggi lo consideriamo un’opera d’arte, per quanto imperfetta, tanto che è nell’elenco del “100 film italiani da salvare”.
3 motivi per guardarlo:
– La luminosa fotografia in bianco e nero.
– Il racconto di un’Italia povera, con condizioni di lavoro durissime, soprattutto per le donne.
– I volti e la sensualità dei protagonisti, a partire dall’iconica Silvana Mangano a Raf Vallone, da Doris Dowling a Vittorio Gassman.
Quando vedere il film:
L’ideale sarebbe vedere il film sul grande schermo, di pomeriggio in un cinema d’essai o di sera in un’arena estiva. Ma se non è possibile, va bene qualsiasi momento in cui avete due ore libere in cui potete rilassarvi e tenere gli occhi bene aperti.
E a proposito di neorealismo, non vi sarete mica persi la precedente uscita del cineforum, vero?
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Dal 23 maggio sarà disponibile l’home video di Creed 2 nei negozi specializzati.
La Warner Bros Italia, che ringraziamo, ci ha fatto arrivare una copia del film, che sarà disponibile in tutti i formati: dvd, blu-ray, 4K e edizione speciale Steelbook blu-ray. Creed 2 è interpretato da Michael B. Jordan (Black Panther, Creed) e Sylvester Stallone (la saga di Rocky, e i film di Rambo) che riprendono i loro ruoli nella parte di Adonis Creed e Rocky Balboa. Quando le ombre del passato si allungano sui due protagonisti, per loro è tempo di ritornare sul ring e affrontare i propri fantasmi: in palio c’è molto di più che la gloria.
Creed 2 è un’esperienza cinematografica fatta di sudore e passione, da vivere e rivivere a casa nello splendore dell’alta definizione. Tra i tantissimi contenuti speciali c’è il dietro le quinte del casting di Florian Munteanu nei panni del più grande avversario di Adonis: Viktor Drago. E uno speciale approfondimento “Fathers & Sons”, dedicato alla storica rivalità tra le due famiglie di combattenti, ereditata poi dai figli e mai sopita. Spazio anche alle protagoniste femminili, con uno speciale approfondimento dei personaggi di Bianca, interpretata da Tessa Thompson, e Mary Anne Creed (Phylicia Rashad). Con il documentario The Rocky Legacy rivivremo la saga del pugile italo americano negli anni. Inoltre, si potranno gustare anche alcune scene inedite, mai arrivate al cinema.
L’esperienza è garantita dalla visione di un grande film. Come detto nella nostra recensione: “Attraverso una storia di padri, madri, figli e addirittura nipoti nel finale, di continui passaggi di testimoni e necessità di un lascito generazionale, Creed 2 guadagna una dignità e profondità che dimostrano nuovamente la potenza emotiva di una saga che oramai trascende l’immaginario collettivo. Gli uomini combattono e sputano sangue perché non possono mai arrendersi di fronte ai drammi della vita, chi si ferma è perduto. I peccati originali passano ai figli anche attraverso le madri, che qui hanno un ruolo essenziale nella formazione di chi sta accanto. Nel bene e nel male.“
Topolino compie settant’anni. Uno dei fumetti più famosi di sempre spegne settanta candeline. Da decenni le avventure del celebre topo, ma anche quelle dello sfortunato Paperino, dell’avido Paperone e di una miriade di altri personaggi unici, continuano a far sognare milioni di bambini e non solo.
Il 7 aprile del 1949 i bambini italiani, cominciarono a sognare.
Nelle edicole, infatti, trovarono il primo numero di Topolino, un fumetto che sarebbe entrato nella leggenda della stampa dedicata ai ragazzi e non solo.
Quel primo, rarissimo esemplare, il cui costo oggi supera abbondantemente i 2000 euro, presentava il topo più famoso del mondo nelle vesti di un suonatore, con delle insolite braghe azzurre.
Cento pagine, al costo di sessanta lire, che emozionarono i bambini italiani, rapiti da quei fantastici disegni e da quelle storie ogni volta diverse.
Ma c’è da crederci che anche i loro genitori, magari di nascosto, abbiano letto quel fumetto che ha attraversato indenne la storia arrivando fino ai nostri giorni.
In realtà gli italiani, prima ancora di quel fatidico 7 aprile, avevano già fatto la conoscenza con il topo creato da Walt Disney.
Il 31 dicembre 1932 era uscito Il giornale di Topolino, una rivista di otto pagine con solo due disegni a colori, realizzati da Giove Toppi e stampato dalla casa editrice Nerbini di Firenze.
Uno di quei preziosi giornalini, tempo fa, è stato battuto all’asta per l’esorbitante cifra di 18 mila euro.
Mesi dopo la Nerbini siglò un accordo con la Disney per pubblicare le strisce originali americane.
Ma non fu il successo atteso. Nel 1935 l’editore fiorentino cedette i diritti di Topolino alla Mondadori.
Un’altra storia stava per cominciare.
Copertina storica
Il disegnatore Giorgio_Cavazzano
Copertina Topolino
È l’aprile del 1949 quando “Topolino giornale” si trasforma in “Topolino libretto.”
Il motivo fu essenzialmente economico. In un’Italia che stava, seppur a fatica, rialzandosi dalle macerie della guerra, il verbo risparmiare era un imperativo, anche per gli editori.
Mondadori, per ottimizzare i costi di stampa, decise di adeguare anche Topolino al formato del famoso Readers’ Digest, che tanto successo stava riscuotendo.
Quel formato, apparentemente azzardato, piacque invece e tanto.
Una popolarità, per certi aspetti inaspettata, che convinse i vertici della Mondadori a trasformare quello che era un mensile in un quindicinale.
Ma quel cambiò non bastò a placare le richieste.
Topolino faceva impazzire bambini e non, che attendevano con trepidazione la sua uscita nelle edicole.
E allora, nel pieno del boom economico, dal 5 giugno 1960, con il n.236, Topolino divenne un settimanale.
Bisognerà attendere però sette anni, perché la copertina di quella che era già una delle riviste in assoluto più vendute, assumesse quel tratto tipografico che ancora oggi la contraddistingue.
Nel 1967 comparve per la prima volta il famoso dorso giallo, una scelta che fu subito premiata.
Uscire ogni settimana significava, però, aumentare vertiginosamente il numero delle storie.
Quelle prodotte negli Stati Uniti, infatti, risultarono ben presto insufficienti. Inoltre già tempo si avvertita la necessità di realizzare storie originali, insomma made in Italy.
Per questi motivi nacque la scuola italiana del fumetto Disney, un vanto che, già alla metà degli anni Sessanta, era capace di sfornare almeno il 60% delle storie pubblicate da Topolino, percentuali che crebbero nei decenni successivi.
Oggi, praticamente, la quasi totalità delle storie è prodotta da disegnatori italiani.
Da quella scuola sono uscite strisce divenute celebri in tutto il mondo.
Francia, Germania, Spagna; ma anche Grecia, Inghilterra, Russia, Polonia e persino la lontana Turchia. Nessun paese europeo fu indenne dal fascino di quelle storie create in Italia.
Ma il valore di quelle storie superò i confini continentali, arrivando in America Latina, in Giappone e addirittura in Cina.
Ma probabilmente la soddisfazione maggiore, fu ottenuta quando il “nostro” Topolino sbarcò negli Stati Uniti, dove quel leggendario fumetto era nato.
Le firme su quelle storie senza tempo, erano quelle di autori del calibro di Guido Martina, Romano Scarpa, Luciano Bottaro, Giovan Battista Carpi, Giorgio Cavazzano, solo per citarne alcuni fra i più famosi.
Disegnatori ai quali si deve anche la genesi di personaggi che, ben presto, divennero celebri quasi quanto i loro illustri progenitori.
Brigitta, la spasimante di Zio Paperone, Trudy, la fidanzata di Gambadilegno, ma anche Paperinik, il giustiziere mascherato e il suo contraltare femminile, la fascinosa Paperinika.
Storie ogni volta originali che, nel corso di questi settant’anni, hanno visto la preziosa collaborazione di autori “speciali”. Renzo Arbore ma anche Mario Monicelli, senza dimenticare Gigi Proietti e il grande Enzo Biagi.
Un’altra caratteristica peculiare del Topolino “italiano” fu la presenza di celebrità nostrane che vennero “paperizzate” o “topolinizzate.”
Vasco Rossi divenne Comandante Brasko, mentre Jovanotti prese il nome di Paperotti.
Non solo star della musica, però.
Nel corso di questi anni, molti voti noti della televisione sono comparsi sulle strisce settimanali di Topolino.
Come non ricordare Pippo Bau, trasformazione cartoon del Pippo Baudo Nazionale o PaperFab, versione fumettara di Fabio Fazio.
E poi Francesco Totti, trasformato per il delirio dei suo milioni di fan in Papertotti, o il ballerino Roberto Bolle, che assunse le sembianze di Bolleduck.
Lo straordinario strumento del fumetto Disney, ha fatto conoscere ai lettori il mondo dell’arte, della scienza o della storia. Numerosissimi sono stati gli artisti celebrati dal settimanale.
Piero della Francesca, Caravaggio, Salvador Dalì. Ma anche Gauguin, Monet, Hokusai, e Andy Warhol.
Sono solo alcuni dei moltissimi personaggi comparsi anche recentemente nei due cicli “La storia dell’arte di Topolino” di Roberto Gagnor, in cui gli eroi Disney hanno rivissuto alla loro maniera, episodi salienti della vita dei grandi e immortali maestri.
Topolino, edito oggi dalla Panini Comics, ramo della celebre azienda che stampa da decenni le mitiche figurine dei Calciatori, è un pezzo della nostra storia patria.
Per questo, lo scorso 3 aprile, per celebrare nel migliore dei modi l’anniversario, è stato pubblicato un numero davvero speciale, da collezione, con la celeberrima cover rossa del 1949, rivisita per l’occasione dal Maestro Giorgio Cavazzano.
«Topolino –come ha detto l’attuale direttore Alex Bertani- nel corso della sua lunga storia ha avuto la capacità di evolversi, di trasformarsi da strumento di evasione a vero e proprio “classico” del nostro tempo: una di quelle presenze forti, che possono permettersi il lusso di prescindere dai tempi e dalle mode contingenti, talmente radicato in tutti noi da ritagliarsi un suo preciso spazio nel nostro quotidiano. Topolino ha accompagnato generazioni di lettori alla scoperta della realtà del mondo adulto: un grande strumento di divertimento e formazione, che, nonostante gli anni che passano, ritengo sia ancora oggi capace di emozionare e trasmettere la magia di personaggi che sono nella memoria e nelle emozioni di tutti noi.»
Si è appena concluso il 32esimo Salone Internazionale del Libro di Torino, un’edizione, come sempre, da record. Nonostante le polemiche degli ultimi giorni, Torino è stata invasa da migliaia di persone, e guarda già al futuro.
Il Salone Internazionale del Libro ha vinto le sue due scommesse. Da un lato, dimostrarsi una manifestazione dai contenuti alti ma alla portata di tutti; dall’altro, il Salone del 2019 ha voluto offrire un’esperienza di qualità, con una fiera rivoluzionata nella logistica e organizzazione. I 63.000 mq di spazi espositivi, la novità dell’Oval, i tre ingressi per gestire al meglio i flussi di pubblico e i molti servizi l’hanno reso accessibile a tutte le tipologie di visitatori, per una fiera davvero a misura delle persone. Sono 148.034 i visitatori unici, in aumento rispetto al 2018, a dimostrazione che la crescita del Salone è costante di anno in anno, a cui si aggiungono i 27.000 che hanno preso parte al Salone Off, la festa dei libri nei quartieri e nel territorio che quest’anno ha offerto più di 530 appuntamenti in 270 luoghi diversi. Una partecipazione che conferma l’affetto del pubblico per questo grande progetto culturale, nell’anno in cui Milano ha deciso di non proporre una propria fiera del libro.
Uno sguardo sul futuro
Il bilancio dell’edizione appena conclusa, Il gioco del mondo, e gli scenari futuri sono stati i temi della conferenza stampa di chiusura, tenutasi lunedì 13 maggio nella Sala Azzurra di Lingotto Fiere. Sono state annunciate anche le date delle prossime due edizioni, quella del 2020, dal 14 al 18 maggio, e del 2021, dal 13 al 17 maggio, che verranno ideate e progettate dalla stessa squadra che ha lavorato in sinergia all’edizione 2019. Confermata quindi la continuità e la direzione editoriale di Nicola Lagioia fino al 2021.
Nemmeno gli editori possono lamentarsi, in termini di vendite. Einaudi, presente all’Oval, dichiara un incremento delle vendite del 10% rispetto al 2018. Tra gli autori più venduti Marco Missiroli, Gianrico Carofiglio e Michela Murgia. Anche Mondadori ha trovato posto nel nuovo padiglione. I dati sono in linea con gli ultimi anni. I libri più venduti sono stati La nostra casa è in fiamme di Greta Thunberg e A un metro da te di Rachael Lippincott. Sellerio, che al Salone ha festeggiato i suoi 50 anni, dichiara un aumento di vendite del 15%. Per Feltrinelli il sabato del 2019 ha battuto quello del 2018, la domenica invece non ha registrato flessioni rispetto all’anno scorso. L’Oval è piaciuto molto allo storico editore, che suggerisce di comunicare meglio la presenza del nuovo padiglione. Tanti infatti sono stati i visitatori che se lo sono perso a causa della distanza dagli altri padiglioni.
