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Better Call Saul 4×09, la sincerità non è tutto

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La scorsa settimana ho sottolineato come Better Call Saul sia una serie con un tema di fondo ben preciso: raccontare ed esplorare come le scelte che facciamo, e le conseguenze di tali scelte, abbiano un peso enorme da cui non si può scappare.

Se possibile, la puntata di questa settimana, la penultima di questa bellissima stagione, ha evidenziato ancora maggiormente questo aspetto.

Gus, e di riflesso anche Ignacio, pagano la scelta di non aver inflitto il colpo di grazia alla famiglia Salamanca, quando si poteva. Mike vede esplodere sotto i suoi occhi la responsabilità di aver sottovalutato le esigenze di Werner, e soprattutto aver riposto troppa fiducia in lui, trattandolo al di sopra degli altri, quasi come un suo pari, anzi, quasi come un suo amico. Kim, specialmente, paga la decisione di affidarsi al modo di lavorare ai limiti dell’illegalità di Jimmy, e seguirlo sempre e comunque.

E poi, ovviamente, ci sono le scelte di Jimmy stesso.

Il colpo di scena di non vederlo rientrare nell’albo degli avvocati del New Mexico, quando pensavamo fosse una formalità vedendo avvicinarsi sempre più la trasformazione in Saul Goodman, è notevole. Ancora di più, però, vedendo come ciò arriva: con una conseguenza delle proprie scelte.

Non è tanto la mancanza di sincerità il vero problema, che davamo per scontata conoscendo il personaggio. Per quanto Jimmy sia bravissimo a trattare e comunicare con le persone, ha sempre un retrogusto di fittizio e arrivista. Il problema, semmai, è esattamente l’opposto, un eccesso di sincerità che gli altri, ingenuamente, non comprendono. Jimmy davvero non ha più sentimenti residui per Chuck, Jimmy davvero non ama la legge. Alla domanda “cosa è per te la legge” Chuck avrebbe risposto subito, Jimmy ci ha dovuto pensare. Praticare legge per Jimmy non è mai stata una vocazione ma, appunto, una scelta e una conseguenza. Una scelta per emulare il fratello, una conseguenza per aver conosciuto Kim, un obbligo per ottenere il rispetto del primo e l’amore della seconda.

Il litigio tra Kim e Jimmy può apparire un po’ improvviso dopo quanto visto nelle ultime due puntate. Ma ciò che si son detti era già tutta acqua messa in pentola pronta a bollire. Per lei è troppo sostenere l’ambizione di una carriera vera di successo e l’adrenalina delle truffe con Jimmy. Per quest’ultimo è impossibile liberarsi dall’ombra del fratello e ottenere la piena fiducia della donna che ama. Soprattutto quando, in base ad una vita di scelte nefaste, pensa di trasformarla nella sua nuova “partner in crime”, come quando aveva Marco al suo fianco, un tempo.

Il peso delle scelte arriva già puntale e sferzante in un dialogo precedente tra i due. Quando si chiedono se continuare ad operare al limite della legalità possa avere un senso, un fine.

Jimmy già sa che non si può tornare indietro, anzi, ne è la prova vivente. Kim prova a giustificarsi dicendo che serve ad aggiustare le cose, a farlo solo per fare del bene. Ma, appunto, è solo una autogiustificazione. I due non sono avvocati divenuti vigilanti, ma due persone fragili che scelgono le vie più facili

Qui, forse, per la prima volta, esce fuori la vera sostanziale differenza tra Breaking Bad e Better Call Saul. Nel primo caso i personaggi “diventano cattivi” per fattori esterni: una malattia (Walter), un matrimonio sbagliato (Skyler), un condizionamento altrui (Jesse). Nel secondo caso, ora in Better Call Saul, si cede alla tentazione volontariamente, perché è la scelta più facile.

Tutti i personaggi adesso, improvvisamente e soprattutto volontariamente, sono sulla stessa barca. Nel finale di stagione scopriremo se sono destinati ad affondare, o qualcuno potrà salvarsi.

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Emanuele D’Aniello

Pollock e Warhol. Due geni raccontati da Sergio Gaddi

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Un racconto polifonico di Sergio Gaddi ha introdotto due icone americane: Jackson Pollock e Andy Warhol. Il modo migliore per accostarsi alle due mostre che fra pochi giorni saranno inaugurate al Vittoriano.

Nella sala Verdi del Complesso del Vittoriano il poliedrico critico d’arte Sergio Gaddi, lo scorso 24 settembre, ha celebrato il talento di Jackson Pollock e Andy Warhol. mostre vittoriano

Prossimi protagonisti di due attesissime mostre che animeranno la stagione culturale di Roma, Pollock e Warhol sono due artisti unici.

Una lezione suggestiva, declinata in tutte le varie forme dell’arte.

Parole, musiche, immagini e specialmente dipinti. Strumenti che hanno definito i contorni di due autentici miti, differenti per stile e biografia ma uniti dall’impareggiabile genialità e dall’essere pienamente americani.

L’incontro, promosso da Generali nell’ambito della rassegna “I Racconti dell’arte Arthemisia”, è stata una bellissima carrellata non solo su questi due immensi artisti ma anche sulla loro America e su come quel paese sia diventato una superpotenza culturale.

Il primo protagonista di questo incontro è Jackson Pollock.

Definito da Peggy Guggenheim il più grande genio del Novecento insieme a Picasso, Pollock nacque nel 1912 a Cody nel Wyoming, nel pieno di quel mitico West americano.
Massimo rappresentante di quello che fu chiamato action painting (pittura d’azione), Pollock rivoluzionò davvero la pittura americana, imprimendole un carattere e uno stile unico, che travalicò rapidamente i confini nazionali.
Fondamentale nella sua formazione pittorica furono diverse influenze artistiche.

Innanzitutto Picasso e in particolare Guernica.

Quell’immensa tela, la più grande icona sull’orrore della guerra, impressionò oltremodo l’artista americano che fu colpito anche dai muralisti messicani, specie da Diego Rivera, futuro marito di Frida Khalo.

Altri, tuttavia, i pittori che influenzarono Pollock. Non solo, come evidente, la pittura dei grandi surrealisti europei ma anche quella di artisti apparentemente lontani ma in realtà vicinissimi, come, ad esempio, l’ultimo Monet, con il quale le assonanze pittoriche sono davvero stupefacenti.

Tutta la sua esistenza fu legata essenzialmente a una città: New York che, a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, fu indiscutibilmente la capitale della cultura, ruolo che nell’Ottocento era stato ricoperto da Parigi.

La Grande Mela sarà la culla anche di molti altri artisti che daranno vita alla cosiddetta Scuola di New York, di cui Pollock fu uno dei rappresentanti più importanti insieme a nomi celeberrimi come Arshile Gorky, Barnett Newman, Adolph Gottlieb, Willem de Kooning o Mark Rothko, il pittore delle immense tele policromatiche.

Pollock sostituì il cavalletto con il pavimento.

Per lui quella superficie era la più adatta per fissare le sue tele, perché dura, ideale per camminarci intorno, per affrontarla da tutti i quattro lati.

La sua era una pittura istintiva, immediata, se vogliamo violenta, sciamanica, ma mai improvvisata, anche se a prima vista può sembrare tale.

Alla base della sua arte c’è progettazione, ricerca della perfezione. Pollock sottolineava spesso come si sentisse appagato solo se il risultato della sua pittura fosse compiuto, armonico, in linea con quanto immaginato, studiato, ideato.

La pittura di Pollock, come ricorda il critico Gaddi, è «apparentemente senza progetto ma è basata invece su una grande regia, come in fin dei conti la musica jazz, l’altra grande innovazione americana.»

Una vita breve quella di Pollock che si concluse a soli 44.

L’11 agosto 1956 il grande artista americano perse la vita in un incidente stradale a pochi chilometri dalla sua abitazione di Springs. La macchina che guidava uscì fuori strada.
Pollock come al solito era ubriaco.
L’alcool, il suo grande male, che devastò tutta la sua esistenza; il grande vizio americano che segnò non solo la vita di Pollock ma anche quella di altri grandi americani fra cui Hemingway o James Dean, che fece una morta praticamente identica.

Non solo Pollock e i grandi maestri della Scuola di New York nell’incontro con Sergio Gaddi ma anche Andy Warhol.

Nato a Pittsburgh nel 1928, Andy Warhol, nome d’arte di Andrew Warhola, fu una delle massime icone della cultura americana.
Un’infanzia e un’adolescenza segnata dalla povertà che determinerà significativamente la sua ossessione per la ricchezza, per i soldi.

Genio assoluto, capace di influenzare in modo incredibile lo stile americano e non solo, attraverso la Pop Art, di cui Warhol fu l’inventore, oltre che il massimo rappresentante.

Dalle iniziali serigrafie ispirate a celebri prodotti commerciali, intuizione che ebbe in seguito a un consiglio di un’amica di dipingere ciò che vedeva ogni giorno, alle immagini tratte dai mass media. Tutto in ossequio al principio della riproducibilità dell’opera d’arte e dell’arte come prodotto commerciale.

Ma Warhol non fu solo uno straordinario e innovativo pittore.

Fu anche fotografo. Nel suo studio passarono nomi famosissimi che si fecero ritrarre per strappare alla caducità della vita il segreto dell’immortalità.

Si mise anche dietro una cinepresa, realizzando 60 fra lungometraggi e corti. Prodotti unici, caratterizzati da una tecnica che, utilizzando una camera fissa che non veniva mai staccata, di fatto annullava del tutto il montaggio.

Ma Warhol fu anche editore. Suo il celebre magazine “Interview” che diresse fino alla morte e che intervistò in modo assolutamente unico una quantità incredibile di personaggi. “Interview”, autentica creatura di Warhol, si impose nel mondo del gossip, divenendo un punto di riferimento inarrivabile, forgiando uno stile impareggiabile.

Un personaggio a tutto tondo che, fermamente convinto che potesse e dovesse sperimentare qualsiasi cosa, estendo la sua capacità creativa, decise di provare anche con la musica.

Con questi presupposti lanciò nel firmamento musicale i Velvet Underground che, fino a quel momento, erano poco conosciuti fuori della loro ristretta cerchia.

Fu l’ennesimo successo anche per l’idea di Warhol di “imporre” al gruppo la voce della sconosciuta Nico.

Pollock e Warhol, due icone che fra pochi giorni tutti grazie alle due mostre allestite al Vittoriano potranno essere ammirati in tutta la loro grandezza.

Pollock e Warhol, due geni spiegati magistralmente da Giorgio Gaddi attraverso una coinvolgente “lezione” che ha, fra tanti meriti, quello di renderli ancora più immortali.

Maurizio Carvigno

“La casa dell’eternità”: viaggio nell’aldilà con Piero Camporesi

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Nuova edizione di un saggio alla scoperta delle concezioni ultramondane attraverso i secoli.

Piero Camporesi (1926-1997) è stato una figura molto singolare dell’accademia italiana. Formatosi a Bologna, avviatosi come studioso di letteratura italiana, ha poi esplorato diversi campi di ricerca. Storia, filologia, antropologia: una scorsa alla sua vasta bibliografia dà l’idea della poliedricità dello studioso. Il Saggiatore ha avviato la ripubblicazione delle sue opere, da ultimo con La casa dell’eternità (prima edizione 1987),  un viaggio alla scoperta delle credenze sull’aldilà attraverso i secoli. Il saggio si concentra soprattutto sul periodo che va dal Seicento a parte del Settecento. inferno libro

Parte prima: Inferno.

La prima parte del volume si concentra sulle rappresentazioni dell’aldilà, in primo luogo dell’Inferno (primo dei tre ambienti ultramondani – la casa a tre piani).

 Con descrizioni vivide ed efficaci, Camporesi ne traccia un quadretto memorabile:

Locus inquietissimus, l’impero del male non può conoscere l’armonia del bene, l’ineffabile grazia della consolante serenità. Nullus ordo, laggiù, soltanto confusio. Regno del chaos, non conosce i celesti concenti che deliziano i beati, ma solo rumore, grida strazianti, lamenti e bestemmie, dissonanze spietate e musiche insopportabili,  come in uno charivari selvaggio.

La rappresentazione dell’Inferno, in realtà, anche se molto consolidata da Dante, muta nel corso del Medioevo. Ad esempio, osserva Camporesi, il ghiaccio presto scompare e lascia spazio al predominio della fiamma. Anche i diavoli si fanno da parte, col tempo. L’innovazione dell’Inferno barocco, invece, consisterebbe in un ritorno al chaos e al disordine.

Puteus Abyssi: l’Inferno maleodorante.

