La storia del Torino in un libro che emoziona

Grande Torino

Un libro per conoscere tutto, ma proprio tutto del Torino, una squadra di calcio che è da sempre una leggenda, una storia che parte da lontano, che ha l’odore dei ricordi e il colore dell’emozione.

Nel settantesimo anniversario della tragedia di Superga, in cui morì l’intera squadra del Torino Calcio, presentare il libro di Franco Ossola sulla storia del grande “Toro” è non solo un atto dovuto ma anche inevitabile.

Forse non tutti sanno che il grande Torino, edito da Newton Compton, è per i tifosi della squadra granata una sorta di Bibbia, uno strumento indispensabile per conoscere tutto, ma davvero tutto, sulla loro squadra del cuore.

A scriverlo è Franco Ossola, giornalista, ex velocista, figlio di quel Franco Ossola, mitica ala del Grande Torino, che morì nella tragedia di Superga ma in primis, grande tifoso granata.

La leggenda, perché di questo si tratta, del mitico Torino, ha inizio nella notte del 3 dicembre 1906, quando quella squadra fu fondata all’interno della birreria Voigt di via Pietro Micca.

Tredici giorni dopo, il 16 dicembre, il Torino giocò contro il Vercelli, la sua prima partita.

Vinse 3-1 e fu l’inizio di una storia fatta di grandi vittorie, numerose sconfitte e, purtroppo, anche incredibili drammi.

Pagine che Ossola ricostruisce minuziosamente in un libro che è uno scrigno di storie note e non, di aneddoti, di curiosità, tutte tinte di granata.

La particolarità di Forse non tutti sanno che il grande Torino sta proprio nell’esposizione di questa affascinane e interminabile storia.

Ossola, infatti, non sceglie una narrazione di tipo cronologico o per sezioni, come di solito avviene per opere di questo tipo, ma segue la forza trascinante dei ricordi, delle emozioni, delle sensazioni.

Ecco, dunque, che il libro si divide in due grosse parti: i paragrafi e i capitoli.

Nel primo raggruppamento sono riportate delle istantanee, dei momenti, delle pillole di storia che, come dice lo stesso autore, «intrecciano ricordo e sentimento, emozione e riflessione, a volte anche nostalgia e delusione, disdetta e voglia di riscatto.»

Impossibile riportare tutti questi vari paragrafi. Si tratta di flash di storia, di granelli di leggenda.

Si parte dal mitico Vittorio Pozzo, il tecnico alla cui guida l’Italia trionfò nei mondiali di calcio del 1934 e del 1938 e che, del Torino, non solo fu uno dei fondatori, ma anche il primo allenatore.

Pozzo, in verità, nel Torino fece di tutto. Quel piemontese tutto d’un pezzo, per cui la parola sacra, come scrisse Giorgio Bocca, era sempre e solo “eltravai”, nella squadra granata fu giocatore (piuttosto scarso in verità) ma anche accompagnatore, segretario, dirigente e ovviamente tecnico, prima della chiamata della Nazionale alla quale non poté dire di no.

Ma il suo cuore, come per molti altri dopo di lui che hanno vestito la mitica casacca del Toro, rimase sempre granata.

Nella fitta trama dei Paragrafi, i fili sono tanti e intrecciatissimi.

Uno di questi porta al grande Valentino Mazzola e a una storia davvero incredibile.

Roma, Campo Testaccio. Il grande Torino sfida fuori casa la Roma. Una partita difficile per i giallorossi ma nel Torino manca proprio lui, Valentino Mazzola.

Sugli spalti i tifosi romanisti tirano un sospiro di sollievo. Senza Mazzola forse l’impresa di non perdere con il Torino è possibile.

Ma accade l’incredibile.

Mazzola, che tutti credono a Torino ad accudire il figlio Sandro malato, entra in campo fra l’entusiasmo dei suoi compagni e la disperazione degli avversari.

Meno di un’ora prima è arrivato con l’aereo nella capitale e poi in fretta allo stadio.