Continuano le polemiche con CasaPound
Nonostante le polemiche per Altaforte, casa editrice vicina a CasaPound, la partecipazione è stata più sentita che mai. Le polemiche però continuano, perché Fabrizio Ricca, segretario della Lega a Torino e in corsa per un posto in Regione, ha chiesto le dimissioni di Lagioia.
«Deve dimettersi e deve fare lo stesso il suo direttivo. Non è francamente accettabile che il direttore di un evento importante come il Salone del Libro, in crescita e con una credibilità democratica internazionale da difendere, faccia partire un boicottaggio contro lo stesso evento che organizza», ha affermato Ricca. Le polemiche non hanno però intaccato questa giornata di bilanci e di successo per Torino e per tutta l’organizzazione del Salone, che ancora una volta si conferma all’altezza delle aspettative.
Ogni vino non è una semplice bevanda, ma racconta una storia a volte lunga secoli e narra di profumi e sapori, caratteristiche organolettiche che impregnano le uve in ogni singola zolla di terra, che mantiene vivi i vitigni e conferisce ad ogni bottiglia il suo aroma particolare: il carattere.
Ogni bottiglia ha il suo carattere personale, che rifocilla e riscalda il lavoratore che alla sera si concede un bicchiere, o regala un sapore speciale ad un’occasione unica, come una festa, una cerimonia o un evento.
Il consumo di vino biologico è aumentato negli ultimi anni, infatti sia gli italiani che gli europei in generale, amano bere vini semplici e naturali, ed è per questo che il biologico sta favorendo dell’aumento della richiesta sul mercato: è diventato sinonimo di alta qualità. Un’analisi più approfondita dimostra che i vini biologici, biodinamici e naturali hanno avuto un aumento del 18% (secondo Vinitaly). Gli italiani hanno bevuto di più nel 2018 rispetto all’anno precedente, con particolare attenzione alla qualità delle terre Doc e Docg dello Stivale.
L’aumento della richiesta ha favorito anche le bollicine, infatti l’incremento del 12% si è registrato per i vini spumanti, con grandi brindisi in tutta Italia. La ricerca della naturalità dei vini prodotti ha assunto percentuali notevoli riguardo gli ettari impiegati nella produzione dei vini biologici, nel 2016 infatti è stato stimato che circa il 15,5% delle terre vitate era impiegato per coltivare vini biologici, con tendenza in forte crescita.
Vini biologici, biodinamici e naturali: quali son le differenze con gli altri vini?
I vini green hanno preso d’assalto il mercato grazie alle loro particolari caratteristiche di produzione sostenibile che hanno conquistato i cuori e i palati degli amanti del vino. Non bisogna fare di tutta l’uva un fascio però, infatti le differenze fra le tipologie sono sostanziali, seppur lievi.
Vini biologici
Questa tipologia è nuova per quanto riguarda la normativa che la comprende. Sono ritenuti vini biologici, tutti quelli prodotti da uve cresciute con metodi di coltura biologica, quindi privi di sostanze chimiche e senza OGM. Inoltre, è presente nella normativa un provvedimento che definisce la quantità massima che può essere presente di solfiti, ovviamente molto bassa. Per i vini rossi è prevista una quantità massima di 100 mg/l, per i vini rose e bianchi, un massimo di 150 mg/l.
Vini biodinamici
Un vino è indicato come biodinamico quando viene ottenuto solo ed esclusivamente da un processo di agricoltura biodinamica, riconosciuta tramite la certificazione Demeter e molto apprezzata dagli amanti della purezza. Infatti, con questo tipo di coltivazione delle uve e preparazione dei vini, si intende un processo volto a ridurre al minimo l’utilizzo di qualunque macchinario ed eliminando completamente la chimica dalla pratica agricola e di cantina.
L’agricoltura biodinamica si basa sulla coltivazione e produzione naturale, facendo attenzione alle fasi lunari e prediligendo l’utilizzo di compost ed elementi naturali solo in determinate fasi. Il risultato sono piante sane che dovranno difendersi autonomamente dai parassiti raggiungendo quindi un’alta qualità delle uve prodotte. I solfiti sono limitati a 70 mg/l per i vini rossi e a 90 mg/l per i vini bianchi. I vini frizzanti possono contenere un massimo di 60 mg/l di solfiti.
Vini naturali
Questa è la tipologia di vini più facile da spiegare e da comprendere, in quanto vengono realizzati senza alcuna manipolazione da parte dell’uomo e aggiunte di additivi chimici. I vitigni sono tutti a bassa resa e vengono trattati esclusivamente con sostanze naturali, come rame, zolfo, tutte ridotte al minimo. Nella maggior parte dei casi, i solfiti presenti sono quelli che si sviluppano in modo naturale durante la fermentazione alcolica, in altri casi possono essere usati in quantità davvero minime: 30 mg/l per i vini rosati e i rossi, 50 mg/l per i bianchi, percentuali ridotte a circa un quarto di quelle previste dalla normativa vigente.
Greenwine: l’enoteca online di vini biologici, biodinamici e naturali
Greenwine.it è una nuova realtà dove acquistare questi prodotti, sono disponibili vini biologici, biodinamici e naturali di diverse cantine, prodotti con metodi naturali e senza aggiunte di additivi. Se ami degustare i migliori vini, assaporare l’aroma delle storie e della tradizione che le terre raccontano attraverso l’uva.
Il brand ha preparato una selezione delle migliori aziende produttrici di vini biologici, biodinamici e naturali. L’elenco comprende realtà vinicole presenti su tutto il territorio italiano, che nascono dalla passione e dal rispetto del terroir, per creare vini eccellenti. I sistemi di coltivazione, produzione ma anche quelli di allevamento, sono ecosostenibili e innovativi, un’agricoltura biodinamica certificata che produce a zero impatto ambientale, utilizzando solo sostanze e prodotti naturali per la coltura e la fertilizzazione.
Ogni vigneto presenta bottiglie con caratteristiche organolettiche differenti, acquistando i vini presenti online potrai sentire i profumi, gli aromi e i sapori delle terre di tutta Italia.
Quando due anni fa, nel commentare l’ultimo episodio della scorsa stagione, scrissi la frase “Sono regine destinate a governare sulla cenere” non pensavo al suo senso letterale.
E invece, adesso, devo intendere proprio il senso letterale. Sono stato involontariamente profeta.
Perché ormai solo la cenere è rimasta. Quella vera di King’s Landing, la capitale dei sette regni messa a ferro e fuoco, disintegrata. La cenere dei rapporti umani, col gesto d’ira di Daenerys che ha azzerato ogni fiducia tra quest’ultima, Tyrion e gli Stark. Infine la cenere nel senso intrinseco della finalità del potere, la cui forza attrattiva come sempre corrompe e distrugge qualsiasi cosa, qualsiasi essere umano, qualsiasi ideologia.
La storia di Game of Thrones, nel suo nocciolo, è sempre stata questa. Una galleria vastissima di pregi e difetti umani tutti declinati al raggiungimento del potere. Qualunque esso sia o come lo vogliate identificare, non solo col trono.
Poi c’è chi quel trono lo vuole più degli altri, ovviamente. E che Daenerys lo volesse più di ogni altra cosa, più di ogni altro personaggio (molto più di Cersei, cui ha sempre più interessato la sopravvivenza della sua famiglia) lo sappiamo fin dal primo episodio. Onestamente gli eventi di questo episodio non mi sorprendono più di tanto. Non solo perché già da tempo ho definito Daenerys un villain, ma perché tutto il suo percorso ha condotto a questo preciso gesto.
Daenerys è un personaggio nato e cresciuto con un solo scopo: conquistare il trono. Lei è stata allevata sempre e solo così, pensando che a lei spettasse il potere, lei e nessun altro. La liberazione degli schiavi non era un gesto solo di pietà, ma un’affermazione del suo potere per ottenere quell’amore del popolo fondamentale per la prosperità di un sovrano. Quando, varcato il continente, dopo aver forgiato un sistema di convinzioni e credenze incrollabili, le è stato portato via prima l’amore del popolo, poi le uniche persone che riuscivano a capirla e trattarla umanamente (Jorah e Missandei), e infine anche il suo divino diritto di discendenza al trono con la scoperta della vera identità di Jon Snow, non le è rimasto più nulla.
Tutto ciò che ha sempre creduto è stato spazzato via. Questo in un personaggio già di per se spesso arrogante e impulsivo, convintissimo in se stesso, mai restio ad usare le cattive maniere (volete chiedere a Sam Tarly?) è una miccia decisiva.
Il sangue maledetto dei Targaryen non ci dice che Daenerys debba per forza essere pazza. Ma che quel sangue dà la possibilità di esseri pazzi, dà la chance di comandare draghi per sfogare la pazzia. Daenerys è sia vittima sia carnefice del proprio sangue, ne ha subito l’influenza dannata e ne ha cavalcato l’onda. Lei è il villain definitivo, ma al tempo stesso è il personaggio tragico per antonomasia.
E di tragicità se ne intende bene un’altra donna, Cersei.
Lei ha passato lo scettro a Daenerys, pertanto le ha passato la maledizione del potere. Smessa la corona, abbiamo visto Cersei per ciò che veramente è: un essere umano. Ho sempre definito Cersei come il vero e più grande villain di Game of Thrones, in realtà ho sempre sbagliato, me ne sono accorto solo ora.
Ogni gesto di malvagità di Cersei, persino i più atroci, sono stati reazioni e difese. Raramente il suo è stato il primo passo. Cersei è nata in una famiglia per la quale l’unione e il potere erano praticamente tutto, e mentre i maschi potevano decidere come declinare questa condanna, lei è stata costretta a essere usata come merce di scambio in matrimoni senza amore, vedere i figli morire e mai avere un attimo per non pensare ai nemici.
Tra Daenerys e Cersei la differenza è stata la scelta, ma entrambe sono tragiche perché altri (gli uomini) ha scelto ben prima per loro come vivere. Fin da quando sono nate.
Chi accusa la serie di misoginia ha colto veramente poco della complessità di scavo nel ruolo della donna che Game of Thrones ha fatto. Un’analisi che andrebbe, semmai, presa in esame come metafora dei tempi che stiamo vivendo e, fortunatamente, tentanto di cambiare.
Che poi si potrebbe, ovviamente, parlare ancora della storia. Della battaglia, dei personaggi che ci hanno lasciato, del CleganBowl. Ancora, si potrebbe parlare del ripensamento di Arya, delle conseguenze per il Nord, di quanto ci aspetta nell’ultima puntata.
Ma, pur essendo alla vigilia della fine di una serie irripetibile, pur avendo vissuto una puntata da incorniciare nella storia della tv, era giusto fermarsi un attimo a riflettere sull’essenza, sul cuore tematico della serie, sull’analisi della genesi della tirannia che tanto si lega ai tempi attuali, sui percorsi di due personaggi femminili indimenticabili che hanno incarnato, nel bene e nel male, tutto quanto Game of Thrones ha raccontato in questi anni.
Per tirare le somme e stupirci possiamo aspettare l’ultimo episodio.
[Due idioti geniali inciampano nell’amore, spaccano l’incantesimo del destino e si ritrovano faccia a faccia con se stessi.]
Uno degli ultimi libri usciti per i tipi della Antares Edizioni
C’è vita sul pianeta?
Il titolo del libro di Silvia Pedri è una domanda che forse tutti ci siamo posti almeno una volta nella vita. Specialmente quando ci siamo sentiti soli, o peggio, persi. Una soluzione creativa al senso di smarrimento potrebbe essere un bel viaggio, meglio se legato alle… stelle. È quello che decide di fare Silvia, la protagonista di questo libro, per risollevare la propria esistenza: Milano Buenos Aires e ritorno in meno una settimana. E la vita le si ribalta.
Un ebook per tutti gli amanti dei libri d’amore
In un centinaio di pagine l’autrice racconta il viaggio coraggioso dentro il cuore di una donna distrutta. Un itinere tanto esterno quanto interno dove la protagonista affronta le proprie inquietudini, arrivando a comprendere una lezione di vita fondamentale, quella della resa.
E chi, se non un’anima affine, poteva scatenare in lei tempesta e quiete allo stesso tempo? In due giorni la vita di una donna e di un uomo si intrecciano, distruggono e ricreano: passato e presente diventano i tasselli perfetti di un puzzle incompleto, tutto da risolvere, per realizzare un futuro inaspettato.
Con penna leggera e onesta Silvia Pedri passa al crivello il dissidio di Silvia e di ognuno di noi, proponendo ai lettori un messaggio di speranza e salvezza. Un appiglio per tutti coloro che stanno passando un momento difficile e una lettura pregna di significato per tutti quelli che lo sapranno cogliere.
SINOSSI:
Da Milano a Buenos Aires e ritorno in una settimana, fine novembre 2017. Silvia è in viaggio, un viaggio né di lavoro né di piacere: è in missione per risollevare le sorti della sua vita. Si chiama Rivoluzione Solare Mirata ed è una pratica astrologica che consiste nel trascorrere il compleanno nel luogo del mondo in cui le condizioni astrali sono le più favorevoli possibili per l’anno a venire. Silvia non ama viaggiare. È stato un enorme atto di coraggio per lei attraversare il globo da sola. Al suo arrivo è distrutta e sconvolta. Forse questo la rende più aperta, ricettiva e sensibile: è inquieta e tormentata di carattere, ma la città le sorride da ogni angolo e da ogni persona. A volte le sembra di respirare poesia, a volte tutta questa poesia la spaventa. Come quando uno strano ragazzo, di stranezza affine e complementare, resta colpito, non si sa da che cosa, e la ferma per strada. Sconvolta e coinvolta, trascinata in questa buffa avventura, Silvia si lascia guidare ma deve tenere in conto diversi inciampi perché a camminare non è brava né abituata. Forse sta facendo i suoi primi passi. D’altra parte, anche il suo nuovo, aitante, sciolto amico ha un cuore claudicante… e non solo. Sembra che il destino abbia concesso e ordito una “prima volta” per entrambi. A qualsiasi età, la vita può dare una seconda o una terza o una ennesima possibilità. Poi, certo, bisogna sapersela giocare. In soli due giorni insieme, succederanno cose che cambieranno per sempre il destino dei due protagonisti. Passato, presente e futuro si rivelano e si intrecciano, sperimentando nuovi disegni.
La violenza declinata, pubblicato da Bertoni Editore, è il libro scritto da Anna Silvia Angelini sull’esperienza dello sportello antiviolenza Uscita di sicurezza, a Nettuno.
La Angelini è una donna dalla grande personalità: oltre ad occuparsi della violenza di genere è Presidente dell’A.I.D.E Nettuno provinciale Lazio e si occupa anche di organizzazione di eventi come il Premio Donna d’autore, eventi di arte, di moda, non disdegnando le serate mondane. Una donna che conduce la sua vita all’insegna della ricerca della bellezza non solo estetica ma soprattutto etica, interiore.
Il suo ottimismo nel considerare la vita come una esperienza da vivere intensamente non è in contrasto con il suo impegno sociale; anzi, rende più autentico il sentimento di sorellanza che prova verso il mondo femminile.
Il libro La violenza declinata parla della nascita del progetto e cita casi reali di violenza domestica in ogni declinazione, come recita il titolo: un modello paradigmatico per molte associazioni di volontariato che brancolano nella ricerca di strategie efficaci. Ancora oggi, purtroppo, la macchina burocratica riesce a vanificare gli sforzi di chi si occupa di argomenti impegnativi come questo.
La violenza declinata è uno sguardo a tutto tondo sul fenomeno della violenza femminile, soprattutto quella domestica; rompe gli indugi classificando il fenomeno come trasversale e difficilmente individuabile con gli approcci tradizionali della prevenzione.
Si parla di storie vissute non solo dal punto di vista dei protagonisti ma anche dei professionisti che lavorano allo sportello.
Anna Silvia Angelini ha voluto con sé un team inossidabile con il quale individuare le strategie appropriate ad ogni caso.
Si parla di percorsi che assistono la donna in tutti i momenti della sua riabilitazione, dalla paura iniziale di sporgere denuncia alla necessità di essere assistite nelle prime azioni da compiere; evitando così di compromettere tutto l’iter giuridico che le vittime andranno ad affrontare.
Vengono affrontati nella narrazione i drammi della dipendenza economica, psicologica affermando la necessità della prevenzione educativa per sensibilizzare i giovani al problema.
Purtroppo esiste una deresponsabilizzazione generale ed è diffusa la convinzione che gli organismi sociali siano delegittimati ad educare.
Al contrario, la comunità ha il dovere di prendersi carico dell’educazione sentimentale dei ragazzi attraverso la scuola, lo sport, i centri di aggregazione.
Il libro di Anna Silvia Angelini, scritto in modo godibilissimo per il lettore è un vademecum prezioso per tutti, e andrebbe considerato un manuale da tenere in ogni biblioteca privata e pubblica.
I contributi dei professionisti che la affiancano nel lavoro sono il prolungamento stesso del suo pensiero e della sua scrittura. Un libro che nasce da un progetto condiviso e dalla convinzione che solo la sinergia e la collaborazione possano far diminuire con il tempo il numero di queste violenze efferate.
Come redattrice di Culturamente, da sempre in prima linea nella questione di genere, ringrazio Anna Silvia Angelini per il suo testo importante.
Il 13 maggio ricorre l’X-Men Day, che quest’anno per Fox è un evento molto speciale. Sapete perché? Se siete fan della saga sicuramente sì.
Il nuovo film, X-Men Dark Phoenix, in uscita dal 6 giugno, sarà l’ultimo della saga degli X-Men.
Per celebrare questo anniversario, oggi a Milano e Roma ci sarà un appuntamento speciale al quale è impossibile non partecipare.
ROMA
A Milano da Supergulp, fumetteria (Alzaia Naviglio Grande) e a Roma al nuovo Mi Store di Xiaomi al centro commerciale Porta di Roma, dalle 18 alle 20 vi aspettiamo per:
REGALI speciali, poster in edizione limitata e molto altro
PROIEZIONE di contenuti esclusivi
PHOTO OPPORTUNITY con Cosplay
In attesa che la giovane Jean torni a farci sognare nei panni della pericolosissima fenice, gustatevi questo appuntamento con tutti i fan della saga di X-Men!
Fino al 23 maggio il Museo Crocetti di Roma ospita la mostra antologica “Sognare il reale” dell’artista Oscar Pelosi.
A Roma, tra le piccole ma preziose realtà museali è imperdibile una visita al Museo Crocetti, che fino al 23 maggio ospita presenta la mostra antologica “Sognare il reale” dell’artista scomparso Oscar Pelosi, a cura del critico Lorenzo Canova.
Il Museo si trova a via Cassia 492 e fa capo all’omonima fondazione che comprende il Museo, la sede della Fondazione, la Sala Polifunzionale e lo studio dello Scultore.
Oscar Pelosi, scomparso nel 1996, è stato uno straordinario pittore di origine campana, attivo nel corso degli anni tra Napoli, la Liguria, la Lombardia e Roma. Rappresenta una figura articolata e di grande interesse, un artista legato al rinnovamento nazionale e internazionale della pittura di figurazione.
Ibridandosi con il medium fotografico, la sua arte si è contaminata felicemente con i linguaggi della Pop Art e dell’Iperrealismo per scegliere molto spesso la via forte dell’impegno politico e sociale e della protesta.
La sensazione che si prova davanti alle opere di Pelosi è di grande emozione. Una pittura generosa e dalla grande lungimiranza che, erede di una solida tradizione figurativa, accetta di contaminarsi con le istanze nuove dell’arte contemporanea.
Colori intensi nelle gradazioni fredde dell’indaco e infuocate del vermiglio prendono forma in figure plastiche come Kore greche, in contesti onirici e visionari degni del migliore surrealismo.
Pelosi ci restituisce il senso concreto di un sentimento dell’arte senza compromessi, tra il virtuosismo e l’agonia della contemporaneità che reclama i suoi totem distrutti dai tabù del passato.
Dove inizia il corpo e dove la lamiera taglia le certezze ormai in decadenza non è facile stabilirlo, i materiali della città ideale avvolgono i corpi in una fatale premonizione che l’artista lascia in dono, come un’eredità morale.
Prematuramente scomparso, Oscar Pelosi nel febbraio del 1965 inaugura e dirige a Napoli (Vomero), con il fratello Elio, la Galleria La Tavolozza, che presto diviene luogo di ritrovo per giovani artisti, personaggi dello spettacolo, della musica e della cultura partenopea come Ettore de Mura, Roberto Murolo e Nunzio Gallo e meta di frequentazione di molto intellettuali.