Si aggiunge a tutto ciò sporcizia, puzzo, tinte fosche. Camporesi ne dà una vasta campionatura, citando una grande varietà di fonti. “Nel tardo Seicento però le variazioni sadiche raggiungono un livello nefando, insopportabile per la nostra delicata sensibilità e per la nostra caritatevole pietà postconciliare”.

Parte seconda: l’ostia.

La seconda parte del saggio non si concentra su Purgatorio e Paradiso bensì sulle dispute teologiche attorno all’ostia consacrata. Se nel Settecento erano finiti i roghi per le streghe in Italia, dice Camporesi, i profanatori di ostia venivano ancora perseguiti ferocemente. Questo per illustrare l’importanza che l’ostia rivestiva nel credo dell’epoca. “Se l’ostia poteva essere un talismano potentissimo, la consacrazione eucaristica veniva spesso sentito come un incantesimo”. Immensum in parvo, “carne divina”, elisir vitae: svariati testi celebrano il mistero dell’ostia con grande controversia fra loro. Del resto, la transustanziazione è sempre stato un argomento caldo nella storia della chiesa.

Una lettura per specialisti.

 Con queste dispute si conclude il viaggio di Camporesi nella “Casa dell’eternità”. Un viaggio certamente non leggero, visto il terreno impervio. Lo stile del saggio, poi, non è esattamente piano: la ricchezza e la vivacità delle descrizioni, tuttavia, lo rendono una lettura che rimane impressa nella memoria. Non si può dire che attiri un pubblico troppo ampio, per l’alto specialismo dei temi trattati, ma gli addetti ai lavori ne trarranno sicuramente giovamento.

Davide Massimo 

I vini Austriaci in degustazione a Roma con Willi Klinger

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Un viaggio tra territori, stili e produzioni Austriache, con l’Ambasciatore della sua viticoltura ospite  nella sede romana dell’Onav.

Dopo la pausa estiva riprendono le degustazioni nella sede romana dell’Hotel Colombo. La prima in cartello, come sempre nello stile Onav, è un appuntamento capace di stuzzicare la curiosità degli amanti del vino. Il tema della serata sono i vini Austriaci, viticultura non sempre facile da trovare in assaggio ne di ampia disponibilità nelle enoteche romane e, per questo motivo di grande interesse. A presentarla Alessandro Brizi e Willi Klinger. Il Delegato di Onav Roma, insieme alla figura centrale per la promozione dei vini Austriaci nel mondo. I due hanno reso un quadro completo della viticultura di un paese sconosciuto alla massa degli amanti del vino, ma che ha tante prerogative che vale certamente la pena di approfondire.

Viticoltura sin dal 700 a.c.

Nella tradizione Austriaca il vino non è certamente una casualità. I primi segni della presenza della vite sono datati 700 a.c., periodo in cui i celti e gli illiri coltivavano la vite. A dimostrarlo i ritrovamenti di vinaccioli in una tomba celtica. Attività arcaiche a parte, la storia del vino Austriaco ricalca un po’ quella degli altri paesi Europei, con i Romani che introducono e sviluppano la coltivazione della vite nella loro espansione territoriale. I ritrovamenti lungo le sponde del Danubio confermano la storia, che pone l’Austria dei tempi all’interno della grande regione vitivinicola sviluppata dall’Impero Romano.

Un percorso condiviso con tutta l’Europa.

Nei secoli successivi le sorti dell’Austria sono simili a quelle degli altri paesi europei, che vedono la coltivazione della vite salvarsi grazie alla grande opera svolta nei centri monastici. In particolare sul territorio austriaco appartenenti agli ordini di Benedettini e Cistercensi. L’inizio dell’era moderna del vino in Austria si può datare 1860 anno di apertura della scuola di viticoltura e frutticoltura, fondata a nord di Vienna per volere del Barone August Wilhelm von Babo. Il movimento enoico subisce un brutto stop nel 1918 con la caduta della Monarchia Asburgica, quando il vigneto si riduce da 48 a 30.000 ettari. Oggi con gli attuali 46.500 ettari le prerogative di questa viticultura non sono certo quelle dei grandi numeri, ma bensì di dedicarsi esclusivamente alla qualità.

Diversità di clima e suolo assicurano vini di propria personalità.

Climaticamente l’Austria è composta da cinque zone principali: Il bacino del Danubio, il Weinviertel, il bacino Pannonico, la Stiria e il Bergland. All’interno di queste i diversi territori di produzione con le loro differenze, tra cui quelle del suolo, con lo gneiss roccia tipica austriaca, ma anche loess e sabbia, che riflettono la loro caratteristiche nell’identità dei vini. La viticoltura segue per l’85% c.a i principi della lotta integrata che mira a contrastare malattie e problematiche parassitarie, attraverso un uso particolarmente attento dei prodotti impiegati e delle loro modalità di utilizzo.

Il vigneto Austriaco è sviluppato anche sugli impervi terrazzamenti, che incorniciano splendidamente il paesaggio. Comprende 22 vitigni bianchi e 14 rossi tra internazionali e autoctoni, con questi ultimi che anche qui attirano sempre più l’attenzione, come vuole la tendenza generale del momento. L’impressione è quella di una viticultura che non si tara esclusivamente su parametri produttivi, ma che mira ad integrare i suoi aspetti culturali anche attraverso la ricerca degli abbinamenti con la cucina internazionale, capace di concedere più possibilità di espressione ai vini rispetto a quella locale. Da questo punto di vista le caratteristiche di delicatezza e sfumatura aromatica del bouquet, li vedono particolarmente adatti ad incontrare la cucina asiatica.

Tredici vini per esplorare la produzione Austriaca.

La selezione proposta  composta di 13 vini, ha permesso di esplorare le potenzialità di questa viticoltura. L’approccio è stato con due spumanti, l’Österreichischer Sekt Brut Reserve di Schloss Gobelsburg e l’Österreichischer Sekt Brut Rosé di Bründlmayer, entrambi metodo classico. Il primo di fiori, cipria e note di delicata dolcezza, mentre il secondo al naso con note predominanti di lampone, seguite da sfumature tenui di fiore rosso essiccato. Entrambi di accattivante acidità che ne rende il sorso estremamente piacevole.

Il Veltliner domina la scena dei bianchi.

È poi la volta del Veltliner, vitigno principale e più rappresentativo per i bianchi Austriaci, qui presente in tre versioni. La prima è quella di Ott Bernhard, il Wagram Reserve Rosenberg 2015, fiori gialli e note di agrume candito, ai quali si aggiungono sensazioni di miele che aumentano in bocca, rendendolo piacevolmente morbido nonostante l’acidità. Il Niederösterreich Reserve Reisenthal Roter Veltliner 2017 di Mantlerhof, più complesso del precedente, che aggiunge al bouquet note floreali e venature balsamiche dai toni verdi. In bocca è rispondente, allungandosi in piacevole persistenza. Chiude il gruppo Kremstal Klassik Hoher Rain 2016 di Geyerhof, anch’esso dotato di buona complessità. Frutta matura estiva e agrumi delicati, erbe aromatiche e medicinali. Gusto di grande freschezza, equilibrio e pulizia.

Il Riesling punto di contatto con la cultura germanica.

È poi giunto il turno dei Riesling, con due vini   rivelatori delle affinità culturali con la vicina Germania, che attraverso questo vitigno esprime il massimo della sua viticoltura. Il Kremstal Reserve Riesling 2017 di Nigl, è balsamico con toni di erbe aromatiche, verdi e sentori di agrume, gioca piacevolmente in bocca sui contrasti di acidità e sapidità. Il Wachau Smaragd Kellerberg Riesling 2016 di F. X. Pichler invece ha espresso la sua eleganza sui toni della frutta a polpa bianca e tropicale,  ma che sembra promettere grandi cose nell’invecchiamento. L’ultimo dei bianchi  presentati è stato un Sauvignon Blanc, il Südsteiermark Ried Steinriegl 2015 di Wohlmuth da cui emerge la tipicità del vitigno nelle note della foglia del pomodoro, a cui si aggiungono le note fruttate e quelle di erbe aromatiche. In bocca regala un sorso pieno e gustoso non difettando in persistenza.

La discreta presenza dei vini rossi.

Quindi il turni dei vini rossi, comprimari rispetto a quelli ottenuti da bacca bianca ma non per questo privi di interesse. Il primo ad essere servito è stato il  Wagram Reserve Pinot Noir “P” 2015 di Fritsch Karl, dove il frutto rosso introduce erbe medicinali e spezie. In bocca l’acidità accompagna un tannino piacevole in un contesto di grande equilibrio. Ottima la persistenza allungata su una piacevole nota amaricante. Il bicchiere è stato poi occupato dal Burgenland Reserve Schwarz-rot Zweigelt 2015 di Johann Schwarz, dove il frutto si fa corposo e golosamente piacevole, accompagnandosi a sentori di spezie e liquirizia. Ultimo dei rossi il Burgenland Reserve Blaufränkisch 2015 di Moric, che aggiunge all’impianto olfattivo del precedente lievi note di terra e bosco. Il tannino qui è una presenza delicata, che partecipa all’equilibrio e alla persistenza finale.

Vini dolci di qualità assoluta.

A completare questo quadro d’insieme della viticoltura Austriaca non potevano mancare i vini dolci, rappresentati da due etichette ed entrambi di grande qualità. Il primo è il Burgenland Cuvée Beerenauslese 2016 di Weinlaubenhof Kracher, elegante e di grande complessità con sentori di fiori bianchi, miele, scorza di agrumi, spezie, frutta secca ed altro ancora, in un bicchiere che muta continuamente il suo profilo olfattivo. Ancor più complesso il Burgenland Ruster Ausbruch di Feiler-Artinger che nella giostra degli aromi include note delicate di frutto bianco, aspetti balsamici, note di muschio, miele e zenzero.

La considerazione finale dopo l’assaggio dei vini e naturale ed istintiva. Chi si aspettava di trovare una viticoltura fortemente influenzata da quella tedesca o alsaziana, sarà forse rimasto deluso. La Scelta Austriaca invece è stata quella di seguire la propria identità, senza imbrigliarsi in modelli o cliché da seguire. Il risultato è quello di una viticultura di più ampio respiro, che riesce a sintetizzare gli aspetti principali della viticultura della vecchia Europa di cui geograficamente occupa anche il cuore.

Bruno Fulco

Renoir, “Gli Ombrelli”: spiegazione del quadro

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Ottobre, autunno, il primo freddo. La nuova stagione ci investe con i suoi nuvoloni minacciosi e sciarpe, cappelli e cappotti sono già pronti ad uscire dall’armadio. Ormai non resta che abbandonarci ai capricci del tempo affrontandolo con la grazia dei francesi ritratti nelle opere di Renoir.

Immaginiamo di camminare tra le vie di Parigi, ad esempio sugli Champs-Élysées, quando un temporale ci coglie improvvisamente. Intorno a noi le persone si affrettano a impugnare gli ombrelli per ripararsi, e noi ci ritroviamo lentamente immersi nella malinconica bellezza della città sotto la pioggia.

L’infuso d’arte di oggi è “Gli ombrelli” dipinto dall’impressionista francese tra il 1881 ed il 1886 circa e conservato alla National Gallery di Londra, dove venne esposto per la prima volta nel 1917, inserendo Renoir nell’olimpo della pittura contemporanea.

Potete visionarlo qui.

Cosa vediamo raffigurato?

Prima di tutto possiamo osservare come l’opera si presenti con la naturalezza di un’istantanea fotografica. Il pittore cattura un momento della quotidianità di una Parigi uggiosa, sferzata dal vento e dalla pioggia ma non per questo meno dinamica e piena di energia.

Vediamo infatti un insieme di figure caotiche che Renoir rappresenta nell’immediatezza dell’attimo. Uomini, donne, bambini si muovono disordinatamente tra le vie della città accompagnati dai loro ombrelli, ognuno animato da una profonda forza interiore che li spinge a collocarsi indipendentemente nello spazio affollato.

In primo piano una giovane donna si alza elegantemente la gonna per evitare di bagnarla, mentre dietro di lei una signora si affretta ad aprire l’ombrello seguita da sua figlia. Intanto la bambina si è fermata e mentre si aggrappa al vestito della madre, ci guarda con gli occhi fissi, innocenti, come se partecipassimo attivamente alla scena di vita raffigurata.

Cosa ci fa entrare nel dipinto?

Renoir rapisce lo sguardo dello spettatore con la potenza di una scena realistica e sinceramente spontanea. Riusciamo a calarci all’interno di una Parigi gremita di gente, proprio all’ora di punta, sentiamo il rumore quasi impercettibile degli ombrelli che si scontrano, il brusio di una folla animata, il vociare incomprensibile di tanto individui sconosciuti.

Il pittore sposta l’attenzione dal singolo allo spazio che lo circonda e la città con la sua massa anonima di persone diventa la protagonista privilegiata del quadro. L’uomo contemporaneo si perde tra la folla e allo stesso tempo ne emerge tra l’intrecciarsi disordinato di ombrelli e volti senza nome.

Ogni personaggio porta con se la propria storia, la propria volontà di muoversi e di risolversi in azione. Ognuno sembra motivato da uno scopo, come se avesse una destinazione da raggiungere, una persona da incontrare o semplicemente qualcosa da realizzare.

Ci sentiamo parte della folla e ci troviamo in un attimo catapultati nella capitale francese magari alla ricerca di una pâtisserie artigianale dove scacciare il freddo con un cafè ed un soffice croissant.

Due parole sullo stile…

L’opera di Renoir rappresenta una rivoluzione stilistica all’interno della carriera artistica del pittore francese. Il dipinto risente ancora ovviamente della maniera impressionista, soprattutto nei personaggi sullo sfondo, dove notiamo una pennellata tremante, leggera e veloce.

Vediamo invece una tecnica rinnovata nella figura femminile in primo piano a sinistra, in cui Renoir dimostra un nuovo modo di concepire l’immagine. Il pittore rivela in questo caso tutte le suggestioni ricavate dal suo viaggio in Italia dove lo studio dei classici rinascimentali lo porta ad affrontare la superficie pittorica con una maggiore solidità della forma e delineazione di contorni.

L’artista coniuga in questo capolavoro due stili differenti che si fondono simultaneamente creando omogeneità ed equilibrio nella raffigurazione e realizzando comunque un’opera coerente dal punto di vista compositivo e stilistico.

Anche per oggi il nostro infuso d’arte è terminato. Se le giornate si fanno troppo fredde e piovose potete sempre consolarvi rileggendo il nostro ultimo articolo a questo link.

Vi aspettiamo tra due settimane!

Martina Patrizi

Fine dell’estate? Nessuna malinconia con questa colazione all’aperto!

L’omaggio postmoderno di Mario Mariani alle opere di Rossini

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The Rossini Variations è il quarto album per pianoforte solo di Mario Mariani. Il disco nasce per celebrare le opere di Rossini e il 150° anniversario della sua morte.

Il noto compositore pesarese, come ricorda lo stesso Mario Mariani (suo conterraneo), è stata la prima music-star della storia. Probabilmente il primo a comporre una musica su una sola nota (due secoli prima della Canzone mononota di Elio e le storie tese!) e ad aver inventato il rap, col suo famoso cantato sillabico nel Barbiere di Siviglia e lo strepitoso finale primo dell’Italiana in Algeri.
Il suo genio musicale viene ora esaltato e adattato in quello che si potrebbe definire un omaggio postmoderno al grande artista ottocentesco.

Citazionismo e sperimentazione caratterizzano, infatti, il lavoro del pianista. A cominciare dalla copertina che vede il ritratto di Rossini evolversi in quello dello stesso Mariani e che riprende chiaramente la grafica della Deutsche Grammophon, storica etichetta discografica specializzata in musica classica.

opere di RossiniRicco di ammiccamenti e richiami alla musica classica e non solo, il disco riesce a catturare l’ascoltatore come in un gioco di indovinelli. Ecco allora che in Figaro’s Dream, dal Barbiere di Siviglia si finisce in una sorta di sogno psichedelico. Ad un tratto fa capolino la nona sinfonia di Beethoven, ma si rintracciano anche Wagner, Debussy e Ligeti. Riconoscibilissimo è, inoltre, il richiamo western alla Ennio Morricone in Duello buffo di due gatti. Addirittura poi, nella Petite Messe Solennelle, trova spazio l’inconfondibile terzina della Famiglia Addams (con tanto di schiocco di dita!). I puristi storceranno il naso, ma assicuro che l’effetto è davvero divertentissimo e geniale.

Mario Mariani riesce ad omaggiare Rossini in modo fresco, spiritoso e mai irrispettoso. L’estro compositivo si coniuga con una indubbia abilità tecnica pianistica che si ravvisa soprattutto nella sua capacità di conferire colore e sentimenti alle note nei ribattuti. Mi riferisco in particolare alla versione per una sola nota di Mi lagnerò tacendo: se risulta estremamente ardua da interpretare con la voce, ancor più difficile è rendere il canto con uno strumento a corde percosse come il pianoforte.

La ricerca costante di innovazione e originalità è evidente nella musica di Mariani.

Il compositore vuole dimostrare la possibilità di un pianoforte “altro”, superando la concezione tradizionale dello strumento. Per questo trasforma il pianoforte in una intera orchestra e lo fa utilizzando anche tecniche estese che si avvalgono dell’utilizzo di oggetti:

“troviamo un rullante suonato con il mio amato frullino (un cappuccino shaker Ikea) nell’incipit della Gazza Ladra, o le biglie che fanno il “bending” sulle corde, imitando il suono del gatto nel celebre “Duetto Buffo” che qui, vista la sua connotazione “western”, diviene un “Duello buffo di due gatti.”

E io che rimasi sbigottita quando a un concerto, Stefano Bollani aprì il pianoforte e iniziò a pizzicare direttamente le corde con le dita! Qui si va decisamente oltre.

Mario Mariani è senza dubbio un artista originale ed eclettico. Probabilmente è proprio ciò di cui ha bisogno oggi la musica classica per ricominciare a conquistare e coinvolgere il pubblico di tutte le età. Le sue esibizioni, infatti, non sono solo dei concerti ma sono dei veri spettacoli a tutto tondo, che coinvolgono gli ascoltatori in prima persona. Succede, per esempio, che Mariani chiami dei volontari a suonare con lui o che persino li faccia sdraiare sul pianoforte per “canalizzare” la loro energia.

“Sento che ai miei concerti [il pubblico, ndr] è felice e curioso di vivere un’esperienza in cui egli stesso, abituato oggi nell’illusione di interagire come ad esempio sui social network, faccia la sua parte vivendo la magica scintilla della creazione musicale.”

Francesca Papa

Il teatro e il suo retroscena: L’impresario delle Smirne

Dal 27 settembre al 7 ottobre l’anima di Goldoni torna a vivere al Teatro Vittoria per una nuova grande stagione.

La nuova produzione di Attori&Tecnici con estrema delicatezza ed ironia rimaneggia e mette in scena L’impresario delle Smirne.

Un’opera datata 1759, quella che Carlo Goldoni regala al mondo del teatro e che si fa sempre più attuale grazie alla regia di Stefano Messina e alla bravura di giovanissimi interpreti.

L’attualizzazione geniale di un’opera classica

L’impresario delle Smirne conduce i suoi spettatori nel cuore di una Venezia avida e smaniosa.

Qui un ricco mercante turco, su consiglio di amici, decide di mettere insieme un gruppo di teatranti. Il suo desiderio è quello di investire su di loro portandoli in una favolosa tournée nelle Smirne, termine con il quale, per l’appunto, un tempo si usava definire la Turchia.

Il teatro potrebbe diventare fonte di profitto per l’impresario turco e allo stesso tempo per gli attori.

Questi istigati dalla figura del ricco Conte Lasca, apparentemente loro amico, danno il peggio di sé stessi. Attori scapestrati e cantanti invadenti faranno a gara nell’avanzare pretese. Seducenti soubrettes e primedonne gelose e pettegole, saranno disposte tutto pur di entrare nella compagnia e guadagnar gloria e quattrini.

Il mondo dell’avanspettacolo toglie la maschera, si mette a nudo e regala divertimento allo stato puro, giocando sulle differenze dialettali dei personaggi e fornendo al pubblico seri spunti di riflessione.

 Il teatro, nel teatro, racconta di sé, narra della sua crisi, delle difficoltà economiche e, allo stesso tempo, dei desideri che muovono i suoi protagonisti perché “chi ha preso il gusto del teatro una volta non sa staccarsene finché vive”.

Ne L’impresario delle Smirne i nostri amici artisti metteranno in fuga il mercante turco. Egli, incapace di cogliere la vera essenza del teatro, lascerà un compito agli stessi: quello di mettere su da soli una vera compagnia teatrale eliminando ogni sorta di superbia e presunzione, regalando al pubblico ciò che di meglio è in loro, con tutti i rischi che questo comporta.

Il vero protagonista e la sua morale

La critica mossa da Goldoni nei confronti di quel mondo da egli stesso tanto amato è dura e amara ma, simultaneamente, è capace di illuminare gli animi e smuovere le coscienze.

Il padre della commedia ci fornisce una giusta chiave di lettura e lo fa attraverso le parole conclusive pronunciate dal Conte Lasca:

«Ecco la differenza che passa fra un teatro a carato, e quello d’un impresario.

Sotto di un uomo che paga, tutti sono superbi, arditi, pretendenti.

Quando l’impresa è dei musici, tutti sono rassegnati, e faticano volentieri.»

Il teatro, alla fine, risulta essere l’unico ed indiscusso protagonista di questa storia e reclama il suo ruolo di servizio pubblico e al pubblico, mettendo in stretta correlazione tra loro l’urgenza espressiva dell’artista e il bisogno sincero dello spettatore.

Dietro e oltre le quinte i cuori che battono sono veri. Come canta Jannacci in un favoloso testo ripreso ed interpretato dal vivo durante questo spettacolo, i saltimbanchi “il teatro lo tentano e la vita la inventano”.

Saltimbanchi si diventa, si muore e L’impresario delle Smirne non è altro che questo viaggio nel retroscena, palcoscenico dove “tutto è finto e niente è falso”, dove  tutto è arte e vita; il contenitore all’interno del quale queste realtà si incontrano e si mescolano ed è subito show.

Maria Grazia Berretta

Il Bioparco di Roma: una gita per tutta la famiglia

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Nel cuore verde di Villa Borghese a Roma si trova il Bioparco, l’ex giardino zoologico, con i suoi 17 ettari di vegetazione.

Il Bioparco solitamente è  una struttura, come per esempio un giardino zoologico, un acquario, un parco faunistico, che si prefigge di conservare una risorsa naturale ed effettuare ricerche scientifiche. bioparco roma animali 

Si possono ammirare animali che non abitano più nelle gabbie e recinti, ma in grandi aree; gli animali sono contenuti con barriere fisiche a volte non percepibili dal pubblico!

Pensate che nel Bioparco ci sono più di 1100 animali, di 200 specie di animali: mammiferi, rettili, uccelli, anfibi provenienti da 5 continenti.

Il Bioparco di Roma è suddiviso in diverse aree dedicate.

bioparco

L’area dei lemuri catta: l’area è di circa 600 mq, questi primati, sono a serio rischio di estinzione, che vivono unicamente in Madagascar.

Il rettilario: un centro di conservazione per rettili, anfibi e invertebrati.bioparco

La valle degli orsi: questa aerea è del 2000 ed è una delle aree più grandi  con i suoi  3500 mq.bioparco

La grande voliera: realizzata dall’architetto De Vico nel 1935, la sua struttura è  in acciaio inossidabile ed è unica per la sua forma geodetica che permette anche agli uccelli più grandi di poter volare a lungo senza sosta.

Il villaggio degli scimpanzé: l’area  inaugurata nel 2001 ed ha visto la realizzazione di un’area polifunzionale, di circa 2450mq.bioparco

La Casa delle Giraffe: questa area, creata nel 1926, in  stile moresco e decapitata negli anni ’70 della cupola in metallo verde smeraldo, è stata recentemente restaurata ed adeguata tecnologicamente.

Il Bioparco di Roma persegue la conservazione della specie minacciate di estinzione attraverso azioni di: sensibilizzazione, l’adesione a campagne internazionali di conservazione e a programmi di riproduzione in cattività.

Come per esempio, “DAI DA MANGIARE A SOFIA”, dove i bambini potranno dare da mangiare a Sofia, elefante asiatico, e ascoltare storie e curiosità raccontate dai guardiani.bioparco

Oppure  “ANIMALI & PREGIUDIZI”, un evento speciale a “tu x tu” con alcuni animali come blatte soffianti, furetti, rospi, insetti stecco e molti altri di cui spesso si ha paura. Lo staff zoologico-didattico spiegherà l’importanza di questi animali per l’equilibrio dell’ambiente naturale e cercherà di far passare la paura ai nostri bambini. Infine si parlerà anche de “I PASTI DEGLI ANIMALI” .

I bambini, almeno i miei, lo adorano, soprattutto per i laboratori. Una gita da fare almeno una volta.

Alessandra Bonadies

 

“Perché si emigra?” Ne abbiamo parlato con Fabio Prata

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E’ possibile parlare di immigrazione in un modo diverso, non banale magari utilizzando anche la musica per spiegare verità elementari che, però, non sempre ci vengono date? Fabio Prata con il suo libro sull’immigrazione lo ha fatto. Ecco le sue parole.

Perché si emigra? In un periodo storico in cui di immigrazione si straparla, discuterne in modo pacato e competente credo sia il modo migliore per non offendere la verità.
Per questo ho incontrato Fabio Prata che, poco meno di due anni fa, ha scritto Una schiavitù chiamata migrazione. “Se ti prendono per fame prima o poi ti fanno ostaggio…” Edito da UniversItalia.
Si tratta di un libro ben fatto e che giustamente ha raccolto tanti consensi, tanto da essere stato adottato dall’ultima edizione della Giornata Mondiale del rifugiato, che si è tenuta lo scorso giugno nella città di Latina.

Come nasce Una schiavitù chiamata migrazione?

Nasce una mattina in tangenziale, che, scritta così pare il titolo di un film. Stavo andando al lavoro, e mentre ascoltavo “Non finisce qui”, una canzone del cd dei Gang “Sangue e cenere” vengo letteralmente rapito dal verso “Se ti prendono per fame, prima o poi ti fanno ostaggio”.
Fu un’intuizione. Da quel momento ebbi forte la necessità di scrivere, di far diventare quel verso qualcosa di mio. Perché in quelle poche e semplici parole, trovai la risposta alla domanda a cui non si risponde mai: perché si emigra?

Quali sono state le tue fonti per stanare verità scomode?

Ho scritto il libro perché sentivo la necessità di comprendere il fenomeno migratorio e non potevo non partire dalla nostra emigrazione, quella che ha portato via dall’Italia 28 milioni di persone in un secolo. Sono stato al MEI, il Museo dell’emigrazione, una fonte inesauribile di notizie provenienti direttamente dall’epoca. E poi, soprattutto, ho setacciato l’arte. La musica dei Gang, quella di Benedetto Vecchio, dei Ned Ludd e degli MBL, ma anche le canzoni dei Modena City Ramblers e, ovviamente, dei Nomadi.
Non solo musica, però. Anche il teatro è stato una fonte, specie quello di Roberto D’Alessandro. Ho lasciato che fossero tutte queste storie ad indicare il percorso del libro.

Quali sono state le principali difficoltà in cui ti sei imbattuto per scrivere il libro?

Credo l’unica difficoltà sia stata quella di sfuggire, almeno tentarvi, agli slogan che ormai affliggono il dibattito sul fenomeno, alla propaganda faziosa. Ecco, la difficoltà maggiore è stata questa, proseguire il viaggio senza farmi trascinare dagli sterili “ci stanno invadendo” o “siamo stati anche noi emigranti”, “noi andavamo a lavorare, oggi importiamo solo criminali” o “allora la mafia in America chi l’ha portata?”
Frasi troppo spesso utilizzate e che non dicono nulla.

Come definiresti Una schiavitù chiamata migrazione? Un saggio, un racconto polifonico o cosa?

Includerlo nella categoria saggi è forse la cosa più ovvia, anche se non so se la più corretta.
La definizione “racconto polifonico”, invece, mi piace molto. In effetti nel libro ci sono moltissime voci, ci sono le canzoni, il teatro; ci sono i racconti, le inchieste; le voci degli ultimi, degli sconfitti; ci sono i dubbi, le perplessità. E poi quando si parla di migrazione, bisogna necessariamente parlare di Unità d’Italia, di brigantaggio, di terrorismo, di multinazionali, di sfruttamento del lavoro. Credo userò molto la definizione “racconto polifonico”.

Fra tutte le storie che racconti, quale credi meriti di essere sottolineata?

Tutte, naturalmente. Dall’altro volto della nostra Unità, alla storia tragica dell’Arandora Star; dai nostri bambini emigrati alla fine dell’800 alla storia bellissima di “Pasta nera”. Certo, Sankara è necessariamente in cima alla lista. Quando ho iniziato a scrivere, non sapevo nemmeno chi fosse, me ne ha parlato, un giorno, Roberto D’Alessandro.
Sankara è un personaggio che andrebbe studiato a scuola e soprattutto dai nostri politici. Invece… non lo conosce quasi nessuno.

Oggi l’immigrazione sembra essere il problema dei problemi. A tuo avviso perché?

Nel 1987, nel suo, purtroppo, ultimo famoso discorso sul debito, Sankara disse: “Le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune”.
Ecco, oggi quel potere ha messo le classi popolari europee contro le classi popolari africane. Questa insensata guerra tra ultimi, permette ai primi di mantenere il proprio potere. Oltretutto, nel mondo del lavoro, l’immigrato è disgregante, i lavoratori non riescono più a fare fronte comune, crolla il costo del lavoro e le lotte per i diritti diventano, agli occhi dell’opinione pubblica, un arrogante tentativo di mantenere privilegi.
E poi, gli immigrati sono un eccellente arma di consenso elettorale.

Credi che il sogno di Sankara, il presidente del Burkina Faso che negli anni Ottanta cercò di salvare il suo paese dalla perenne povertà, abbia ancora posto nel mondo?

No. Purtroppo no. In fondo già negli anni ’80 non ha trovato posto, tanto che è stato ucciso dopo quattro anni di governo. L’uomo è troppo “fallibile” per riuscire a perseguire ideali così alti. Eppure, ci sarebbe così bisogno di Thomas Sankara, della sua etica.

Nella bellissima dedica che fai a tuo figlio, gli auguri di crescere libero. Cos’è oggi per te la libertà?

Sempre più una chimera.
Per carità, siamo liberi di fare ciò che vogliamo, ma la sensazione è che quella che crediamo libertà, sia in realtà “deregolarizzazione”. Ormai i nostri comportamenti, i giudizi, sono sempre meno nostri, sempre più manipolati, indotti. Consumiamo idee, opinioni, prodotti, ad una velocità preoccupante.
Non vorrei sembrare eccessivamente pessimista, d’altronde lo diceva già Pasolini che da cittadini eravamo stati trasformati in consumatori. Oggi credo siamo ad uno step successivo, oggi siamo “consumati”.
Per quanto riguarda la libertà di mio figlio ho scritto questo libro in un momento, per me e per lui, molto particolare. C’era, e c’è, la necessità di essere se stessi fuori dai ruoli assegnati, dai condizionamenti imposti, da noi genitori per primi.
E in questo momento in cui tutti abbiamo fame, chi di cibo, chi di apparenza, mi piacerebbe ci si lasciasse guidare da un’unica fame, quella per la vita.
Grazie davvero Fabio e auguri per tutto.

 

Maurizio Carvigno

L’amore nasce sotto agli alberi

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L’amore è una cosa semplice canta Tiziano Ferro. L’amore è una combinazione di ingredienti afferma Antonio Banderas mentre incita la gallina Rosita a non accontentarsi di un galletto qualunque nel celebre spot della Mulino Bianco.

Perché scegliere esempi così poco aulici, penserete, per provare a spiegare l’inspiegabile, la dolceamara invincibile creatura che Saffo descriveva come la cosa più bella?

Facciamo un passo indietro. Domenica avevo voglia di rivedere Pretty Woman, quindi mi sono recata dal mio spacciatore di DVD per noleggiarlo. Purtroppo non era disponibile, così ho cercato dei video del film su Youtube, ricordandomi di quella scena in cui Julia Roberts sta guardando un vecchio film comico ancora tutta imparruccata. È la sera in cui ha conosciuto Richard Gere, che nel frattempo ancora sta lavorando come un pazzo.

Pretty woman, la favola moderna che ogni persona romantica vorrebbe vivere

Lei ride sguaiata, sgranocchia noccioline e si sdraia a pancia in giù. Solo in quel momento lui inizia davvero a desiderarla.

Tuttavia, nonostante il fascino di un momento di insolita bramosia, la scena che preferisco è quella al parco, quando lui sta ancora lavorando, lei gli toglie le scarpe, gli stacca il telefono e gli fa leggere un libro. Così, sdraiati nel verde, Edward e Vivian si avvicinano. Cos’altro serve, mi chiedo, per generare emozioni se non la semplicità di un avvicinamento. Non serve un locale prestigioso, né un vestito elegante. A volte serve solo una risata sguaiata, semplice, naturale. Basta un telo nel verde o anche solo la voglia di condividere un prato.

Nel mio immaginario il verde è sempre stato sinonimo di unione. Con me stessa quando devo riflettere, ma soprattutto con gli altri: in una situazione del genere non ci sono distrazioni e puoi focalizzarti esclusivamente sulla persona che hai di fronte. C’è poco da dire a volte e molto da guardare. Seduti si abbassano le gerarchie, si è alla stessa “altezza” – anche fisica – e si può solo condividere il relax del momento. In questi casi si percepisce subito se c’è disagio con l’altro, perché non ci sono escamotage. Vi sembra banale? Non lo è affatto.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Siedi, chiunque tu sia, sotto i rami fiorenti d’alloro, e al bel ruscello un’acqua dolce attingi, sì che le membra ansanti di grevi travagli d’estate si riposino al tocco della brezza. (Anite di Tegea)[/dt_quote]

Una scena come quella di Pretty Woman, quindi, apparentemente innocente, nasconde un sotto testo da non tralasciare.

Cos’è per voi l’amore? In un mondo dove l’apparenza conta più dell’essere, siete disposti a mettervi a nudo per quello che siete, senza scarpe, senza trucco e inganno, senza un biglietto da visita preconfezionato che indichi già chi siete, la merce al mercato? Gli alberi e le piante, in quanto estrinsecazione della natura, sono ciò che di più naturale vive al mondo. Avete mai visto una rosa sforzarsi di essere un pino? Eppure noi quante volte ci sforziamo di essere diversi da ciò che siamo.

E chissà perché Julia Roberts, che se non l’avete capito ancora è la mia attrice preferita, viene spesso infilata nei prati. Anche in Notting Hill, a parte la scena cult della panchina con Ronan Keating che intona You say the best when you say nothing at all, c’è quella finale sulla panchina ad aprirci un po’ il petto. La grande diva americana con un vestitino a fiori e il pancione, sdraiata sull’inglesino del suo cuore che le legge un libro. Lo sguardo è perso, come si perdono i nostri cuori quando finalmente possono veleggiare verso un orizzonte condiviso, che sa di libertà.

“Notting Hill”: un amore senza fine

Non solo i film, ad ogni modo, uniscono amore e natura. Molti grandi della letteratura italiana hanno proposto lo stesso connubio, celebrando i momenti più intimi dell’innamoramento. Dal taci sulle soglie del bosco di Gabriele D’Annunzio, che s’illude di favole con la sua Ermione mentre la pioggia nel pineto bagna loro le ciglia, al Gelsomino Notturno di Giovanni Pascoli, i cui petali gualciti non sono che metafora di un utero che sta per cullare una “felicità nuova”.

E se nemmeno quest’ultimo stralcio poetico vi ha convinto, non vi resta che ascoltare Dragostea Din tei, perché anche secondo i moldavi, l’amore si fa bene sotto al tiglio (ma occhio ai dendrofili!).

Alessia Pizzi

https://www.youtube.com/watch?v=ItdHD-R7QSk

Letteratura Classica in 10 Minuti: Afrodite, tessitrice d’inganni

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L’abbiamo vista in uno degli ultimi video come matrigna che tenta di allontanare Psiche da suo figlio Eros, ma Afrodite è molto di più di una suocera sgradita.

Nata da un’improbabile evirazione, è la prima dea ad avere una corporeità, la figlia della spuma del mare.

Sposa del produttore di armi zoppo, Efesto, amante di Ares e Grande Madre nel rapporto col paredro Adone, Afrodite, Cipride, chiamata Venere dai Romani, è una grande protagonista del mito classico.

Addirittura in età ellenistica proliferano templi dedicati ad Afrodite Etaira, dove la parola greca sta per compagna/etèra. A quell’epoca le etère erano personaggi molto rilevanti nelle corti, tanto da arrivare persino a donare ex voto gli strumenti del mestiere nei templi.

Il bigottismo dell’età classica è un lontano ricordo!

La maschera della dea Afrodite in questo periodo si fonde, grazie al sostrato egizio, con quella di Iside. Le regine di Alessandria se ne appropriano per legittimare la loro unione incestuosa con i fratelli e mostrare di se stesse un’immagine di sposine passionali. Non a caso le Adonie, le feste che prima erano festeggiate ai margini della società dalle donne non sposate, diventano feste pubbliche capeggiate dalle regine tolemaiche.

Dagli inni omerici a Esiodo, da Saffo a Lucrezio, Afrodite resta nel nostro immaginario quella figura meravigliosa immortalata da Botticelli. Una tessitrice di inganni da tenersi come alleata: fu lei, infatti, a scatenare indirettamente la guerra di Troia, promettendo a Paride l’amore della donna più bella sulla terra qualora avesse regalato a lei il pomo d’oro che si contendeva con Era e Atena.

