Game of Thrones 8×02, la tempesta prima della quiete

“In the name of the warrior, I charge you to be brave. In the name of the father, I charge you to be just. In the name of the mother, I charge you to defend the innocent. Arise, Brienne of Tarth, a knight of the Seven Kingdoms.”

Non c’è alcun dubbio nel definire questa puntata 8×02 di Game of Thrones una puntata di transizione, un canonico filler. E, al tempo stesso, non ci deve essere nemmeno vergogna nel definirla così. Perché i filler vanno comunque saputi fare, scrivere, concepire inquadrandoli nel lungo sentiero della serie. E questa è probabilmente una delle migliori puntate di transizione mai viste nella storia della serialità tv.

Non so come reagiranno i problematici fan del “non succede niente”, come se per loro ogni settimana debba succedere un evento cataclismico e ogni settimana debba essere stravolto lo status quo della storia. Per loro c’è la prossima puntata, quella dell’annunciata e attesa battaglia contro i morti. Ma quella battaglia, si badi bene, non avrebbe il medesimo impatto emotivo (soprattutto perché ci aspettiamo qualche personaggio ci lascerà per sempre) senza una puntata come questa.

Un momento di calma apparente, ma in realtà di incredibile tempesta emotiva. Una puntata quasi esistenziale, nella quale i vari personaggi si ritrovano tutti presenti in un solo luogo (evento rarissimo conoscendo la struttura rapsodica di Game of Thrones), anche coloro che con Winterfell non hanno praticamente mai avuto nulla a che fare, a meditare e riflettere sulla strada fatta, sul come e perché sono arrivati lì insieme, sulle probabilità che quella possa essere la loro ultima notte in assoluto.

Non c’è però dramma o tragedia, ma quel filo umanissimo di malinconia che unisce ogni diversissimo percorso.

Ci sono abbracci e lacrime, ovviamente, ma c’è anche spazio per le risate, come giusto che sia. C’è soprattutto quel senso di inevitabile destino che loro stessi hanno costruito, verso il quale bisogna prepararsi come meglio si può. E con grande onestà verso se stessi e gli altri.

Così c’è chi ha ancora forza di tramare, chi pensa ad un futuro su spiagge lontane, chi vuol togliersi segreti dalla coscienza, chi cerca il conforto della scoperta del sesso. E poi ci sono sei personaggi, in una stanza, che stanno seduti a bere, cantare, raccontarsi storie e regalarsi vicendevolmente i probabili ultimi momenti di serenità. L’essenza delle dinamiche di onore e sentimento di Game of Thrones è racchiusa nella scena tra quei sei personaggi, il cui culmine, Jamie che nomina Brienne cavaliere, è forse uno dei momenti più toccanti dell’intera serie.

Lo è perché Jamie e Brienne, tra i tantissimi accoppiamenti bizzarri di personaggi che la serie ha proposto, hanno sempre funzionato benissimo insieme. Lo è perché è un atto sincero, tremendamente umano, che nel contesto del momento a cui si preparano assume ancora più forza. In pratica, è una delle pochissime scene, in una serie densa di odio reciproco, macchinazione e omicidi, in cui i personaggi fanno in maniera disinteressata qualcosa per l’altro. Pur provenendo da mondi diversissimi.

La bellezza della generosità, e la forza del sorriso, sono forse le uniche armi a disposizione per combattere morte e distruzione che incombono. La prossima settimana gli spettatori soffriranno, soprattutto perché in questa puntata si sono riavvicinati a tutti i personaggi. Li abbiamo visti nel loro lato più fragile e empatico, e stretti attorno a noi. Li abbiamo conosciuti e capiti come mai prima d’ora.

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Emanuele D’Aniello

Emanuele DAniello
Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

1 Commento

  1. Io l’ho trovata una puntata ricca di tensione, emotiva e non solo. La consapevolezza della minaccia mortale ha messo i personaggi di fronte alla realtà nuda e cruda, li ha portati a riflettere sul percorso fatto e sulla pericolosità della minaccia imminente. E questa tensione è arrivata forte e chiara allo spettatore. A volte non servono catastrofi e distruzioni per rendere un episodio un piccolo capolavoro.

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