Dal “Vangelo” di Pippo Delbono: narcisimo, bigottismo e approvazione

“mi porto dentro nei ricordi della mia infanzia
parole immagini
mi ricordo quella cena
mi ricordo quel cristo che pregava solo
quel cristo che sapeva chi lo avrebbe tradito
mi ricordo quel barabba
prigioniero
salvato per uccidere il cristo
prigioniero
da un popolo anche lui
prigioniero
e poi quel calvario
quella croce
ricordo”

Il poliedrico ed eclettico performer, attore, autore, regista Pippo Delbono ha portato sul grande schermo un docu-film intitolato “il Vangelo”. Un film che ha l’obiettivo di parlare e far parlare dell’immigrazione e della situazione in cui questi immigrati vivono.  Il regista Delbono cerca di fare verità attraverso il Vangelo partendo dall’assunto che Cristo lo si conosce negli ultimi, quelli che la società dimentica, nei bisognosi. Insomma, la giusta ricetta per un successo o almeno queste erano le aspettative.

Il regista si reca in un centro dove i profughi trovano asilo e condivide la loro quotidianità fatta di tempo sospeso tra dolorose memorie e incerto futuro. Poco alla volta i rifugiati si aprono al regista, gli raccontano le loro storie. Qualcuna di queste sarà nel film, altre rimarranno segrete. E alla fine l’idea di mettere in scena il Vangelo prende una sua forma incarnandosi nelle vite di queste persone, inevitabili protagoniste di un tempo nuovo.

Certo degno di nota è il coraggio del regista. Tutti sanno nascondersi dietro il vociferare della massa seguendo la corrente come capre, ma pochi sanno distinguersi affermando le proprie idee e la propria visione. Delbono fa questo, si fa spazio nella massa ma al contempo spiazza con una tecnica discutibile, un modus operandi che non piace,  trasformando la visione del film in una forzatura.

 

Pippo Delbono

«Come faccio a fare il Vangelo, mamma? Io non credo in Dio. Non credo a questo Dio delle menzogne, a questo Dio della famiglia, in questo Dio che m’insegnavate da piccolo, questo Dio delle paure, paure di tutto, anche dell’amore. Dell’amore. Questo Dio dei miracoli. Questo Dio che cammina sull’acqua. Non si può camminare sull’acqua. Si può solo sprofondare nell’acqua, come sprofondano tutte queste persone che stanno arrivando qua e che cadono, come dei Cristi, in mezzo al mare»

Affrontare una problematica come quella dell’immigrazione non è mai un’impresa facile. E per questa ragione non tutti sono in grado di farlo senza scendere nel protagonismo o bigottismo. Affrontare questo tema necessita di tatto. Solo chi ha guardato davvero negli occhi di coloro che vivono la sofferenza, l’hanno respirata, percepita senza alcuna forma di pretesa, senza la logica del do ut des, allora si, è possibile testimoniare lo strazio di uomini che attraversano il mare su dei gommoni senza sapere con esattezza quale sarà la loro sorte, se mai toccheranno terra.

Ero entusiasta all’idea che finalmente qualcuno potesse far luce e verità su una realtà cosi delicata. Viviamo in una società in cui o è bianco o è nero, in cui non ci sono vie di mezzo. Guardare questo film e pensare alla “creatività” del regista nel comunicare al pubblico questa realtà mi ha fatto pensare  al libro: “se questo è un uomo“. Forse l’analogia non è proprio centrata ma il titolo del libro cade a pennello sulla problematica. Chi sono gli immigrati allora? Sono degli uomini deturpati nella loro dignità, costretti a fare i lavori più umili che , ahimè nessun italiano vuole fare (quindi cari italiani, no! Non vi rubano il lavoro).

I razzisti urlano “cacciateli via, rimandateli da dove sono venuti!”; i bigotti pensano che tutti sono buoni ed indifesi.  Io dico, non facciamo gli ipocriti. Chi scrive ha incontrato gli immigrati in contesti diversi e posso dire che sì, il grigio esiste. Esiste il criminale, ma esistono anche uomini e  donne che ti sorridono solo perchè  hai riconosciuto in loro un essere umano non diverso da me e da te che leggi.

Recensire questo film è stato quasi come descrivere un campo di concentramento. Disturbante, nauseante e difficile.

Ci sono situazioni come quelle messe su pellicola da Pippo Delbono che sono quasi impossibili da raccontare. Premettendo, come già sostenuto, che l’idea di fondo merita tutto la mia stima, non possono non sottolineare che tra  l’idea sottesa al progetto cinematografico che Delbono ha tentato di comunicare e il lavoro finale messo su pellicola non c’è alcuna coincidenza. Per quanto migliori fossero le sue intenzioni, ciò che ha comunicato e il suo delirio di onnipotenza e la sua assenza di tatto e di umanità. Se solo si fosse davvero soffermato a guardare gli occhi dei rifugiati avrebbe capito e intuito che davanti a certi dolori non non ci sono parole o racconti che reggano. Bisogna solo fare silenzio. Che senso ha ricordare ad un immigrato che non puoi camminare sulle acque come Gesù ma solo sprofondare, come i tuoi compagni di uno sfortunato viaggio su di un gommone. Perchè far ricordare loro urla, le onde che inghiottono gli amici e il frastuono diventa solo silenzio, freddo e buio. Questo no, non è umano è solo voglia di mettersi in mostra sfruttando altri uomini meno fortunati.

Pippo Delbono

«Pippo, fai qualche cosa che parli dell’amore. È importante parlare dell’amore, Pippo. Potresti
fare il Vangelo. Dovresti pensare veramente di fare il Vangelo»

Il film è nato dalla richiesta della madre di Delbono in punto di morte. E’ quello che poteva essere un valido strumento per testimoniare la vita degli immigrati è diventato davvero un disastro. Un film che sembra quasi imposto, una sorta di costrizione non solo per i protagonisti ma anche per gli spettatori. Guardare questa pellicola mi ha provocato rabbia e nausea, non solo per il tema in sè, per il dolore di questi uomini. Ma anche e soprattutto perché il regista ha appesantito un argomento già complesso e problematico di suo.

Il film si presenta come un insieme di forzature senza preparazione alcuna. Un prodotto grezzo e contraddittorio.

Il regista vive un continuo oscillare tra protagonismo e il sentirsi salvatore del mondo. Tra esaltazione del cristianesimo ad assalti feroci, come se si potesse dare la colpa a Dio per l’ignoranza e il bigottismo in cui vive l’uomo del nostro secolo. Una produzione che fa rabbrividire. Lo spettatore percepisce  che il film non nasce da un idea propria, da un desiderio, ma da una richiesta e allora tutto diventa un’accozzaglia di scene. Senza parlare poi del modo in cui è girato, terribile la scelta di riprendersi. I colori scelti sono cupi, macabri.

Ho avuto la percezione di guardare una sorta di circo per animali incattiviti, e Delbono ha tentato di mascherare il suo narcisismo dirompente con un forzato tentativo di  testimoniare una problematica che non nasce da una personale ispirazione ma forse con il solo fine di elemosinare una qualche sorta di approvazione da parte del pubblico.

Pippo Delbono

Angela Patalano

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