Tutto il resto è letteratura.

Alessia Pizzi

Eco e Narciso, il potere del ritratto in mostra a Palazzo Barberini

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Eco e Narciso: avete tempo fino al 28 ottobre per visitare la mostra a Palazzo Barberini di Roma, in collaborazione col museo MAXXI.

“Eco e Narciso”, una grande mostra che unisce l’arte antica e l’arte contemporanea per la prima volta e vede la collaborazione di due fra i poli artistici più influenti di Roma: il MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo e Palazzo Barberini, sede della Galleria Nazionale di Arte Antica.

Il titolo della mostra Eco e Narciso fa riferimento al mito raccontato nelle Metamorfosi di Ovidio:  la ninfa Eco si consuma d’amore per Narciso che la respinge e che morirà annegato, punito dagli Dei,  nel tentativo di catturare la propria immagine di cui si era perdutamente innamorato.

[dt_quote type=”blockquote” font_size=”big” animation=”none” background=”plain”]Non conosci la storia di Eco e Narciso? Qui il video di “Letteratura Classica in 5 Minuti”[/dt_quote]

Undici sale aperte al pubblico, in cui sono presenti 37 opere di 25 artisti. Il tema è quello del ritratto e dell’autoritratto. Troviamo opere di: Caravaggio, Bernini, Giulio Paolini, Raffaello, Richard Serra. Le “nuove sale” aperte al pubblico e restaurate nel biennio 2015-2017 si estendono su oltre 750 metri quadri di percorso espositivo. A rendere tutto ancora più suggestivo è il giardino, davvero memorabile.

eco e narciso palazzo barberini

Il tema centrale sembra essere quello dell’identità.

Nell’epoca dei selfie, in cui si ha difficoltà a distinguere l’identità collettiva, da quella individuale, l’arte ci aiuta proprio a questo, restituisce una sorte di solennità all’individuo. Il percorso espositivo sarà aperto fino al 28 ottobre 2018. Eco e Narciso è una mostra completa in cui identità maschile e identità femminile sono messe in discussione. L’artista diventa gentiluomo, vi è un rapporto continuo tra presente e passato.

Oltre alla straordinaria opera de “La Fornarina di Raffaello, che vi lascerà senza parole, potrete ammirare “La Maddalena” di Piero di Cosimo, una rappresentazione di una santa, o di un’amante? Lascio interpretare a voi il significato più affascinante.

Nel Salone Ovale sarà possibile ammirare l’opera di Caravaggio “Narciso”, che sembra essere la guida dell’intera mostra. Un altro tema presente all’interno della mostra è quello del ritratto-autoritratto, ma sono presenti anche altre tematiche, tra cui il potere dell’erotismo, il rapporto tra intimo ed esotico,la temporalità, la spiritualità e il grottesco. La mostra sarà accompagnata da un catalogo di opere e le schede illustrate a cura di Michele di Monte.

 

Alessandra Santini

Racconti fantastici e dove trovarli: “Incantesimi nelle vie della memoria”

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Incantesimi nelle vie della memoria, edito da Caravaggio Editore, è una originale raccolta di dieci racconti di genere fantastico.

Il tema dell’onirismo e delle sue diverse manifestazioni è trattato in storie fantasy e fantascientifiche con un approccio filosofico e attento a restituire trame intriganti e ricche d’azione. Alla raccolta non manca una vena horror e una predilezione per temi inquietanti quali i condizionamenti psicologici, le incursioni dal mondo dell’aldilà e le lotte contro mostri emersi dallo stesso inconscio dei protagonisti. Giuseppe Gallato ha uno stile molto personale e complesso, e la sua prosa scorre veloce e attrae anche chi non è appassionato del genere fantasy e sci-fi, per le profonde e interessanti tematiche trattate e per le sue raffinate capacità narrative.

«[…] Siamo anime in costante divenire, fatte di sangue e memoria. Siamo un ineffabile viaggio, immerso nell’eterno Etere del tempo. Siamo il frutto delle passioni, dei desideri e delle volontà che al rintocco di ogni alba lottano contro un passato, un presente e un futuro che non ci appartengono. Siamo la mera illusione di un tempo senza tempo non estraneo alla morte, che annichilisce la dimensione dell’io, e al contempo ricrea in noi l’ambizione dell’ordine, nel suo perpetuo mutare».

TRAMA

Incantesimi nelle vie della memoria è una raccolta di racconti di genere fantasy e sci-fi che tratta del tema del sogno e del suo rapporto con la realtà materiale. I dieci racconti di cui è composta la raccolta sono ambientati in mondi immaginari e in scenari futuribili, i personaggi a volte ritornano nelle varie storie con ruoli diversi e il nucleo centrale della narrazione, l’onirismo in tutte le sue manifestazioni, è trattato prendendo spunto non solo dai generi di appartenenza ma anche dall’horror e dal noir. Il risultato è un’opera omogenea e ben articolata, in cui perdersi ed emozionarsi e anche spaventarsi. Il tutto percorso da interessanti riflessioni filosofiche che soddisfano anche i lettori più raffinati.

Incantesimi nelle vie della memoria di Giuseppe Gallato parla della potenza della mente e del suo infinito espandersi oltre i confini imposti dalla realtà.

La raccolta di racconti tratta infatti della dicotomia tra reale e irreale e del tema del sogno, declinandolo nelle varie accezioni che gli sono proprie: dalla figura del corpo onirico, al fenomeno della proiezione astrale fino all’utopia del sogno lucido. Lo scrittore fa sua la magia del sonno «quando la notte spegne i riflettori della coscienza razionale, e la mente è libera di condurci dove il nostro Sé più autentico, la nostra natura, può vagare per rigenerarsi».

Un viaggio irto di pericoli e di insidie quello della mente nel momento in cui si sogna, un viaggio che Gallato cerca di raccontare attraverso storie di genere fantasy e fantascientifico in cui i protagonisti si trovano immersi nella loro stessa coscienza, nei loro desideri e nelle loro paure.

L’onirismo è trattato con estrema varietà e originalità, e ogni storia raccoglie un campionario di emozioni umane e di immagini sorprendenti, permettendo al lettore di conoscere mondi e ideali nuovi e intriganti.

Il confine tra sogno e realtà, definito e labile allo stesso tempo, è il filo conduttore della raccolta, e i suoi personaggi sono viaggiatori in continuo peregrinare tra le due facce di una stessa condizione unite nella dimensione del sonno, in cui le esperienze di vita e le memorie si fondono con le inesplorate e prodigiose capacità della mente.

Tra i dieci racconti di Incantesimi nelle vie della memoria, ognuno diverso per il tema trattato, l’ambientazione e il tono della narrazione, si può menzionare la profondità de “Il portatore di anime”, storia amara sulla liberazione di un’anima intrappolata nel confine tra vita e morte, tanto simile a quello tra realtà e sogno; e “Rintocchi di tenebra”, un’agghiacciante storia in cui si mette in scena il confronto ancestrale tra le diverse immagini che ognuno ha di sé, e che spesso prendono il sopravvento sulla vera identità provocando una scissione della coscienza.

Giuseppe Gallato ci accompagna in un viaggio verso il confine tra reale e irreale, e ci mostra fino a che punto ci è permesso varcarlo e con quali conseguenze.

E racconta della paura dell’ignoto, metaforicamente espressa dal vasto e forse infinito orizzonte del sogno, e ci fa pensare che forse la mente proprio in quel momento di abbandono e di fragilità ritrova la sua vera vocazione, e l’uomo può finalmente sentirsi libero di essere pienamente sé stesso in «un viaggio che è memoria, realtà e illusione».

BIOGRAFIA DELL’AUTORE

Giuseppe Gallato è nato a Ragusa nel 1982. Laureato in Filosofia, docente, redattore e giornalista, ama liberare il suo estro creativo nella stesura di scritti di genere fantasy, sci-fi e horror. Ha all’attivo oltre venti pubblicazioni in ambito letterario ed è stato vincitore di diversi concorsi: con il racconto Echi oltre confine vince il primo concorso letterario nazionale “Fantasticamente” e ottiene la Menzione d’onore al concorso “La biglia verde”; con il racconto Lo Spettro dell’oblio conquista il terzo posto al concorso “#123LibriCK” della “Edizioni Open”; nel 2017 riceve il Premio alla Cultura – sezione fantasy – alla XXVI edizione del Premio Sicilia “Federico II”. La raccolta di racconti Incantesimi nelle vie della memoria è la sua ultima fatica letteraria.

Seguitelo su facebook qui.

IL TACCUINO UFFICIO STAMPA

Ridere fa bene, parola di Antonello Costa

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Dal 26 al 30 settembre al Teatro Olimpico di Roma in scena lo spettacolo comico “Ridi con me” di Antonello Costa.

Ridere fa bene.

Trascorrere una serata al teatro utilizzando la risata come farmaco per dimenticare le inedie quotidiane può essere la soluzione migliore in attesa del fine settimana. Lo spettacolo, diretto da Maurizio Battista, uno dei più noti comici di cabaret in Italia e oggi “rinchiuso” nella casa del Grande Fratello VIP, è una piacevole sorpresa.

Ridiamo con l’attore siciliano Antonello Costa che porta in scena i suoi iconici personaggi come lo zio siculo mafioso Don Antonino, Tony Fasano cultore del mood anni ’70 e l’esilarante lookmaker Rocco.

L’apertura della stagione del Teatro Olimpico con Ridi con Me è stata un successo, la sala piena e le fragorose risate ne sono state la dimostrazione.

Ad affiancare lo showman in questo divertente viaggio tra i personaggi che lo hanno reso famoso:

  • Gennaro Calabrese, bravissimo attore ed imitatore;
  • Gianluca Giuliarelli, travolgente attore comico;
  • Giampiero Perone, celebre attore comico di Colorado;
  • Annalisa Costa, Soubrette e Coreografa.

Punti di forza dello spettacolo?

Le due ore e mezza dell’esibizione scorrono velocemente. Inoltre, il carattere giocoso, spesso palesemente burlesco della sua comicità in Ridi con Me evidenzia la sua completezza artistica.

Bravura messa palesemente sotto i riflettori quando utopicamente Chaplin incontra Jackson o viene reso omaggio ai grandi intrattenitori del passato.

Punti di debolezza dello spettacolo?

Da buona siciliana, nel corso degli anni, ho incrociato il percorso artistico di Antonello Costa sin da quando presenziava ad “Insieme”. Insieme era un programma televisivo d’intrattenimento, prodotto a Catania, andato in onda dal 1994 al 2015. Una pietra miliare per la TV locale.  Nel suo viaggio tra i big character c’era, a mio parere, una grande assenza: Sergio. Perché, nella vita reale, abbiamo tutti qualche problema e si vede, quindi: “calmi e rilassati oooh!”

Alessia Aleo 

“Sei ancora qui”- “I still see you” il nuovo thriller con Bella Thorne

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“Sei ancora qui” – “I still see you” il nuovo thriller romantico con Bella Thorne e Richard Hamon diretto da Scott Speer

È uscito al cinema “Sei ancora qui”, titolo originale “I still see you”, il nuovo thriller di Scott Speer, il regista di “Midnight Sun” – “Il sole a mezzanotte”. Stavolta non è un film drammatico, ma si tratta di un thriller-horror. Un film piuttosto romantico, che ha in comune, con la pellicola precedente, la forza dell’amore, come tematica principale, che risolve tutto. Il film è tratto dal romanzo young-adult di Daniel Waters, “Break My Heart 1,000 Times”, con traduzione italiana “Sei ancora qui” edito da Sperling & Kupfer, disponibile in Italia a partire dal 2 ottobre 2018. Dovremo aspettare ancora qualche giorno, per la versione italiana del romanzo tradotta. La pellicola è distribuita da Eagle Pictures.

Bella Thorne film

Bella Thorne e Richard Harmon in una scena romantica.

Veronica Calder, interpretata dalla meravigliosa Bella Thorne, detta Ronnie, è una sedicenne come tante, che tutte le mattine fa colazione con suo padre, che però ha perso dieci anni prima. La sua presenza la accompagna, tutte le mattine, da quel tragico incidente che le spezzò il cuore e tolse la vita a suo padre: un’esplosione in un laboratorio di Chicago, che lo coinvolse.

A far colazione con lei non è proprio suo padre, dunque, ma uno spettro: un redivivo, così sono chiamati quelli che  hanno lasciato da un pezzo la terra, ma che non l’hanno abbandonata del tutto. Solitamente un redivivo ha qualcosa da comunicare. La sua vita ad un tratto cambia, quando incontra un ragazzo molto particolare e solitario detto “ghost-boy”, Kirk Lane, interpretato da Richard Harmon, un giovane studente molto esperto in fantasmi, perchè li studia. A lui, invece, al contrario di Ronnie, manca una presenza importante nella sua vita, che ricerca di continuo, giorno dopo giorno, studiando libri, documentandosi e leggendo.

Un terribile e misterioso incidente è avvenuto a 20 km da Ground Zero, dove una forte energia, permette a centinaia di redivivi di girare indisturbati.Tra questi c’è il papà di Ronnie. I due giovani saranno aiutati nella loro ricerca della verità, per cercare di scoprire come avviene l’incidente e da chi è causato, da un affascinante professore, che ha rubato il cuore della migliore amica di Ronnie: August Bittner, interpretato da Dermot Mulroney, che ricorderemo tutti nell’interpretazione del simpaticissimo migliore amico dello sposo ne “Il matrimonio del mio migliore amico“.

Bella Thorne film

Il professor August Mittner, interpretato da Dermot Mulroney.

Mentre proseguono nelle loro ricerche, uno spirito, un redivivo, lo spettro di un giovane ragazzo, di nome Brian, interpretato dal bellissimo Thomas Elms, appare tutte le mattine alle 6,30 nel bagno di Ronnie, scrivendo allo specchio: “Run”, cioè “Scappa”. Sarà un redivivo buono, che vorrà mettere in salvo Veronica, oppure un redivivo malvagio che vuole mettere a repentaglio la sua vita? Lo scopriremo solo vedendo il film che si svolge, portando avanti una storia d’amore tra i due giovani ragazzi, che a quanto pare, non si scambiano solo informazioni, ma anche una serie di romantiche effusioni.

Tutti vorrebbero una storia d’amore come quella che si sviluppa tra Ronnie e Kirk: un uomo che la protegga e che la aiuti a sconfiggere le proprie paure e affrontare il mondo. Qualche jump scare per dar ancor più gusto all‘horror romantico non mancherà, se vedrete fino alla fine la pellicola, che vi lascerà col fiato sul collo.

bella thorne film

Thomas Elms che interpreta Brian.

Per capire il finale, ci sarà bisogno di un piccolo colpo di scena, che a metà del film, potrebbe essere previsto per i più esperti, specialmente nel genere giallo e noir. Il thriller soprannaturale vi lascerà davvero senza parole, specialmente per via della colonna sonora, scritta appositamente per il film da Bear Mc Creary, vincitore degli Emmy Awards, che ha dato vita a famose colonne sonore, tra cui quella di “Walking Dead”, sempre per rimanere nel genere.

Ci sono tanti riferimenti, all’interno del film, che solo chi ha perso qualcuno, riesce intimamente a cogliere. I temi affrontati dal film sono quelli de: la redenzione, la perdita, il lutto, la morte, l’amore. Si tratta di un film coinvolgente, proprio perchè, ognuno di noi ha perso qualcuno e tutti abbiamo affrontato la perdita in un modo differente. L’immagine della pellicola risulta gelida, anche i colori, dal bianco al blu scuro, al grigio e blu notte.

La traduzione del favoloso titolo: “Sei ancora qui”,mai  fu più azzeccata, in effetti, dall’inglese “I still see you” la traduzione letteraria sarebbe stata “Ti vedo ancora”, ma non è così, quello che il film vuole esprimere e che solo i più sensibili capiranno è che una persona che non è più con noi, non è vero che non c’è più, anche se non si vede: si può sempre sentire.

Tra le frasi più famose, da ricordare:

“Ci ricordiamo tutti, quello che stavamo facendo quel giorno, il giorno dell’incidente”.

“Ricorda in un mondo in cui i morti camminano accanto ai vivi, tutto è possibile”.

“Non è l’aver perso le persone che amiamo ci fa male, ma è il continuare a perderle giorno per giorno, milioni di volte”.

Trailer ufficiale del film “Sei ancora qui” – “I still see you” con Bella Thorne 2018

Consiglio a tutti questa pellicola: viva più che mai, estremamente forte, coinvolgente ed emozionante, in cui chi ha davvero un cuore, si emozionerà e commuoverà come un bambino, ma soprattutto che pochi film sanno fare.

Alessandra Santini

Al “centro” di un’emozione. Un fan di Baglioni racconta il concerto di Verona

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I concerti di Claudio Baglioni, da sempre, sono spettacoli a tutto tondo. All’Arena di Verona sono andate in scena tre serate in cui l’artista romano ha mandato in visibilio i suoi fan. Fra loro c’era Dario Mariani che ci ha raccontato quella notte di note e di infinite emozioni.

 

La suggestiva atmosfera dell’Arena di Verona ha fatto da cornice al ritorno in concerto di Claudio Baglioni, dopo i fasti di Sanremo.
Un evento attesissimo dai fan del cantautore romano che ha voluto partire dalla città scaligera per aprire un lungo tour dall’inequivocabile titolo: Al centro.
Decine di date che, fino alla prossima primavera, porteranno il Claudio nazionale in giro per l’Italia per festeggiare cinquant’anni di una carriera unica.
Una lunga cavalcata partita nel 1968 e proseguita per decenni fra musica e parole, emozionando intere generazioni che, ancora oggi, affollano stadi e palasport per ascoltare il loro mito.
I concerti veronesi, tre date sold out, hanno visto un Baglioni in forma spumeggiante.
Al centro dell’Arena, circondato dal suo pubblico, l’autore di canzoni indimenticabili, ha regalato ai presenti uno spettacolo indimenticabile.
Sul palcoscenico di 450 metri si sono esibite oltre 150 persone fra ballerini, acrobati, musicisti e cantanti.

Le splendide coreografie, tutte curate da Giuliano Peparini, hanno entusiasmato gli spettatori dell’Arena che, come dichiarato dallo stesso cantante, per tre sere è tornata alle sue origini di anfiteatro.
Ma più di tutti a regalare emozioni ci ha pensato lui, Claudio Baglioni, con un repertorio infinito.
«Le avrei volute cantare tutte, ma poi ho avuto pietà del pubblico» che, comunque, ha ascoltato e cantato decine di pezzi, presentati in rigoroso ordine cronologico.
Da Questo piccolo grande amore, che ha aperto il concerto, passando per le celeberrime Porta Portese, Quanto ti voglio, E Tu, Poster, Strada facendo, Avrai, La vita è adesso, Mille giorni di me e di te; ma anche Le Ragazze dell’est, i Vecchi, Acqua dalla luna, Noi no, Le vie dei colori e moltissime altre.
Ultima canzone è stata Con voi, tratta dall’omonimo album del 2013, che ha chiuso un concerto bellissimo di oltre tre ore.
Fra quelle migliaia di fan in visibilio a Verona, c’era anche Dario Mariani che, pur vivendo a Roma, ha deciso che non avrebbe mai potuto mancare a un simile appuntamento per “sentire” un’altra notte di note.

Partiamo dal concerto di Verona. In cosa è stato differente dagli altri spettacoli di Baglioni?

Credo che dal punto di vista musicale non sia stato un concerto molto diverso dagli altri.

Baglioni, (ho visto almeno una ventina di suoi spettacoli), regala sempre le sue “canzoni storiche”, non potrebbe farne a meno.
La differenza che ho notato è stata senza dubbio quella scenica, anche se questo aspetto è spesso presente nei concerti di Baglioni, a partire da quelli che fece a metà anni Ottanta allo stadio Flaminio di Roma.
Questa sera quasi tutte le canzoni sono state accompagnate da coreografie bellissime, alcune veramente stupende.
Incredibile la performance di quel bravissimo funambolo, (Lyell Grumberg n.d.r). in Notte di note note di notte. Davvero da applausi.

L’emozione più forte della serata veronese?

Ho vissuto più di un’emozione. Innanzitutto, quella di aver visto per la prima volta Baglioni lontano da Roma.
Preparare il viaggio, ma anche viverlo, è stato bellissimo. Dilatando i tempi dell’attesa ho aumentato il piacere del concerto stesso.
Poi l’ingresso nell’Arena, non c’ero mai stato, è stato davvero emozionante. Un luogo ideale per fare musica.

Un momento molto intenso è stato anche quando Baglioni ha cantato I Vecchi, in un bellissimo arrangiamento. Non è un pezzo consueto ai suoi concerti e riascoltarlo è stato molto bello.
Ma l’emozione più forte di tutta la serata è stata girarmi verso mia moglie e vederla piangere, commossa per quello straordinario spettacolo.
Monica era accanto a me più per farmi piacere che per una vera e propria passione per Baglioni, anche se lo apprezza. Per questo quelle sue lacrime hanno un senso ancora maggiore.

Facciamo un salto all’indietro di qualche decennio. Quando è iniziata questa passione per Baglioni?

Ho cominciato da bambino ad ascoltare Baglioni sia per seguire le orme di mio fratello più grande, suo fan, ma anche perché a Leonessa, dove andavo ogni anno in vacanza, si prendeva solo “Radio Subasio” che all’epoca mandava prevalentemente pezzi di Battisti e Baglioni.
Poi al “Flaminio”, credo nel 1986, il mio primo concerto.
E da quel momento Baglioni è diventata una passione.

Cosa rappresenta per te la sua musica?

Baglioni, specie quello degli anni Ottanta, riesce a rendere in musica e parole tantissime realtà. Penso alla già ricordata I Vecchi, “seduti in pizzo al letto a riposare la stanchezza.” Ma anche Le Ragazze dell’est, “le ho viste che cantavano nei giorni brevi di un’idea”.
O Fotografie, “tu aggrappata alla ringhiera di una tenera e distratta primavera.”

Baglioni ha scritto decine di canzoni in questi cinquant’anni a quale sei più legato?

Non c’è una sola canzone a cui sono legato.
Sono almeno quattro, cinque le canzoni, una per ogni specifico momento della mia vita.
Sono molto legato ad Avrai, che per moltissimo tempo ho considerato la più bella. Poi è arrivata La vita adesso, che per ritmo, musicalità, reputo forse la migliore in assoluto.
Ma non dimentico pezzi meno noti, più di nicchia.
La poetica Patapan, che Baglioni dedicò al papà, scomparso lo stesso anno del mio.
O anche la romanissima A Cla, in cui Baglioni si racconta in modo incredibilmente sincero.

In cosa è cambiato, se è cambiato, lo stile di Baglioni?

Baglioni in questi decenni è sicuramente cambiato. Ha avuto l’intelligenza di assecondare, senza tradirsi, le richieste del suo pubblico che cresceva, cambiava, maturava, si rinnovava.
Ha tenuto il passo con una realtà musicale in costante mutazione, scrivendo pezzi sempre attualissimi.
Personalmente apprezzo molto il Baglioni degli anni Ottanta, capace di superare la fase precedente, più da cantastorie, per aderire a una musicalità più matura, più vicina ai miei gusti.

Baglioni è uno dei pochi cantanti che potrebbe ancora riempire gli stadi. A tuo avviso perché?

Sono d’accordo anche se da un po’ di tempo preferisce esibirsi nei palasport, nei teatri. Una scelta che non condivido.
Personalmente avrei preferito, piuttosto che tre serate all’Arena, un’unica serata in un grande stadio.
Anche perché un concerto con sessantamila spettatori, a mio avviso, non è paragonabile a uno con ventimila.
Riempie gli stadi perché, come pochi altri cantanti, unisce diverse generazioni. Stasera accanto a me avevo madri di sessant’anni insieme alle figlie e ai nipoti.

Tu hai due figli adolescenti. Ascoltano Baglioni?

Come era inevitabile, ho iniziato a fare ascoltare Baglioni ai miei figli. Compito arduo visto il genere musicale che abitualmente loro ascoltano. Con Francesco, il mio primogenito di sedici anni, sono riuscito nell’impresa. Gli piace Baglioni e questo mi rende felice, è una sorta di passaggio di consegne.
Ad ottobre, al Palalottomatica, Francesco sarà con me per il suo primo concerto di Baglioni.
Con mia figlia Giulia, invece, non ci sono riuscito, ma mai dire mai!

Se dovessi descrivere con un aggettivo la musica di Claudio Baglioni, quale sarebbe?

Non esiste un aggettivo. Per me Baglioni è la musica. Lo è da quarant’anni.
Ogni volta che lo ascolto scopro una strofa nuova, mai trovata in canzoni precedenti. L’esatto contrario della musica commerciale.
Baglioni, specie il secondo Baglioni, è l’antiorecchiabilità per eccellenza. I suoi testi, la sua musica, non sono mai banali.
Baglioni non si ripete mai. E in cinquant’anni di carriera è un’impresa.

Cosa ti riporterai per sempre di questa serata di Verona?

Tante cose. Dal concerto in sé, allo stare per la prima volta in mezzo a persone che avevano un dialetto diverso dal mio.
Ma anche la magia delle coreografie e i fantastici arrangiamenti di alcune canzoni.
E poi Avrai, cantata in un’atmosfera da brividi con l’emozione di ventimila telefonini accesi, gli accendini di un tempo, “e sentirai di non avere amato mai abbastanza se amore, amore avrai.”
Ma innanzitutto porterò con me e per sempre le lacrime di mia moglie Monica.
Perché un concerto è specialmente condivisione.

Grazie Dario.

Maurizio Carvigno

Fate largo, Salmo torna con “90MIN”!

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Salmo, il rapper più influente della scena italiana è tornato il 21 settembre con “90MIN”, anticipo dell’album “Playlist”.

“Prego sedetevi comodi, sta cominciando lo show…” Salmo è pronto a far di nuovo parlare di sé con il nuovo singolo “90MIN”. Il rapper sardo sembra aver ritrovato la vena hardcore del passato ed è inca***to nero. Il bersaglio del nuovo singolo è la situazione politica odierna dell’Italia che viene descritta senza peli sulla lingua. salmo rapper

https://www.youtube.com/watch?v=7LmSC66Ia9s

Il beat è un riff potentissimo ed ipnotico, sul quale Salmo dimostra la sua classe superiore, macinando parole, distruggendo luoghi comuni. Le punchlines sono devastanti e il ritornello vi farà saltare sulle sedie. salmo nuovo album

Cos’altro dire? 90 minuti di applausi.

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

Lo ShowRUM – Italian Rum Festival a Roma per la sua VI edizione

Si tiene a Roma domenica 30 settembre e lunedì 1 ottobre 2018, uno dei più importanti eventi al mondo e primo in Italia dedicato al Rum e alla Cachaca.

Oltre 80 brand, tra rum tradizionali, rum agricole, selezionatori e cachaca per degustazioni, la STC – ShowRUM Tasting Competition, i cocktail, masterclass e seminari, ma anche la ShowRUM Cocktail Week, il Premio dedicato a Silvano Samaroli e il Trade Day, il manuale sul rum, per la sesta edizione del festival.

La rassegna, promossa da Isla de Rum in collaborazione con SDI Group, è diretta da Leonardo Pinto, riconosciuto a livello mondiale come uno dei migliori esperti di rum in Europa, trainer e consulente per le aziende. Il programma completo, il calendario delle attività e delle masterclass e la lista espositori e brand presenti al festival al link www.showrum.it

Diecimila partecipanti, 50 Paesi coinvolti, 400 etichette e 9mila litri di rum versati: questi alcuni dei numeri del successo del festival che quest’anno presenta oltre 80 stand, rendendo ShowRUM una delle più grandi fiere al mondo con una crescita costante di anno in anno e una presenza sempre più importante di nuovi produttori di rum e cachaca.

Tra le iniziative dell’evento, il Premio ShowRUM Taster of the Year 2018, assegnato a Glenda Valenti e Ivan Castillo per essersi distinti nell’esame di degustazione del Rum Master di Isla de Rum, un percorso formativo completo sul rum in due livelli. Il premio è dedicato a Silvano Samaroli, ‘Signore degli Spiriti’, storico imbottigliatore di rum e whisky, scomparso nel febbraio 2017 e membro storico della giuria della STC – ShowRUM Tasting Competition.

Spazio ai libri, con la presentazione in anteprima de “Il Mondo del Rum”, manuale scritto dal direttore artistico Leonardo Pinto, con rivisitazioni di cocktail storici ad opera di Paolo Sanna e Gianni Zottola. Il volume è edito da Tecniche Nuove, con le foto di Marco Graziano e Alessandro Rossetti e la copertina a cura di Studio Futuroma.

Tra gli altri eventi dello ShowRUM 2018, la consueta STC – ShowRUM Tasting Competition, unica Blind Tasting Competition italiana dedicata a Rum e Cachaca, nella quale  i due distillati  vengono divisi  per anni di invecchiamento e per alambicchi di provenienza, oltre che per  tipologia di materia prima. Unica al mondo, inoltre, a premiare, grazie a una giuria di esperti nazionali e internazionali solo il best in class per ogni categoria.

Tra i premi, quello dedicato al Best Packaging. Saranno quindi protagoniste le degustazioni guidate delle più grandi etichette presenti sul mercato italiano e internazionale, alla presenza di master distiller, esperti, distributori e brand ambassador che permetteranno ai visitatori di compiere un affascinante viaggio nel variegato mondo del rum. Quindi, i cocktails, con la  presenza di uno spazio dedicato alle bottiglie rare e d’epoca e con masterclass dedicate. Il bar della rassegna, in pieno stile tropicale, sarà curato dal bar manager Paolo Sanna, in collaborazione con il Singita Miracle Beach.

Dai bartender ai grandi buyer, passando per i Market Influencer, gli importatori, i distributori, la stampa e i blogger, oltre agli appassionati e ai neofiti del rum animeranno la rassegna che prevede il tradizionale Trade Day, lunedì 1 ottobre, giornata interamente dedicata agli operatori e professionisti del settore, focalizzata sulla formazione professionale, ricca di appuntamenti e seminari con ospiti d’eccezione.

La settimana di ShowRUM sarà accompagnata dalla ShowRUM Cocktail Week , nuovo format ideato da Cleide Bianca Strano e Paolo Sanna. La Cocktail Week si svolge da mercoledì 26 settembre a lunedì 1 ottobre in dodici tra i migliori locali di Roma: Baccano, Banana Republic, Chorus Cafè, Club Derriere, Freni e Frizioni, Marco Martini Cocktail Bar, Meccanismo, Pantaleo, Pimm’s Good, Romeo Chef & Baker, Tyler, La Zanzara.

Al termine della settimana, una giuria guidata da Fabio Bacchi della rivista Bartales proclamerà il Drink Ufficiale della ShowRUM Cocktail Week 2018 tra i signature proposti. ShowRUM sarà presentato alla stampa presso lo Sky Stars Bar dell’A.Roma Lifestyle Hotel (via G. Zoega, 59) a Roma, giovedì 27 settembre a partire dalle ore 18:00 con l’evento di rum Diplomatico che proporrà una verticale di tutti i suoi single vintage dal nuovo del 2004 a quello del 1998 e a seguire buffet e banco di assaggio con i cocktail.

“Siamo giunti – dichiara Leonardo Pinto, fondatore e direttore di ShowRUM   – alla sesta edizione di un festival che è riuscito a posizionarsi negli anni come punto di riferimento nel settore a livello internazionale, anche grazie alla doppia anima, da un lato trade, con la presenza importante del mondo del bar, della ristorazione, delle enoteche, dei grossisti ed in generale di tutti gli operatori che ruotano intorno al circuito food and beverage, dall’altro la platea di appassionati e curiosi che, attraverso ShowRUM, riescono a comprendere e apprezzare un distillato che, per troppo tempo, è stato ‘relegato’ solo alla miscelazione”.

ShowRUM 2018 è organizzato da ShowRUM srl e Isla de Rum in collaborazione con SDI Group e si avvale della sponsorship di VetroElite, Coca Cola e Royal Bliss.

Orari e prezzi

Giornata per il pubblico – domenica 30 settembre 2018 – dalle ore 14:00 alle 21:00 (ingresso 10 euro in prevendita, 15 euro in loco)

Trade day – lunedì 1 ottobre 2018 – dalle ore 11:00 alle 19:00 (ingresso gratuito)

Info: www.showrum.it

info@showrum.it

www.facebook.com/ShowRumItaly

Location

A.Roma – Lifestyle Hotel & Conference Center – Via Giorgio Zoega, 59 – Roma

Ufficio stampa: Carlo Dutto – carlodutto@hotmail.it

Confessioni di un NEET: tra distopia e realtà

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Ordinereste mai un cocktail a base di social network, crisi del lavoro, disoccupazione giovanile, ipocrisie genitoriali, il tutto shakerato con una buona dose di perbenismo borghese?

Definirei così, Confessioni di un NEET, romanzo di Sandro Frezziero, edito da Fazi Editore. Si tratta dell’ultima uscita per la collana Le meraviglie.

Una collana che non smette di stupirci, per il taglio ironico-parodico, grottesco talvolta, con cui vengono trattati argomenti di attualità. Il NEET, ossia colui che non studia, non lavora e non è in cerca di una qualche forma di aggiornamento professionale, ci racconta la società dal suo punto di vista, mettendone in luce le drammatiche contraddizioni e ipocrisie.

In quest’opera, Frizziero racconta il suo personaggio, un trentenne opportunista, vittima della disoccupazione giovanile che preoccupa oltremodo i suoi genitori e lo fa adottando una particolare prospettiva.

Adottare il punto di vista del “cattivo” per descrivere una società marcia.

Parliamoci chiaramente. Il protagonista è antipatico e niente, nemmeno il dialogo ideale con le sue gatte-snob, può rendercelo simpatico. Eppure, nonostante questo, alla fine di ogni capitolo non si può che concordare con lui.

A dirla tutta, non provavo tanta indisposizione per un personaggio dai tempi di Fanny Price e di Manfield Park. Insopportabile lei, irritante lui.

Le Confessioni è un saggio sotto le mentite spoglie di un romanzo.

La narrazione scopre il velo di maia che copre una realtà cruda.

La disoccupazione giovanile, il perbenismo genitoriale, l’abbandono di valori, l’uso distorto dei social, il dilagare di ideologie pericolose sono tutte analizzate attraverso lo scorrere della bacheca di facebook o degli altri social network.

La critica nei confronti dell’atteggiamento opportunista del protagonista si percepisce, nonostante il narratore in prima persona faccia prevalere il proprio punto di vista. Eppure la condanna più grave è indirizzata verso una società alla deriva, senza possibilità di redenzione.

Un mondo alla rovescia osservato attraverso le stories di Instagram.

Il mondo anticipato da Ray Bradbury è attuale più che mai. La realtà virtuale ci ha ingoiati.

Chi parla ricerca una via di fuga da questo mondo di cui tuttavia dichiara apertamente di volersi approfittare. La fuga, idealizzata in una conversione digitale della sua stessa persona, ricorda vagamente la morte/metamorfosi di certi personaggi della nostra letteratura. Su questo aspetto l’autore insiste a più riprese durante il racconto ma non ci consente di sapere cosa ha trovato il suo personaggio al di là della Rete. Tutto resta un’incognita.

In un mondo distopico, senza speranza perché già attuale, la conclusione è quanto mai amara e lascia il lettore con molti interrogativi su cui riflettere.

Serena Vissani

L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte, il cinema contro i mulini a vento

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Per un regista divenuto egli stesso Don Chisciotte, è giusto che per completare finalmente il suo Don Chiosciotte l’unica soluzione fosse ucciderlo.

Così, quello che Terry Gilliam dopo 25 anni finalmente ci presenta è un film catartico. Paradossalmente, perché non vorrebbe esserlo. Ma lo diventa, giocoforza, assumendo via via tutti toni realistici pur sguazzando nella fantasia.

Lo so, sto dicendo cose poche chiare, come se entrassi anche io nella follia di Gilliam. Ma seguitemi.

Per capire, dobbiamo inevitabilmente partire dalla travagliata genesi del progetto. Non è il caso di riassumerla, e poi se non la conoscete non siete degni di chiamarvi cinefili (ma tranquilli, a voi basta recuperare lo splendido documentario Lost in Mancha). Ma partiti dall’inizio, dai primi anni ’90, arriviamo fino ad oggi passando per riprese fallite, attori che si sono succeduti, un paio di protagonisti addirittura scomparsi – a loro è dedicato questo risultato finale – ovvie difficoltà economiche e pure una battaglia legale sui diritti della distribuzione. Così, per non farsi mancare niente.

Eppure, L’Uomo che Uccise Don Chisciotte è finalmente qui. Lo vediamo davanti ai nostri occhi, nei grandi schermi, lo vediamo noi e lo vede Gilliam stesso. Il punto non è “come è il film considerando le attese” semmai è “ce l’ha fatta nonostante tutto”.

La simbiosi con le difficoltà di realizzazione è stata talmente forte che Gilliam si è trasformato in Don Chisciotte, e la trama del film ideata più di 25 anni fa si è trasformata profeticamente e sfortunatamente nelle peripezie produttive reali. Un film che affronta la battaglia eterna tra realtà e sogno, tra illusione e concretezza, tra le necessità economiche dei produttori e le esigenze artistiche degli autori, esce dalle pagine scritte, esce dallo schermo e diventa il quotidiano di Gilliam. Pertanto, definire L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte il suo film più personale sarebbe alquanto scontato. E ricordando la sua filmografia, anche definirlo il suo più pazzo sarebbe sbagliato. Allora, diciamo che questo è indubbiamente il suo film più anarchico.

Gilliam libera in L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte tutta la sua energia repressa e la sua voglia di giocare col mezzo cinematografico. Il risultato è una serie di sequenze che mescolando reale e fantastico diventano un vero inno alla gioia di poter creare e fare film. Lascia liberi Adam Driver e Jonathan Pryce di divertirsi con l’istrionismo, ed i due regalano performance caratterizzate al giusto livello comico senza scadere nella macchietta. È questa inebriante confusione artistica a coinvolgere lo spettatore ma al tempo stesso cozza con la narrazione: il finale è lungo, ripetitivo e anche eccessivo, come se il regista avesse mollato gli ormeggi a favore soltanto della riuscita della missione.

La nave, comunque, arriva al porto sana e salva. Perché Gilliam è un pazzo, ma talvolta i pazzi vedono più cose interessanti rispetto a noi. Così facendo la sua figura si sovrappone a quella di Don Chisciotte stesso, che è l’eroe illuso per antonomasia, ma anche il più romantico e ingenuamente onesto che si ricordi. Far apparire la parole “fine” al termine della pellicola vuol dire uccidere Don Chisciotte: dopotutto, completare finalmente questo film non è solo realizzare un sogno, ma anche chiudere un incubo durato troppo a lungo. Finire un film, questo film, per Gilliam è la più grande forma di catarsi personale che possa esistere.

Singolare che riuscire significhi anche finire.

Incredibile che la massima soddisfazione coincida col porre fine a decenni di vita esclusivamente dedicata a quello. I paradossi della vita, e sappiamo che di queste follie il cinema di Gilliam si è sempre nutrito. Dunque, è bello vedere che la follia, per una volta, è veramente servita a qualcosa.

Il cinema è la terra delle opportunità: ne ha data una (un po’ tardi) a Orson Welles, e adesso un’altra a Gilliam. Per entrambi vale il medesimo verdetto: decidiamo dopo se il film è bello, intanto godiamocelo e siamo grati ci siano.

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Emanuele D’Aniello

La casa dei libri omaggia il coraggio delle donne

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In sala da giovedì 27 il film vincitore di tre premi Goya nelle categorie miglior film, regia e sceneggiatura.

La casa dei libri (The Bookshop) di Isabel Coixet è un film da vedere tutto d’un fiato. Alla fine della proiezione ti lascia con l’amaro in bocca e porta ad un grande quesito: i libri possano essere realmente migliori delle persone?

Il film racconta con semplicità estrema il sogno della caparbia vedova Florence Green: aprire e gestire una libreria nel paese di HardBorough. Difatti, ieri come oggi, aprire un negozio di libri si dimostra un atto di coraggio, carico di profonde responsabilità.

Se per la nostra contemporaneità le difficoltà incontrate da un libraio sono per lo più identificabili con lo sviluppo del commercio online, nel 1959, periodo in cui è ambientato il film, le problematicità erano nella società stessa.

Alle complicanze burocratiche e alle insidie sociali s’intrecciavano inevitabilmente l’osticismo e la diffidenza di un popolo legato agli antichi valori.

Nonostante le novità in vetrina, come Lolita e Fahrenheit 451, la protagonista non riuscirà a scogliere il bigottismo dei suo concittadini.

Una sfida ad armi impari.

L’influente signora Gamart sarà la matrice delle intimidazioni. Si impelagherà nel suo ambizioso obiettivo: confiscare Old House, luogo della libreria, per realizzare (forse) un centro per la musica e le arti.

La potenza della parola scritta in un paese come HardBorough fu temuta.

Soltanto in pochi riuscirono a capire il valore esegetico che l’inchiostro esercitava nelle vite di tutti. Mr. Brundish (interpretato da un eccelso Bill Nighy)  e la piccola Christine saranno la chiave di volta per aprire lo spettro evocativo di immagini e sentimenti positivi e al di là del becero opportunismo.

 film tratti dai libri - la casa dei libri

Sicuramente un film da vedere.

La pellicola “La casa dei libri” è basata sul romanzo La libreria di Penelope Fitzgerald del 1978. Una finestra cinematografica aperta sull’importanza dei libri, ieri, oggi e domani.

Alessia Aleo

La magia di Busker in Town torna a Centocelle

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Il 27, 28 e 29 settembre Buskers in Town porterà l’arte di strada a Roma.

Torna  Buskers In Town, il primo festival buskers metropolitano che vedrà nel quartiere romano di Centocelle il palcoscenico ideale per l’arte di strada. Molti saranno, infatti, gli spettacoli di giocolieri, acrobati, clown e teatro, danzatori e musicisti. centocelle news

Cosa succederà a Buskers in Town.

Attraverso Buskers In Town, perciò,  lo spettatore vivrà un’esperienza magica e stimolante, con spettacoli capace di coinvolgere ogni tipologia di pubblico, adulti e bambini, per tre giornate di socialità. Molti gli eventi di Busking in programma quest’anno, noi ne avevamo già parlato anche qui.

“L’iniziativa è organizzata dall’Associazione Procult ed è parte del programma dell’Estate Romana promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale. Il tutto è realizzato in collaborazione con SIAE”.

Tra gli ospiti, dunque, gli spettacoli circensi di Compagnia Tau, Filippo Brunetti, Piero Ricciardi, Godiè, con performances di fuoco di Lucignolo & Giulian Giuliana in Luna Rossa, Giodì. Inoltre, per il teatro,la compagnia Rossella Pugliese.  Per la musica suoneranno: Mannaggia al Cardinale, No Funny Staff, Andrea Siecola, Harry Piccirillo. Spettacoli acrobatici con Squilibri e con Follow the Sun, Federica Fattori. Saranno invece Imago Impeti e la Compagnia Ocram Dance Movement, i protagonisti per le sezione Danza.

Faranno da cornice, oltre a quanto già detto, le esposizioni visive di Cristiano Quagliozzi, Moby Dick, Davide Cocozza, Antonino Perrotta.

 


Buskers In Town
è un Festival Buskers è organizzato dall’Associazione Culturale Procult con la direzione artistica di Peppe Casa.

Con quali obiettivi nasce questo evento.

Il festival si pone l’obiettivo di diventare un laboratorio  per l’arte di strada destinato a ripetersi. L’esperienza deriva festival di TolfArte, Carpineto Romano Buskers Festival, Arte In Strada a Mirabello.

Sul  www.buskersintown.it è in corso la call for artists per partecipare negli spazi off del festival, mentre su www.martefundng.org è possibile, invece, sostenere economicamente la crescita del festival attraverso la campagna di crowdfunding.

Orari e luoghi del festival:

Piazza dei Mirti e Piazza delle Gardenie
Ore 17 -19 laboratori di arte circense – Ore 21 inizio spettacoli

Tommaso Fossella

Sei canzoni su Settembre in playlist

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Agosto è andato e ha portato via con sé le risate chiassose, le ferie al mare e i fasti estivi. Dopo le playlist indie estiva e quella sulle canzoni da spiaggia, ecco 6 canzoni che raccontano settembre e la sua malinconia.  canzoni settembre

“Poi improvvisamente l’estate svaniva. Da Ponente arrivavano grandi nuvole grigie cariche di pioggia e gli odori agri della pineta si tramutavano in folate di vento freddo” ed è subito settembre, il mese più malinconico dell’anno. Oltre ad aver ispirato il sopracitato finale di “Sapore di mare”, film degli anni ottanta ormai diventato un cult, il nono mese è anche grande protagonista della musica italiana. L’estate finisce portando via con sé gli amori, i ragazzi tornano a scuola, le vacanze sono un ricordo annebbiato, le prossime ferie sembrano lontane anni luce, il cielo non è sempre più blu ma grigio come il cemento. Sarà per la triste condizione esistenziale che porta con sé che questo mese ha ispirato musicisti di varie correnti e generi.

Canzoni su Settembre 

PFM – IMPRESSIONI DI SETTEMBRE

Respiro la nebbia, penso a te.
No, cosa sono adesso non lo so
Sono come, un uomo in cerca di se stesso
No, cosa sono adesso non lo so
Sono solo, solo il suono del mio passo…

PAOLA TURCI – QUASI SETTEMBRE

oh non lasciarmi da sola, abbracciami ancora più forte e per sempre
è quasi settembre, è un soffio di vento non credere

SAMUELE BERSANI – 2 SETTEMBRE

La sua donna lo piantò il 2 settembre
dalla casa venne via il 3 settembre
prese tutti i suoi vestiti e li portò di fuori
nella strada buia
E l’uomo non capì qual era il giorno
no, l’uomo non capì qual era il giorno
ma solo all’improvviso, nel vuoto delle stanze
si sentì confuso

FINE BEFORE YOU CAME – CAPIRE SETTEMBRE

È una vita che provo a capire settembre ma non fa per me,
è più forte di me
nonostante mi piaccia sentirne l’odore per strada e pensare alle scuole

CARL BRAVE – 23 SETTEMBRE

23 settembre alzo un po’ troppino il gomito
Il mio cane piange che odia il suo collare conico
Mia madre dice che non c’è lavoro come al solito
Ho cambiato i miei pensieri prima che mi corico

GUCCINI – CANZONE DEI DODICI MESI

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età,
dopo l’ estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità…

Probabilmente ci sentiamo tutti scombussolati, nostalgici e in preda al mal de vivre. La buona notizia è che presto arriverà ottobre con la sua grande bellezza, che come ci ricorda Guccini, nei tini grassi come pance piene prepara mosto e ebbrezza.

Valeria de Bari

La playlist su Spotify

Better Call Saul 4×07/4×08, facciamolo di nuovo

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Questo è il Kim show, chiaramente.

Non solo perché queste due puntate, assolutamente legate, quasi come parte 1 e parte 2, la vedono protagonista. Ma soprattutto perché, se c’è una colonna portante della serie, quella è proprio Kim. Molto più di Jimmy, molto più di Mike, molto più dei sotterfugi o delle sparatorie legate al Cartello. Non è solo una colonna morale – e su questo aspetto ci arriviamo a breve – ma è anche il personaggio più interessante.

Se non ci credete, riflettete ancora, e arrivate ad un punto semplicissimo: non sappiamo la sua destinazione. Essendo questa serie un prequel, sappiamo cosa accadrà a Jimmy, cosa a Mike, cosa a Gus, e tante altre piccole comparse che ogni tanto fanno capolino. Anzi, riusciamo talvolta addirittura a prevedere e decostruire le situazione di Better Call Saul proprio in base a cosa è accaduto in Breaking Bad. Con Kim, invece, questo gioco non vale. Lei non è mai apparsa e nemmeno mai stata menzionata in Breaking Bad. Ciò rende non solo la sua evoluzione assolutamente imprevedibile, ma soprattutto così dannatamente interessante da seguire. In poche parole, è l’elemento sorpresa narrativo sul quale gli autori hanno costruito un approfondimento emotivo enorme.

In questi due episodi c’è tutta Kim. Quello che è, quello che potrebbe diventare, quello che ci sorprende continuamente.

C’è l’avvocato tutto d’un pezzo, che solo in base al lavoro, alla determinazione e alla passione riesce a raggiungere i migliori risultati. Ma proprio in base a quella passione, e all’ambizione che ne deriva, si fa coinvolgere in qualcosa di poco lineare. E lei da sola, senza alcun imput da Jimmy, mette in moto qualcosa di poco legale per vincere un caso, spinta sempre avanti dall’orgoglio più che dalla semplice volontà. Una Kim che si fa trascinare letteralmente dall’adrenalina, che trova il successo persino erotico, e si lascia ingabbiare dal piacere del pericolo fino a volerlo rifare.

Indiretto, c’è anche lo zampino di Jimmy, ovviamente. Fa pochissimo, ma la sua presenza è sufficiente a trascinare Kim nel suo mondo. Da sempre Better Call Saul è una serie che ci mostra i condizionamenti di ciò che abbiamo attorno e il peso delle scelte che, di conseguenza, facciamo. Kim sta diventando Jimmy/Saul, quello che non voleva. Nacho sta diventando come Hector, quello che odiava. Werner si lascia andare più dei suoi operai sottoposto, quelli che doveva controllare.

Non c’è scampo in questo fittizio universo del New Mexico. E, paradossalmente, il sentimento nello scoprire il destino di Kim è più forte di quello di Jimmy. In quest’ultimo caso, infatti, come detto più volte il dispiacere di ritrovare finalmente Saul Goodman è mischiato all’eccitazione. Seguendo invece la parabola di Kim ci siamo appassionati di lei e intrigati con lei, seguendo il tutto con quel retrogusto amaro della convinzione che qualcosa di brutto per non averla mai vista in Breaking Bad le capiterà. E sarà anche colpa di Jimmy, probabilmente. E sarà un momento potentissimo che, inesorabilmente, è sempre più vicino.

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Emanuele D’Aniello