The happy prince: non “il principe felice”, ma “lo scrittore degradato”

The happy prince

The happy prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde segna l’esordio alla regia e alla sceneggiatura di Rupert Everett. Un nuovo sguardo sulla vita dello scrittore irlandese per parlare di amori malati, ma anche di discriminazione sessuale.

Ciò che qualsiasi inventore di storie dovrebbe fare è creare un’opera che sia in grado di parlare di sé, ma in maniera universale. In questo modo, chiunque può riconoscersi in quell’opera e, magari, sentirsi ispirato per creare la propria.

Rupert Everett ha sempre sentito un forte legame con Oscar Wilde. Ne ha letto tutte le opere, compresi gli scritti personali. Ha dato vita in teatro e sullo schermo ad alcune sue commedie, come Un marito ideale L’importanza di chiamarsi Ernesto. E poi, anche Everett è omosessuale, come Wilde. L’attore ha dichiarato di essersi reso conto di essere più famoso per la sua omosessualità che non per il suo lavoro. E questo fu vero anche per Wilde negli ultimi anni di vita, dopo essere uscito dal carcere.

Così, per il suo primo film, Everett ha scelto di concentrarsi sull’ultimo periodo dell’esistenza dello scrittore. La pellicola mette in risalto il lato più fragile e tormentato di Oscar Wilde conosciuto, invece, per le sue battute di spirito.

In The happy prince vediamo Wilde in esilio a Parigi con gli amici di lunga data: Reggie (Colin Firth) e Robbie (Edwin Thomas), in realtà innamorato dell’artista. Se in un primo momento Oscar tenta una riconciliazione con la moglie (Emily Watson, unica presenza femminile nel cast), i suoi propositi vanno in fumo nel momento in cui Alfred “Bosie” Douglas (Colin Morgan), il ragazzo amato che è stato motivo della sua reclusione, rientra nella sua vita. Ma la loro felicità avrà vita breve, data la mancanza di soldi e il carattere imprevedibile di Bosie.

Si potrebbe pensare che The happy prince sia un altro film che tratta della discriminazione sessuale, ma sarebbe riduttivo.

Sì, sono presenti delle scene in cui la violenza contro il diverso è palese come quando Wilde e compagni sono inseguiti fin dentro una chiesa da ragazzi bulli o quando il Wilde prigioniero viene aggredito dalla folla in stazione. Ed è anche vero che la condanna per “atti osceni” ha sconvolto la personalità dello scrittore, come si vede nel film. Ma usciti dalla sala, la sensazione è quella di aver assistito alla vicenda di un uomo logorato e distrutto da una storia d’amore appassionata (come tante ce ne sono, pensiamo al recentissimo Il Filo Nascosto).

Quello tra Wilde e Bosie ricorda molto i tratti della relazione di dipendenza affettiva. Bosie,viziato, superficiale, interessato solo al godimento fisico (di qualsiasi genere), è attratto dalla luce dell’artista, dalla possibilità di essere protagonista di qualcosa di eterno come l’arte. Rimane indifferente all’essere umano, anzi ne disprezza quasi le debolezze e le fragilità. Wilde, affascinato da Bosie, è consapevole che il ragazzo sarà la sua rovina. Si definisce “il Giuda” di se stesso. Tuttavia, si trova del tutto incapace di reagire e non solo perché innamorato, ma anche perché molto provato da tutta l’esperienza del carcere. Ha un fortissimo bisogno di essere amato e accettato. A qualsiasi costo, anche la più grande sofferenza. D’altra parte, è convinto che la vera passione non possa essere distaccata dal dolore (visione tanto “classica” e tanto pericolosa del rapporto d’amore).

Perché l’uomo corre verso la rovina? Perché la rovina lo affascina tanto?

(Oscar Wilde nel film di Everett)

Wilde è un personaggio che ha perso il gusto della vita e che sceglie di andare incontro alla propria distruzione.

Fuma, beve, si indebita e soprattutto, non riesce più a creare nulla. Perché per creare c’è bisogno di credere e sentire qualcosa. Lo scrittore non riesce più a farlo.

Il film ci racconta questa progressiva decadenza della persona anche grazie alla scenografia e all’uso delle luci. Molti luoghi del film sono cupi, poveri, sporchi (le locande frequentate da povera gente o la stanza che accoglierà Wilde negli ultimi giorni di vita). C’è anche il caldo paesaggio del Sud Italia che illumina lo schermo quando, non a caso, i due amanti riescono a ritrovarsi. Ma si tratta solo di pochi momenti.

The happy prince

Rupert Everett è bravissimo nel presentare il suo amato Oscar Wilde.

Oltre a essere fisicamente convincente (e quasi irriconoscibile), ne rappresenta al meglio le diverse sfumature. Il genio artistico, l’uomo amante del cibo e delle cose belle, il padre e il marito che soffre di sensi di colpa, l’innamorato, la persona privata della propria dignità, l’essere umano con i suoi piccoli vizi e le sue eccentricità. Sono tutti volti di Wilde che riusciamo a scorgere in questo film e con cui non si può non simpatizzare. è palese che parte della responsabilità di tutte le sue sofferenze sia proprio lui. Non riusce ad accettare un sentimento d’amore sicuro (come quello per la moglie o per Robbie) e vive le altalenanti e fortissime sensazioni provate per Bosie. Ma lo spettatore non riesce a giudicarlo negativamente. Anzi. Ciò che si prova è un misto di comprensione e di compassione.

Bravi anche gli altri attori del cast, in particolare Morgan che riesce a restituire l’immagine del superficiale Bosie raccontato nel De profundis. Colin Firth ha un ruolo molto piccolo, ma si fa notare come sempre per la sua eleganza e la sua compostezza.

Il titolo del film fa riferimento a Il principe felice, uno dei racconti della raccolta di fiabe scritta da Wilde. Wilde è la rondine che accetta per amore di rimanere accanto al principe per aiutarlo anche se questo la condurrà alla morte. Ma Oscar è anche il principe che, da statua elegante e ricca, finisce per essere fusa. La speranza è che nell’aldilà possa aver ritrovato quell’unità e quella pace che sono presenti nell’epilogo della fiaba.

Un racconto emozionante e coinvolgente. La prima prova di un regista che possiamo considerare assolutamente riuscita.

 

Federica Crisci

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