Da lì percorre il suo viaggio esperienziale e artistico che lo porta ad essere un antesignano degli iperrealisti, più di cinquanta anni prima dalla diffusione del movimento che ha perso il suo carattere contenutistico rispetto agli esordi.
Oscar Pelosi, infatti, è tra i primi iperrealisti italiani e, facendo ricerca su questa linea, ha preso parte a numerose rassegne in Italia, Francia, Germania, Svizzera e Stati Uniti.
Perché l’opera dell’artista possiede un carisma diverso dai nuovi Ferri tanto esaltati dalla critica contemporanea: la motivazione a rappresentare i piani della realtà nella sua accezione sciamanica, e la premonizione di una caduta nel vuoto, quello interiore.
Un’occasione per visitare la Fondazione e omaggiare un artista che ha segnato il nostro tempo.
Vuoi visitare Venezia l’8 maggio? Non perdere la mini mostra di pasta frolla al MAC di Venezia. Special guest: il campione mondiale di pasticceria Leonardo Di Carlo
Visitare Venezia è il sogno di molti. È stravaganza e bellezza, con quel suo fascino lagunare al tramontar del sole. Ma la città sull’acqua è anche gusto, quindi, se vuoi visitare Venezia come si deve, non puoi perderti la mini mostra di pasta frolla “Biscotti e altri racconti” della comunicatrice pasticcera Caterina Falomo, che si terrà l’8 maggio al MAC Micromega Arte e Cultura in Campo San Maurizio. Ci sarà anche uno special guest che ti farà capire di aver deciso di visitare Venezia proprio nel momento giusto: il campione del mondo di pasticceria Leonardo Di Carlo.
Pasta frolla in formato mini per una esposizione che trasmette. Cosa? Storie, su di noi e sul mondo. I dolci, infatti, si fanno comunicazione attraverso forma, colore e, ovviamente, gusto. Le storie diventano biscotti per essere ispirazione non solo d’artista.
“Ho voluto trasformare dei biscotti in storie, storie di pasta frolla. Sono arrivata alla conclusione, dopo anni di lavoro nel settore comunicazione e in particolare come addetta stampa per artisti – dice Caterina Falomo – che anche i biscotti possono essere cibo per il corpo e cibo per la mente, per l’anima, possono diventare un’occasione per riflettere su di noi, sui nostri tempi e su temi universali”.
Storie di pasta frolla trovano quindi il proprio gusto nella versione mini di qualcosa di grande, com’è la stessa città sull’acqua. Dalla fantasia alla realtà, la mostra si fa occasione di incontro e racconto, immersi nel dolce profumo di biscotti da gustare. Le Dame Golose, la neonata microimpresa creata dalla stessa Caterina Falamo, verrà presentata proprio durante la mostra per rendere la visita ancora più dolce.
Se si vuole visitare Venezia può forse mancare l’arte? A “Biscotti e altri racconti”, potrai addolcire la vista con le “Ricette disegnate” di Giulia Clerici.
“Noi lottiamo per una cosa che deve venire, e non può non venire”
Titolo originale: Roma città aperta Regista: Roberto Rossellini Sceneggiatura: Sergio Amidei, Federico Fellini, Celeste Negarville, Roberto Rossellini Cast Principale: Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Francesco Grandjacquet, Marcello Pagliero, Maria Michi, Vito Annicchiarico, Giovanna Galletti Nazione: Italia Anno: 1945
Nel mondo del Cinema esistono pellicole di varia natura. Ci sono le commedie che fanno compagnia e danno speranza ai cuori solitari (come Love Actually o Harry, ti presento Sally). Ci sono testi teatrali trasformati in pellicola (quali La gatta sul tetto che scotta) o vite storiche a cui serviva un omaggio (Amadeus). Alcune scavano nel profondo, per dare un senso alle ragioni più oscure (ad esempio M.,il mostro di Dusseldorf o Fargo). Poi ci sono quelle che ricordano. Ci spiegano la Storia. Le scelte, i sacrifici, il terrore e il desiderio di vivere di coloro che hanno provato emozioni così profonde e intense che non basterebbe un’esistenza per raccontarle. Pellicole che hanno cambiato il modo di vedere le cose, come Roma città aperta di Roberto Rossellini.
Il film si svolge a Roma, subito dopo l’armistizio del 1943. I tedeschi sono già in città, ma molti sono stanchi della guerra. A partire da Don Pietro (Aldo Fabrizi), prete carismatico e dalla forte diplomazia, vicino alla Resistenza; Francesco (Grandjacquet), ingegnere comunista; la sua compagna Pina (Anna Magnani) e il piccolo figlio di lei Marcello (Annicchiarico). Vite che l’invasione, l’ipocrisia e la lotta per un ideale travolgono e condizionano per sempre. Un film dove nessun può vincere, ma solo soccombere.
Aldo Fabrizi nei panni di Don Pietro (fonte foto: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Roma_citt%C3%A0_aperta_DonPietro.jpg)
Leggendo la trama, chi non ha visto la pellicola, potrebbe pensare ad un film visto e ad una sceneggiatura piatta; ignaro però che questo film ha fatto la Storia della Settima Arte.
Come Quarto Potere ha inventato il cinema moderno con le sue mille inquadrature; Roma città aperta è stato il primo a parlare di una realtà attuale per quei giorni, nel pieno del suo esistere, lontana dal periodo dei ‘telefoni bianchi‘, del loro benessere e dei loro drammi sugli adulteri e le scelte amorose. Ci parla di come sta girando il mondo, ma diversa dai documentari fascisti glorificanti. Sono la vita, le persone, la fame, la morte, l’ingiustizia ad essere raccontate. Cose, quindi, per le quali in genere si finge indifferenza, seguendo il principio che, se non le vedo, non esistono. Se, però, sono proiettate sul bianco lenzuolo cambia tutto. Qualcuno malfidato potrebbe aggiungere: “Cosa cambia? È propaganda tanto quanto lo erano i filmati dell’Istituto Luce”. La grande poesia creata da questo film, infatti, è proprio nella risposta negativa. Non c’è discussione politica, ma solo morale. Bambini che vedevano fucilazioni, saccheggi di forni, torture: innegabili cose che molta gente può testimoniare di aver visto, senza essere solo frutto della mente di sceneggiatori.
Una storia, quindi, come le vedremmo ad occhio nudo. Una visione della vita, di quella realtà che, dopo la guerra, è nuova, cambiata. Una pellicola che quindi può prendere il nome di ‘neo-realista’.
Nasce quindi un cinema completamente diverso, che riesce perfettamente ad unire le nuove esigenze della critica e dei registi (ansiosi, come i primi, di esprimersi liberamente dopo anni di visione forzata) con quel tocco di romanzo del passato. Cosa che, come dice Morandini:
“Non gli impedì di essere il film giusto al momento giusto”.
Una pellicola che, oltre a creare un punto di svolta nel suo ambiente, ha cambiato la vita di molti, in particolare quella di Anna Magnani.
Questa infatti doveva molto a questo film. Escludendo il fatto che qui conobbe Rossellini (con cui ebbe in seguito una tormentata storia d’amore); la Magnani, con Roma città aperta, fece scoprire al mondo intero il suo temperamento e la sua capacità attoriale: ingredienti che, da lì a poco, l’avrebbero trasformata nella nuova Duse del Cinema del dopoguerra. Vinse, infatti, il primo dei suoi 5 nastri d’argento. Sua la scena della corsa verso il camion che, sebbene avvenuta per un errore, risulta talmente vera e coinvolgente che il poeta Giuseppe Ungaretti dirà a riguardo:
“Ti ho sentito gridare Francesco dietro un camion e non ti ho più dimenticata”
La celebre scena della corsa dietro al camion di Anna Magnani, destinata a restare nella Storia (fonte foto: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Roma_citt%C3%A0_aperta_corsaPina.jpg)
Una pellicola che va vista, per forza, Il guaio è che molte delle nuove generazioni, in particolare chi scrive e pratica il Cinema, non lo hanno mai visto. Per ignavia? Noia? Ignoranza? Non si sa. Rimane però indiscutibile che senza Roma città aperta, probabilmente, l’era d’oro del Cinema contemporaneo non sarebbe mai esistita.
Tre motivi per vedere il film:
Aldo Fabrizi, in uno dei suoi ruoli più drammatici
Lo sfondo di una Roma ancora devastata dalla guerra
Anna Magnani e la sua energia
Quando vedere il film:
Non c’è un unico momento per vederlo, ma una cosa è certa: dopo averlo visto, nessuno lo scorda.
Indubbiamente, non c’è stata una puntata dal posizionamento più sfortunato, e dal compito più infelice, di questa Game of Thrones 8×04.
Terzultimo episodio in assoluto, è incastrato tra la Battaglia di Winterfell e la prossima Battaglia di King’s Landing. Certamente e doverosamente un episodio di transizione, oltre a mostrare le conseguenze della scorsa settimana, facendo abbassare l’adrenalina degli spettatori arrivata a livelli insostenibili, deve però al tempo stesso farla rialzare per preparare il gran finale.
La conseguenza è la struttura schizofrenica della puntata. Ad un inizio nel quale c’è spazio per la calma, le parole, le dinamiche dei personaggi, addirittura le risate, improvvisamente nell’ultima mezz’ora tono e ritmo mutano e iniziano a succedere eventi fondamentali uno dietro l’altro, senza aver il tempo per dargli peso.
Dalla noia alla sorpresa, tutto senza soluzione di continuità. Pare evidente che la puntata, più di tutte le altre viste finora, soffra della decisione degli autori di chiudere con una stagione di appena 6 episodi (per quanto dal minutaggio allungato). Pertanto una puntata simile, così diversa in se stessa, che avrebbe meritato approfondimento almeno in due episodi distinti, rimane schiacciata e confusa.
Rimane interessante, e non potrebbe essere altrimenti avvicinandoci a grandi passi alla resa dei conti definitiva. Ma non esente da momenti discutibili. Perché per ogni gran momento, nel quale Varys e Tyrion finalmente realizzano la vera natura di Daenerys (non che ci volesse molto per capirlo, aggiungo personalmente), abbiamo anche il trattamento riservato a Brienne.
Forse avevo ragione nel dire, la scorsa settimana, che il percorso narrativo della guerriera di Tarth era terminato. Il suo gran momento due settimane fa avrebbe chiuso il cerchio perfettamente con una fine onorevole durante la battaglia. Invece, ora, abbiamo dovuto sorbirci un grandissimo personaggio femminile, forte e amato nella sua singolarità, trasformarsi nell’ennesima donzella che piange per il suo uomo. Definirlo sacrilego è dire poco. Già era prettamente figlio del fan service quanto successo prima con Jamie, la chiusura poi ha quasi distrutto un personaggio. Che imparasse da Arya, rimasta tutta d’un pezzo.
Ora abbiamo solo due settimane, solo gran finale. Che si chiude degnamente questo pezzo di storia della serialità tv.
Il nuovo romanzo di Maurizio Valtieri La conversione dell’arcobaleno per le Edizioni Croce di Roma, si ispira a una vicenda di vita vissuta omosessuale, il cui racconto si tinge di giallo.
Vari quadri dal sapore cinematografico strutturano la narrazione, che inizialmente si sviluppa quasi come un romanzo di formazione per poi addentrarsi in storie personali di dolore e di redenzione, di sesso e di liberazione.
Di ritorno da un viaggio avventuroso e di educazione sentimentale in Messico, Davide è costretto per volontà della madre a seguire un percorso terapeutico per la sua omosessualità, all’interno di un importante istituto religioso.
Lo scopo è quello di ricondurlo alla normalità attraverso la cosiddetta Terapia Riparativa o Terapia di Conversioneelaborata da Joseph Nicolosi.
Tale terapia, elaborata dallo statunitense, parte dal presupposto che non esistano gli omosessuali, ma “persone eterosessuali con un problema di omosessualità, causato da un deficit affettivo con la figura paterna”.
La Terapia Riparativa, attraverso mezzi discutibili, servirebbe a riparare il suddetto deficit. Le idee di Nicolosi sono oramai diffuse e praticate anche in Europa e Italia, da gruppi di matrice cristiana; in aperto conflitto con le linee ufficiali della moderna psicologia.
Spesso la Terapia Riparativa si integra con la Terapia dell’avversione (stimolo associato a disagio), con l’esorcismo o con la cosiddetta Fede Trasformante, ovvero l’uso della religione per l’eliminazione del desiderio omosessuale.
La storia
Tornando alla trama del romanzo, all’interno dell’istituto il ragazzo per la prima volta capisce che una parte di mondo lo considera un malato, un giocattolo rotto che va riparato a tutti i costi.
Ph. Simone Salvatori
È subito collisione di due mondi separati e distinti. Quello solare del diciassettenne, armato solo della propria naturalezza e quello claustrofobico e reazionario di un certo fondamentalismo cristiano.
Fuori ci sono le vite di coloro che direttamente o indirettamente partecipano alla vicenda, tra cui i genitori di Davide, sua nonna, i suoi amici e personaggi senza scrupoli, pronti a qualsiasi cosa pur di mantenere all’interno delle mura dell’istituto imbarazzanti e pericolosi segreti.
La conversione dell’arcobaleno è un libro che, pur parlando della Terapia Riparativa, pone l’accento sui legami familiari e amicali, sulla fiducia e il tradimento.
Niente nel romanzo è lineare. I personaggi si muovono sul loro palcoscenico, in uno svelarsi di situazioni impreviste e in un continuo aprirsi e chiudersi di sipari.