Mazzola gioca, e ovviamente segna, e il Torino vince.

A fine partita il compagno di squadra Aldo Ballarin, disse che l’arrivo di Mazzola aveva rincuorato tutti, infondendo coraggio e dando la certezza che la vittoria sarebbe stata raggiunta.

Oppure quella pillola di storia legata al mitico Angelo Cereser, per tutti i tifosi semplicemente “Trincea”.

La guerra non c’entrava nulla; quel soprannome bellicoso era legato al fatto che gli attaccanti avversari dalle sue parti, difficilmente passavano.

Un difensore arcigno, insuperabile, capace anche di segnare.

Fu a lui, infatti, che l’allenatore Cadè affidò, nella stagione 1970-71, il gravoso compito di tirare i calci di rigore.

Si trattava di una vera e propria ultima spiaggia, visto che gli altri rigoristi designati prima di lui avevano quasi sempre fallito. “Trincea” non si tirò dietro e il mister non si pentì dell’anomala scelta.

Cereser calciò quattro rigori e furono tutti goal e due, addirittura, nella stessa partita e non una qualsiasi.

«Quando l’arbitro Gussoni indica il dischetto nessun granata si muove. Cereser lo fa, tira e pareggia la rete iniziale di Anastasi. Ma questo è niente: a poco più di dieci minuti dalla fine ne arriva un altro, di rigore. Il Toro è sotto 3-2 (per altre due reti di Bettega e una granata di Rampanti), concretizzarlo significa salvare il match. Di nuovo tutti fermi. Cereser invece non esita e raddoppia. Invece di abbracciarlo qualche compagno gli si inchina davanti e mima il gesto di lustrargli le scarpe, come a dire: piedi d’oro, altro che piastre d’acciaio!»

I Capitoli, invece, raccontano storie intense, «vicende piene, complete, dove la traccia narrativa è la vita sportiva di un campione, piuttosto che l’andamento di una certa annata, di un campionato.»

Come la storia di quei due campionati uniti dalla stessa identica parola: sfortuna, un vocabolo che è comparso spesso nella storia del Torino.

Nelle stagioni 1971-72 e 76-77 la squadra granata arrivò per ben due volte seconda a una sola lunghezza dalla prima che si aggiudicò lo scudetto.

In entrambi i casi a festeggiare, a fine stagione, fu l’arcinemica Juventus.

Una storia, quella del Toro, segnata dalla tragedia di Superga, ma anche da altre pagine drammatiche, come quella di Gigi Meroni, formidabile ala dal dribbling funambolico, che morì investito da un’automobile mentre attraversava Corso Re Umberto a Torino.

Ma anche una vicenda intessuta di momenti indimenticabili, come lo scudetto del 1976 con in panchina il grande Gigi Radice, pioniere di una squadra formidabile, legata a nomi scolpiti nella memoria dei tifosi come Pulici, Sala, Zaccarelli, Graziani e tanti altri.

Una storia intensa come il colore della maglia, che Franco Ossola ripercorre seguendo il cuore, lasciandosi guidare dalle emozioni.

Un libro bello e vero, non necessariamente destinato ai soli tifosi di calcio, in primis granata.

Una lettura consigliata a tutti, anche a quelli che sembrano lontani anni luce dal football che, piaccia o no, è ormai, e non solo per noi italiani, uno spazio sociale, una realtà antropologica.

Forse non tutti sanno che il grande Torino narra le gesta di una squadra protagonista della storia del pallone, una leggenda ha travalicato i confini di Torino per arrivare ovunque, toccando i cuori di molti.

 

«Così anche per chi crede di sapere tutto, non è detto non

spunti dal bagaglio delle memorie qualcosa di inedito, di

non ancora perlustrato, nello spirito più vero del titolo di

queste pagine, che quasi ammoniscono: attento, lettore,

perché forse non tutti, te compreso, sanno che…»

 

Maurizio Carvigno

1 Commento

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui