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Cerco te, il thriller psicologico di Mauro Mogliani  

Mauro Mogliani presenta “Cerco te”, un thriller psicologico che indaga a fondo nelle relazioni interpersonali, nel bisogno di amore e attenzioni che, se non appagato, lascia cicatrici che possono portare a compiere i gesti più inconsulti.

racconta il dissidio interiore dell’ispettore Nardi, un uomo dilaniato dai sensi di colpa, gettato suo malgrado in un gioco perverso in cui il tempo è il suo peggiore alleato. Un thriller avvincente vincitore del premio speciale al concorso nazionale di narrativa gialla-thriller-noir “Premio Tettuccio 2019”.

«Voglio fare un gioco con lei. Mi voglio divertire un po’. Una alla volta, prenderò prigioniere quattro donne. Non si preoccupi, dopo sette giorni le rilascerò. E non appena le avrò rilasciate, le assicuro che staranno meglio di prima. Il gioco inizierà tra due giorni. Prenderò la prima donna, la terrò per una settimana in cura qui con me, poi la libererò. Dopo altri due giorni, toccherà alla seconda: i tempi saranno sempre gli stessi, ispettore. A lei il compito di fermarmi e scoprire cosa lega tra loro queste donne, prima che arrivi alla quinta preda, ispettore: un uomo, che ahimè non rilascerò… Buona fortuna. Nessuno […]».

Nel thriller Cerco te di Mauro Mogliani, ambientato nella tranquilla cittadina di Tolentino, si assiste alla crudele lotta che l’inquietante personaggio di “Nessuno” ingaggia con l’ispettore Piero Nardi.

Una partita contro il tempo anticipata da una misteriosa lettera recapitata all’ispettore, che lo intrappola in un profondo stato di inadeguatezza: Nardi inizia infatti il gioco di Nessuno con una mossa sbagliata, e da quell’errore scaturirà una serie di conseguenze che lo porteranno a condurre le indagini con angoscia e frustrazione. Quattro donne saranno rapite, saranno “curate” e poi rimandate alle loro famiglie; la quinta vittima invece, un uomo, non avrà scampo. Questo è l’intento dichiarato di Nessuno, e questo è ciò che compie nelle tempistiche e nelle modalità descritte nella lettera. Il romanzo sembra voler porre la domanda: “Quanto si può andare avanti a fingere di essere sé stessi, quando ormai non si ha più idea di chi si è, e di ciò che si vuole?”. È infatti Nessuno ad affermare: “Neanche io, in fondo, so chi sono”.

Anche le donne rapite dall’oscuro sequestratore sono in primis vittime di loro stesse, delle loro esistenze in bilico tra realtà inconciliabili: ognuna di loro vive una doppia vita sconosciuta anche a chi le ama, forse incomprensibile anche a loro stesse. Una vita tanto illogica e dolorosa che Nessuno decide che l’unica cura possibile sia cancellare i loro ricordi, azzerare la loro personalità, renderle, appunto, “nessuno”. Tema principale del romanzo è la relazione tra uomo e donna, e il bisogno di evadere dalla quotidianità per compensare un’esistenza in cui non ci si riconosce più. Lo stesso ispettore non riesce a mantenere la mente fredda e viene inglobato nei dubbi che attanagliano le vittime e i loro familiari, e si sente imprigionato in una storia che non sente più sua, in un fallimento umano che colpisce la sua vita professionale come quella privata:

“Nardi ripensava alla sua condotta, alle sue indecisioni, alla sua inadeguatezza. Alle volte capita di trovarsi di fronte a bivi davanti ai quali avremmo bisogno di un tempo quasi eterno per valutare la strada giusta da prendere. Invece il tempo che ci viene concesso è quello di un istante inafferrabile”.

Cerco te è un’opera che parla di solitudine, di incomprensione, di vendetta cieca; una storia che incute una genuina inquietudine mentre spinge a riflettere sugli errori che ognuno di noi compie nelle relazioni interpersonali, e sulla instabilità e oscurità della mente umana. Un thriller senza fronzoli, una lotta contro il tempo, acerrimo nemico tanto quanto Nessuno che, proprio perché senza volto e senza nome, può essere riempito dalla coscienza di tutti, personaggi fittizi e lettori reali.

TRAMA.

L’ispettore Piero Nardi riceve una lettera misteriosa firmata “Nessuno” che annuncia un gioco perverso: quattro donne verranno sequestrate in successione e liberate dopo sette giorni. La quinta vittima, questa volta un uomo, non sopravviverà. Il potenziale rapitore assicura che le donne, una volta rilasciate, staranno meglio di prima. Il gioco ha effettivamente inizio; la cittadina marchigiana di Tolentino è nel panico. Le donne vengono rapite e rilasciate dopo una settimana in stato confusionale; non ricordano più nemmeno chi sono. Spetterà a Nardi, con l’aiuto dell’ispettore Gambuti, scoprire cosa lega le vittime per anticipare le mosse di Nessuno, capirne gli intenti e impedire che compia l’annunciato e drammatico finale.

BIOGRAFIA.

Mauro Mogliani esordisce nel 2014 con il thriller psicologico Nessuno sa chi sono io, pubblicato da Italic&Pequod. Nel 2015 pubblica per la stessa casa editrice Racconti per insognia.  Nel 2016 esce in ebook La confessione, facente parte del progetto “FeelBook: il libro che segue le tue emozioni”. Nel 2018 pubblica per Leone Editore il thriller Cerco te, vincitore del premio speciale al concorso nazionale di narrativa gialla-thriller-noir “Premio Tettuccio 2019” e del premio speciale al concorso internazionale di poesia e narrativa di Prato “Un Tessuto di Cultura 2019”.

 

Contatti

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Una mostra sensoriale: “Il corpo della voce” a Palazzo delle Esposizioni

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Arriva la mostra “Il corpo della voce” a Palazzo delle Esposizioni di Roma, dove potrete vivere una bellissima esperienza extra-sensoriale.

Dopo tanto arriva anche in Italia una mostra interattiva, quasi a livello di quelle oltreoceano: il suono è per la prima volta in una mostra, in Italia, a Roma a Palazzo delle Esposizioni.

Il corpo della voce è una mostra che tutti sono in grado di capire. Ma mi rendo conto che forse gli italiani non sono ancora pronti a questa tipologia di mostre quando vedo le facce dei giovani ragazzi, più o meno della mia età, che escono dall’esposizione.

Ad emozionarmi è stata, più che altro, la scelta di rendere la mostra interattiva. I visitatori sono i protagonisti principali, non solo grazie agli incontri con gli attori e ai workshop organizzati con cadenza settimanale, ma anche per la scelta di poter partecipare attivamente alla mostra e avere la possibilità di registrare e riascoltare la propria voce.

Lo scopo dei curatori della mostra è quello di arrivare ad indagare sul rapporto che c’è tra parola e suono.

Un altro motivo per cui, forse, ancora non siamo pronti a questo tipo di mostre è che si tratta di una mostra che come dice la parola, e scusate l’ossimoro, non si mostra; qui c’è poco da vedere e molto da sentire.

Foto, video, materiali di repertorio, documentari, il tutto racchiuso nelle 120 opere esposte. Lo spazio espositivo del Palazzo romano dona uno scenario ottimo.

“Una mostra non da vedere, ma da sentire”.

Tra i protagonisti della mostra: Carmelo Bene, Cathy Berberian, Demetrio Statos.

La cantante mezzosoprano Cathy Berberian, di origine armene ha dedicato la propria esistenza a giocare con la sua voce, sperimentando diverse sonorità.

Il regista e attore Carmelo Bene fa della propria voce il suo punto di forza.

Anche il musicista e cantante di origini greche Demetrio Statos impronta la propria esistenza sulla sonorità e il rapporto che ne deriva con la parola.

Potrete assistere alla mostra, se ancora non l’avete fatto, sino al 30 giugno 2019.

 

Foto e articolo a cura di Alessandra Santini

 

L’immagine della copertina, relativa alla mostra “Il corpo della voce”, protetta da copyright, è stata presa dal sito “coopculture.it“. Si ritiene che esso possa essere riprodotto su CulturaMente, limitatamente alle voci che riguardano direttamente l’opera, in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», o per mere finalità illustrative e per fini non commerciali, e in quanto la presenza in Wikipedia non costituisce «concorrenza all’ utilizzazione economica dell’opera».

“Buongiorno, notte” e la storia che si fa finzione

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Mentre è nelle sale con Il traditore, Marco Bellocchio ricorda di star lavorando a una serie tv sul caso Moro, «controcampo tutto in esterni all’ambiente chiuso di Buongiorno, notte». Del quale è bene tornare a parlare.

Titolo originale: Buongiorno, notte
Regista: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Marco Bellocchio
Cast principale: Maya Sansa, Roberto Herlitzka, Luigi Lo Cascio, Giovanni Calcagno, Pier Giorgio Bellocchio, Giulio Bosetti
Nazione: Italia
Anno: 2003

Soffocamento. È questa la sensazione che accompagna la visione di Buongiorno, notte e quasi si impone oltre lo svolgersi della storia, al di là del dramma etico, morale e umano che la pellicola mette in scena. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse sono trattati da Marco Bellocchio in ossequio a quelle linee cardine del suo cinema che lo portano a prescindere – per quanto possibile – dal riavvolgimento piano e reale della vicenda narrata, prediligendo uno sguardo intimo ma non intimista, privato piuttosto che pubblico – nazionale.

Buongiorno, notte è un film sospeso, in cui i cinquantacinque giorni del sequestro Moro sembrano svolgersi in un arco di assoluta atemporalità.

La stessa percepita e vissuta da un’Italia in apnea, sbigottita da un’azione eclatante di cui ancora oggi ci si affanna a scoprire i lati torbidi, nella cieca e sfiancante corsa al complotto interno o internazionale, al mistero celato e alla rivelazione fantasmatica.

Qualcuno ha storto il naso, come ricorda Antonio Tricomi [1], dinnanzi all’operazione di Bellocchio, che pur si distingue per aver immaginato – e dunque sperato – un esito diverso della vicenda Moro, con il sequestrato che varca la porta dell’appartamento-prigione e cammina spedito per le vie della Magliana. Un finale che dà voce al desiderio del senso comune. A tutti coloro che si chiedono, ancora oggi, cosa avrebbe rappresentato un Aldo Moro libero e liberato nel panorama politico italiano, e persino a quegli elementi delle Br che si opposero all’uccisione in nome di ragioni politiche, etiche, e di opportunità.

Ma è proprio questo dar voce ai militanti dell’epoca che per il film di Bellocchio ha rappresentato il maggiore atto d’accusa.

Giuseppe Ferrara, autore nel 1986 (quando ancora si riteneva che i “carcerieri” fossero tre e non quattro) del Caso Moro, ha accusato il collega di essere “tenero” con i brigatisti, finanche «reazionario […], antistorico, falso, omertoso» [2] in virtù di un’apparente accondiscendenza dinnanzi all’umanità di mostri da prima pagina. Sembra di riascoltare gli atti d’accusa a Leonardo Sciascia (pur imparagonabile a Bellocchio per lucidità di analisi) avanzati da Amendola, Arrigo Levi e Aniello Coppola, concordi nell’imputare all’intellettuale una «strizzata d’occhi» al terrorismo tutt’altro che veritiera.

La realtà è che l’intero arco dei Settanta con la sua storia di violenza politica appare ancora oggi un lungo fermo-immagine, una parentesi non ancora transitata dalla cronaca alla storia.

In questa prospettiva il sequestro Moro – su cui tutto è stato schiacciato – rappresenta un osservatorio privilegiato di tale tendenza all’elusione, al silenzio imposto alle voci critiche e “interroganti”, ai tabù di una narrazione che preferisce la ridicola ricostruzione di Piazza delle Cinque Lune (Renzo Martinelli, 2003) al recupero delle analisi tentate “a caldo” da Pasolini e Sciascia più di quaranta anni fa.

Buongiorno, notte non è un film-verità, né apporta nulla di nuovo all’elaborazione e al disvelamento dell’affaire Moro.

È un’opera di ricostruzione immaginata, che supera l’orlo del crinale tra fattuale e finzionale che già di per sé caratterizza la maggior parte della memorialistica degli ex militanti, in particolare il memoir da cui è tratto: Il prigioniero di Anna Laura Braghetti [3]. Esso getta uno sguardo all’interno dell’appartamento di via Montalcini dove lo statista Dc era sequestrato e lo carica di pathos e sensazioni aggiunte, che si sommano a quelle riportate dalla “vivandiera” fin quasi a schiacciarle, ricreando quel senso di soffocamento cui si accennava prima attraverso sogni (solo una volta Braghetti parla di sogni che le hanno fatto mancare l’aria) composti di immagini e musica in un crescendo di inquietante emotività, ai limiti della sopportazione.

È un effetto voluto, ricercato, il quale tuttavia non suscita empatia con i quattro brigatisti chiusi in una casa buia con le tende spesse alle finestre.

buongiorno notteIl regista piacentino, nel difendere il suo lavoro dalle accuse, ha dichiarato del resto di voler interpretare i fatti allo scopo di indagare quella «miseria affettiva» che ha portato i militanti «a perdere il più elementare senso della realtà» [4]. Quasi che il contesto storico-sociale non li rendesse parte di una storia complessa, che lui del resto taglia fuori per rinchiudere nelle mura di un interno borghese la quotidianità di militanti incerti, stanchi, campioni di un’indagine personale che di tutto può essere tacciata meno che di benevolenza o docile assecondamento.

Il suo lavoro di ricostruzione si avvale di memoriali, dichiarazioni spontanee, ricostruzioni dei fatti trasportati nella narrazione e resi per questo in maniera trasfigurata, quasi immaginata.

Certo, l’aderenza a episodi raccontati c’è, e ha rappresentato – nella sua spiazzante quotidianità – un ulteriore motivo di critica, di inverosimiglianza rimproverata senza essersi presi la briga di leggere anche solo il testo da cui il film trae ispirazione. Germano Maccari (Ernesto nel film, interpretato da Pier Giorgio Bellocchio) che esplode contro i compagni perché vuole vedere la fidanzata. Prospero Gallinari (Primo, interpretato da Giovanni Calcagno) affezionato a dei canarini che sono volati via. La stessa Braghetti (Chiara, Maya Sansa) che prepara la zuppa e si intrattiene con la vicina per simulare una normale esistenza.

Si può discutere sull’opportunità di mettere in scena tali aspetti, sull’effettivo apporto che essi posso dare alla comprensione dell’azione delle Br, slegati così come sono dal corso della storia – quella grande, globale, degli anni Settanta e quella interna, complessa, dell’organizzazione.

Lo si può fare se si guarda alla pellicola con lenti non pregiudiziali, di chi sa che un’opera filmica – tanto più se prodotta in anni in cui i giudizi etico-morali si sono cristallizzati – non può sobbarcarsi il peso di raccontare, tanto meno dall’interno, una storia italiana di mai elaborata complessità. Che la si accusi, poi, dall’altra parte, di non fare un servizio alla verità quando per verità s’intente la ricerca di fantasmi, ciò risulta ancor più errato e in qualche modo risibile.

Buongiorno, notte deve essere valutato per quello che è.

Un film d’autore di ottima fattura, che si pregia di un cast in cui spicca Luigi Lo Cascio (che interpreta Mario Moretti) e che ricostruisce con dovizia di particolari persino l’aspetto fisico dei giovani protagonisti (impressionante Bellocchio-Maccari, con le spalle perennemente curve).

La scelta dei brani musicali, i quali accompagnano le scene di maggiore impatto visivo ed emozionale, rifugge il semplice rimando ai tempi che i soli Pink Floyd suggerirebbero e si arricchisce di composizioni classiche che producono un effetto straniante, il cui apice è raggiunto nella scena in bianco e nero della parata per Stalin accompagnata dalla Marcia trionfale dell’Aida. Il continuo passaggio dal presente al sogno, reso attraverso il meccanismo della giustapposizione, permette di penetrare oltre la superficie del narrato, in quel misto di compassione e freddezza che scuote i brigatisti miseramente affettivi di Bellocchio, la cui «anestesia morale», secondo un’espressione di Anna Bravo che richiama quella del regista [5], è portata alle estreme conseguenze nella recita da automi dinnanzi alla tv, al ritmo cantilenante di «la classe operaia deve dirigere tutto».

Se c’è un passaggio in cui la rivisitazione della vicenda da parte di Bellocchio sembra sfiorare, anche solo per puro trasporto emotivo, il piano reale delle cose, esso è il momento del funerale, rievocato attraverso le immagini d’archivio della celebre cerimonia senza salma, così come era stato richiesto dallo stesso Moro.

Nella Basilica di San Giovanni in Laterano, alla presenza di un Paolo VI forse accomunato – involontariamente o meno – alle altre maschere del potere, la camera immortala i volti di quelli che Sciascia, nel suo celebre pamphlet, aveva rinominato «i fedelissimi delle ore liete» [6]. Non uno sguardo che tradisca emozione. Nessun accenno a quello «sciogliersi dalla forma» che, secondo l’intellettuale siciliano, aveva finalmente permesso a Moro di vedere il volto laido e meschino del Palazzo in cui egli stesso si era mosso. In sottofondo risuona, sempre più potente, Shine on your crazy diamonds.

È un requiem, la fine della storia – la fine delle storie.

Degli alibi di Stato, dei sogni di rivoluzione, di pezzi di verità che non si trovano perché semplicemente non esistono più, e laddove i conti non tornano resta solo un margine di incertezza accettabile perché insita in tutte le cose. Ma è un bisogno indomito e impellente quello di non riuscire a fermarsi, di continuare a immaginare un altro esito, una diversa realtà. Buongiorno, notte in questo senso è l’emblema dell’inafferrabile che sempre accompagnerà questi eventi, almeno finché non si avrà il coraggio di analizzarli e superarli.

Tre motivi per vedere il film:

  • Una colonna sonora che entra sotto la pelle.
  • Roberto Herlitzka, che dona a Moro quell’«espressione di stanchezza e noia» di cui parlava Sciascia.
  • La scena finale, perfetta recita di un “dramma del potere”.

Quando vedere il film:

Dopo aver letto i testi giusti ed essersi informati sulla storia di quegli anni per operare i dovuti confronti. E le dovute valutazioni.

 

Ti sei perso le uscite precedenti? Tranquillo, ecco l’ultimo appuntamento!

Cantando sotto la pioggia, l’irresistibile magia del musical

 

Ginevra Amadio

 

 

[1] A. Tricomi, Buongiorno, notte. Perché all’utopia seguì il disincanto, in Id., La Repubblica delle Lettere, Macerata, Quodlibet, 2010, p. 15.

[2] P. D’Agostini, Buongiorno, notte di Bellocchio va in TV. E suscita polemiche, in “la Repubblica”, 5 giugno 2006.

[3] A. L. Braghetti – P. Tavella, Il prigioniero, Rizzoli, 1998.

[4] P. D’Agostini, Buongiorno, notte di Bellocchio va in Tv, cit.

[5] A. Bravo, Un equilibrio fragile: la donna tra libertà e violenza, in AA.VV., Il libro degli anni di piombo, M. Lazar – M.-A. Matard-Bonucci (a cura di), Milano, Rizzoli, 2010, p. 72.

[6] L. Sciascia, L’affaire Moro, Palermo, Sellerio, 1978, p. 110.

X-Men: Dark Phoenix, anche i mutanti ci salutano

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La visione di X-Men: Dark Phoenix da parte del pubblico più “smaliziato” sarà certamente diversa dalla mia.

Non tutti dopotutto conoscono, fortunatamente, gli innumerevoli problemi produttivi della pellicola (girata due anni fa, rigirata nella parte finale lo scorso anno, con una data d’uscita posticipata ben tre volte) e che, essendo nel frattempo la Fox stata acquistata dalla Disney, X-Men: Dark Phoenix è diventato de facto il capitolo finale della saga. Almeno con questa formazione, molto probabilmente.

Non so quanto questa differente “conoscenza” possa alterare prima la visione e poi il giudizio. Certamente il mio è condizionato da tali aspetti perché, sapendoli, è impossibile non vederli sul grande schermo. È impossibile non notare una certa fretta nella struttura narrativa del film e una incredibile linearità della trama. Il genere dei blockbuster moderni ormai si allarga sempre di più in proporzioni e ambizioni, e vedere adesso un comic-book movie che dura appena 100 minuti, ha una trama semplice e verticale, ha pochi scenari enormi e poche ambientazioni, è quasi sconvolgente. Sorprendente di sicuro.

Rispetto alle proporzioni anche dei precedenti film della saga, X-Men: Dark Phoenix è quasi un film “piccolo”. Non che questo lo intenda come un difetto, anzi, il gargantuismo di certi cinefumetti ormai è indigeribile e spesso, francamente, inutile. Con la forza di una storia amata dai fan della saga – la Fenice Nera è uno degli albi a fumetti più popolari degli X-Men – e con l’affiatamento di un cast ormai rodatissimo, il film porta a casa il suo risultato senza sbavare e senza esagerare.

Certo, probabilmente mancano dei picchi, dei momenti indimenticabili, spettacolari che gli X-Men sanno regalare e che il film avrebbe meritato. E qui torniamo al paragrafo d’apertura: è un difetto, perché salutare il cast con relativamente così poco dispiace, ma anche concepibile, perché le difficoltà produttive hanno dilaniato un progetto ormai passato in secondo piano, negli occhi di spettatori più casuali, rispetto a saghe più popolari come quelle degli Avengers.

Sostanzialmente, è il solito vecchio discorso del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Senza veri difetti, X-Men: Dark Phoenix regala puro intrattenimento per tutti per quasi due ore al cinema. Per chi vorrebbe di più e lo pretende dopo aver amato la saga, rimarrà l’amaro in bocca.

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Emanuele D’Aniello

Juliet Naked, il ritorno della rom-com di un tempo

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Per una volta, i titolisti italiani hanno fatto la scelta saggia nel lasciare al film il titolo originale, Juliet Naked.

Dopotutto, Juliet Naked è realmente più azzeccato del titolo italiano del libro da cui è tratto, “Tutta un’altra musica“. Perché qui, in realtà, non c’è un’altra musica, non c’è aria nuova. È la musica che conosciamo tutti, quella della commedia romantica classica, né più né meno. Non è una diminutio la mia, anzi, semmai la constatazione che la rom-com può ancora dare tanto e, quando fatta bene, è ancora uno dei generi più godibili e soddisfacenti che il cinema possa offrire.

Certo, estrapolare “solo” la rom-com dal libro originale di Nick Hornby vuol dire perdere le sue riflessioni, talvolta anche feroci, sul ruolo della soggettività della critica, sull’inutilità del fandom, sulla mediocrità del maschio moderno. Ma è altrettanto vero che non è questa la sede per analizzare ciò, poiché l’errore peggiore da fare quando si giudica un adattamento, è giudicare il film mettendolo a paragone col libro da cui è tratto.

Pertanto, è giusto giudicare il film per cosa è, ovvero una divertente e ironica commedia romantica sulle seconda possibilità.

Il regista Jesse Peretz è certamente un esperto del settore. Se da Hornby ha preso il ritratto viziato dei maschi che non si rassegnano a vivere da adulti, oltre che la trama della vicenda, il resto lo ha traslato e “americanizzato” al suo stile semplice da artigiano del cinema. Ne esce fuori un’ironia sottile che mai diventa esagerata, una ricerca dell’amore che mai diventa sentimentalismo, e un forte bisogno di vivere al massimo il minimo che la vita offre. L’aspetto migliore del film è forse proprio l’analisi della quotidianità e della mediocrità (volontaria) dei personaggi, persone comunissime, afflitte da problemi comuni, che cercano di avere ancora una chance per poter andare avanti.

Il film fa tutto questo lavoro sicuramente senza picchi. Non sviluppa troppo questo discorso, oppure i personaggi. Lo fa quanto basta per familiarizzare con loro e con la situazione, e poi lascia che i binari sicuri (seppur prevedibili) del meccanismo da rom-com facciano il resto.

Quel resto che, fortunatamente, va in porto soprattutto grazie agli attori. L’ironia di Chris O’Dowd, la leggerezza di Rose Byrne, il carisma di Ethan Hawke (che pare nato per questo ruolo), fanno molto di più della sceneggiatura. Sono gli attori, la loro dinamica di squadra e la tenerezza che infondono, a convincerci che Juliet Naked sia un ritorno alla cara vecchia rom-com, più di quanto la carineria del film effettivamente faccia.

Il libro di Nick Horny, però, rimane comunque più consigliato.

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Emanuele D’Aniello

Il Cinema in Piazza: la rassegna torna a Roma con grandi ospiti

Tra ospiti nazionali e internazionali, torna a Roma la terza edizione della rassegna cinematografica “Il Cinema in Piazza”.

Tutto è nato nel 2012 con l’iniziativa di un gruppo di ragazzi della periferia romana per salvare lo storico Cinema America. I “ragazzi del Piccolo America” anche quest’anno riportano la settima arte in tre grandi luoghi d’incontro della Capitale con la rassegna cinematografica “Il Cinema in Piazza“.

“Il Cinema in Piazza è una grande biblioteca pubblica, in cui ogni sera tutti quelli che vivono e attraversano la città potranno consultare contemporaneamente un’opera cinematografica differente prendendola in prestito per un’unica visione collettiva sul grande schermo” – ha dichiarato Valerio Carocci, presidente dell’associazione.

I numeri della nuova edizione

Tre arene, tre schemi in tre luoghi della città:

  •  Trastevere | Piazza San Cosimato (dal 1° giugno al 1° agosto);
  •  Ostia | Porto Turistico di Roma (dal 22 giugno al 27 luglio);
  •  Tor Sapienza | Parco della Cervelletta (dal 13 giugno al 28 luglio).

La rassegna comprenderà:

  • 104 serate a ingresso gratuito,
  • 40 incontri con ospiti nazionali ed internazionali,
  • 104 proiezioni con 104 opere differenti,
  • 8200 mq di superficie per attività culturali,
  • 3000 posti a sedere nelle tre arene.

eventi a roma

La rassegna “Il Cinema in Piazza” ha preso il via il 1° giugno a Trastevere dove Alessandro Borghi, Alessio Cremonini, Jasmine Trinca, Milvia Marigliano, Lisa Nur Sultan e Olivia Musini hanno presentato “Sulla mia pelle”. Saranno invece Matteo Garrone, Marcello Fonte, Massimo Gaudioso e Marco Spoletini ad inaugurare giovedì 13 giugno l’arena a Tor Sapienza introducendo “Dogman”.

Quest’anno la rassegna strizza l’occhio anche al cinema internazionale. Tra gli ospiti ci saranno Mathieu Kassovitz che riporterà in Italia il cult “L’odio”; il maestro Paul Schrader che presenterà “Taxi Driver” al Casale della Cervelletta e “First Reformed” in Piazza San Cosimato; mentre Debra Winger e Jeremy Irons parteciperanno alla rassegna in occasione dell’omaggio al maestro Bernardo Bertolucci.

Tra gli eventi organizzati a Roma, ci saranno inoltre delle retrospettive dedicate ad Alfonso Cuarón, al regista sudcoreano Kim KiDuk e allo statunitense Wes Anderson.

Si tratta senza dubbio di un ricco calendario di eventi dedicati alla settima arte a Roma.

Potete consultare il programma completo della manifestazione sul sito ufficiale.

World Press Photo 2019: la mostra torna a Bari

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La mostra dedicata al fotogiornalismo torna a Bari, per la prima volta al Teatro Margherita.

Da quando è stato restituito alla città in tutto il suo splendore, il Teatro Margherita si sta pian piano affermando sotto una nuova veste e sta diventando un magnifico scrigno, contenitore di mostre dedicate al genio artistico in tutte le sue forme.

Dopo la Van Gogh Alive, è il momento della World Press Photo, che torna nuovamente a Bari, ma per la prima volta in questa nuova location.

Aperta al pubblico lo scorso 17 maggio, sarà possibile visitare la mostra dedicata al fotogiornalismo fino al prossimo 23 giugno.

La World Press Photo non delude neanche quest’anno.

Migrazioni, guerra, femminismo, natura, problemi ambientali: sono tanti e sempre attuali i temi affrontati e documentati con le immagini dai più talentuosi fotoreporter a livello mondiale.

Nata nel 1955 ad Amsterdam, la Fondazione World Press Photo promuove in tutto il mondo il fotogiornalismo di qualità, tutelando la libertà di informazione, inchiesta ed espressione. Ogni anno, una commissione di esperti, analizza i lavori di oltre 4.000 reporter e tra questi individua la “Press Photo of The Year“, la fotografia che meglio incarna i temi di attualità raccontati dal giornalismo durante tutto l’anno.

Quest’anno il concorso ha visto la partecipazione di 4.738 fotografi con oltre 78 mila scatti. Non dev’essere stato semplice per la Fondazione scegliere i vincitori.

Il nobile obiettivo che la World Press Photo si pone è quello di far conoscere al mondo le storie che contano. Attraverso le fotografie premiate, la mostra mette lo spettatore di fronte alla realtà, mostrando lui delle storie che lo invitano a fermarsi, riflettere e agire di conseguenza.

Le foto che parlano

Ogni fotografia riesce a comunicare alla perfezione un forte messaggio. Ogni fotografia diventa veicolo di una realtà che non viviamo in prima persona, ma che non può lasciarci indifferenti. Siamo sempre più immersi nei nostri cellulari, presi dalla nostra vita e scollegati da quello che accade nel mondo vero. Spesso, per ignoranza o per noncuranza, siamo cechi o non vogliamo vedere cosa accade realmente dall’altra parte del mondo.

La World Press Photo ci mette con le spalle al muro e ci invita a riflettere. Entrando in quella sala, camminando tra le fotografie, è inevitabile scollegarsi per un attimo dalla realtà quotidiana ed immergersi nella vita di quei volti catturati negli scatti.

Ogni fotografia è capace di trasmettere delle forti sensazioni, sensazioni che non hanno bisogno di troppe parole per essere comprese.

Al mio secondo anno come fruitrice della mostra, posso affermare che la World Press Photo è un appuntamento imperdibile. Oltre ad offrirci la possibilità di ammirare i lavori eccelsi dei più grandi fotografi a livello mondiale, la mostra lascia il segno nel suo spettatore e lo porta inevitabilmente a porsi delle domande e a riconsiderare con occhi diversi la realtà che lo circonda. Se non è arte questa…

Simona Specchio

Pets 2 colpisce per la sua semplicità e la potenza dei suoi messaggi

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Pets 2 è veramente un film godibile, dall’inizio alla fine. È ricco di colpi di scena e intrattiene continuamente lo spettatore, non ci sono momenti piatti o di noia.

Il film comincia da un filo narrativo creando molteplici intrecci che insieme formano l’arazzo Pets 2.

È difficile che il secondo film di una saga cinematografica riesca bene quanto il primo, o anche meglio. La Disney, che è un colosso dell’animazione, ha collezionato molti successi, come Toy Story 2, ma anche molti insuccessi, primo fra tutti Mulan 2. E così è stato, secondo me, sia per Madagascar della Dreamworks, che per Cattivissimo me della Illumination (Universal Pictures), che si sono ripresi con il terzo film.

Questo, fortunatamente, non è stato il caso di Pets 2. ll film supera addirittura il primo, e non di poco!

I doppiatori italiani sono stati fantastici nel far passare le emozioni con le loro voci, sebbene credo che Lillo abbia, a volte, mantenuto l’entusiasmo di Duke.
Come ha detto lo stesso Alessandro Cattelan, doppiatore del protagonista Max, il primo film era più indirizzato ai bambini, poiché Max si abitua a far spazio nella sua vita ad un “fratello”.

Pets 2
I doppiatori italiani di Pets 2 (da sinistra): Francesco Mandelli (Nevosetto), Alessandro Cattelan (Max) e Pasquale “Lillo” Petrolo (Duke)

 

Pets 2 è dedicato ai genitori, che devono imparare che è giusto che un figlio faccia le sue esperienze, pure facendosi male delle volte.

I temi colpiti sono molteplici e su tutti spicca l’affrontare la paura.

Ci vuole molto più coraggio per superare le proprie paure, che per fare molte altre cose. Spesso accade che si è più paralizzati per la paura stessa che per la paura di qualcosa: non agiamo perché siamo spaventati da quella paura che puntualmente torna a galla.
Finalmente è stato bello vedere un film in cui non si è dato più valore ad un genere che ad un altro. Gli eroi di questa storia sono tutti, maschi e femmine indistintamente. Non c’era nessuna retorica, nessun messaggio trito e ritrito del tipo “credi in te stesso”, con cui la Disney sta farcendo i suoi film come un tacchino il Giorno del Ringraziamento.

È questo che ha reso Pets 2 un film leggero e godibile ma non superficiale!

Un’altra cosa che mi è piaciuta del film è che i momenti più divertenti non sono solo quelli mostrati nei trailer, come si fa ormai per quasi tutti i film di animazione per convincere le persone e attirarle al cinema. Questa tattica poi lascia tutti un po’ delusi e con un pensiero: “tutto qui il divertimento? Ma l’ho già visto un trilione di volte su internet”.

Nei trailer di Pets 2 si vedono delle gag simpatiche ma sono solo quelle dal ritmo più veloce; nel film ci sono molte altre scene divertenti.

Una piccola nota a margine la devo riservare a Moviement. È un movimento nato per gli amanti del cinema con lo scopo di prolungare la programmazione nelle sale a 12 mesi, senza escludere i tre mesi estivi come da abitudine in Italia. L’unico modo per sostenere questo progetto è… andare al cinema!
Per iniziare nel modo migliore, si può andare a guardare Pets 2 al cinema, dal 6 Giugno.

Merita tantissimo, parola di gattara (non quella del film).

 

Ambra Martino

Un Giacomo Balla da salotto

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A Palazzo Merulana la mostra “Giacomo Balla. Dal futurismo astratto al futurismo iconico”

Non il fragore di motori in corsa, non i fumi grigi delle strade o il rumore assordante delle folle. Il Giacomo Balla ospite a Palazzo Merulana è un Balla da salotto. Hai tutto il tempo di zuccherare il tuo caffè, mentre l’alta borghesia degli anni ’30 solleva i suoi bisbigli carichi di vana gloria, tra quadri, riviste e giornali.

E chi si aspetta l’azione e il movimento dal fiero firmatario del manifesto pittorico futurista rimarrà, forse, deluso sulle prime ma poi…

La mostra, a dire la verità, si chiama Giacomo Balla. Dal futurismo astratto al futurismo iconico e sintetizza tutta la storia artistica del celebre pittore in modo perfetto, introducendo al pubblico l’ultimo periodo produttivo di Balla: un suo lato più figurativo e realista di quello che siamo abituati a conoscere.

Giacomo Balla Primo Carnera
G. Balla, Ritratto di Primo Carnera, 1933

Non a caso opera simbolo dell’esposizione è Ritratto di Primo Carnera del 1933, decisamente interessante e rappresentativa per vari motivi. Il dipinto è un double-face d’autore. Da un lato vi è Vaprofumo, del 1926, che coi colori e le forme assolutamente tipiche del futurismo richiama allo sforzo sensoriale, rievocando le sensazioni olfattive di un flacone di profumo (la forma originale del dipinto, con due buchi nella parte superiore, altro non rappresenta che un naso). Dall’altro lato il ritratto del pugile Campione del Mondo, Primo Carnera, ispirato da una foto di Elio Luxardo (fotografo futurista amico di Marinetti) che era stata pubblicata sulla prima pagina della “Gazzetta dello Sport” nel 1933. Già si nota, girando da un lato all’altro dell’opera, quanto Balla, con gli anni, si allontani dal dinamismo futurista verso una pittura molto meno astratta.

Primo Carnera, d’altra parte, è ancora la rappresentazione della forza, dell’uomo moderno e glorioso, degli ideali fascisti in cui Balla credeva fortemente.

Inoltre, era la riproduzione di una immagine mediatica di grande impatto: la foto del pugile aveva fatto il giro del mondo e parlava di una Italia vigorosa e potente, l’Italia dei grandi sogni futuristi. Nel quadro Balla dipinge su una rete di metallo. Lui che era sempre stato affascinato dalla fotografia, cerca di riprodurre così l’effetto dell’immagine su giornale, una tecnica innovativa – retinatura – che, rendendo l’impressione della carta stampata, si confronta volontariamente con i mezzi di diffusione di massa. Nel ritratto di Primo Carnera c’è già l’ardente richiesta di un rinnovamento del futurismo che portò, poi, Balla ad allontanarsi e distaccarsi definitivamente dal movimento con una lettera del 1937 alla rivista “Perseo”.

Balla, il futurismo e la fotografia

Il distacco dal futurismo appare evidente se si pensa al testo del primo Manifesto del colore, pubblicato nell’ottobre 1918 che asseriva con fierezza:

“Data l’esistenza della fotografia e della cinematografia, la riproduzione pittorica del vero non interessa né può interessare più nessuno”.

Eppure non è molto noto che l’artista si avvicina al realismo relativamente presto, già contemporaneamente allo sviluppo delle sue più note opere astratte. In mostra, ad esempio, del 1929 è il dipinto La seggiola dell’uomo strano, scomposizione luminosa e geometrica delle forme, ma già del 1922 è Nel Patio, un romantico ritratto più realista della figlia dell’artista, Luce. Per Balla, a differenza di quasi tutti gli artisti a lui contemporanei, la fotografia non è mai stata “altro” o in competizione con la pittura, anzi, proprio alla fotografia egli si ispira e ne ricava conoscenza e originalità. Decisamente fotografico è Autocaffè del 1928.

A Palazzo Merulana si passeggia in una atmosfera benestante e colta, gli anni ’30 sono anni di quiete per i sostenitori del regime.

I fogli di giornale in esposizione inneggiano al futurismo come arte rivoluzionaria e nuovissima e inneggiano al fascismo e al “duce e salvatore” Mussolini. Allo stesso tempo le dive del cinema si lasciano fotografare indossando magnifici abiti da sera, mentre ragazze maliziose fumano sigarette ammiccando sotto i loro deliziosi cappellini per riviste e cartoline. Balla disegna e dipinge le dive (in mostra il bellissimo disegno a matita, ritratto di Greta Garbo del 1935) e torna a ispirarsi alla fotografia e alla stampa con la pittura su rete per le Quattro stagioni in rosso del 1940.

La mostra, tra le altre aperte nella capitale in questo periodo, è curata da Fabio Benzi ed è visitabile fino al 23 giugno. È una mostra raccolta e, volendo usare un aggettivo probabilmente più adatto al secolo scorso che ad oggi, garbata. Una collezione scelta con cura, di quadri rivoluzionari nel loro non essere rivoluzionari, che racchiudono l’esperienza pittorica di Giacomo Balla evidenziandone i lati di cui meno si parla.

Cristiana F Toscano

Il Casino Nobile di Villa Torlonia: eleganza moderna a Roma

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Un’imponente villa immersa in eleganti giardini: Villa Torlonia

Lungo la via Nomentana, ben al di fuori quindi del centro cittadino, Giovanni Torlonia nel 1797 decise di acquistare i possedimenti dei Colonna per dare il via alla costruzione della propria personale residenza extraurbana. Una imponente villa immersa in giardini eleganti e rigogliosi progettata da uno dei nomi più importanti dell’epoca, Giuseppe Valadier.

Tutto ebbe inizio con la creazione del Casino Nobile, a cui si aggiunsero, negli anni, tutte le altre strutture ancora oggi visibili all’interno del parco pubblico: il Casino dei Principi, il Tempio di Saturno, il Teatro, l’Aranciera, la Capanna Svizzera (divenuta poi Casina delle Civette), i Falsi Ruderi, la Tribuna con Fontana, la Serra, la Torre e la Grotta Moresca.

villa torlonia
Il Casino Nobile

Fu poi Alessandro Torlonia, nel 1840, ad innalzare davanti e alle spalle del Casino Nobile, due obelischi in granito rosa, dedicati alla memoria dei genitori. Entrando nel Casino, si noterà immediatamente il fasto e lo sfarzo moderno adottato per le sontuose e pompose decorazioni.

Gli interni della Villa

Nucleo centrale del palazzo è certamente l’imponente Sala da Ballo, che in altezza comprende ben due piani, e che è illuminata da grandi finestre e munita di ben due orchestre che poggiano su maestose colonne. Impreziosiscono l’ambiente alcuni affreschi: nella volta sono rappresentate le storie di Amore, mentre nelle lunette sono dipinti il Volo delle Dodici Ore, il Volo delle tre Grazie e il Parnaso.

Tra gli altri interessanti ambienti del pianterreno vi sono la Stanza a “Berceau”, così chiamata per il motivo decorativo dipinto nella volta che finge un pergolato, in cui si possono ammirare i rilievi in stucco di Antonio Canova destinati in origine alla Sala da Ballo; il piccolo bagno, ispirato alle “stufe” rinascimentali e la curiosa camera dei poeti e degli artisti italiani, così denominata per i 32 ritratti dipinti in una articolata architettura in stile gotico, in cui si riconoscono tra gli altri Dante, Petrarca, Leonardo e Michelangelo.

Villa Torlonia
La Sala da Ballo

Salendo al piano superiore invece, si attraverseranno le sale più sfarzose, veri e propri ambienti di rappresentanza come per esempio la Sala di Bacco interamente affrescata con le storie del mito del dio, le Stagioni e i tre Continenti e la Sala di Alessandro, un tempo utilizzata come sala da pranzo (come testimoniano i mobili a mensola lungo le pareti), completamente decorata con affreschi, fregi a stucco e statue in marmo che raccontano le gesta di Alessandro il Macedone, la cui iconografia è una evidente allusione encomiastica al committente: Alessandro Torlonia.

Sullo stesso piano si trovano inoltre le due camere da letto dei principi, dipinte con panneggi imitanti le cortine di un letto a baldacchino e con, al centro della volta, riquadri con in una stanza La Toletta di Venere e nell’altra Psiche portata dai venti.

Nel 1925 diventa la residenza di Mussolini

La storia della residenza cambiò radicalmente quando nel 1925, il principe Giovanni Torlonia Junior, decise di affittare l’intera Villa Torlonia (ad eccezione della Casina delle Civette che il principe scelse come personale abitazione), a Benito Mussolini che qui visse fino al 1943 pagando la simbolica cifra di 1.000 lire come affitto mensile!

La presenza di Mussolini non comportò sostanziali modifiche alla residenza: i nuovi “inquilini” risiedevano nel Casino Nobile, utilizzando il Villino Medievale e la Limonia per la proiezione di filmati, feste e incontri culturali, mentre il Campo da Tornei come campo da tennis.

Si deve però a Mussolini la costruzione dei due bunker sotterranei (uno antiaereo, l’altro antigas) che corrono ancora oggi sotto il parco della villa e che sono stati recentemente aperti al pubblico per delle visite guidate.

Nel Giugno del 1944 tutto il complesso fu occupato dalle truppe del comando anglo-americano che vi rimase fino al 1947, provocando gravi e pesanti distruzioni e devastazioni.

Fu solo nel 1977 che parco e villa furono acquistati dal Comune di Roma: si procedette così al recupero dei beni architettonici, trasformati in musei, e all’apertura della grande area verde divenuta elegante parco pubblico, ancora oggi frequentatissimo!

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Pet Sematary torna a terrorizzare al cinema

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Lo scorso 9 maggio è uscito nelle sale italiane l’attesissimo Pet Sematary, il film diretto da Kevin Kölsch e Dennis Widmyer e tratto da uno dei romanzi più belli del re dell’horror.

Quando moltissimi anni fa lessi per la prima volta Pet Sematary di Stephen King, ebbi fin da subito la netta sensazione che quel libro, al pari di altri scritti del genio di Portland, potesse e dovesse trasformarsi in un film.

Nel 1989, a sei anni dalla pubblicazione del libro, il cui titolo è una voluta e infantile storpiatura del corretto cemetery, fu Mary Lambert a portare sugli schermi quella storia agghiacciante.

Il film, che inizialmente avrebbe dovuto vedere la regia del grande Romero, uscì in Italia con il titolo di Cimitero vivente e fu un successo.

Al netto di alcuni effetti speciali degni di nota e di un’assoluta aderenza al testo letterario, la pellicola, sceneggiata anche dallo stesso Stephen King, riuscì a trasferire in immagini l’inquietudine generata dalla lettura del libro.

Ma di quel film rimane scolpita nella memoria la colonna sonora, composta dalla celebre punk rock band dei Ramones. A volere quel gruppo fu lo stesso Stephen King.

La leggenda vuole che i membri della band, dopo aver incontrato lo scrittore nella sua casa di Bangor, nel Maine, e ricevuto una copia del romanzo, tornassero dopo solo un’ora con l’angosciante Pet Sematary bella e pronta.

A distanza di trent’anni da quel film, Pet Sematary torna a terrorizzare in sala.

Questa volta a firmare la trasposizione cinematografica sono due registi, Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, non estranei al mondo dell’horror avendo girato, nel 2014, l’inquietante Starry Eyes.

Fin dalle prime sequenze di quello che non è corretto definire un semplice remake, appare evidente la volontà dei due di prendere le distanze dal film di Lambert.

Una scelta ottenuta attraverso un approccio al testo letterario decisamente meno aderente, con licenze che potrebbero deludere i puristi del romanzo.

La famiglia Creed, lasciata la caotica Boston, (nel romanzo è Chicago), va a vivere in una grande casa al limitare di un bosco nel Maine. La nuova sistemazione sembra ideale per ritrovare l’armonia familiare.

A preoccupare è solo la vicina strada statale, dove sfrecciano continuamente pericolosi camion, già responsabili di non pochi incidenti mortali. Mistero, invece, desta nei nuovi ospiti un curioso cimitero degli animali, dove fra alti e ombrosi alberi si cela una leggenda dura a morire.

La ritrovata quiete dura però poco.

Church, l’amato gatto di Ellie, la figlia maggiore dei Creed, viene investito proprio su quella fatale e temutissima strada. E da quel momento ogni cosa cambia.

Finale a parte, che naturalmente non svelo e che ho trovato nel complesso eccessivo seppur originale, non sono poche le differenze con il libro ma anche con il film del 1989. La principale riguarda il ruolo dei due figli di Louis e Rachel Creed.

Nella pellicola di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, a morire, ingenerando indirettamente il dramma della “rinascita”, non è il piccolo Gage, ma la sorella Ellie, interpretata dalla bravissima Jetè Laurence.

Tutto il film ruota intorno al rapporto fra Louis, Jason Clarke, e sua figlia Ellie, un binomio che neppure la tragica morte della bambina può davvero recidere.

Sarà per lei che Louis scaverà, come un folle, la nuda terra in piena notte, per afferrare una maledetta speranza, serrando in denti in una smorfia di infinito terrore.

È per la sua bimba che sfiderà l’ignoto, sovvertendo le leggi della natura e accettando, al contempo, le regole non scritte di un posto dove i morti tornano in vita, ma in modo innaturale, allarmante.

Belle le sequenze che svelano quel cimitero, nel quale Louis, fra nebbie diffuse, crepitio di rami spezzati e terrorizzanti voci, decide di avventurarsi, segnando il suo destino e quello della sua famiglia. Ancor più quelle dell’incidente mortale che coinvolge Ellie.

In un susseguirsi di tragiche emozioni, ben rese dai due registi attraverso inquadrature diverse, emerge la distanza fra i due genitori nell’attimo di quell’infinita tragedia.

Incalzanti, poi, le scene relative all’angosciante tentativo di Rachel di salvarsi da una sorte che sembra segnata.

Impossibile non andare con la memoria ad alcune epiche sequenze di Shining di Stanley Kubrick.

Ecco allora che dalla nostra memoria visiva torna a riecheggiare il disumano urlo munchiano dell’indimenticabile Shelley Duvall, inutilmente serrata in una stanza del terreo Overlook hotel, per sfuggire alla follia del mefistofelico Jack Nicholson.

Un personaggio, quello di Rachel Creed, interpretata dall’attrice Amy Seimetz, che avrebbe meritato, tuttavia, maggiore spazio, in questa rilettura del capolavoro di King; rimane, invece, troppo nell’ombra, ed è uno dei limiti di questo film.

Intensa, al contrario, è la rievocazione della sua infanzia, segnata dal drammatico rapporto con la sorella maggiore Zelda, i cui flashback sono fra le cose più belle e “spaventevoli” di tutta la pellicola.

Un particolare plauso spetta all’attore Jonh Lithgow che veste i panni dell’ottuagenario Jud Crandall, i cui saggi consigli non sono sufficienti per evitare che Louis compia l’irreparabile.

Un personaggio per nulla marginale che, nel film del 1989, fu interpretato dal bravo Fred Gwynne, il celebre Herman Munster nella comica serie Tv americana The Munster.

In questo 2019, che vedrà il prossimo settembre l’arrivo nelle sale italiane del sospiratissimo secondo capitolo di It, Pet Sematary di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer rappresenta un gustoso antipasto a quello che sarà il vero proprio evento per tutti i fan dell’immenso Stephen King.

 

Testo: Maurizio Carvigno
Photo credits by: 20th Century Fox Pet Sematary 2019

 

Paradiso Italia, il reportage sui migranti di Mirko Orlando

Il fotografo e illustratore Mirko Orlando presenta “Paradiso Italia”, un’opera di graphic journalism in uscita a maggio 2019 per la casa editrice italo-cilena Edicola Ediciones.

Temi portanti del reportage sono l’accoglienza e l’integrazione dei migranti che giungono ogni giorno nel nostro Paese, con il loro carico di dolore e di speranze presto infrante sulle coste italiane. Una lucida cronaca che espone il punto di vista di chi vive clandestino in terra straniera, condotta attraverso la suggestiva commistione di fotografia e fumetto. Con obiettività e profondo rispetto per una realtà che non può e non deve essere ignorata, Mirko Orlando invita il lettore a non tollerare il silenzio, perché il silenzio uccide la dignità, i diritti umani e la libertà.

 

Titolo: Paradiso Italia

Autore: Mirko Orlando

Genere: Graphic Novel/Graphic Journalism

Casa Editrice: Edicola Ediciones

Collana: Illustrati

Pagine: 192

Prezzo: 20 €

Codice ISBN: 9788899538460

 

«[…] Il Mediterraneo non è un mare. Il Mediterraneo è un’immensa fossa comune dove giacciono corpi senza volto e senza storia, ammassati nella discarica dove gettiamo le biografie che abbiamo scartato. È qui che noi tutti dimentichiamo. Da bambino mi divertivo a sentire il rumore del mare dentro le conchiglie. Oggi ci sento le urla di tutti quelli che non ce l’hanno fatta».

 

Paradiso Italia si apre sulla raffigurazione di un Eden che ha perso la sua valenza salvifica, che ha fallito il suo compito; è infatti lo stesso autore, il fotografo e illustratore Mirko Orlando, a ricordarci come l’etimologia della parola “paradiso” sia riconducibile al termine “recinto”.

Ancora una volta c’è un muro a tenere separati tra di loro gli esseri umani, il muro originario, primo esempio di esclusione. E dalle parole “la storia è la versione profana di questo fallimento” ha inizio la cronaca che racconterà l’esperienza dell’autore con i migranti clandestini nel nostro Paese, con i quali ha vissuto, ha condiviso il cibo, gli sguardi e le vicende di vita. Mirko Orlando restituisce la voce a chi ha tanto da raccontare ma soffoca nell’indifferenza, e lo fa senza scadere nella retorica buonista, senza dimenticare che tutti gli esseri umani hanno le loro luci e le loro ombre. Paradiso Italia è una potente opera grafica e un acuto pezzo di giornalismo; un testo che miscela scrittura, disegno e fotografia, aggiungendo un profondo valore simbolico alla realtà più cruda e sfrontata.

Lo si vede nella mattanza dei cani all’inizio dell’opera: la morte dell’innocenza, della fiducia, della speranza di una vita dignitosa; lo si vede nelle grandi e sproporzionate mani che disegna l’illustratore, mani grandi quanto vuote, metafora del senso di impotenza che attraversa tutta la narrazione.

“Basta coprirsi gli occhi e ignorare la massa di disperati che ti gira intorno”, si dice nel testo, eppure Mirko Orlando non vuole farlo, e nonostante si chieda lucidamente se l’interesse per i diritti umani mascheri il suo narcisismo, decide di attivarsi concretamente per comprendere una realtà che non può neanche essere immaginata, e che non è quella patetica o maledetta raccontata dalla televisione e dalla politica. L’autore riporta il punto di vista di chi è in fuga da guerre, fame, violenze, morte certa e dolorosa. Lo racconta dall’interno, vivendo con i migranti, registrando il bello e il brutto di loro, non negando che la diversità spaventa, che occorre impegno e consapevolezza per capirla e accettarla. L’autore narra tragiche storie di vita vissuta, storie che “semplicemente accadono”, che non hanno inizio né fine, che spesso non hanno neanche un senso. Focalizzando la sua attenzione sugli occhi dei migranti, sui sentimenti di disperazione e fierezza che attraversano le loro iridi, l’artista si interroga e li interroga sulla loro sopravvivenza sul suolo italico, sulla loro esistenza spesa a protestare, fuggire e sopportare.

 

TRAMA.

Un fotografo italiano decide di dar voce ai migranti che vivono clandestinamente nel nostro paese. Si accampa con loro, raccoglie le loro storie, fotografa la loro quotidianità, nel tentativo di scavare più a fondo nel cuore del tema immigrazione. Chi sono queste persone? Cosa pensano di noi? Che visione hanno di uno stato di “emergenza” che dura ormai da troppo tempo? Dagli occupanti delle palazzine dell’ex Moia di Torino ai rifugiati delle baracche nella periferia di Ventimiglia, passando da chi tenta una fuga disperata tra le nevi della Val di Susa, fino ai braccianti del ghetto Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, le storie di N, di J, di L raccontate in Paradiso Italia ci permettono di guardare l’immigrazione con occhi diversi, i loro. Attraverso una contaminazione di linguaggi, dove il fumetto dilata il tempo e lo spazio della fotografia, Mirko Orlando firma una potente opera di graphic journalism per raccontare una realtà che va oltre gli slogan sulla chiusura dei porti. Un libro senza falsa retorica né sconti, che ci mostra chiaramente le sbarre di una prigione che si chiama Italia, nella quale può essere terribile restare ma da cui, paradossalmente, è impossibile fuggire.

BIOGRAFIA.

Mirko Orlando è nato a Napoli nel 1981. Diplomatosi all’Accademia delle Belle Arti di Roma, abbandona la pittura e l’illustrazione per dedicarsi alla fotografia sotto la guida di Roberto Bossaglia e Nicola Smerilli. Per un periodo frequenta le gallerie d’arte della capitale, dove scopre che l’arte significa ben poco senza i discorsi che l’accompagnano. Accantona la fotografia per un periodo e si dedica all’approfondimento teorico della sociologia, della filosofia e dell’antropologia. Scrive per Gente di fotografia, L’aperitivo illustrato, Illuminazioni, Fotoinfo, Storia e futuro. Pubblica i saggi di antropologia visiva Fotografia post mortem (Castelvecchi, 2013) e Per una teoria generale della fotografia post mortem (Il Mulino, 2014). Dopo aver conosciuto il fotografo situazionista Pino Bertelli (che gli insegna a scattare fotografie come si tirano sanpietrini), riprende la macchina fotografica e decide di dedicarsi alla documentazione dei fenomeni di marginalità sociale. Lavora per la stampa periodica nazionale e pubblica alcuni reportage su Barricate, A, Domus, Tracce, e il libro fotografico Il volto (e la voce) della strada (Lindau, 2012). Poi gira l’Europa, passa per il Marocco, e trascorre un intero anno a girovagare per il Sud-est asiatico: India, Cambogia, Laos, Tailandia, dove impara a vivere e ad arrangiarsi negli Slum. Tornato in Italia non trova meno ghetti, meno emarginazione, meno disperazione, ed è per dar voce a questo dolore che continua a far scattare l’otturatore della sua macchina fotografica. Nella graphic novel Paradiso Italia (Edicola Ediciones, 2019), finalmente, trova un equilibrio tra le sue molte “personalità”: un’opera di graphic journalism dove fotografia, illustrazione e scrittura si fondono e collaborano affinché si possano narrare le trame che definiscono il nostro tempo.

CASA EDITRICE.

Edicola Ediciones è una originale realtà editoriale indipendente fondata e diretta dall’editore, fotografo e documentarista Paolo Primavera insieme alla socia e moglie Alice Rifelli. Una casa editrice “garibaldina”, che come l’eroe dei due mondi vive e pubblica tra Italia e Cile, usando i libri e la cultura per costruire, mattone dopo mattone, un ponte tra questi due paesi. Edicola Ediciones nasce a Santiago del Cile a fine 2013, e dal 2015 ha una sede anche a Ortona, in Abruzzo, proprio nell’edicola della famiglia Primavera dove tutto ha avuto inizio. Una vita nomade, una sorta di transumanza editoriale, che permette ai due editori di ascoltare e assorbire due lingue, due culture, due modi di vedere e vivere la realtà, per poi trasmetterli nell’altra parte del mondo, attraverso la voce di tutti gli autori tradotti. Edicola sceglie di esercitare la propria responsabilità civile di casa editrice seguendo la strada della multiculturalità, attraverso un continuo scambio di parole, esperienze e persone. Nel catalogo di Edicola Ediciones sono presenti romanzi, racconti, fumetti, libri illustrati, cronache e poesia, ripartiti in sei collane: Al tiro, Disciplina Antigua, Grigio18, Illustrati, Lo Stivale, Media Hora.

 

Contatti

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L’Iliade raccontata da Latitudine Teatro

Iliade, il nuovo spettacolo di Stefano Furlan, andrà in scena al teatro Fellini di Pontinia dal 6 al 9 giugno.

Se pensiamo all’Iliade pensiamo a uno dei classici per eccellenza. D’altra parte, il poema omerico è alla base di tutta la tradizione letteraria occidentale. Racconta i valori e le strutture del mondo arcaico di cui noi siamo i diretti eredi. Se ci chiedessero la trama dell’Iliade, ci verrebbe istintivo rispondere: “Parla della guerra di Troia”. In realtà, si raccontano solo pochi giorni di quel conflitto durato dieci anni, ma possiamo tranquillamente dire che la guerra è protagonista assoluta. Di essa ci viene mostrata la violenza, la crudezza, la brutalità ma in maniera epica, poetica. Come suggerisce Alessandro Baricco, l’Iliade ci mostra la guerra come un inferno, ma bello. Perché è solo quando ci si confronta con la possibilità concreta della morte che ci si sente veramente vivi. Ed è proprio per questo motivo che il tema della guerra ci affascina dopo tutti questi anni e dopo tutte le brutalità a cui abbiamo assistito nel corso dei secoli.

Ma la grande fama dell’Iliade è dovuta alla presenza di tanti altri temi che riguardano strettamente l’essere umano, identificandolo come tale. Si parla di amore, di valore, di lealtà, di onore, di dolore, di bellezza, di ricordo, della nostalgia di casa, di rabbia, di poesia. Ecco perché si parla di classico. Ed ecco perché è una storia che ancora oggi ci affascina e di cui si parla.

Ha sicuramente affascinato il regista Stefano Furlan, direttore del centro di formazione e produzione teatrale Latitudine Teatro di Latina, che ne ha tratto uno spettacolo che arriva dal 6 giugno al teatro Fellini di Pontinia.

Quando ci si confronta con un poema simile, non si può fare a meno di riportare il suo carattere epico anche nell’allestimento. Ed è questo che Furlan ha provato a fare con la messa in scena di Iliade. Innanzitutto, per raccontare gli snodi principali della storia, il regista ha scelto non solo i versi di Omero (nella traduzione di Maria Grazia Ciani), ma anche la riduzione in prosa di Baricco, passi tratti da Le troiane e Elena di Euripide, dall’Iliade di César Brie e da Elena di Ghiannis Ristos. Testi di epoche diverse che danno interpretazioni molteplici dello stesso racconto.

iliade trama

Per raccontare questa storia, Furlan ha usato tutte le potenzialità espressive della macchina teatrale, puntando non sulla scenografia (che è svuotata di tutti i suoi elementi), ma sull’attore, sul lavoro di gruppo, sulle capacità espressive del corpo.

L’Iliade non si limita a narrare gli snodi principali della vicenda. Ogni quadro cerca di rappresentare non ciò che viene raccontato, ma il suo significato costruendo così rimandi e allusioni culturali e sociali che appartengono a tutta la nostra storia, nonché alla nostra vita quotidiana. Proprio come ti aspetti da un grande classico. L’ultimo saluto di Ettore e Andromaca è non solo un addio tra un marito e una moglie, ma una manifestazione pacifista portata avanti da donne stanche di piangere compagni, genitori, figli che non torneranno più. La partecipazione di Patrocolo alla battaglia con le armi di Achille è il momento in cui il giovane può “esibirsi” dando libero sfogo al suo desiderio di gloria. Gli eroi spesso sono marionette nelle mani di un destino che faticano a comprendere, schiavi dei loro istinti o delle loro emozioni. Ci sono tanti piccoli mondi nell’Iliade, tanti diversi piani di lettura e Furlan ha cercato di raccontarli al meglio delle sue possibilità.

Lo stile recitativo cambia a seconda della scena rappresentata. Si va dal realistico al meccanico, dalla narrazione all’immedesimazione.

Tutti gli attori indossano gli stessi costumi, non c’è distinzione di ruolo perché ogni personaggio può assumere voce e corpo diversi a seconda della situazione. I numerosi combattimenti che costituiscono il fulcro principale del racconto sono rappresentati sempre in modo originale, mai didascalico, ponendo l’accento sull’aspetto estetico della battaglia. Perché leggendo il poema omerico, è chiaro ed evidente che questi combattenti si preparavano al conflitto dando molta attenzione a ciò che indossavano, alle armi da portare, al loro aspetto fisico. E nello spettacolo di Latitudine c’è stata una grande attenzione e cura per il lato estetico del racconto.

Infine, l’epicità è data dal numero di persone coinvolte all’interno del progetto.

In scena ci saranno circa 50 performer tra attori e cantanti. Furlan ha deciso di inserire nell’Iliade tutti gli allievi della sua scuola che avessero almeno un anno di esperienza teatrale. Sul palco si alterneranno seminaristi, adulti e ragazzi dei corsi di recitazioni e i cantanti del Voice Academy Choir di Latina. Prenderanno parte allo spettacolo anche Michela Sarno (collaboratrice e assistente di Furlan per la messa in scena dello spettacolo) e i Maestri Giovanni Silvia e Claudia Guarnieri per il canto in diretta.

Un progetto ambizioso, intelligente, appassionato in cui c’è la somma di tutto ciò che si può trovare nel mondo di Latitudine Teatro. Alla luce di tutti gli infelici eventi che hanno colpito la compagnia, questo spettacolo risulta ancora più potente nella sua capacità comunicativa. Perché l’Iliade è una storia di guerra, come quella che affrontiamo tutti nella nostra vita, ed è una storia che parla di bellezza, come quella che possiamo trovare aprendo gli occhi. E Latitudine Teatro con i suoi spettacoli non è solo bella, ma ti insegna anche a riconoscerla, quella bellezza.

Fate attenzione alla cultura che rifiutate

Iliade andrà in scena il 6, 7 e 8 giugno alle ore 20:15 e il 9 giugno alle 18:00. Per biglietti e ulteriori informazioni vi rimandiamo all’evento dello spettacolo.

ILIADE

IDEAZIONE E REGIA Stefano Furlan
COLLABORAZIONE DRAMMATURGICA Michela Sarno
SEGRETERIA Alessandra Gianolla
PROGETTO LUCI Gianluca Cappelletti
SUONO Timeline digital studio
DIREZIONE VOCALE Giovanni Silvia
ASSISTENTE MUSICALE Claudia Guarnieri, Mauro Pacini
REGIA E ALLESTIMENTO Stefano Furlan
IN COLLABORAZIONE CON Voice Academy
FOTO DI SCENA allievi WSP Photography Roma

CON Alessandra Gatto, Alessio Crivellaro, Antonella Capodiferro, Beatrice Vidali, Cecilia Sacchi, Chiara Agresti, Chiara Pirani, Claudio Turetta, Diego Di Palma, Eleonora Pasquariello, Ermanno Paletti, Fabio Gianfreda, Federica Crisci, Federica Grassucci, Flora Bellotti, Francesca Ricci, Gabriele Mariani, Ilaria Iannelli, Isabella Giusiani, Jacopo Colabattista, Leonardo Porcelli, Luca Ceccherelli, Marco Molinari, Maria Rangone, Maria Teresa Fiore, Marisa Spatolisano, Martina Colella, Martina Rosi Cappellani, Marzia Inzeo, Michela Iazzetta, Natascia Aquilani, Pierluigi Grenga, Roberta Silvestre, Simone Carconi, Sofia Pernarella, Veronica Violo, Viviana Del Franco

Con la partecipazione straordinaria di:
MICHELA SARNO
GIOVANNI SILVIA
CLAUDIA GUARNIERI
CORO VOICE ACADEMY: Claudia Guarnieri, Davide Sfravara, Demetra Cuomo, Fabio Scaravonati, Francesca Palmieri, Francesco Milani, Letizia De Carolis, Lisa Perillo, Manuela Vincenti, Marco Gianfreda, Maria Marandino, Mena Grassia, Michele Elia, Monica Di Troia, Roberto Salvador, Serena Romano, Valentina Palombi, Veronica Flamini

 

Aladdin e la forza volitiva di Jasmine: una storia nuova

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Lo scorso 22 Maggio è uscito nelle sale il tanto atteso remake di Aladdin, dove abbiamo ritrovato gli stessi protagonisti del 1992.

Sull’efficacia del riadattamento si è già espresso il nostro Emanuele. Per la generezione dei trentenni, sarà davvero come fare un salto nel passato per un paio d’ore: Jasmine disney

Aladdin, non sono finite le notti d’Oriente

Conoscere Aladdin a memoria, parola per parola, induce ad entrare in sala con una certa diffidenza, generata dal timore che le proprie aspettative vengano deluse. In fin dei conti, è legittimo pretendere che il film sia identico al cartone animato, se è esattamente questo che vogliono presentarci.

Se vuoi ripropormi lo stesso piatto, devi farlo con le stesse dosi e gli stessi ingredienti. Se cambi qualcosa, invece, devi portarmi la giustificazione firmata dai genitori!

All’inizio del film, un dubbio sale immediatamente notando che Jasmine appare durante la prima scena del mercato, scena che nel cartone serve per presentare solo Aladdin.

C’è qualcosa di strano, penso, ma non in senso negativo. La mia mente è ancora invasa dalle note di Le notti d’Oriente per sbuffare.

Il sospetto che ci sia qualcosa dietro, si fa più forte quando Jasmine canta una canzone nuova e non prevista dall’originale e diventa una certezza durante la scena tra Jafar, Jasmine e il Sultano sull’invasione militare di un regno vicino.

Queste scene sono completamente nuove e inserite volutamente all’interno di una cornice che, per tutto il resto, risponde pedissequamente al cartone. Perché?

Pian piano scopriamo che la principessa di Agrabah non vuole sposarsi con l’uomo che ama (intento della Jasmine del ’92). Il matrimonio non le interessa se non secondariamente, ossia perché il matrimonio obbligato implica evidenziare il suo stato di minirità rispetto al marito. Il suo obiettivo è quello di prendere il posto politico che per diritto le spetta. Vuole essere Sultano e succedere a suo padre, perché si è preparata a questo da tutta la vita.

Realizziamo ben presto che è Jasmine la protagonista del film. Aladdin c’è e si fa sentire, ma non ha la metà della potenza di Jasmine.

Tutto, nel film, trasla per raccontare la forza delle donne.

La protagonista è una donna forte, decisa, capace di reagire nonostante abbia intorno chi le faccia presente che è “meglio essere guardata che ascoltata”. Anche la celeberrima canzone Il mondo è mio può essere letta sotto una nuova ottica. Jasmine può prendere il mondo e farlo suo. Non ha bisogno di un uomo per averlo e Aladdin è lì con lei per ricordarglielo.

Riascoltando le canzoni, si esce dalla sala con la tentazione forte di dire che “l’hanno rifatto uguale”. Se ci fermiamo per un po’ a pensare, però, capiamo che così non è: la struttura del capolavoro disneyano si presta per raccontare un’altra storia, quella di una principessa orgogliosa e volitiva.

Il titolo Aladdin può trarre in inganno chi siede in sala, ma un occhio esperto esce consapevole che sulla locandina avrebbero potuto anche aver scritto Jasmine.

Uno scempio? No assolutamente. 

Quando un regista vuole rimettere mano ad un film di grande successo, sa che deve fare i conti con la sua fama e le aspettative del pubblico. Certo, può anche puntate sulla curiosità, ma se smontata dopo i primi giorni in sala, potrebbe rivelersi tempo e lavoro sprecato. Toccare un mostro sacro del cinema (animato, in questo caso), è un rischio enorme, come dicevo all’inizio. E poi, perché rifarlo identico, se già c’è?

Rifarlo identico per raccontare una storia nuova, diversa.

E in questo il regista ha pienamente raggiunto il suo obiettivo.

Serena Vissani

 

Questa immagine è relativa al film “Aladdin” protetta da copyright ed è stata presa dal sito “hindustantimes.com“. Si ritiene che esso possa essere riprodotto su CulturaMente, limitatamente alle voci che riguardano direttamente l’opera, in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», o per mere finalità illustrative e per fini non commerciali, e in quanto la presenza in Wikipedia non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Godzilla 2 – King of the monsters, il ritorno del re finalmente al cinema

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Torna il sequel MonsterVerse: Godzilla 2 – King of the monster di nuovo al cinema, lunga vita al re.

Finalmente esce oggi al cinema il tanto atteso “Godzilla 2 – King of the mosters”, il leggendario film che racconta le vicende del mostro più temuto di tutti i tempi. Si tratta del sequel del film del 2014, Godzilla.

La pellicola è una delle tre che compone la  saga del MonsterVerse, un crossover che si incentra sullo scontro dei due mostri più accattivanti di tutte le epoche: Godzilla e King Kong.

Se vi siete persi il primo film, ecco qui una recensione di “Kong: skull island” del 2017. Preparatevi allo scontro finale, che avverrà nel 2020 con il film Godzilla vs. Kong.

Kong: Skull Island, il re dei mostri è tornato

Questo secondo film della saga è convincente per alcuni versi e deludente per altri. Prima di tutto uno dei primi punti a suo favore è la grafica, davvero fantastica e avvincente, anche per chi non ama in particolar modo il genere.

Un altro dei motivi per cui alla nostra redazione è piaciuto tanto assistere all’anteprima è stata la scelta del cast, un riconfermato dal primo Godzilla, Ken Watanabe, che tutti ricordiamo nella magistrale interpretazione ne “L’ultimo Samurai”, affianco a uno strepitoso Tom Cruise.

Un altro attore davvero azzeccato nel ruolo del protagonista maschile è Kyle Chandler, molto amato nella saga del 1998 “Ultime dal cielo”, in molti lo ricorderanno nei panni di Gary Hobson.

Un’ultima, ma non meno azzeccata è la mitica Vera Farmiga, non nuova al genere thriller/action-movie e conosciuta da tutti per le varie interpretazioni della saga horror “The Conjuring” e che tra poco uscirà al cinema con il nuovissimo “Annabelle3”.

La prima delle cose che non ci piace per niente è la lunghezza del film e la mancanza di una trama. La storia sembra campata in aria solo per vedere il tanto atteso scontro finale dei mostri e ciò genera solo tanta noia e attesa di qualcosa che non arriverà mai.

Il rischio che si corre in questi casi, quando si dà troppa importanza alla grafica e zero alla trama, è che il pubblico perda attenzione ed esca prima dalla sala, come è capitato durante questa anteprima.

NerdPool.it Photo Credits

SCHEDA FILM:

DATA USCITA: 30 maggio 2019
GENERE: Azione, Avventura
ANNO: 2019
REGIA: Michael Dougherty
ATTORI: Kyle Chandler, Vera Farmiga, Millie Bobby Brown, Ken Watanabe, Sally Hawkins, Bradley Whitford, Zhang Ziyi, Thomas Middleditch, Charles Dance, O’Shea Jackson Jr., Aisha Hinds
PAESE: USA
DURATA: 132 Min
DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Italia

Nonostante queste due note dolenti il film è piacevole, specialmente se siete amanti del genere, ed è uno scontro tra titani del tutto guardabile, anche se poco accattivante.

Buona mostruosa visione a tutti quelli che sceglieranno di vedere questo scontro tra creature mostruose!

Alessandra Santini

Stanley Kubrick, fenomenologia di un genio

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Nel ventennale della scomparsa di Stanley Kubrick, Marsilio editore pubblica un saggio sul cineasta americano, curato da Enrico Carocci, che rappresenta quanto di meglio i suoi milioni di fan potessero sperare.

Ecce Stanley Kubrick.

Visionario e poetico, eclettico e geniale, irrituale e unico, maniacale e perfezionista, oggetto di culto per milioni di cinefili.

Il “nostro” bravissimo Emanuele D’Aniello lo ha definito «il più grande regista della storia del cinema

Un film di Kubrick può piacere o no, ma di certo non lascia mai indifferenti.

Kubrick è come un dipinto di Picasso o una composizione di Stockhausen. Sulle prime non lo si comprende appieno ma, alla fine, rimane e per sempre.

Stanley Kubrick, saggio curato da Enrico Carocci, non è un libro facile, sia chiaro fin da subito.

Si tratta di un’opera complessa, strutturata e dal linguaggio molto tecnico, un testo che rifugge dalla banalità di certe biografie ma, per tutto questo, è assolutamente indispensabile.

Il libro pubblicato dalla Marsilio è piacere allo stato puro per chi ama il regista americano, già a partire dall’icastico titolo e dalla sua copertina.

Sotto il titolo, su uno sfondo rosa, compaiono le due gemelline di Shining che, con il loro vestitini azzurri, cinti ai fianchi da delicati nastrini e con quei volti inquietanti, angosciarono e non poco i milioni di spettatori in tutto il mondo.

Una carriera, quella di Kubrick, iniziata come fotografo, presso la rivista Look.

Fu, quella, una vera e propria palestra, attraverso cui il futuro regista acquisì non solo la padronanza tecnica, ma anche il metodo di lavoro d’equipe, elementi che ritorneranno in futuro e in modo non marginale.

I diversi saggi che compongono il testo curato dal professor Carocci, (insegna Estetica del cinema e dei media e Interpretazione e analisi dei film all’Università Roma Tre), ripercorrono le tappe di un’avvincente avventura, conclusasi, purtroppo, troppo presto.

Dai primi passi nel mondo del cinema, fino a Eyes wide shut, passando per tutti i capolavori realizzati nella sua quarantennale carriera.

I diversi capitoli del libro celebrano film che sono giustamente considerati monumenti della storia del cinema, vere e proprie leggende.

Lolita, Il Dottor Stranamore, Arancia Meccanica, Full Metal Jacket, solo per citarne alcuni.

E, ovviamente, 2001 Odissea nello spazio, vero e proprio spartiacque nella carriera di Kubrick.

Perché esiste un prima e un dopo 2001 Odissea nello spazio, e non solo nella vita di Kubrick.

Il suo cinema fu qualcosa di davvero unico e irripetibile.

Una creatura che lui permeò totalmente e dalla quale si fece completamente permeare.

Il regista americano, al contrario di molti suoi colleghi, fu il creatore di un brand, del suo inimitabile brand.

Come scrive Gianfranco Marrone, Kubrick fu :

«ideatore, promotore, produttore e traduttore di quel marchio identitario che porta il suo nome, a partire dal quale la serie altrimenti sfilacciata e opaca delle sue opere non saprebbe o non potrebbe trovare un centro unitario che ne garantisca la riconoscibilità comunicativa e il valore culturale.»

Si è molto discusso del rapporto di Stanley Kubrick con Hollywood. Sono state date varie interpretazioni e complesse spiegazioni.

Forse la migliore risposta è racchiusa in questo saggio.

«Non si può dire – scrive Enrico Carocci – che Kubrick sia rimasto al di fuori del sistema hollywoodiano, più di quanto non si possa dire che sia rimasto all’interno di esso: egli ha delineato un perimetro al cui interno i termini che troppo spesso vengono considerati opposti – l’arte e il mercato – si trovano affiancanti e non in contraddizione.»

Il complesso mondo del regista newyorchese, la genesi dei suoi film, ognuno incredibilmente diverso dall’altro, ma anche quei progetti mai portati a termine, come la pellicola su Napoleone, a cui tante vane fatiche dedicò.

Nulla rimane intentato in questo saggio.

Significative, in tal senso, le pagine dedicate agli esordi, al passaggio da cinefilo, (Stanley vedeva ogni film che venisse proiettato a New York), a quello definitivo di cineasta.

Ma fu grazie alle pellicole che assaporò nei cinema d’essai e nelle proiezioni al Moma, che Kubrick scoprì quel cinema d’arte europeo e orientale, oltre alle sperimentazioni d’avanguardia che tanto influenzeranno le sue future e più importanti pellicole.

Leggendo il libro curato da Enrico Carocci viene davvero voglia di rivedere ogni fotogramma delle opere del regista americano, guidati e scortati da questo prezioso, indispensabile strumento.

Impossibile non apprezzare i costanti richiami fra la letteratura, fonte primaria per molti filmi di Kubrick, e molte delle sue pellicole.

In particolare il rapporto fra il romanzo Nato per uccidere, scritto dall’ex marine Gustav Hasford e Full Metal Jacket, forse la testimonianza più lucida e dura sull’atrocità della guerra.

Anche i “kubrickiani” più accaniti, coloro che credono di conoscere tutto del loro mito, avranno modo di apprezzare oltremodo questo libro.

Perché in esso troveranno informazioni, spunti e analisi indispensabili per approfondire, attraverso un’ottica non comune, ma mai distorta, il cinema di Stanley Kubrick, la cui ambizione «era quella di tenere insieme istanze che il senso comune considerava distinte

Kubrick, infatti, fu sempre ossessionato dal recondito timore di diventare vittima del suo stesso cinema.

«Come negli scacchi, il gioco di Kubrick consisteva nel continuo evitamento di situazioni che avrebbero implicato l’impossibilità di muoversi.»

Maurizio Carvigno

 

 

 

La Galleria Nazionale di Roma: arte moderna e contemporanea

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Roma solitamente è la città che tutti vogliono visitare per le sue bellezze antiche, come i luoghi legati all’impero romano o quelli imponenti di epoca rinascimentale e barocca.

Ma la capitale d’Italia può offrire molto altro, perché è in grado di narrare l’intera storia dell’umanità, di ieri e di oggi. E per gli appassionati di arte moderna e contemporanea impossibile è non visitare la Galleria Nazionale. GNAM A ROMA

La prima galleria presente in città fu quella allestita alla fine dell’Ottocento a Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale, ma diventò ben presto troppo piccola per poter ospitare il numero sempre crescente di opere. Si decise quindi nel 1915 di spostarla in viale delle Belle Arti nel grandioso edificio attuale – proprio alle spalle del parco di Galleria Borghese – costruito da Cesare Bazzani per le Mostre Retrospettive del 1911, che avevano celebrato il cinquantenario dell’Unità d’Italia.

Qui, all’interno di imponenti sale, trovano posto veri e propri capolavori realizzati dai più importanti artisti del passato e del presente.

La galleria infatti custodisce la più completa raccolta di opere d’arte italiane e straniere realizzate tra il XIX e XXI secolo. Accoglie il visitatore la scultura di Ercole e Lica realizzata da Antonio Canova nel 1815 che racconta uno degli episodi più terribili della mitologia greca: Ercole, indossata con l’inganno una tunica imbevuta di veleno, uccide il giovane Lica, colpevole ignaro di avergliela porta.

E’ un’opera cerniera perché lo scultore è considerato l’ultimo artista “classico” e il primo “moderno”. Per comprendere al meglio l’evoluzione dell’arte tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, basterà ammirare le opere qui esposte dei più grandi nomi del passato: da Vincent van Gogh a Paul Cézanne, passando per Claude Monet, Edgard Degas, Giovanni Boldini e Giuseppe De Nittis.

Immancabili poi i numerosi rappresentanti delle correnti artistiche più contemporanee tra cui meritano particolare menzione le realizzazioni concettuali di Lucio Fontana qui presente con la serie di tele bucate e strappate, l’opera surrealista di Alberto Giacometti e ancora gli uomini manichino e le città ideali di Giorgio De Chirico. Sconvolgente sarà inoltre osservare le opere di Alberto Burri, ripercorrendo tutto il suo percorso artistico: dai primi gobbi e catrami, al “Grande sacco del 1952”, dai legni alle plastiche, ai ferri dei primi anni Sessanta fino ai cellotex degli ultimi anni. GNAM A ROMA

Il surrealismo è rappresentato in Galleria da uno dei più grandi nomi Joan Miró con “Il compianto degli amanti”; mentre l’irriverente Marcel Duchamp è accolto con alcune sue creazioni, tra le quali “Ruota di bicicletta” e la “Fontana”, cioè il famoso orinatoio. Imperdibili sono poi le opere di Vasilij Kandinskij e Jackson Pollock, maestri dell’arte astratta, e la celebre “Hammer and sickle” di Andy Warhol, sommo esponente della Pop Art, qui in rappresentanza dell’esperienza più significativa della cultura americana degli anni Sessanta del secolo scorso.

Ma la Galleria non è solo un museo, è un luogo di arte, vivo e pulsante, in continua evoluzione e lo spettatore non è mai solo: diventa infatti parte integrante del percorso espositivo, fino a divenire vero e proprio protagonista, creatore anche lui di arte grazie alle creazioni di Michelangelo Pistoletto che con i suoi “I visitatori” mette noi tutti, anche solo per un momento, al centro della sua creazione di installazione artistica specchiata. GNAM A ROMA

 

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Cantando sotto la pioggia, l’irresistibile magia del musical

“Qual è il credo di ogni attore? Lo spettacolo anzi tutto! Con pioggia, neve, sole o vento. lo spettacolo anzi tutto!”

Titolo originale: Singin’ in the rain

Regista: Stanley Donen, Gene Kelly

Sceneggiatura: Adolph Green, Betty Comden

Cast principale: Gene Kelly, Donald O’Connor, Debbie Reynolds, Jean Hagen

Nazione: USA

Anno: 1952

Cantando sotto la pioggia è una delle pellicole più famose nella storia del cinema, ambientata nella Hollywood fine degli anni venti, diretto da Stanley Doned e Gene Kelly.

Un periodo di transizione dal cinema muto a quello sonoro, un momento importante per la storia del cinema. 

Il famoso Don Lockwood (Gene Kelly), divo del cinema muto con un passato di ballerino, musicista e stuntman, fa coppia sullo schermo con un’attrice che non sopporta, Lina Lamont (Jean Hagen).

Lina crede che Don sia segretamente innamorato di lei: lei è infatti soffocante verso di lui, e non riesce a mettersi in testa che Don non è però affatto innamorato di lei.

Don Lockwood in scena con Lena Don e Lina si ritrovano a dover improvvisamente affrontare l’evoluzione del cinema, con l’arrivo del sonoro che li destabilizza non poco.

Soprattutto Lina,che ha una voce ridicola e stridula, che non si adatta alla nuova tecnica sonora.

Vista la situazione alquanto tragica, Don e il suo amico Cosmo pensano di salvare l’ultimo film della coppia facendola doppiare da una giovane ragazza dalla promettente carriera, Kathy Selden (Debbie Reynolds).

Lina è molto gelosa della ragazza, e quando scopre la verità si infuria e cerca di sabotare la storia d’amore, nonché di tenere Kathy alle sue dipendenze costringendola a continuare a doppiare i suoi futuri film contro la sua volontà.

Impone, infine, ai produttori che la cosa non venga rivelata, minacciando di fare loro causa.

Alla prima il film è un enorme successo e quando a Lina viene chiesto di cantare, Don, Cosmo e R.F. la convincono a esibirsi in playback con Kathy dietro le quinte, per poi poterla smascherare alzando il sipario durante la sua esibizione e quindi rivelando il talento di Kathy.

Cantando sotto la pioggia è considerato uno dei musical più importanti della storia del cinema, se non proprio il musical elevato all’ennesima potenza.

Ma, prima di tutto, questo è un film che parla di cinema, che racconta un passaggio ben preciso della sua storia e lo fa in modo divertente e originale, mantenendo comunque quella linea classica che rappresentava le pellicole dell’epoca.

Realizzare un’opera in cui si incontrano il grande teatro musicale, la slapstick comedy e una sceneggiatura accurata, che tiene in risalto la trama, non era un’impresa semplice.

Cantando sotto la pioggia è l’esempio che con il talento di sue registi come Stanley Donen e Gene Kelly, insieme a un cast di prima scelta, possono nascere piccoli capolavori che resteranno vivi nel tempo.

Don, Cosmo e KathyLe scene musicali presenti sono ormai diventate cult: i personaggi non si esibiscono sul palcoscenico, come era l’uso dell’epoca, ma in luoghi quotidiani (a casa, a lavoro o addirittura all’aperto).

Negli anni in cui le scene musicali erano volutamente artificiose, Cantando sotto la pioggia ne presenta di naturali e spontanee, dove il canto e il ballo sono le modalità con cui i personaggi esprimono i propri sentimenti.

Gene Kelly in una scena del musicalLa scena musicale più famosa è sicuramente Singin’ in the rain, la canzone che dà il titolo al film, ma sono da ricordare anche Good Mornin’ Good Mornin’ e You’re my lucky star, che è inscenata sul finale, un happy ending perfetto da vero film Hollywoodiano.

Cantando sotto la pioggia rientra nel suddetto processo di innovazione, in cui il genere viene svecchiato attraverso una recitazione brillante, un look patinato e talora sfarzoso e numeri di canto e ballo meno stilizzati.

L’uso del Technicolor, poi, completa l’opera donando ai film di questi anni quella veste di impatto che contribuirà a identificare il genere con la MGM stessa.

3 motivi per vedere il film:

– Gene Kelly, Donald O’Connor e Debbie Reynolds, un trio musicale da paura!

– Il numero musical di Singin’ in the rain, con Gene Kelly che canta e balla sotto la pioggia. Un momento iconico.

– Tutta la colonna sonora

Quando vedere il film:

Se la vostra giornata non è stata delle migliori questo è sicuramente il film che fa per voi, fidatevi!

Ti sei perso le uscite precedenti? Tranquillo, ecco l’ultimo appuntamento!

Riso amaro: l’evoluzione popolare del neorealismo italiano

Ilaria Scognamiglio

Black Mirror 5 torna a inquietare Netflix da Giugno

Black Mirror 5 sta per tornare con i nuovi episodi su Netflix: quando? Mercoledì 5 giugno arriva in esclusiva su Netflix!

Abbiamo amato tutte e quattro le stagioni precedenti, abbiamo persino recensito l’episodio interattivo… ora non ci resta che fremere ancora per i nuovi episodi.

Black Mirror, Bandersnatch: la novità che ti aspettavi

Dalla mente geniale di Charlie Brooker con Annabel Jones nel ruolo di produttrice arrivano tre nuove storie completamente inedite.

Nel cast Anthony Mackie, Miley Cyrus, Yahya Abdul-Mateen II, Topher Grace, Damson Idris, Andrew Scott, Nicole Beharie, Pom Klementieff, Angourie Rice, Madison Davenport e Ludi Lin.

TRAILER

https://www.youtube.com/watch?v=yLakFCC44io

Black Mirror è una serie antologica che attinge al disagio collettivo nei confronti del mondo moderno.

Ogni episodio è una storia a sé, provocatoria e carica di suspense, su temi che riguardano la tecno-paranoia contemporanea. Senza ombra di dubbio, la tecnologia ha trasformato tutti gli aspetti della nostra vita. In ogni abitazione, su ogni scrivania, in ogni mano c’è uno schermo al plasma, un monitor o uno smartphone: uno specchio nero, un “black mirror” su cui si riflette la nostra esistenza nel XXI secolo. La serie è creata e scritta da Charlie Brooker, mentre lo stesso Brooker e Annabel Jones ne sono i produttori esecutivi.

Per chi se la fosse persa, ecco la nostra recensione della quarta stagione:

Black Mirror 4 e gli effetti del progresso sulla nostra umanità

 

La Storia della Canapa e dei suoi “usi miracolosi” in un libro

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Il giornalista e scrittore Matteo Gracis presenta CANAPA una storia incredibile, un’opera che racconta le origini, la fortuna, l’evoluzione contrastata e i mille usi di questa “pianta miracolosa”, alternandone la narrazione con l’entusiasmante resoconto delle esperienze che hanno portato l’autore a fondare e dirigere “Dolce Vita”, la più importante rivista italiana sulla cultura della Canapa e sugli stili di vita alternativi.

La Canapa come non è mai stata raccontata in un’opera a metà strada tra saggio e memoir, che si avvale di un’appassionata prefazione di Beppe Grillo e di una sentita postfazione di George Jung (il Boston George interpretato da Johnny Depp nel film “Blow”)

 

Titolo: CANAPA una storia incredibile

Autore: Matteo Gracis

Genere: Saggio/Memoir

Casa Editrice: Chinaski Edizioni

Collana: Fuoricollana

Pagine: 190

Prezzo: 18 euro

Codice ISBN: 978-8899759605

 

«[…] Che i bigotti, i bacchettoni, i conformisti, i puritani ma soprattutto i proibizionisti, i signori del petrolio e quelli di big pharma e infine i politici ostili ai cambiamenti se ne facciano una ragione: la Canapa ha vinto, non la fermate più. Non vi resta che accettare questo dato di fatto e farvi da parte».

 

Esce per Chinaski Edizioni il 20 aprile, data della giornata mondiale della cannabis, CANAPA una storia incredibile di Matteo Gracis.

Una celebrazione della pianta della Canapa, che dovrebbe finalmente essere “libera in ogni sua forma e per ogni suo utilizzo”, e un racconto della crescita umana e professionale dell’autore, che ha messo il suo entusiasmo e le sue competenze al servizio della comunicazione della libertà di pensiero e azione nella sua fortunata rivista Dolce Vita. Una storia incredibile – come dal titolo dell’opera – di una pianta che ha accompagnato l’essere umano da quindicimila anni, e ne ha arricchito l’esistenza in tanti modi diversi.

Una “pianta fondamentale per l’umanità” che grazie ai suoi più di centoventi principi attivi (detti cannabinoidi) ha influenzato la scienza medica mondiale, a partire dai primi utilizzi nel campo della medicina tradizionale cinese nel 2737 a. C. ad opera dell’imperatore Shen Nung, ed è stata nei secoli fonte di sostentamento e di cibo, forte e duratura materia prima oltre che protagonista di interessanti esperienze mistiche e rituali. Matteo Gracis elogia le incredibili proprietà e l’affascinante storia della Canapa, e racconta con attento sguardo sociologico e storico la guerra che le è stata mossa nell’ultimo secolo da chi perseguiva interessi egoistici, che hanno comportato la sua quasi totale eliminazione dalla vita dell’uomo.

È infatti un nodo fondamentale dell’opera il disvelamento di un inganno che, a partire dagli anni trenta del Novecento, ha portato magnati dell’editoria, della petrolchimica e del settore farmaceutico, oltre che uomini politici corrotti, a iniziare un’oscura fase di proibizionismo originata in America e poi sviluppata in tutto il mondo. Raccontandone la travagliata cronaca macchiata da azioni scellerate e complotti politici, con un occhio di riguardo per la difficile situazione italiana, l’autore punta il dito sulla lotta a una pianta che avrebbe invece potuto salvare la disastrosa condizione ambientale odierna, limitando l’utilizzo del petrolio e della plastica grazie alle sue infinite proprietà. È infatti possibile realizzare della bioplastica dalla fibra della Canapa, così come utilizzare le sue parti per la combustione ecosostenibile e per fini di bioedilizia; infine la pianta è anche un bioaccumulatore che può assorbire le sostanze chimiche tossiche dal terreno. Per fortuna la Canapa sta oggi tornando al centro della storia, trascinata da una rivoluzione verde, silenziosa ma inesorabile, che percorre tutto il pianeta. L’Italia purtroppo rimane ancora tristemente chiusa alle politiche di piena legalizzazione, ma è indubbio che la nuova era stia bussando anche alla nostra porta e che il cambiamento sia ormai diventato necessità, per un futuro migliore.

TRAMA.

Una pianta che da migliaia di anni accompagna l’umanità nella sua storia, ma che da circa un secolo è diventata oggetto delle attenzioni di tutte le forze di polizia del mondo. Un ragazzo che incontra quella pianta e i suoi prodot­ti, quando sono avvolti da quell’aura illecita che attrae e respinge, ma che non sempre fa riflettere. Due storie che si intrecciano, perché mentre il ragaz­zo cresce e con lui la sua consapevolezza, insieme si sviluppa anche la curiosità sul perché di quei divieti, sui motivi per cui quella pianta sia bandita dall’agri­coltura, dall’industria e dalla farmacopea, luoghi in cui aveva dimorato e prosperato per secoli. Così l’autore, parallelamente al suo percorso che lo ha portato prima a fondare un sito web, con l’obbiettivo di stimolare la discussione verso politiche di liberalizza­zione della pianta, e poi a creare e dirigere Dolce Vita, la più importante rivista italiana sulla cultura della Ca­napa e gli “stili di vita alternativi”, ci racconta la tor­mentata vicenda del più controverso vegetale nella storia della nostra civiltà, cercando nuove domande e ottenendo alcune significative risposte. Due storie davvero incredibili: quella di Matteo Gracis che dai banchi abbandonati in fretta dell’Università si è in­ventato imprenditore di successo nel settore della co­municazione, e quella della Canapa che, con estrema fatica ma altrettanta forza, sta riemergendo dal limbo dell’illegalità in molte parti del mondo e da ultimo, al­meno in versione “light”, anche nel nostro paese. Una “rivoluzione verde” che ha un solido retroterra culturale, ben oltre il cosiddetto uso ludico, narrata in maniera esemplare da uno dei suoi protagonisti.

BIOGRAFIA.

Matteo Gracis (Pieve di Cadore – Belluno, 1983) è un giornalista, nomade digitale e libero pensatore. Ha vissuto per alcuni anni a Milano, dove nel 2004 ha aperto la sua società di comunicazione/editoria, e dove ha fondato e dirige la rivista Dolce Vita. Dal 2008 è entrato nell’ordine nazionale dei giornalisti (elenco pubblicisti). Segue inoltre alcune attività commerciali, artistiche e culturali, ed è un appassionato viaggiatore. Esperto di cultura della Canapa, è consulente di alcune delle più importanti aziende europee del settore. Dal 2018 collabora come autore al blog Beppegrillo.it. “Stay human” è la sua filosofia di vita.

 

CASA EDITRICE.

La Chinaski Edizioni è nata a Genova nel 2004 con un obiettivo semplice: la pubblicazione di buoni libri in assoluta libertà. Non si propone come un’entità astratta che periodicamente invade le librerie con titoli ruffiani, magari affidandosi a qualche comico televisivo dal tormentone facile; vuole invece dar voce alla gente che scrive con passione e capacità. Le collane della sua produzione editoriale sono: Borderline (che dà spazio a giovani autori italiani e tratta tematiche dure, scabrose e dalla forte valenza sociale), Giallo & Nero (collana di gialli d’autore), Voices (dedicata a biografie musicali decisamente “non convenzionali”), Sportivity (dedicata allo sport) e Fuoricollana (una miscellanea di titoli originali che non rientrano nelle altre categorie). Tonino Carotone, Don Andrea Gallo, Manu Chao, Ken Paisli e tanti altri volti noti hanno collaborato con Chinaski Edizioni, la casa editrice che “cammina domandando”.

 

PRESENTAZIONI CONFERMATE

Torino – 2 Maggio, 2019

Alessandria – 4 Maggio, 2019

Bologna – 7 Maggio, 2019

Milano – 10 Maggio, 2019

Lucca – 11 Maggio, 2019

Torino – 12 Maggio 2019

Treviso – 16 Maggio, 2019

Roma – 17 Maggio, 2019

Varese – 18 Maggio, 2019

Podenzano (PC) – 19 Maggio, 2019

Treviso – 23 Maggio, 2019

Belluno – 25 Maggio, 2019

Milano – 27 Maggio, 2019

Aosta – 28 Maggio, 2019

Brescia – 29 Maggio, 2019

Chiuduno (BG) – 30 Maggio, 2019

Padova – 31 Maggio, 2019

Bologna – 1 Giugno, 2019

Trento – 2 Giugno, 2019

Adelfia (BA) – 5 Giugno, 2019

Vasto (CH) – 6 Giugno, 2019

Ferrara – 7 Giugno, 2019

Forlì – 8 Giugno, 2019

Parma – 13 Giugno, 2019

Firenze – 14 Giugno, 2019

Raiano (AQ) – 15 Giugno, 2019

Feltre (BL) – 15 Giugno, 2019

Bari – 20 Giugno, 2019

Stornara (FG) – 22 Giugno, 2019

Savona – 26 Giugno, 2019

Udine – 27 Giugno, 2019

Grottamare (AP) – 28 Giugno, 2019

 

 

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Leonardo: la macchina dell’immaginazione. A Milano fino al 14 luglio

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A 500 anni dalla morte, palazzo Reale ricorda Leonardo da Vinci con le installazioni a cura di Studio Azzurro. Interattive, a prova di bambino, un modo nuovo per raccontare gli studi del genio toscano

Leonardo: la macchina dell’immaginazione, mostra interattiva dedicata a Leonardo da Vinci, è aperta a Milano, a palazzo Reale, fino al 14 luglio. In occasione dei 500 anni della morte dello scienziato e artista toscano, forse il più noto del Rinascimento italiano, arriva nel capoluogo lombardo una rassegna sui generis, perché le opere del genio, in senso stretto, non ci sono. Non ci sono dipinti, né disegni o documenti autografi: eppure, questa mostra potrà restare nella memoria più di quelle già viste con i documenti originali in bacheca.
Sette videoinstallazioni, a cura di Studio Azzurro, riproducono immagini di opere, disegni, manoscritti di Leonardo da Vinci, accostandole ad altre immagini e suoni. Cinque installazioni sono interattive: il visitatore dialoga con l’opera con la voce o mediante una fonte di luce, scegliendo il contenuto da visionare.

Leonardo: la macchina dell’immaginazione. Dalla natura all’anatomia

Le sette “stazioni” sono realizzate come grandi macchine scenografiche. La loro struttura è ispirata a disegni leonardeschi, i “contenuti” sono immagini che documentano il lavoro di Leonardo, ma non solo. La sezione sulle osservazioni della natura, ad esempio, affianca fotografie a colori e disegni del genio: dal confronto, emerge vivido il grado di realismo e di precisione della matita di Leonardo da Vinci. I progetti urbani di Leonardo sono descritti nella sezione La città; l’installazione evoca una gru da cantiere. Nelle sezioni Il paesaggio, Le macchine di pace e Le macchine da guerra, il visitatore interagisce con l’installazione pronunciando una delle parole riportate nel leggio.
Il sapere di Leonardo viene presentato da una grande varietà di esempi; dai progetti per camminare sull’acqua a quelli per il volo; dagli strumenti bellici agli studi sui canali.

Il tavolo anatomico e la pittura

L’installazione sugli studi di anatomia di Leonardo da Vinci, invece, si attiva direzionando delle piccole torce su alcuni gessi, che riproducono parti del corpo umano. La luce attiva il meccanismo che riproduce le immagini dei disegni di Leonardo e i suoi appunti: si vedono l’analisi dello scheletro, la descrizione della meccanica dei movimenti, la riproduzione dei fasci muscolari.
Anche se la mostra sembra dedicata in gran parte al Leonardo scienziato, non poteva mancare la pittura. In un grande monitor vengono presentati alcuni dei suoi dipinti più noti, come La dama con l’ermellino, la Vergine delle Rocce.
Leonardo: la macchina dell’immaginazione è una mostra adatta da seguire con bambini e ragazzi; anche a un pubblico adulto, però, non dispiacerà l’idea di esaminare l’opera di Leonardo da una prospettiva meno tradizionale.

Claudia Silivestro

Alla scoperta della gastronomia della Croazia

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Qualche giorno fa ho avuto l’opportunità di scoprire la gastronomia della Croazia.

L’Ente Nazionale Croato per il turismo ha organizzato lo scorso lunedì 13 maggio uno showcooking guidato dal celebre chef Renato Kraljev a Milano, presso la scuola di cucina Sale & Pepe.

La Croazia viene definita “terra dalle mille isole” perché ne conta ben 1244, ed è da sempre una famosa meta turistica ricca di spiagge, natura, storia e cultura.

Ma quanti ne conoscono le molteplici specialità gastronomiche che caratterizzano la Croazia?

La gastronomia in Croazia è molto varia: sulle coste risente molto l’influsso della Grecia, dell’Italia e anche della Francia.

Nell’interno, invece, prevalgono le radici preslaviche e le più moderne contaminazioni ungheresi, viennesi e turche.

Ma procediamo con ordine.

Nella regione istriana, la prima sotto Trieste, possiamo trovare i tartufi, che si gustano grattati sui pljukanci, un tipo di pasta casereccia che ne esalta il gusto.

Da non perdere il prestigioso prosciutto crudo locale: il pršut, gli asparagi e il fuži, un particolare tipo di pasta molto semplice preparato con acqua, farina e poche uova e condito spesso con ragù di selvaggina.

Spostandosi nella regione del Quarnaro, si possono gustare i famosissimi scampi – pare tra i migliori del mondo, ma anche rane, pesci di acqua dolce e il šurlice, una pasta all’uovo che si forma con l’utilizzo di un ferro da calza o uno stuzzicadenti.

Scendendo verso la Dalmazia troviamo sapori forti, come quello del pecorino dell’isola di Pago, dall’aroma unico e inconfondibile e quelli di un insaccato locale dal nome di ninski šokol simile al nostro salame.

Sempre in Dalmazia ecco la torta di Skradin con noci, miele e rosolio – il liquore preparato con i petali di rosa.

L’influenza turca si mostra negli arambašići: involtini preparati con le foglie di cavolo cappuccio ripiene di carne tritata, lardo, cipolla, aglio, prezzemolo, scorza di limone e spezie tra cui la cannella, la noce moscata e i chiodi di garofano.

“Più a sud vai meglio mangi”

È un detto croato che pare trovare conferma nelle ostriche che si trovano nell’isola di Ston.

Queste ostriche gareggiano per il titolo di migliori al mondo per il loro gusto unico, molto raffinato.

Pare che questo gusto derivi proprio dal mare in cui vivono, che garantisce un grande apporto di minerali.

Nell’entroterra, infine, i sapori cambiano e così ecco comparire la pasta con i cavoli “krpice sa zeljem”, gli “štrukli” una pasta sfoglia ripiena di formaggio e i biscotti al miele (medenjaci) e speciati (paprenjaci).

Insomma, per le prossime vacanze estive che si avvicinano, perché non fare un pensiero sulla Croazia?

Valeria Farina

L’annusatrice di libri, un libro intrigante e leggero

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Qual è il gesto che identifica e distingue il vero amante dei libri? Mettere il naso tra le pagine.

Annusare un libro è un’azione per molti automatica al momento della scelta in libreria. La carta stampata ha tanti odori diversi che tanto possono dirci della sua lavorazione ed età. Ma ciò che l’olfatto non ci può raccontare è la trama del libro. Non è possibile leggere con il naso! Quindi, quando ci troviamo di fronte a un titolo come quello del nuovo libro di Desy IcardiL’annusatrice di libri (edito da Fazi editore) noi bibliofili non possiamo fare altro che gasarci e aspettarci di trovare una protagonista in cui non sarà difficile immedesimarsi. In fondo, siamo tutti amanti dei libri e loro annusatori, no?

E invece l’annusatrice a cui fa riferimento il titolo è Adelina, una quattordicenne che non legge con gli occhi (attraverso i quali ha grande difficoltà), ma riesce a farlo con l’olfatto. Non sono le azioni o le parole a presentarle la storia di un romanzo, ma gli odori che le caratterizzano.

Siamo a Torino nel 1957.

Adelina si è trasferita in città a vivere con la zia, Amalia, per essere educata al meglio, ma ha grandi difficoltà a scuola perché non riesce a leggere. Ad aiutarla ci sarà una brillante compagna di classe, Luisella e sarà proprio durante uno di questi pomeriggi di studio che Adelina scoprirà di essere in grado di capire i Promessi Sposi sentendo gli odori emanati dalle pagine. Ma il suo dono potrebbe rivelarsi anche una trappola: il padre di Luisella vorrebbe approfittare del suo talento per decifrare il manoscritto Voynich, “il codice più misterioso al mondo”, scritto in una lingua incomprensibile. Ma la lettura olfattiva potrebbe essere pericolosa per Adelina…

Il libro della Icardi è originale, scorrevole e molto piacevole.

Non è scontato, né per quanto riguarda la storia, né per lo stile. È intrigante e leggero. Una volta entrati nel vivo della narrazione, non ve ne staccherete più fin quando non sarete arrivati alla fine. Tutti i personaggi sono ben delineati e ognuno ha il suo spessore. In maniera diversa, rappresentano il tipo di rapporto che ogni essere umano può avere con il mondo della letteratura: c’è chi la studia ed è in grado di apprezzarne le diverse sfumature perché analizza i racconti secondo strumenti quanto più oggettivi possibile (come il reverendo e Luisella) e chi ne rimane del tutto indifferente (come la zia Amalia). Ci sono i collezionisti e coloro che ne fanno una vera e propria passione o vocazione (come il padre di Luisella o l’avvocato, vicino di casa di Adelina). E poi c’è chi, come la protagonista, non gode della lettura dal punto di vista razionale, ma emotivo e istintivo, chi si lascia conquistare dalle storie, vivendole come se fossero la propria.

E, forse, quella di Adelina è la via più bella e anche più naturale per avere a che fare con la lettura.

Perché, alla fine, non dobbiamo dimenticare che le storie fanno parte della nostra esperienza di vita. Così come non dobbiamo dimenticare che il nostro primo istinto alla fine di una lettura è quello di giudicare il libro, “a naso”, per quello che ci ha lasciato da un punto di vista emotivo e cognitivo. Poi possiamo valutarlo anche da un punto di vista più oggettivo, ma non dobbiamo dimenticare la sfera emotiva che viene puntualmente coinvolta dal mondo artistico.

A proposito di questo argomento, consideriamo che Adelina riesce ad annusare/leggere solo i libri che sono stati già letti. Per lei, entrare in libreria significa trovarsi nel luogo meno odoroso del mondo. Questo perché ciò che lei riesce a captare sono le emozioni e l’immaginazione di chi ha letto la storia. Ed è molto suggestiva l’idea che non siano solo i libri a lasciare traccia in noi, ma anche il contrario.

La scrittura è semplice, ma mai banale.

Lo stile non è trascurato pur risultando molto leggero. Ci sono diverse citazioni letterarie che piaceranno molto agli amanti dei classici.

Volete sapere quali odori sentireste se doveste prendere in mano la mia copia di L’annusatrice di libri?

Devo confessare che la mia è una copia digitale… ma facciamo conto che sia la stessa cosa! Probabilmente sentireste il profumo di muffin fatti in casa appena sfornati, spuntino dei piacevoli pomeriggi passati a studiare con le amiche. Sentireste l’odore acre e pungente dell’inganno e del sotterfugio… la classica “puzza di bruciato”. Se siete attenti, potreste cogliere la fragranza tipica dei libri antichi che da secoli accompagnano il genere umano. Infine, cogliereste un aroma leggero e piacevole che vi inviterà sicuramente a iniziare la lettura attraverso gli occhi.

Federica Crisci

Il cielo sopra Berlino: viaggio nella capitale tedesca

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Berlino è una città risorta dalle ceneri.

È stata interamente distrutta nella seconda guerra mondiale, è stata divisa in due parti separate dal celeberrimo muro e, in un giorno come tanti, nel 1989, è tornata ad essere la capitale di una Germania unita.

Camminando per le strade di Berlino si ha la netta impressione di essere in un posto che, per quanto guardi avanti al futuro, non può fare a meno di sentire il peso del proprio passato. Tutto intorno a voi vi comunicherà avanguardia, modernità, ricerca di novità, ma sempre con un occhio alla drammatica storia del secolo scorso legata prima al nazismo e poi alla divisione della nazione tedesca.

Con queste premesse possiamo immaginare quanto Berlino possa essere letteralmente stupefacente in termini di architettura, storia, arte, cultura e atmosfere.

cosa visitare a Berlino

PER COMINCIARE…

Berlino è servita da due aeroporti: Tegel che si trova a 8 km dal centro della città ed è servito dalle principali compagnie europee e Shönefeld dove arrivano le compagnie low cost. Che atterriate nel primo o nel secondo sarà facilissimo raggiungere Berlino: a Tegel troverete diverse linee di autobus, tra cui la TXL Jet Express Bus che vi condurrà in Alexanderplatz; a Shonefeld, oltre agli autobus, avrete a disposizione sia la rete ferroviaria regionale che la S-bahn, il treno urbano di superficie.

MUSEI

Se visitare i musei è la vostra passione, dovete fare una passeggiata sull’isola della Sprea. Potete comodamente raggiungerla a piedi partendo da Alexanderplatz e passando davanti  al Berliner Dom. Troverete ben cinque strutture (dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO) che raccolgono opere provenienti da periodi storici molto diversi. Vi consigliamo di non perderne due: il Neues Museum e il Pergamonmuseums. Nel primo potrete ammirare il famoso busto di Nefertiti e alcuni oggetti identificati come il tesoro di Priamo di Troia. Nel secondo resterete affascinati dalla ricostruzione a dimensione naturale di alcuni monumenti antichi, come l’altare di Zeus di Pergamo, la porta del mercato di Mileto, la porta di Ishtar

Se invece siete appassionati di storia del Novecento, visitate il Museo ebraico o quello di Checkpoint Charlie. Vi consigliamo di passare un po’ di tempo al monumento alla memoria delle vittime dell’Olocausto di Peter Eisenmanntra, poco distanti dalla Porta di Brandeburgo. Passeggiare tra quei blocchi di cemento può un’esperienza molto intima e difficile da raccontare. Va provata sulla propria pelle per capirla.

Cosa visitare a BerlinoCINEMA

Nella capitale tedesca si svolge uno dei festival di cinema più importanti a livello internazionale: la Berlinale. Se siete amanti della settima arte potreste prendere in considerazione l’idea di visitare Berlino nel mese di febbraio.

Se invece siete troppo spaventati dal freddo invernale potete comunque prevedere un tour per i luoghi della città immortalati nelle pellicole che hanno reso celebre Berlino.

Il primo film che ci viene in mente è “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders. Tra le varie location del film c’è la colonna al centro del Tiergarten. Qui Bruno Ganz in veste di angelo si andava a posare per osservare dall’alto la città ancora divisa.

Un altro grande cult è “Christiane F. Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino“, il film che racconta le vicende di una giovane eroinomane e che è stato girato sui binari della U9 riprendendo i tossicodipendenti e le prostitute presenti nella stazione ferroviaria di Zoologischer Garten.

Se amate Quentin Tarantino fate una sosta al Café Einstein, sulla Kurfürstenstraße. È qui che Shosanna Dreyfus incontra Goebbels, nel film “Bastardi senza gloria”.

Se tutto questo non vi basta, andate a Postdamer Platz, entrate nel Sony Center e lì troverete il Museo del Cinema dove ripercorrerete le tappe fondamentali della storia del cinema tedesco. Troverete un’interessante sezione dedicata a “Metropolis” e “Il gabinetto del dottor Caligari”, film muti noti in tutto il mondo, e una alle pellicole di propaganda nazista (tra cui spicca il nome di una delle prime grandi registe a livello mondiale, Leni Riefensthal).

LUOGHI DELLA MUSICA

Notoriamente Berlino è considerata la capitale europea della musica elettronica, ma non dobbiamo dimenticare che la città è ricca di un passato rock.

Berlino è sempre stata infatti il luogo della controcultura giovanile, della sperimentazione e delle nuove tendenze. Non a caso la capitale tedesca è anche la città dove moltissimi artisti hanno trovato ispirazione.

Non possiamo non citare David Bowie, che, nel suo periodo berlinese, ha dato vita alla trilogia “Heroes”, “Low”, “Lodger”. Gli Hansa Studios, dove il duca passava le sue giornate a registrare, sono considerati un tempio del rock. Gli Hansa si trovavano a pochi metri dal filo spinato: poteva capitare che le guardie dell’est spiassero all’interno con i loro binocoli e che i musicisti rispondessero accecandole con la luce delle lampade da tavolo. La presenza del muro, vicino agli Hansa, entra prepotentemente in “Heroes”:

I can remember/ Standing by the wall/ and the guns, shot above our heads.

Questi studi di registrazione sono stati il teatro anche di altri artisti: Iggy Pop ha inciso “Lust for Life” e Nick Cave “Your funeral my Trial”. Visitateli!

Passate poi una serata a Kreuzberg all’SO36, Oranienstrasse 190, lo storico locale di Berlino dove Iggy Pop e David Bowie andavano a intrattenersi. Oggi, oltre ai concerti, si possono trovare serate molto particolari come i Bad Taste party, le nostalgiche anni 80-90 e le serate punk del lunedì.

E a proposito di questo genere, se siete dei fan, non potrete perdere il Ramones Museum, il più grande museo dedicato alla band newyorkese, dove sono esposte le foto d’infanzia dei musicisti, materiale che documenta i loro primi passi nel mondo della musica, t-shirt dei concerti.

RISTORANTI E CUCINA

Le specialità della cucina berlinese sono la Pellkartofell, ovvero la patata prussiana; l’ Eisbein mit Erbspuree und Sauerkraut (lo stinco di maiale con purea di piselli e crauti); lo Schlachtplatte, un piatto composto da sanguinaccio, salsiccia di fegato e carne di maiale; le Kasseler Rippenspeer, costine di maiale affumicate e le Dille, le aringhe marinate all’aneto. 

Noi però vi consigliamo di lanciarvi nella cucina multiculturale di Berlino, che da sempre è città di immigrati.

A Kreuzberg, il quartiere turco, troverete ristoranti in cui la carne di agnello sfrigola sulla griglia. Nei dintorni di Prenzelauer Berg è facile imbattersi nei sapori speziati della Thailandia; mentre al Mitte sono diversi i ristoranti che propongono cucina indiana.

Un piatto di cucina thailandese a Berlino

VITA NOTTURNA

La vita notturna di Berlino è eccezionale: grazie all’assenza dell’orario di chiusura obbligatorio e alla metro che va tutta la notte i bar rimangono aperti fino all’alba e i club fino al mattino successivo, per l’after.

Volendo, a Berlino non si dorme mai, anche perché, come dicevamo prima, è la capitale indiscussa della musica elettronica e techno.

Tra i club più conosciuti c’è il Watergate in Falckensteinstrasse 49, nel quartiere di Friedrichshann.

Affacciato sulla Sprea il locale dispone di due sale con pareti a vetro, che consentono di avere una splendida vista sul fiume.

Vedere l’alba dal Watergate è un’esperienza che vi toglierà le parole.

Nello stesso quartiere all’indirizzo Am Wriezener Banhof 10243 si colloca un altro club conosciutissimo: il Berghain, il tempio della musica techno. È  un locale dal design freddo; le pareti sono spoglie, le hall hanno dei soffitti altissimi. La coda per entrare al Berghain è leggendariamente lunga e pare che ci sia una severissima selezione all’entrata. Scriviamo “pare” perché noi, del tutto inconsapevoli della policy all’ingresso, siamo entrate con un banalissimo outfit total black (maglioncino e jeans skinny) e stivaletti con carro armato. Sarà stata la fortuna del principiante o sarà che nei locali tipicamente berlinesi il casual è cool.

Lasciate a casa tacchi e scarpe eleganti, perché qui non servono, anzi potrebbero essere la causa del vostro mancato accesso in un club.

IL CONSIGLIO CULTURALE

Non dimenticate le regole della civile convivenza: evitate i ritardi, perché i tedeschi sono più puntuali degli svizzeri; attraversate la strada solo quando il semaforo è verde e non buttatevi sul primo tedesco baciandolo sulle guance come se lo conosceste da sempre: in Germania ci si bacia solo quando ci si conosce bene.

E soprattutto non toccate l’argomento “Terzo Reich” con uno sconosciuto. I tedeschi, traumatizzati dal loro passato, potrebbero sentirsi sotto accusa. D’altronde la generazione attuale non può essere considerata colpevole dei crimini del passato.

DA NON PERDERE PER FEDERICA…

Babelplatz è una piazza divenuta tristemente famosa per essere stata teatro del rogo dei libri che l’11 maggio 1933 vide bruciare i libri non tedeschi. Oggi, la piazza è tornata a riempirsi di libri ma per scopi più felici. Hanno creato una piccola oasi di lettura dove si può prendere in prestito un libro da uno degli scaffali e leggerlo comodamente su un’amaca o una poltrona. E per non dimenticare ciò che è successo, al centro della piazza è stata creata una botola dalla quale si intravede una stanza bianca con scaffali vuoti. Un gran bell’esempio di come la città viva il ricordo storico, pur cercando di rimediare ai propri errori.

Cosa visitare a berlino
I libri tornano a Bebelplatz

 

DA NON PERDERE PER VALERIA…

Il museo della Stasi, altrimenti detto Stasimuseum, allestito nello stesso edificio dove ha avuto sede il Ministero per la sicurezza dello Stato. In questo museo si ha la chiara percezione di cosa significasse vivere costantemente osservati, controllati e registrati. Nell’edificio sono presenti le attrezzature e le tecnologie usate per spiare i sospettati; negli archivi sono schedate le storie dei tentativi di opposizione al regime e le vite di uomini e donne uccisi, torturati o incarcerati perché “sospetti”. Qui si respira aria di DDR e sembra quasi di essere direttamente catapultati nel film “Le vite degli altri”. Peraltro alcune scene di questa meravigliosa pellicola, vincitrice dell’oscar come miglior film straniero, sono state girate proprio in questo edificio.

P.s.: Non vi abbiamo convinto ad andare a Berlino? Volete vedere se Londra fa al caso vostro?

London calling: i consigli per visitare Londra

Federica Crisci

Valeria de Bari