Maurizio Valtieri è docente presso il dipartimento di italianistica del Pantheon Institute di Roma, con programmi per Penn State University e Tulane University.
Inizia a scrivere in qualità di autore teatrale. L’opera più significativa è “Solitudini, Luigi Tenco e Dalida”, rappresentata a Roma presso il Teatro Greco. Nel 2007 pubblica il suo primo romanzo 120, nel 2013 L’albero dei rosari, nel 2017 la raccolta di racconti Confini di pelle. È presente con i suoi racconti in varie antologie.
Le streghe dell’East End incantano Netflix con la loro magia.
Parlare de Le streghe di East End non è semplice. Prima di tutto perché ho iniziato a vedere questa serie tv su Netflix senza alcuna pretesa: volevo rilassarmi e… adoro la magia.
Da fan accanita di Streghe, ma soprattutto da osservatrice settimanale del suo reboot Charmed, non mi aspettavo molto. Anche Le Terrificanti Avventure di Sabrina mi avevano annoiata dal primo episodio, quindi ero pronta a una seria mangiata di trash.
Invece, questa serie, sarà perché è tratta da un romanzo, sarà perché ha come protagonista l’elegante Julia Ormond ( vi ricordate la Ginevra innamorata follemente di Richard Gere?), sarà perché è figlia degli anni Duemila e dunque più raffinata e squisitamente dark, mi ha reso vittima di una spietata forma di binge watching.
In una settimana ho visto sia la prima e la seconda stagione. Ho imparato ad amare le quattro streghe maledette, che vivono sulla Terra come esuli destinate a ripetere sempre gli stessi errori.
Joanna è madre di Ingrid e Freya e continua a partorire le ragazze, che muoiono sempre prima dei trentanni. Wendy, sua sorella, può trasformarsi in gatto e come il felino ha solo un certo numero di vite a cui aggrapparsi. Alle loro esistenze si intrecciano, poi, quelle di amanti disperati, nemici del passato e minacce del presente, prospettando allo spettatore panorami variegati e ricchi di sfumature.
Dulcis in fundo, per gli amanti del Buffyverse, James Masters (meglio conosciuto come Spike) che il cattivo lo fa benissimo e Tom Welk (noto anche come il nerd villain Andrew nella serie della Cacciatrice) fanno parte del cast.
La magia de Le Streghe dell’East End mi ha rapita e sedotta fino al finale della seconda stagione: il cast, le magie, la trama e la caratterizzazione dei personaggi sono notevoli. Ma quando, famelica, ho cercato notizie sulla terza stagione, ho appreso che la serie è stata cancellata nel 2014. Quindi mi sono chiesta se Netflix non abbia preso sotto la sua ala la serie per incentivare il rinnovo.
Potrei dirvi di non vedere questa serie per evitare di soffrire come ho sofferto io: ma il gioco in questo caso vale la candela; anche se non dovessero rinnovarla ve la suggerisco. A me è venuta anche voglia di leggere il libro.
La sapete quella della serie tv che da bella diventa brutta? E ci riesce non da un anno all’altro, ma durante una stessa stagione?
Se non la sapete, ve la racconto. Basta vedere Gomorra 4 per accorgersi di tutto. Anche se è davvero complicato capire come ci sono riusciti, e soprattutto perché. Il perché sarebbe davvero da chiedere, dopo una stagione iniziata benissimo, evoluta, cambiata ma rimasta inalterata nello spirito e nelle conclusioni. Perché, dopo aver azzeccato la strada per andare avanti ed esplorare tutto ciò raccontato e mostrato, si è deciso di tirare il freno a mano, mettere la retromarcia, e tornare indietro, spazzando via tutto quanto ottimamente costruito? E per farlo, naturalmente, si è seguita la strada delle scelte più senza senso e ridicole mai viste.
Potrei cominciare dalla 4×11 nella quale, nello spazio di nemmeno un’ora, succede materiale che sarebbe stato buono per almeno sei puntate. Tutto buttato al muro senza minimamente approfondirlo. Abbiamo Patrizia che viene arrestata, Gennaro che influenzato dalla moglie (personaggio completamente trasformato spingendo un interruttore, invece di scriverlo) decide di farla fuori per sicurezza, lei che studia una contromossa, l’ingresso in scena delle forze dell’ordine.
Questo sarebbe poi un capitolo enorme da discutere. Una serie che, giustamente, nel dipingere personaggi negativi che fanno cose negative, ha sempre escluso ogni inserimento di polizia o magistratura, perché questa era una guerra del male contro il male, decide dal nulla di inserire la figura di un magistrato. E ovviamente cosa succede? Il magistrato è str**zo. Se Gomorra è sempre stata abilissima nel togliere glamour alle gesta dei protagonisti, per sottolineare i loro errori, l’inserimento di una figura che dovrebbe essere positiva, ma nuova di fronte a una figura che dovrebbe esser negativa, ma che conosciamo, scatena nello spettatore l’empatia verso quest’ultima. L’assenza di tocco delicato ha fatto sì che per la prima volta, in Gomorra, si tifasse per il negativo contro il positivo. Complimenti.
A questo punto veniamo alla conclusione, e allacciamo le cinture.
Il percorso di Gennaro Savastano sarebbe anche interessante. La ciclicità del male, che porta Gennaro alla medesima condizione del padre un paio di stagioni fa, e soprattutto l’inevitabile richiamo della propria natura, che nonostante ogni passo fatto per emanciparsi socialmente riporta sempre Gennaro sulla strada a fare il boss, sarebbe anche il tema chiave per indagare gli animi maledetti dei protagonisti di Gomorra.
Ma c’è modo e modo di farlo, di arrivarci, di capirlo. Quello utilizzato dalla serie è pomposamente teatrale, enfatico, monodimensionale e pretestuoso. Il Gennaro di inizio stagione, che espandeva i propri tentacoli, è adesso rimpicciolito e semplificato. Il ritorno al ruolo del boss di strada frena un personaggio che non sa più evolversi (come invece fece splendidamente nelle prime due stagioni) e riporta l’azione ai blocchi di partenza.
Non è solo ciclico il tema, ma è ciclico l’approccio degli autori per una banale mancanza di creatività o, forse anche peggio, mancanza di coraggio. I fan vogliono le sparatorie e Gennaro nel suo ruolo naturale? Allora annulliamo tutto quanto costruito in questa stagione, semplifichiamo la narrazione, ammazziamo personaggi senza dare importanza alla loro morte (legati a Enzo), e facciamo fuori anche l’unico personaggio che aveva una tridimensionalità e una tragicità umana extracriminale (Patrizia).
Sono convinto che Gomorra riuscirà a rialzarsi ma, al momento, ha abbassato di gran lunga ogni interesse e ogni complessità. Una delusione maggiore considerando la forza di tutti i suoi reparti e le premesse di inizio stagione.